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Pari opportunità ante litteram

A volte sembra che i lunghi millenni abbiano avuto la capacità di far dimenticare temporaneamente antiche usanze e modi di vita, anche scontati al tempo, per poi farne oggetto di intuizioni o invenzioni solo in apparenza nuove. Le dure lotte femministe che hanno segnato in maniera indelebile i secoli scorsi potrebbero non essere altro che rivendicazioni di una condizione già vissuta in passato dalle donne, perlomeno in qualche società.

E non è necessario andare alla ricerca di chissà quale enigmatica civiltà in giro per il mondo. Proprio l’Italia, fra le varie miriadi di primati e unicità che ha sempre potuto vantare, ci regala un esempio di convivenza pacifica e di successo tra antiche donne e uomini. Una storia lontana nel tempo ma vicina nello spazio, molto vicina. I Greci consideravano il fatto degno di biasimo, poiché del tutto opposto rispetto al proprio modo di vedere la realtà.

I barbari Etruschi, dicevano, reputano le donne al pari degli uomini, tanto che è loro concesso di aver cura del corpo e di mostrare in pubblico comportamenti libertini o non decorosi. Le fonti vanno lette, tuttavia, con gli occhi delle persone di quell’epoca, intrisa in Grecia di maschilismo ed ellenocentrismo. Dalle testimonianze, dunque, ciò che risalta è la profonda differenza che Greci ed Etruschi dimostravano riguardo il gentil sesso, sottomesso dagli uni e rispettato dagli altri. Una bella storia, una bella favola d’altri tempi se non fosse che l’archeologia è riuscita, quasi senza volerlo, a trasformare in veritiero quello che poteva apparire semplicemente come il tentativo di accentuare con forza le differenze tra i civili Greci e i barbari d’Occidente.

Spina, grazie alla documentazione recuperata dalla necropoli e dall’abitato, ha fornito a chi studia l’antichità un notevole e originale apporto, arricchito dal particolare melting pot che costituiva l’identità della città padana – Etruschi, Greci, Celti, Veneti e non solo – . Dalle tombe rinvenute sono emerse situazioni di unioni matrimoniali, con oggetti prodotti ad Atene, in grado di attestare rituali e pratiche provenienti dall’Ellade, dove le nozze rappresentavano un momento importante per le donne, così come nell’italica Etruria. Ma vi sono anche possibili segnali di un inaspettato ruolo imprenditoriale rivestito da alcune signore, che purtuttavia non rinunciavano alle tradizionali attività femminili quali la tessitura, prerogativa delle donne per eccellenza. Il commercio, la guerra e la politica erano compiti che spettavano all’uomo, mentre dentro casa a governare era nel mondo antico la donna, amante della lavorazione della lana e istruita a tal proposito sin dalla tenera età. Una lavorazione che richiedeva pazienza e dedizione, e che poteva essere mitigata da ancelle se la famiglia era altolocata. Si è però ipotizzata una suddivisione dei compiti che se confermata sarebbe sorprendente: le donne spinetiche sarebbero state per la maggior parte filatrici, e la tessitura sarebbe stata in mano a figure specializzate che usavano telai comuni.

In qualità di padrone di casa e responsabili dell’educazione della prole, le donne etrusche erano pure chiamate alla gestione dei banchetti, essendo punto di riferimento per la servitù. Al contrario delle donne greche, prendevano parte a tali situazioni anche in presenza di uomini e gente straniera, e bevevano inoltre il vino; ma la dissonanza da evidenziare è un’altra. La donna etrusca veniva in questo modo a conoscenza dei contesti politici e degli accordi che gli uomini stabilivano nei momenti conviviali. Innegabile è però quella che da sempre rappresenta per antonomasia la caratteristica principe, in special modo, dell’universo femminile. Si tratta, naturalmente, degli ornamenti dedicati al corpo, costituiti da oggetti rimovibili – è il caso dell’abbigliamento – o permanenti – come i tatuaggi – . A Spina, in particolare, sono affiorati gioielli che hanno accompagnato le donne anche nell’aldilà, ammirabili più di duemila anni dopo nella Sala degli Ori di Palazzo Costabili, sede del Museo Archeologico di Ferrara.

La presunzione della società odierna decade di fronte all’evidenza dell’antico: forse che dovremmo imparare qualcosa da chi era più arretrato tecnologicamente?

