Tag: Mogol

Passerà questa nottata.
“Il mio Canto Libero dei medici italiani”: guarda il video

Nell’ora più buia, tante candele accese

Qualcuno ha detto che dobbiamo smetterla con le frasi fatte, di incoronare ‘Eroe’ questo o quello. E anche i medici e gli infermieri intervistati in Tv lo ripetono sempre: “Non mi sento un eroe, faccio solo il mio dovere. Come sempre.”.  Quel che è certo è che oggi, ogni giorno di più,” Les héros sont fatigués”, i medici, gli infermieri, i barellieri, tutto il  personale medico e paramedico che sta in prima linea, di fronte al nemico, contro questo minuscolo virus che vuole annientarci, tutti loro sono stanchi. Stanchissimi. Tanti di loro hanno già perso la vita. Assomigliano molto ai poveri ‘fanticini’ della Grande Guerra che stavano nelle trincee del Grappa o del Monte Calvo.
A tutti loro, a chi lavora all’ospedale di Cona, all’ospedale del Delta e quelli del 118, ai medici di guardia e ai medici di famiglia, agli infermieri e a tutto il personale delle cliniche e della case di riposo. A tutti loro: che stiano a Ferrara, o a Bergamo e Brescia, in Italia, in Europa, nel mondo (che è la nostra patria), vogliamo ripetere un semplice GRAZIE, NON MOLLATE. E dir loro che è molto bello sentirli cantare “Il mio Canto Libero”. E’ come vedere delle candele, accese, anche sotto una tempesta di vento.
Qui, nelle retrovie, noi faremo la nostra parte. Il nostro dovere. Passerà questa nottata.
#noirestiamoacasa
#andratuttobene

Effe Emme

 

La Corale dell’Associazione Giulia nelle scuole, per dare voce a tutti i bambini

La Corale dell’Associazione Giulia unita al coro dei 183 alunni della scuola Tumiati, in occasione della Festa degli Auguri di Natale

“Ogni bambino dovrebbe essere il figlio di tutti”: la frase di Mogol scelta dall’associazione Giulia Onlus racchiude il senso dell’impegno di tanti volontari che dal 2006 dedicano progetti mirati ai bambini del territorio ferrarese colpiti da patologie tumorali.
Tra le tantissime e significative iniziative promosse dall’associazione, la Corale dell’Associazione Giulia da diversi incontra le scuole della città, unendosi ai canti di gruppo degli alunni, dalle prove fino agli spettacoli insieme alle famiglie.
In queste occasioni festose viene allestito un banchetto per far conoscere a bambini, genitori e insegnanti la realtà e i progetti di un’associazione che opera da oltre 20 anni nel nostro territorio.
Un coro per dare voce a tutti i bambini, per sentire pulsare il battito di tanti piccoli cuori, in particolare a quelli che affrontano la prova della malattia.
La musica non è solo un linguaggio universale, ma può supportare dal punto di vista psicologico il decorso della malattia dei piccoli pazienti, facilitando i processi espressivi e la regolazione delle emozioni: da qui il Progetto di musica e musicoterapia proposto dall’associazione Giulia in Oncologia Pediatrica.

La raccolta fondi dell’Associazione Giulia é finalizzata a potenziare le risorse con figure professionali, quali uno Psico-Oncologo ed un Pediatra Oncologo, che in collaborazione con la Struttura Dipartimentale di Oncoematologia Pediatrica e Clinica Pediatrica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Arcispedale S.Anna di Cona siano in grado di accogliere e sostenere il piccolo paziente e la sua famiglia nel difficile cammino della malattia in senso globale. Tale attività é già operativa nella Struttura Dipartimentale di Oncoematologia Pediatrica e Clinica Pediatrica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Arcispedale S.Anna di Cona, a sostegno dei bambini affetti da patologie oncologiche nel percorso della malattia e dei trattamenti medici ed inoltre a sostegno dei familiari dei piccoli malati. Le sedi ospedaliere dell’Azienda AUSL di Ferrara a Cento, Lagosanto e Argenta sono a sostegno dei bambini sani costretti ad affrontare la malattia o la perdita di un genitore, o familiare, malato di tumore.
Sono diversi i modi per sostenere l’Associazione Giulia, sia come volontariato classico di raccolta fondi (attraverso la partecipazione ad iniziative come eventi, tornei di calcio, banchetti) sia con un volontariato attivo nel reparto di pediatria, dopo un’adeguata formazione ed inserimento (info@associazionegiulia.com; infoline, tel. 348.4713293).

Il banchetto informativo dei volontari dell’associazione Giulia

Ma qual è la storia di questa associazione? Perché Giulia Onlus?
Come si legge sulla pagina www.associazionegiulia.com, “ci sono vite, come quella di Giulia, destinate ad essere vissute in salita, ma ci sono piccoli angeli, come Giulia, che stupiscono giorno dopo giorno per la forza d’animo, il sorriso sereno e lo sguardo profondo.
Giulia nella sua vita ha affrontato un grave problema di sviluppo psico-motorio che le ha reso difficile camminare, impossibile esprimersi verbalmente ed essere autonoma in molti gesti quotidiani. Giulia nella sua vita ha affrontato anche l’epilessia, le cui crisi forse sono state l’unica cosa in grado, a tratti, di spegnere le luce nei suoi occhi. Perché lo sguardo di Giulia é valso sempre più di mille parole. Così come il suo unico e personale modo di essere presente affettivamente con i gesti, con un sorriso e con i suoi occhioni azzurri. Giulia ha sempre trovato il modo di far sentire forte la sua presenza e di segnare indelebilmente il cuore di chi ha incrociato, seppur solo per un attimo, la sua vita.
Nel 2004 una patologia oncologica aggredisce il suo fisico. E Giulia insegna a chi le sta vicino come si affronta il dolore fisico che la chemioterapia provoca, Giulia insegna a chi le sta vicino come si possa dare, pur nel silenzio, un senso forte alla propria vita.
Il 7 settembre 2005 Giulia é diventata un angelo”.

I giardini delle malinconie

«Mi ricordo il punto esatto dove passava un carretto dal quale potevamo comprare per 10 lire dei gelati quadrati e due biscotti, ma quando si era vicini alla fine del mese mia madre non mi dava i soldi. La vita era dura anche per i miei, la situazione economica non era florida. Mi stupivo che i fiori sui suoi vestiti non fossero ancora appassiti perché li aveva portati così tante volte che era un miracolo che non fossero sciupati» (Mogol).
I giardini di marzo sono una delle più celebri canzoni scritte da Mogol e cantate da Lucio Battisti. Pubblicata il 24 Aprile del 1972 e scritta in chiave autobiografica, è una metafora della povertà e della timidezza. Il riferimento è all’infanzia di Mogol, alle sue difficoltà economiche e relazionali, alla sua mancanza di fiducia e di coraggio, al suo essere distaccato e sognatore.

“All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli,
poi sconfitto tornavo a giocar con la mente i suoi tarli
e alla sera al telefono tu mi chiedevi “perché non parli?”

C’è chi pensa che nelle scuole, oltre alle poesie, nel programma di letteratura andrebbe inserita anche la canzone d’autore. È difficile pensarla diversamente quando si ascoltano brani come I giardini di marzo poiché altro non sono che poesie arricchite dalla musica, magari con un testo semplice, ma che arrivano dritte al cuore, senza bisogno di grandi spiegazioni.

“Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
le mie mani come vedi non tremano più
e ho nell’anima,
in fondo all’anima cieli immensi
e immenso amore
e poi ancora, ancora amore, amor per te.
Fiumi azzurri e colline e praterie
dove corrono dolcissime le mie malinconie
l’universo trova spazio dentro me…
Ma il coraggio di vivere, quello ancora non c’è.”

