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GLI SPARI SOPRA
La giornata del ricordo (raccontata diversamente)

 

La giornata del ricordo [Qui]: un tema difficile da affrontare, scivoloso e irto di ostacoli, dove la storia e il contesto divengono un fastidioso orpello, sul percorso della narrazione italianocentrica.

Per anni si è taciuto su ciò che accadde prima e dopo la guerra sul confine orientale d’Italia. Ora, che un ex comunista negli anni ’90 (Luciano Violante [Qui]) ha istituito la giornata del ricordo, i tragici avvenimenti vengono sempre e solo raccontati da un unico punto di vista.

Le belve titine assetate di sangue sterminarono migliaia di nostri concittadini inermi: questa la sola e unica narrazione di ciò che accadde. I partigiani Jugoslavi come le SS, la violenza della stella rossa contro gli italiani “brava gente”.

Ma siamo proprio sicuri di sapere come sono andati i fatti? Siamo davvero convinti che i morti nelle foibe siano solo italiani, civili e innocenti, una barbarie che si è sviluppata solo dal 8 settembre in poi, senza nessun antefatto?

Vi do un consiglio di lettura: “E allora le foibe” di Eric Gobetti [Qui]. Un libro di storia completo, dove le fonti sono chiare e rintracciabili, dove non c’è una tesi prestabilita, dove i colpevoli non stanno in premessa, dove gli accadimenti si sviluppano nell’arco di mezzo secolo o forse più, dove i fatti tragici parlano sia con accento italiano che slavo, dove il sangue, laggiù sul fondo delle foibe, è di tante, troppe etnie, per essere classificato solo ed esclusivamente come un dramma patriottico.

Trieste, lstria e la Venezia Giulia sono stati per secoli luoghi di incontro, una porta sull’oriente dove popoli di origine differente, hanno convissuto in pace, italiani, slavi, ottomani, austro-ungarici, mille colori, odori speziati, architettura mitteleuropea, capitelli in stile greco mediterraneo. Un pot-pourri di genti diverse in un contesto aperto.

Poi, la “Gran Vera” si mangia una generazione, i ragazzi del ’99 cadono da una parte e dall’altra della barricata. La guerra finisce e inizia il ventennio.

Le scuole slave a Trieste e nella Venezia Giulia vengono chiuse, i cognomi vengono italianizzati, iniziano le persecuzioni e la pulizia etnica. Il regime vuole italianizzare l’Istria per purificarla dai barbari dell’est.

Le terre vengono confiscate, intere popolazioni vengono espropriate delle loro case, inizia l’esodo delle genti slave verso l’interno e verso nord. Cominciano le stragi e le persecuzioni e laggiù nelle foibe cadono Istriani e Dalmati di origine slava.

Una delle foto maggiormente utilizzata per evocare la violenza dei partigiani di Tito nei confronti degli italiani, ritrae un plotone di esecuzione intento alla fucilazione di un gruppo di persone, sul ciglio di una foiba. Dagli elmetti si capisce però, che i soldati non sono Jugoslavi, ma italiani.

Quell’’immagine gira ancora nel web come monito dell’orrore comunista.

Il campo di concentramento di Arbe [Qui], molto meno famoso di quello nazista della risiera di san Saba, fu gestito direttamente da fascisti italiani. In quel medesimo campo videro la morte oltre 1.500 tra sloveni e croati deportati.

Nel 2021 è decorso l’ottantesimo anniversario dell’invasione italiana della Dalmazia e dell’Istria. Questo era in breve il contesto entro cui si lega la tragedia delle foibe e dell’esodo italiano di ritorno. I numeri aberranti degli infoibati, secondo la documentazione storica conta di circa cinquecento morti all’indomani dell’8 settembre del 1943, tre-quattro mila dopo il 1945.

Numeri mostruosi, come è mostruosa e schifosa una guerra, tutte le guerre, di questi morti stando all’analisi delle vittime si evince che la maggior parte furono collaborazionisti e o combattenti fascisti al fianco dell’occupante nazista. Non fu pulizia etnica, ma una vendetta e una brutale resa dei conti.

Tra le tante vittime ci furono certo donne e uomini estranei alla violenza fascista avvenuta in precedenza, uccisi solo perché italiani. Ma la guerra non ha nulla di umano, pur essendo l’espressione unica che ci differenzia dagli animali, dai Neanderthal a oggi.

I numeri e i concetti non sono revisionismo storico, tantomeno negazionismo, e nemmeno la banalizzazione di una tragedia, sono tasselli che non possono essere avulsi dal contesto. Mieli e altri, parlano di centinaia di migliaia di morti italiani, addirittura di milioni: ecco perché si vuole equiparare ciò che accadde sul confine est con la Shoah, ma così non fu.

Fu una delle tante immani tragedie che si verificarono durante la seconda guerra mondiale.

Quello che invece è passato, nell’opinione pubblica, anche progressista e democratica, è l’equiparazione partigiano/fascista, cioè tanto gli uni quanto gli altri compirono delle atrocità, senza pensare a quale parte della barricata occupavano.

Dopo il ’43 circa trentamila italiani andarono a gonfiare le file della resistenza Jugoslava, diecimila dei quali morirono tra le sponde est e ovest del Tagliamento.

L’immagine degli italiani brava gente, del fascismo buono se confrontato al nazismo è oramai diventata una verità. Difficile credere che nei campi di concentramento gestiti dalle forze armate italiane, furono internate centomila persone e almeno cinquemila (compresi donne e bambini) ne morirono.

Molto più semplice paragonare il nazi-fascismo al comunismo, non importa se durante la seconda guerra mondiale morirono ventitré milioni di Russi e senza Stalin, in Europa si sarebbe marciato col passo dell’oca per sempre.

