Tag: rifugiati

Germogli /
Paperon de’ Piantedosi

 

E così la nave Ocean Viking sbarcherà a Tolone facendo scendere tutti i migranti. Il ministro Piantedosi aveva vietato lo sbarco della stessa nave nel porto di Catania, per un “carico residuale” di esseri umani definito “non vulnerabile”. Quindi raus, fuori, “sciò”, “tornate domani”, “proprietà privata”, “girate al largo”, “sparite!” come i cartelli affissi da zio Paperone ai cancelli di casa, per tenere alla larga dai suoi dollari la banda Bassotti e chiunque potesse increspare il suo ménage di avaro (ma, almeno lui, simpatico) misantropo.

“Non possiamo accoglierli tutti noi”. Giusto, se fosse vero. Matteo Villa, ricercatore per l’Istituto Studi di Politica Internazionale (nato, per ironia della sorte, nel 1934 ad opera di intellettuali di orientamento fascista), ha pubblicato alcuni dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr).

Numero dei rifugiati accolti da alcuni Stati europei nel 2021 in rapporto alla popolazione del paese ospitante: in Italia sono lo 0,2% della popolazione. Tra gli altri, in Francia sono lo 0,7%, in Germania l’1,5% e in Svezia il 2,3%. Peggio (o meglio, per qualcuno) di noi Ungheria e Polonia.

Ma è un dato dell’ultimo anno. Chissà lo storico dei richiedenti asilo in rapporto ai rifugiati.

Eccolo. Germania: 1,49mln di rifugiati, 232 mila richiedenti asilo. Francia: 543mila rifugiati, 82mila richiedenti asilo. UK: 223mila rifugiati, 83mila richiedenti asilo. Spagna: 219mila rifugiati, 91mila richiedenti asilo.  Italia: 191mila rifugiati, 53mila richiedenti asilo (sempre Unhcr).

Nel frattempo la Francia ha detto che l’accordo per la ricollocazione dei migranti sbarcati in Italia va disatteso, perchè l’Italia ha violato il diritto internazionale. Posizione furba e cinica. Però i numeri sono quelli sopra.

Grettézza s. f. [der. di gretto]. – Qualità, carattere di persona gretta, sia per ciò che riguarda lo spendere, sia (e più spesso) per ciò che concerne il modo di pensare e di giudicare, quindi piccineria, meschinità: gdi mented’animo.
(Treccani)

Cover: Zio Paperone, Milano, 14 dicembre 2007. Presentazione del nuovo Topolino (immagine su licenza Flickr)

Demografia, migrazioni, accoglienza: alcune riflessioni politically (in)correct

Secondo i dati Istat (aggiornati al 31 dicembre 2016) la popolazione residente in Italia è di 60.589.445 persone, di cui 5.026.153 di cittadinanza straniera, pari all’8,3% del totale. Tra questi, i cittadini non comunitari regolarmente presenti in Italia sono 3.931.133, il 78% del totale di stranieri censiti. Mediamente pertanto, 1 cittadino su 12 è straniero, un rapporto però che è estremamente variabile in funzione dei territori che si prendono in considerazione: notoriamente la popolazione straniera si concentra nel Centro-Nord, che ospita quasi l’84% del totale, mentre il Sud ospita un assai modesto 11% e le Isole circa il 5%.
A Milano, Brescia e Prato per esempio, la percentuale sfiora il 19% mentre a Palermo è inferiore al 4%; quote appena superiori si riscontrano a Bari, Catania e Foggia (4%); a Trento la percentuale è dell’11%, mentre a Ferrara si assesta intorno al 10%; a Monfalcone arriva quasi al 21% (dati Istat 2017).

Il tasso di crescita del numero di stranieri residenti in Italia appare in tutta evidenza se si confrontano i dati dei censimenti a partire dal 1961, anno in cui ne furono registrati 62.780; nel censimento del 1971 erano 121.116 e nel 1981 ammontavano a 210.937. Nel censimento del 2001 si registravano già 1.334.889 presenze straniere mentre, nell’ultimo censimento del 2011, il numero era salito a 4.027627 (Fonte: Italia in cifre 2016, Istat). In sintesi il numero di stranieri nel nostro Paese risulta quintuplicato in meno di 20 anni: si tratta della crescita relativa più marcata registrata tra i paesi europei per i quali sono disponibili i dati.
Dal lato degli ingressi, ad alimentare il numero degli stranieri in Italia concorrono non solo le migrazioni dall’estero (il saldo migratorio annuale è positivo con oltre 200 mila stranieri), ma anche i tanti nati nel nostro Paese da genitori entrambi stranieri, le cosiddette seconde generazioni. Dal 2008 le nascite da coppie non italiane sono più di 70 mila all’anno, nonostante una lieve diminuzione tra il 2013 e il 2014. Dal lato delle uscite, oltre alla mortalità e alla cancellazione per l’estero o per altre cause, si registra un numero crescente di persone che ogni anno da straniere diventano italiane (178 mila nel 2015, più di 200.000 nel 2016 per un totale di oltre 1.150.000 persone che hanno ottenuto cittadinanza italiana).

E’ noto che la popolazione straniera residente in Italia presenta una struttura demografica molto diversa dalla popolazione di cittadinanza italiana: per quest’ultima l’indice di vecchiaia (ossia il rapporto tra popolazione ultra sessantacinquenne e popolazione con meno di 15 anni) è il più alto d’Europa con 176 anziani ogni 100 ragazzi, mentre per la popolazione straniera è di 15 anziani ogni 100 ragazzi, il valore più basso dell’Unione. La popolazione straniera è molto giovane (età media sotto i 34 anni), anche se con notevoli differenze tra i diversi gruppi. In generale, la quota di ragazzi (0-14 anni) fra gli stranieri è superiore di 5 punti percentuali a quella che si riscontra fra gli italiani nella stessa fascia d’età. La classe di età tra 15 e 39 anni pesa per il 45% sul totale della popolazione straniera, mentre in quella italiana pesa per poco più del 26%. Al contrario le persone con 65 anni e più fra gli stranieri hanno un’incidenza di poco superiore al 3%, mentre nella popolazione italiana si avvicinano al 24%.

La composizione per genere della popolazione straniera in Italia è mediamente equilibrata (51,4% femmine). Secondo il rapporto Istat sui cittadini non comunitari questo equilibrio nasconde però situazioni molto differenti fra le diverse origini: alcune nazionalità, come quella ucraina, sono sbilanciate al femminile, mentre fra gli originari del Bangladesh, per esempio, si registra una prevalenza maschile. Per diversi gruppi l’equilibrio tra i sessi è stata una condizione raggiunta nel tempo, come nel caso dei marocchini per i quali si registrava in passato un più netto squilibrio a favore dei maschi.

Tutti, italiani e stranieri regolarmente residenti, vivono in un bellissimo paese, caratterizzato però da una disoccupazione media superiore all’11%, da una disoccupazione giovanile che viaggia da tempo tra il 35 e il 40%, dal drammatico ridimensionamento dello Stato sociale, da una corruzione diffusa e dalla forte presenza di organizzazioni di stampo mafioso fortemente radicate e inserite nei circuiti istituzionali. L’Italia, inoltre, è caratterizzata da una pressione fiscale esagerata sulle imprese (68% dei profitti secondo i dati Cgia Mestre), con oltre 9 milioni di italiani a rischio povertà che non ce la fanno più (fonte: AdnKronos); un paese dal quale emigrano (fuggono) italiani con un’incidenza che, secondo l’Ocse porta l’Italia all’ottavo posto mondiale nei paesi di provenienza delle nuove migrazioni (subito dopo il Messico e davanti a Vietnam e Afghanistan) con cifre che vengono stimate mediamente superiori ai 200.000 casi (fonte: Il Sole24ore, 6 luglio 2017). Un paese dal quale moltissimi giovani spesso preparati e formati emigrano in nazioni che consentano loro di mettere a frutto i propri talenti (Regno Unito e Germania in primis) e, infine, un posto nel quale sembra non si riesca a incidere su privilegi scandalosi: pensioni d’oro, baby pensioni, buonuscite faraoniche, falsi invalidi e falsi ammalati.

E’ all’interno di questo quadro generale estremamente complesso che va collocato il flusso migratorio della rotta mediterranea: quello dei barconi e delle ong, quello più drammatico e assai verosimilmente quello più fuori controllo; quello più attenzionato dai media che qui trovano una miniera dalla quale estrarre di volta in volta notizie strappalacrime di bimbi spiaggiati o violenze perpetrate sulle donne, prevaricazioni sui migranti o violenze gratuite sui residenti italiani, torbide storie di sesso e corruzione, equamente distribuite tra stampa di destra e sinistra, ma comunque ottime per attrarre l’attenzione, aizzare gli animi, commuovere o indignare e, naturalmente, vendere. Quel flusso che è ormai diventato per molti cittadini sinonimo di ogni tipo di migrazione, che è invece cosa molto più vasta e complessa e che alimenta il gigantesco business dell’accoglienza.

Il sito Unhcr (Agenzia Onu per i rifugiati) segnala che gli arrivi via mare regolarmente registrati in Italia sono stati nel corso del 2017 (al 31 novembre) oltre 121.000, che si aggiungono ai 181.486 del 2016, ai 154.000 del 2015 e ai 170.000 dei 2014 e ai 40.000 del 2013, per un totale di oltre 650.000 persone arrivate sulle coste italiane negli ultimi cinque anni. Il dato ovviamente non tiene conto nè dei flussi che arrivano via mare senza essere intercettati (di cui nulla si può sapere) nè dei flussi che passano per altre possibili rotte indirette (di cui poco si dice e si parla). La medesima fonte, liberamente consultabile e costantemente aggiornata, mostra che i paesi di origine sono soprattutto quelli dell’Africa nera subsahariana, zona dalla quale proviene oltre il 75% degli sbarchi dell’ultimo anno. Il medesimo sito offre anche una rappresentazione sintetica per genere (novembre 2017): da qui si apprende che tra gli arrivati via mare in Italia il 74,5% sono maschi mentre solamente 11% sono femmine, essendo il rimanente 14,5% rappresentato da minori. Questi ultimi sono spesso di età compresa tra i 14 e i 18 anni e in grandissima maggioranza maschi, seppure con forti variazioni relative agli stati di provenienza. In tale situazione è ragionevole pensare che una quota almeno pari ad 85% degli sbarchi totali registrati sia rappresentata da maschi giovani e giovanissimi di età compresa tra i 14 e 30 anni.
A sostegno di tale stima nel rapporto Istat già menzionato, pubblicato il 17 ottobre di quest’anno, s legge: “la composizione di genere dei richiedenti asilo è particolarmente squilibrata, nell’88,4% dei casi si tratta di uomini. La quota di donne più elevata, poco meno del 24%, si registra per la Nigeria, scende al 12% per la costa d’Avorio e si colloca sotto il 3% per tutte le principali collettività arrivate in Italia in cerca di protezione. I minori rappresentano il 3,2% dei flussi in ingresso per queste motivazioni”.

Questa composizione di genere fortemente polarizzata è decisamente allarmante per un paese caratterizzato da una forte carenza di posti di lavoro. Ed è inquietante per una certa cultura che negli ultimi decenni ha fatto della parità di genere una bandiera, costretta oggi a confrontarsi con realtà culturali assolutamente diverse, spesso caratterizzate da un rapporto maschile-femminile assai lontano dallo stereotipo (apparentemente) dominante in occidente.
Tenuto poi conto che, secondo i dati del Ministero dell’Interno, i dinieghi alla richiesta di asilo sono stati il 58% nel 2015 e il 60% nel 2016 e che la proporzione di rifugiati riconosciuti come tali è molto bassa (mediamente 5% ai quali vanno aggiunte le richieste sussidiarie ed umanitarie accettate) ci si devono porre molte domande sul senso e la qualità di quella che viene definita ‘accoglienza’; nonché sulle motivazioni, sulle risorse, sulle aspettative che spingono e sulle modalità che muovono così tanti giovani ad assumersi il rischio e il costo (dai 1.000 ai 3.000 euro secondo alcune stime) di un viaggio così lungo e pericoloso; un viaggio semplicemente impensabile senza la presenza di informazioni, persone, organizzazioni, reti di collusione e di corruzione, capaci di costruire una solida domanda e quindi un florido mercato.

Di cosa dovrebbero dunque vivere e cosa dovrebbero fare mezzo milione di giovani maschi approdati sulle coste italiane senza compagne, senza famiglia, senza competenze e con poche risorse relazionali in loco che ne facilitino l’inserimento? In che modo dovrebbero regolare la naturale esuberanza giovanile? Che vita dovrebbero condurre una volta usciti dal circuito della prima accoglienza? In che modo dovrebbero guadagnarsi da vivere senza scivolare loro malgrado nella delinquenza o dipendere dai sussidi pubblici o dalla possibile carità dei privati?

Più in generale che l’intero sistema dell’integrazione non funzioni così bene come alcuni professano, trapela dalla composizione della popolazione carceraria: piaccia o meno, i dati mostrano che la percentuale di detenuti stranieri nelle carceri italiane è del 27% (ed è quasi esclusivamente composta da maschi) vale a dire 3,5 volte maggiore di quanto ci si aspetterebbe se i crimini che causano la detenzione fossero equamente distribuiti tra popolazione residente italiana e straniera. Inoltre, piaccia o meno, i dati confermano che le piazze dello spaccio e della prostituzione in molte città italiane sono ormai in mano a specifiche etnie arrivate negli ultimi anni e (purtroppo) non di rado attraverso i percorsi della cosiddetta ‘accoglienza’. Accoglienza che, lo dice il nome stesso, non può essere imposta con la forza senza che si trasformi in qualcos’altro.

Poiché tuttavia, grande è il timore di superare i limiti violentemente imposti dal pensiero unico politicamente corretto ed è oggettivamente molto difficile cercare di comprendere il fenomeno migratorio affrontandolo francamente e da diverse prospettive, resta più che mai vivo il pregiudizio rancoroso su cui si reggono le argomentazioni delle opposte fazioni dei contrari e dei sostenitori dell’accoglienza obbligatoria, e più in generale, dei tanti che non vogliono neppure tentare di capire la realtà. Una situazione che rende più difficile ogni tentativo di trovare (doverose) soluzioni innovative (che pure esistono) e di intervenire con successo in un sistema globale che produce sempre più emarginati (di tutte le razze e nazioni) e li mette in competizione tra di loro. Una situazione non propriamente ottimale anche in vista della campagna per le prossime elezioni dove il tema migrazione, c’è da scommetterci, sarà usato da destra e da sinistra come una clava per conquistare consensi.

