Tag: rosa

PER CERTI VERSI
Prima declinazione: Le rose. La Rosa

PRIMA DECLINAZIONE:
LE ROSE. LA ROSA

Ma se tutte le rose
Si riprendessero
Il loro profumo
Quasi estinto
Dai troppi trapianti
Sarebbe ridare
Anima
Alle persone
A noi tutti
Un po’ cose
Un po’ merci
Senza profumo

C’è una Rosa
Che accende
La madonnina
In fondo alla via

È la tua luce
Senza più nessuno

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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Rosa d’autunno
…un racconto

Rosa d’autunno
Un racconto di Carlo Tassi

Le illusioni volano via come il fumo di questa sigaretta.
La musica rende dolce questo mio esser solo.
La tua pelle, nuova come i tuoi sogni.
I tuoi occhi curiosi, maliziosi, confondono i miei sensi.
Ubriacato dal tuo ricordo che persiste nel tempo.
Sempre, ogni momento.
Come ora.

E rimani sempre tu a farmi compagnia.
Nonostante la mia età, la mia rassegnazione.
Il corpo della mia chitarra, come i tuoi fianchi.
La tua pelle tesa, come queste sue corde.

Due dita le sfiorano provocando vibrazioni.
Altre dita le premono togliendole il respiro.
Così la chitarra comincia a suonare.
Lieve, poi più forte e ancora di più.
Il volume è costante ma aumentano i toni.
Il ritmo è variabile, come l’umore.
Poi tutto tace, poi riprende lento e di nuovo veloce.
Un crescente coito armonico.

Sedotto dalla mia Stratocaster.
E ancor mi sorprendo a titillarla e farla urlare.
Gemiti elettrici, suoni liquidi, argentini.
Si sciolgono tra i polpastrelli indaffarati, arrivano al cuore.

Fossi tu questa chitarra, che ti farei di più e meglio?
Certo non raggiungeresti questi acuti di diamante.
Non potresti.
Non sarai mai la mia schiava e nemmeno lo vorrei.
Non come la mia chitarra!
Abbracciato al suo corpo di frassino,
faccio sesso con la musica.
Mani esperte, addestrate,
si muovono tra memoria e istinto.

L’unico omaggio che posso farti,
coi miei troppi anni e i tuoi troppo pochi,
è questo assolo di chitarra.
Accontentati, mia giovane, profumata rosa d’autunno.
E sii felice.

I Don’t Want to Know (Muki, 2000)


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PER CERTI VERSI
Alba rosa

ALBA ROSA

Arcipelago delle rose
Petali
Petali
La più bella sciarpa
Di tutte le donne
La più bella bocca
Dove nascono
Le vostre parole
Il vostro tono
Che piace ai gatti
Siete della stessa
Misteriosa specie
L’arcipelago delle rose
Divampa la mattina
Fiorita
Noi guardiamo
Crescere

Un palpito
La vita
La vita

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PRESTO DI MATTINA
Pentecoste, la Pasqua delle rose

 

“Una rosa, solo una rosa”: questo chiese Belinda al padre che partiva per un viaggio in pieno inverno, nella fiaba scritta da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont (1711-1780) [Qui] e poi inserita, nella sua versione toscana, da Italo Calvino nella raccolta di fiabe italiane. Anziché un gioiello o una veste splendente, come reclamarono le sorelle, Belinda, la Bella, domandò il folle dono di un’unica rosa, un dono all’apparenza impossibile, fuori tempo, fuori stagione, fuori di questo mondo. Chiese non già qualcosa che la migliorasse dall’esterno, ma un dono per la sua interiorità: un aiuto a vedere in profondità, quello che fa percepire, oltre la facciata, l’intimo di ogni cosa, lo spirito di attenzione: unzione penetrante. Una rosa appunto, una e molteplice, intima e manifesta, una pluralità unita, inscindibile nei suoi petali e nell’unzione del suo profumo, integra nel suo centro che è recondito e dovunque. L’interiorità, come la rosa, è custode del multiforme mistero della gioia, quello che scaturisce dall’esperienza dell’amicizia e della comunione.