Certo che mi espongo alle critiche di chiunque voglia fare i paragoni. Ma io mi chiedo: il comunismo fu Stalin, Pol Pot e Mao o Marx, Gramsci, Brecth, Sartre, Neruda, Rosa Luxemburg e Berlinguer? Il cristianesimo fu Gesù Cristo o Tomás de Torquemada (il grande inquisitore)? L’America fu Martin Luther King o Andrew Jackson? La Francia fu la paria dei Lumi, o una delle più grandi potenze colonialiste del mondo? L’Inghilterra fu la prima nazione ad avere una costituzione o fu la nazione che estinse i nativi in almeno due continenti?

Sono domande a cui ognuno, a seconda delle proprie ideologia, avrà una risposta adeguata, ma come ultima chiosa vorrei aggiungere: esistette un fascismo buono e un nazismo cattivo? A mio parere no, Hitler venne dopo Mussolini e prese molti spunti da esso. Hitler vedeva Mussolini come un modello, quindi fu il nazismo a copiare il fascismo e non viceversa. Il führer prese a modello la “soluzione finale del problema indiano” attuato in America, quando progettò lo stermino degli ebrei.

L’antifascismo in Italia non è più un valore condiviso, non esiste più una forza politica di massa che ne faccia bandiera, assioma insormontabile. Solo l’ANPI [Qui] tiene per sempre alto il valore dei partigiani, mentre tutt’intorno fermenta il revisionismo.

La storia non dovrebbe avere colore o ideologia, andrebbe raccontata tutta, con numeri e dati reperibili, ma così non è. La memoria diviene facilmente manipolabile, soprattutto quando la massa percepisce gli eventi così come ci sono descritti, senza cercare mai di approfondire, come in un film giallo di terz’ordine, dove l’assassino è il cameriere, comunista per giunta.

Per leggere tutti gli articoli e i racconti di Cristiano Mazzoni clicca [Qui]

 

IL VIAGGIO DI VALENTINA (10)
Dalla Bulgaria all’Italia

 

Nell’ultima parte di viaggio, la cicloviaggiatrice Valentina Brunet deve percorrere i Balcani, dalla Bulgaria alla Slovenia, passando per Romania, Serbia e Croazia. Poi l’arrivo in Italia, casa.

Ormai ti separava poco – rispetto il lungo viaggio che avevi intrapreso – dall’Italia e avevi fretta di arrivare in tempo all’appuntamento al BAM Europe di Mantova, importante per te e per tutti i cicloviaggiatori. Come hai passato questa ultima tratta?

Arrivata in Bulgaria [Qui] ho realizzato che ero in Europa. Da Burgas, una città piuttosto grigia, ho preso una bella pista ciclabile, ordinata e scorrevole, avventurandomi attraverso distese di campi, dai quali l’unico segno di presenza umana era il rumore dei trattori e dei macchinari agricoli. Naturalmente pioveva. Sono arrivata in un villaggio dal nome propiziatorio, Partizani, che mi ha subito ispirato valori e amore per la collettività. Ho trovato subito alloggio in una stanzetta polverosa, ma ero contenta e soddisfatta. L’indomani sarei arrivata in Romania.

Pista ciclabile Europa

Cosa racconti della Romania?

Sono arrivata a Bucarest [Qui], dove mi aspettavano amici di famiglia. Sentivo che la scoperta dell’ignoto lasciava il posto alla familiarità. Bucarest è una città molto vivace, affollata ma piacevole. Ho rimesso a posto la bicicletta, ho assaporata una mozzarella dopo non so quanto e ho sentito aria di casa. Ripreso a pedalare, ho continuato a percorrere paesaggi rurali, incrociando carri trainati da cavalli e gente sorridente e cordiale. Sono arrivata a Calafat, una cittadina fondata da coloni genovesi, i calafati, così venivano chiamati gli operai nautici impegnati nelle riparazioni navali, che appunto le hanno dato il nome. Ho incontrato amici, ho passeggiato lungo il Danubio e ho partecipato ai festeggiamenti della Domenica delle Palme in una chiesa ortodossa, accendendo due candele, come da loro tradizione, una per i vivi ed una per i miei morti. Ho partecipato anche a una mega grigliata con agnello, distillato di prugne, dolci, musica e danze. Ma la Serbia mi aspettava il giorno dopo…

Ricordi della Serbia?

Ho continuato a pedalare sulla Eurovelo 6, la ciclovia che costeggia il Danubio con vento e pioggia, tanto per cambiare. Ho attraversato un tratto di foresta con alberi oscillanti, piegati dalle raffiche. Ho alloggiato in un B&B mentre la bufera imperversava, in attesa di arrivare a Belgrado il giorno dopo, la tratta del mio record personale: 155 km. La bicicletta continuava a darmi problemi e ho dovuto rivolgermi ancora a un meccanico. In Serbia [Qui] ho incontrato anche Pitram, l’indiano con il quale avevo fatto un pezzo di strada in passato e Stefano, un cicloviaggiatore di Verona. Da Belgrado sono arrivata a Novi Sad. Mi sentivo bene, tutto liscio come l’olio, giornate ‘perfette’. Sentivo di essermi guadagnata questa bella sensazione.

Tenda Europa

Dopo la Serbia, la Croazia [Qui].

Dopo il senso di benessere provato, ecco che arriva il crac. Durante il percorso ho sentito un grande senso di spossatezza e vampate di calore. Mi sono buttata nell’erba ai lati della strada e ho cercato di fare grandi respiri e ossigenarmi per non svenire. Scottavo, ero febbricitante e avevo anche un po’ di paura. Sono riuscita a montare la tenda e, nonostante le mie condizioni, sono riuscita a dormire. La mattina mi ero ripresa, forse era stanchezza. Ho poi alloggiato presso Marja e Darko, due splendide persone che mi hanno affidata al loro amico farmacista, il quale mi ha prescritto sali reidratanti, magnesio ed estratti per il sistema immunitario. Non potevo permettermi anche il riposo consigliatomi perché dovevo proseguire per Zagabria.