Fonti

Ministero dell’Interno. Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione
Report Istat cittadini non comunitari 2015-2017
Istat Popolazione in Italia
Sito Unhcr – (flussi migratori nel Mediterraneo)
Ministero della Giustizia – Popolazione carceraria in Italia
Il Sole 24ore – (Italiani ch emigrano all’estero)
La Stampa – (Stime deI costi dei viaggi)

Le Termopili di Poggio Renatico

L’aveva annunciato già alla fine di giugno, poi una settimana fa e ancora alla vigilia di quella che sarebbe stata una grande manifestazione di popolo: “Saremo in tanti, almeno in trecento per opporci all’invasione”. Peccato che giovedì 3 agosto in quel di Poggio Renatico dietro al coriaceo generale Nicola ‘Naomo’ Lodi (segretario comunale della Lega) erano in poco più di un centinaio. Comprese le segreterie al completo della Lega di tutti i comuni ferraresi. Compresi gli ospiti, i sindaci e i consiglieri venuti anche dal vicino Veneto. E gli abitanti di Poggio? Davvero pochi, non dimostrandosi così terrorizzati dagli ospiti già presenti e da quelli in arrivo, né arrabbiati con gli operatori e i volontari della cooperativa sociale Meeting Point che gestisce il centro di accoglienza. Insomma, se non un flop, un mezzo flop.

Sappiamo delle parole che Leonida rivolse ai suoi 300 spartani morituri. Bene, il generale Naomo – lo stesso impegnato nella battaglia contro il burkini in piscina e che invoca l’intervento dell’esercito per presidiare le strade di Ferrara – non ha voluto essere da meno e ha arringato la sua sparuta truppa: “Meglio razzisti che invasi!” Naturalmente Lodi non si riferiva all’esercito dei Persiani, ma ai disperati migranti che continuano a sbarcare nella nostra penisola.
Ma dov’è questa invasione? Secondo la Lega, tutte le destre, il centrodestra e anche un pezzo del centrosinistra, il 2017 sarebbe stato l’annus horribilis, il numero degli sbarchi doveva perlomeno duplicare rispetto all’anno scorso. Non sta andando così. Non sta andando come Salvini e i suoi temevano, o (forse) piuttosto speravano. Dati alla mano (fonte Unhcr e Ministero degli Interni), al 2 agosto 2017 i migranti sbarcati sono poco più di 95.000, contro i 98.000 del 2016. Il 3% in meno.

I problemi per dare una dignitosa accoglienza ai migranti (e qualcuno ci spieghi che differenza fa se fuggono dalla guerra o dalla fame) ci sono eccome. L’Italia ha sciaguratamente firmato il trattato di Dublino, in cambio di uno sconto sul debito. L’Europa continua a voltarsi dall’altra parte. Tanti Comuni italiani si rifiutano di fare la propria parte sovraccaricando i territori più disponibili e solidali. Tutto vero, ma perché intanto non la smettiamo di parlare di invasione? Non c’è stata nessuna invasione.
Invece sì, urla Matteo Salvini. Meglio razzisti che invasi, ripete il suo luogotenente Nicola Lodi. I migranti (rifugiati e migranti economici condividono la medesima sorte) dopo aver attraversato il mare sono oggi in Italia, poveri di tutto e con davanti un futuro incerto. Ma alla Lega – e più in generale alla politica italiana – non interessano i minori non accompagnati, gli uomini e le donne in carne e ossa. Interessano, invece, i migranti in generale, presi tutti insieme: la categoria, il fenomeno mediatico. Così i migranti vengono privati dei loro volti, delle loro drammatiche vicende individuali e diventano terreno di scontro, argomento di propaganda politica, ‘moneta sonante’ da spendere sul mercato dei sondaggi elettorali.

Fra non molto ci saranno le elezioni – in Italia ci sono sempre le elezioni – e i partiti, Lega in testa, ma anche tutti gli altri, sanno che il tema immigrazione occuperà il centro della scena. Così i migranti si trasformano in “clandestini” o in “delinquenti”. Così si cerca di alimentare la paura per un’immaginaria invasione fino a farla credere reale. Così si lancia lo slogan improbabile “aiutiamoli a casa loro”. Così si tenta di macchiare o di oscurare l’impegno di centinaia di migliaia di operatori e di volontari che in Italia continuano a salvare vite umane e lavorano sull’accoglienza, il dialogo e l’integrazione.
I migranti non votano, se votassero piacerebbero a tutti i partiti, ma già oggi sono diventati una preziosa ‘merce elettorale’. Per qualche punto nei sondaggi, per qualche voto in più, si sta combattendo una grande battaglia. Sulla testa dei migranti. E su quella dei cittadini elettori.

L’accoglienza vista da un treno di infima classe

Domenica, dopo avere concluso una due giorni di lavoro particolarmente impegnativa me ne stavo tornando a casa in treno regionale e, approfittando della calma, stavo mettendo ordine nei vari materiali raccolti. Alla seconda fermata sale un numeroso gruppo di giovani africani un po’ rumorosi come nel loro costume, ma nel complesso compagni di viaggio come altri. Noto quelli che si posizionano vicino a me, tutti giovani, ben curati, con jeans stracciati come il faut, braga bassa, scarpe da ginnastica non dozzinali, pendagli e cappellini; tutti corredati di cuffie e smartphone.

Continuavo il mio lavoro assorto con il biglietto ben visibile nel taschino della giacca quando passa il controllore, una ragazza giovane e minuta; si ferma; io esibisco il mio documento di viaggio e lei con fare un po’ impacciato mi dice: “Mi vergogno moltissimo a chiederle il biglietto”; un po’ stupito le chiedo come mai e lei: “Il vagone è pieno di extracomunitari (beh, me ne sono accorto!) e lei è l’unico che ha il biglietto”. Resto francamente interdetto, capisco il suo imbarazzo e le chiedo cosa ci sta a fare la polizia, che su queste cose dovrebbe vigilare.
Finisco il lavoro, chiudo il computer e decido di postare la cosa su Twitter.

Tweet 1Controllore: “mi vergogno a chiederle il biglietto…” Perché? “La carrozza è piena di africani tutti senza biglietto. Lei è l’unico che paga”

Quindi, da bravo sociologo, aggancio uno dei ragazzi che mi pare sveglio e gli faccio una mini intervista, tentando prima con l’italiano e poi con l’inglese. Da dove vieni e venite? Nigeria. Da quanto siete in Italia? Un anno circa. Come mai non pagate il biglietto? Noi, no work no money, mi risponde con un gran sorriso. Proseguo per entrare nel vivo, ben intenzionato a capire come sono arrivati, dove vivono, come passano il tempo e dove trovano i soldi per vestiti, scarpe, cuffie e smartphone. La cosa sembra funzionare ma di li a poco, un agitazione crescente che si diffonde nella carrozza mi indica che non riuscirò a perseguire il mio obiettivo. Il treno infatti rallenta: uno dei giovani in mezzo al corridoio inizia a saltellare e a sbracciarsi gracchiando a mo’ di rap: “no lavoro no soldi, no lavoro no soldi, no lavoro no soldi”.

Tweet 2Tutti i viaggiatori abusivi africani sono ben vestiti e con smartphone. Ne interrogo uno: “In Italy da 1 year, from Nigeria, No work, no money”

I ragazzi trottano in varie direzioni e si fiondano frettolosamente giù dal treno ormai giunto al capolinea. Scendo e vedo il controllore che indica a due poliziotti quelli in fuga, mentre quattro di loro vengono pacatamente fermati. Esco dalla stazione e, due minuti dopo, li vedo già in piazza che sciamano a piccoli gruppi verso gli autobus in attesa, tutti euforici e contenti.

Tweet 3“Giunti a Piacenza i baldi giovanotti africani si danno a giocosa fuga. 4 fermati dalla Polfer li vedo in Piazza 2 minuti dopo”

Dal bip dell’iphone sento che ci sono messaggi in arrivo e mi accorgo che i miei tweet hanno scatenato l’inferno. Chi s’indigna, chi s’incazza, chi porta altre esperienze personali, chi non risparmia qualche battuta pesante. Purtroppo realizzo di aver postato senza collegare i tweet con un hashtag e la storia che volevo raccontare è frammentata in tre blocchi separati. Comunque ecco qualche risposta che mi arriva via Facebook:

Commento Fb 1“Sarebbe bene ascoltare la voce di questi viaggiatori abusivi africani come tu li hai definiti, sarebbe ancora meglio porgli domande dirette e capire perché non hanno lavoro e basta con la solita propaganda populista e razzista che loro tolgono il lavoro a noi”

Commento Fb 2“[…] questa non è accoglienza, ma piuttosto è semmai mancanza di organizzazione e controllo da parte delle autorità, queste persone vivono in Italia ma non appartengono al sistema quindi non seguono e non conoscono le regole, davanti ad una massa così prorompente la popolazione autoctona non può avere responsabilità”

Un altro post di commento propone un’esperienza personale diretta decisamente fastidiosa ed inquietante:

Commento Fb 3“Su certe tratte o i controllori hanno il supporto della polfer e fanno applicare il regolamento oppure fa bene il controllore a evitare. […] A me, una volta, è capitato ben di peggio. Era pieno di extracomunitari senza biglietto a cui il controllore non ha fatto nulla, è arrivato a un signore anziano davanti a me, che aveva il biglietto regolarmente, ma si era dimenticato di obliterarlo. Il controllore pretendeva che il signore pagasse 5 euro di multa per mancata obliterazione. A quel punto c’è stata una vera insurrezione popolare, delle persone in regola che si sono opposte fermamente. Con che coraggio poteva pretendere i 5 euro da un vecchietto, che comunque aveva pagato il biglietto, quando ci saranno state almeno 20 persone in quella carrozza senza biglietto?”

A qualcuno che sostiene che i poveretti scappano dalla guerra un commentatore così replica:

Commento Fb 4“Scappare dalla guerra? Ricordo che si scappava dalle guerre quando c’era un invasore straniero troppo potente che schiacciava interi popoli… vedi i profughi delle invasioni naziste! Ma quando “guerra” significa guerra civile, ricordo che si restava e si combatteva per il futuro del proprio paese! Casomai si mettevano in salvo donne e bambini facendo partire quelli… ma vedo che la stragrande maggioranza di questi “rifugiati” è composta da giovani maschi, in teoria, perfettamente in grado di combattere! C’è qualcosa che non mi torna!”

Trascuro il resto della conversazione virtuale per trarre qualche considerazione operativa dalla mia piccola e, tutto sommato, divertente avventura, che ho avuto modo di condividere con altre persone.
Vi è innanzitutto una gran differenza tra polemizzare sui social ed essere presenti in prima persona, con tutti i timori, le paure e i sentimenti che questa presenza comporta. E’ proprio questo vissuto tangibile, che può essere sperimentato, solo dagli attori protagonisti, che non viene più riconosciuto come pertinente nel mare dell’informazione digitalizzata; tuttavia è proprio questo il livello della vita quotidiana dove sempre più spesso le persone comuni esperiscono soggettivamente l’impatto straniante generato dalla presenza massiccia di persone differenti, che spesso non seguono le regole comuni e di cui non comprendono né lingua né comportamenti.
Tutto questo non sarebbe certo fonte di tensione se i migranti di altra etnia e cultura fossero micro minoranze distribuite e assolutamente desiderose di integrarsi attraverso il lavoro: chi gira l’Italia sa però che vi sono luoghi, tratte di trasporto pubblico, giardini, interi quartieri, dove sempre più spesso l’abitante autoctono si trova esso stesso in qualità di timoroso estraneo.
Situazioni dove i cittadini italiani passano con la testa bassa, covando rancore, reprimendo la rabbia, con la paura incollata addosso; vie, piazze e giardini, che le donne evitano o che attraversano con gli occhi bassi per non incontrare lo sguardo di qualche giovanotto che potrebbe fraintendere.
Osservando questi luoghi – come la carrozza ferroviaria teatro di questa descrizione – si ha la netta sensazione che l’accoglienza, l’integrazione, l’aiuto, siano solo una vuota rappresentazione retorica da esibire nei salotti della politica mediatizzata e, che poi, alla prova dei fatti, chi si trova col problema sotto casa, lo debba semplicemente subire in silenzio.
Dunque, intorno ad un comportamento piuttosto banale di un gruppo specifico – non pagare il biglietto e non subire per questo alcuna forma di sanzione – si addensa una fitta costellazione di altri comportamenti – non avere un lavoro ma possedere ed esibire i segni della società dei consumi, bighellonare negli orari in cui la gente lavora – che alimentano sospetti e pregiudizi che rischiano di ricadere anche su quei migranti operosi che attraverso il lavoro costruiscono la loro integrazione.
Ma più ancora – di fronte al racconto di questa storia banale – intristisce il sentire la rabbia, la sofferenza vera e disperata di quegli italiani che, caduti in povertà per causa della crisi, si sentono discriminati, abbandonati da uno stato corrotto, feroce nella sua protervia burocratica e, allo stesso tempo, incapace di far rispettare ai nuovi venuti, per la cui accoglienza investe miliardi di euro, le più elementari regole della vita civile.