Così lo spirito è l’ospite che ci ospita, e l’interiorità è la dimora in cui accade una metamorfosi non diversa da quella che si sviluppa nella fiaba di Belinda. Una metamorfosi dall’insipienza, dall’inconsapevolezza, dall’insensibilità ai sensi spirituali, che diviene passaggio dall’oscurità al chiarore, dalla chiusura all’ospitalità: il riconoscimento e l’accoglienza dell’altro, del quale scoprire, al di là delle apparenze, il dono nascosto. Restituita alla chiaroveggenza dello spirito che svela in profondità il vero, il bene e il bello che apparirà solo alla fine, Belinda esclamerà «non mi sembra più un Mostro e se anche lo fosse lo sposerei lo stesso perché è perfettamente buono e io non potrei amare che lui». È la metamorfosi così giunta a compimento, rotto l’incantesimo che oscurava la visione.

Scrive acutamente Cristina Campo «La metamorfosi del Mostro è in realtà quella di Belinda ed è soltanto ragionevole che a questo punto anche il Mostro diventi Principe. Ragionevole perché non più necessario. Ora che non sono più due occhi di carne a vedere, la leggiadria del Principe è puro soprammercato, è la gioia sovrabbondante promessa a chi ricercò per prima cosa il regno dei cieli. Per condurre a tale trionfo Belinda, il Mostro sfiorò la morte e la disperazione, lavorò con la pervicacia della perfetta follia notte dopo notte, apparendo alla fanciulla reclusa, rassegnata ed impavida nell’ora cerimoniale: l’ora della cena, della musica. Chiuso nell’egida dell’orrore e del ridicolo («oltre che brutto purtroppo sono anche stupido») rischiò l’odio e l’esecrazione di quella che gli era cara: discese agli Inferi e ve la fece discendere. Non meno – e non meno follemente – fa [lo Spirito di] Dio per noi: notte dopo notte, giorno dopo giorno».

Come ogni fiaba ‒ ha osservato Cristina Campo ‒ anche questa «ci narra l’amorosa rieducazione di un’anima affinché dalla vista si sollevi alla percezione, per riconoscere ciò che soltanto merita di essere apprezzato. Percepire è riconoscere ciò che soltanto ha valore, ciò che soltanto esiste veramente. E che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo? L’amicizia del Mostro per Belinda è una lunga, una tenera, una crudelissima lotta contro il terrore, la superstizione, il giudizio secondo la carne, le vane nostalgie», (Imperdonabili, 11-13).

Belinda ‒ ho pensato tra me e me ‒ chiedendo quell’unica rosa, non ha forse domandato la chiaroveggenza, il dono dello Spirito “il dolce ospite dell’interiorità”, “la beatissima, luce che invade nell’intimo”? È così che lo invoca l’inno liturgico nella festa di Pentecoste. Dono dell’attenzione profonda, quella generata dal desiderio dell’incontro con l’altro; dell’intimità aperta, capace di sviluppare l’esercizio della contemplazione senza la quale ‒ direbbe Simone Weil ‒ la bellezza invocata e ricercata non può rinascere. Dono che unisce differenziando, che scruta le profondità dell’umano in cui ospitare l’altro; unzione che fa splendere e porta in piena luce i volti; rugiada che impreziosisce e rinnova la faccia della terra: “Emitte spiritum tuum et creabuntur et renovabis faciem terrae”.

Invocare la venuta dello Spirito è chiedere di poter riconoscere e accogliere uno spirito di sapienza e di intelligenza, di conoscenza e di pietà, uno spirito di tenerezza e di resilienza, spirito fiducioso che crede invincibilmente all’amore e così genera speranza. È domandare di vedere con gli occhi interiori la potenza e la bellezza spirituale della Materia, del bene e del vero imprigionati nella sostanza informe o deforme, inanimata e spenta, per accorgersi dello sprigionarsi in essa del fuoco. È dello spirito sconcertare, scompigliare rimescolare, riplasmare, perché è forza e movimento di trasformazione e trasfigurazione. Egli “irriga ciò che è arido”, “sana ciò che sanguina”, “lava ciò che è sordido”, “piega ciò che è rigido”, “scalda ciò che è gelido”, raddrizza ciò che è sviato”.

