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“La forza è nel collettivo, il talento è al servizio del gruppo”. Parola di Arrigo Sacchi

Ricordato soprattutto per aver rivoluzionato il modo di interpretare il calcio e riconosciuto, proprio per questo, fra i migliori allenatori nella storia di questo sport, Arrigo Sacchi, tecnico del Parma, del Milan e della Nazionale, poi dirigente sportivo e opinionista, ha ripercorso per Ferraraitalia le tappe delle sua straordinaria carriera.
Il “Profeta di Fusignano”, piccolo paese della provincia di Ravenna, nasce nell’aprile del ’46 e si affaccia su un Italia ferita dalla guerra, prossima a intraprendere il cammino della democrazia. La sua ascesa come allenatore ha inizio nell’87, lui appena quarantenne, quando Silvio Berlusconi lo sceglie come allenatore del Milan. In seguito diventerà commissario tecnico della Nazionale italiana e vice campione nei mondiali del ’94, al culmine di una manifestazione ricordata per il fatal rigore fallito da Baggio nella finale con il Brasile.
Per realizzare questa intervista abbiamo coinvolto i lettori del nostro quotidiano, invitandoli a postare sulla nostra pagina di Facebook le domande a cui avrebbero desiderato avere risposta.

Da molti anni ormai ha scelto di interrompere la sua carriera di allenatore. Le manca la panchina?
No, assolutamente. Io al calcio ho dato la vita e quando non mi sono sentito più pienamente coinvolto non era giusto che continuassi a pretendere dai giocatori ciò che io per primo non riuscivo più a dare. Ho comunque continuato a svolgere altri ruoli sempre nel contesto calcistico: sono diventato direttore tecnico del Parma e del Real Madrid, lavoravo in televisione, scrivevo sulla Gazzetta, facevo delle convention per banche e aziende, ruoli che svolgo tutt’ora, e ho continuato comunque ad allenare squadre giovanili nazionali.

In chi si rivede maggiormente tra gli allenatori odierni?
In tutti quelli che cercano di proporre un calcio positivo e propositivo mettendo al centro la squadra, il gioco e poi i giocatori. Se la squadra ha lo spirito giusto, non si può sbagliare. Se poi si ha la fortuna di avere qualche giocatore di talento, si avrà la possibilità di fare qualcosa di grande.

Come deve fare un bravo allenatore a trasmettere la voglia di giocare?
Intanto l’allenatore deve avere la fortuna di trovare una società paziente, competente e organizzata, poi in relazione alle disponibilità economiche, andare a prendere le persone più affidabili, intelligenti, con grande entusiasmo e senso dell’appartenenza.
Personalmente, a motivare i miei ragazzi c’era la stima che io provavo nei loro confronti e che loro provavano nei miei.

Cosa conta di più in campo? L’estro, la tecnica o il gioco di squadra?
In quanto sport di squadra, è logico che il collettivo debba venire prima di tutto, con le caratteristiche che dicevo prima e con una società competente alle spalle. Al che si può puntare ad avere le persone giuste, quindi andare a prendere i giocatori che hanno una grande motivazione, entusiasmo e un forte spirito di gruppo. Poi arriva la funzionalità tattica, quindi la competenza e per ultimo il talento.
Bisogna sempre tenere a mente che il giocatore deve essere presente con la squadra e per la squadra a tutto campo, tutto il tempo. Talenti che si muovono per proprio conto è un po’ come quando in un coro un cantante fa l’acuto, ma di un’altra canzone.
Di certo, fare squadra in Italia non è semplice perché siamo purtroppo un popolo prevalentemente individualista, malato di protagonismo eccessivo.

Qual è il calciatore che apprezza maggiormente come professionalità e impegno?
Rolland (il riferimento è a Romain Rolland, scrittore e drammaturgo francese, ndr) diceva “Un eroe è chi fa quello che può”. Io ero molto esigente con me stesso e con gli altri, ma nel tempo ho sviluppato la capacità di valutare ogni situazione. Quindi potevamo anche perdere la partita, ma se ognuno aveva dato tutto quello che poteva, non potevo che dire “grazie”.

È cambiata la mentalità dei calciatori negli anni?
No, posso dire di non avere notato grossi cambiamenti. A parere mio, prima di tutto nel calcio vale la persona e non il giocatore e quindi l’intelligenza è molto più importante rispetto ai piedi.
Il gioco poi, equivale al motore per l’auto: il pilota sono i giocatori. Possono anche non essere così bravi, ma quando hanno tutte le altre componenti, qualcosa di dignitoso lo fanno sempre. E lo stesso fa la squadra.
Io ho cominciato dai dilettanti facendo tutte le categorie, arrivando poi in serie A senza mai allenare dei campioni, ma ci sono arrivato perché la nostra squadra giocava un calcio nuovo, che divertiva, che migliorava i giocatori e che li ha portati per questo in serie A e in Nazionale.

Ora che ha tante esperienza sulle spalle, si pente di qualche scelta tecnica che ha fatto?
Quando una persona da tutto quello che può dare non può avere dei rimpianti. Io ho dato tutto e ho lasciato nel momento in cui non riuscivo più a dare altro.
Il successo è quando non hai nulla da rimpiangere.

