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Il giardino delle artemisie giganti
…un racconto

Il giardino delle artemisie giganti
Un racconto di Carlo Tassi

Dei ricordi fanciulleschi che affollano la mia mente, mai come adesso tormentata da tanta nostalgia, uno più di tutti ha sempre stuzzicato la mia fantasia. Parlo di uno strano episodio mai del tutto risolto.
Mi trovavo in vacanza in un pittoresco paesello sulle rive di un lago, di cui per mia riservatezza non farò il nome, cintato da montagne poderose con pendici aguzze come lance a grattar nuvole perennemente di passaggio. Le giornate ombrose e insolitamente fresche costringevano spesso me e mio cugino a rinunciare a giocare nelle acque fredde del lago, in alternativa non rimaneva che avventurarsi nei dintorni campestri oltre il caseggiato.

Stavamo con le nostre famiglie in una grande villa presa in affitto per tutto il mese d’agosto. Il proprietario era un vecchio insegnante di musica a riposo, tal Brunamonti, un tipo solitario ma cordiale, che ci aveva preso in simpatia e ci raccontava puntualmente storie curiose e bizzarre che spacciava per vere e sacrosante. Una di queste riguardava un bellissimo giardino dell’entroterra a nemmeno mezzora di cammino da dove alloggiavamo. Bastava percorrere la via maestra del paese e, passata l’ultima casupola prima della campagna, prendere a sinistra un largo sentiero sterrato e circondato da rovi impenetrabili che saliva su una collinetta irta di cipressi. Una volta in cima, appariva una vecchia villa in stile liberty e un maestoso giardino con tanto di serre, camminamenti, aiuole, fontane e laghetti.
Ebbene, un pomeriggio plumbeo di fine agosto, ad appena due giorni dalla fine di quell’indimenticabile vacanza, decidemmo di raggiungere quel posto e vedere coi nostri occhi se ciò che ci aveva raccontato il nostro padrone di casa era vero oppure no.
A dire la verità il tragitto ci parve subito più impegnativo di quanto ci eravamo immaginati. Non eravamo ancora usciti dal paese che avevamo imboccato la strada sbagliata, e ci volle una buona mezzora solo per raggiungere il bivio ai piedi della collina. La salita poi si rivelò più ardua del previsto e, quando fummo giunti in cima, non c’era l’ombra di nessuna villa e tantomeno di un giardino.
Fu mio cugino che, avendo intravisto la porzione di un tetto che spuntava tra gli alberi in lontananza, mi chiamò dicendomi che forse quel tetto apparteneva proprio alla villa che stavamo cercando. E fu così.

Per raggiungere la villa descritta da Brunamonti dovemmo attraversare un fitto boschetto di cipressi e, una volta arrivati, ci rendemmo conto che il suo racconto aveva trascurato diversi particolari che fin da subito ci fecero venir voglia di tornarcene a casa.
La villa c’era, ma quel tetto, avvistato da mio cugino tra le cime appuntite dei cipressi, altro non era che la cuspide del campanile di una pieve gotica che affiancava un piccolo cimitero diroccato le cui lapidi erano quasi sommerse dalla vegetazione. La villa, effettivamente liberty, era poco distante sulla destra, ai margini di una fitta boscaglia di cipressi e grossi abeti la cui ombra oscurava qualsiasi cosa si celasse al suo interno.
Tutte le costruzioni apparivano disabitate da chissà quanto tempo e delle spesse tavole di legno inchiodate agli ingressi stavano a testimoniarlo.
Anche il giardino era lì, proprio come aveva detto Brunamonti, e la cosa più incredibile viene adesso!

Secondo Brunamonti il giardino era posto dietro la villa. Io e mio cugino ci guardammo in faccia titubanti, ma alla fine decidemmo di aggirare il fabbricato e di vedere cosa c’era dall’altra parte. Camminammo cauti e tesi più che mai, avevamo dieci anni io e dodici lui, e tutto quello scenario che si era rivelato intorno a noi si prestava benissimo a far correre le nostre fantasie in luoghi ben più oscuri e terribili di quanto avremmo voluto.
Ricordo ancora adesso – e la sensazione che riaffiora è tuttora viva e pulsante come di cosa appena successa – ciò che provai quando finalmente vidi quel giardino: meraviglia, estasi e terrore!

Il giardino era maestoso, lussureggiante, qualcosa che non avevamo mai visto. Innumerevoli varietà esotiche di piante fiorite creavano un arcobaleno di colori e stordivano coi loro profumi. Poi alberi enormi e sconosciuti e siepi dalle incredibili geometrie.
Ma la domanda che causava tanta meraviglia era: come poteva esistere un giardino come quello se il posto era isolato e abbandonato da tanti anni quanti noi non potevamo nemmeno immaginare? Poi una seconda domanda: dov’erano e com’erano fatte le artemisie giganti raccontate da Brunamonti?
In fondo era stata proprio quella seconda curiosità a spingerci ad affrontare quel viaggio: le artemisie giganti.

Il vecchio maestro ci aveva detto che in quel giardino esisteva una rara specie di artemisia carnivora che un giorno di tanti anni prima aveva divorato un ignaro fattore che si era addormentato all’ombra di una di esse. Successe che durante il sonno venne paralizzato dal suo profumo tossico, che i suoi rami gli si strinsero intorno, che le sue foglie lo avvolsero come in un sudario e che, rilasciando sul poveretto la sua linfa corrosiva, iniziò a digerirlo come nella più tremenda delle storie dell’orrore.
Brunamonti raccontò che quell’incidente indusse il vecchio proprietario della villa, un ricco barone, a liberarsi di quelle piante tanto pericolose distruggendole e sostituendole con altre artemisie, del tutto identiche alle prime ma innocue. In verità Brunamonti ci confidò che il sospetto della gente del tempo era che il barone non distrusse affatto le sue artemisie carnivore, ma più semplicemente lo lasciò credere. Il nobile non fece proprio niente e le artemisie carnivore rimasero al loro posto come prima, e ci restarono per tutti gli anni a venire.
Per questa ragione, il giardino divenne via via un luogo evitato da tutti quelli che ne conoscevano la storia. La morte dell’ultimo discendente del barone ne decretò poi il definitivo abbandono e la caduta in rovina.
Quel giardino in cui ci trovavamo però era tutt’altro che in rovina.

Restammo assorti parecchi minuti a ripensare alla storia che il maestro Brunamonti ci aveva raccontato, e intanto ammiravamo estasiati e perplessi l’insolito stato di grazia di quell’immenso giardino. Poi qualcosa ci distolse dai nostri pensieri.
Era uno strano rumore sommesso, come qualcosa di pesante che strisciava sul terreno. Ci guardammo attorno ma non vedemmo nessun movimento, tranne l’ondeggiare delle piante e dei rami mossi dal vento. Eppure quel rumore continuava, e pareva farsi più forte.
Ricordo come quel vago senso di inquietudine che ci aveva accolto appena arrivati sul posto divenne improvvisamente una paura profonda. Paura che si trasformò in terrore appena avemmo l’impressione che erano stati gli stessi alberi a muoversi nella nostra direzione. Alberi splendidi e maestosi che, con movimenti impercettibili, si avvicinavano a noi trasformandosi ai nostri occhi in giganteschi mostri terrificanti.

In una manciata di secondi eravamo già sul sentiero sterrato.
Correndo come due lepri scendemmo rapidamente verso il paese e poi nella casa delle vacanze, dove alla fine giungemmo entrambi col cuore in gola.
Era tardi e i nostri genitori stavano sistemando la tavola per la cena sotto il portico di fronte all’ampio cortile. Vedendoci arrivare, ci venne incontro mio padre tutto accigliato che ci rimproverò di aver messo in ansia tutti quanti per essere stati via oltre quattro ore senza avvisare nessuno.
Quattro ore? Tanto tempo era passato?
A quel punto arrivò un aiuto inaspettato proprio dal maestro Brunamonti.
L’anziano padrone di casa s’avvicinò a mio padre e gli disse, scusandosi, che sapeva della nostra visita nel giardino in cima alla collina e che si era dimenticato di informare e rassicurare le nostre famiglie che non avremmo corso alcun pericolo.
Tanto bastò per rasserenare tutti quanti ed evitarci una sicura punizione.

Più tardi, il vecchio maestro ci prese in disparte e ci confidò che aveva immaginato dove fossimo andati perché si ricordava le nostre facce dopo che avevamo ascoltato il suo racconto del giorno prima sul giardino di artemisie.
Ci chiese poi se avevamo trovato il giardino.
Entrambi gli eravamo grati che avesse mentito a mio padre salvandoci dal castigo – in effetti, sicuri che non saremmo stati via a lungo, non avevamo informato nessuno della nostra escursione, tantomeno lui – così gli raccontammo tutto quello che avevamo visto. L’unica cosa che evitammo di dire fu la causa del nostro repentino ritorno a casa.
Lui ascoltò tutto con estremo interesse poi ci chiese: “Avete detto che il giardino era ancora in perfetto stato?”
“Certo!” rispondemmo noi in coro.
Sulle labbra di Brunamonti spuntò un leggero sorriso: “Allora, ragazzi miei, quello che immaginavo è vero: le artemisie carnivore sono ancora lassù e – il sorriso si fece strano – a quanto pare sono diventate degli ottimi giardinieri…”

Firth Of Fifth (Genesis, 1973)

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Oltre la porta chiusa
…un racconto

Oltre la porta chiusa
Un racconto di Carlo Tassi

Attraente mostruosità il desiderio e la paura di sapere.
Oltre la porta chiusa, una luce sconosciuta o soltanto il buio.
Il buio che ci segue, che ci accompagna, che ci aspetta. Eternamente presente eppure inaccessibile.
Del resto cos’è mai la luce se non una piacevole menzogna?
Una bugia data in pasto agli occhi, interpreti speranzosi di messaggi illusori… i colori.
Vibrazioni elettromagnetiche. Particelle invisibili. Energia in eterna ebollizione.
Sotto la pelle, dentro i nostri sogni, negli spazi infinitamente piccoli e negli sconfinati spazi aperti.

Non c’è mai stata ragione di vedere l’incomprensibile quando lo si può immaginare.
Forse l’unico rifugio è la follia… la sola, vera arma della mente.