«Spirito ardente, Fuoco fondamentale e personale, Termine reale di un’unione mille volte più bella e desiderabile della fusione distruttrice ideata da un qualsiasi panteismo, degnaTi di scendere, ancora questa volta, sulla fragile pellicola di materia nuova in cui oggi si avvolgerà il Mondo, per darle un’interiorità. Ancora una volta, il Fuoco ha compenetrato la Terra. Non è caduto fragorosamente sulle cime, come il fulmine nella sua violenza. Ha forse bisogno di sfondare la porta il Maestro che vuole entrare nella propria casa? Senza scossa, senza tuono, la fiamma ha illuminato tutto dall’interno. Dal cuore dell’atomo più infimo all’energia delle leggi più universali, essa ha invaso, uno dopo l’altro e nel loro insieme, ogni elemento, ogni meccanismo, ogni legame del nostro Cosmo in modo così naturale che questo, potremmo credere, si è spontaneamente incendiato», (Teilhard de Chardin, Inno dell’Universo, Milano Brescia 1992, 11; 13).

Domani è Pentecoste; la beata Pentecoste. Le celebrazioni dell’anno liturgico si sono sviluppate gradualmente secondo le esigenze delle comunità cristiane che all’inizio, la domenica, celebravano il giorno del Signore, la sua Pasqua. La celebrazione annuale della Pasqua era considerata la “grande domenica”, perché si allargava, moltiplicava i giorni come fossero un unico giorno. Essa incluse così i giorni del triduo pasquale e la settimana dell’ottava di Pasqua, per poi allargarsi in una cinquantina di giorni fino al culmine della Pentecoste: la grande domenica del Cristo risorto asceso al cielo e datore con il Padre dello Spirito. Da questa “domenica distesa” inizia il «giorno nuovo», che i Padri della Chiesa han chiamato «l’ottavo giorno» perché in esso confluiscono e trovano compimento i sette giorni della creazione e tutti i giorni del mondo a venire.

Come ricorda Alfredo Cattabiani in due suoi testi (Calendario, Milano 1993; Florario, Milano 1997) Pentecoste è chiamata anche “Pasqua delle rose”. Per questo, volendosi rappresentare visivamente la discesa dell’unico Spirito in multiformi fiammelle sui discepoli radunati con Maria nel cenacolo, in molte chiese durante la messa di Pentecoste si facevano piovere rose, fiori e talora addirittura batuffoli di stoppa accesa dal soffitto al canto della sequenza Veni, Sancte Spíritus,  emítte cǽlitus lucis tuæ rádium. Così le rose diventavano raggi di luce, simboli della discesa dello Spirito che, come narra l’evangelista Luca, quel giorno si manifestò sui discepoli come lingue di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro: tanto che, pieni di Spirito santo, essi cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

Doveva essere uno spettacolo unico la Pentecoste celebrata nel Pantheon a Roma nel rione Pigna durante il medioevo. Costruito come tempio dedicato a tutte le divinità pagane dell’impero, fu trasformato in chiesa cristiana con il titolo di Sancta Maria ad Martyres. Mentre il papa benediceva la gente raccolta in preghiera, dal lucernario della cupola cadevano sui fedeli una pioggia scrosciante di petali di rose.

La rosa è classificata da Cattabiani tra i “fiori dell’assoluto”: tant’è che insieme al fuoco ben si presta a simboleggiare lo spirito e la sua audacia che spera contro ogni speranza. Non diversamente dal fuoco infatti, sensibile a ogni cosa, anche lo Spirito tutto attraversa senza mescolarvisi, tutto abbraccia senza che nulla lo possa comprendere. Ma non meno pregnante è l’analogia dello Spirito con la rosa, in cui tutto converge verso il centro, un’unità che, a sua volta, si irradia ed è irradiante di una pluralità differenziata e multiforme, delicata, odorosa, dipinta nei suoi petali che sprigionano, affrettandosi lentamente, da essa come ad intenerire perfino le spine dello stelo che la sorregge.