Dalla Croazia passi in Slovenia, sempre più vicina alla tua Italia.

A Lubiana ho incontrato la mia amica d’infanzia Giulia, l’amica di sempre. Giulia e il suo compagno Roberto erano già in Slovenia [Qui] e ci eravamo accordati di incontrarci. Il momento dell’incontro ci ha commosse e ci siamo scambiate un lungo abbraccio. Abbiamo trascorso una bella serata insieme e ho deciso di fermarmi un giorno in più perché ne avevo bisogno. Ho approfittato per qualche spesa, ho girato la città e ho scoperto piste ciclabili favolose e rispettate. Mi sono rimessa in marcia il giorno dopo.

Europa

Com’è stato l’arrivo in Italia?

In un countdown intenso, mi sono avvicinata al confine. In territotrio sloveno ho incontrato alcuni cicloviaggiatori italiani, con i quali ho scambiato il mio primo ‘ciao’ dopo un’eternità. E pensare che in Italia non saluta quasi nessuno! Mi sentivo svuotata, senza emozioni, con le mani avvinghiate rigide al manubrio e poi ho letto il cartello “Italja” e non mi sono più trattenute: grosse lacrime mi scendevano senza controllo, come si fosse aperta improvvisamente una diga. Ho abbracciato Rosa, la mia fedelissima bicicletta e le ho detto ‘Brava!’ per aver resistito ad ogni sorta di avventura.

Le prime cose che hai fatto in Italia?

Ho ammirato Trieste, pensando che l’Italia è davvero un bellissimo Paese. Mi è sembrato strano ritrovarmi in centro, tra persone che parlavano la mia lingua, con i suoi suoni e le sue intonazioni. Erano trascorsi 20 mesi dal Vietnam, avevo dormito dappertutto, mangiato quello che trovavo, mi sono destreggiata tra mille situazioni e ho incontrato persone incredibili, nel bene e nel male. Ero in Italia e avevo in testa un lunghissimo elenco di cose che volevo fare, bere, mangiare. Mia mamma e il suo compagno mi hanno fatto la bellissima sorpresa di incontrarmi a Trieste, quanta emozioni!  E poi c’è stato quell’agoniato BAM Europe a Mantova, dove sono arrivata puntuale, dopo forsennate pedalate, il 17 maggio 2019. Ho incontrato amici bikers, Neri Marcorè e Bressan, il produttore di bici. Ho incontrato e abbracciato l’amico Dino Lanzaretti, il primo che ha creduto in me, il primo sostenitore da lontano che mi ha sostenuta, aiutata, consigliata. Mi è anche venuta voglia di girare il nostro Paese e successivamente l’ho fatto, perché mi sono resa conto che conoscevo più il Kirghizistan dell’Italia.

Abbraccio Italia

Cosa hai imparato nelle tue esperienze di viaggio e cosa hai capito di te?

Da quando ho iniziato a viaggiare da sola i cambiamenti sono stati tantissimi. Ho coltivato un forte spirito di adattamento, iniziativa, inventiva. Ho imparato a ridurre i miei bisogni al minimo per la sussistenza, a non avere pregiudizi, a fidarmi del mio sesto senso. Ho imparato a lanciarmi, a uscire dalla mia zona di comfort. Ho imparato ad affrontare le difficoltà con il sorriso, consapevole del fatto che tutto è transitorio, nel bene e nel male.

Come si vive il pensiero di casa e dei propri affetti dopo così tanto tempo lontana?

La tecnologia viene in aiuto per le relazioni a distanza. Whatsapp, messaggi, videochiamate aiutano ad accorciare le distanze. La distanza è relativa quando si può comunicare in ogni momento o quasi.

Altre destinazioni a cui stai lavorando, non appena possibile?

Certamente. Certo, Covid permettendo. Si ripartirà dal Canada e un pensiero alla Patagonia. Altri viaggi, altre storie…

Ripercorri insieme a Valentina Brunet il suo lungo viaggio11 dal Vietnam all’Italia, 25.000 chilometri in bicicletta, Tutte le interviste rilasciate durante il percorso le trovi nella rubrica Suole di vento

Elogio dell’edicola

 

“La mia città che in ogni parte é viva,
ha il cantuccio a me fatto”.
Cosi ha scritto Umberto Saba in una poema su Trieste, la sua città. 

Anche Ferrara per me è diventata sempre di più ‘la mia città‘. Lì, anche se non ci vivo sempre, come Saba a Trieste, ho un “cantuccio a me fatto“.
Non è il Palazzo Schifanoia, e neanche la piazza Trento Trieste, il Giardino Massari o la piazza Municipale. Quando sono a Ferrara ogni mattina, più o meno presto, vado da casa mia verso piazza Travaglio dove c’è un cantuccio un po’ nascosto.

Niente di spettacolare o straordinario. Una edicola ben gestita, viva, con un’atmosfera piacevole e seducente, per comprare un giornale, una rivista, talvolta anche un libro.

Ma perché un’edicola ha un valore così particolare, non solo per me, ma anche per una cultura urbana in genere?  

Da più di vent’anni sono spesso a Ferrara e, in quest’ultimo periodo, sono già state chiuse parecchie edicole. In Via Romano, in via Carlo Mayr, in via Piangipane, in via Garibaldi, in via San Maurelio e in tanti altri posti della città.
Nessuno ha detto quasi niente di questa cosa.
È successo e basta.
Ma la chiusura di un’edicola è sempre anche una perdita per la vita di una città.  