I giardini di marzo (Mogol-Battisti, 1972):

STORIE
La musica coast to coast, il sogno di un cantautore lucano

«Che cos’è la musica per me? Credo sia il senso di tutto. Il motivo per il quale la mattina mi alzo dal letto e la notte resto sveglio a guardare il cielo. Tra una stella e l’altra scrivo canzoni. È il centro della mia vita, in lei confluisce tutto ciò che mi accade, donne, amicizie, amori, delusioni, rabbia, paure, gioie, semplicemente la quotidianità». Per Gianni Basilio, giovane cantautore lucano che ha fatto dell’Emilia la sua «seconda casa», la musica rappresenta «la più alta forma di espressione e di comunicazione che mi è stata concessa, e non perché io parli poco, anzi, ma perché con la musica parla il cuore, parla lo stomaco: si è veri, senza limiti e senza veli. Poi con il rock esce fuori tutto ciò che sono e non è un caso se l’ho scelto». Rock è la sua voce, calda e potente quando interpreta ‘Vestita di vero’, il suo primo videoclip e singolo da solista, uscito in questi giorni su YouTube.
Occhi chiari, sguardo trasparente e profondo, Gianni Basilio ti travolge con il suo entusiasmo e la sua passione: il suo grande amore è… la chitarra, «compagna di vita e di avventure».

Raccontaci un po’ di te. Come hai incontrato la musica? A che età?
Ero piccolissimo e, come mi raccontano spesso i miei genitori, ogni volta che salivo in auto con loro insistevo per ascoltare le cassette di Zucchero, Rino Gaetano, Vasco Rossi, Pino Daniele, Antonello Venditti o Michele Zarrillo. All’età di 8 anni entrai a far parte della banda musicale del mio paese, Oppido Lucano (Potenza): grazie al maestro Rocco Imperatore, iniziai a studiare la teoria musicale e il sax contralto, fu proprio lui ad accorgersi che ero portato per la musica e che avevo un “buon orecchio”. Un’esperienza formativa incredibile, gli insegnamenti appresi in quegli 8 anni di banda sono ancora vivi nella mia mente! A 11 anni arrivò il mio grande amore, la chitarra: da 14 anni è la mia compagna di vita e di avventure, rifugio per momenti meno positivi e divertimento puro per quelli belli… è sempre con me!

Poi sei passato al rock…
Quando arrivò fra le mie mani la prima chitarra elettrica, una squier, regalatami da Fausto (il mio padrino di Cresima) si aprì un mondo nuovo. Iniziai a divorare tutto ciò che avesse il sapore del rock: dai Pink Floyd, con il mio grande idolo David Gilmour, ai Toto, agli assoli nei brani di Vasco, Bon Jovi, Hendrix, la Pfm e tanti altri. Da lì la necessità di formare una band e di scrivere brani originali, così a 13 anni, con il mio amico batterista Gerardo Leone, fondai i Red Fire. Questo progetto ci ha accompagnato per 6 anni; dopo lo scioglimento ho fondato una cover band di Bruce Springsteen e gli ArteriA, un gruppo che suona per divertirsi e per far divertire, per emozionarsi e per far emozionare, ma soprattutto per comunicare qualcosa.

Degli Arteria sei il chitarrista e la voce. Come è nata questa collaborazione?
Prima di essere musicisti, siamo tutti amici. La rock band è nata nel luglio 2013 – fondata da me, insieme a Gerardo – con l’esigenza di suonare brani inediti, originali, che nelle nostre scalette live vengono intervallati da cover del mondo del rock. Testi e musica li scrivo io, poi ognuno mette la sua creatività: gli arrangiamenti vengono fatti insieme in sala prove. Nel 2015 è uscita la nostra prima demo ufficiale dal titolo «Attimi» e a settembre 2016 è uscito il primo videoclip su YouTube del brano «Nuvole per gradini», ispirato dall’omonimo libro dello scrittore lucano Mauro De Felice, che ha ricevuto parecchi consensi. Voglio ricordare Michele Parrella alla chitarra (il mio chitarrista preferito), Antonio Lancellotti al basso e Vittorio Velucci alle tastiere.

In parallelo stai scrivendo la tua storia con un progetto da solista. Di che cosa si tratta?
Sento il bisogno di dare vita ai tanti pezzi che scrivo e che spesso restano lì fermi per tanto tempo. Vorrei ricercare un sound più moderno senza perdere la “botta rock”, ma allo stesso tempo lavorare su sonorità pop, cercando un mio filone di riconoscibilità. Ho scritto una quarantina di canzoni, mi piacerebbe piano piano inciderle tutte, ma l’autoproduzione è dura. È inseguire un sogno e fare il possibile affinché si avveri, poi lascio tutto nelle mani del destino!

‘Vestita di vero’ è il tuo primo videoclip da solista. Puoi raccontarci la storia di questo brano? Quando è arrivata l’ispirazione?
‘Vestita di vero’ è nata in una notte di gennaio 2017 nella mansarda di casa mia, tra la prima e la seconda fase al Cet, la scuola di Mogol, che ho avuto l’onore di frequentare e dove ho avuto il piacere di conoscere tante anime belle, professionisti e maestri come Giuseppe Anastasi, Maurizio Bernacchia e Cheope, che hanno migliorato il mio modo di vedere le cose. Dovevamo registrare il brano con il quale dare l’inizio al mio progetto solista nell’homerecording studio del mio amico Luigi Gabriele De Rosa: lui sentì ‘Vestita di vero’ e gli piacque molto. Ogni brano ha la sua cosiddetta ‘musa ispiratrice’, ma non si svela mai, altrimenti si perde la magia. È una canzone d’amore, profonda e giovane: racconta la certezza di avere un amore forte nel mistero della vita, la verità tra due persone che si vogliono bene, che si amano senza rinunciare ad essere ribelli, insieme, cercando di raggiungere la libertà in due; infatti c’è un passaggio del pezzo che dice: «Noi siamo così, due pirati coi jeans, registi del film, temporali liberi». Siamo noi a decidere tutto, quando poi nelle decisioni c’è tanto cuore, allora il gioco è fatto!

A chi lo dedicheresti?
È un brano che dedicherei ad ogni donna innamorata del proprio uomo, ogni donna che oltre al rossetto, agli orecchini e al trucco sia vestita costantemente di verità e non di apparenze. Amare è il grande miracolo della vita, non si vede ma si sente. Io credo nell’amore. Il videoclip lo trovate su YouTube, iscrivetevi anche al mio canale (e se vi va lasciate un like!). Il video è stato girato dall’Ozne Production di Enzo Petrucci, il pilota drone è Francesco Mancuso, la protagonista del video è la bella Annarita Renna, le comparse sono Giuseppe Mancuso, Alessandro Mancuso e Annamaria Di Palma. Il video clip è stato girato tra Oppido Lucano e Matera, in Basilicata, tua regione d’origine.

Ti sei trasferito per frequentare l’Università, ma è importante il senso di appartenenza alla tua regione?
Assolutamente sì, la mia terra la amo e, come ogni cosa che si ama, a volte, c’è il rischio di soffrire. Ho sofferto molto quando ho dovuto abbandonare Oppido per andare a Bologna, ma poi ho ringraziato l’Emilia per avermi accolto: è una seconda casa ormai, che mi ha dato modo di crescere sia mentalmente che artisticamente. La Basilicata è una terra magica, ma con tanti problemi e poche opportunità, quindi i paesi si svuotano, la gente va via, ma la maggior parte di quelli che si allontanano portano con sé il desiderio di tornare… io sono uno di loro! Vivo in una realtà bella, ho degli amici straordinari, una famiglia che mi sostiene e la comunità di Oppido Lucano che mi vuole bene e questo mi rende molto sereno. Poi noi lucani siamo un popolo buono, accogliente, caldo, generoso, ogni lucano ha un vulcano dentro di sé che sa far eruttare al momento giusto! Vi invito qui in Basilicata, si mangia benissimo, si fa bene l’amore e i paesaggi sono mozzafiato.

A chi ti ispiri nella tua musica?
Sono tanti gli artisti che mi hanno dato qualcosa,che mi hanno arricchito, ma senza dubbio Bruce Springsteen è al vertice. Sono un suo fan sfegatato, dopo averlo visto la prima volta dal vivo a Firenze nel 2011, ho deciso di cominciare a cantare! E non ho smesso più, come una droga. Il Boss ha grinta ed energia da vendere nonostante l’età. Vorrei invecchiare come lui! Qual è la tua canzone preferita? Tra le mie canzoni la preferita è quella che ancora non ho scritto! (Sorride). Scherzi a parte, non ho una canzone preferita, ma ne ho tante speciali, legate a momenti di vita, ad esempio ‘Jungleland’ di Bruce Springsteen, o ‘Sirens’ dei Pearl Jam, ‘Cosa c’è’ di Vasco.