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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L’OPINIONE
Sveglia ‘itagliani’, c’è un’immensa bellezza da salvare

(pubblicato il 28 luglio 2016)

Eppure solo qualche centinaio di chilometri separa l’Alto Adige da Roma capitale (della sporcizia). Non pretendo che, come a Vipiteno, lungo la passeggiata che porta al centro città ci siano i distributori gratuiti dei sacchetti per le deiezioni (vulgo cacca) degli amici pelosi, né che dentro ai vicoletti la pulizia sia tanto accurata che nemmeno una traccia di minzioni (vulgo pipì) post bevute di birra ci riveli la presenza dei giovani gaudenti. E naturalmente lo sconcerto riguarda non solo Ferrara ormai celebre per i vicoli maleodoranti e vomitosi e ora per l’oscena defecazione umana dentro la Cattedrale, né Firenze sporca per le ‘delizie’ culinarie consumate sui gradini delle chiese e dei monumenti che l’hanno (l’avevano) resa capitale del Rinascimento.
Mi dicono amici cari che abitano a Roma in luoghi storici, dove un tempo abitò il più grande scrittore ferrarese del Novecento, che ormai è quasi impossibile camminare per le strade invase dalla sporcizia e dal degrado. Con centri di raccolta dei rifiuti lontanissimi dal luogo in cui si abita e che a forza occorre raggiungere se non si vuole essere sommersi dalla sporcizia, ormi divenuta simbolo della città. Così Pompei chiude, Galleria Borghese è visitabile solo su prenotazione per alcune ore al giorno e, a poco a poco, il mito di Roma inventato nell’Ottocento, la patria comune da cui tutti discendiamo, compresa la Merkel, si frantuma nella stanca parlata romanesca di un popolo ormai indifferente a tutto e a tutti.
Dalle tavole dell’hotel dell’Angelo s’alza un vocio romanesco. Si elogia il cibo, la vista e la frescura e s’inneggia al ponentino che non c’è più e si riapre l’eterno elogio del tempo passato. Ma è tutta colpa della politica o della scelta di una città, dei suoi abitanti e del suo territorio? Come per quel che succede nella mia città a proposito della banca di riferimento. E’ questione di chi l’ha gestita o della connivenza di tutti noi che appena siamo sicuri d’aver raggiunto un traguardo lo dimentichiamo in nome di un prestigio che forse non abbiamo mai posseduto? Tanto è vero che celebriamo non tanto la vera grandezza della nostra storia, vale a dire il cosiddetto Medioevo, quanto in modo quasi ossessivo un Rinascimento complessivamente mediocre, se non ci fossero stati i due più grandi poeti della modernità a celebrare una dinastia complessivamente rozza e inaffidabile.
Queste note, ovviamente amplificate da una specie di ferita mai chiusa sulle magnifiche sorti e progressive che dovrebbero essere all’attenzione e al centro dell’idea di identità che sembra invece sfaldarsi in un degrado e non avere mai fine, trovano un conferma nel prezioso lavoro (che di fatto è una tra le più grandi scoperte di questo secolo) di un antichista inglese celeberrimo, appena scomparso, Martin West, che ha fatto conoscere al mondo alcuni versi tra i pochi sopravvissuti di Saffo: “il mio cuore è cresciuto pesante, le mie ginocchia non mi sostengono/ loro che una volta erano agili per la danza come quelle dei cerbiatti”. Questa potrebbe essere la metafora più evidente del declino di Roma, della sua eredità e anche della condizione umana e intellettuale di chi scrive queste note. C’è una specie di stanchezza, etica prima di ogni altra ragione, che pervade chi per una specie di dovere-diritto ha scelto di lavorare nella storia e per la storia. E ora s’accorge che il disprezzo e l’irrisione è ciò che resta di questa missione così amata e così, ora, disprezzata.
Rendere Roma, Firenze, Ferrara luoghi adatti alla spazzatura reale e metaforica non è solo colpa di chi ci governa e di ogni tipo di mafia, ma è colpa grave e ineliminabile ascrivibile al carattere degli italiani. E certo non basta che Alessandro Gassman proponga una specie di ‘fai da te’ per ripulire Roma. Se non c’è la volontà innata di salvare la bellezza che è la forma più alta di realtà. Perciò italiani, smettetela di fare gli ‘itagliani’!