Tra parole e numeri: identikit dei migranti per spegnere i pregiudizi e aprire bene gli occhi

Migrazioni. Il problema inizia già con la parola, con i vocaboli che si usano per descrivere e comprendere il fenomeno, conoscerlo e quindi renderlo meno inquietante e minaccioso. Migranti, extracomunitari, immigrati, emigrati politici, emigranti, migranti economici, sfollati, migranti irregolari, rifugiati, richiedenti asilo, profughi, e ancora: esuli, fuoriusciti, fuggiaschi, sfollati. La confusione linguistica è notevole e le guardie ideologiche del politicamente corretto sono già pronte ad imporre l’uso di nuovi termini obbligatori, lanciando il bando di proscrizione per quelli non più consoni alla neolingua. Intanto, l’uso di certe parole piuttosto che altre, resta un atto politico che svela ideologie, pregiudizi e a volte pura e semplice ignoranza: ognuna di queste parole richiama emozioni, sentimenti, categorie concettuali che di volta in volta avvicinano o allontanano, implicitamente approvano o respingono. In tale situazione una piccola ricerca, vocabolario alla mano, si rivela particolarmente utile.
Migrante e una categoria generica che indica una popolazione in transito verso nuove sedi, gente che passa, che è in movimento verso qualcosa.
Migrante economico indica tutte quelle persone che si spostano per motivi economici ovvero in cerca di lavoro, opportunità di reddito, possibilità di consumo e accesso ai benefici offerti dal paese di destinazione.
Migrante irregolare è colui che, per qualsiasi ragione, entra in un paese senza possedere i regolari documenti di viaggio (“sans papier”) e senza poi sanare questa condizione di inadeguatezza amministrativa.
Immigrato è un migrante che si è trasferito in un altro paese, colui che raggiunge il luogo di destinazione e qui si stabilisce.
Emigrato al contrario, è chi è espatriato temporaneamente o definitivamente; è insomma il migrante visto dal punto di vista della società di partenza anziché di quella d’arrivo.
Extracomunitario è un termine che indica qualsiasi persona che non sia cittadina di uno dei ventotto paesi membri dell’Unione Europea.
Richiedente asilo è una categoria giuridica che riguarda le persone che hanno presentato domanda per ottenere asilo politico in un paese estero. Il richiedente asilo diventa entro un lasso di tempo definito qualcos’altro (ovvero rifugiato, migrante economico, migrante irregolare) nel momento in cui ottiene una risposta ufficiale e definitiva alla sua domanda di asilo.
Rifugiato è un’altra categoria giuridica (art. 1 Convenzione di Ginevra, 1951) che si riferisce a persona per la quale si è accertato, tramite un’apposita procedura, il diritto ad avere asilo. Con ciò si riconosce ufficialmente che tale persona è stata costretta a lasciare il proprio paese a causa di persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche, appartenenza a gruppi sociali particolari e, a causa di questo, non può tornare nel proprio paese.
Profugo invece è un termine generico che indica chi lascia il proprio paese a causa di persecuzioni, guerre o catastrofi naturali; è dunque termine adatto a definire esodi di massa come quello dei siriani che fuggono dalla guerra.
In un campo e in un periodo storico dove le opinioni sembrano valere più dei fatti, la precisione linguistica dovrebbe essere fondamentale per discriminare e comprendere; purtroppo però la distinzione tra questi termini non è sempre semplice e tantomeno lo è la chiarezza a livello di linguaggio comune. In tale situazione capita di sentire definiti come rifugiati tout court perfino quanti, non ancora riconosciuti, sbarcano ormai quotidianamente sulle coste Italiane; capita di vedere erroneamente etichettati dei rifugiati come migranti economici e così via.

Migrazioni. Il problema si complica quando dai concetti si passa ai numeri tentando di quantificare un fenomeno che ormai dura da decenni; non a caso, malgrado il tema sia trattato quotidianamente da tutti i media, le percezioni delle persone divergono spesso profondamente dai dati ufficiali. In particolare, il fenomeno sembra ridursi, nelle opinioni di molti, al massiccio e drammatico flusso di persone che approdano quotidianamente sulle coste Italiane o che dalle navi italiane vengono raccolti in mare. In realtà questa è solo la parte più evidente di un sistema migratorio assai più vasto e complesso, per molti versi ignoto al pubblico. Ed anche questo tipo di flusso mediterraneo costantemente esposto alle telecamere dei media è tutt’altro che chiaro.
Per tentare di chiarire le cose bisogna innanzitutto distinguere chiaramente tra i flussi migratori rivolti verso l’Europa nel suo insieme e quelli che arrivano in Italia, posto che la composizione dei due insiemi è assolutamente diversa. Nel 2016 i paesi di provenienza più rappresentati su scala europea sono stati Siria (23%), Afghanistan (12%) e Nigeria (10%).

Diversissima è la situazione in Italia (vedi tabella) che vede per lo stesso anno una assoluta prevalenza di popolazioni sub sahariane con ben il il 20,7% di persone proveniente dalla Nigeria (il paese con il PIL più alto dell’Africa: e la cosa dovrebbe far molto riflettere) e 11,4% dall’Eritrea.
Per il solo flusso migratorio relativo agli sbarchi che interessano l’Italia passando per il Mediterraneo, i dati consultabili sul sito del Ministero dell’Interno (Dipartimento per le libertà civili e le migrazioni) sono i seguenti: 41.925 (2013), 170.100 (2014), 153.842 (2015), 181.436 (2016) per un totale registrato ufficialmente di 547.303 persone approdate sulle coste italiane negli ultimi 4 anni. Vi è indubbiamente qualcosa di perverso, di freddamente burocratico nel parlare di un simile flusso di esseri umani attraverso semplici statistiche impersonali. Tuttavia un analisi anche molto semplice di quei numeri fa emergere una realtà piuttosto sconcertante sulla quale riflettere per inquadrare il fenomeno della cosiddetta accoglienza e le problematiche che genera a livello locale. Dietro ai numeri non ci sono solo aspettative e idee personali, calcoli, motivazioni e sofferenze, ma ci sono tradizioni, appartenenze etniche e religiose, culture, spesse volte assolutamente diverse dalla nostra (per fortuna) e non interpretabili semplicemente attraverso le nostre categorie di uso comune. Basti pensare, ad esempio, al modo di intendere il lavoro, il ruolo femminile e le regole della convivenza civile.

Un secondo aspetto ampiamente sottaciuto ma importantissimo è la composizione di genere. Lo sanno benissimo i cooperatori internazionali più avveduti (pochi) che hanno capito che in Africa, per attivare progetti con qualche speranza di successo, bisogna necessariamente lavorare con le donne e su piccola scala. Quanto sono dunque le donne in questo flusso di sbarchi? Sicuramente dipende molto dai paesi e dalle culture di provenienza ma i dati sono piuttosto sorprendenti rispetto alla percezione comune. Secondo il sito dell’UNHCR solamente il 13,2 % degli sbarcati sono femmine mentre i minori sono il 15,6%; di questi ultimi secondo Unicef Italia il 91% sono non accompagnati di eta compresa tra i 15 e i 17 anni, quasi tutti maschi in prevalenza provenienti da Eritrea, Nigeria, Gambia ed Egitto. Secondo il sito openmigration.org le donne arrivate nel 2016 provengono per oltre il 40% dalla Nigeria (11% Eritrea).

Un ultimo aspetto molto importante riguarda l’età, fattore importantissimo in un paese che ha da anni raggiunto il proprio limite demografico e sta dunque invecchiando; un recente studio condotto dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) su un campione di oltre 1000 soggetti adulti attualmente ospitati in centri di accoglienza (CARA), stima un’età media intorno a 27 anni, mentre il 90% dei migranti ha meno di 30 anni.
La sintesi è questa: almeno 80% degli sbarchi in Italia degli ultimi anni è rappresentato da giovani maschi, in età di servizio militare e di lavoro, rare le famiglie assolutamente minoritarie le donne. Anche a prescindere da ogni considerazione ulteriore che possa riguardare il numero di soggetti che avranno diritto allo status di rifugiati, anche a prescindere dal modo con cui queste persone potranno guadagnarsi da vivere in una nazione con un tasso di disoccupazione giovanile che raggiunge picchi del 40%, anche facendo finta di non vedere i profondi contrasti che esistono tra le etnie migrate e sempre più spesso con gli indigeni, non si può non vedere che la situazione è già socialmente esplosiva, che richiede cura particolare e che implica, per evitare il peggio, scelte profonde, coraggiose, innovative ed eque nei confronti di tutti i cittadini.
E intanto, sempre secondo i dati del Ministero e in attesa degli accordi con la Libia, nei primi due mesi del 2017 gli sbarchi sono già aumentati del 57% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: erano nello scorso anno 9.101 sono oggi 14.319.
Buona fortuna, Italia

Io, rifugiata pakistana, denuncio il rischio dei falsi profughi

di Meera Jamal*

Secondo i dati dell’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), nel 2015 circa 47.840 pakistani hanno presentato domanda di asilo in Europa e la maggior parte di loro ha trovato sistemazione in Germania. Il Pakistan non è al primo posto nella graduatoria delle richieste di asilo. La maggioranza degli esuli in Europa proviene dalla Siria (362.775), seguita da Afghanistan (178.230) e Iraq (121.535). Ma questi stati sono teatro di guerre o conflitti interni. Poi ci sono flussi di migrazione interni al continente, dovuti a ragioni di natura economica, alimentati da cittadini extracomunitari, primi fra tutti quelli del Kosovo e dell’Albania. Quello del Pakistan, che si colloca al sesto posto e sopravanza nazioni come Eritrea e Nigeria, è un caso particolare degno di attenzione. Il Pakistan, dal quale io stessa provengo, non è un paese devastato dalla guerra, benché sia scosso da persecuzioni nei confronti delle minoranze religiose: sorge spontaneo, allora, chiedersi perché vi sono così tante persone che vogliono venire in Europa. Posso testimoniare infatti per diretta conoscenza che molti dei richiedenti asilo non sono vittime di persecuzioni di alcun tipo.

L’Europa, continente in cui vivo da otto anni, è ormai frequentemente oggetto di attacchi compiuti da rifugiati che generano morti, feriti, dolore e paura. Nonostante io stessa sia una rifugiata, credo ci sia molto di più del cercare un asilo nei cosiddetti “cercatori di rifugio”.
Ciò che spaventa, per esempio, è che, da una conversazione che ho avuto con un conoscente pakistano, ho scoperto che – proprio come l’aggressore tunisino Anis Amiri, il terrorista tunisino ritenuto l’autore della strage di Berlino del dicembre scorso, morto nel milanese a seguito di un conflitto a fuoco con la polizia – anche molti dei rifugiati pakistani arrivati in Germania, hanno presentato la domanda di asilo (alcuni di loro anche quattro o cinque volte), utilizzando pseudonimi diversi. Si dirà: questa situazione potrebbe essere evitata semplicemente prendendo le impronte digitali, ma capisco che, con un numero così elevato di rifugiati, l’amministrazione abbia difficoltà a farlo.
Ciò che finora è stato preso così “alla leggera”, potrebbe però facilmente trasformarsi in un rischio alla sicurezza, dal momento che sappiamo che i talebani e altre organizzazioni islamiche dilagano in Pakistan. E’ solo una questione di tempo prima che anche loro trovino il modo di combattere la battaglia dell’Islam nei paesi europei.
Non dimentichiamo che lo stesso Osama bin Laden visse in Pakistan per parecchi anni. In Pakistan ci sono ancora studenti che predicano apertamente l’odio e incitano a quella violenza che, negli ultimi due decenni, ha stroncato tante vite preziose.

La realtà è che il Pakistan ha molte regioni e alcune, come il Balochistan, sono quasi zone di guerra; nonostante ciò, durante i miei otto anni di esilio in Germania, non ho quasi mai visto dei balochistani fare domanda di asilo (a parte per quelli arrestati, per errore, dalla polizia tedesca nel corso delle indagine relative all’attacco di Berlino). Inoltre, le minoranze religiose in Pakistan, sono state brutalmente prese di mira nel corso degli ultimi anni. Vi sono stati molti atti di persecuzione contro i cristiani e gli ahmadi (propaggine della religione islamica); molti induisti sono stati convertiti con la forza, resi vittime di violenza carnale e assassinati.
Ciò nonostante, non ho mai incontrato un rifugiato pakistano che non appartenesse ad altra minoranza religiosa se non a quella ahmadiyya. Questo avviene perché circa il 90% di queste persone appartiene alla classe medio-bassa e non può permettersi di pagare tra i 13.000 e i 18.000 euro ad un agente, per ottenere un visto per un qualunque paese europeo.
Il paradosso sta nel fatto che lo stesso Pakistan ospita circa 1.621.525 di rifugiati afgani; alcuni di loro sono anche riusciti ad ottenere un passaporto pakistano con le buone o le cattive maniere e, dal momento che vi sono pochi controlli alle frontiere, molti di questi passaporti potrebbero essere opera dei talebani afgani.
Quindi, chi è la maggioranza delle persone che riesce a oltrepassare il confine e arrivare in un paese così lontano dal proprio? Stando alle mie osservazioni, la maggior parte di chi cerca asilo proviene dal Punjab. Dal momento che non è facile trovare lavoro e l’educazione non è un punto di forza della regione, la maggior parte degli uomini della classe medio-alta aspira a raggiungere paesi europei, dove sa di poter fare fortuna anche facendo mestieri “bizzarri” (che nella mentalità pakistana sono considerati degradanti). Molti di loro infatti hanno parenti che abitano in Europa o in America e sono attratti dalle migliori condizioni di vita in cui vivono.

Lusingati da tale prospettiva, questi uomini si mettono in contatto con trafficanti noti come ‘agenti’, i quali hanno avviato business e instaurato contatti con le industrie di diversi paesi come la Polonia, l’Italia o la Spagna, riuscendo così a procurare ai pakistani diversi tipi di visti, in base a quanto denaro sono disposti a spendere. Solitamente si tratta di visti di viaggio, visita o lavoro. Una volta che la persona giunge nel paese europeo assegnato, l’agente non ha più alcun tipo di responsabilità e occuparsi del resto del viaggio spetta al rifugiato o ai familiari che si trovano già nel paese dell’Ue. Coloro che desiderano spendere meno, raggiungono la Grecia in barca.
Una volta in Europa, non contattano un avvocato, ma vanno direttamente in un campo profughi, dove fare domanda di asilo. L’aspetto più interessante è che per paura di venire rispediti nel proprio paese appena il proprio caso viene respinto, usano un nome falso e una finta identità nella carta d’asilo, cosicché le proprie radici non possano essere rintracciate. Inoltre, dato che le loro identità non possono essere verificate dal database nazionale del paese, anche l’ambasciata pakistana non è in grado di rilasciare un passaporto per loro o di rintracciarli nel proprio database. Siccome il governo pakistano non è in grado d’identificarli, il governo tedesco non sa cosa fare e molti continuano così a vivere in Germania nonostante le loro richieste di asilo siano state rifiutate.