Lo Spirito a Pentecoste è audace, coraggioso, osa l’impossibile, ardisce là dove tutto sembra perduto. Si spinge fin dentro la morte di acque putride; riapre i giochi e le sorti che erano stati decretati chiusi con sentenza definitiva: quale illusione, mi viene da pensare al cartiglio (il titulus crucis) fatto scrivere in più lingue da Ponzio Pilato e appuntato alla sommità della croce.

Non viene meno lo Spirito alla sua missione, quella di inoltrarsi intrepido e consegnarsi all’oscurità muta e ambigua dell’Avvenire, penetrando in esso «con olio di letizia invece che con l’abito del lutto, con un canto di lode al posto di un lamento» (Is 61, 1-9). Non indietreggia in questo esodo cosmico. Precorritore e ‘cursore’ nell’infinitamente piccolo, ‘vettore’ nell’infinitamente grande, ‘errante’ nell’infinitamente complesso. Egli avanza, indicando sempre la posizione di inserimento o quella del raccordo, il punto di incontro, l’arrivo e la partenza, l’orientamento e le prospettive che si irradiano da essi. Questo lo fa e rifà anche con noi, come un vasaio al tornio che non getta l’argilla deformata, ma la riplasma sempre di nuovo, con la stessa determinazione ardente con cui spinse Mosè ed il popolo ad attraversare il Mare Rosso e ad abitare per quarant’anni il deserto prima di approdare alla terra promessa; con la stessa risolutezza con cui spinse Gesù nel deserto per poi discendere su di lui come dono di consolazione, di liberazione, di perdono, di gioia trasformandolo nel Vangelo del Regno, buona notizia per le genti.

E così, è ancora lui che genera l’audacia della nostra fede, di quella fede che opera come libertà che si affida, resa capace di praticare l’abisso dell’alterità per scoprivi anche Dio: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede», (1Gv 4,20). Scrive ancora quel “pellegrino dell’Assoluto” che fu Teilhard de Chardin: «La Fede cristiana vi sembra lavorare nell’irreale, costruire nelle nubi? È perché, precisamente, non avete tentato di ‘lanciarvi’, sorretti da essa, nello spazio in cui, sola, essa vi permette di ‘vedere avanzando’. Il legame misterioso che correla, nella nostra anima, le facoltà di vedere e di agire, è questo: la realtà si rivela solo a coloro che sono abbastanza audaci per ‘deciderla vera’ e mettersi a edificarla in se stessi. Il Cristo ‘si sperimenta’ come tutti gli altri oggetti con l’operazione della Fede, è il Cristo stesso che appare, che nasce, senza nulla violare, nel cuore del Mondo… Ma ripetiamolo ancora una volta: “In verità, in verità vi dico, soltanto gli audaci accedono al Regno di Dio nascosto, sin d’ora, nel cuore del Mondo. Colui che, senza porre la mano all’aratro, penserà di averle intese, è un illuso. Bisogna tentare. Di fronte all’incertezza concreta del domani, bisogna esserSI abbandonati alla Provvidenza. Nella penombra della Morte, bisogna essersi costretti a non volgere gli occhi verso il Passato, ma a cercare, in piene tenebre, l’aurora di Dio: “più ci sentiamo affondare nell’Avvenire infido e oscuro, e più penetriamo in Dio, (La fede che opera, in La vita Cosmica, Milano, 423; 425).

Domani quando pregherò con le parole del nuovo messale sul pane e sul vino dicendo «Padre santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito» cercherò di ricordare questo frammento poetico di Th. S. Eliot: «E tutto sarà bene, e/ tutte le cose saranno compiute./ Quando le lingue di fiamma si avvolgeranno/ nel coronato sviluppo di fuoco/ E il fuoco e le rose saranno uno», (Quattro Quartetti, Book ed. Ferrara 2002, 76).