Ho varcato la porta.
Sono ore che cammino nel buio. Davanti a me il fascio della torcia rivela un percorso ad ostacoli tra ammassi di rottami e rifiuti maleodoranti. È necessario avanzare con cautela. Il silenzio è rotto dall’eco dei miei passi e da un costante rumore di gocce che cadono un po’ dappertutto.
È bastato un attimo di distrazione e quasi cado inciampando contro qualcosa. Punto la torcia in basso e vedo un mucchio di stracci sudici: è un uomo!
È rannicchiato lungo la parete del tunnel, con le spalle e la testa coperte da un cartone, e pare stia dormendo. L’urto del mio piede lo sveglia e con uno scatto si leva a sedere appoggiando la schiena al muro.
È a questo punto che la luce della mia torcia gli illumina il volto, o meglio, quel poco che ne rimane…
Lo vedo e non posso far altro che distogliere subito lo sguardo. È orribile!
Un indicibile terrore comincia a impossessarsi di tutti i miei sensi. Avevo già provato qualcosa di simile in passato, ma stavolta è più intenso, straziante. Per poter restare lucido devo attingere agli ultimi barlumi di ragione che ancora conservo, solo così posso impedirmi di fuggire in preda alla pazzia.
Il volto, dal mento in su, è ridotto ad uno squarcio dal quale si distinguono chiaramente rimasugli di cervello, brandelli di pelle e ossa frantumate. Occhi, naso e bocca sono spariti. Sul mento vedo, in un groviglio sfilacciato di carne e nervi sanguinolenti, la lingua e, attorno ad essa, i pochi denti rimasti della mandibola.
Ai lati di questo scempio restano un paio d’orecchi penzolanti e qualche ciuffo di capelli intriso di sangue raggrumato a testimoniare che un tempo questa era stata la faccia di un uomo.
Quest’uomo che non riesco a guardare s’inginocchia e m’afferra un braccio con entrambe le mani, come per implorare. D’istinto tento di liberarmi. Poi sento un suono angosciante provenire dalla sua gola e vedo chiaramente la lingua vibrare in quell’assurda cornice di carne straziata. Questo poveretto senza più la faccia cerca di parlarmi e, nel farlo, posso avvertirne lo sforzo indicibile e doloroso.
Ma la visione grottesca del suo volto maciullato, se pure orribile, è nulla paragonata al suono gorgogliante e metallico delle corde vocali immerse nel sangue.
Eppure, il terrore che mi ha sconvolto fin da subito si trasforma in pietà. E di fronte a tanto dolore mi pervade un senso di vuoto assoluto, disumano, che mi fa sentire impotente, del tutto inadeguato, incapace di reagire.

Avevo fatto il mio primo incontro, oltre la porta chiusa.

Adagio in Sol minore (Remo Giazotto, 1958)

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GUERRA. GLI OCCHI SPENTI DEI BAMBINI

 

Io odio la guerra, mi fa paura, toglie a tutti dignità. La definizione “crimine di guerra” non so chi l’abbia inventata ma la trovo assurda, è la guerra in sé che è un crimine. Lo è sempre. Bombardare un ospedale è un “crimine di guerra”? Sicuramente sì. Mandare al massacro migliaia di giovanissimi soldati è un “crimine di guerra”? Altrettanto sì. È una definizione che eviterei di usare, sembra fatta apposta per sancire una separazione fra un orrore giustificato e uno da condannare.

L’orrore è orrore per tutti, come la morte è morte per tutti. Una persona giovane è una persona giovane, un bambino è un bambino, un morto è un morto, maschio o femmina, piccolo o grande, non so che differenza faccia. Non so perché e quando la dovrebbe fare. Non so a chi possa servire questa distinzione tanto fittizia quanto fasulla.

Tutto ciò che noi chiamiamo guerra è anche un “crimine di guerra”, inutile cercare percorsi definitori poggianti su premesse false. “Guerra” e “crimini di guerra” sono di fatto due sinonimi, due parole orribili e nefaste che hanno accompagnato la vita dell’essere umano da quando è comparso sulla terra e che testimoniano quanta cattiveria sia insita in questo homo sapiens che di sapiens ha solo la presunzione di definirsi tale.

Ogni volta che una persona viene uccisa, che una vita viene spezzata, che un bambino resta orfano, un giovane vedovo, un anziano solo come un cane, vedo la guerra. Il suono della parola guerra è orribile. Un sibilo violento e metallico che squarcia il cielo e impedisce alle nuvole di continuare ad essere bianche. Le fa diventare rosse di sangue e nere di odio in un batter d’ali. La guerra sa di bruciato, puzza di carne umana cotta, di sangue che riempie i canali di scolo e li trasforma in tombe. La guerra è una parola che porta con sé molta disperazione.
Non ci sono attenuanti per chi la fa, come non ci sono per tutti coloro che la potevano impedire e non l’hanno fatto.  La guerra si porta dietro un carico di terrore e sofferenza inaccettabili, interrompe la vita di chi muore e rovina quella di chi resta, per sempre.

Ogni volta la storia si ripete, ogni volta le armi sono più distruttive perché più precise e sofisticate. Individuano il ‘nemico’ e lo massacrano, non resta nulla, forse qualche brandello di una divisa che sembrava bella, che avrebbe potuto fare colpo su quella ragazza brava a scuola a cui pensavano tutti e che nel frattempo è morta anche lei dilaniata da una bomba, esplosa nella sua macchina, raggiunta da un proiettile vagante, morta in un sotterraneo mentre con la testa sotto il cuscino cercava di non sentire le sirene.
La guerra è questo, è la morte sulla terra. È la perdita di ogni speranza, è l’abdicazione dei nostri sentimenti più nobili alla brutalità e alla ferocia condensate dentro la vita come l’antimateria in un buco nero.

Tutto quel sangue rosso come il fuoco e viscido come un albume colorato è ciò che ci tiene in vita, la nostra linfa, il nostro nutrimento, il nostro giorno e la nostra notte. Senza sangue il cuore non pompa più, si ferma e si addormenta nel suo dolore. La morte di un cuore è la morte della persona che lo ospita. La morte di tanti cuori è una catastrofe umana. È la fine della nostra dignità.

Dopo la guerra non resterà pace a chi la guerra ha voluto, né a chi l’ha subita. La parola pace diventa una parola vuota perché non può più nutrirsi di buoni ricordi ma di orrore. Diventa un coccio pieno d’aria, una noce senza gheriglio.
Non si instaura la pace dopo la guerra, perché nessuno sa più cosa sia, né dove la si possa trovare. Si perde la bussola, la strada maestra verso la civiltà. L’odio per le vite spezzate e rubate al loro tempo non riesce a comprendere alcun tipo di pace se non attraverso un percorso catartico lungo, accidentato, non alla portata di tutti.
Resta il dolore. Un dolore che grida forte e che sovrasta tutto: i buoni pensieri, l’aria leggera, gli occhi trasparenti dei bambini.

Negli occhi trasparenti dei bambini non esiste la consapevolezza della guerra. Forse è proprio per questo che sono trasparenti. Negli occhi trasparenti dei bambini c’è la voglia di giocare, di crescere e di vivere.
La guerra li rende improvvisamente opachi, non brillano più. I bambini “in guerra” hanno gli stessi occhi opachi dei vecchi, la stessa malinconia, la stessa indifferenza. Non vedono più niente di bello, ciò che era bello non esiste più. Gli occhi dei bambini “in guerra” non vedono l’amore perché l’hanno perso, non vedono la pace e non vedono alcun perdono. Gli occhi dei bambini “in guerra” non vedono l’alba azzurra, le nuvole bianche, il sole che spunta da laggiù e scalda il cuore. Sono occhi abituati al rosso, al nero, al viola, alla morte e non brillano più.

Negli occhi trasparenti dei bambini ci sono tutte le nostre speranze e tutto il nostro futuro, senza quegli occhi possiamo morire tutti perché tanto non cambierà più niente, il sole non brillerà, l’erba non sarà più verde e il cuore non trionferà. Togliamo ai nostri bambini la vita e nessuno ce lo perdonerà, nemmeno noi riusciremo a perdonarcelo. Senza perdono non c’è pietà, non c’è speranza, si perde la strada della verità.

Interminabili frotte di uomini vanno verso l’ignoto, camminano abbracciati e persi su strade di cemento e ghiaccio. Vanno verso ciò che li salverà dalla guerra e in cambio regalerà loro la tristezza sulla terra. Senza patria, senza casa, senza speranza e senza un ritorno. Un passo dopo l’altro, un sospiro dopo l’altro, uno sguardo dopo l’altro, cento sguardi, mille sguardi, infiniti sguardi che sanno di dolore e dentro i quali si possono specchiare gli sguardi di tutti.

Mi chiedo se per tutta la gente che scappa e si muove raminga sulla faccia di questa brutta terra, che vista dall’altro sembra un’oasi azzurra e verde e vista da quaggiù sembra un mostro di cemento, potremo fare qualcosa, aprire le nostre case, dare a loro il pane. Ma questo basterà per togliere l’orrore dai loro occhi, il ricordo dell’odore del sangue e dei morti per strada?
Basterà per farci sentire migliori e non attanagliati dalla consapevolezza che la guerra è una sconfitta di tutti? Di questa povera umanità che arranca e arranca e arranca.

La Prima Guerra Mondiale è stata un tragico esperimento naturale: durante il conflitto la psichiatria moderna ha acquisito per la prima volta la consapevolezza che lo stress della guerra può arrivare a fare impazzire i soldati. Gli inglesi l’hanno chiamata shell shock , da noi era il vento degli obici: era la malattia nata sui campi di battaglia e nelle trincee della Prima Guerra Mondiale.
I soldati colpiti da questa sindrome allora misteriosa avevano una varietà incredibile di sintomi: palpitazioni, paralisi o tremori in tutto il corpo, incubi, insonnia; a volte smettevano di parlare. Alcuni sembravano perdere il senno per sempre, altri recuperavano dopo un periodo di riposo.[Vedi qui]

Una possibilità per dimenticare la guerra è la follia. Il rifugio in quei mondi inventati dove c’è spazio per fare ciò che si vuole, tornare a casa, riaprire la porta, guardare il vaso di fiori sul tavolo e pensare: “Questa primavera è proprio bella. Le violette hanno sparso profumo per tutta la stanza.”.
La follia permette di ritrovare l’amante morto sotto le bombe, di nuovo vivo, in una nuova dimensione dove esistere, navigare sopra una canoa di bambù e arrivare in un bel posto, sopra l’acqua e sotto il cielo come esige una vita sana, come promette l’aldilà.
La follia fa risuscitare i morti, li depone in un vaso di cristallo da cui escono di notte come spiriti famelici che danzano con chi li ama e per sempre li custodirà.
La follia permette di portare ogni mattina a scuola i bambini mentre loro sono sepolti, chiusi in una cassa, avvolti di terra e mangiati dai vermi.
La follia permette una nuova vita a chi vita non ha più.
Ho sempre avuto pietà per la follia, per chi non ha potuto stare tra noi perché lo starci era impossibile, perché la sofferenza era troppa, perché la solitudine uccide tutti, un po’ alla volta, un po’ al giorno, un po’ in tanti giorni e alla fine per sempre.

Non voglio abituarmi alla guerra e non voglio che nessuno si abitui.
Guadate l’orrore e indignatevi tutti i giorni, tutti i minuti della vostra vita, ogni attimo, ogni sospiro. Un bambino morto è la fine dell’infanzia, di tutte le infanzie possibili.