Non sei solo cantautore e musicista, sei anche redattore di Rock Streets radio, un’emittente molto seguita sul web…
Rock Streets Radio è la web radio nata per gioco con il mio grande amico Teo Giacomino (un fratello per me): a Bologna, all’Università, bisognava trovare un diversivo allo studio. Ci divertiamo e soprattutto facciamo divertire, così la gente ha iniziato a seguirci. Spaziamo da temi seri a temi simpatici, ma direi che quelli divertenti sono i più gettonati! Ora insieme a me nella conduzione c’è anche il prof Giuliano De Felice, che stimo davvero e al quale voglio molto bene. Questo il nostro slogan: ‘Rock Streets Radio: Ok? On Air! Good Morning Babilonia!’ e poi si ride a non finire!

Come sei tu? Come ti definiresti?
Beh, direi buono (a volte fin troppo), determinato, istintivo, sensibile, ribelle, rispettoso, e giocherellone. Essendo del segno dei Gemelli, a volte combatto con le mie metà: una metà di me dice A e l’altra vuol fare B, ma la sera le mando a dormire sempre insieme dopo aver fatto la pace. Mia madre spera che arrivi una donna che mi metta in riga! Ma se devo darti una definizione, direi sicuramente un ‘inguaribile sognatore’. Come dico in un mio nuovo pezzo che si chiama ‘Le nostre notti’: «Siamo tutti ribelli armati di sogni e di troppi cd».

Quindi, avrai certamente un ‘sogno nel cassetto’…
Il sogno più grande è quello di riuscire a trasformare questa forte passione per la musica in lavoro, anche se so che è estremamente complicato. Il mio desiderio è entrare nel cuore di chi ascolta, in modo che il brano nato in una mansarda o in una camera possa diventare di tutti, ognuno ci possa ritrovare dentro un pezzo della sua vita ed emozionarsi. Tutto ciò è molto difficile, ma io credo che i sogni vadano inseguiti sempre, bisogna lottare per far nascere la speranza di vederli realizzati. Servono sacrifici, lavoro, lacrime e sudore: io nel mio piccolo sono già sul ring a ricevere e dare colpi!

https://www.facebook.com/giannibasilioofficial/

Guarda il video ufficiale di Vestita di nero

INSOLITE NOTE
Cinquant’anni di Dik Dik. E il sogno continua…

50 anni di canzoni sono un record che pochi artisti possono vantare, tra questi i Dik Dik, la band del primo beat italiano che si affacciò nel panorama italiano con “Sognando la California”, cover di “California Dreamin’” dei The Mamas & the Papas. Il testo della canzone, firmato da Mogol, non si discosta molto dalla versione originale, mantenendo il desiderio del caldo californiano in contrasto con il cielo grigio e l’incombere dell’autunno. La facciata B di quel 45 giri era “Dolce di giorno”, uno degli evergreen del gruppo milanese firmato da Lucio Battisti e dallo stesso Mogol. Sono numerose le cover di brani statunitensi ambientati in California, tra questi “Inno”, versione italiana di “Let’s go to San Francisco” dei The Flower Pot Men, incisa dai Dik Dik nel 1967.
Lallo, Pepe e Pietruccio, i Dik Dik di oggi, provengono da quella via Stendhal di Milano fulcro di uno straordinario movimento artistico spontaneo che ci ha regalato Cochi Ponzoni, Aldo Reggiani, Ricky Gianco, Moni Ovadia.
Le origini del gruppo sono ricordate nel libretto allegato al CD: “La storia iniziò quando un giovane produttore che gestiva una cantante reduce da un festival di Sanremo, Miriam del Mare, ci contattò per accompagnarla durante le sue esibizioni. Essendo la band incompleta ci vennero presentati due musicisti che si unirono al gruppo: Mario Totaro (tastiere) e Sergio Panno (batteria). Erano nati ‘Gli Squali‘. La cosa durò poco ma nel frattempo si era consolidata una buona intesa fra tutti noi. Il Beat imperversava anche in Italia così anche le nostre aspirazioni di realizzare un disco. Noi, alcune sere con il benestare del vice parroco della chiesa del Rosario avevamo a disposizione una sala in cui poter provare. Iniziammo così a presentarci alle varie case discografiche allora presenti in Italia. Finalmente una di queste, la Ricordi, ci dimostrò interesse proponendoci un accordo. Un piccolo aneddoto sulla scelta del nome Dik Dik riguarda il fatto che la nostra casa discografica non apprezzando quello precedente ci suggerì di cambiarlo e noi con un colpo di fortuna, sfogliando un vocabolario, ci imbattemmo in ‘Dik Dik’ che è quello di una piccola antilope africana e decidemmo di adottarlo. Uscirono così i nostri primi 45 giri che riscontrarono immediatamente grandi consensi e contribuirono a far aumentare la nostra popolarità tra addetti ai lavori e pubblico”.
Nel 1966 i Dik Dik incisero il primo 45 giri, si trattava della versione italiana di una canzone inglese dal titolo “1-2-3”, sul retro un brano composto da Lucio Battisti: “Se rimani con me”.

I Dik Dik nel 1975

“50 anni… il sogno continua” festeggia il mezzo secolo della band, non si tratta di una celebrazione o di una compilation di vecchi successi, ma di un’originale produzione di Mauro D’Angelo con due CD molto diversi l’uno dall’altro, il primo contiene le nuove registrazioni di otto classici a cui si aggiungono gli inediti “Punto Su di Te” e “Sulla nuvola”. Il secondo è un tributo con undici brani storici dei Dik Dik, liberamente eseguiti da altri artisti, tra i quali: Francesco Zampaglione, Lombroso, Ridillo, I video (pregevole la loro suite), Neomenia, The Gift, Johnson Righeira e Giorgio Li Calzi.
Il primo disco si apre con il ritmo cadenzato di “Punto su di te” che rivela la mano di Mario Lavezzi e, grazie all’organo Hammond, per qualche istante si ritorna all’epoca beat che li vide protagonisti. “Sulla nuvola”, di Danilo Amerio, Alfia Bevilaqua e Olga Kazelko, è il primo singolo estratto dall’album, una canzone più che mai attuale, ispirata a una frase del filosofo-poeta libanese Kahlil Gibran: “Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola”. Tra i classici “risuonati” non manca “L’isola di White”, che ha dato il nome anche alla trattoria che Pietruccio, Lallo e Pepe hanno a Buccinasco, nella campagna nei pressi di Milano. Gli altri hit sono: “Viaggio di un poeta”, “Senza luce”, “Io mi fermo qui” e quelli della ditta Battisti-Mogol.
L’album dei tributi contiene “Help me”, reinventato da Elio e le storie tese, con l’immancabile ironia che ha sempre contraddistinto questo gruppo, culminata nel grido d’aiuto dell’astronauta McKenzie e soprattutto nella telefonata finale. Da sempre le Custodie cautelari si sono cimentate nelle cover, i componenti di questo storico supergruppo, composto da elementi di altre band, ha ben eseguito “Il primo giorno di primavera”. Pregevole il contributo di Federica Camba, interprete di “Storie di periferia”, autrice di brani per Valerio Scanu, Alessandra Amoroso, Laura Pausini, Emma, Nek, Gianni Morandi, Umberto Tozzi e tanti altri artisti italiani. Ai Sulutumana è affidata “Viaggio di un poeta” che il gruppo valassinese re-interpreta in modo corale e acustico, donandole un inedito carattere popolare.
I Dik Dik sono tornati e, come dicono loro, pieni di voglia e pronti alla battaglia, spinti in questo dal motto di E. Levy: “Il passato è un ricordo, il futuro un mistero, il presente un dono”.

Dik Dik – Sulla nuvola (Video Ufficiale)

MUSICA
Ironia e cuore per cantare la decadenza del mondo
Il cantautore Cortex, “fuori dagli schemi, ma dentro la vita”

“Quando avevo 8 anni i miei genitori mi hanno regalato una batteria. Suonavo, picchiavo, rompevo così tanto, che un giorno la batteria è sparita: i miei hanno detto che erano venuti i ladri. In realtà (sorride) l’avevano messa in cantina perché facevo troppo casino”. Così il cantautore Enrico Cortellino – in arte Cortex – si è avvicinato alla musica. “Poi per fortuna alle superiori, quando sono stato promosso, mi hanno regalato una chitarra. È iniziata così la mia avventura con un gruppo demenziale e una passione folle per il rock”. Cortex è ‘fuori’, ho pensato la prima volta che l’ho visto: in effetti Cortex è ‘fuori’ dagli schemi, ‘fuori’ dalle definizioni. Ma ‘dentro’ la vita.