 

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Gibran: “Quando l’amore vi chiama, seguitelo”

Nella settimana di San Valentino vorrei condividere questa rosa ritratta nell’orto botanico di Ferrara e le bellissime parole scritte da Kahlil Gibran ne Il profeta. Questo libro venne pubblicato nel 1923 ed è composto da una serie di poesie in prosa che si susseguono come risposte del profeta Almustafa alle tematiche richieste dalla gente della terra che stava lasciando.
Il profeta pronuncia un inno all’amore come atto di libertà, di generosità assoluta, che dà senza chiedere nulla in cambio. È un atto coraggioso che rende vulnerabili. Poiché come è vero che l’amore ha in sé una promessa di felicità, altrettanto reali sono i pericoli a cui espone gli innamorati. Pericoli che il poeta condensa nell’immagine del vento del Nord, che porta scompiglio e devastazione; è il vento del cambiamento che soffia via le tue convinzioni, le costruzioni di un’intera vita, per fare spazio a qualcosa di ignoto e incontrollabile. Ma solo l’amore è in grado di liberare l’amante dalle rigidità e renderlo leggero.

“Quando l’amore vi chiama, seguitelo.
Anche se le sue vie sono dure e scoscese.
E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui,
Anche se la sua lama, nascosta tra le piume, vi può ferire.
E quando vi parla, credetegli,
Sebbene la sua voce possa frantumare i vostri sogni così come il vento del nord arreca scompiglio al giardino.
Poiché nel mentre che l’amore vi incorona, così vi crocefigge. Mentre vi accresce, così vi taglia per potarvi.
Mentre ascende alle vostre altezze e accarezza i vostri più teneri rami palpitanti al sole,
Così scenderà alle vostre radici scuotendole nel loro abbraccio alla terra.
Come covoni di grano vi raccoglie in sé.
Vi batte finché non sarete spogli.
Vi setaccia per liberarvi dai gusci.
Vi macina fino al candore.
V’impasta sinché siete cedevoli;
E poi vi consegna al suo sacro fuoco, perché possiate diventare pane sacro per la sacra mensa di Dio.
Tutto questo provocherà l’amore in voi, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita.
Ma se per paura cerchereste nell’amore unicamente la tranquillità e il suo piacere,
Allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall’aia dell’amore,
Nel mondo senza stagioni, dove riderete, ma non tutto il vostro riso, e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.
L’amore non dà nulla fuorché se stesso, e non attinge che da se stesso.
L’amore non possiede né vuole essere posseduto;
Poiché l’amore basta all’amore.
Quando amate non dovreste dire “Ho Dio nel cuore”
ma piuttosto “Io sono nel cuore di Dio”.
E non crediate di indirizzare il cammino dell’ amore
poiché sarà l’ amore, se vi riterrà degni, a condurvi.
L’ amore non desidera che il proprio compimento
Ma se amate e ardete di desideri, essi siano questi:
Sciogliersi ed essere un ruscello che scorrendo intona alla notte la sua melodia.
Conoscere la pena della troppa tenerezza.
Ferirsi di comprensione dell’amore;
E sanguinare volentieri e con gioia.
Risvegliarsi all’alba con un cuore alato e ringraziare per un altro giorno d’amore;
Riposare nell’ora del meriggio e meditare dell’amore l’estasi;
Rientrare a casa la sera colmi di gratitudine;
E addormentarsi con una preghiera per l’amato nel cuore e sulle labbra un cantico di lode .”

Rosa

Restano solo i nomi, delle nude rose. Neppure le gocce d’acqua che si intrecciano tra i petali hanno una durata che supera un battito di ciglia. L’attimo che raccoglie la vita e la trasforma in un’eternità. Basta l’odore che arriva al cervello e si fa memoria. Memoria di luoghi, di suoni, di sapori, di colori. Basta un fiore che sboccia a far credere che un mondo migliore possa esistere. Basta un fiore che sboccia a credere che il domani arriverà. Basta un fiore che sboccia per tornare a credere: alla terra, all’acqua, al sole, al vento…alla vita.