Immagine: Reuters, The Economics Times

Col fiato sospeso per le storiche corse del Palio di Ferrara

A qualcuno potrà sembrare una tradizione vecchia e ripetitiva ma, ad essere sinceri, del Palio non ci si stanca mai… secula seculorum. E l’espressione non è fuori luogo, visto che il Palio risale al 1259 e che testimonianze del Palio di Ferrara si possono trovare negli splendidi affreschi del Salone dei mesi di Palazzo Schifanoia e nei racconti di Ludovico Ariosto ne “L’Orlando Furioso”, di cui quest’anno ricorrono i 500 anni dalla sua prima edizione, avvenuta proprio a Ferrara il 22 aprile 1516.

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Palazzo Schifanoia, Salone dei mesi: il duca Borso d’Este guarda la corsa dei putti

E’ praticamente impossibile non scaldarsi durante le gare ed esultare di felicità quando il proprio beniamino vince. E, anche se non si appartiene a nessuno degli otto rioni che si contendono la vittoria, non si può non subire il fascino del corteo storico che rievoca i fasti rinascimentali, mettendo in scena cavalieri e dame, duchi e popolane, saltimbanchi e cortigiani, uno spettacolo nello spettacolo.

Dopo un mese intenso di rievocazioni – la Benedizione dei palii, le gare degli sbandieratori, omaggi al duca e cene – domani in Piazza Ariostea si svolgeranno le avvincenti gare del Palio storico di Ferrara: la corsa delle putte, dei putti, delle asine e la prestigiosa corsa dei cavalli.

Dal comunicato stampa di Ella Studio di Carla Soffritti e C.

IMMAGINARIO
Ingredienti estensi. Il ciottolato.
La foto di oggi…

Di ogni varietà di cioccolato, nocciolato o mandorlato, nougatino o gianduiotto, chi visita la città è certamente ghiotto, poiché ne è lastricata ogni strada, rivestita ogni contrada.

In foto: pavimentazioni in  rustico acciottolato in pietre di fiume, tipico della città medievale.

Vedi l’Immaginario correlato: Il cotto.

OGGI – IMMAGINARIO FOTOGRAFIA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

 

LA NOTA
Alla luce di un lampione

Ferrara in questi giorni è bellissima, pesantemente afosa, ma bellissima. In alcune ore della giornata è deserta, un paesaggio quasi surreale. Solo le cicale sembrano avere il fiato che manca a quelle poche anime che si aggirano accaldate per i vicoli della città. Se poi è un venerdì sera di fine luglio, l’effetto è amplificato dall’assenza di chi è scappato verso i lidi alla ricerca di un qualche refrigerio lontano.
Tornando ogni tanto, dai freschi fine settimana moscoviti, mi piace aggirarmi per i viottoli antichi da sola, in compagnia della mia fulminea macchina fotografica e del mio taccuino curioso e colorato. Anche un lampione ha la capacità di incuriosirmi e di scatenare la mia fantasia libera e leggera in questi ultimi scampoli di vacanze. Non è il caldo che dà alla testa, ma il fascino del girovagare senza pensieri. I lampioni sono tanti, pronti a illuminare la città, in attesa di lanciare qualche raggio di luce a una coppia che lì sotto si bacerà romanticamente e appassionatamente, a due amici chiacchierini che parleranno del loro futuro, a un’anziana e simpatica signora che passeggerà con il suo cocker dolorante.
Quei lampioni hanno visto tanto, storie di una città che ride e che soffre, aliti di parole di chi si è lasciato e di chi si è ripreso, al fioco bagliore di quella luce incantata. Sotto di loro domande di fidanzamento, un bacio appassionato, promesse di amore eterno. Un bambino che apre una caramella, un braccialetto donato all’amichetta dai boccoli biondi, una lettera misteriosa aperta all’improvviso, una pagina di giornale che comunica un lieto evento, un cagnolino che fa pipì. E poi una zanzara schiacciata, una mosca scacciata, un signore che cerca di pulirsi la scarpa dal chewing-gum lasciato cadere da un punk scriteriato, una carezza nell’ombra rubata al tramonto della sera. Un viaggio che si progetta, un film che è piaciuto, un libro sfogliato che ha ridato una forza perduta, un messaggio lasciato in una bottiglia di birra, un biglietto del pullman regalato a chi percorrerà centinaia di chilometri per rivedere la sorella in Ucraina. Scambi di doni, scambi di pensieri, di parole, di speranze, di gioie, di dolori, di amori, di amicizie, di giorni e di vite. Questo sono i lampioni di Ferrara. Sotto di essi il tutto. Che felicità.