E ci ritroveremo come le star, a bere dell’whisky al Roxy Bar … (Vasco Rossi). Già, ci ritroveremo come delle vecchie star con gli occhi pieni di orrore, con le mani fasciate, i denti rotti, i capelli bruciati, gli occhi spenti e il dolore nel cuore. Questa è la guerra, questo è ciò che ci lascia. Penso che solo un folle possa affrontare tutto questo per il suo bene, per quello della sua famiglia, della sua nazione.
Non esistono beni che si nutrono di guerra, non esistono speranze per chi ammazza, per chi toglie la vita a chi è piccolo e a chi gliel’ha donata. Non c’è rimedio né pietà per chi fa la guerra, non cambia nulla che sia bianco, rosso o verde, povero o ricco, sano o folle, che abbia o non abbia delle giustificazioni, che creda di non avere alternative. Non c’è nessuna giustificazione possibile e senza giustificazione è difficile trovare la pietà.

Regia Aeronautica Italiana

Il 26 aprile 1937, la Legione Condor in appoggio alle truppe del generale Franco contro il governo legittimo repubblicano di Spagna, rase al suolo la cittadina di Guernica. La legione Condor era un corpo volontario composto da elementi della Luftwaffe e della Aviazione Legionaria, unità non ufficiale della Regia Aeronautica italiana. Quattro anni prima di entrare nella seconda guerra mondiale al fianco dei nazisti, il regime di Benito Mussolini fu il primo ad appoggiare le truppe del generale fascista Francisco Franco nella guerra civile di Spagna.

Guernica è anche il dipinto di Pablo Picasso che rappresenta in arte la distruzione della città.

L’ambasciatore nazista di Francia vide l’opera e chiese a Picasso: “Avete fatto voi questo orrore, Maestro?”  

Picasso rispose: “No, è opera vostra”.

Il re nudo, una fiaba moderna

I vestiti nuovi dell’imperatore  è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata per la prima volta nel 1837. La trama della fiaba è nota e parla di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento. Un giorno due imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, ma invisibile agli stolti e agli indegni. I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all’imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L’imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché. Attribuendo la non visione del tessuto alla sua indegnità, anch’egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.
Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno essi e sentendosi essi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità.
L’incantesimo è spezzato da un bimbo che grida con innocenza “Ma il re è nudo!”.
Ciononostante, il sovrano continua a sfilare come se nulla fosse successo.

Desidero proporre ora una riflessione che proprio partendo dal messaggio contenuto in questa fiaba possa sostenere il pensiero critico a non rimanere impantanato nei vari ismi che possiamo vedere agitare sempre di più la nostra società nelle forme del negazionismo, populismo, relativismo, dogmatismo, fascismo
Il re è nudo! si grida a gran voce nella fiaba. Questo fatto è talmente evidente da suscitare una reazione paradossale nei presenti: la sua ovvietà viene gridata a gran voce da un bambino, ma allo stesso tempo negata da chi questa evidenza vuole coprire, poiché spinto da interessi di altra natura.

Come si arriva al negazionismo

Siamo tutti uguali. E’ un dato talmente scontato in una società che si definisce democratica, che il rischio è proprio quello di dimenticarselo. Possiamo osservare i nostri figli giocare con gli altri bimbi allo stesso modo negli anni della scuola dell’infanzia, senza nessuna preclusione rispetto al colore della pelle, provenienza geografica o culturale, disabilità. Poi crescendo cosa succede?
Per giustificare certi orrori
, che con una parola chiamiamo razzismo, ecco che diventa necessario mettere tra parentesi il nostro essere uomini, la nostra comune natura, etichettare e ridurre l’altro ad artificiose e reificate identità: quella dell’ebreo, del nero, del migrante dell’omosessuale…

Solo così, da veri anestesisti dell’anima riusciremo passo dopo passo ad arrivare all’insensibilità emozionale, necessaria per giustificare anche linguisticamente la trasformazione della solidarietà in buonismo, per chattare contenuti grondanti di odio, per redigere atti legislativi dove le persone sono ridotte a pacchi postali da collocare in modo burocratico.
Per arrivare a questo risultato è necessario tenere accesa la televisione durante i pasti per vedere, mentre si consuma il pranzo, immagini di esseri umani morire di fame.
E’ necessario smettere di studiare, dimenticare la nostra storia, le nostre radici e appiattire tutto sul presente, non fare memoria di nulla, perché solo così tutto si può negare…anche che il re è nudo!

I problemi legati all’immigrazione ci sono e sono enormi. Devono essere gestiti con responsabilità e competenza. Non affrontarli in nome di una accettazione generalizzata sprovvista di una politica di integrazione è doppiamente colpevole. Altra cosa però è utilizzare queste emergenze solleticando e sfruttando la stanchezza della gente per fini di potere! Non bisogna mai dimenticare che stiamo parlando di esseri umani!
Metaforicamente il bambino della fiaba di Andersen lo assimilerei alla nostra Carta costituzionale, voce che è necessario ascoltare in tutti quei casi in cui vogliamo essere rassicurati sulla congruità delle nostre scelte.
Per esempio sulle democraticità delle scelte politiche.

Quando si perde la memoria 

Eccidio di Sant’Anna di Stazzema 12 agosto 1944,560 morti;
Eccidio delle Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944, 335 morti;
Eccidio di Lippa di Elsane30 aprile 1944,269 morti,
Eccidio del Padule di Fucecchio 23 agosto 1944, 174 morti…questo elenco purtroppo è molto lungo e visto che a scuola questi avvenimenti non si studiano quasi più, chi vuole può, consultando L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia 43-45 (,ed.Il Mulino,2016), ritrovare  tutte le stragi di quel periodo con i 5.607 episodi di violenza, per un numero complessivo di 23.669 persone uccise.

Questo fu il fascismo. Ed è per questo che la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

Desidero proprio rivolgere queste note col cuore in mano a chi è insofferente ed infastidito dalla cosiddetta retorica della Resistenza.
Non lasciamoci tentare dall’opporre, quasi in modo ragionieristico, alle stragi sopra richiamate i morti causati dalla reazione partigiana, nasconderemo solamente che il re è nudo! Dovremmo invece tutti vigilare affinché non siano ostentate, in modo particolare oggi sui social, dai nostalgici del ventennio, simboli, motti, effigi che in un qualche modo possano essere ricollegati a quegli orrori.
Dovremmo tutti ritenere che queste dimostrazioni pubbliche di un richiamo ai caratteri del fascismo storico non siano da archiviare come manifestazioni folcloristiche di un numero limitato di soggetti, ma pericolose deviazioni rispetto a ciò che dovremmo condividere come cittadini per il mantenimento di una società democratica.

L’esempio della Polonia

Guardiamo a ciò che sta succedendo nella Polonia di oggi, il paese che ha conosciuto Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau e Maidanek dove oramai da un po’ di anni sta crescendo sempre più un clima antisemita che rischia di rovinare l’Europa intera.
Abbiamo ancora negli occhi l’immagine del 17 febbraio del 2018 quando il primo ministro polacco Morawiecki depose un mazzo di fiori in un cimitero tedesco sulle tombe dei polacchi che durante la seconda guerra mondiale collaborarono con i nazisti, considerando i sovietici e i comunisti un nemico peggiore.
Commenta W, Goldkorn dalle colonne de l’Espresso: “Morawiecki è un signore cinquantenne, colto e istruito. Ha studiato economia in Europa e negli Stati Uniti, è diventato un importante banchiere. Insomma, è un uomo che conosce il mondo. Eppure, quel mazzo di fiori in onore di gente che nell’inverno del 1945 lasciò il territorio polacco assieme ai reparti nazisti – e che tradì la Polonia – veniva deposto proprio nei giorni in cui lo stesso premier spiegava che c’erano ebrei tra i perpetratori della Shoah; e a poche settimane dall’inizio delle commemorazioni del cinquantesimo anniversario dell’espulsione, nel 1968, degli ultimi ebrei rimasti in Polonia: traditi quindi dalla Polonia.”.

Un limite da non oltrepassare

Non c’è il tempo qui per analizzare compiutamente come sarebbe necessario tutti i richiami storici sopra riportati e il rischio è quello di esporsi a immediate contro argomentazioni che però a mio avviso non dovrebbero offuscare il messaggio che faticosamente tento di proporre. Qui non è il problema di dare il torto agli uni e la ragione agli altri, o di imporre sulle una propria verità.
Discutiamo, confrontiamoci, studiamo il più possibile senza trincerarci dietro a barriere ideologiche o pregiudizi di sorta; la cosa importante è porre il limite oltre cui nessuno può andare, oltre cui la facoltà critica diventa negazione dell’altro.
E questo rischio si corre ad ogni livello. E’ in fin dei conti un discorso di assunzione di responsabilità verso le giovani generazioni.

Quando si ha a che fare con l’interesse pubblico il dovere principale è quello di esplicitare quali siano gli interessi in gioco.
Il governo ha obbiettivi di un certo tipo, l’opposizione  un altro, i cittadini spesso  un altro  ancora; la democrazia riguarda l’equilibrata conciliazione di tutti questi diversi interessi attraverso l’arma bianca del compromesso.
E tutto ciò sia che riguardi i problemi di politica internazionale che quelli interni come, solo per fare un esempio, le misure anti covid da prendere per il rientro a scuola (davvero si ritengono provvedimenti adeguati il distanziamento di un metro in classi di 25 studenti, e autobus carichi completamente in tragitti fino a quindici minuti?).

Solo questo modo di agire, disinteressato, pubblico, critico come insegna l’intero percorso conoscitivo di J.Habernas, potrà consentire di formare una coscienza civica sensibile alla ricerca del bene comune, che non giochi a nascondino con la realtà mistificandone i fatti e dove anche in questo caso  possa essere sempre possibile che si levi alta una voce a richiamare tutti che  il re è nudo!

L’orrore in prima visione

Andiamo con ordine. L’immagine riprende una platea di spettatori che guardano un film horror all’interno di un cinema. Si possono notare nei loro volti espressioni di evidente disagio, raccapriccio, sofferenza.
Questa sommaria descrizione, tuttavia, non è del tutto esatta.
In verità gli spettatori sono soldati, e ciò che stanno guardando non è un film ma qualcos’altro.
Quest’immagine è stata scattata durante la proiezione di un documentario girato alla fine dell’ultima guerra mondiale. Un documentario relativo alla scoperta fatta dalle truppe americane dei lager nazisti. Il documentario è crudo, tragico, tremendamente esplicito, senza censure. Si vedono tutti gli orrori dei campi di sterminio. Auschwitz, Bergen Belsen, Buchenwald, Dachau, Mauthausen, Treblinka…
I soldati, ragazzi giovani e meno giovani, tutti uomini che hanno combattuto al fronte e che quindi sono abituati agli orrori della guerra, si coprono il volto sgomenti, increduli, smarriti.
Il fatto è che non si tratta di soldati americani… sono prigionieri tedeschi!
Non sono i soldati scelti delle famigerate SS, sono comuni soldati della Wehrmacht fatti prigionieri dagli alleati nel corso di tutta la guerra. Senza le divise non c’è nessuna differenza tra loro e quelli americani, inglesi o russi. In fondo sono tutti uomini. Tutti uguali davanti al dolore e alla morte.
Tutti capaci di provare pena, rimorso, vergogna, angoscia.