Una vita che sa raccontare con autoironia, con leggerezza e al tempo stesso con professionalità e profondità. L’occhio ‘magnetico’ di Cortex – nel logo che si è scelto e dissemina con i suoi adesivi lungo tutto la penisola – mi osserva da un po’, a volte mi inquieta, ma mi ricorda quel suo sguardo originale sulle cose, disincantato e libero, provocatorio. Come le sue canzoni. E basta passeggiare un po’ su YouTube, tra i video esilaranti di Cortex – da ‘Capitano tutte a me’ a ‘Complicare’ – per farsi un’idea di questo artista che sa dire cose importanti, ma sa anche prendersi in giro, ridere del mondo che ci circonda e di se stesso. ‘Miseria e libertà’ è il suo ultimo lavoro: è stato registrato a Trieste da Cortex con l’aiuto di Abba-Zabba e mixato a Torino ai M.a.m. studio da Riccardo Parravicini, tranne l’ultima canzone ‘Amo un popolo presente’ mixata da Federico Altamura al S.a.e. Institute di Milano; nel disco gli strumenti sono suonati da Cortex e c’è un featuring con Alberto Bianco che sbuca come ospite nella prima canzone del disco. Tutte le canzoni sono state scritte da Enrico Cortellino tranne la già citata ‘Amo un popolo presente’, scritta assieme a Paola Cacchio, e ‘Cantautore mi fai pena’ scritta da Andrea Sambucco.

Cortex è un cantautore che descrive la realtà dei nostri giorni come un visionario, è un sognatore disilluso che stuzzica e punge la sensibilità del pubblico su temi scottanti ed attuali, nel suo show coinvolge spesso il pubblico a reagire, a non restare solamente fermo a guardare il concerto – si legge in una recensione on line -. Cortex si presenta solo sul palco: ha una chitarra elettrica ed una stomp-box lo-fi che usa come una batteria, un fischio, due armoniche ed una voce. E questa la sua formula per affrontare i live. In studio usa principalmente amplificatori valvolari, chitarre vintage, pianoforti acustici e registratori a nastro”. Grandi occhi espressivi sotto una montatura nera rettangolare – per squadrare la realtà -, Cortex ci accoglie con un sorriso spontaneo e con un’irresistibile carica vitale.

Chi è Cortex?
Cortex è lo pseudonimo di un progetto musicale, è un personaggio creato ed interpretato da me, per cantare la decadenza dei valori del mondo moderno. Scrivo canzoni fin da quando ero piccolo. Poi vedendo Kurt Cobain ho cominciato a suonare la chitarra.

Quando è iniziato il tuo progetto musicale?
Il progetto Cortex è nato nel 2007, con l’uscita del primo omonimo disco per l’etichetta udinese Arab Sheep. Nel 2008, suonando al Piper di Roma alla finale del Tourmusicfest, Mogol mi ha notato e premiato per i testi, assegnandomi una borsa di studio per la sua scuola, il Cet. Negli anni seguenti mi sono dedicato ad autoriduzioni sul web e a suonare dal vivo. Nel 2013 è uscito ‘Cinico Romantico’ per Maninalto! Records di Milano, un lavoro grazie al quale sono stato definito “cantatore blues lo-fi”, ottenendo buone critiche dalla stampa dal web e dalle radio; ad ottobre 2013 sono stato proclamato “artista della settimana” da MTV New Generation.

‘Cinico Romantico’ è un album sorprendente: minimale, con pochi strumenti (una chitarra jazz spesso e volentieri distorta, pianoforte, armonica e, in due tracce, la batteria suonata da Francesco Valente de Il Teatro Degli Orrori), ma allo stesso tempo denso, avvolto da una patina lo-fi, indie/blues.Cosa è accaduto dopo questo tuo lavoro?
Nel 2014 ho suonato prima di Tonino Carotone e all’after party del concerto di Manu Chao; a settembre ho ricevuto il premio Superstage al Mei di Faenza come miglior artista emergente dell’anno.
Nel 2015 ho registrato il mio terzo album e sono stato scelto, assieme ad altri 10 artisti italiani, da Irmarecords in collaborazione con radiocoop per far parte della collana ‘Mi sento indie’, distribuita in tutta Italia.

Nel 2016 poi hai ricevuto un altro riconoscimento da Mogol come miglior artista indipendente all’anteprima della Festa della Musica, aggiudicandoti una seconda borsa di studio. Il 2016 è stato un anno da ricordare…
Sì, l’anno scorso ho vinto il premio per la migliore esecuzione della cover de ‘Il poeta’ di Bruno Lauzi e ho aperto il concerto di Daniele Silvestri al Mei di Faenza.

Hanno scritto che nella tua musica riecheggiano voci di grandi, come quella di Ivan Graziani, Lucio Battisti, Mino Reitano. A chi ti ispiri quando scrivi e canti?
A Bruno Lauzi, Max Gazzè, Daniele Silvestri, Vinicio Capossela, Paolo Conte, Domenico Modugno, Lucio Battisti, Lucio Dalla, Franco Battiato. 
Unconventional, direbbero gli inglesi.

E in effetti nella tua musica si respira un mix perfetto di poesia e rock, di suoni puliti e graffianti, oltre ad una vena di blues. Che cos’è per te la musica?
La voce dell’anima. È emotività che vibra.

Com’è Cortex nella vita di ogni giorno?
Eclettico, romantico, altruista. È uno che sta sempre dalla parte delle minoranze, degli oppressi.

E cos’è per te la vita?
Un viaggio. Non so dove porta, ma so che arricchirà la mia anima.

L’INTERVISTA
Giocando con le parole assieme a Maurizio Bernacchia, docente alla scuola di Mogol e autore di oltre 80 canzoni

di Eleonora Rossi

Non lasciatevi abbindolare dall’aria pacata e dall’indole mite di Maurizio Bernacchia: da un momento all’altro potrebbero arrivarvi imprevedibili ‘frecciatine’: proiettili calibrati di ironia e intelligenti giochi di parole, a raffica. E in un attimo vedreste apparire, tra le fossette ammiccanti, il suo sorriso compiaciuto. Quello stesso sorriso, amichevolmente beffardo, con cui ci racconta che la sua prima pubblicazione s’intitola ‘Fama internazionale’ (edizioni Oppure): “Posso dire di essere ‘autore di Fama internazionale’, giusto perché ho scritto un libro intitolato così – e aggiunge- Si tratta di un piccolo libro di provocazioni verbali, in cui mi sono lasciato andare al divertissement puro”. Anche il titolo del suo nuovo volume ‘Amore indescrivibile’ (edizioni Letteratura Alternativa), è introdotto da un titolo che “può sembrare già un paradosso”.

Come si legge sul retro: ‘L’amore è indescrivibile. Questo libro ne è la prova’. Maurizio Bernacchia è autore, produttore artistico, docente di scrittura di testi per canzoni per importanti scuole di musica, tra cui il Cet, la scuola di Mogol. È copywriter e direttore creativo dell’agenzia di comunicazione da lui fondata, Boccascena. Ha pubblicato oltre 80 canzoni, da ‘Peccati di gola’ a Sanremo 2007 – un intrigante esempio di come si possa giocare con il significante e il significato delle parole – ai singoli ‘Splende’ dei Carboidrati (prodotti da Adriano Pennino), ‘La luna e l’alieno’ di Marco Martinelli (prodotto da Mariella Nava), ‘L’amore che vorrei’ dei Thema (prodotto da Vladi Tosetto). Autore poliedrico, scrive per progetti decisamente trasversali ed eterogenei: dagli esordienti, per i quali spesso segue anche la produzione artistica, a nomi storici come Tony Dallara, per il quale ha scritto gli inediti per un prossimo album. Molte canzoni sono state premiate, ad esempio da Lunezia e Amnesty International. Numerose le esperienze e le collaborazioni artistiche, tra le quali Sanremo, Amici, X-Factor.

Maurizio ha il dono della curiosità, oltre a una sorprendente capacità di ascolto e di attenzione. Ma soprattutto ha il talento dello scacchista, sempre pronto ad un’abile contromossa.