L’OPINIONE
Elogio dell’incuria

Caro direttore, non so se scrivo in qualità di collaboratore o lettore, fa lo stesso.
Ho seguito con attenzione le proposte di Ferraraitalia per migliorare Ferrara, ne hai parlato tu, lo hanno fatto Stefania Andreotti e, per ultimo, Giovanni Scardovi. Mi aggiungo alla lista. Conosci bene il mio girovagare per la città. A tal proposito lasciami dire che quello che amo di Ferrara ha a che fare con i segni del tempo sul suo corpo. In questo senso, Ferrara mostra una parte di sé che altre città hanno perso. Il corpo di Ferrara ha il suo salotto buono, il suo volto. Poi ci sono luoghi come il giardino delle duchesse, lo sterrato fra l’abside della chiesa di San Paolo e la torre dei Leuti, su cui ci ha portato a riflettere Stefania. Oppure le mura, Sant’Antonio in Polesine, i vecchi archi della chiesa di Sant’Andrea su cui sorge la scuola media Dante Alighieri.
Ci sono luoghi fatti di terra cotta, malta e poesia. Io amo la loro forza evocativa. La loro capacità di testimoniare il nostro rapporto col tempo. Da questo punto di vista Ferrara, per la sua storia, è unica. In certi luoghi l’uomo dovrebbe limitarsi a conservarli bene, in altri dovrebbe osare coraggiosamente. Ma troppo volte ciò ha significato svuotare e imbalsamare i centri storici, renderli sterili giostre e finti parchi artistici oppure snaturarli e distruggerli.
In certe strade di Ferrara mi torna alla mente Fortini: “Penso con qualche gioia / che un giorno, e non importa / se non ci sarò io, basterà che una rondine / si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti / irreparabilmente, quella volando via.”

Credo dovremmo imparare a limitare la nostra invadenza e a esercitare lo sguardo: le case, le strade, i selciati, gli alberi, stanno lì a testimoniare, basterebbe saperli osservare. Io amo la città dei calzolai, degli artigiani, dei piccoli librai, anche se hanno la saracinesca imbrattata e sporca. Amo via Saraceno e il suo asfalto, le facciate consunte, i fossi: significa che su quella strada, ogni giorno, passa la vita. È la parte di Ferrara che non ha l’assillo di apparire. Quella vera, autentica. E vorrei i bambini, che tornassero a giocare a pallone per strada, ieri ce n’erano due in San Romano, usavano, quale porta, l’ingresso di una chiesetta.
Il mio forse è un elogio dell’incuria. Non vorrei che questi angoli, da luoghi unici, divenissero spazi edulcorati simili a tanti altri.
Piuttosto aprirei la città agli studenti, cercherei di trattenere le tante persone di valore che dopo la laurea scelgono altre città. Ferrara ha bisogno di uscire dal suo dolce isolamento. Di trattenere designer, architetti, poeti, scultori, giornalisti, fotografi. Occorrerebbe fornire loro degli studi a prezzi agevolati. Ferrara deve diventare una vera città della cultura, ossia di apertura, ma agli eventi culturali troppo di rado vedo coinvolti i giovani, gli studenti.

Allora, difendiamo la città dagli uomini. Distinguiamo il degrado dalla magia dei luoghi. Quindi, difendo l’incuria, anche l’abbandono, quando testimonia la vita contro il suo simulacro.

IL FATTO
Castello in lutto: Unesco lancia #Unite4Heritage, Ferrara si associa

Oggi il Castello Estense è listato a lutto. Chiunque, un po’ attento, vi passi davanti si chiederà perché e troverà la spiegazione nel pannello antistante. Certo, perché anche la nostra bella città sostiene la campagna Unesco contro la distruzione del patrimonio storico-artistico che si sta perpetuando in Nord-Africa e in gran parte del Medioriente. E una città che è stata inclusa nella lista dei Siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco (al centro storico di Ferrara il prestigioso riconoscimento è stato conferito nel 1995, con la denominazione “Città del Rinascimento” ed, esteso, nel 1999, al territorio del Delta del Po e alle Delizie estensi) non poteva non unirsi all’appello. Un drappo nero cingerà i più significativi monumenti del Patrimonio Unesco italiano per testimoniare lo sconcerto e lo sgomento conseguente alla sistematica e brutale distruzione di beni storico-culturali in Medio Oriente, molti dei quali inclusi nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità, ad opera delle falangi armate dell’Isis. L’associazione Beni italiani patrimonio mondiale Unesco manifesta così il suo cordoglio per le vittime civili e lo sdegno della comunità internazionale di fronte a questa incivile e insensata barbarie. Il Direttore Generale dell’Unesco Irina Bokova, ha, infatti, lanciato ieri, al Cairo, la seconda fase della campagna “#Unite4Heritage dal Museo di Arte Islamica (Mia) di Babul Khalq, danneggiato da un’autobomba nel gennaio 2014, durante l’anniversario della rivoluzione del 2011. Si vuole rinnovare l’alleanza tra società e patrimonio storico-artistico e lanciare un forte e preoccupato grido di allarme contro la distruzione della storia che sta avvenendo in Iraq, in Nord-Africa e che ora minaccia anche la stupenda Palmira, in Siria. La scelta del Museo del Cairo non è casuale, se si consideri non solo la ferita da esso subita nel 2014, ma il ruolo di culla della civiltà e della cultura che da sempre l’Egitto ricopre, nella storia.
Anche il nostro Castello Estense è solidale, allora, lui stesso simbolo della storia e dell’identità di ogni ferrarese oltre che di ogni italiano che si specchi nelle sue sale e nelle sue dolci acque. Ferrara c’è.