Una volta le edicole erano non solo posti per comprare i giornali ma anche per incontrare altre persone. Magari solo i vicini di strada, per fare due chiacchiere, per scambiarsi informazioni, per fare qualche battuta sui politici, per commentare l’ultima partita di calcio.
Per la vita quotidiana di una città, quei luoghi, dove si poteva, attraverso i giornali e le riviste, conoscere le vicende mondiali e locali, erano una fonte continua di nuove notizie, private e pubbliche. 

Oggi basta un clic sullo smartphone e subito si possono leggere tutti i giornali del mondo, ci si può mettere subito in contatto con amici o follower in ogni angolo della Terra, non solo con quelli che vivono nel nostro quartiere. Ma è davvero un progresso di civiltà, della modernità, della comunicazione democratica in una città? 

Credo di non essere un uomo d’altri tempi, quando si scrivevano lettere con la penna stilografica o si inviavano con dei piccioni viaggiatori.  Giorno per giorno sono in contatto con tantissime associazioni e ong  in tutto il mondo. Attraverso internet mi informo su quanto accade a Kabul, Mogadiscio, Teheran, Washington, Comacchio…
Ma essere in un contatto diretto, vis-à-vis con un giornalaio. parlare con lui e con gli altri clienti dell’edicola, è tutta un’altra una cosa: più umana, più piacevole, completamente diversa di una comunicazione tecnica, lontana, astratta.

Dove si trova ancora un edicola c’e “il cantuccio a me fatto“.
Evviva le vecchie edicole!
Lunga vita all’edicola di Laura e Andrea in piazza Travaglio!

DI MERCOLEDI’
Verde acqua

Di mercoledì ho saputo che dal prossimo settembre sarò in pensione. E’ accaduto una settimana fa e allora  la vita ha bussato, si è fatta avanti e anche senza scompigliare troppo le carte ha spostato il baricentro dei miei pensieri. Confusamente ho pensato che non ho libri che mi supportino in questo momento. Quante volte sono ricorsa a loro per farmi scudo verso gli impegni della giornata, anche la domenica; è stato come fare il pieno di carburante prima di partire. Ero pronta prima di uscire per un impegno famigliare, ero in anticipo e impiegavo quella mezz’oretta per leggere qualcosa, quasi sempre per rivedere un argomento delle lezioni del giorno dopo. Anche se tutto era già stato predisposto e ci avevo lavorato abbondantemente. Ma il viatico della lettura era un rito sedimentato da troppi anni, serviva a me per quella giornata stessa.

L’ho definito il terzo stadio della mia sindrome letteraria. Durante gli anni di Università ho capito che gli studi umanistici avevano a che fare con la mia identità; durante i lunghi anni di docenza è stato chiaro che insegnare per me significava fare opera di mediazione, offrire agli studenti tutte le mie conoscenze di contenuti e di metodo, ma soprattutto la passione. Da anni, ed eccoci allo stadio attuale, so che la letteratura soccorre anche le mie fragilità e mi rende meno vulnerabile.

In questi giorni, però, non succede: non mi vengono in mente libri che parlino di pensionamento. La galleria frettolosa di protagonisti che scorro non ha pensionati da presentarmi. Mi dibatto tra eroi di decine di romanzi di formazione, tutti rigorosamente giovani e speranzosi come Rambaldo di Rossiglione, che attende impaziente di affrontare la prima battaglia della sua vita e ascolta i consigli di Agilulfo, il cavaliere che non c’è ma sa di esserci, protagonista del celebre Il cavaliere inesistente di Calvino. Oppure penso a tanta narrativa dedicata a coloro che vivono l’ultima fase della vita. Mi pare che ultimamente siano diventati  proprio tanti; se ci penso l’amato Niente caffè per Spinoza di Alice Cappagli uscito l’anno scorso parla di questo. E di questo parla il comicissimo libro di Howard Jacobson, Su con la vita, che racconta le avventure quotidiane di una signora novantenne e delle sue badanti. Di come lei trascorra le giornate tormentandole con la lettura dei suoi diari e si dimostri lucida e attiva, arrivando perfino a procurarsi una caduta per dar loro qualcosa da fare.

Verde acqua si insinua piano: l’ho letto durante questi mesi così evanescenti da sembrare un tempo ora lunghissimo ora breve e fuori fuoco. E’ un diario che racconta due segmenti della vita dell’autrice, infanzia ed età adulta,  che vengono liberamente alternati e il lettore passa dagli anni dell’esodo da Fiume avvenuto per la famiglia della scrittrice nell’estate del 1949  fino all’oggi. L’oggi per Marisa Madieri, che ha raccontato di sé con generosità e con gentilezza, è il 27 novembre 1984. Sposata con lo scrittore Claudio Magris e con due figli maschi ormai grandi, vive col marito in una grande casa dove i libri si accumulano a grande velocità, dove, senza le voci dei due ragazzi, si è accumulato anche il silenzio. Ma il cuore è grande. Marisa lo riempie con i ricordi intensi di tutte le persone che ha amato: i genitori e la sorella, i nonni e più tardi le amiche e i colleghi, la sua nuova famiglia. Si può dire che il suo temperamento e la fede profonda l’hanno condotta ad amare il genere umano e i bambini. Cito da una delle ultime pagine: “Eppure, quando le persone che mi hanno conosciuto prima ch’io lasciassi l’insegnamento, che pure amavo, mi chiedono ‘cosa faccio adesso tutto il giorno’, mi riesce difficile spiegare in poche parole, senza cadere nella retorica, che il fronte del mio impegno attuale è sul confine tra la vita e la morte”. Allude da un lato ai viaggi che fa col marito, ai figli, al corso di informatica a cui si è iscritta per usare il computer appena comprato; dall’altro pensa ai bambini che hanno bisogno di aiuto per nascere e poi per crescere. Nel novembre del 1983 ha scritto nel diario una pagina breve in cui racconta di avere tenuto tra le braccia una bambina di poche settimane, Laura. Laura non doveva nascere, ma ora i colori delle sue guance e dei capelli, il rosa e il nero, hanno conquistato sia i famigliari che gli amici di famiglia, prima non disponibili ad accoglierla. ”Sono andata a trovarla assieme ad un’altra volontaria del Cav”, e mentre i giovani genitori le preparavano il biberon “pensavo che Laura in fondo era anche un po’ mia e non lo avrebbe saputo mai”.