Durante il soggiorno nel campo profughi, i familiari consigliano loro di parlare il meno possibile e raccontare che sono fuggiti dal paese perché attaccati da un gruppo di talebani.
Quel che accade successivamente è più o meno uguale per tutti loro. Una volta acquisito il Doldung (accettazione) vanno a vivere con le proprie famiglie o negli ostelli per i rifugiati, in varie città. Dal momento che quasi a tutti viene negato il diritto di ottenere un lavoro, non perdono tempo a trovare ciò che localmente viene chiamato ‘schwarzarbeit’ (lavoro in nero) con il quale guadagnano circa 5 euro all’ora, nonostante il minimo salariale sia di 8,50. Inoltre, approfittando della frequente apertura delle frontiere italiane, questi pakistani si dirigono verso l’Italia e, attraverso la corruzione, ottengono un visto sul passaporto che però nascondono alle autorità, così da poter tornare a casa ogni volta che lo desiderano.

Bisogna prendere in considerazione il fatto che la maggior parte di questi uomini rende difficile anche la vita dei rifugiati effettivi.
Conosco una famiglia pakistana che viveva a Brema che perse due membri della propria famiglia; questi individui dovettero chiudere la propria attività e mettersi in salvo poiché la polizia non era in grado di proteggerli. Tuttavia non falsificarono la loro identità, né evitarono di fornire le prove di ciò che era loro accaduto: la loro domanda di asilo venne chiaramente approvata dal governo.
Anche nel mio caso, non ho mai usato una falsa identità; fornii tutte le informazioni relative alla mia famiglia e alla mia posizione e l’inviato Ohne Grenzen verificò la mia situazione di pericolo in Pakistan.

Ciò che più mi spaventa è che il Pakistan è stato, ed è tuttora, terreno fertile per i gruppi militanti religiosi che hanno preso di mira il popolo pakistano. Inoltre, da 30 anni o più, l’estremismo religioso è ormai incorporato nel terreno pakistano e la ricerca del paradiso e delle 70 vergini rende gli estremisti più pericolosi che mai. Dal momento che il problema dei rifugiati è già molto rilevante, penso che quei pakistani e afghani a cui sono stati rifiutate le richieste d’asilo dovrebbero essere rispediti a casa. I dati relativi alle impronte digitali dovrebbero venir condivisi tra i paesi dell’Ue per evitare casi di falsa identità, poiché la maggior parte di loro entra nell’Ue richiedendo un visto.

Il mio cuore è con le famiglie di coloro che hanno perso la vita e coloro che sono stati feriti nei vari attentati. E’ un modo triste e ingiusto di vivere, che genera lutti e paura in tutto il mondo.

* giornalista pakistana attualmente residente in Germania. Traduzione dall’inglese di Silvia Malacarne

Morire per arrivare in Italia:
la rotta dei migranti e il loro viaggio verso la speranza

di Diego Gustavo Remaggi

fab0553e-f41f-42c7-97cc-a82668e4782c

Quest’anno la crisi dei migranti sta raggiungendo numeri importanti: più di 174mila persone hanno compiuto un pericolo viaggio in mare che le ha condotte in Italia, 4700 sono morte lungo la tratta. Questi dati sono in contrasto con gli arrivi complessivi dei migranti e dei rifugiati in tutta Europa, che con il passare degli anni stanno notevolmente cambiando. Nei primi giorni di dicembre, il numero di chi arriva sulle coste italiane è aumentato del 13% rispetto all’anno precedente arrivando a toccare essenzialmente la Sicilia e Lampedusa, mentre in Grecia tale percentuale è scesa secondo accordi stretti tra l’Unione Europea e la Turchia per arginare il flusso dei richiedenti asilo nel mar Egeo. I numeri infatti sono rallentati nel 2016, ma l’Italia continua ad essere un punto d’entrata centrale all’interno del mar Mediterraneo e quindi dell’Europa.

La maggior parte dei migranti arriva dalla Libia, ma è originaria dei paesi sub-Sahariani, secondo i dati dell’UNHCR quest’anno 36mila persone sono fuggite dalla Nigeria, 20mila dall’Eritrea e 12mila dal Sudan. Le motivazioni geopolitiche alla base di queste migrazioni sono diverse, si tratta di repressione politica nell’Africa occidentale (in paesi come il Gambia), rivolte e carestia in zone come quelle nigeriane, oppure guerre civili come in Sudan. A farla da padrone però, secondo Ewa Moncure portavoce di Frontex, è la difficile situazione in Libia: “In questo paese manca il controllo della situazione – dice Moncure -, diverse fazioni in guerra tra loro controllano altrettante zone costiere e ne hanno il totale predominio, contrabbandieri e scafisti vengono incentivati da questa assenza di governo e non fanno sconti”. La tratta dei migranti è diventata un affare da miliardi di dollari con oltre un milione di africani che cercano di attraversare la Libia e approdare poi in Europa. Sempre Moncure fornisce alcuni dati: “Europol ha stimato che negli ultimi anni gli scafisti hanno guadagnato dai 4 ai 6 miliardi di dollari”.

La morte sembra avere cambiato anche mezzo di trasporto. I contrabbandieri di vite umane hanno cambiato carrette passando da imbarcazioni in metallo e legno a quelle di gomma che ovviamente non riescono a reggere determinate condizioni del mare e determinano l’aumento della percentuale di morti che d’altra parte non sono dotati minimamente di giubbotti di salvataggio. Da questo punto di vista, Frontex sta cercando di migliorare la propria missione umanitaria proprio per rafforzare la sicurezza dei confini europei. Nella prima settimana di dicembre è iniziato infatti un piano di aggiornamento per le guardie costiere libiche, nella speranza che riescano a controllare meglio i propri confini marittimi. E dall’altra parte del mare? Ad oggi in Italia ci sono 175mila migranti registrati nel sistema di accoglienza che stanno vivendo nei 3mila punti di accoglienza straordinaria sparsi nel territorio. Nessuno conosce la quantità di clandestini presenti. Chi ha visto rifiutare la propria domanda di asilo viene indirizzato dalla polizia a lasciare il Paese per tornare alla propria terra d’origine tramite l’aeroporto internazionale di Roma entro sette giorni. Molti di loro rifiutano di partire e cercano di restare in Italia o di entrare in altri paesi per fare nuovamente domanda di asilo.

Carlotta Sami portavoce dell’UNHCR per il sud Europa racconta che “La pressione sull’Italia sta crescendo, i confini a nord sono bloccati, i tentativi di ricollocazione dei richiedenti asilo in altre nazioni europee sta andando a rilento e ci sono sempre nuovi arrivi ad aggravare la situazione”. Le frontiere con Svizzera, Francia e Austria sono infatti attualmente chiuse ai migranti senza documenti di asilo, ma molti di loro tentano ugualmente di fare ingresso nel nord Europa. Due migranti sono stati trovati morti su un treno merci partito da Verona e diretto in Austria lo scorso 3 dicembre, altri tre sono stati travolti da un tir sull’autostrada che unisce i due paesi Le reti dei contrabbandieri sono sbocciate nei grandi centri del nord come Milano, e si stanno spargendo a macchia d’olio.

Per chi rimane in Italia ad aspettare la decisione sulla propria domanda di asilo, le condizioni dei 3000 centri di accoglienza straordinaria (CAS) sono spesso molto degradanti e sono fonti di polemiche speso utilizzate anche per scopi politici da partiti nazionalisti e populisti. Per la maggior parte, tali siti, sono gestiti da piccole cooperative o privati cittadini che ricevono 35euro al giorno per ogni migrante “gestito”, di cui una notevole percentuale è fornita dall’Unione Europea. Il problema, ribadisce Carlotta Sami, è che “non c’è un sistema di controllo centrale per questi centri e non è possibile sapere come essi stessi utilizzino i soldi ricevuti, che dovrebbero essere usati per il cibo e per i servizi utili ai migranti e invece, spesso, non lo sono”. “Nel nostro centro, non vengono mai accesi i riscaldamenti e di notte fa molto freddo”, racconta Mohammed Ceesay, un diciassettenne proveniente dal Gambia arrivato in Sicilia lo scorso a Aprile. Mohammed vive in un centro per minori vicino a Palermo, che ospita 160 ragazzi, tra i 10 e i 17 anni: “Abbiamo l’acqua calda per due ore al giorno, il cibo non è male ma quando contiene carne di maiale molti di noi non possono mangiarlo perché sono musulmani”.

A Novembre, diversi minorenni ospitati in un centro di accoglienza hanno protestato affinché venissero date loro delle scarpe, molti di loro stavano ancora indossando i sandali che portarono durante il viaggio dalla Libia. “Siamo arrivati qui per costruire un futuro, ma non possiamo fare niente mentre aspettiamo”, dice ancora Mohammed, “se riesco ad avere i documenti, parto e raggiungo la Finlandia o l’Olanda, lo farei anche subito se avessi quei fogli”. “La Commissione europea ha chiuso la procedura di infrazione contro l’Italia e la Grecia per la raccolta delle impronte digitali Eurodac” ha annunciato giovedì scorso il commissario Ue alla Migrazione e Affari interni, Dimitris Avramopoulos, stabilendo che l’obiettivo di completare la redistribuzione dei rifugiati da Italia e Grecia al resto d’Europa entro il settembre dell’anno prossimo è ancora raggiungibile, ma solo se da subito tutti i Paesi accetteranno di accogliere almeno 3mila rifugiati al mese da Italia (un migliaio) e Grecia (2mila), che dovranno aumentare a 4.500 (3mila dalla Grecia e 1.500 dall’Italia) a partire da aprile. “Negli ultimi mesi – ha aggiunto Avramopoulos – Italia e Grecia hanno compiuto sforzi sovrumani per gestire la crisi dei rifugiati”. Sforzi di una portata storica che la stessa Unione Europea riesce a comprendere, purtroppo, con molto ritardo.

Nota – Per la scrittura di questo articolo sono state utilizzate diverse fonti, prima di tutto i dati e le dichiarazioni dei rappresentanti UNHCR, alcuni reportage di Vice News (leggi), i preziosissimi dati di Open Migration, il riassunto de Il Post (leggi), il dettagliato volume a cura di Stefano Catone “Nessun paese è un’isola – Migrazioni, accoglienza e il futuro dell’Italia, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016”, le preziose corrispondenze settimanali di Indipendent, New York Times, Deutsche Welle, Wall Street Journal, Der Spiegel. Ognuna di queste fonti fornisce importanti possibilità di approfondimento a chi interessa l’argomento. Comprendere le proporzioni e le motivazioni che sono alla base del fenomeno migratorio è utile per ridurre le tensioni che ne possono derivare. Lo scopo di questo articolo e dell’approfondimento che ne potrà fare il lettore, se ci sarà, dovrà essere proprio quello di sostituire una naturale diffidenza verso ciò che accade in Italia con il fenomeno migratorio ad una razionale consapevolezza del perché succede.

La catena alimentare: pesci grandi e pesci piccoli

Esiste una catena alimentare tra gli esseri umani in cui il più debole è sacrificato sull’altare del benessere personale dell’elemento più forte. Se poi entra in circolo nella catena alimentare anche il tema dell’immigrazione, l’altare in cui si offriranno più sacrifici sarà quello del dio denaro. In una sequenza infinita di dare e avere, c’è chi offre un servizio a chi, per ripagarsi dei soldi spesi, ne offrirà un’altro, lucrandoci, al proprio vicino più svantaggiato. Ne sono pieni i titoli dei giornali: lavoro in nero, falsi certificati, fittizi contratti di lavoro tutti finalizzati ad ottenere l’agognato permesso di soggiorno. Si è aperta a settembre, presso il Tribunale di Ferrara, la prima udienza preliminare che vede imputate un’impiegata della Prefettura, un’avvocatessa ferrarese e tre imprenditrici cinesi accusate di aver gestito un’organizzazione che, dietro pagamento di sette mila euro da parte di connazionali cinesi, presentava domande di permesso di soggiorno prodotte sulla base di falsi contratti di lavoro e di affitto di immobili.
Ci guadagnano professionisti e operatori italiani, ma ci guadagnano anche cittadini stranieri che, a loro volta, trovano il modo di lucrare alle spalle dei propri connazionali. Il lavoro in nero è la prima e più frequente delle piaghe indotte da questo sistema: che sia la badante per il genitore anziano o il muratore che costa una miseria per il proprio cantiere, la casistica vuole che il cittadino italiano si metta in tasca diverse migliaia di euro risparmiate non regolarizzando il lavoro del proprio dipendente. Dipendente che spesso è un cittadino irregolare che non può aspirare a niente di meglio, data la propria situazione ai margini della legalità. Una illegalità che persiste proprio per l’impossibilità ad ottenere un contratto di lavoro regolare che, di fatto, regolarizzerebbe un’intera esistenza.

Come detto, ci guadagna il cittadino italiano ma, spesso, ci guadagna anche il cittadino straniero, in un sistema di truffe incentivato proprio dalla lotteria “permesso di soggiorno”, il titolo che autorizza la presenza dello straniero sul territorio dello Stato Italiano e ne documenta la regolarità. In sostanza si tratta di trovare una persona dotata di partita iva o attività commerciale, che dichiari di assumerti e ti fornisca un alloggio. Da qui nasce il fenomeno dei “referenti nazionali”: stranieri già presenti in Italia che, dietro il pagamento di laute somme di denaro, fanno da intermediari con i propri connazionali per fornire loro i requisiti di lavoro e alloggio richiesti. Da qui nasce la tragedia dei lavoratori cinesi, stipati in piccoli laboratori-dormitori, costretti a vivere per lavorare e ripagare così il proprio “permesso d’oro”. E sempre da qui nascono le liti tra condomini che vedono un via vai, nella propria palazzina, di famiglie nigeriane sempre diverse tra di loro, fatti passare per ospiti ma in concreto subaffittuari del medesimo appartamento. Lo fanno per disperazione? Lo fanno per cattiveria? Lo fanno perché, in un sistema malato che li costringe ai margini della società, non gli resta che rispolverare l’atavica legge della giungla sui più deboli (i nuovi arrivati) dei loro connazionali? Le voci di critiche si susseguono: “sono troppi, ci rubano il lavoro, rubano in casa nostra, portano le malattie”. Le malattie però non fanno paura se “quello lì”, l’immigrato, ti offre quattro mila euro in contanti per portarti all’altare. La situazione è molto più complessa e trasversale del “noi con loro” o “noi contro di loro”. Se i carnefici fossimo solo noi la situazione sarebbe paradossalmente più tranquillizzante, ma se i carnefici sono anche “tra loro”, se a sfruttare i nuovi arrivati sono gli immigrati stessi, quelli di lungo corso, la situazione diventa ben più destabilizzante.