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Film, foto, riviste, costumi… “Nella mia cineteca privata ci sono 750mila reperti”

“Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate” (Alfred Hitchcock)

2.SEGUE – Continua la nostra conversazione con Graziano Marraffa, esperto di cinema e direttore dell’Archivio storico del cinema italiano che nella sua cineteca privata conserva 750mila reperti fra film, foto, riviste, costumi di scena, articoli…

Eravamo rimasti all’archivio, come è riuscito a raccogliere una quantità così imponente di film?
Come dicevo, le pellicole venivano distrutte di norma dopo l’utilizzo; considerato che un tempo la distribuzione dei film era molto più lunga (prime, seconda, terza visione, poi d’essai e parrocchiali), normalmente tale periodo era di 5 anni; si salvavano solo le copie in deposito alla Cineteca nazionale e qualcuna conservata a livello personale. Io ero diventato un frequentatore delle distribuzioni: ricordo una volta che, in un cortile vicino alla stazione Termini, salvai dal tritatore le ultime copie de “La tempesta” di Lattuada e “Il boom” di De Sica; ho raccolto anche una enorme quantità di trailers con scene inedite.

Ma perché è così importante vedere un film in pellicola, visto che li possiamo vedere anche in dvd, alla televisione, su Internet e ora anche su smart phone?

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Conservazione delle pellicole in una delle vecchie sedi vecchia sede dell’Archivio storico del cinema Italiano.

E’ importante che un film sia conservato nel suo formato originale; così come per un dipinto la vera visione è quella dalla tela, come per una opera musicale lo è l’ascolto in sala dal vivo, così per un film l’esperienza originale è quella della visione da pellicola su grande schermo; tutte le fasi di realizzazione e regia del film, le luci, il tipo di fotografia, la scelta degli obiettivi, lo sviluppo e la stampa, sono tutte concepite in funzione di quella resa estetica; senza considerare che il cinema su grande schermo comporta una visione collettiva e una sinergia con il pubblico. Emozionarsi, o ridere, in una platea affollata e sinergica, è esperienza diversa da una visione solitaria. Tutte le alternative di visione inevitabilmente ci allontanano dalla pura fruizione dell’opera, insomma sono un surrogato.

Cosa ne pensa della nuova tecnologia digitale?
La tecnologia attuale del Dcp (Digital compact package, ndr) è basata su una definizione in 4 K, mentre quella su pellicola era di 10 K; questa caratteristica, con altre, ha conseguenze sulla articolazione delle sfumature dei colori, sulla densità e sul risultato finale della qualità fotografica; l’immagine del cinema digitale, a mio parere, ma è opinione diffusa nel mondo del cinema, si propone in modo più piatto, con una forte attenuazione della percezione della profondità di campo. Forse col tempo questo handicap sarà superato, ma per ora c’è.
Consideriamo poi che una pellicola ben conservata ha una durata garantita di tutte le informazioni di oltre 100 anni, mentre per questi nuovi supporti i limiti non sono ancora ben noti e sperimentati; la loro conservazione richiederà una attenta attività di aggiornamento degli archivi digitali, con il pericolo che, se non ben tenuti e aggiornati, se ne possa nel tempo perdere la memoria.
Una vecchia foto da rullino messa in un cassetto resta lì anche dopo decenni; che fine hanno fatto invece le migliaia di foto che abbiamo scattato con la digitale? Questo il rischio dei film in digitale.

