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La riconoscenza è una pratica difficile. Si fatica a ringraziare e si preferisce non curare questo aspetto tanto prezioso quanto raro perché siamo sempre più avvolti nei nostri egoismi e nella nostra autoreferenzialità. Un vero peccato perdere l’occasione di rivolgersi agli altri con quel sorriso di riconoscimento che rende felici prima di tutto noi stessi e contemporaneamente chi ci sta davanti.

La gratitudine è un modo di vivere e guardare alle cose, un atteggiamento mentale, una questione di prospettiva. E’ uno staccarsi dall’assuefazione e dal ‘tutto è dovuto’ per riconoscere di aver ricevuto qualcosa che vale, un dono, un contributo, che il resto del mondo ci offre. Staccarci per un attimo dal nostro egocentrismo per apprezzare e ringraziare, rompe il circolo vizioso delle lamentele, dei mugugnii, l’isolamento, la sfiducia, le privazioni, perché la gratitudine è un antidoto a tutto questo. Essere grati non è forma ma sostanza, a prescindere da idee, appartenenze ideologiche e religiose, correnti di pensiero e tendenze.
Cicerone fa derivare tutte le virtù proprio dalla gratitudine: “Questa è infatti la sola virtù, non solo la più grande, ma anche la madre di tutte le altre virtù…”. Nelle filosofie orientali il sentimento di riconoscenza è fondamentale. Ne ‘La filosofia dell’Aikido’ di John Stevens si considerano i diversi aspetti della gratitudine: verso l’universo, verso gli antenati, verso i nostri simili e verso le piante e animali. I nativi d’America, nell’andare a caccia non dimenticavano mai di ringraziare gli animali che uccidevano, consapevoli del loro sacrificio necessario alla sopravvivenza della tribù. San Francesco ci lascia un grande inno di gratitudine nel ‘Cantico delle creature’, dove nulla viene dimenticato nelle cose esistenti e nella bellezza del nostro mondo, per valore e significato. Nell’episodio dei lebbrosi, raccontato nel Vangelo, solo uno dei lebbrosi si getta ai piedi di Gesù, grato della guarigione ottenuta, guadagnandosi la salvezza. Nelle fiabe la gratitudine viene riconosciuta e compensata: “…e fu così che il re diede in sposa la figlia…”, “ …fu trasformato in un bellissimo principe…”, “…venne liberato da…”, “…ebbe in dono ricchezze…”. Nel suo ultimo scritto ‘Gratitudine’, Oliver Sacks (1933-2015), medico neurologo e scrittore britannico, consegna il suo congedo alla vita, consapevole che sta per morire di cancro. Si tratta di un gioioso bilancio dei suoi amori, dei suoi studi, dei suoi libri: un commosso ringraziamento alla vita, riconoscente perché i suoi scritti e i suoi libri sono stati utili a chi ha letto e condiviso. Scrivere, afferma Sacks, è un privilegio che merita gratitudine; scrivere la verità, non necessariamente la bellezza. Il breve, intenso scritto che Oliver Sacks lascia sulla soglia dei suoi 80 anni, “…grato di essermi grati”.

La gratitudine dovrebbe essere una pratica costante, consapevole, piena, perché tutti abbiamo qualcosa di cui ringraziare e da riconoscere come dono proveniente dall’esterno. “Le persone che ci rendono felici sono affascinanti giardinieri che rendono le nostre anime un fiore”. Lo sosteneva Marcel Proust, ed è proprio questo. “Svegliandomi ogni mattina, vedo il cielo blu. Unisco le mani in segno di ringraziamento per le tante meraviglie della vita e per aver altre 24 ore nuove di zecca davanti a me” (Thich Nhat Hanh). E poi c’è il poeta romano Trilussa, che ci spiega come la gratitudine assuma mille sfaccettature: un gatto che, esaurite le sue aspettative su un pasto a base di pollo, se ne va sfiduciato e un cane che rimane, grato di poter consumare anche solo le ossa… Realismo significativo, ma che lascia comunque qualcosa su cui riflettere. Rimane il fatto che un “grazie” indirizzato nel giusto orientamento, un riconoscimento di qualcosa o qualcuno che merita, un sorriso, un cenno di assenso, un apprezzamento, ci alleggerisce l’esistenza, ci rende quel senso di giustizia di cui abbiamo bisogno, dà un significato a ciò che facciamo e a ciò che gli altri fanno per noi. Grazie!

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Liliana Cerqueni

Autrice, giornalista pubblicista, laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano. E’ nata nel cuore delle Dolomiti, a Primiero San Martino di Castrozza (Trento), dove vive e dove ha insegnato tedesco e inglese. Ha una figlia, Daniela, il suo “tutto”. Ha pubblicato “Storie di vita e di carcere” (2014) e “Istantanee di fuga” (2015) con Sensibili alle Foglie e collabora con diverse testate. Appassionata di cinema, lettura, fotografia e … Coldplay, pratica nordic walking, una discreta arte culinaria e la scrittura a un nuovo romanzo che uscirà nel… (?).

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Caro lettore

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Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

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Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

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