Tag: roland garros

TERZO TEMPO
L’umanizzazione degli eroi

Sulla scia dell’attivismo di alcuni influencer, un numero sempre più cospicuo di atleti e atlete sta prendendo posizione su singoli temi, indirizzando così il dibattito pubblico. È un trend, questo, di cui avevamo già parlato a luglio [Qui], e che in un modo o nell’altro contraddistingue l’attualità socio-politica: non c’è battaglia o argomento di interesse generale che non passi attraverso il megafono di personaggi della musica, dello spettacolo e dello sport.

Se per l’appunto diamo un’occhiata allo sport professionistico, e in particolare alle questioni sollevate negli ultimi dodici mesi, è difficile non associare il 2021 alla progressiva normalizzazione dei problemi di salute mentale. L’elenco degli esempi, infatti, è piuttosto lungo: dai ritiri della tennista Naomi Osaka e della ginnasta Simone Biles alle testimonianze di tre noti giocatori di football americano (Calvin Ridley, A.J. Brown e Lane Johnson), passando per il lavoro di sensibilizzazione svolto dal cestista Kevin Love, che dal 2018 scrive e parla apertamente dei suoi disturbi mentali. Una lista più dettagliata di storie o esperienze simili a quella di Love l’ha stilata ESPN in un articolo pubblicato a metà maggio [Qui].

Tuttavia, le prese di posizione più chiacchierate di quest’ultimo anno sono quelle delle già citate Naomi Osaka e Simone Biles: i loro ritiri da competizioni quali Roland Garros e Olimpiadi di Tokyo hanno messo a nudo un tic piuttosto comune, ossia la narrazione fin troppo eroica degli atleti e delle atlete di successo. Difatti, siamo stati abituati a descrivere i personaggi dello sport come dei performer apparentemente inscalfibili, e il solo fatto di associare il loro nome a disturbi quali ansia o depressione ci è parso sin dall’inizio un’assoluta novità. Una novità che coincide con il bisogno di condividere un problema più che mai attuale: vuoi per la pandemia, vuoi per l’eccessiva importanza che diamo all’immagine di noi stessi.

Osservandolo da più lontano, quello di Osaka e Biles è un messaggio che va al di là dello sport professionistico, e ci suggerisce di non identificare le persone con il loro lavoro, il loro talento o il loro successo. Ci può essere dell’altro oltre al bisogno di eccellere e di essere produttivi. Deve esserci dell’altro.

TERZO TEMPO
Il giorno della marmotta

C’è stato un tempo in cui i 14 Slam vinti da Pete Sampras sembravano inarrivabili, e la narrativa attorno al tennista americano lasciava poco spazio all’immaginazione: i suoi record, fermi al settembre del 2002, erano più che mai al sicuro. Senonché, nel luglio del 2009 il 27enne Roger Federer aveva già conquistato il suo 15° titolo del Grande Slam, compiendo così un ulteriore passo verso la nuova era del tennis maschile, che di lì a breve sarebbe diventata l’era dei cosiddetti Big Three (Federer, Nadal e Djokovic). Undici anni più tardi, quei tre giocatori continuano a riscrivere i loro stessi record: basti pensare che dal 2003 a oggi hanno vinto 57 dei 67 Slam disputati.

Esiste un’espressione inglese che ben descrive la straordinarietà di ciò che stiamo osservando: “history in the making”, cioè la storia in divenire, il cui messaggio implicito consiste nel cogliere l’importanza dell’evento che sta accadendo davanti ai nostri occhi e che, in un modo o nell’altro, sembra irripetibile. Il fatto è che, perlomeno nel tennis maschile, quell’evento si ripresenta ciclicamente, rendendoci testimoni di un’epoca in cui il passato e il presente sembrano fondersi e ripetersi all’infinito – un po’ come Bill Murray in Groundhog Day, il film sul giorno della marmotta. Tutto ciò va avanti da circa quindici anni, e l’unico giocatore a essersi avvicinato alla costanza psicofisica dei suddetti Big Three è stato Andy Murray, il quale, dopo il 13º successo di Nadal al Roland Garros, ha espresso così il suo, e il nostro, stupore.

“È a una sola vittoria dall’eguagliare lo stesso numero di Grandi Slam conquistati da Sampras, ma in un solo torneo. È incredibile. Credo che sia uno dei migliori record di sempre nello sport, se non addirittura il migliore. Credo che non sarà mai eguagliato, anzi, a dire il vero, penso che nessuno ci si avvicinerà.”

Cover: foto di Beth Wilson

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