In una disputa in cui in palio è il permesso di soggiorno o l’asilo politico, a seconda delle situazioni, si combatte senza esclusione di colpi. Persone fuggite dalla guerra e dalla povertà, in cerca di un futuro migliore per sé e i propri familiari, diventano pedine, perdenti fin dall’inizio, di un sistema che non riesce ad arginare i suoi fenomeni di criminalità. Lo status di rifugiato viene riconosciuto dalla Commissione territoriale competente, in seguito alla presentazione della domanda di protezione internazionale, nel caso in cui lo straniero possa dimostrare il fondato timore di subire nel proprio paese una persecuzione personale, ai sensi della Convenzione di Ginevra. Sacrosanto diritto. Ma la maglia di protezione, spesso, si dimostra troppo larga se, consigliati da competenti addetti ai lavori, spesso avvocati, si riesce ad incasellare un percorso di vita in uno dei requisiti richiesti per ottenerlo. Molti “omosessuali” tunisini sono entrati in Italia per poi sposarsi successivamente con proprie connazionali.

Le numerose domande sulla giustezza di tutto ciò dovrebbero orientarsi, oltre che sul valore della persona, anche sulla correttezza del sistema. Gli immigrati, identificati in un qualsiasi paese della comunità europea, hanno l’obbligo di rimanere in quel paese fino al chiarimento della propria posizione. Mesi in cui la vita è sospesa, ospiti invisibili in attesa di un giudizio finale. Una condizione di vita che abbruttirebbe qualunque essere umano che si vedesse costretto a dormire in un ostello, a bivaccare in una panchina, passando intere giornate in attesa del nulla. Qualsiasi essere umano, appunto: noi come loro.

La criminalità in città aumenta, ma gli esperti dicono che è solo “percezione”

In occasione della Festa della Legalità, l’incontro avvenuto all’Arengo la scorsa settimana getta le basi per una riflessione su ciò che viene detto e ciò che viene invece trascurato dell’argomento criminalità. Ecco un’ulteriore interpretazione legata al nodo, oggi più delicato che mai, dell’immigrazione.

Il crimine si può tradurre come un delitto grave, ovvero un reato, un illecito che provoca conseguenze particolarmente rilevanti e nocive alla vittima che lo subisce. Per capire di cosa parliamo occorre spiegarsi e chiarire bene le cose che diciamo, pertanto se parliamo di crimine, criminalità e affini dobbiamo sapere cosa significano e soprattutto come influenzano le nostre vite: è a questo che servono le parole. Anche se all’Arengo si è scelto di privilegiare i numeri.

Quando vado all’incontro pubblico tra gli addetti ai lavori e la cittadinanza sul tema della sicurezza nel nostro territorio, mi trovo in mezzo ad una platea di giornalisti in attesa dei relatori che arriveranno di lì a poco.
Così, mentre la deliziosa saletta dell’Arengo si riempie di gente, mi sistemo in prima fila ad armeggiare col registratore e a controllare il mio taccuino. Sono insolitamente puntuale, tanto che ho scelto il posto migliore che potevo, subito dopo un collega seduto al mio fianco apre il suo portatile e un giovane tecnico del comune accende il proiettore delle slide puntandolo sullo schermo alla mia sinistra. Poi finalmente arrivano.
Sono quattro: c’è l’addetto stampa del comune, Alessandro Zangara, che precede il responsabile regionale alla sicurezza Nobili, li seguono il vice questore Crucianelli e l’assessore ai lavori pubblici Modonesi. Quindi, a parte l’ospite, ci sono un funzionario della regione, un funzionario di polizia e un politico. Quale parterre più adatto per parlare di crimine e criminalità? Magari un commissario (e quello più o meno c’era), un sociologo, un antropologo, uno psicologo, un criminologo, un giudice… chissà.

Dopo le presentazioni capisco subito che la serata si tradurrà molto probabilmente in una lunga elencazione di numeri e statistiche, di tabelle e percentuali, il tutto puntualmente condito di considerazioni su ciò che è stato in passato e su ciò che è nel presente. E per il futuro? Non si sa, non ci sono i dati…
Vabbè, ma almeno qualche previsione potevano azzardarla però!
Comunque, plaudo all’onestà intellettuale dei tecnici che, non avendo sfere di cristallo, generalmente evitano per mestiere di parlare di cose che non siano comprovate da dati certi. Evviva le certezze dunque!
Ma di quali certezze stiamo parlando? Ebbene ve lo dico subito: la più eclatante è che l’Italia è il paese più mite e sicuro del mondo!
Proprio così. L’ha fatto intendere Nobili, l’ha confermato con tanto di tabelle luminose e illuminanti Crucianelli, l’ha ribadito alla fine Modonesi, aggiungendo che il vero problema sta nella “percezione”.
Ma “percezione” è comunque una parola e delle parole tratterei alla fine, concentriamoci pertanto sui numeri (che in ogni caso non trascriverò).

Da qualche anno, in Europa, così come in Canada e Stati Uniti, i crimini più violenti contro la persona, ovvero gli omicidi, sono in calo. L’Italia segue il trend di tutti gli altri paesi occidentali, col pregio di essere tra i paesi a più basso indice di violenza d’Europa. Se a questo aggiungiamo che l’Europa è il continente col più basso indice di violenza di tutti e cinque i continenti, l’equazione dei nostri esperti “Italia uguale isola felice” non fa una grinza.
La questione si fa più delicata e complessa quando spostiamo lo sguardo su altri tipi di crimini, come gli stupri e le lesioni gravi, ma soprattutto sui crimini contro la proprietà, come i furti e le rapine.
In questo caso, purtroppo, il panorama appare invece preoccupante: i numeri infatti ci dimostrano che sono in costante aumento i furti commessi nelle proprietà private (appartamenti, ville, luoghi di lavoro), ed è soprattutto il fenomeno delle rapine effettuate all’interno delle abitazioni che desta più sconcerto. Si tratta ormai di una pratica criminosa sempre più frequente che prende di mira le case isolate di campagna, magari abitate da persone anziane che hanno scarse possibilità di reagire e difendersi. Lo sconcerto aumenta quando al furto si aggiunge il pestaggio delle vittime inermi, spesso gratuito, immotivato e inferto con inaudita violenza, che qualche volta ha provocato la morte dei rapinati.
Questa generale tendenza al rialzo dei reati di tipo predatorio (termine usato dagli esperti), ossia contro la proprietà, inizia e prosegue costante da vent’anni ad oggi e, dai dati evidenziati, la prospettiva di un’inversione di tendenza non lascia molto margine all’ottimismo. Quindi, a metà serata, la domanda che mi pongo è se l’Italia sia davvero un’isola felice, o forse si profili l’ipotesi di qualcosa simile alla rassegnazione ad accettare un progressivo peggioramento delle proprie sicurezze con l’idea (ribadita con insistenza dalle istituzioni presenti) che altrove sia stia decisamente peggio.

E Ferrara? La nostra città e il nostro territorio rispecchiano sostanzialmente l’andamento nazionale con una “piccola” differenza in controtendenza, ovvero l’aumento degli omicidi: nella nostra provincia, nel 2015 ci sono state quattro uccisioni! Il dato è comunque del tutto eccezionale poiché, si affretta a dire Crucianelli, la casistica di omicidi nel nostro territorio resta talmente bassa (in media zero o un omicidio all’anno) che quest’ultimo dato non può rappresentare un valore di tendenza utile a fini statistici. In pratica, nel nostro futuro, la possibilità di essere più o meno ammazzati lo scopriremo solo vivendo.
In aggiunta a queste considerazioni e grazie alle domande di alcuni giornalisti meno annoiati di altri, è poi emerso che, restando sempre in ambito ferrarese, è avvenuto un progressivo spostamento degli equilibri nelle attività di smercio e spaccio della droga, mercato che da qualche tempo è passato nelle mani della comunità nigeriana, relegando al secondo posto gli spacciatori magrebini che ne detenevano il controllo da anni. Resiste qualche outsider italiano che spaccia facendo concorrenza a proprio rischio e pericolo agli africani. Risulta, tra l’altro, che gli stessi nigeriani gestiscano il racket della prostituzione delle ragazze di colore, all’interno di un apparato organizzativo che allunga le sue maglie ben oltre i confini del nostro territorio.
A questo punto, all’esplicita richiesta di qualcuno di poter avere qualche informazione più precisa sulla provenienza della droga che viene smerciata nelle nostre strade, Crucianelli si trincera in un ben collaudato “Non posso rispondere perché sono informazioni riservate e le indagini sono tuttora in corso”, che personalmente ho inteso in questo modo: “Accontentatevi di quel poco che vi ho detto perché lì in mezzo ci sono nostri infiltrati che rischiano la pelle”.
Con tutto ciò, resta da dedurre che il mercato della droga è e rimane un affare tra extracomunitari, e questo già si sapeva.

Ma c’è dell’altro. Sempre negli ultimi anni, per quanto riguarda le lesioni personali, gli stupri e altri reati come scippi e borseggi, i dati oscillano tra alti e bassi in un sostanziale equilibrio verso l’alto, cioè in una generale tendenza ad aumentare. Anche se i fattori che portano a questo risultato sono diversi e necessitano di approfondimento. In altre parole, se il tendenziale aumento delle aggressioni e delle violenze personali viene motivato da un aumento della litigiosità tra le persone (a questo punto sarebbe stato opportuno capirne pure le cause, magari coinvolgendo sociologi e antropologi, o no?), l’aumento degli stupri e delle molestie sessuali ai danni delle donne viene spiegato con una maggiore sensibilità al problema che è all’origine di un aumento delle denunce, come dire: siccome sappiamo che spesso in passato tali stupri non venivano denunciati, non possiamo affermare con certezza che rispetto a prima ci sia stato un oggettivo aumento dei reati oppure solo un aumento delle denunce.
Viene poi fatta un’ulteriore considerazione che delinea un generico identikit di chi commette questi crimini: sono giovani maschi di età compresa tra i quindici e i trent’anni circa!
Ebbene sì, avete letto bene, sono giovani maschi… Io mi sarei aspettato che dicessero che erano vecchiette psicopatiche o casalinghe frustrate, o mariti cinquantenni in piena crisi di mezza età. In pratica una rivelazione sorprendente!
Nonostante il generale clima di ottimismo e buona volontà che si respira all’Arengo, posso dire, a mio modesto e insignificante parere, che le prospettive per il futuro appaiono desolanti.

Certo è vero, rispetto agli altri paesi occidentali, il nostro rimane tuttora in una condizione privilegiata a basso indice di criminalità violenta, è un fatto indiscutibile. Guardando però meglio quali sono gli altri paesi con cui ci confrontiamo, alcune cose mi appaiono più chiare: se lasciamo da parte il caso di Stati Uniti e Canada che hanno contesti storici e sociali assai differenti dal nostro (e che comunque stanno registrando negli ultimi anni, a differenza di noi, un repentino calo del tasso di criminalità), vediamo che in Europa al primo posto tra i paesi più violenti c’è il Regno Unito (che peraltro, come oltre oceano, sta avendo anch’esso un notevole calo di criminalità), seguito da Francia e Germania. Paesi dunque con una componente multirazziale assai più radicata e diffusa della nostra, ma anche con un’economia più stabile e florida di quella italiana.
All’incontro si è pure accennato ad una maggiore devianza giovanile di questi paesi rispetto al nostro, fenomeno ad esempio testimoniato dall’incredibile divario del numero di giovani attualmente nei riformatori inglesi rispetto a quelli italiani (circa quarantamila in Inghilterra contro gli appena millecinquecento in Italia), certo occorre anche dire che l’ordinamento giudiziario britannico è assai diverso rispetto al nostro e simili differenze andrebbero analizzate in modo più serio e approfondito.

A questo punto mi assale una serie di dubbi e quesiti, il guaio è che ho la spiacevole consapevolezza che gli esperti interlocutori che ho di fronte non possano soddisfare le domande che mi faccio e vorrei far loro, semplicemente perché rispondere a tali domande non rientra nelle loro competenze. Per cui non mi resta che esporle adesso, sperando che qualche lettore più illuminato di me abbia le risposte.
Per quanto ancora resteremo un paese a basso indice di criminalità violenta se il nostro apparato statale persevera nella sua politica di accoglienza d’emergenza, senza cioè un serio ed accurato programma d’inserimento sociale e lavorativo duraturo dell’immigrato? Voglio dire: è logico accogliere fiumi di disperati, ospitarli in strutture provvisorie (spesso creando contrasti con le popolazioni che entrano forzatamente in contatto coi rifugiati), accudirli, affidarli a organizzazioni di assistenza sociale per un periodo di tempo limitato, e, scaduto il tempo, abbandonarli a se stessi, senza lavoro né soldi, in una società che li vede come degli intrusi? Accogliere persone e sistemarle come pacchi qua e là senza un programma di inserimento sociale serio e complesso a lungo termine non genera il rischio di aumentare malcontento e frustrazione sia tra coloro che arrivano che tra coloro che già abitano nel territorio? Non è forse questo modo di concepire l’accoglienza che ha causato il proliferare di enclave etniche chiuse, terreni fertili per la criminalità, come l’esempio della comunità nigeriana di Ferrara starebbe a dimostrare? Non è forse vero, ad esempio, che gran parte dei furti e delle rapine nelle ville sono commessi da persone originarie dell’est europeo?