Quando hai iniziato a scrivere?
A 10-11 anni. Scrivevo poesie, ma già pensandole come canzoni. Ho sempre preferito una forma sintetica, come la barzelletta, l’aforisma. E infatti sono sintetico anche nelle risposte.

Perché hai iniziato a scrivere?
Per il gusto di farlo. Il mio primo testo è stata una poesia, il secondo una canzone.

Che cos’è per te la scrittura?
Non voglio dire ‘tutto’, ma è un grosso motore di vita. Senza dubbio la scrittura è la migliore espressione di me.

In italiano eri bravo a scuola?
Sì, ero bravo, ma ero molto portato anche per la matematica, tanto che mi sono iscritto al liceo scientifico. Poi all’università ho scelto Lettere. Dalle parole alla musica.

Hai sempre ascoltato musica? Quali sono i tuoi autori preferiti?
Da piccolo non ascoltavo molta musica, crescendo sì. Ho trovato ispirazione in Mogol, Baglioni, Caparezza, autori che sanno scegliere parole e immagini ricercate. Ammiro anche il gusto per la parola di Jovanotti e Daniele Silvestri.

A cosa servono le canzoni?
Come l’arte, sono il contributo a rendere più bello il mondo.

Da dove arrivano le idee per un testo?
L’ispirazione arriva da input esterni che attivano meccanismi mentali a volte insospettati.

C’è una canzone alla quale sei più affezionato?
‘Peccati di gola’, con cui sono andato a Sanremo. Quel brano mi ha legato molto al compositore Patrizio Baù, amico con cui condivido la passione per la musica ormai da oltre 10 anni, con una rara sintonia.

A cosa pensi appena ti svegli?
A volte penso alla canzone che devo scrivere. Ma non faccio troppi programmi: tendo ad essere presente nel presente. Qui e ora. Per me è importante essere consapevole di quello che vivo.

E prima di addormentarti?
Sono una persona tranquilla (sorride). Penso soprattutto a dormire.

Il tuo ultimo libro parla di amore. ‘Pane’ irrinunciabile e indescrivibile qui ‘sbriciolato’ in aforismi e comandamenti. Puoi anticiparci qualcosa?
Ho provato a descrivere (anche se resta, per assunto, indescrivibile) il significato del mio libro nell’introduzione: “Amore. Di che cosa parlare se non d’amore? Come farne a meno quando l’amore è la cosa più importante, l’asse planetario portante attorno a cui ruota – rivoluzionandolo – il nostro mondo interiore, e probabilmente l’intero universo? (…) Un sentimento di cui è impossibile non scrivere, ma che resta indescrivibile. Ma amore è anche cercare di capirne e carpirne il senso, dando un senso a quello che proviamo e spesso non capiamo. Perché il senso della vita è ciò che chiamiamo amore. Amore, nel breve viaggio di un libro, attraverso cento aforismi (volando) e dieci comandamenti (volendo), per vivere liberi di amare senza né comandare né essere comandati, ma comandanti saggi del nostro spirito e dello spirito che si trova nell’amore”.

Puoi lasciarci un aforisma sull’amore?
‘L’amore è l’inizio. L’amore è il fine’. Cioè, il motivo e la direzione del mondo.

Inutile rivolgerti altri interrogativi, perché, come scrivi ancora in un aforisma, “L’amore non si fa domande. È la risposta”.
Ma a proposito di amore indescrivibile e di ‘coincidenze’, non possiamo non ricordare che il libro è uscito proprio il giorno di San Valentino, festa del sentimento, del cuore. Un 14 febbraio che quest’anno è stato indimenticabile per l’autore, soprattutto per un dolce evento d’amore: quello stesso giorno Maurizio è diventato papà.

L’INTERVISTA
Dalla scuola di Mogol a Sanremo:
Giuseppe Anastasi, autore di ‘Sincerità’, ‘La notte’ e tanti altri successi

E quando arriva la notte e resto sola con me

La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché

Né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà
La vita può allontanarci l’amore continuerà…

Lo stomaco ha resistito anche se non vuol mangiare
Ma c’è il dolore che sale che sale e fa male…

Le abbiamo ascoltate e cantate, queste parole. E quel “dolore che sale”, l’abbiamo sentito tutti. Eppure ‘La notte’ l’ha scritta solo lui, Giuseppe Anastasi, classe 1976, autore, musicista, editore e insegnante.
E forse non tutti sanno che la versione portoghese de ‘La notte’ – ‘A noite’ di Tiê – ha più di 53 milioni di visualizzazioni. Digitare per credere.
Quel brano presentato sottovoce a Sanremo nel 2012 da un’Arisa introspettiva e profondissima è oggi un successo internazionale, tradotto anche in spagnolo dal gruppo messicano Sandoval (“La noche”).
“Questa canzone è nata da una notte di sofferenza: non stavo bene, emotivamente parlando – osserva l’autore -. Erano più o meno le tre di notte: ho preso la chitarra e in venti minuti ho scritto il testo e la musica del brano. Sono stati venti minuti di catarsi”.

Ma questa è solo una delle canzoni di Anastasi, che quest’anno ha partecipato al suo sesto Sanremo. E due li ha vinti, con ‘Sincerità’ (2009) e ‘Controvento’ (2014), mentre ‘La notte’, cinque anni fa, ha sfiorato la vittoria.
All’ultimo Sanremo l’autore ha scritto ‘Insieme’ per Valeria Farinacci, un brano prodotto con la moglie, la cantante Carla Quadraccia (“Carlotta”) e ha collaborato al “Diario degli errori” con Cheope e Federica Abbate, interpretato da Michele Bravi.

“Volevo fare il calciatore”, sorride Giuseppe Anastasi. E invece è diventato uno degli autori di testi più famosi in Italia, oltre ad essere docente al Cet (Centro Europeo Tuscolano), la scuola fondata da Mogol in Umbria per valorizzare nuovi professionisti della musica Pop.
In ogni caso, Giuseppe è un “fuoriclasse”.

Battuta sempre pronta, ironico e a volte pungente, ma un attimo dopo tenerissimo con il suo piccolo Vittorio, due anni.

Giuseppe Anastasi è una persona autentica: diretto, caparbio, orgoglioso di essere siciliano. Riflessivo e preoccupato per il presente e il futuro del nostro paese, Giuseppe insegna la critica e l’autocritica, ricordando agli allievi il suo ‘segreto’: “Non ho mai smesso di credere in me stesso”. Lo incontriamo al termine del 42° corso per autori al Cet, dove docenti e studenti si danno del “tu”.

Qual è il primo pensiero quando ti alzi al mattino?
Il caffè.

E l’ultimo pensiero prima di dormire?
Preparare la moka del caffè (sghignazza).

Quando hai iniziato a scrivere?
Mia nonna mi ha trasmesso l’amore per la lettura. La scrittura è stata la naturale conseguenza. Fin da piccolo ho iniziato a scrivere racconti e poesie.

Quali sono i tuoi autori preferiti?
Voltaire, Diderot, Neruda, ma anche Gianni Rodari e Stefano Benni.

Che cosa significa per te scrivere?
Significa evitare lo psicologo. È una sorta di terapia. Quando scrivo tiro fuori una parte di me che non credevo di avere, con un approccio più cardiaco. Io di base sono un razionalista, ma le canzoni fanno uscire la mia parte sognatrice e poetica, la parte migliore di me.

Quando hai scritto la tua prima canzone?
Avevo sedici anni. Si chiamava Billy Joe, era dedicata a un cow-boy.

A chi l’hai fatta ascoltare?
Prima di tutto agli amici. All’inizio avevo molto pudore nel far sentire qualcosa di mio. Con l’incoraggiamento di mio padre e dalla mia famiglia ho continuato a dedicarmi alla musica e alle parole e sono arrivato qui al Cet, nel 1999.
Avevo 22 anni, mi sono trovato benissimo con Mogol e con la didattica di questa scuola. E questo posto straordinario mi ha cambiato la vita.Mi sono trasferito a Roma, per diversi anni ho lavoravo in un negozio per animali per mantenermi e intanto continuavo a scrivere canzoni. E a suonare nei locali. La gavetta è stata fondamentale.