Marisa convive da tempo con la malattia ma sa parlarne con pudore e un forte senso di cristiana accettazione. Le ultime parole del diario esprimono gratitudine, lei dice, per le persone “che non solo mi hanno aiutato a vivere ma, forse, sono la mia vita stessa”. Verde acqua è il colore del completo che la madre le aveva comprato per la sua prima festa ai tempi del liceo; un cardigan e una maglia a giro collo che la fecero sentire adeguata, elegante come le altre sue compagne. La madre, però, aveva portato al Monte di Pietà un bracciale di valore e una vecchia pelliccia per poter fare l’acquisto. “Verde acqua si chiamava quel colore, che per me è ancor oggi il colore dell’amore”.

Claudio Magris venne al Liceo a incontrare gli studenti qualche mese dopo la scomparsa della moglie, avvenuta nell’estate del 1996. Allora sapevamo del lutto recente che lo aveva colpito, e per questo notammo che si stava dedicando con generosità ai ragazzi, ma sembrava stanco. Spento. Anni dopo, mentre al caffè San Marco di Trieste mostravo ai ragazzi di quella bella gita scolastica tra Trieste e Fiume il suo tavolo fisso, dove si tratteneva d’abitudine a scrivere e a leggere, ripensavo a quella sua assenza di luce e speravo in cuor mio che la luce fosse presto tornata in lui.

Ecco, l’ho trovato il mio libro del momento. Scritto da una donna preziosa e dal nobile sentire che mi lascia un colore. Ora dovrò risponderle col mio, quando l’avrò individuato tra le possibili tinte di un tempo nuovo.

I riferimenti ai testi letterari provengono rispettivamente da:
Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, 1959
Alice Cappagli, Niente caffè per Spinoza, 2019
Howard Jacobson, Su con la vita, 2019
Marisa Madieri, Verde acqua. La radura e altri racconti, 1998

DI MERCOLEDI’, la rubrica di indizi terrestri e letterari di Roberta Barbieri, esce su Ferraraitalia nel suo giorno dedicato.
Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

Il fascino del tramonto

di Francesca Ambrosecchia

Il tramonto è forse la parte più affascinante e allo stesso tempo malinconica della giornata. Ci avvisa che quest’ultima sta ormai terminando e ci stupisce con i suoi incredibili colori.
Dopo un pomeriggio passato a girovagare per le vie di Trieste, ti affacci su Piazza Unità d’Italia e poco più avanti decidi di sederti sul bordo del Molo Audace per ammirare lo spettacolo: il cielo è azzurro, a tratti violaceo, le nuvole sono distese e il sole talmente incandescente che non ne puoi distinguere la forma. L’acqua sottostante raccoglie tutti i colori e i riflessi del cielo creando uno spettacolo di luci danzanti sulla sua superficie ondulata.

Quando i rifugiati eravamo noi

Immigrati, migranti, rifugiati, profughi, richiedenti asilo: una nomenclatura rigorosa che richiede un distinguo per sentirsi ed essere rigorosamente ‘politically correct’. Puntualizzare, specificare, attribuire la categorizzazione precisa prevista sembra essere prioritario per non far torto a nessuno e non sconfinare nell’impreparazione, nella gaffe. Ma davvero deve essere così? Quello che emerge è il fenomeno nel suo insieme: una grande marea di persone che approdano in Italia per transitare, rimanere, ripartire, attendere, chiedere, sperare, tentare, arrendersi, osare, disilludersi, a volte ribellarsi. Che si sia d’accordo o meno. E’ una realtà di fatto quotidiana, con riscontri di cronaca a scansioni regolari su cui si scatenano opinioni contrastanti, riflessioni disparate o disperate.

L’elemento umano dovrebbe superare le etichette, nonostante l’aspetto legale richieda una definizione precisa, anche perché chi è propenso al rifiuto e alla discriminazione tout court non sta certo a guardare lo status, come chi è pronto all’accoglienza e all’accettazione non lo fa con un ‘tu sì e tu no’. Forse merita ricondurre il fenomeno migratorio all’interno di un quadro più vasto, che faccia riferimento a quelle pagine di storia destinate all’archiviazione, ma meritevoli di menzione perché non bisognerebbe mai scordare quello che siamo stati. La figura del ‘rifugiato’ emerge per la prima volta nei risvolti della Prima Guerra Mondiale, quando un conflitto di quelle proporzioni va a creare situazioni di pesante emergenza e le nazioni interessate si devono porre il problema della gestione di masse costrette agli spostamenti forzati. Le zone dei fronti di combattimento, furono evacuate e si assistette al triste esodo in numeri massicci di interi nuclei familiari, villaggi, regioni, con il conseguente spopolamento di territori e sradicamento dal proprio habitat. Italiani, austriaci, polacchi, boemi e moravi ma anche belgi, serbi e gli armeni furono interessati a un’evacuazione senza precedenti e senza distinzione di sorta. Erano quelle popolazioni che più di altre subivano il grande conflitto, costituite prevalentemente da donne vecchi e bambini perché gli uomini, quelli abili, erano al fronte.