Credo che abbiamo di fronte un problema serio: ovvero la tendenza da parte delle istituzioni a mettere in conto un progressivo innalzamento del livello di criminalità come un fatto inevitabile e fisiologico. Fatto generato da un contingente mutamento sociale in direzione di quel melting pot previsto e preventivato da certa parte politica. Se a questo aggiungiamo la difficoltà del paese ad uscire da una crisi economica che si trascina da anni e, contrariamente ai proclami di ripresa occupazionale che puntualmente vengono annunciati dal governo per essere poi subito smentiti dalla realtà, continua a rilasciare per strada migliaia di disoccupati, si comprende quanto questa compressione sociale stia evolvendo in un potenziale e pericoloso teatro di nuovi conflitti tra poveri.
E ribadisco il concetto di “guerra tra poveri” che di implicazioni razziali ha poco o nulla, poiché, a proposito di percezioni più o meno motivate dai fatti, è un fatto che molti pregiudizi si siano concentrati in comunità come quelle slave e rumene che, almeno da un punto di vista “razziale”, sono assolutamente identiche agli italiani. In effetti un italiano non è più razzista di un rumeno, di un albanese, di un serbo, o di un nigeriano, di un pakistano, di un cinese, eccetera. E nigeriani, tunisini, filippini e tutti gli altri non sono più violenti di noi italiani.
Da sempre, la tendenza è di guardare agli individui e alle comunità giudicando le loro azioni e i loro comportamenti per etichettarli e trasformarli in strumenti di propaganda ideologica in un senso o nell’altro. E da sempre l’errore è quello di trascurare le cause profonde all’origine di tali comportamenti che sono uguali per tutti, a prescindere dal colore della pelle e dalla provenienza.
Se creiamo le basi per generare malessere sociale, ovvero un abbassamento generalizzato della qualità della vita (l’aumento della disoccupazione e della soglia di povertà, la concentrazione nel territorio di altri gruppi etnici percepiti come possibili minacce, un sempre più diffuso sentore comune di ingiustizia sociale seguito da una conseguente mancanza di fiducia nel futuro), corriamo il grave rischio di trasformare la nostra società in una polveriera di conflitti e violenze dalle conseguenze inimmaginabili.

Concludo tornando all’argomento criminalità: secondo gli esperti della serata quindi, il nodo non sarebbe tanto nel pericolo concreto corso dal cittadino, ma nella “percezione” che quest’ultimo ha del pericolo. In altre parole trattasi più di pericolo paventato che reale! Vuoi vedere che siamo tutti diventati dei timorosi visionari, palesemente insicuri e pure un po’ vigliacchi? Può darsi, ciò non toglie che quando si “percepisce” qualcosa, spesso e volentieri ci si azzecca.

Emergenza immigrazione: e se non fosse proprio così?

Le uniche due certezze che emergono dai dibattiti politici e mediatici sul tema migrazione e politiche d’accoglienza sono che siamo di fronte a una ‘emergenza migranti’ e a una ‘invasione di immigrati’. E’ davvero così?
E se vi dicessimo che nel 2007 gli immigrati giunti in Italia sono stati 512.000, mentre nel 2015 sono scesi a 250.000? E se aggiungessimo che su 500 milioni di europei, solo il 6,9% è costituito da immigrati, con una quota di stranieri che varia dal 45,9% del Lussemburgo allo 0,3% della Polonia, mentre l’Italia con l’8,2% è allineata agli altri grandi paesi – Germania (9,3%), Regno Unito (8,4%) e Francia (6,6%)?
Sono i dati del rapporto “Governance delle politiche migratorie, tra lavoro e inclusione sociale” redatto dai Radicali Italiani su dati Eurostat, presentato a inizio ottobre a Roma al Senato della Repubblica.

Particolarmente interessante è il dato sul numero degli ingressi annuali degli immigrati (gli stranieri iscritti all’anagrafe per trasferimento di residenza dall’estero). L’Italia, si legge nel documento, “si colloca al terzo posto” dietro Germania e Regno Unito, ma “registra una netta flessione: da circa 512 mila ingressi del 2007 a 248 mila del 2014 (-267 mila, pari a -51,8%)”.
Sempre secondo i dati presentati dai Radicali italiani, gli arrivi complessivi di migranti per mare nel nostro paese sono stati 170 mila nel 2014, 154 mila nel 2015 e 48 mila nei primi cinque mesi del 2016, in linea con gli sbarchi degli stessi primi cinque mesi del 2015. Complessivamente dunque non presenta alcun carattere di eccezionalità, di emergenza o di invasione, diversamente da quanto sostenuto da alcuni.

Le cose cambiano se si parla delle richieste d’asilo. Nel 2015 i rifugiati riconosciuti e le persone alle quali è stata concessa una forma di protezione internazionale, secondo l’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) citata dal rapporto, sono complessivamente 16,1 milioni: solo 1,3 milioni sono ospitati nei 28 paesi dell’Unione europea, l’8,3% del totale. Di questi l’Italia ne accoglie 118 mila, pari allo 0,7%.
I paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati sono la Turchia (2,5 milioni), il Pakistan (1,6 milioni), il Libano (1,1 milioni) e la Giordania (664 mila), non esattamente i più ricchi quindi. Per quanto riguarda la provenienza, invece, il paese con il maggior numero di rifugiati è la Siria (4,9 milioni), seguita da Afghanistan (2,7 milioni), Somalia (1,1 milioni), Sudan del Sud (779 mila) e Sudan (629 mila). Da sottolineare anche che se la crescita del loro numero nel mondo negli ultimi cinque anni è stata molto intensa (+52,8%), nel totale dei paesi dell’Unione si registra una lieve flessione (-4%). L’Italia con il suo +109,3% a quanto pare rappresenta quindi un’eccezione, ma certo non ci si può lamentare in confronto alla Grecia: +1,994,1%.
Il rapporto dei Radicali prende in considerazione le richieste d’asilo ai vari paesi dell’Unione Europea da maggio 2014 a maggio 2016: il loro numero è in continuo aumento, “con un picco nel mese di ottobre del 2015 (172 mila unità)”. Con però una parziale sorpresa: “nei primi cinque mesi del 2016 subisce una netta flessione, probabilmente – scrivono gli estensori del rapporto – a causa della chiusura delle frontiere sulla rotta balcanica e degli accordi con la Turchia, con un numero delle domanda di asilo del mese di maggio molto contenuto (66 mila)”.
Nel 2015 sono state presentate nei paesi dell’Unione europea circa “1,3 milioni di domande di asilo, con un aumento del 236,8% rispetto al 2013”. La percentuale italiana è del 6,6%, pari a 83 mila domande, con un aumento certamente rilevante: il “223,7%”. Un fenomeno che si spiegherebbe con “il numero tradizionalmente basso delle richieste d’asilo nel nostro Paese, determinato probabilmente dalla volontà prevalente dei migranti sbarcati in Italia di trasferirsi in un altro paese dove presentare la domanda”. Dal 2013, invece, complice la più rigida applicazione del trattato di Dublino prima e poi i rigidi controlli alle frontiere con Francia e Austria, molti “hanno preferito fare domanda d’asilo in Italia e avere così un titolo per potervi rimanere legalmente fino alla conclusione dell’iter”. Il problema sta proprio qui: a differenza di quanto dichiarato da alcuni zelanti politici e opinion maker nostrani, che affermano che ‘facciamo entrare tutti’, “sta crescendo in modo preoccupante il numero di coloro a cui è stata rifiutata la richiesta d’asilo”. Secondo le cifre riportate dai Radicali, tre quarti degli immigrati a cui è stata respinta la domanda d’asilo provengono da nove paesi: Nigeria, Pakistan, Mali, Gambia, Bangladesh, Ghana, Senegal, Tunisia e Costa d’Avorio, ma anche da paesi in guerra come la Nigeria, l’Afghanistan e l’Eritrea.
Oltre la metà delle domande d’asilo presentate in Italia nel 2015 è stata respinta: il 58,6%. Solo il 41,5% è stato accolto. Il tasso di non accoglimento del nostro Paese, si legge nel documento, “è superiore di 10 punti percentuali rispetto a quello della media europea (48,1%)”. Inoltre, sottolineano gli estensori, quello dell’anno scorso non è un dato isolato, ma l’ultimo segnale di un trend pluriennale. L’aumento tra 2008 e 2015 dei dinieghi da parte dell’Italia di più della metà delle domande d’asilo, in cifre circa 119 mila migranti secondo il rapporto, si traduce “nella probabile presenza nel nostro paese di decine di migliaia di persone che, una volta non ammesse alla protezione, non hanno più titolo per rimanere sul territorio legalmente né possono regolarizzare la propria posizione anche se in possesso di una proposta o di un contratto di lavoro”. Dunque il nodo centrale non sarebbe in quanti arrivano e da dove arrivano, ma cosa ne è di loro una volta che sono qui perché con la chiusura delle frontiere rimangono qui anche se vorrebbero andare altrove e nello stesso tempo, se la loro domanda d’asilo viene rifiutata, non hanno possibilità di rimanere in modo legale sul nostro territorio.

Popolazione straniera al 1 gennaio per paese dell’Unione europea (incidenza percentuale sul totale), Anno 2015, Fonte: Rapporto Radicali Italiani su dati Eurostat
Popolazione al 1 gennaio per cittadinanza in alcuni paesi dell’Unione europea (valori assoluti e percentuali), Anno 2015, Fonte: Rapporto Radicali Italiani su dati Eurostat
Ingressi annuali degli immigrati in alcuni paesi dell’Unione europea (valori assoluti in migliaia), Anni 2005-2014, Fonte: Rapporto Radicali Italiani su dati Eurostat
Ingressi annuali degli immigrati in alcuni paesi dell’Unione europea (valori assoluti e percentuali), Anni 2005-2014, Fonte: Rapporto Radicali Italiani su dati Eurostat

È dagli anni Novanta che i transiti in Europa e le stabilizzazioni dei cittadini non europei sul territorio sono sempre state vissute come un’emergenza e come una questione che attiene solamente alla sicurezza, allora erano albanesi e kosovari, oggi sono siriani, afghani, nigeriani, somali. Ma se ci confrontiamo con gli sbarchi sulle nostre coste da ormai vent’anni, si può parlare di emergenza? Con un 6,6% di tutte le richieste d’asilo dell’Unione Europea e con un tasso di non accoglimento di dieci punti superiore alla media del continente, possiamo parlare di invasione?
È necessario superare le narrazioni retoriche sul tema migranti e politiche di accoglienza, sia quelle buoniste sia quelle razziste. È necessario uscire dall’ottica emergenziale, che in questo come in altri campi non fa che alimentare distorsioni e corruzione, e considerare politiche strutturali di lungo periodo, che coinvolgano ogni livello istituzionale, dal governo del territorio all’Unione, bisogna smettere di cercare forme di gestione tecnocratiche e costruire ragionamenti politici, di trasformazione sociale. Come ha scritto lo scorso febbraio su Internazionale Kenan Malik del Guardian: “La storia degli ultimi 25 anni ci dice che a prescindere da quanto si rafforzi la fortezza Europa, recinti e navi da guerra non fermeranno i migranti. Né controlli più rigidi modificheranno la percezione del problema tra l’opinione pubblica. Trasformare ancora di più l’Europa in una fortezza non contribuirà ad attenuare il senso di frustrazione così diffuso. Gli “idealisti”, d’altro canto, cercano di promuovere politiche sull’immigrazione più etiche, ma sembrano disposti a fare a meno della volontà democratica per applicarle. Questo approccio non è più attuabile o più etico di quello realistico. Nessuna politica a cui l’opinione pubblica è ostile potrà mai funzionare”.

Leggi il rapporto “Governance delle politiche migratorie, tra lavoro e inclusione sociale” dei Radicali Italiani

IL PERSONAGGIO
Pio D’Emilia, l’inviato Sky che racconta con umanità l’odissea dei migranti

E’ diventato per tutti un volto noto e familiare. Pio D’Emilia ha scardinato la maniera tradizionale, un po’ impettita e distaccata, di fare informazione televisiva. Inviato da Sky alla frontiera fra la miseria e la speranza per raccontare l’esodo dei migranti, è riuscito a trasformare la loro vicenda da un fatto a una storia. Nei suoi servizi traspaiono le emozioni. Il suo modo di narrare questa epopea è fuori dagli schemi e richiama la sensibilità di grandi reporter quali Ryszard Kapuscinski o Tiziano Terzani.

Si ritrova nella loro concezione di giornalismo?
Assolutamente sì – replica convinto D’Emilia, che ha accettato di raccontarsi a Ferraraitalia -. Non ho conosciuto il primo, mentre ho avuto il piacere – e talvolta lo ‘spiacere’ – di incrociarmi spesso con Tiziano. Ma ce ne sono tanti altri, che ammiro e rispetto, sia italiani che stranieri. Purtroppo sempre di meno: scarsa preparazione umana e professionale, pigrizia fisica e mentale, censura e soprattutto autocensura stanno uccidendo un certo tipo di giornalismo…

Di Kapuscinski condivide l’idea che il giornalista non possa essere neutrale ma debba schierarsi e dare voce a chi voce non ha?
L’obiettività nel senso di neutralità non esiste, né nelle parole, né tantomeno nelle emozioni. Pensiamo solo all’Afghanistan, a quando gli attuali terroristi e ‘tagliagole’ erano chiamati, dalle grandi agenzie, “combattenti per la libertà”, eccetera eccetera. Certo, bisogna sempre cercare di essere il più possibile precisi nel fornire dati e descrivere situazioni, ma poi l’analisi e anche il giudizio – perché no – deve esserci e deve essere sincero. Poi da che parte stare dipende: io preferisco, da sempre, stare dalla parte del ‘torto’…

Prima di decidere se rendere pubblica un’informazione valuta sempre l’effetto che la notizia sortirà? E, nel caso, questo condiziona la sua scelta?
In genere no. Solo in alcuni casi di cronaca nera, in cui per esempio sono coinvolte famiglie, bambini… Ma per fortuna non mi capita spesso di dovermene occupare.