Ci accenni qualcosa sulla attività di restauro delle pellicole, che spesso salvano e valorizzano opere a rischio ?
Le operazioni di restauro partono sempre dal negativo originale; per il bianco e nero, basato sulla scala dei grigi, ha portato a risultati strabilianti, come nel caso del recupero quasi integrale di una copia de “La dolce vita di Fellini” o di Salvatore Giuliano di Rosi. Anche in questo caso, notiamo che il trasporto su digitale di vecchie pellicole ha dato spesso grandi problemi sulla resa cromatica e sulla grana naturale delle immagini.

E se, dopo questa chiacchierata, qualcuno fosse contagiato dalla voglia delle pizze…cinematografiche si intende ?
L’avvento del Dcp ha portato le macchine da proiezione tradizionali, e i relativi supporti, ad essere improvvisamente obsoleti; i prezzi sono divenuti assolutamente accessibili, e sono una ottima occasione per privati, enti, associazioni e appassionati di recuperare e godere di una tecnologia di grande prestigio e qualità; come per il vinile nella musica, che ha ora un grande ritorno, anche la pellicola, ne sono certo, in qualche modo vivrà.

Insomma, da sacerdote della memoria filmica, quale è la sua missione?
Vorrei realizzare un centro di studi e documentazione sulla storia del cinema italiano, aperto e fruibile con una specifica attenzione verso i giovani; anzi, invito a contattarmi per ogni esigenza o curiosità scrivendo a archiviocinemaitaliano@yahoo.it

Di seguito alcuni manifesti originali conservati all’Archivio storico del cinema italiano di Roma. Clicca le immagini per ingrandirle. Si ringrazia Graziano Marraffa per la gentile concessione.

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Leggi la prima parte

Il caso Moro secondo Gotor

Miguel Gotor, protagonista del terzo appuntamento del ciclo “Passato Prossimo”, dedicato ai 55 giorni del rapimento di Aldo Moro, nella doppia veste di storico che ha dedicato alla vicenda due volumi, “Lettere dalla prigionia” e “Il memoriale della Repubblica” (entrambi editi Einaudi), e relatore al Senato della legge che ha istituito la terza Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro.

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La copertina de ‘Il memoria della Repubblica”

E’ in qualità di storico che risponde alla domanda del costituzionalista ferrarese Andrea Pugiotto sulle motivazioni che lo hanno spinto, lui storico moderno avvezzo alle storie di Papi, Santi ed eretici, a questa incursione nella storia contemporanea. Gotor si è definito “esperto degli anni ’70 del ‘500 e degli anni ’70 del ‘900”, spiegando poi che secondo lui esistono due tipi di storici “gli storici che credono al tempo e gli storici che credono ai problemi”: “Io appartengo a questa seconda genia” affezionata a “una problematicità che prescinde dal tempo cronologico”. Ad accomunare martiri ed eretici del ‘500 e la vicenda di Moro è, per Gotor, l’essere “morti carismatici, che con la propria morte violenta hanno testimoniato la moralità della propria vita”: “a me interessa studiare non tanto come gli uomini vivono ma come muoiono e come le comunità riflettono su queste morti, indagare la morte di un uomo e le sue ragioni per comprendere l’essenza della sua vita”. L’altro tema è quello del “come un potere controlla i testi”: il potere di censura dell’Inquisizione era un condizionamento paragonabile a quello che le Br esercitavano su Moro prigioniero. “Mi sono posto il problema della libertà di un autore” che è sempre condizionata “dai contesti, dalle situazioni, dai ruoli”.

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Copertina del libro “Lettere dalla prigionia”

Ed è ancora lo storico a illustrare le due principali chiavi interpretative della vicenda Moro: una è la “connotazione spionistico-informativa” del rapimento che porta a pensare che durante quei 55 giorni possano essere stati a rischio non solo la sicurezza nazionale, ma gli equilibri internazionali; l’altra è la sua peculiare natura non di “regicidio classico”, ma di vera e propria operazione di delegittimazione “della moralità del progetto di Moro”. Secondo Gotor il segretario della Dc aveva compreso sia che il sistema di governo era ormai in crisi, sia che il paese non era ancora pronto per l’alternanza, perciò “voleva provare a consolidare la democrazia italiana allargandola e facendo con i comunisti ciò che aveva già fatto con i socialisti negli anni ‘60”. Tale delegittimazione avviene, per Gotor, attraverso una “oculatissima operazione di comunicazione” volta a creare “un vero e proprio trauma: ‘non ci provate più!’ è il messaggio”.