I numeri sono il dato significativo delle proporzioni di questo fenomeno: 1.000.000 di belgi rifugiati in Olanda, 250.000 in Germania; 1.000.000 di serbi, 1/3 della popolazione, costretti a lasciare le proprie case. 75.000 trentini, 150.000 friulani delle valli dell’Isonzo e del Carso furono convogliati verso nuove destinazioni; 632.000 sudditi italiani furono costretti a partire dalle provincie di Belluno, Udine, Vicenza, Treviso per essere collocati in modo sparso altrove, all’interno e all’estero, nei campi profughi della Boemia, Moravia, Stiria e Bassa Austria. L’ordine di evacuazione entro 24 ore, l’attesa del treno, il viaggio, i controlli delle commissioni di ispezione, l’arrivo e la sistemazione provvisoria, lo smistamento e la destinazione finale. Una via crucis per interminabili file di esseri umani. Un bilancio molto pesante. ‘Città di legno’, questo era il nome attribuito ai campi di accoglienza che aumentavano di dimensioni man mano che arrivavano i convogli con gli sfollati. Si affaccia alla storia una prima immagine di lager, anche se quella più conosciuta sarà un’altra ben più terribile questione.

I più vasti Barackenlager furono quelli di Braunau e Mitterndorf. Quest’ultimo nasce in un piccolo villaggio a 25 km da Vienna, 150 abitanti, una chiesetta e una bottega. Nel 1914 cominciano ad arrivare i profughi galiziani e polacchi evacuati dalle linee belliche all’avanzata dei russi. Nel 1915 diventerà rapidamente una vera e propria città di baracche fondata sull’emergenza e la precarietà, 12.000 esseri umani di ogni provenienza, stipati in 280 per baracca. Nella cittadella veniva fornita assistenza medica ai malati ma per numerosi bambini non c’era molto da fare perchè minati e provati dalle condizioni di indigenza e debilitati dalle malattie infettive morivano irrimediabilmente. Era una città artificiale suddivisa rigorosamente in blocchi, una cucina ogni 4 baracche, una lavanderia a vapore, opifici e laboratori, magazzini, la scuola, la farmacia, gli ambulatori, l’ufficio postale e la chiesa, luogo religioso e culturale dove era possibile coltivare e mantenere in vita le tradizioni di ciascuna etnia. Per ogni internato era previsto un sussidio di 90 centesimi al giorno più la copertura dell’assistenza sanitaria e il vitto. Una gestione difficile su un così elevato numero di presenze. Alcide de Gasperi, in un suo discorso al Parlamento di Vienna, si pronunciò sulla condizione dei profughi, lamentando come il sistema li avesse isolati. Chiese che potessero liberamente scegliere tra la permanenza nelle baracche e una libera colonia; sottolineò l’importanza che i campi fossero organizzati in modo che gli sfollati potessero contare su una rappresentanza sulla base di quella dei comuni. Chiese, soprattutto, che il sussidio fosse aumentato e le condizioni di vitto migliorate. Un tentativo che non ebbe molto seguito, interrotto dalla fine della guerra, lo smantellamento delle città di legno e il rientro nelle proprie terre da parte della maggioranza dei profughi. Un’immagine storica che acquista ancora più significato se si considera il fenomeno attuale.

La Storia continua: si scappa dalla fame, dalle carestie, dalla guerra ora come allora anche se il quadro attuale differisce per modalità, impatto e conseguenze. I migranti percorrono la rotta dei Balcani (attualmente interrotta per le barriere che molti stati, come Ungheria, hanno eretto) e la rotta del Mediterraneo per approdare in Europa. Una road map mutevole, soggetta a variazioni e cambiamenti ma sempre attiva. Ogni minuto, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, 24 persone migrano: il 51% sono minori, per legge inespellibili, nel 2016 erano 25.846, dal 1 gennaio ad oggi sono 5551. Le nazionalità dichiarate allo sbarco dimostrano che i Paesi di provenienza sono nell’ordine decrescente: Nigeria, Bangladesh, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Marocco, Mali, Eritrea… Una grande rappresentanza di Stati africani, alcuni in guerra civile, della cui situazione conflittuale sappiamo poco o non ne parliamo. La Germania risulta essere il Paese più richiesto dai migranti e su 181.436 approdi in Italia nel 2016, solo poco più di 70.000 sono rimasti sul nostro territorio. I richiedenti asilo vengono inseriti in un programma di ricollocamento, sceglieranno il Paese dove poter andare e la loro richiesta dovrebbe essere valutata nell’arco dei 4-8 mesi in attesa del consenso del Paese richiesto. Attualmente le persone coinvolte nel ricollocamento sono 8876.

Dove trascorreranno questo periodo? Nel 1915 i Barackenlager austriaci fornivano rifugio agli sfollati tra disagi e difficoltà; oggi i campi profughi accolgono i rifugiati superando spesso la soglia numerica prevista tra non minori problemi. Un sottile filo rosso, dunque, che lega la storia di popoli ed epoche diverse, che dovrebbe rammentarci la nostra stessa storia. Per dirla con Churchill, “ Più puoi guardare indietro, più puoi guardare avanti”.