I suoi servizi su Sky evidenziano una grande preparazione e insieme una forte empatia nei confronti dei migranti di cui riporta vicende, storia personali, speranze, delusioni, drammi. Qualcuno in redazione o nell’ambiente professionale ha espresso critiche per questo sue essere partecipe?
Beh, la ‘preparazione’ dovrebbe essere uno dei doveri dei giornalista, tenuto a documentarsi prima di affrontare un argomento o vicenda e poi, se si occupa di un particolare settore (nel mio caso, l’Asia orientale) aggiornarsi continuamente. Io dei migranti sapevo poco o nulla, ma appena sono partito ho cercato di documentarmi attraverso letture e contatti personali. Nello stesso tempo cerco di restare aggiornato sulla ‘mia’ materia: in questi giorni ad esempio sono successe delle cose in Cina e Giappone di cui ovviamente non mi sono potuto occupare (anche se me l’avevano chiesto!) ma mi sono sempre tenuto aggiornato. Ma non è un peso, è una cosa che fai volentieri, di cui senti il bisogno, e di cui ahimè si sente sempre più la mancanza. Lo vedo in molti colleghi, che prendono questa professione come qualsiasi altra: dalle ore alle ore… E quando sono ‘fuori turno’ o in vacanza, staccano la spina. Io non riesco mai, a staccarla.
Quanto all’empatia e alle eventuali critiche: su Facebook e sul sito di Sky ricevo quotidianamente centinaia di commenti. Diciamo che per l’80% sono positivi, 10% negativi e 10% veri e propri insulti. Mi sta più che bene. Per quanto riguarda i pareri all’interno di Sky – una redazione dove si tende a dare una immagine di neutralità – debbo dire che la stragrande maggioranza dei colleghi mi sta esprimendo, almeno a parole, grande sostegno e solidarietà. Direttora compresa. La quale pare che un giorno, durante la riunione di redazione, mi abbia additato a esempio di “Inviato” e di come si possa prendere posizione. Ma per farlo, pare abbia detto, occorre avere una certa età e sopratutto credibilità. E Pio le ha entrambe… (ride di gusto)

Qualcosa che ha letto o sentito sui media, in relazione ai fatti di cui è testimone, l’ha particolarmente infastidita?
In questi giorni non ho davvero avuto tempo di leggere la ‘concorrenza’. Confesso di non aver molta stima per la stampa italiana, tranne rare eccezioni. C’è molto pressappochismo, superficialità, per non parlare di plagio e molta fantasia. Mi dispiace dirlo perché conosco molti colleghi in gamba che ci lavorano, ma Repubblica è il simbolo di questa dilagante cialtroneria

Quali risposte auspicherebbe dalla politica e dalle istituzioni?
La creazione immediata di una task force. Uomini e risorse da inviare sul luogo per creare un corridoio umanitario efficace e logisticamente sostenibile. L’Europa dovrebbe europeizzare la vicenda, toglierla dalle mani dei singoli Paesi e approvare immediatamente il famoso “asilo politico europeo”. Chi ci sta ci sta, gli altri fuori, a cominciare dai neo-unni ungheresi.

Riesce a tracciare un sommario affresco dell’umanità che si muove intorno a lei in queste settimane?
La cosa più importante è uscire dal concetto di “rifugiato”, “profugo” etc etc e puntare su quello di “migrante”. Non so se si è notato, ma io cerco sempre di usare questa parola. Migrare è un sacrosanto diritto umano: un diritto esercitato nei secoli da vari popoli, compreso il nostro. Il resto sono chiacchiere, strumentalizzazioni, banalizzazioni. Tra la gente che ho visto e frequentato in queste settimane c’è un unico elemento in comune: quello di voler/dover andarsene dalla propria terra/casa/paese e andarsene in un altro. Le motivazioni sono varie, ma l’obiettivo è comune. E va compreso e rispettato. Chi si esce con frasi come “ci possono essere potenziali terroristi” o è idiota o è in malafede. Spesso, entrambe le cose. Uno non abbandona la propria casa, la propria ‘terra’, le proprie radici senza un valido motivo. Chiediamolo ai nostri nonni.

Infine una nota personale: vivere in Giappone, ormai da molti anni, è una scelta di vita o professionale? E come mai proprio lei, dal Lontano Oriente, è stato chiamato a seguire questa epopea dei migranti nel cuore antico dell’Europa?
Personale inizialmente, poi anche professionale. Ci sono andato nel lontano 1979, appena laureato in legge, con una borsa di studio per un master di procedura penale internazionale. All’epoca ero avvocato, avevo conosciuto una donna giapponese (che poi scoprii essere una terrorista…) e volevo entrare in uno studio penale internazionale. Ma sul posto ho cambiato idea e professione. Ho cominciato a scrivere degli articoli per l’Espresso e… da cosa è nata cosa. Troppo lungo per raccontarlo qui, ma se vuoi e se ci sarà occasione di una mia visita lo farò volentieri (raccogliamo al volo l’opportunità e gli rivolgiamo l’invito a Ferrara per un incontro pubblico). Ho avuto la fortuna di vivere una vita molto interessante. E sopratutto di fare – più o meno ben pagato (in passato non sempre) – un lavoro che avrei fatto gratis. Lo dico sempre ai miei figli: vi auguro di poter fare altrettanto, ma la vedo molto difficile.
Quanto al perché abbiano mandato proprio me, beh è stato per caso. Anche se un po’ me la sono cercata. Io ero in vacanza a Misurina, dove ho il mio buon ritiro montano, e vedendo in tv gli improvvisi sviluppi della vicenda e non vedendo un nostro inviato, ho spedito un messaggio alla direzione dicendo che forse era il caso di mandare qualcuno. Erano tutti in vacanza, anche loro e chi era al ‘timone’, in quei giorni forse aveva sottovalutato la cosa. Il giorno dopo mi chiama il capo degli esteri, ringraziandomi per la segnalazione e dicendomi: “Perché non te ne occupi tu? Sei il nostro inviato delle catastrofi”, riferendosi al fatto che in passato mi sono occupato di guerre, tsunami, emergenze nucleari, tifoni vari e rivolte. A me le sfide piacciono e ho accettato, anche se francamente pensavo fosse una trasferta di qualche giorno. Ora è quasi un mese che sto in giro. E confesso di essere anche un po’ provato, fisicamente. Ma poi penso ai migranti, e mi vergogno di sentirmi stanco.

(intervista originale pubblicata su Ferraraitalia il 21 settembre 2015)

INTERSEZIONI
I rifugiati mettono in scena le loro storie a teatro

da Cooperativa sociale Camelot

Il Teatro Nucleo di Pontelagoscuro ha ospitato per dieci giorni la residenza artistica di due registi, che hanno realizzato un laboratorio teatrale con alcuni rifugiati residenti a Ferrara.
Il risultato è l’emozionante spettacolo “La Fuga” andato in scena il 9 dicembre.

Douglas è un richiedente asilo che vive a Cona nella casa gestita dalla cooperativa Camelot, ha studiato recitazione fin da bambino. In Nigeria era attore per il teatro e per il cinema, ha anche lavorato in alcuni colossal di Nollywood, ed ora il suo sogno è tornare sul palco. Lo spettacolo “La Fuga” gli ha ridato la speranza di poterci riuscire.

La scena si apre con due pannelli neri che si muovono spinti da un gruppo di migranti e si dispongono a formare la prua di una nave di fronte al pubblico. Il senso è: siamo tutti sulla stessa barca. Non solo chi scappa dal proprio paese, ma ogni abitante della terra. E se non riscopriamo il senso di comunità, non c’è futuro per nessuno.
“La Fuga” è uno spettacolo intenso che mette in scena il talento espressivo e la ricchezza umana di chi si è abituati a considerare un “problema”. A recitare sono, assieme ad un’attrice italiana, rifugiati e richiedenti asilo che vivono a Ferrara, che per oltre una settimana hanno partecipato al laboratorio teatrale tenuto, presso il teatro “Julio Cortàzar” di Pontelagoscuro, dai registi Andrea Santantonio eNadia Casamassima del Centro Iac (Centro Arti Integrate) di Matera, ospiti della residenza artistica “Cose Nuove” organizzata dal Teatro Nucleo.

Parlano di sé, si mescolano tra il pubblico, ripropongono le frasi razziste di un articolo del ‘58 che gli americani scrissero contro gli italiani e sembra di sentire i luoghi comuni di oggi sui profughi. Ballano, cantano, si rincorrono, si interrogano, ci interrogano, e alla fine disegnano per terra i loro desideri. Una casa, un albero di arance, una chiesa, una piscina, un’auto, una scatola dei ricordi, un bambino. Poi, un attimo prima della conclusione dello spettacolo e degli applausi finali, prendono per mano gli spettatori e li conducono in scena per spiegargli perché hanno fatto quel disegno, e cosa rappresenta. Dapprima le persone sono in imbarazzo, poi tutti vogliono ascoltare e si alzano spontaneamente per andare a sentire i racconti dei rifugiati. Il teatro compie la magia: indurre all’ascolto, alla curiosità, a superare le proprie resistenze.

“Non vogliamo gli applausi, vogliamo parlare”, dicono gli attori. Ma gli applausi arrivano lo stesso, per suggellare questa comunione laica che ha portato tutti incredibilmente vicini nel copro e nei sentimenti.

“Abbiamo voluto rappresentare l’allontanamento necessario, la diaspora dei popoli, l’emigrazione da terre inospitali. Quelle fughe che spingono ad allontanarsi dai conflitti in cui si è solo vittime, dalle terre in cui non si è chiesto di nascere. Quelle fughe a cui ci stiamo abituando ad assistere, a cui non riusciamo a trovare rimedio, ma a cui vogliamo dare una voce”, ha spiegato il regista Andrea Santantonio.

“Non volevamo parlare della loro traversata, di cui abbiamo già visto e sentito tanto, ma di quanto loro si sentano ancora in viaggio. Nessuno di loro si sente approdato, e questa è una condizione comune a tanti esseri umani”.

“Per noi è importante che loro siano attori non solo dello spettacolo, ma della loro esistenza. Che iniziano a porsi non come oggetto, ma come soggetto attivo, che mettano a disposizione quel che hanno per creare comunità”.

Non sono parole, ma è quel che è accaduto al termine dello spettacolo, con il pubblico
che ha voluto conoscere queste persone.

Oami è fuggita dal Gambia dove lavorava in una TV locale come attrice di soap opera, e tornare a recitare è come recuperare un pezzetto della sua storia.
Al pubblico regala un canto in lingua mandingo. “E’ un canto di benvenuto – spiega – racconta di un paese che accoglie, così come un uomo tra le sue braccia”.

E’ l’augurio che facciamo a noi e a loro oggi, Giornata mondiale dei diritti umani, anniversario della proclamazione, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre 1948.

STORIE
Esistenze interrotte, la nuova vita ferrarese di tre rifugiati politici

Metti tre persone: un allenatore di calcio, un esperto di lingua inglese e un massaggiatore sportivo, aggiungi sullo sfondo l’equilibrio precario della scena politico-economico-sociale mondiale, inserisci violenza e sopraffazione, persecuzioni e minacce. Metti le ali ai piedi dei tuoi personaggi e guardali fuggire dai loro Paesi, lasciandosi alle spalle dei figli che non sono ancora nati, fratelli che non vedranno mai più, madri e mogli che dovranno imparare a vivere con il dolore dell’assenza. Non ci tiri fuori la sceneggiatura di un film, no. Il risultato è la vita spezzata di tre uomini, di diversa provenienza, diversa età, diversa estrazione sociale, che hanno dovuto rimettere insieme i cocci delle loro vite in Italia, a Ferrara, spinti solo dalla speranza di sopravvivere.
Ci stiamo abituando ai barconi colati a picco, alle salme ricomposte sulle spiagge, ai camion stipati di teste, rintontiti dalle immagini che la televisione e i media ci sparano addosso, a volte indignati da queste, altre dalle parole della politica che non sa affrontare i fatti, cercando soluzioni a problemi che non riesce o non vuole sviscerare.
Mentre noi ci addoloriamo, però, la Storia si svolge sotto i nostri occhi e noi non la ascoltiamo: sono centinaia di migliaia i migranti che si muovono dal loro Paese d’origine verso l’Europa, centinaia di migliaia di storie che non vengono e verranno mai raccolte.

A dare la parola ad alcuni dei protagonisti di queste vicende ci ha pensato a Ferrara il think tank Pluralismo e Dissenso, in collaborazione con la cooperativa Camelot, che la scorsa settimana ha portato a palazzo municipale Aboubacar Traore, Alagie Fadera e Waseem Hedayat, i personaggi della nostra immaginaria sceneggiatura, giunti in città negli anni passati come richiedenti asilo e che hanno scelto questa città per viverci allorché hanno ottenuto lo status di rifugiato.
Il report dell’incontro – dal titolo “Racconti dell’Inferno: storie di rifugiati e richiedenti asilo” – è disponibile sul sito della cooperativa Camelot, mentre le testimonianze saranno caricate presto sul sito pluralismoedissenso.altervista.org, a disposizione di chi volesse ascoltarle dalla viva voce dei protagonisti.

Mario Zamorani, organizzatore del think tank Pluralismo e Dissenso, nell’aprire l’incontro (il primo di tre appuntamenti) ha spiegato: “Se io lancio invettive contro i migranti, tutti i media ne parleranno. Se invece faccio accoglienza, non fa rumore, perché la generosità non è urlata, per questo oggi abbiamo pensato di dar voce a chi fa accoglienza, ma soprattutto a chi la riceve, perché questi soggetti, pur essendo al centro del dibattito mondiale, ne sono quai sempre esclusi”.