L’avevano capito loro, i tedeschi… Dopo settantacinque anni mi chiedo come mai la destra italiana non l’abbia ancora capito.

Oltre la porta chiusa

Adagio in Sol minore (Remo Giazotto, 1958)

Attraente mostruosità il desiderio e la paura di sapere.
Oltre la porta chiusa, una luce sconosciuta o soltanto il buio.
Il buio che ci segue, che ci accompagna, che ci aspetta. Eternamente presente eppure inaccessibile.
Del resto cos’è mai la luce se non una piacevole menzogna?
Una bugia data in pasto agli occhi, interpreti speranzosi di messaggi illusori… i colori.
Vibrazioni elettromagnetiche. Particelle invisibili. Energia in eterna ebollizione.
Sotto la pelle, dentro i nostri sogni, negli spazi infinitamente piccoli e negli sconfinati spazi aperti.
Non c’è mai stata ragione di vedere l’incomprensibile quando lo si può immaginare.
Forse l’unico rifugio è la follia… la sola, vera arma della mente.

Ho varcato la porta.
Sono ore che cammino nel buio. Davanti a me il fascio della torcia rivela un percorso ad ostacoli tra ammassi di rottami e rifiuti maleodoranti. È necessario avanzare con cautela. Il silenzio è rotto dall’eco dei miei passi e da un costante rumore di gocce che cadono un po’ dappertutto.
È bastato un attimo di distrazione e quasi cado inciampando contro qualcosa. Punto la torcia in basso e vedo un mucchio di stracci sudici: è un uomo!
È rannicchiato lungo la parete del tunnel, con le spalle e la testa coperte da un cartone, e pare stia dormendo. L’urto del mio piede lo sveglia e con uno scatto si leva a sedere appoggiando la schiena al muro.
È a questo punto che la luce della mia torcia gli illumina il volto, o meglio, quel poco che ne rimane…
Lo vedo e non posso far altro che distogliere subito lo sguardo. È orribile!
Un indicibile terrore comincia a impossessarsi di tutti i miei sensi. Avevo già provato qualcosa di simile in passato, ma stavolta è più intenso, straziante. Per poter restare lucido devo attingere agli ultimi barlumi di ragione che ancora conservo, solo così posso impedirmi di fuggire in preda alla pazzia.
Il volto, dal mento in su, è ridotto ad uno squarcio dal quale si distinguono chiaramente rimasugli di cervello, brandelli di pelle e ossa frantumate. Occhi, naso e bocca sono spariti. Sul mento vedo, in un groviglio sfilacciato di carne e nervi sanguinolenti, la lingua e, attorno ad essa, i pochi denti rimasti della mandibola.
Ai lati di questo scempio restano un paio d’orecchi penzolanti e qualche ciuffo di capelli intriso di sangue raggrumato a testimoniare che un tempo questa era stata la faccia di un uomo.
Quest’uomo che non riesco a guardare s’inginocchia e m’afferra un braccio con entrambe le mani, come per implorare. D’istinto tento di liberarmi. Poi sento un suono angosciante provenire dalla sua gola e vedo chiaramente la lingua vibrare in quell’assurda cornice di carne straziata. Questo poveretto senza più la faccia cerca di parlarmi e, nel farlo, posso avvertirne lo sforzo indicibile e doloroso.
Ma la visione grottesca del suo volto maciullato, se pure orribile, è nulla paragonata al suono gorgogliante e metallico delle corde vocali immerse nel sangue.
Eppure, il terrore che mi ha sconvolto fin da subito si trasforma in pietà. E di fronte a tanto dolore mi pervade un senso di vuoto assoluto, disumano, che mi fa sentire impotente, del tutto inadeguato, incapace di reagire.

Avevo fatto il mio primo incontro, oltre la porta chiusa.

Il giardino delle artemisie giganti

Dei ricordi fanciulleschi che affollano la mia mente, mai come adesso tormentata da tanta nostalgia, uno più di tutti ha sempre stuzzicato la mia fantasia. Parlo di uno strano episodio mai del tutto risolto. Mi trovavo in vacanza in un pittoresco paesello sulle rive di un lago, di cui per mia riservatezza non farò il nome, cintato da montagne poderose con pendici aguzze come lance a grattar nuvole perennemente di passaggio. Le giornate ombrose e insolitamente fresche costringevano spesso me e mio cugino a rinunciare a giocare nelle acque fredde del lago, in alternativa non rimaneva che avventurarsi nei dintorni campestri oltre il caseggiato.
Stavamo con le nostre famiglie in una grande villa presa in affitto per tutto il mese d’agosto. Il proprietario era un vecchio insegnante di musica a riposo, tal Brunamonti, un tipo solitario ma cordiale, che ci aveva preso in simpatia e ci raccontava puntualmente storie curiose e bizzarre che spacciava per vere e sacrosante. Una di queste riguardava un bellissimo giardino dell’entroterra, a nemmeno mezzora di cammino da dove alloggiavamo. Bastava percorrere la via maestra del paese e, passata l’ultima casupola prima della campagna, prendere a sinistra un largo sentiero sterrato e circondato da rovi impenetrabili che saliva su una collinetta irta di cipressi. Una volta in cima, appariva una vecchia villa in stile liberty e un maestoso giardino con tanto di serre, camminamenti, aiuole, fontane e laghetti.
Ebbene, un pomeriggio plumbeo di fine agosto, ad appena due giorni dalla fine di quell’indimenticabile vacanza, decidemmo di raggiungere quel posto e vedere coi nostri occhi se ciò che ci aveva raccontato il nostro padrone di casa era vero oppure no.
A dire la verità il tragitto ci parve subito più impegnativo di quanto ci eravamo immaginati. Non eravamo ancora usciti dal paese che avevamo imboccato la strada sbagliata, e ci volle una buona mezzora solo per raggiungere il bivio ai piedi della collina. La salita poi si rivelò più ardua del previsto e, quando fummo giunti in cima, non c’era l’ombra di nessuna villa e tantomeno di un giardino. Fu mio cugino che, avendo intravisto la porzione di un tetto che spuntava tra gli alberi in lontananza, mi chiamò dicendomi che forse quel tetto apparteneva proprio alla villa che stavamo cercando. E fu così.

Per raggiungere la villa descritta da Brunamonti dovemmo attraversare un fitto boschetto di cipressi e, una volta arrivati, ci rendemmo conto che il suo racconto aveva trascurato diversi particolari che fin da subito ci fecero venir voglia di tornarcene a casa.
La villa c’era, ma quel tetto, avvistato da mio cugino tra le cime appuntite dei cipressi, altro non era che la cuspide del campanile di una pieve gotica che affiancava un piccolo cimitero diroccato le cui lapidi erano quasi sommerse dalla vegetazione. La villa, effettivamente liberty, era poco distante sulla destra, ai margini di una fitta boscaglia di cipressi e grossi abeti, la cui ombra oscurava qualsiasi cosa si celasse al suo interno. Tutte le costruzioni apparivano disabitate da chissà quanto tempo e delle spesse tavole di legno inchiodate agli ingressi stavano a testimoniarlo.
E il giardino? Anche quello c’era, e la cosa più incredibile viene adesso!

Secondo Brunamonti il giardino era posto dietro la villa. Io e mio cugino ci guardammo in faccia titubanti, ma alla fine decidemmo di aggirare il fabbricato e di vedere cosa c’era dall’altra parte. Camminammo cauti e tesi più che mai, avevamo dieci anni io e dodici lui, e tutto quello scenario che si era rivelato intorno a noi si prestava benissimo a far correre le nostre fantasie in luoghi ben più oscuri e terribili di quanto avremmo voluto.
Ricordo ancora adesso, e la sensazione che riaffiora è tuttora viva e pulsante come di cosa appena successa, ciò che provai quando finalmente vidi quel giardino: meraviglia, estasi, terrore!
Il giardino era maestoso, lussureggiante, qualcosa che non avevamo mai visto. Innumerevoli varietà esotiche di piante fiorite creavano un arcobaleno di colori e stordivano coi loro profumi. Poi alberi enormi e sconosciuti e siepi dalle incredibili geometrie.
Ma la domanda che causava tanta meraviglia era: come poteva esistere un giardino come quello se il posto era isolato e abbandonato da tanti anni quanti noi non potevamo nemmeno immaginare? Poi una seconda domanda: dov’erano e com’erano fatte le artemisie giganti raccontate da Brunamonti?
In fondo era stata proprio quella seconda curiosità a spingerci ad affrontare quel viaggio: le artemisie giganti.

Il vecchio maestro ci aveva detto che in quel giardino esisteva una rara specie di artemisia carnivora che un giorno di tanti anni prima aveva divorato un ignaro fattore che si era addormentato all’ombra di una di esse. Successe che durante il sonno venne paralizzato dal suo profumo tossico, che i suoi rami gli si strinsero intorno, che le sue foglie lo avvolsero come in un sudario e che, rilasciando sul poveretto la sua linfa corrosiva, iniziò a digerirlo come nella più tremenda delle storie dell’orrore. Brunamonti raccontò che quell’incidente indusse il vecchio proprietario della villa, un ricco barone, a liberarsi di quelle piante tanto pericolose distruggendole e sostituendole con altre artemisie, del tutto identiche alle prime ma innocue. Ma Brunamonti ci confidò anche che il sospetto della gente era che, in verità, il barone non distrusse affatto le sue artemisie carnivore, semplicemente lo lasciò credere. Per questa ragione, il giardino divenne via via un luogo evitato da tutti quelli che ne conoscevano la storia. La morte dell’ultimo discendente del barone ne decretò poi il definitivo abbandono e la caduta in rovina.
Quel giardino in cui ci trovavamo però era tutt’altro che in rovina…
Poi qualcosa ci distolse dai nostri dubbi. Era stato uno strano rumore sommesso, come qualcosa di pesante che strisciava sul terreno. Ci guardammo attorno ma non vedemmo nessun movimento, tranne l’ondeggiare di piante e rami mossi dal vento. Eppure quel rumore continuava, e pareva farsi più forte.
Ricordo come quel vago senso di inquietudine che ci aveva accolto appena arrivati sul posto divenne improvvisamente una paura profonda. Paura che si trasformò in terrore appena avemmo l’impressione che erano stati gli stessi alberi a muoversi nella nostra direzione. Alberi splendidi e maestosi che, con movimenti impercettibili, si avvicinavano a noi trasformandosi ai nostri occhi in giganteschi mostri terrificanti.
In una manciata di secondi eravamo già sul sentiero sterrato. Correvamo come due lepri scendendo rapidamente verso il paese e poi nella casa delle vacanze, dove alla fine giungemmo entrambi col cuore in gola. Era tardi e i nostri genitori stavano sistemando la tavola per la cena sotto il portico di fronte all’ampio cortile. Vedendoci arrivare, ci venne incontro mio padre tutto accigliato che ci rimproverò di aver messo in ansia tutti quanti per essere stati via oltre quattro ore senza avvisare nessuno…
Quattro ore? Tanto tempo era passato?
A quel punto arrivò un aiuto inaspettato proprio dal maestro Brunamonti. Si avvicinò a mio padre e gli disse, scusandosi, che sapeva della nostra visita nel giardino in cima alla collina e che si era dimenticato di informarli e di rassicurarli che non avremmo corso alcun pericolo. Tanto bastò per rasserenare gli animi e per evitarci una sicura punizione.