EVENTUALMENTE
L’antidoto della memoria per elaborare il dolore: al Magazzino 18 Cristicchi ritrova la dignità di un popolo

“Tu puoi raccontare questa storia perché sei un foresto”. È anche grazie a questo ‘lasciapassare’ se Simone Cristicchi, noto cantautore e vincitore del Festival di Sanremo nel 2007, è arrivato alla 180esima rappresentazione del suo spettacolo teatrale “Magazzino 18”. Un ‘via libera’ che Cristicchi, ospite al liceo Ariosto per un incontro con i ragazzi in preparazione allo spettacolo stesso svoltosi al Teatro de Micheli di Copparo giovedì 10 ottobre, confida essergli stato concesso dal custode dell’omonimo magazzino triestino, un luogo che egli considera “museo suo malgrado”, situato nel porto antico della città e colmo di tantissimi oggetti depositati, accatastati e abbandonati dalle migliaia di esuli istriano-fiumano-dalmati in viaggio dopo i trattati di pace del 1947.

cristicchi-magazzino-18Per Cristicchi e il suo spettacolo quella di Copparo è stata la seconda tappa ferrarese del 2015 (in occasione dello spettacolo di Cento del 6 febbraio lo avevamo intervistato [leggi] e recensito [leggi]). Il suo tour prosegue ininterrottamente da tre anni e ha visto staccare oltre centomila biglietti. “Un’esperienza che mi ha reso fiero di aver ridato la voce alle tante persone che sono state dimenticate nel tempo” ha affermato il cantante, con il suo classico stile serio e al contempo leggero e ironico, durante il racconto ai ragazzi delle origini di “Magazzino 18”.
Dopo i ricordi dell’infanzia romana e soprattutto i racconti di guerra del nonno Rinaldo, reduce della guerra di Russia, che “aveva sempre freddo e, d’estate con la copertina sulle gambe e d’inverno davanti al camino, mi raccontava le sue storie al fronte, dove le truppe combattevano contro il nemico e contro temperature che sfioravano i 50 gradi sottozero”, Cristicchi rivela di aver incominciato a voler “ascoltare e ricercare sempre più storie di uomini che la guerra l’avevano vissuta sulla loro pelle” proprio dopo la morte di nonno Rinaldo. E in questa ricerca per tutta la penisola ecco l’approdo a Trieste e la scoperta, appunto, del ‘magazzino’ e di tutte quelle vicende racchiuse in ogni singolo oggetto lì situato delle quali non si parla mai.
“Dopo quell’esperienza ho deciso di parlare di questo tema rimosso per diffonderlo soprattutto tra i giovani, poiché è importante che il passato venga tramandato e assicurato per iscritto in modo tale da renderci conto che, nonostante tutto, siamo fortunati a vivere un’epoca in cui la guerra non ci ha coinvolti direttamente” ha poi proseguito Cristicchi che, prima di portarlo a teatro, di “Magazzino 18″ ne aveva fatto una bellissima canzone contenuta nell’album “Padri di famiglia”.

Ad arricchire l’evento con qualche domanda è stato Flavio Rabar, presidente del comitato di Ferrara dell’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che ha ricordato l’importanza strategica di Ferrara in quegli anni nell’allestimento di uno degli oltre cento campi profughi sparsi in tutta Italia, sottolineando inoltre l’importanza del passaggio di Cristicchi con il suo spettacolo nei luoghi simbolo di queste vicende come l’Istria e la città di Fiume. Una piccola tournée, quest’ultima, accolta, a detta dell’autore, come “una liberazione da parte delle genti di quel popolo chiamate ancora ‘i rimasti’, un nome pesante come fosse un marchio di fabbrica stampato su ognuno di loro. Un evento importante se pensiamo che fino a poco tempo fa queste tragiche vicende non si potevano nemmeno raccontare”.
Spazio infine, partendo dall’omaggio a Sergio Endrigo – nativo di Pola – che Cristicchi mette in scena nello spettacolo, al ricordo dei tanti personaggi famosi, originari di quei luoghi, tra i quali Giorgio Gaber, Nino Benvenuti, Laura Antonelli, Ottavio Missoni, considerati quasi come simboli della rinascita di un intero territorio.
Al termine dell’incontro sono mancate le domande da parte dei ragazzi, forse appagati dalle spiegazioni forse intimiditi come in questi frangenti talvolta accade: ma la testimonianza di Cristicchi è stata intensa e a stimolare ulteriormente menti e cuori, ha contribuito poi la visione serale di “Magazzino 18”.

A Trieste approda la magia del cinema latino-americano

Il cinema è uno dei tre linguaggi universali; gli altri due sono la matematica e la musica.” Frank Capra

Abbiamo il piacere di incontrare Rodrigo Diaz, che dal 1996 dirige il Festival del cinema latino-americano di Trieste, una delle vetrine europee più prestigiose di una cinematografia rigogliosa e variegata, che, sia pure non ancora ampiamente distribuita, ha un appeal sempre più ampio tra il pubblico europeo.

Possiamo affermare che esiste un solido collegamento tra il cinema europeo e italiano e la cinematografia del continente latino-americano ?
Il cinema latinoamericano nasce da registi europei, francesi e italiani, autentici pionieri: il primo lungometraggio di animazione della storia del cinema è opera di un italiano originario di Pavia, Quirino Cristiani , emigrato in Argentina, che nel 1917 realizzò El Apóstol, una satira sull’allora Presidente Hipólito Irigoyen. Come se non bastasse, nel 1931 realizzò il primo lungometraggio animato con sonoro Peludópolis. Tanto per sottolineare le caratteristiche innovative del nostro cinema.

Esiste un filone del cinema italiano che ha influenzato il vostro?
Certamente il neorealismo italiano è stato per molto tempo l’ispirazione principale per il nostro cinema: “Roma città aperta” di Rossellini è stato, per tutti e per tanto tempo, il paradigma a cui ispirarsi. Un aneddoto: Aldo Francia, un pediatra di Viña del Mar, emigrato in Cile dopo aver terminato il Liceo a Torino, nei primi anni ’60 in viaggio in Europa vede a Parigi appunto “Roma città aperta”; ne resta così impressionato che, tornato in patria, si reinventa cineasta, e fonda quello che ancora oggi è il più importante Festival di cinema esclusivamente dedicato al cinema latinoamericano, appunto il Festival di Viña del Mar. Una piccola curiosità: nel 1969 Ernesto Che Guevara, ucciso l’anno precedente in Bolivia, fu nominato presidente ad memoriam del Festival.
Lo stesso Aldo Francia realizzò due classici del nostro cinema: “Valparaíso mio amor”, omaggio alla città, e “Ya no basta con rezar”, che fu un manifesto dell’impegno sociale dei cattolici per il superamento delle ingiustizie sociali.