Aboubakar è nato in Costa d’Avorio ed è arrivato in Italia nel 2008. “Nel mio paese ero allenatore di calcio ad alti livelli, ma l’ho dovuto lasciare perché ero anche responsabile della sezione giovanile di un partito inviso al governo, che ha iniziato a perseguitarmi, uccidendo miei compagni e membri della mia famiglia. Sedici anni fa ero seduto in una platea al posto vostro, nel mio Paese, ad ascoltare le storie dei ragazzi della Liberia o della Sierra Leone che fuggivano dai loro Paesi, perché questa era l’attività che svolgevamo. Ero come voi ora.
Nel mio Paese stavo benissimo, poi sono dovuto fuggire in Ghana, da lì in Mali, poi il mio partito mi ha fatto scappare durante la Coppa d’Africa tra il Ghana e l’Egitto, mi sono travestito da tifoso e sono riuscito ad arrivare in Tunisia, ma facevo fatica ad inserirmi, anche a causa del colore della mia pelle. Allora mi è stata offerta un’altra via di fuga, che passava dall’Italia per tornare in Africa, ma io non volevo tornare indietro, così, all’aeroporto di Roma mi sono consegnato alla polizia, chiedendo aiuto, e da lì è iniziata la nuova vita che mi ha portato a Ferrara.” . Qui Aboubakar è stato seguito dalla cooperativa Camelot che lo ha supportato in ogni passo necessario verso il riconoscimento dello status di rifugiato fino all’inserimento nel mondo del lavoro. “Ora faccio parte dell’Associazione italiana allenatori di calcio, ho anche fatto l’esame per la Uefa B a Coverciano.
Tre anni fa, mi hanno chiamato ad Amburgo, per allenare la squadra, ma alla fine non ho accettato. Qui a Ferrara alleno il San Luca, non posso fare cento metri che un nonno o un ragazzino non mi fermino per un abbraccio. Questo mi rende orgoglioso, io sono felice qui e ci voglio restare, poi però c’è anche l’altra parte della mia vita. C’è mio figlio che a settembre ha compiuto nove anni e che non ho mai visto. Nel 2010 ho perso mia mamma e non sono mai potuto andare sulla sua tomba. Non è facile rinunciare al legame col proprio Paese, al richiamo della terra dove sei nato, al calore dei tuoi affetti, sapere che forse non li rivedrai mai più.”

Alagie ha 21 anni, viene dal Gambia, ha studiato inglese e lavorava con suo padre in un’agenzia. “Aveva il progetto di realizzare una scuola, per questo ha avuto dei problemi con il governo, lo hanno portato in tribunale quattro volte, poi lo hanno arrestato.
Poi sono venuti a prendere anche me, per interrogarmi, e ho capito che, se non scappavo, per me sarebbe finita male. Nel mio Paese non c’è la democrazia, mi rendo conto che può essere difficile per voi capire la difficoltà che viviamo.
La prima tappa della mia fuga è stata la Libia, dove avevo trovato lavoro come installatore di impianti di aria condizionata. Ci sarei rimasto, il mio obiettivo non era venire in Italia, poi però a causa della guerra, anche lì la vita è diventata troppo pericolosa, e sono salito, come tanti, su un barcone, arrivando a Reggio Calabria, da lì mi hanno mandato a Ferrara, dove sono stato accolto presso la Città del Ragazzo. Ora qui mi sento al sicuro, ma non è facile vivere senza la mia famiglia, sono qui da solo, nel momento in cui sono arrivato, ho subito iniziato cercare di capire come tornare. Ma se torno, muoio”.

Waseem è pakistano e vive a Ferrara da 7 anni. “Sono di religione cattolica, mentre il mio Paese è a prevalenza musulmana. Mi sono laureato in fisioterapia, lavoravo in ospedale con grande soddisfazione, stavo molto bene, finché un giorno, il 13 febbraio 2008, sono andato in ambulatorio e ho trovato sulla scrivania una scritta in arabo, lingua che non so né leggere né scrivere. Ho chiesto a dei colleghi di tradurmela, loro l’hanno presa e l’hanno portata ai miei superiori. Poi sono tornati e hanno detto che c’erano ingiurie contro il profeta, che, per la legge 295c contro la blasfemia, sono punibili con la morte. Qualcuno aveva voluto incastrarmi: ho capito di essere in pericolo ed ho cercato rifugio in una chiesa, ma così mettevo i pericolo anche loro, allora con l’aiuto della comunità cattolica, ho cercato rifugio in Italia.”
Giunto nel nostro Paese, Waseem ha dovuto ricominciare da zero, non sapeva dove andare, non aveva soldi né documenti, non conosceva la lingua. “Riuscivo a dire solo ciao, perché l’avevo imparato nei film. Non so se capiate cosa vuol dire, non sapevo più nemmeno chi ero. Mentre fino a poco prima avevo tutto”. Dopo varie peripezie è arrivato a Ferrara, dove è stato accolto dalla cooperativa Camelot. La volontà e la speranza di tornare a casa non lo hanno mai abbandonato, pensava di non avere colpa di questo esilio, ma non accadeva nulla di quello che lui desiderava. “Sono stato male, però ho deciso di reagire ricominciando da quello che sapevo fare, dal mio lavoro. Il mio titolo non era riconosciuto qui, così ho iniziato a fare dei corsi come massaggiatore sportivo. Poi ho iniziato a lavorare per il Cus, ero di nuovo contento, ma ancora mi mancava il mio lavoro, così mi sono iscritto alla laurea in massofisioterapia. Quello che ho imparato da questa esperienza, è che se tu sei positivo, trovi persone positive. Ora faccio anche il massaggiatore a domicilio, ed è un grande passo avanti. All’inzio avevo paura di essere ancora perseguitato, ma ognuno deve uscire dalla sua paura, e adesso posso vivere in libertà.”.

I prossimo incontro di Pluralismo e Dissenso si terrà il 10 novembre alle 17 alla sala dell’Arengo. Il titolo scelto dagli organizzatori è “Non solo solidarietà: il migrante conviene” e interverranno Chiara Sapigni, assessora a Sanità, Servizi alla persona, Politiche familiari; Andrea Stuppini, collaboratore di lavoce.info e Girolamo De Michele collaboratore di Euronomade, moderati da Mario Zamorani. Per il terzo appuntamento, invece, non sono stati ancora definiti luogo e data ma il dibattito verterà sul tema “Le politiche sulle migrazioni: idee a confronto”.

GERMOGLI
Rifugiati
L’aforisma di oggi

Si celebra oggi la Giornata Mondiale del Rifugiato, voluta dalle Nazioni unite, per sensibilizzare sulla condizione di tale categoria di migranti. Un invito a una riflessione sui milioni di rifugiati costretti a scappare da guerre e violenze e a non dimenticare che dietro ognuno di loro c’è una storia che merita di essere ascoltata. Storie di sofferenze, di umiliazioni ma anche di chi vuole ricominciare a ricostruire il proprio futuro.

giornata-mondiale-rifugiato
Gianni Rodari

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

(Gianni Rodari)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

IL FATTO
Blitz di Fratelli d’Italia alla coop Camelot. L’accusa di Spath, la risposta di De Los Rios

Ieri mattina c’è stata una visita inaspettata per i lavoratori della cooperativa Camelot. Guidati dal consigliere comunale Paolo Spath, alcuni militanti di Fratelli d’Italia An, tra cui i dirigenti provinciali Fabrizio Florestano, Alessandro Balboni e Stefano Barbieri, si sono presentati davanti al cancello di via Fortezza con bandiere e volantini per protestare contro le modalità di accoglienza ai rifugiati e ai profughi.

“La nostra iniziativa è nata – ha spiegato il consigliere Spath – perché c’è stata un delibera di giunta che ha approvato la richiesta di accogliere a Ferrara 64 rifugiati con un finanziamento di oltre 900 mila euro. Così abbiamo deciso di andare in modo provocatorio con dei cartelli e un salvadanaio per raccogliere offerte per la cooperativa. Il nostro non vuole esser un attacco alla sua attività sociale, ma alle problematiche della gestione dei rifugiati. Sono tre i punti che contestiamo. Innanzitutto non siamo d’accordo a monte con l’assegnazione di tutti questi aiuti dallo Stato. Poi Camelot lavora in maniera monopolistica e i soldi vanno rendicontati in modo più ampio. Infine 448 € è la pensione minima di un pensionato sociale, mentre un calcolo approssimativo ci dice che un profugo ci costa 1100 € mensili, quindi c’è una forte disparità. Tra l’altro a loro rimangono in tasca pochi soldi, quindi tutto viene speso nella filiera: noi non vogliamo che qualcuno speculi su queste persone. Non siamo contrari al sostegno ai rifugiati, ma prima vogliamo vederci chiaro, infatti l’hashtag dell’iniziativa è proprio #vediamocichiaro. Come Fratelli d’Italia e Alleanza Nazionale abbiamo chiesto lo stop agli sbarchi e chiediamo che tutti i richiedenti asilo siano maggiormente controllati perché l’Unione Europea ha detto che il 10% di chi chiede asilo, non ne ha diritto. Inoltre queste persone vengono da paesi dove c’è il terrorismo e rischiamo delle infiltrazioni. Presenteremo anche un’interpellanza comunale in merito alla gestione dei fondi sia a livello locale che nazionale: dopo lo scandalo romano deve essere resa più chiara possibile per tutti, a partire da chi lavora nelle cooperative.
Quella a Camelot è un’assegnazione diretta, non ci sono altre strutture che lo fanno, perciò pretendo la rendicontazione dei passaggi e una spesa esattamente commisurata a quello che serve.
Anche le nostre famiglie sono in difficoltà, noi vogliamo avere la contezza che chi ha lo status ne abbia realmente la necessità”.

Avete parlato con gli operatori della cooperativa mentre eravate lì?
No – ha spiegato Spath – è uscito solo un operatore che ci ha detto: fate quello che vi pare e se ne è andato. Poi noi eravamo lì con i giornalisti, stavamo rispondendo alle domande e non c’è stato il momento.

L’operatore a cui si riferisce il consigliere Spath è Carlo De Los Rios, direttore della cooperativa Camelot.
Non sapevamo nulla di questa iniziativa – ha detto De Los Rios – fino a quando li abbiamo visti qui sotto. Sono sceso per chiedere cosa stessero facendo, e l’unica cosa che hanno fatto, è stata rassicurarmi che poi avrebbero tolto tutti i volantini che avevano attaccato. Ma nessuno mi ha fatto domande, non hanno cercato di interagire con noi, non cercavano i contenuti per approfondire il tema, ma solo di fare il blitz. Questa è una roba che puzza di qualche decennio fa. Il punto è che i soldi ci sono stati assegnati grazie a un bando vinto arrivando terzi su circa 420 a livello nazionale. Una cosa di cui bisognerebbe andare fieri invece che accusarci.

Fratelli d’Italia chiede trasparenza nei conti, proviamo a fare un po’ di chiarezza sulla questione?
Il bando che abbiamo vinto è triennale, il finanziamento è partito nel 2014 e arriva fino al 2016. I rifugiati sono già qui dall’anno scorso, per cui questa in realtà è una non notizia. Noi riceviamo 723 mila euro dallo Stato ogni anno per l’accoglienza, la protezione e l’integrazione di 64 richiedenti asilo. A questa erogazione statale va aggiunto un cofinanziamento comunale di 181 mila euro che però non si traduce in soldi che entrano nelle nostre casse, ma è la stima complessiva di servizi che vengono forniti. La parte a carico del Comune è di 30-35 mila euro, che equivale al valore del lavoro dei dipendenti comunali che si occupano dei migranti, sommata alle spese di canone per la scuola di Vallelunga che accoglie 20 persone. I restanti 150 mila euro circa sono i progetti di supporto che vengono offerti dalle realtà del territorio: come Brutti ma buoni di Coop Estense o Last minute market per riutilizzare il cibo invenduto, l’accesso a strutture sportive con Uisp, o ad attività culturali e ricreative con Arci. Ma ancora una volta chiariamo che non sono soldi che ci vengono in tasca, sono servizi messi a disposizioni gratuitamente, la cui valorizzazione, tradotta in cifre, può essere inserita come cofinanziamento.

E i 723 mila euro annui come vengono utilizzati?
Con una parte paghiamo l’affitto degli appartamenti dove vengono sistemati i richiedenti asilo. E’ una politica di accoglienza più dispendiosa rispetto a metterli tutti in un unico stabile, ma pensiamo sia anche un trattamento più umano per loro e una soluzione per creare meno impatto sul territorio.
Poi li usiamo per vitto e alloggio, mezzi di trasporto come bicicletta o biglietto dell’autobus, corsi di italiano, mediazione e interventi culturali, servizi sanitari, integrazione lavorativa e tutela legale, e una parte li diamo cash per le loro spese.
La cosa che mi preme sottolineare è che sarebbe auspicabile che non ci fossero i presupposti per questi interventi, ma la realtà indipendente da noi è che queste persone sono costrette a fuggire perché nei loro Paesi ci sono guerre e persecuzioni individuali o generalizzate. Detto questo, qui a Ferrara questi soldi vengono interamente spesi sul territorio e diventano decine di posti di lavoro, contratti di tipo subordinato dei nostri operatori tutti laureati, soldi che vengono spesi nei supermercati, nelle case che non erano occupate, ma sfitte da anni, negli esercizi commerciali, in tutte le attività che queste persone fanno. E i lavori che poi vanno a fare i rifugiati, colmano i vuoti lasciati dagli italiani. In sostanza quelli che passano da noi, sono soldi che rimangono qua. Tra l’altro ci sono accordi con gli amministratori locali perché le spese alimentari vengano fatte nei negozi del territorio. Non si tratta di speculare sulle disgrazie, ma di gestire in modo sostenibile un’emergenza. Ricordo comunque che il diritto alla protezione delle persone che fuggono dal loro paese, è sancito dall’articolo 1 della Convenzione di Ginevra. Su come usiamo i finanziamenti dei progetti ministeriali, ci sono ovviamente controlli severi da parte di figure preposte, noi siamo tenuti a tenere tutte le rendicontazioni.

Per quanto tempo viene seguito un rifugiato?
Quando arrivano qui, i migranti sono richiedenti asilo, ai tribunali il dovere di decidere se hanno diritto allo status di rifugiato. L’iter per il riconoscimento può essere più o meno lungo a seconda delle pratiche. Una volta ottenuta la protezione, hanno diritto di essere seguiti altri sei mesi.

A margine di questa querelle locale, che rispecchia comunque malumori nazionali, quel che concerne trasparenza e assegnazioni, lo lasciamo agli organi competenti. Quello che ci riguarda invece, è questa guerra tra poveri, dove si contrappongono categorie deboli come i pensionati a quelle più che deboli, indifese, come i migranti che scappano dalle guerre o dal terrorismo. Mettendola su questo piano, non ci perdono i cittadini ferraresi, o i rifugiati, ci perdono il senso civico, la dignità, l’umanità, la solidarietà.

il blitz di Fratelli d’Italia alla coop Camelot
il volantino di Fratelli d’Italia
il volantino di Fratelli d’Italia
il volantino di Fratelli d’Italia
L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013