Più tardi, il vecchio maestro ci prese in disparte e ci confidò che aveva immaginato dove fossimo andati perché si ricordava le nostre facce dopo che avevamo ascoltato il suo racconto del giorno prima riguardante il giardino di artemisie, poi ci chiese come avevamo trovato il giardino. Grati per il fatto che avesse mentito a nostro favore (in effetti, sicuri che non saremmo stati via a lungo, non avevamo informato nessuno delle nostre intenzioni, tantomeno lui), gli raccontammo quello che avevamo trovato, evitando però di rivelargli il motivo del nostro repentino ritorno a casa.
Lui ascoltò tutto con estremo interesse e alla fine disse: “Allora, ragazzi miei, è vero ciò che si dice in giro: le artemisie carnivore sono ancora lassù… e, a quanto pare, sono diventate degli ottimi giardinieri!”

Firth Of Fifth (Genesis, 1973)

L’amante perduta

La carne giace nel suo sacello, mentre devoti e palpitanti visitatori le rendono omaggio.
La memoria indugia nel piacevole e salvifico ricordo di un attimo vissuto e passato, tacendo ciò che cova nel buio del tempo presente. Il verme lavora, laido, con pazienza ed efficienza, mentre si stendono fiori recisi, odorosi di effimere fragranze.
Né ora né mai sarà rivelato ciò che resta di te, mia amata. Ma questo letto, in questa notte, mi invita al pensiero nauseabondo del tuo viso sigillato, spento, immoto, eppure in costante trasformazione. Gli umori liquefatti fuoriescono e si distendono, nutrendo l’invisibile, infaticabile, minuscola progenie: la vera, sola compagna per l’eternità.
Così il mistero permane, celato allo sguardo morboso. La pietà, no, il ribrezzo e l’orrore vincono ogni desiderio indagatore. Nessuno deve vedere cosa resta, il pensiero si salva chiudendo cautamente gli occhi.

Eppure… Un giorno decisi di rivederti. Non bastandomi il conforto dell’anima ho chiesto di più, e ti ho rapita.
Ti ho condotta a casa mia per ammirarti ancora. E che io sia dannato in eterno, per aver sfidato l’ineluttabilità del tempo. La regola è chiara: non si torna indietro!
Io lo sapevo, ma il desiderio, più forte del senno, ha cancellato ogni prudenza, consegnandomi alla follia.

E ora ti vedo per come sei, assente ovvio, perché non ci sei. Vedo un involucro, niente di più…
Ma il tuo sguardo su di me, come una finestra aperta sul vuoto, mi morde alla gola. Estraneo e familiare allo stesso tempo, come la morte lo è per la vita.
Provo a richiudere gli occhi, a nascondermi, a sfuggirti, ma ormai sei tornata da me e non te ne andrai più. Avvinghiata ai miei pensieri, incombente nei miei sogni, estranea, temuta, terrificante. Come la morte per la vita.

Lovely Head (Goldfrapp, 2000)

La bellezza della paura

Cosa ci spinge a cercare il buio notturno, a guardare nei pozzi, a scrutare le tenebre dell’incertezza? I brividi dietro la schiena, i peli si rizzano e il sangue sembra ghiacciarsi nelle vene, mentre il cuore all’inverso comincia a battere all’impazzata. Sudori freddi, gli occhi vedono sagome sfuggenti che scompaiono dietro di noi, acceleriamo il passo per allontanarci dai vicoli oscuri e deserti… eppure, puntualmente, ritorniamo ancora in quegli stessi vicoli, sempre lì, soli, a inseguire i nostri demoni!
Nel 1974 uscì in Italia un film che tuttora è considerato il più terrificante horror mai realizzato: L’esorcista.
Solo cinque anni dopo, approfittando di una rassegna estiva che veniva proiettata nel vecchio Ristori di via Del Turco, potei finalmente andare al cinema a vederlo. Avevo appena quindici anni e ricordo che lo vidi assieme a un paio di amici. Credo di avere avuto più incubi notturni quell’estate che in tutti gli anni che seguirono. E in effetti il volto di Regan, trasformato dalla possessione, a distanza di quasi quarant’anni è ancora spaventosamente disturbante!

Tuttavia (o forse proprio per questo), da allora la passione per il thriller e l’horror non mi abbandonò più. Il terrore, l’adrenalina che sale, danno un piacere inaspettato. Come gli effetti pirotecnici di una tempesta vissuta sotto un riparo sicuro, goduta da spettatore lontano da ogni rischio ma abbastanza vicino per sentire l’odore degli elementi impazziti che vorticano tutt’attorno in cerca di vittime da divorare. Immaginarsi vittima e allo stesso tempo confortarsi nella certezza di non esser tale. C’è qualcosa di sublime nel farsi travolgere dal terrore creato ad arte, tanto reale quanto posticcio. In fondo equivale ad entrare in un mondo parallelo: quello del sogno e della fantasia.
Ora, lasciando per un attimo da parte le immagini e i fotogrammi, mi rendo conto dell’importanza determinante della musica. il successo di un film e la sua perpetuazione nella memoria dipendono spesso e soprattutto dalla grandezza della sua colonna sonora. Qualche esempio? Cosa sarebbero stati i film di Leone senza le musiche di Morricone? E cosa sarebbe stato Profondo Rosso senza l’accompagnamento musicale dei Goblin?
Per L’esorcista la cosa è stata più discreta, ma ora, riascoltando Tubolar Bells, mi torna in mente la porta chiusa della stanzetta di Regan. Ancora oggi ho lo stesso timore/desiderio di aprirla, di entrarci e di scoprire che quella stanzetta in fondo era la mia.

Tubolar Bells – performance live del 1973 per la BBC (Mike Oldifield, 1973)

Tubolar Bells – registrazione originale in studio (Mike Oldifield, 1973)

FERRARA EUROPA
Nizza per noi

DUBLINO – Lasciarsi alle spalle l’autunno perenne del Nord Europa, bastano poche ore di volo e già le nubi sul continente iniziano a diradarsi. Nizza non è solo destinazione, ma anche promessa. Che raramente tradisce, ed il più delle volte ti accoglie proprio cosi come te lo aspettavi mentre atterri a pochi metri dal mare. Finalmente l’estate, e dal finestrino vedi il mediterraneo riflettere il sole di fine mattina, le barche a vela perse all’orizzonte, le ville immerse nelle pinete. Arrivi in questa città che sì è francese, ma anche un po’ italiana, inglese, russa.
E ti immagini in questo mondo, fatto di tombeurs de femmes e di femmes fatales, di puntate al Casino, di Porsche Cayenne che sfrecciano sul lungomare e Martini bevuti sulle terrazze dei locali. Palazzi belle epoque e megayacth in rada. Una via di mezzo tra James Bond e i vitelloni.

Tra il british style ed il coatto, in questo luogo che e una festa mobile da Cannes a Mentone. Anche se poi scopri che tutto quello che rimane dell’aristocrazia russa fuggita dalla rivoluzioni d’ottobre riposa nei cimiteri in collina, che non pochi grand hotel con facciate liberty all’interno sono pochi piu che ostelli, e che a Roquebrune Cap Martin e decisamente più facile incontrare una coppia di pensionati di Torino che non Rihanna o il Principe di Galles. Ma non fa niente, anzi, forse e meglio cosi. La scatola e vuota ma il sogno rimane. E stai li a crogiolarti al sole, tra il mediterraneo e le Alpi, tra residence e ville a picco sul mare, progettando magari una visita a Montecarlo o Villefranche sur mer. Ed in mezzo Nizza con i suoi abitanti, tensioni sociali, periferie realmente difficili.

E poi quello che non ti aspetti. L’orrore, drammatico ed inaspettato. I corpi dei bambini stesi sulla promenade des anglais. Le fotografie dei passeggini vuoti. Ed e come se ogni parola perdesse ogni significato. Basta che ci sei passato una volta, ed e come se anche tu fossi li. Ti scende il silenzio dentro.

Al mattino incontro un amico di Nizza. Ci guardiamo a distanza ed allarghiamo le braccia. Quasi in segno di resa, sicuramente di sconforto. Non e ancora tempo per le parole. Quelle verranno dopo. E non sembrano trovarle nemmeno in Francia, forse non riescono a capacitarsene. Quale cattivo maestro, quale malata dottrina, quale livello di odio può spingere un individuo a massacrare i propri concittadini, i bambini, in questa maniera ?. E questa volta lo senti, tremolanti condanne dell’accaduto, balbuzienti richiami all’unità nazionale ed ai valori della Republique, anche la conferenza degli Imam di Francia, timidamente richiamare gli Imam a “mobilitarsi per rassicurare la società francese ed isolare tutte le idee di terrorismo e di odio”.
Ancora difficoltà a trovare le parole giuste, perché ripetute già in troppe occasioni. Ma sono da capire anche loro, delegati ad agire e parlare per tutti, che qualcosa la devono pur dire e che non possono solo limitarsi ad allargare le braccia davanti all’orrore. Toni bassi e la paura che la polveriera della convivenza difficile, in Francia, possa scoppiare veramente. Che il vaso sia prossimo al tracollo.

Rimanere concentrato al lavoro e quasi impossibile. Controlli notizie anche tramite iI social nework. Tra chi ha aggiornato la foto del suo profilo con un’immagine estiva in cerca di likes, I tempi in pista di Iannone e Valentino, qualcuno che condivide la foto di una bella cena estiva. Volti sorridenti in un ristorante. E tanti, tanti messaggi per Nizza.