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Miguel Gotor

È, invece, il senatore del Pd che risponde “imbarazzato” alla domanda sul perché dare vita a una nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. L’imbarazzo deriva sia dalla “evidente distonia di carattere politico fra mezzi e fini”, dato che la commissione dovrebbe lavorare con un budget di circa 14.000 euro l’anno per tre anni, ma anche dall’idea di fondo con cui ha scritto i due volumi: “dopo più di 30 anni è finito il tempo della magistratura e della politica, deve iniziare il tempo della storia”. È diventato “parte attiva di questa surrealtà” solo per modificare la proposta legislativa di alcuni deputati che avrebbero voluto “una commissione monocamerale” senza i senatori, “non perché credo che 36 anni dopo la qualità della nostra conoscenza possa aumentare grazie alla commissione”.
Non saprei dire se sia lo storico o il senatore o entrambi a lanciare l’ultimo lapidario giudizio sulla “patologia tutta italiana” che affligge i “rapporti fra cittadini, istituzioni, memoria e politica” e che sembra “far sparire dalla riflessione sul caso Moro le Br e il ‘partito armato’ per concentrarci su Dc e istituzioni. È come nella vicenda della trattativa, dove a scomparire totalmente dal radar pubblico civile sono i mafiosi”. A questo punto Gotor domanda: “a che interesse risponde ciò?”

L’INTERVISTA
Premio Bassani: Macke, ‘Creare una nuova Europa sugli ideali di Italia Nostra’

Il Premio è stato istituito da Italia Nostra in onore di Giorgio Bassani, presidente nazionale dell’associazione dal 1965 al 1980, nel decennale della scomparsa (2010). Di carattere nazionale e con cadenza biennale, il premio è destinato a uno scrittore-giornalista distintosi negli ultimi due anni per i propri scritti o per interventi a favore della tutela del patrimonio storico, artistico, naturale e paesaggistico del Paese.

Per entrare profondamente nella visione e nel contesto del Premio, abbiamo intervistato Carl Wilhelm Macke, unico giornalista tra i componente della giuria, di nazionalità tedesca, grande amico di Giorgio Bassani e Paolo Ravenna, amante della nostra città al punto di vivere tra Monaco di Baviera e Ferrara.

Come amico ed estimatore di Bassani, come definiresti questo Premio?
Giorgio Bassani scrive racconti e romanzi fino attorno agli Settanta, poi si dedica quasi totalmente a Italia Nostra, producendo un’enorme quantità di scritti sulla tutela del patrimonio del nostro Paese. In questo senso, si può dire che questo premio è dedicato al ‘secondo’ Bassani.

Tu sei uno scrittore e un giornalista tedesco, probabilmente hai quindi un punto di vista molto particolare rispetto ai componenti italiani della giuria, cosa significa per te Italia Nostra e il Premio “Giorgio Bassani”?
A chi mi chiede perché sono diventato socio di Italia Nostra pur essendo tedesco, rispondo che l’Italia ha il 65% del patrimonio europeo in termini di beni culturali e quindi, a pensarci bene, tutti gli europei dovrebbero asserire che “l’Italia è Nostra” e farsi soci. Anzi, vorrei ribaltare il ragionamento: forse Italia Nostra è un po’ poco, sarebbe meglio chiamare l’associazione Europa Nostra e creare una nuova Europa sugli ideali di Italia Nostra.

Non è possibile replicare il modello di Italia Nostra in Germania o in altri Paesi europei?
Me l’hanno chiesto varie volte in Germania, nelle interviste o tra colleghi. Ci ho pensato molto e la risposta è no: non è possibile perché manca il contesto in cui l’associazione è nata e attualmente si scivolerebbe facilmente nel nazionalismo. Italia Nostra ha una storia antifascista: è nata nel dopoguerra, negli ambienti dell’alta borghesia romana, fiorentina e milanese, con una connotazione decisamente democratica, europeista e antifascista. Se si proponesse, ora, di fondare nel mio Paese, un circolo chiamato Germania Nostra, si rischierebbe di richiamare tutte quelle componenti neo-naziste della società. Questo perché è l’idea della nazione che è molto diversa. Quindi, di nuovo, la cosa migliore sarebbe esportare lo spirito di Italia Nostra, quella particolarissima e forte eredità che Bassani e Ravenna ci hanno lasciato, in Europa.

Si potrebbe allora aprire la giuria anche ad altri componenti stranieri…
Assolutamente sì, sarebbe una grande svolta.