Vuoti nomi

Involucri vuoti da riempire con sapienza perché, alla fine, dell’involucro non resta traccia, e solo ciò che fu il contenuto rimarrà intatto nel tempo. Nel ricordo si affaccia lo sguardo di colui che viaggia nel tempo. Nel ricordo risiede l’immortalità. Nel ricordo giace la fragilità della vita, quando questa è passata con immobile certezza. Siamo nudi e soli. Trasparenti e opachi. Fenomeno e noumeno. Siamo tutto e siamo nulla. Saremo solo l’ombra di ciò che era il nostro essere, per l’eternità.

“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”
Umberto Eco

PER CERTI VERSI
La mia rosa

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

LA MIA ROSA

Tu sei la mia rosa
La mia rosa bianca
Il mio roseto
Senza dubbio
Senza Amleto
Non mi stanca
La tua luce bianca
Il tuo profumo
Dei campi
Di una civiltà contadina
Che è scomparsa
Svanita
Dalla sera alla mattina
Un amen
Tu sei la mia rosa bianca
Tersa
Pulita
Delle giornate lente
Della terra che riposa
Si tu sei la mia rosa

Rosa d’autunno

I Don’t Want to Know (Muki, 2000)

Le illusioni volano via come il fumo di questa sigaretta.
La musica rende dolce questo mio esser solo.
La tua pelle, nuova come i tuoi sogni.
I tuoi occhi curiosi, maliziosi, confondono i miei sensi.
Ubriacato dal tuo ricordo che persiste nel tempo, sempre, ogni momento.
Come ora.

E rimani sempre tu a farmi compagnia, nonostante la mia età, la mia rassegnazione.
Il corpo della mia chitarra, come i tuoi fianchi. La tua pelle tesa, come queste sue corde.
Due dita le sfiorano provocando vibrazioni. Altre dita le premono togliendole il respiro.
Così la chitarra comincia a suonare. Lieve, poi più forte e ancora di più.
Il volume è costante ma aumentano i toni. Il ritmo è variabile come l’umore.
Poi tutto tace, poi riprende lento e di nuovo veloce. Un crescente coito armonico…
Sedotto dalla mia Stratocaster, e ancora mi sorprendo a titillarla e farla urlare.
Gemiti elettrici, suoni liquidi, argentini, si sciolgono tra i polpastrelli indaffarati, arrivano al cuore.
Fossi tu questa chitarra, che ti farei di più e meglio? Certo non raggiungeresti questi acuti di diamante…
Non potresti!
Non sarai mai la mia schiava e nemmeno lo vorrei… Non come la mia chitarra!
Abbracciato al suo corpo di frassino, faccio sesso con la musica.
Mani esperte, addestrate. Si muovono tra memoria e istinto.

L’unico omaggio che posso farti, coi miei troppi anni e i tuoi troppo pochi, è questo assolo di chitarra.
Accontentati, mia giovane, profumata rosa d’autunno… e sii felice.

La rosa rossa

di Francesca Ambrosecchia

Il 14 febbraio la concentrazione di rose rosse è talmente alta che si respira nell’aria.
Si narra che una rosa rossa fu il simbolo della riconciliazione tra due innamorati e che fu proprio San Valentino l’artefice di tale lieto fine, nonché il primo religioso ad aver celebrato un matrimonio tra un legionario pagano e una giovane cristiana.
La rosa rossa è uno dei simboli indiscussi dell’amore: il fiore, delicato, fragile e profumato e le spine del gambo, emblema delle difficoltà da fronteggiare.