Poi hai scritto una canzone per Francesco Baccini, e partecipato a diversi concorsi. Quindi sei stato chiamato come assistente al corso per autori al Cet: lì hai conosciuto Arisa ed è iniziata la vostra collaborazione artistica. Fino a ‘Sincerità’.
Ho scritto una canzone che mi convinceva, io e Rosalba (Arisa) ci abbiamo creduto e abbiamo fatto di tutto per iscriverci a Sanremo. ‘Sincerità’ è stato il brano d’esordio di Arisa: ha superato tutte le selezioni al Festival di Sanremo 2009 e ha vinto la sezione Giovani, oltre al premio della critica ‘Mia Martini’.

Un successo incredibile: ‘Sincerità’ è stata in vetta alle classifica italiana dei singoli per sei settimane consecutive. Tra le tante canzoni che hai scritto, di cui più di trenta per Arisa, ce n’è una alla quale sei affezionato in modo particolare?
Amo profondamente ‘Pace’. Venivo da un periodo difficile della mia vita e questa canzone mi è venuta incontro.

Quali persone ti hanno insegnato di più nella vita?
Le mie due nonne. Le nonne possiedono una saggezza profonda di vita e io le ho sempre ascoltate. La famiglia per me è sempre stata importante.
Al maestro Mogol poi devo tutto: da lui ho imparato molto sia a livello artistico sia a livello umano.

Come ti definiresti?
Testardo, buono, onesto.

Che cosa vorresti insegnare a tuo figlio?
Le tre stesse caratteristiche: la tenacia, la bontà, l’onestà. Ma sarà sempre poco rispetto a quello che lui potrà capire.Di sicuro gli posso insegnare la geografia.

Dopo Sanremo, quali sono i progetti futuri?
A breve uscirà il nuovo film di Ambra Angiolini con una canzone alla quale ho collaborato.
Intanto sto lavorando ad un mio progetto cantautorale: ho scritto alcune canzoni molto personali ed intime che vorrei cantare con la mia voce.

Tutti tuoi sogni finora si sono realizzati?
Sì. Ne manca solo uno.

Sono curiosa
Il sogno degli alieni. Un’invasione che sogno almeno una volta la settimana. La scoperta di 7 nuovi pianeti nell’universo mi conforta.

Un sogno notturno ricorrente quindi… ma come sono questi alieni: minacciosi o amici?
Dipende. Talvolta è un sogno pacificante, altre volte inquietante. Ma sogno che arrivano sulla Terra. E li voglio vedere.

Cosa vorresti fosse ricordato di te?
Vorrei che dicessero di me: “Era una brava persona. Un bravo insegnante”.

Hai un contratto con Universal, collaborazioni con grandi artisti, ma in effetti hai scelto di continuare ad essere un docente al Cet e in giro per Italia, con seminari e workshop. Che cosa ti piace dell’insegnamento?
Mi piace il contatto con le persone, c’è sempre qualcosa da imparare da ciascuno.
Ogni persona ha un suo modo di vedere la vita e la vita mi interessa.

E la conferma arriva in aula: il maestro Anastasi (anche se non vuole essere chiamato “maestro”) si commuove quando Gianni Basilio, uno degli allievi, a sorpresa, gli dedica una canzone scritta per lui negli ultimi giorni del corso (di cui riportiamo alcuni versi).
Parole spontanee, vere, racchiuse nel titolo ‘Grazie’:

“Prima di arrivare qua
Non capivo troppe cose
Non andavo oltre
Non vedevo il mio orizzonte Che mi hai saputo mostrare Come un fratello maggiore Che io non ho mai avuto (…)

E mi hai spiegato che
Per rinascere tocca morire (…) Voglio solo dirti grazie
per tutto il tuo coraggio (…)

E ricordo quelle sere
Noi sul prato ad ascoltare Come in uno spogliatoio
Il mister al centro di ogni guaio Prima dell’ultima gara
Incitavi la tua squadra …”

Giuseppe ascolta attento la canzone, alza gli occhi lucidi e sussurra, con voce sincera: “Ragazzi, per me questo vale più di Sanremo”.

Giuseppe Anastasi
Giuseppe Anastasi e Mogol
Valeria Farinacci, Carla Quadraccia e Giuseppe Anastasi

Intervista a Mogol: Benvenuti nella mia scuola per veri artisti

È mattina presto, sono sveglia da poco e a tratti devo sincerarmi che sia tutto vero: a pochi centimetri da me è seduto Giulio Rapetti Mogol. Non solo il più grande autore di testi della canzone italiana – nonché fondatore della Nazionale Cantanti, impegnato su molti fronti dalla solidarietà, alla medicina, all’ambiente – ma una persona autentica: Mogol nella vita ha saputo essere se stesso.

Scarpe da tennis e tenuta sportiva, Mogol qui è a casa. Mi accoglie con garbo e con un sorriso. Nel calore della ‘stanza rossa’ dedicata a Lucio Battisti, il maestro mi ascolta con attenzione, mi guarda dritto negli occhi. Risponde senza esitare a ogni domanda. Perché dentro di sé ha già chiare le risposte.
Siamo al Cet (Centro Europeo Tuscolano), la scuola fondata da Mogol per valorizzare e qualificare nuovi professionisti della musica pop: un centro di 120 ettari nel cuore dell’Umbria.
Il Cet è un’isola di note e parole. La musica è dappertutto: affiora dalle anfore di creta che disegnano il giardino, corre sul bianconero dei pianoforti disseminati nelle sale e nelle stanze da letto, sul palco del teatro, ma soprattutto pulsa nel cuore degli allievi.
Siamo in 60, da ogni regione d’Italia ma anche dalla Svizzera, tutti abbiamo superato le selezioni per partecipare ai tre corsi: compositori, autori, interpreti. E tutti siamo legati dal desiderio di esprimerci con la musica, la voce e le parole.
“Formiamo l’uomo per formare l’artista”, non a caso, è lo slogan del Cet (www.cetmusic.it).

Quello che accade qui è “un piccolo miracolo”, ci ha raccontato Laura Valente, voce dei Matia Bazar e moglie di Mango, docente di questa scuola.

Che cosa rappresenta per lei il Cet?
Il Cet è il mio regalo al mio Paese: il livello della cultura di una nazione dipende dalla cultura popolare e purtroppo si avvertono forti segnali di recessione in Italia.
Ho girato il Paese per un anno intero prima di trovare un posto come questo, immerso nei boschi e nel silenzio: io volevo andare dentro alla natura e qui ci sono una flora e una fauna unica. Contro il parere di tutti, ho voluto questa scuola di livello internazionale. È riconosciuta dallo Stato che le ha sempre garantito un finanziamento dignitoso, seppure si sia ridimensionato con il passare degli anni. Il Cet è convenzionato con l’Università e rappresenta un centro di eccellenza in Europa: per questo siamo stati invitati anche ad Astana, in Kazakistan.
Abbiamo diplomato 2500 allievi, tra i quali Arisa, Giuseppe Anastasi, Pascal. Lavoriamo con la gratitudine e l’entusiasmo dei nostri studenti e dei nostri docenti, che ci conforta e ci consola.
Qui c’è gente onesta e appassionata, che cerca la qualità, il meglio.

Può spiegarci cosa intende per “il meglio”?
Questa non è una scuola per diventare famosi: perché se sei famoso e non sei bravo, è meglio essere sconosciuto. A noi interessa essere artisti: quella magia grazie alla quale riusciamo a sorprendere chiunque abbiamo davanti, ad incantarlo.
L’importante nella vita è andare dritti per la propria strada. Lo spazio vitale è una cosa piccola, ma con l’arte e l’impegno sociale possiamo rendere conto della nostra missione di vita. Ho racchiuso in un aforisma il senso del nostro essere qui: “L’intenzione è il seme, la pianta è il regalo del destino”.

Lo ha scritto nel suo ultimo libro – ‘Il mio mestiere è vivere la vita’ (Rizzoli) – con parole che meritano di essere riportate: “Mi sono sempre buttato a capofitto nella vita: alla fine, il vero senso dell’esistenza e di quello che conta non è comprare appartamenti, accumulare beni materiali e poi salutare, ma costruire qualcosa, amare, inseguire i propri desideri e fare tutto ciò che che si può per dare il proprio contributo al mondo, alla società, agli altri. È vivere pienamente e lasciare un segno positivo del proprio passaggio”.