Ed e purtroppo, tristemente, quasi impossibile non imbattersi anche nei post dei sociologi improvvisati, quelli che e “comunque colpa nostra”, “degli amerriccani” o della “società che ti esclude”. Di quelli che l’orrore è in fondo colpa di chi lo subisce e mai di chi lo commette. Perché bisogna “provare a capire” o più semplicemente dare la colpa alla “pazzia” e chiuderla li. E non sono pochi. E fa male leggere i deliri di chi magari ha incorniciata una laurea Alma Mater alla parete e si beffa, essendo persona colta e gran dottore, degli ormai tanto famosi “umarells”, senza esserne purtroppo riuscito ad ereditarne almeno un briciolo di buon senso.

Allora forse meglio tornare a leggersi i tempi di Marquez, o almeno provare a rispettare un dignitoso silenzio quando proprio non si ha nulla da dire.

La Grande guerra al cinema

Il 2015 ci ricorderà i 100 anni dalla nostra entrata nella Grande guerra. Un conflitto che ha segnato profondamente la storia europea, sconvolgendo assetti secolari, segnando la fine di grandi imperi, come quello austro-ungarico e di quello ottomano, ma che soprattutto ha prodotto gli orrori di un conflitto in cui eserciti ancora concepiti con strategie e concezioni ottocentesche venivano schierati e lanciati contro le moderne macchine belliche; come emblematicamente in “Uomini contro” di Francesco Rosi, dove fanti vestiti con protezioni di metallo, venivano mandati contro le mitragliatrici, con esiti catastrofici ma anche grotteschi.

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Una scena del film ‘Torneranno i prati’ di Ermanno Olmi

Nel film di Ermanno Olmi “Torneranno i prati”, tutto ciò è raccontato con lucidità e lirismo; un avamposto sulle cime innevate, quasi sempre rappresentato in notturni in bianco e nero di rarefatta suggestione visiva, dove una comunità di uomini in armi vive l’assurdità della guerra, sotto lo sconquasso di spaventosi bombardamenti, e nell’esecuzioni di missioni impossibili e suicide. Poveri Cristi dai volti antichi, in una olografia che non può non rievocare, anche, la poetica e la mitologia di Pier Paolo Pasolini, non a caso nativo del Friuli.
Un film raro e prezioso, realizzato da un uomo nel quale si ascolta e si riconosce l’eco di profonde saggezze; un film contro tutte le guerre; un film che diviene una elegia dei sentimenti più intimi dell’uomo; un film che appare come un estremo atto d’amore nei confronti di quei contadini, di quegli operai, di quei ragazzi, che a centinaia di migliaia furono mandati al macello; un film contro questi barbari riti che l’umanità non riesce a rinnegare.
Nella parte conclusiva del film vengono proiettati sullo schermo immagini di documentari originali e in parte inediti dell’Istituto Luce, nei quali emergono, come in un fantasy gotico, i più svariati e terribili cannoni, obici e mortai dalle forme e dalle dimensioni più inverosimili, e poi nubi di gas, lanciafiamme, enormi sommovimenti di terra, e piccoli uomini-formica che corrono su brulle spianate dantesche, falciati a centinaia in pochi secondi.
Immagini terribili; eppure, quasi per assurdo, le registriamo con un certo distacco, forse anestetizzati dal quotidiano orrore mediatico; mentre invece resta viva la autentica emozione e partecipazione nei confronti di quanto il film nella sua parte “fiction”, con la sua umanità e la sua tenerezza, ci ha fatto vedere e sentire. Un paradosso, come se la finzione fosse più reale del documento; ma forse è questo il merito di un grande film: quello di realizzare una rappresentazione e una narrazione che possano definire una nuova emozione e proporre una reale esperienza.
E quello di Olmi è un grande film.

TEST DI CULTURA CINEMATOGRAFICA
Proponiamo, per chi voglia, una prova sul tema dei film sulla Grande guerra. Per le risposte clicca qui.

1) Vittorio Gassman e Alberto Sordi insieme in un film del 1959, titolo e regista.

2) Il titolo di un film di Sergio Corbucci del 1963 con Franco e Ciccio, che fa la parodia dello sbarco in Normandia.

3) Un film interpretato da Grata Garbo, affascinante spia.

4) Famoso film di Jean Renoir del 1937, con Jean Gabin e Erich von Stroheim.

5) Film interpretato da Rock Hudson e Vittorio De Sica, tratto dal romanzo omonimo di Hemingway.

6) Film tratto dal romanzo di Dalton Trumbo, e dallo stesso diretto, su un soldato prigioniero del suo corpo mutilato senza membra, né occhi, né parole.

7) Il quarto film di Stanley Kubric, del 1957, interpretato da Kirk Douglas.

8) Film del 1918 interpretato e diretto da Charlie Chaplin, in cui il protagonista non era propriamente eroico.

9) Film premio Oscar del 1930, tratto dal romanzo omonimo di Erich Maria Remarque.

10) Film del 1951, diretto da John Huston e interpretato da Humphrey Bogart e Katharine Hepburn.

Il padre scomparso e l’orrore dello sterminio sempre presente

Non è uno dei tanti libri sulla tragedia degli ebrei nei campi di concentramento nazisti quello scritto da Marceline Loridan-Ivens, nata Rosenberg, classe 1928. È una storia diversa, potente, sconvolgente, profondamente umana. A porgermela è una cara amica: mi sa attenta a ogni forma di sofferenza e di amore, al mondo e alla sua storia, che spesso purtroppo si alimenta di orrore. Sa che, pur non essendo ebrea, mi sento in profonda empatia con il popolo ebraico. Che considero l’aberrazione dei campi, la forma peggiore di abominio (che nulla ha di umano), oltre il confine di ogni possibilità di comprensione.
padre-scomparsoQuesto ‘libricino’ (tale unicamente per le sue dimensioni) “E tu non sei tornato”, raccoglie fragili memorie tracciate in forma di lettera al padre, lascia il segno di un amore paterno immenso, il marchio a fuoco, indelebile, di un legame con un genitore che va aldilà dello spazio e del tempo, di una donna che ha vissuto perché lui voleva che lei vivesse. Un libro che imprime una forza che supera e contrasta la cattiveria e la bestialità dell’essere umano, una disperazione che aiuta a sopravvivere. Nell’aria gelida e sotto un cielo incurante di quanto stava accadendo.

Tutto inizia a Nancy, in Francia, nel 1944, quando la quattordicenne Marceline, figlia di negozianti ebrei polacchi, viene catturata, dalla Gestapo, con il padre Salomon e trasferita prima ad Auschwitz-Birkenau, poi a Bergen-Bergen. Futura matricola 78750. Al momento della deportazione il padre le sussurra “tu ritornerai perché sei giovane, io non ritornerò”. Quelle parole resteranno sempre con Marceline, saranno il suo sprone, la sola molla di sopravvivenza, la sua unica forza e linea retta, perché l’amato padre voleva così.

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Marceline Loridan-Ivens, autrice di ‘E tu non sei tornato’ Bollati-Boringhieri, 2015

Da un campo all’altro, su treni e con la morte di fronte, la ragazza sopravvive, con una lettera in tasca arrivata in qualche modo dal padre mentre era assegnata ai lavori forzati. La parola papà è per Marceline ancor oggi impronunciabile. “Quando sento dire papà, sussulto, persino settantacinque anni dopo, anche se viene detto da qualcuno che non conosco. Quella parola è uscita dalla mia vita così presto che mi fa male, riesco a pronunciarla soltanto nel mio intimo. Non riesco a dirla né a scriverla”.
Nel suo messaggio il padre la spronava a vivere, a resistere, parole comuni dettate dall’istinto, le sole rimaste agli uomini di buon senso che non vedono un domani. La ragazza si era raggelata dentro per non morire, con una mente che, in mezzo a tanto odio, si può solo contrarre, con un futuro che dura al massimo pochi minuti, con la perdita di coscienza del chi, del dove si fa, dei perché. Marceline confessa al genitore che “la tua lettera era arrivata troppo tardi. Probabilmente parlava di speranza è d’amore, ma non c’era più umanità in me… Ero al servizio della morte. Le tue parole sono scivolate, se ne sono andate, anche se devo averle lette parecchie volte. Mi parlavano di un mondo che non era più il mio. Avevo perduto ogni riferimento. Bisognava che la memoria venisse distrutta, altrimenti non sarei riuscita a vivere”.
E in effetti questa ragazza ritorna, come papà voleva. Ma a quell’incubo non si sfugge più. E talvolta contagia persino chi nei campi di concentramento non è stato, come i due familiari di Marceline che si sono dati la morte per sfuggire ai ricordi. Perché, dopo quel buio e quelle tenebre, è difficile ritrovare un proprio posto nel mondo.

Marceline Loridan-Ivens, E tu non sei tornato, Bollati-Boringhieri, 2015, 112 p.

DIARIO IN PUBBLICO
Capaci e Palmira, quel filo d’orrore che riconduce alle stragi

Per una strana coincidenza, di due luoghi così emblematicamente uniti per l’offesa arrecata alla difesa della civiltà organizzata (“Dal dí che nozze e tribunali ed are/diero alle umane belve esser pietose/di se stesse e d’ altrui […]”, rifletteva Ugo Foscolo) sono stato testimone diretto.

Tra il 1957 e il 1959 ebbi come docenti all’Università di Firenze due grandi studiosi di Storia romana: Giulio Giannelli e Giovanni Pugliese Carratelli. Chi frequenta questa materia sa che il peso dell’attività scientifica di questi due maestri è stato fondamentale per gli studi della storia antica. Caso ha voluto che Giulio Giannelli tenesse un corso proprio sulla città di Palmira e sulla regina Zenobia. Fu una scoperta straordinaria per l’allora ragazzo e per anni desiderai, senza mai realizzarlo, recarmi in quella città che così complessamente racchiudeva tra le sue rovine il senso affascinante del ricordo e dell’arte che a sua volta testimoniava e preservava quel ricordo e quelle civiltà.

Ora si tenta di distruggere – se non lo si è già fatto – quella parte così importante del nostro percorso nella storia; di cancellare nel deserto che la circonda la città crocevia di tante civiltà che l’hanno eretta e resa famosa.

Ora il mio pellegrinaggio sarà breve: andrò in campagna a riprendermi i quaderni d’appunti dove si narrava questa storia e rimeditare una volta ancora sull’ingiustizia determinata dalla ferocia umana e sulla crudeltà di chi sfortunatamente è nato entro uno spazio e un tempo così malvagi da non poter rispondere se non con le stragi alla luce del pensiero e dell’arte.