“La rosa ha le sue spine, e per questo è la rosa il fiore dell’amore”
Arturo Graf

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Milioni di persone in piazza contro Trump.
La marcia rosa che ha infiammato il mondo

di Giancarlo Balsano

“Grazie ai milioni di persone che oggi, 21 Gennaio, sono venuti tutti insieme per protestare contro la violazione dei nostri diritti. Adesso è arrivata l’ora di riunirci tutti insieme con i nostri amici, famiglie e comunità per fare la storia”. Questa è la frase di ringraziamento, pubblicata sul sito ufficiale di ‘Women’s March’, in merito alla grandissima partecipazione dei manifestanti. Dopo le innumerevoli esternazioni sessiste e maschiliste del neopresidente americano Trump, milioni di donne, bambini, uomini e anziani sono scesi in piazza protestando contro ogni discriminazione di genere, per difendere i diritti delle donne e per contrastare la salita al potere di Trump. ‘La marcia rosa anti-Trump’ è partita da Washington DC e oltre a toccare le città statunitensi, è arrivata anche in Europa, a Londra, Parigi, Berlino e Roma. Ma ha raggiunto anche l’Asia e l’Australia. Caotica ed emozionante è stata l’atmosfera, in quanto il 21 gennaio le grandi città di tutto il mondo erano invase da persone di ogni sesso e di ogni ceto sociale che protestavano pacificamente per l’affermazione dei diritti sulla parità di genere.

Agghiaccianti sono state le innumerevoli testimonianze di alcune delle donne che hanno partecipato alla marcia e che hanno voluto raccontare la loro esperienza di vittime di abusi. L’Istat conta circa 7 milioni di donne “che hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale”. Si fa riferimento alla violenza domestica, a molestie, ad abusi sessuali, a stupri e a ricatti sessuali esposti in luoghi pubblici e sul posto di lavoro. Molteplici sono i danni fisici, ma più dolorosi, incessanti e penetranti sono quelli psicologici. Depressione, ansia, fobie, attacchi di panico e sensi di vergogna e colpa sono le principali conseguenze psicologiche e comportamentali della violenza sulla salute delle donne. Più eclatante è il fatto che la violenza sulle donne, è uno dei fenomeni sociali più nascosti, in quanto esse hanno timore di esporsi, a causa di un amore cieco o dalla vergogna degli atti subiti.

Anche i social networks sono stati conquistati da numerosissimi post, raffiguranti foto e video della manifestazione e le Celebrity Stars, a partire da Miley Cyrus fino ad arrivare a Madonna, non si sono di certo risparmiate a postare commenti contro la violenza di genere. Snapchat, uno dei social networks più utilizzati al momento, ha persino dedicato una storia a questa famosissima ‘marcia rosa’ e notevoli sono state le visualizzazioni sulle pagine web che si sono dedicate a questo evento così toccante e commovente.

I milioni di individui che hanno preso parte a ‘La marcia rosa anti-Trump’ hanno avuto il coraggio di difendere a spada tratta le loro idee, perché “non è il silenzio che ci protegge”. La violenza contro le donne è un fenomeno ampio e diffuso e oltre a sensibilizzare le donne a denunciare gli atti subiti, bisogna promuovere leggi vere ed autentiche a nome di tutte coloro che decidono di denunciare i maltrattamenti, spesso senza essere ascoltate.

(Giancarlo Balsano è iscritto alla classe V, sezione L, del Liceo G. Cevolani di Cento e frequenta il corso di giornalismo della scuola)