Mogol sa lasciare il segno: a quali progetti si sta dedicando ora?
Sto lavorando da due anni a un progetto che mi sta molto a cuore, pensato per le persone migranti.
Il progetto studiato dal Cet si propone di utilizzare milioni di ettari di terreni non coltivati appartenenti ai vari Paesi africani che si affacciano al Mediterraneo, per trasformarli in orti e frutteti biologici. Tra gli obiettivi prioritari c’è la realizzazione di laghi artificiali e impianti di desalinizzazione, costruzioni di case in legno, centri di allevamento bovino, corsi di formazione per giovani laureati italiani che seguiranno il lavoro dei migranti. Vorremmo stipulare contratti sia tra l’Europa e i Paesi africani, sia tra le grandi società agricole europee e l’Unione Europea, che mette a disposizione fondi mirati per progetti come questi.

Lei naturalmente ha lasciato una traccia indelebile anche nei testi delle sue canzoni, che sono entrate a far parte della nostra vita e della cultura italiana. Perché le parole sono importanti?
Sono le parole che portano avanti l’evoluzione di una persona e di una società. Quando scrissi ‘Una giornata uggiosa’, gli editori erano perplessi sull’uso di un aggettivo così insolito, desueto; oggi la parola è rientrata nell’uso comune. Se l’autore esprime il meglio di se stesso e non cerca di fare marketing, ha il potere di dare nuova vita alle parole. Ma le parole devono essere autentiche, vissute.

Le sue canzoni sono piccoli ‘film’, storie per immagini. Lei ama leggere? Quali sono i suoi autori preferiti?
I miei scrittori preferiti sono Flaubert e Steinbeck.
Tra i libri italiani trovo molto affascinanti quelli di Piero Chiara.

Qual è l’ultimo testo che ha scritto?
Ho scritto insieme a Gianni Bella un’opera a cui tengo moltissimo, ‘La capinera’, tratta dal romanzo di Verga, ‘Storia di una capinera’. L’opera ha già ricevuto prestigiosi riconoscimenti, tra i quali quello di direttori d’orchestra come Gustave Kuhn e Catello De Martino. Qualche giorno fa Gabriele Muccino l’ha definita “un vero, grande capolavoro” e presto ci sarà l’occasione di farla conoscere anche al Ministro della Cultura, Dario Franceschini.

Quali sono le qualità che apprezza in un’altra persona?
Apprezzo la vera grandezza e l’umiltà, che sono poi una cosa sola. Se si pensa a Madre Teresa di Calcutta, chi c’è che può reggere il confronto? Chiunque sparisce di fianco a una donna che ha vissuto nel curare gli ammalati. La dimensione di ciascuno di noi si svela nella capacità di dare, nella moralità, nell’onestà individuale. Nella capacità di riconoscere i meriti degli altri. Con sincerità, bontà, intelligenza.

C’è stato un momento di svolta nella sua vita?
Quando la mia canzone “Al di là” ha vinto Sanremo. Avevo 24 anni. La mia vita da quel giorno è decisamente cambiata.

A proposito di Sanremo, abbiamo avuto il piacere di conoscere la cantante Valeria Farinacci, che parteciperà tra pochi giorni al Festival con una canzone di Anastasi ‘Insieme’.
È una bella soddisfazione: al festival quest’anno saremo presenti con questa giovane ex allieva e con cinque canzoni firmate Cet.

Il logo del Cet è un’immagine emblematica: un’aquila con un corpo di lira. La lira è il simbolo della musica, l’aquila richiama il titolo dell’omonima canzone, un inno potente alla libertà: che cos’è per lei la libertà?
La libertà è una conquista personale. Non te la dà nessuno, devi prendertela con coraggio. Ci vuole molto coraggio, al limite dell’incoscienza. Il mio senso di libertà è più forte di tutto.
L’aquila è simbolo di libertà, ma anche di elevazione. È quello che cerchiamo di fare in questa scuola: allenare il talento con un esercizio costante; perché solo camminando con tenacia si affrontano le salite e si raggiungono le vette più alte.

Da chi ha imparato di più?
Ho imparato molto dai miei genitori. Hanno saputo crescermi con affetto e rigore al tempo stesso.
I miei genitori hanno saputo mettermi in condizione di non sentirmi mai a disagio. Io riesco sempre ad essere me stesso.

È difficile essere se stessi?
Essere autentici non costa fatica se ci si esprime con garbo e rispetto. Io un senso di giustizia e di soccorso molto forte, soprattutto nei confronti dei miei quattro figli.

In questi giorni abbiamo conosciuto suo figlio Alfredo…
Alfredo è un’anima bella. Oltre ad essere un affermato autore di testi, Cheope è un pittore molto quotato, le sue opere sono state scelte per la Biennale di Venezia. È un vero artista.

E Artisti veri (aggiungo io che scrivo) sono tutti i docenti del Cet: oltre ad Alfredo Rapetti (‘Cheope’), ci sono Giuseppe Anastasi , docente del ‘Corso autori’ insieme a Maurizio Bernacchia; Carla Quadraccia (‘Carlotta’) e Laura Valente nel ‘Corso interpreti’; Massimo Bombino nel ‘Corso compositori’. E in questa seconda settimana, conclusasi pochi giorni fa, si è unito un altro docente d’eccezione, Giuseppe Barbera, compositore, arrangiatore e pianista di fama internazionale: “Non siamo solo docenti, ci appassioniamo come voi al vostro lavoro e alle vostre idee”, ha spiegato Barbera agli allievi, sottolineando come la canzone nasca “da dentro”: “la melodia è legata a qualcosa che appartiene profondamente alla nostra vita. Non dimenticatelo: la musica salva”.
Applausi.

Uno stage intensivo di otto ore al giorno concentrate in una settimana, per 3 mesi consecutivi, nell’atmosfera indescrivibile di una scuola unica: “Questo posto rigenera l’anima”, commenta Gianni Basilio, uno dei ragazzi del Cet.
Qui, dove anche i compiti sono in rima, le emozioni sono a fior di pelle: sorrisi, abbracci, lacrime. Trepidazione e battiti prima di salire sul palco o di far ascoltare il proprio pezzo musicale. Gli studenti sembrano conoscersi da sempre: improvvisano canzoni ovunque, compongono insieme e si incoraggiano reciprocamente. La sfida non è con gli altri, ma con se stessi, con la propria capacità di far sentire la propria voce.

A teatro, in aula o intorno a un caminetto acceso, gli allievi non perdono una parola del maestro Mogol, che ripercorre il cammino della musica pop, li guida nell’acquisire una sensibilità musicale, insegna loro come scrivere una canzone di successo, fa riascoltare brani che lui stesso aveva dimenticato.
E tutti gli studenti si commuovono quando il maestro racconta, tra gli aneddoti della sua vita, la genesi della canzone ‘Arcobaleno’, segno dell’amicizia infinita con Lucio Battisti: “È una storia vera: ho 80 anni e non ho motivo di mentire. Ve la racconto perché così avrete meno paura della morte”. Una canzone scritta da lui “sotto dettatura”, in soli quindici minuti, assecondando le note di “una musica che aveva il sapore dell’Aldilà”.

“Di quelle parole non ho alcun merito” – racconta con voce emozionata Mogol – “sono un regalo”.
E come un dono, quelle parole sono arrivate a noi: “Ascolta sempre solo musica vera. E cerca sempre, se puoi, di capire.”

Clicca sulle immagini per ingrandirle

Una lezione tenuta dal paroliere
Tutti attorno al maestro
La ‘stanza rossa’ dedicata al grande Lucio Battisti
Uno degli ambienti della scuola in Umbria

Eleonora Rossi, insegnante e giornalista, scelta da Mogol per scrivere in musica

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Ho avuto il piacere di essere tenuta a battesimo da Eleonora Rossi: un battesimo giornalistico dato che con lei ho condotto la mia prima intervista. Le domande di rito hanno però presto lasciato spazio ad una conversazione libera da formalismi, dove il tema della morte e della rinascita, della poesia e della musica l’hanno fatta da padrona.
Eleonora Rossi, ferrarese, insegnante e giornalista, grazie alla poesia ‘Gli occhi non muoiono’ lo scorso 22 aprile, è arrivata prima al concorso ‘Scuola autori di Mogol’, organizzato da Aletti editore. L’autrice avrà l’opportunità di frequentare la scuola del maestro Mogol in Umbria grazie alla borsa di studio assegnata al vincitore.
Ed è proprio dal racconto di questa vittoria che prende avvio la nostra chiacchierata.