Francesco Merlo ha scritto un editoriale sulla “Repubblica” del 23 maggio in cui la tragedia di Palmira diventa la “Waterloo dell’Occidente” come si legge nel titolo. Un luogo geografico a cui s’impedisce di diventare storia e bellezza. Secondo Merlo le stragi naziste si differenziano da questa perché “Mai gli assassini divulgavano immagini, tutti si fingevano buoni perché avevano la coscienza del misfatto, nascondevano la storia cancellando la geografia nel recondito e nell’indefinito. A Palmira invece il delitto al quadrato: sacrilegio, profanazione, bestemmia di qualsiasi Dio. Sembra il mondo di Heronymus Bosch, carne, scheletri e mostruosità nella luce accecante del giardino delle delizie”.

A questa toccante considerazione risponde un amico, Giusto Traina, che insegna Storia romana a Paris-Sorbonne con un commento critico all’articolo di Merlo che ci fa riflettere, pubblicato su FaceBook e che qui riporto: “Eh no, Francesco Merlo, non ci siamo, non tanto per la “folk etymology” di Tadmor/Palmyra, dove le palme non c’entrano (il dibattito sul toponimo è roba da orientalisti noiosoni, non ancora incamerata da Wikipedia), quanto per la retorica sulla Waterloo dell’Occidente oggi sbandierata in prima pagina dal Suo editoriale su “Repubblica”, che poi sarebbe quello stesso Occidente che ha una gran parte di responsabilità in questa distruzione annunciata. Ma per favore.”

E di questa replica va dato atto.

Il 24 maggio 1992 gli Amici dei Musei di Ferrara arrivano a Palermo. Siamo alloggiati a Villa Igiea e qui troviamo le tracce fresche della strage di Capaci. La notizia era così enorme che credevamo fosse una esagerazione dei giornalisti che invadevano ogni angolo dell’albergo. Un collega, famoso architetto palermitano, avrebbe dovuto spiegarci l’arredo liberty dell’albergo ma fu una serata inquieta e angosciata. Il giorno dopo il gruppo si divise parte proseguì per Erice e pochi di noi tra cui il mai dimenticato amico Luciano Chiappini restammo a Palermo. Passavamo tra giardini e bellezze sublimi mentre ad ogni angolo la gente smarrita commentava l’accaduto. Alla sera coloro che si erano recati ad Erice ci raccontarono la difficoltà di raggiungere quel luogo perché Capaci si trova sulla via che porta al bellissimo promontorio. Ancora una volta la strage investe, assieme all’offesa alla civiltà, la bellezza e la storia.

Chi a voluto colpire l’ordine di una ben regolata nazione ha tentato di distruggere anche il senso della storia e della sua espressione fisica: la città.

Quando si pensa a questi due avvenimenti fa veramente orrore doversi interessare ai fatti del “celeste” Formigoni e della sua idea di “maschio” come è altrettanto insopportabile quel mondo di pubblicità alle cui leggi devi pur sottostare per poter rimanere informato sui fatti che ormai in contemporanea accadono nel mondo.

E’ più forte di me. Passi – specie all’ora di pranzo – sorbellarsi dentiere, gengive che sanguinano, puzzette da mancata ritenzione dei vecchietti sempre rappresentati in splendida forma (e la voce!, la voce di una signora che si sente sicura in crociera perché ha la dentiera ben fissata!) Ma le vocette, le mossette, i bamboleggiamenti dei bambini che recitano se stessi: terrificanti! A renderli così disumani è lo scopo della “ggente” che adora che i loro pargoli siano rappresentati in quel modo. Un Paese per vecchi che dovrebbero vergognarsi di avere tirato su queste generazioni così banali e prive di aspirazioni.

Certamente ci saranno meravigliosi bambini e ragazzi che non fanno quel che diventa una notizia avidamente assorbita e che racconta di chi defeca nei corridoi poi s’uccide o viene ucciso da giochi proibiti. O di altri che s’interessano e sbavano solo per tutti gli smart del mondo. Ma sembrano non aver voce. O l’hanno troppo debole rispetto a quell’altra. Ecco cosa dovrebbe essere una “buona scuola”. Ecco a cosa dovrebbero pensare genitori e parenti per non vergognarsi di essere considerati incapaci, loro, gli abitanti di un paese così incredibilmente diviso tra serietà ed evasione.

Due bambini travolti dalla malvagità del mondo

In questa settimana dolorosa, durante la quale si sono ricordati persone e momenti legati all’Olocausto, che accompagnano altre tragedie e guerre nel mondo, non può non tornarmi alla mente questo splendido e toccante film di qualche anno fa, “Il bambino con il pigiama a righe”, tratto dall’omonimo romanzo di John Boyne. I bambini forse ci guardano con spavento, terrore, stupore e anche orrore, per quello che gli abbiamo fatto allora, per quello che continuiamo a far loro, ora. E da questo dovremo partire. Dal ‘Diario di Anne Frank’, fino a opere come ‘Jona che visse nella balena’, o al meraviglioso ‘La vita è bella’, solo il candore e l’innocenza dei bambini sono in grado di contrapporsi all’oscurità senza fine di un mondo adulto degenerato. Oggi più che mai.

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Il piccolo Bruno con la mamma

Questo film, allora, racconta la storia di Bruno (Asa Butterfield), un bambino di otto anni, vivace e curioso, amante degli aeroplani e dei romanzi di avventura, costretto ad abbandonare Berlino, la sua città natale, a causa di una promozione del padre, un soldato nazista (David Thewlis). La famiglia di Bruno si trasferisce in una nuova e grande casa in campagna, ma lui si annoia, gli mancano terribilmente i suoi vecchi amici, non ha i suoi giochi ma solo un’altalena fatta con un vecchio pneumatico.
Un giorno, dall’elegante e fiorito giardino scorge un’azienda agricola e ci vorrebbe andare, ma suo padre glielo proibisce poiché qui, in realtà c’è il campo di sterminio degli ebrei, uomini e donne innocenti, rei solo di appartenere a un’altra razza. Solo il padre è a conoscenza del campo di concentramento, che ha progettato insieme al comandante Kotler. Nemmeno la moglie Elsa (Vera Farmiga) lo immagina.

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Il bambino è curioso, vuole capire cosa c’è di là dal giardino

Bruno è vivace e curioso, come tutti i bambini, vuole scoprire perché nella fattoria, che si vede dalla sua stanza, la gente va vestita col pigiama. Già, una fattoria con contadini che indossano pigiami e dove i numeri di matricola con cui sono contrassegnati gli internati fanno solo parte di un gioco: è questa la spiegazione che si dà Bruno, guardando, da fuori, la realtà di un campo di concentramento. Mentre la madre scopre cosa succede dentro il campo, cosa brucia quando il cielo si copre di una nube di nero fumo e si rende conto dell’orrore che si perpetra quotidianamente a pochi passi da casa sua, Bruno stringe amicizia con Shmuel, un suo coetaneo, che vive nella “fattoria” e col quale inizia a giocare, nonostante il temibile filo spinato che li separa. Un filo che separa due mondi, dove la malvagità degli adulti freddi e razionali non si può nemmeno lontanamente immaginare, almeno non lì, giocando. Dove la spensieratezza dei bambini viene turbata sconvolta solo da urla senza senso, da sirene dal suono perforante e da richiami improvvisi concitati.

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La locandina del film

Eccoci allora, improvvisamente, di fronte a un vero e proprio mondo a parte, dove per Bruno il campo è un luogo interessante, da esplorare, soprattutto, dopo la visione di un filmato di propaganda, che lo presentava come un parco giochi. E sembrerà atroce, ma anche la curiosità più ingenua si può pagare a caro prezzo. E così avverrà. Dama e cartella giaceranno lì, sull’erba malconcia. La verità travolgerà la giovane e innocente vita dei protagonisti. Finale tremendo, le parole si perdono. Ancora una volta, per non dimenticare.

Il bambino con il pigiama a righe, di Mark Herman con Asa Butterfield, Zac Mattoon O’Brien, Domonkos Németh, Henry Kingsmill, Vera Farmiga, Cara Horgan, Zsuzsa Holl, Amber Beattie, László Áron, David Thewlis, Richard Johnson, e altri, USA 2008, 93 mn.

LA TESTIMONIANZA
Helga Schneider, oltre l’umano

I lunghi tempi della influenza combattuta tra letto e poltrona, rimpiangendo le due presentazioni saltate, si combattono con letture rimandate, temute, inevitabili. Scelgo allora un libro che mi respinge e nello stesso tempo mi attrae: Helga Schneider, “Il rogo di Berlino”, pubblicato da Adelphi nel 1998 e ora appena ristampato. Helga Schneider vive in Italia dagli anni Sessanta del secolo scorso ed è l’autrice di una autobiografia, di cui anche Il rogo è parte, che fece uno scalpore immenso, “Lasciami andare, madre”. Helga di origine polacca, ha una madre tedesca che abbandonò lei e il suo fratellino Peter nel 1941, quando la bambina ha quattro anni e Peter diciotto mesi, per arruolarsi nelle SS e diventare una delle aguzzine più feroci dei campi di Ravensbrück e poi di Birkenau e partecipare agli immondi esperimenti che qui si compivano da parte di famosi medici e non solo nazisti.

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La copertina del libro

Abbandonati al loro destino durante la guerra e la capitolazione di Berlino, Helga e Peter vengono allevati dalla seconda moglie del padre Stefan, Ursula, che odia Helga e la sottopone a feroci umiliazioni mentre adora il piccolo Peter. Con gli occhi dell’infanzia Helga racconta la fine di Berlino, del Terzo Reich e della susseguente liberazione da parte dei Russi che violentano e stuprano due giovani ragazze nei sotterranei del palazzo in cui si erano rifugiati gli inquilini. Raccontare quei momenti e quelle esperienze fa toccare con mano alla piccola Helga l’orrore. Ma ecco che con l’avanzare del riscatto morale e la consapevolezza della spaventosità di una guerra senza precedenti, la Schneider si lascia andare a un commento che è tra le prove più alte e mature non della banalità del male ma della feroce difficoltà di poterlo contrastare: “Sfiorai con lo sguardo lo spazio vuoto dove avevano vissuto gli uni sugli altri ammassati come bestie, imponendo agli altri il nostro odore, il nostro malumore, il nostro egoismo. Eravamo andati oltre il sopportabile, oltre il vivibile, oltre l’immaginabile, oltre le nostre forze, oltre l’umano. Eppure in seguito dovetti imparare che la nostra sofferenza non era stata nulla in paragone a quella che era toccata agli ebrei massacrati nei campi di concentramento.” (“Il rogo di Berlino”, pp. 186-87).