RITRATTI
La vita è color pastello

Piccoli pigmenti macinati, mescolati e diluiti in acqua. Colori tenui e ricordi affettuosi e delicati che ben si coniugano con la delicatezza di quelle stesse tinte e di quei tratti leggeri. Un animo gentile e premuroso ha delicatamente disegnato e tratteggiato un passato non dimenticato. Sono i colori dell’anima, quelli che appaiono su questa tela, sono i sentimenti che si riescono a imprimere con i toni di un colore rosa. Affetto, protezione, gentilezza, sicurezza, amore, sicuramente quello di una madre. Di una madre che è e di una che è stata, di quella che era stata la sua, di quella di un’amica vicina, di quella di molti, l’unica vera luce di bei momenti lontani che non ci sono più. Il colore di un’infanzia, che per quanto difficile era pur sempre rosa, perché mamma c’era, mamma dipingeva, mamma comprava i fiori, mamma cuciva, ricamava, cucinava, preparava torte e biscotti. Mamma che si specchiava e si pettinava prima di uscire, che avvolgeva i capelli neri in un fazzoletto dai colori altrettanto delicati. Che leggeva i primi romanzi francesi e le riviste di moda d’oltreoceano. Lei credeva nei colori della vita, amava particolarmente la gentilezza del rosa, nei vestiti, nelle stoffe, nei fazzoletti, nelle calze, nei fiori, nei quadri, nei disegni, nei dipinti, nei cieli, nei baci.
Cesare Pavese scriveva che ogni mattino sarebbe uscito per le strade a cercarne i colori.
Noi siamo i pastelli che colorano la nostra strada, i disegnatori della nostra vita. Sta a noi soli dare tonalità tenui al tutto che ci circonda. Perché anche io, come Audrey e Anna, credo nel rosa. Fermamente.

“Io credo nel rosa. Io credo che ridere sia il modo migliore per bruciare calorie. Io credo nei baci, molti baci. Io credo nel diventare forte quando tutto sembra andare storto. Io credo che le ragazze felici siano le ragazze più belle. Io credo che domani sarà un altro giorno, e io credo nei miracoli.” (Audrey Hepburn)

Acquarello di Anna Pirazzi

Zurbarán

Unicità della rosa nella natura morta che passa per Ferrara

Bicchiere con acqua e una rosa su un piattino di metallo. E’ una natura morta dipinta da Francisco de Zurbarán in mostra a Palazzo dei Diamanti, Ferrara, fino al 6 gennaio 2014. Un olio su tela piccolino, prezioso e luminoso, che riallaccia i fili della pittura – e in questo caso, in particolare, della natura morta – in una triangolazione internazionale che vola sopra i confini di spazio e tempo.
In questa tela di dimensioni minute, come in altre nature morte del “Caravaggio spagnolo” , persino il clamore classico e quello barocco che caratterizzano la sua arte sembrano mettersi un po’ in disparte. La lezione di realtà della pittura caravaggesca, fatta di luci e ombre, diventa strumento per dar voce a un linguaggio moderno. L’opera lascia parlare gli oggetti, tanto più significativi quanto più comuni, veri. Per evidenziare l’attualità di Zurbarán ci vengono in aiuto alcune opere, sempre legate in qualche modo alla città estense. Ecco allora Jean Siméon Chardin, protagonista qualche anno fa di un’altra grande mostra di Palazzo dei Diamanti. Anche in quel caso un autore non particolarmente noto, che anziché rappresentare l’atteggiata aristocrazia della Francia del ’700, si dedica a soggetti un po’ marginali, con scene di vita minore e con quelle nature morte piene di umiltà e sentimento cui deve la fama.
A mettere insieme queste opere e questa poetica artistica arrivate dalla Francia del ’700 e dal Spagna del ’600 dà un contributo decisivo Giorgio Morandi, che dalla confinante Bologna raccoglie l’eredità di questa poetica e la rilancia facendo apprezzare questo genere nel mondo.
I quadri morandiani pieni di bottiglie, vasi o paesaggi ci dicono perché quelle nature morte sono ancora attuali. Per farlo basta uno dei vasi con i fiori di Morandi. Zurbarán trasfigura la rosa alludendo alla Madonna, bianca e virginea come il bicchiere, pura come l’acqua, splendente come lo specchio. Morandi, che ama molto l’opera di Zurbarán, quello stesso messaggio raccoglie e riscrive in una chiave laica, novecentesca, usando una gamma ridotta di colori che rende il fiore scabro, intimo, poetico. Una rosa irrinunciabile non più come regina floreale o divina, ma come quella del Piccolo Principe, unica perché annaffiata, protetta e curata da lui: la rosa addomesticata, la rosa del cuore, che ti emoziona perché è proprio quella lì. Staccata dal giardino del re o oltre un umile muro con in cima cocci di bottiglia poco importa, è la sola per noi, ora, davanti al quadro.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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