Tornando al Premio, come avviene la selezione dei candidati e che tipo di lavoro c’è dietro al Premio? Quale, in due parole, il ‘back stage della premiazione’?
Tutte le sezioni di Italia nostra sono invitate a fare una proposta, indicando uno scrittore/giornalista e inviando i nominativi agli uffici centrali di Italia Nostra a Roma. Qui vengono raccolti tutti i materiali relativi alla produzione scritta dei candidati, sia on line che off line, e inviati ai componenti della giuria che hanno il compito di leggere e valutare. Purtroppo quest’anno abbiamo solo quattro candidati, nelle edizioni precedenti ne avevamo una decina. Le candidature sono segrete, noi della giuria ci ritroveremo sabato mattina al Caffè Europa per un ultimo confronto vis-à-vis e la decisione finale.

Avete già un’idea di chi sarà il vincitore?

Io personalmente ho già la mia proposta, ma staremo a vedere.

Quali criteri utilizzate per la scelta?
Personalmente, non essendo esperto né di arte né di temi quali l’ambiente e il paesaggio, esprimo un giudizio puramente letterario-giornalistico, mi concentro sulla qualità della scrittura e soprattutto sull’impegno civile che emerge dalla produzione dei candidati. Sul riconoscere l’impegno civile sono stato ‘formato’ molto bene dall’Avvocato Paolo Ravenna, grande amico di Bassani, primo presidente e fondatore della sezione di Italia Nostra a Ferrara. Paolo Ravenna era una persona di una intelligenza finissima, molto rigoroso e geniale: le sue intuizioni, le sue idee e i suoi progetti per Ferrara, basti pensare alla restituzione storica delle Mura e all’Addizione verde del Parco urbano, ricordano la lungimiranza dei duchi Estensi di epoca rinascimentale. Sia Bassani che Ravenna avevano, inoltre, una mentalità un po’ anglosassone: da loro ho imparato a distinguere tra la retorica del fare e la sobrietà dell’impegno civile, tra imperativi meramente estetici e obiettivi di grande respiro.

Per concludere, quali sono quindi gli ideali che stanno alla base dell’impegno civile di Italia Nostra?
Direi gli stessi su cui si basavano Bassani, Ravenna ma anche altri grandi intellettuali italiani, come per esempio Pier Paolo Pasolini, che tra l’altro era un grande amico di Bassani: sentirsi italiani, legati alle proprie origini ma senza cadere nel nazionalismo; essere aperti, pensare in grande, a livello europeo e simbolicamente internazionale; essere portatori di un regionalismo moderno, a tutela del territorio ma senza ambizioni secessioniste e reazionarie stile Lega Nord. In due parole, amare il proprio Paese avendo coscienza del mondo.

PRGOGRAMMA DEL PREMIO “GIORGIO BASSANI” E DEL CONVEGNO DI ITALIA NOSTRA
Sabato 15 novembre – a partire dalle ore 10.00
Convegno “Il Po e il suo delta: tutela integrata e sviluppi di un grande sistema ambientale europeo”, Castello estense (sala dell’imbarcadero 2) organizzato da Italia Nostra sezione di Ferrara.
Domenica 16 novembre – ore 10.30
Premio Nazionale Giorgio Bassani
Proclamazione del vincitore, preceduta dalla lectio magistralis di Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale sul tema “Il territorio bene comune”.

LA GIURIA
Alessandra Mottola Molfino, Presidente nazionale di Italia Nostra, Storica dell’arte e Museologa
Salvatore Settis, Consigliere nazionale di Italia Nostra, docente di Archeologia presso la Scuola Normale di Pisa, saggista
Gherardo Ortalli, docente di Medievistica presso l’Università di Venezia, componente del Comitato scientifico internazionale della Fondazione Giorgio Cini e del Comitato scientifico della Fondazione Benetton studi e ricerche
Luigi Zangheri, docente di Storia del giardino e del paesaggio e di restauro dei parchi e giardini storici presso l’Università degli studi di Firenze
Gianni Venturi, direttore dell’Istituto di Studi rinascimentali, presidente dell’Associazione amici dei musei e dei monumenti ferraresi, studioso dell’opera di Giorgio Bassani
Anna Dolfi, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Firenze, presidente del Comitato per il centenario della nascita di Giuseppe Dessì, studiosa dell’opera di Giorgio Bassani
Carl Wilhelm Macke, giornalista di Monaco di Baviera, segretario generale dell’Associazione umanitaria “Giornalisti aiutano giornalisti”, cultore dell’opera e del pensiero di Giorgio Bassani

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

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