Altre influenze tra il nostro e il vostro cinema?
Il Centro sperimentale di cinematografia è stato da sempre un punto di riferimento per i nostri autori: figure note a chi conosce la nostra storia, personaggi come Fernando Birri, i cubani Julio García Espinosa eTomás Gutiérrez Alea, coscienza critica delle Revolución, autore tra l’altro di “Fragole e cioccolato”, abbastanza distribuito in Europa, sulla repressione della omosessualità, e dello spassoso e grottesco “La morte di un burocrate, un carro funebre in giro per Cuba”, si sono tutti formati al Centro, come anche il Nobel Gabriel García Márquez. Evidenzio infine la grande influenza di Cesare Zavattini sui nostri cineasti, per quanto riguarda le tecniche di sceneggiatura e di ripresa.

Quale è lo stato del vostro cinema?
A mio parere è un cinema con una grande varietà tematica; vedi, per troppo tempo in Europa si pensava a noi come un cinema ‘impegnato’, con una spiccata vocazione sociale, insomma a un cinema monotematico. Invece il nostro è un continente con una grande vitalità, e il nostro cinema attuale rispecchia questa varietà e questa esuberanza. Anche i festival europei hanno grande attenzione; Cannes in primis, ma non dimentichiamo al Festival del cinema di Roma l’affermazione di “Un cuento chino” di Sebastián Borensztein.

Per finire, notizie sulla prossima edizione del Festival?

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La locandina dell’edizione 2014

Il Festival del cinema latinoamericano, nato nel 1985, ha trovato, dopo qualche peregrinazione, la sua sede di elezione a Trieste; un contesto favorevole e ideale per la bellezza della città, crocevia internazionale di cultura, con un pubblico attento e competente; possiamo vantare infine sulla ottima e fattiva collaborazione con le istituzioni locali. Dal 17 al 25 ottobre dunque appuntamento a Trieste, nelle prestigiosi sedi del Museo Revoltella e del Teatro dei Fabbri, per un Festival dedicato a Gabriel García Márquez, del quale stiamo ricostruendo le sceneggiature originali tratte dai film, che andranno ad arricchire l’archivio del Festival, realizzato in collaborazione con la Università di Trieste.

 

Per saperne di più sulla prossima edizione del Festival del cinema latino americano di Trieste clicca qui.

partigiano

Il condottiero

Gaetano Collotti era un bel tipo. Ufficiale di polizia, comandava le brigate nere a Trieste durante la guerra. Era un poliziotto pieno di spirito e di belle idee, soprattutto gli piacevano le donne, le partigiane erano il suo boccone preferito, quando ne vedeva una la prendeva, la portava, o se la faceva portare, nel suo ufficio e poi cominciava il giuoco preferito. Il suo giuoco preferito era la tortura: al processo per i crimini nazifascisti commessi alla Risiera di San Sabba a Trieste, una testimone, vecchia partigiana, quindi boccone preferito di Gaetano Collotti, raccontò che l’ufficiale la mise seduta alla sua scrivania, la denudò, poi aprì un cassetto e le face mettere i seni dentro il cassetto, che poi chiuse con forza sì che i capezzoli rimasero schiacciati in mezzo.
Collotti, capo della famigerata “banda Collotti”, terrore di Trieste, che era di stanza nella nota “Villa Triste”, dove si commettevano le più spietate gesta fasciste, venne giustiziato dai partigiani dopo il 25 aprile del 1945, nel suo ufficio, dietro la sua scrivania, teneva come reperto religioso un mazza da baseball, arma che era stata data a un soldato polacco, un uomo enorme, ingaggiato dai tedeschi, al quale era stato affidato il delicato ruolo di boia. Il massacratore stava dietro la porta di una cella al pianterreno della Risiera e aspettava che si aprisse la porta e fosse spinto dentro un prigioniero condannato alla morte, appena la vittima entrava partiva la grande botta del boia, una mazzata terribile in faccia e buona lì: soltanto mesi più tardi furono inaugurate le esecuzioni di massa, oddìo ancora rudimentali, i prigionieri (partigiani, ebrei, slavi) venivano ammassati dentro alcuni camion, con i tendoni ben sigillati e il tubo di scappamento con la proboscide infilata all’interno, poi venivano accesi i motori e pochi minuti dopo i prigionieri venivano estratti cadaveri. Tutti asfissiati.
I testimoni al processo raccontarono che sentivano urla strazianti, i nazifascisti no, non sentivano niente loro, avevano un delicato compito da portare a termine. D’altra parte c’erano ordini precisi in questo senso: nel ’42 il governatore dell’Istria Battisti, figlio dell’eroe, scrisse a Mussolini dicendogli che, per controbattere l’attività partigiana in quella zona c’era soltanto da “eliminare” tutta la popolazione “autoctona” e il duce rispose con un succinto telegramma: “Si proceda” (la lettera e il telegramma sono negli archivi di Stato).
Fu così che nell’isola di Arbe i fascisti rinchiusero quasi cinquemila prigionieri , soprattutto donne, bambini e vecchi, che furono lasciati morire di fame: un eccidio che la nostra storia non ricorda. Ma la nostra storia viene continuamente vagliata, controllata e aggiustata dal potere, sempre di destra. E’ un discorso lungo, lo faremo. Ma, tanto perché non si pensi che queste righe siano dettate da ideologia estremista, è sufficiente raccontare ciò che avvenne durante una festa nazionale nel 1950, quando, a Palermo, lo Stato italiano consegnò ai familiari del palermitano comandante Collotti la medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Così vanno le cose.

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