Una ammissione che ci induce a riflettere sul concetto di ‘umano’ e sulla possibilità di riscattarlo dopo la Shoah. Di fronte allo strazio di Helga sembra impossibile che le soglie dell’umano possano essere superate. Ma non c’è fine alla consapevolezza e all’orgoglio del male. Dopo trent’anni Helga incontra nel 1971 la madre perduta. E lei la invita a indossare l’uniforme di SS amorosamente custodita nell’armadio ma soprattutto le vuol regalare un pugno di oggetti d’oro chiaramente appartenuti agli ebrei gassati nei campi di concentramento. Helga fugge all’orrore sperando che quella madre esca definitivamente dalla sua vita, ma la rincontra ancora nel 1998, svampita e delirante, in una casa per anziani. E quel mostro la trattiene con i fili del ricatto che inevitabilmente le impediscono, nonostante lo schifo, di liberarsi di lei. Una condizione terrificante così espressa: “E mi rendo conto che se fino a ieri avvertivo la sua assenza come un’ossessionante presenza, ora la sua presenza è un’irrevocabile assenza. Provo angoscia e un’irrazionale tenerezza. E’ mia madre, nonostante tutto è mia madre. Devo vergognarmi se qualche volta l’istinto, il mio istinto di figlia, prevale sulle ragioni della morale, della storia, della giustizia e dell’umanità?” (“Lasciami andare, madre”, p.126).

Se dunque l’istinto e non la razionalità e il sentimento combattono una battaglia straziante nell’accettazione di Helga del sentimento filiale, c’è la consapevolezza che i lager, ciò che è accaduto è non solo al di là dell’umano ma al di là della conservazione del senso della vita. Come poter ricordare? Come poter o meglio dover accettare con l’istinto ciò che la Shoah ha negato? Cosa c’è al di là dell’umano? Quale incondizionata resa al male ha reso così crudele non solo il destino di un popolo ma anche a volte degli stessi aguzzini? La Schneider non si nasconde dietro inutili proteste o ancor peggio inutili diversivi. Il suo ‘j’accuse’ è fragorosamente impietoso perché nella pietà ci sarebbe il principio della comprensione. Ma per lei, come per molti altri, la comprensione potrebbe essere la radice del male. La tragedia della Shoah è totalmente inscusabile. Resta l’istinto. Anche questo negato dai nazisti. E quella colpa, quella resa a un atto non d’amore, ma istintuale, porta Helga a consumare la sua tragedia personale che si esprime nel grido “Lasciami andare, madre”.

Quale ricordo più severo potrebbe esprimersi?. E lei, “l’italiana” come ormai la chiamano i suoi parenti, sigla rifiutando la pietà verso la madre come “un’irrevocabile assenza”. E mentre leggo con commozione le ultime lucidissime testimonianze di Primo Levi che tenta di dare un nome (e quindi esercitare la pietas) ai suoi compagni del treno della morte, ricordo con un sussulto di timore che nessuno è incolpevole, come appare dalla lucida disamina di Liucci che sbarazza il campo dalla presunta non interferenza dei fascisti italiani sulla ideologia nazista della eliminazione di un popolo.

E ricordare diventa sempre più complesso ma sempre più forte.

SETTIMO GIORNO
C’è buio in città, la poesia è morta

IL GRATTACIELO – Era un mattino di molti anni fa, Roberto Soffritti pensava di dover edificare la nuova Ferrara, una Ferrara orgogliosa con le sue mura restaurate, nuova viabilità, comode strade d’accesso al centro cittadino e poi con la cultura, proseguendo la politica delle grandi mostre inaugurata da Franco Farina e, infine, con l’apporto di un personaggio qual era il maestro Abbado; e poi, ancora, un nuovo ospedale e via sognando. Sappiamo com’è finita: palazzo degli specchi, una speculazione come l’ospedale di Cona, dove il cittadino non riesce ad arrivare se è vecchio, ammalato (come dev’essere chi va all’ospedale) e ha bisogno di un intervento urgente. Sarebbe bastato mantenere un buon pronto soccorso, ma la grandeur da cui i ferraresi a volte vengono presi ha chiuso la porta al buonsenso. Non erano sprechi sufficienti, la licenza per innalzare l’inutile cittadella dei dieci cinema è la dimostrazione di politiche diciamo dissennate e la nuova Ferrara rimase al palo. Nemmeno il grande porto che doveva prendere il posto della Darsena ebbe la possibilità di essere varato. Ma torniamo a quel mattino primaverile: ero nell’ufficiio del sindaco con il famoso architetto Bruno Zevi e, da una delle finestre della sala, guardavamo lo stupendo scenario su cui eravamo affacciati: architetto – gli chiesi – ricorda quel suo articolo pubblicato sull’ Espresso, con il quale denunciava l’irresponsabile scempio di una delle più belle piazze d’Italia, sconciato dal palazzo di Piacentini appena inaugurato? Ricordo, rispose Zevi, ma di scempi ormai… E che dice del grattacielo? Ma, sentenziò, ora che l’hanno ridipinto, insomma… e tacque rassegnato, come a dire c’è di peggio, anche se allora la scritta pubblicitaria al neon di un apertivo che ricopriva quasi tutta l’altezza di una delle due torri, aveva sostituito e avvilito il placido calar del sole su Porta Po, come avevano voluto Pellegrino Prisciani e Biagio Rossetti. Con il grattacielo, la sera su Ferrara ora arriva più presto. Insomma, c’è più buio.

LA POESIA E’ MORTA – Hanno un bel da dire e abbiamo un bel coraggio a bandire premi letterari e a festeggiare vincitori di nulla: la poesia è morta, i mille e mille poeti sono stati sepolti sotto una valanga di insulsaggini, l’unica voce che si ode è quella del kalashnikov e le urla disperate delle vittime e dei loro familiari: il grido che giunge da Parigi è lacerante, è colpita la nostra società, la nostra amata cultura, ma nessuno si dispera per i migranti che annegano ai nostri piedi o per i duemila morti ammazzati dagli integralisti in Nigeria, quelli non contano, sono neri, con la loro pelle si possono far scarpe griffate, no, nessuno più canta il dolore, dicono che non è poesia, lo diceva anche un amico, molto noto, durante la discussione finale di un premio per giovanisimi poeti, “no questa lirica no, sentenziò, non ha un messaggio”. Non ho mai capito perchè la poesia dovrebbe lanciare messaggi: cantami o diva l’ira funesta del Pelide Achille che infiniti addusse lutti agli Achei, è l’unico messaggio possibile per uscire dall’orrore, essere consapevoli di che cosa siamo, di che cosa abbiamo fatto nel nostro sovente lurido passato e, forse, per liberarci dal furioso, disumano liberismo spesso assassino da cui il nostro animo poetico è stato sconciato. Non c’entra con il terrore di Parigi? C’entra, eccome se c’entra. Basta pensare un poco, abbiamo cancellato ogni valore, abbiamo deciso che il più forte vince sempre, non sappiamo inventare altro che storie popolate da mostri umani coperti d’oro e abbiamo esportato questo trionfante pensiero nazifascista in tutto il mondo: ci aspettiamo forse che dal raccapriccio nasca la solidarietà?

IL FUNERALE – Quando ancora giravo il mondo a raccattar notizie, mi venne in mente di andare a intervistare un poeta scrittore, tra i maggiori della prima metà del Novecento, Marino Moretti: tranquili, è già stato dimenticato. Moretti, ormai un vegliardo senza speranze, abitava a Cesenatico, sulla strada che dal porto-canale conduce al cimitero. Dal giardinetto, dove Marino mi aspettava, si vedevano le vele gialle e rosse delle barche, tenute lì a galleggiare in quell’impareggiabile museo marinaro. Parlavamo del più e del meno, io gli chiedevo notizie di quel mondo che aveva cantato e che mi aveva incantato, parlavamo delle donne romagnole pie e coraggiose, quelle che pregavano “buzarè, buzarè l’anma de pchè” quando sentivano i loro uomini sanguigni e brilli passare davanti a casa bestemmiando, parlavamo di letteratura, poi ci fermammo improvvisamente: fuori, per strada stava passando un funerale accompagnato dalla banda: “vede – mi disse Moretti – la gente è completamente pazza, suona e canta quando uno muore, un funerale…” e tacque. Ora di funerali ne fanno due, così il morto diventa più importante agli occhi della società e si canta, si applaude, un carnevale: chissà che cosa direbbe oggi Moretti?

domenica-mattina

Luce intensa sul finale

Tutto è come sempre, / il sole e di tanto in tanto la pioggia. / Per le strade una folla silente / da un luogo all’altro, giorno per giorno. / Così era l’anno scorso / il tempo scorre lento, secondo dopo secondo. / Le foglie volteggiano di albero in albero. / Dalle finestre aperte / si insinuano messaggi da mondi lontani.

Un accostamento irritante: nella foto un’immagine pressoché sdolcinata e romantica del delta del Po; accanto, un testo scritto da me, un tentativo di esprimere per iscritto sensazioni suscitate dall’estate passata. E il tutto dovrebbe essere un augurio di Natale. Cosa c’entra una cosa con l’altra?

Ho scattato questa foto una celestiale domenica mattina dell’estate scorsa, nella laguna di Comacchio, non lontano da Ferrara. Raramente mi è capitato di assistere a una luce così intensa e a una tranquillità così inebriante come in quei momenti di una mattina di settembre sulle rive del mar Adriatico. Momenti in cui si può persino dimenticare il mondo “là fuori”. Tutto è come d’abitudine nei mesi estivi: ci si gode il sole, la luce, la tranquillità, la natura e di tanto in tanto anche la pioggia. Un libro da leggere, una passeggiata, nuotare in mare, cibo di ottima qualità e vino ancora migliore. Nell’aria si insinua tuttavia una sorta di cambiamento imminente, a volte sottilissimo, come una foglia che cade da un albero e si posa su un altro albero o sulla terra.

Il giornalista svizzero Stephan Wehowsky ha espresso con parole perfette questa sensazione di un lento cambiamento: “Come e con quali strumenti possiamo aiutare i rifugiati che arrivano a milioni e la cui miseria supera ogni facoltà di immaginazione? La nostra vita quotidiana non è cambiata in alcun modo. I resoconti della stampa fanno parte del nostro consumo quotidiano come se non fossero altro che puro intrattenimento. Tuttavia qualcosa succede. Qualcosa che riguarda noi. Un velo ricopre tutto ciò che facciamo. L’orrore che ci circonda non fa eco nel vuoto. Ci rendiamo conto che quelle che credevamo essere le nostre normali abitudini quotidiane non sono più tanto normali. Questa quotidianità diventa sempre più una parodia del grigiore che ci circonda. E sentiamo che qualcosa di profondo è cambiato. Le nostre abitudini quotidiane erano solo una sorta di vacanza. Ci rendiamo conto che questa vacanza sta giungendo al termine”.

È forse possibile sollevare questo “velo che si posa su di noi” con l’arte, sia essa passiva o attiva, attraverso tentativi personali, di trovare altre e nuove forme di rappresentazione della realtà?
Ma “tutti sentono il bisogno dell’arte e della bellezza” (Joseph Roth). Il bisogno di una poesia, di una foto che ci riporta ai momenti di felicità di un giorno d’estate.

Traduzione dal tedesco all’italiano di Paola Baglione

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