Come è iniziata l’avventura che ti ha portato a vincere il concorso ?
Sono felice. Mi sembra di aver vinto alla lotteria: avevo smesso di credere alle favole. Nel febbraio 2014 ho vinto un concorso di poesie indetto dalla casa editrice Aletti. Ad Aprile ho avuto notizia di essere tra i sessanta finalisti del concorso “ Scuola autori di Mogol”. Il 21 aprile abbiamo partecipato ad una maratona di poesia, durata oltre tre ore, durante la quale i nostri testi sono stati letti da attori. Il giorno dopo, noi dieci finalisti, abbiamo avuto la fortuna di conoscere Mogol e poter leggere noi stessi le nostre opere.

Sono curiosa: come è Mogol?
Un uomo gentile, naturale e spontaneo. Ci ha invitato ad essere semplici, ad essere noi stessi. “Le parole sono come il whisky, non vanno annacquate”, gli piaceva ripetere. Ero molto felice di aver avuto modo di leggere la mia poesia davanti a lui, mi bastava così.

E invece hai vinto. Come hai avuto notizia della vittoria?
Noi dieci finalisti avevamo dei componimenti molto vari: testi rap, poesie molto complesse ed elaborate. Mogol, al termine della serata, ci ha comunicato che gli serviva tempo per decidere, perciò sono tornata a casa convinta che l’avventura fosse terminata lì. Io ho partecipato al concorso con la poesia “ Gli occhi non muoiono”, dedicata a mio padre. In genere non uso il termine poesia, mi sembra troppo pretenzioso, preferisco parole. Non pensavo che un testo così semplice e diretto, potesse vincere su altri componimenti più elaborati. Invece il 30 aprile ricevo un messaggio di complimenti da parte di uno dei finalisti, poi la notizia è stata resa ufficiale dalla stessa casa editrice. Non riuscivo a crederci.

Mi hai detto che la poesia “Gli occhi non muoiono” è dedicata a tuo padre. Cosa ti ha ispirato?
Sembra incredibile da raccontare. Un fatto semplice di per sé, ma per me molto forte.
Un pomeriggio, mentre mio figlio era intento a disegnare, mi ha guardato ed in una frazione di secondo ho visto, nei suoi occhi, lo sguardo di mio padre, venuto a mancare alcuni anni prima. Siamo rimasti a guardarci per un tempo breve, che mi è sembrato lunghissimo, passato il quale sono rimasta stupita da quanto appena successo. Ecco spiegato il titolo. Mio figlio è nato esattamente un anno dopo la morte di mio padre, la rinascita della vita un anno dopo che si era celebrata la morte. Sono segni a cui credo.

Ti capisco. Io stessa sono molto sensibile al tema della rinascita, dei nuovi inizi dopo momenti di difficoltà…
Il mio libro “Le sette vite di Penelope”, da cui è tratta la poesia vincitrice, parla proprio di questo tema. Nella mia dedica iniziale infatti scrivo “Dedico queste parole a chi mi ha fatto nascere. E rinascere”.
Ci sono stati nella mia vita, come in quella di tutti, dei momenti difficili, ma la penna è sempre rimasta al mio fianco, mi ha aiutato come una luce nel buio.

Facciamo un passo indietro. Vorrei sapere come è nata questa tua passione per i libri e la poesia
Questa passione è nata in famiglia, coltivata da mia madre che ci leggeva sempre le poesie di Pascoli. Ho sempre amato scrivere e ricordo con affetto la mia maestra elementare che mi invogliava a coltivare questa mia passione. Ho iniziato ad insegnare molto giovane, e contemporaneamente mi sono laureata in Lettere Moderne a Bologna, ma ho voluto continuare a scrivere collaborando negli anni con il Resto del Carlino e svolgendo la professione di addetto stampa per una importante azienda ferrarese. Vinto il concorso da insegnante, ho scelto di dedicarmi completamente a questa professione, poi ho conosciuto Gianna Mancini, presidentessa dell’Associazione “Gruppo Scrittori Ferraresi” che per me, culturalmente parlando, è stata una mamma putativa. Non ho mai quindi abbandonato la voglia di scrivere.

Credo che Ferrara sia una città molto viva, culturalmente parlando. Cosa ne pensi?
Ferrara ha una sua vita culturale molto viva. Ci sono tantissime associazioni formate da persone che dedicano il proprio tempo libero alla promozione della cultura, a promuovere libri. Io stessa faccio parte dell’associazione “Gruppo del Tasso” e condividiamo il nostro amore per i libri organizzando degli incontri alla Biblioteca Ariostea. Giovedì 13 alle 17, per esempio, abbiamo presentato il libro “ Il Battello Scalzo”, una raccolta di racconti inediti per ragazzi.

Parlando di emozione: con che stato d’animo affronti questa nuova avventura?
Sono entusiasta, è un nuovo orizzonte di luce. Ho voglia di imparare cose nuove, di viaggiare. A settembre, dopo molte riflessioni, mi sono decisa a prendere un anno sabbatico dalla scuola. Avevo la necessità di tornare a dedicarmi alla scrittura a tempo pieno, a far riemergere parti di me che avevo dovuto accantonare perché presa da tanti impegni.

Vorrei mi lasciassi con un verso di una tua poesia che possa sintetizzare ciò che stai vivendo in questo momento
Non so…Non sono mai stata a così stretto contatto con la musica, però penso che la musica metta le ali alle parole. Amo la poesia perché fatta anche di spazi bianchi, di pause. Amo l’idea che, grazie alla musica, le parole non muoiano chiuse in un libro ma possano volare e raggiungere persone diverse in diverse situazioni. Una rinascita anche per loro. Scusa, ho parlato a ruota libera ma non ho citato nessun mio verso.

Evidentemente era necessario poter esprimere questo flusso di parole in libertà…
In genere non mi piace fantasticare troppo nel futuro, ma frequentando la scuola autori di Mogol mi piacerebbe dare forma ai sogni.

ACCORDI
Auguri, Mogol!
Il brano di oggi…

Lucio Battisti e Mogol
Lucio Battisti e Mogol

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

Lucio Battisti – Emozioni

Giulio Rapetti, conosciuto dal grande pubblico come Mogol, compie oggi 79 anni. Tra le sue collaborazioni spiccano quelle con Caterina Caselli, Little Tony, Fausto Leali, Bobby Solo, Dik Dik, grazie alle quali divenne presto uno dei parolieri più apprezzati e ricercati dell’intero panorama musicale italiano. Ma l’apice della sua carriera Mogol lo raggiunse grazie al fortunato sodalizio con Lucio Battisti: tra i brani rimasti nella storia ricordiamo Acqua Azzurra Acqua Chiara, Pensieri e parole ed Emozioni, quest’ultima tratta dall’omonimo album del 1970.

IL FATTO
Teatro Nuovo, ospiti d’antan

E meno male che si chiama Nuovo, perché all’attesa e felice riapertura dello storico teatro di piazza Trento e Trieste gli ospiti d’onore non erano proprio di primissimo pelo: Orietta Berti, Mogol, Gianni Bella, Franco Oppini, Pippo Santonastaso… A Franco Pulvirenti, direttore artistico che ha propiziato la rinascita del Nuovo, va la gratitudine della città. Particolari colpe non gli si possono muovere per la scelta degli invitati: sappiamo – non da oggi – che questo non è un paese per giovani. Magari però, in futuro, si potrà ardire a una botta di vita con qualche presenza non in età da pensione, per evitare che si possa confondere il teatro con il Rifugio degli artisti.

ACCORDI
L’altro Lucio.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta.

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Il Mio Canto Libero-1972Lucio Battisti – Il mio canto libero

Dopo aver ricordato ieri il compleanno di Lucio Dalla, è doveroso oggi celebrare un altro Lucio pilastro della musica italiana: oggi settantuno anni fa nasceva Lucio Battisti. Vogliamo celebrare questo immenso artista attraverso uno dei brani che lo hanno reso celebre in tutto il mondo, “Il mio canto libero”, scritto da Mogol e contenuto nell’omonimo album del 1972.

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