Se non avesse fatto l’allenatore, che mestiere avrebbe fatto?
Ho giocato a calcio fino ai vent’anni, e anche bene! Poi lavoravo nella fabbrica di mio padre, quindi se non avessi fatto l’allenatore avrei continuato a lavorare nella sua fabbrica.

Seguiva anche altri sport?
No, o almeno, volevo che i giocatori fossero dei professionisti perfetti ed ero molto severo con loro. E quando sei severo con gli altri bisogna che tu sia anche molto intransigente con te stesso, quindi seguivo solo quegli sport che potevano portarmi delle idee per il calcio.

Ha un aneddoto particolare da raccontarci?
Ricordo volentieri, la prima coppa dei campioni soprattutto un episodio che accadde prima di giocare contro il Real Madrid. Il grande Gianni Brera (che allora era il più famoso giornalista sportivo ndr) scrisse che giocavamo contro i maestri del calcio e suggeriva il classico atteggiamento del gioco all’italiana “difesa e contropiede”. Non ero d’accordo con quello che aveva scritto, ma lessi comunque il suo articolo ai giocatori per capire se loro lo erano, al che si alzò Gullit che a nome di tutta la squadra disse: “Noi li attaccheremo dal primo secondo finché avremo le energie”… E così fu.

Guardiamo all’oggi. I nostri lettori sono curiosi di sapere da lei se l’eventuale acquisto di Verratti e Donnarumma potrebbe giovare alla Juve…
Li conosco bene, e per le ragioni che dicevo prima, voglio parlare di loro come persone piuttosto che come giocatori. Loro sono ragazzi positivi, generosi, equilibrati e intelligenti, quindi possono indubbiamente fare la fortuna di tutti, ma bisogna sempre ricordarsi che nel calcio, per avere successo, prima del singolo vale la squadra.

Altro quesito dei lettori, relativo stavolta all’orizzonte internazionale. La Cina sta acquistando giocatori a cifre esorbitanti. Pensa che questa tendenza continuerà fino a sovvertire gli attuali equilibri del pianeta calcio?
No, credo che sia un evento destinato ad arrestarsi dato che non è la prima volta che accade qualcosa del genere. L’hanno fatto prima di loro gli italiani, poi la Spagna, la Colombia, gli Arabi… adesso è il tempo dei cinesi, ma non è certo quella del denaro la strada giusta per costruire qualcosa di solido.

Che progetti ha per il futuro?
Faccio ancora tre lavori e vorrei smettere.. lavoro con la televisione, scrivo sulla Gazzetta, faccio parecchie convention con aziende e banche dove i temi sono quasi sempre gli stessi “come si gestisce la leadership, come si fa squadra…”

E che ci dice della Spal?
Sono contento della Spal per tanti motivi, intanto perché Ferrara è una città molto civile ed educata. Vidi la squadra giocare proprio a Ferrara quando ancora ero un bambino, mio padre è stato un giocatore della Spal prima della guerra e sono veramente contento del percorso che sta compiendo. La città ha una grande storia e una grande civiltà, e poi Fusignano un tempo era sotto il dominio Estense, quindi c’è qualcosa che ci lega profondamente. Spero che la Spal possa arrivare in serie A! Purtroppo la B la vedo assai poco poiché il sabato sono quasi sempre impegnato h visionare partite di serie A o di altri campionati d’Europa. Però mi sono ripromesso di tornare a Ferrara per vederla in campo… Abbraccio tutti i ferraresi e i tifosi della Spal e do loro appuntamento al Paolo Mazza. E’ una promessa.

LA RIFLESSIONE
Il razzismo che verrà

Il razzismo oggi si fonda essenzialmente sulla paura. Ad alimentarlo è, letteralmente, l’ignoranza. Perché ciò che non si conosce in genere spaventa. Lo straniero ci allarma, le sue convinzioni mettono in crisi le nostre certezze, la sua sola presenza genera insicurezza poiché l’alterità dell’universo di senso di cui egli è espressione viva, sovverte i nostri punti fermi. L’immigrato è rifiutato prima di tutto (anche se inconsapevolmente) in quanto portatore di valori e abitudini differenti dalle nostre, in senso generale di una cultura verso la quale tendenzialmente non si nutre curiosità ma solo diffidenza. Ed è considerato da molti esclusivamente come portatore di miseria e disperazione.
Nel razzismo attuale, lo squilibrio fra gli attori del conflitto vede noi occidentali come soggetto forte e l’immigrato-intruso come anello debole.

Il razzismo prossimo venturo verosimilmente non cancellerà la dinamica presente ma si sommerà ad esso su un binario parallelo e sarà generato dall’invidia. Resisterà la nostra intolleranza verso coloro che consideriamo ‘derelitti’, ma al contempo svilupperemo verso gli i ricchi stranieri la sindrome delle vittime.
Il mondo che a noi appare in crisi, come spiegano gli osservatori più attenti, in realtà è solo quello occidentale, non l’intero globo terrestre. Paesi come Cina, India, Brasile, Arabia Saudita, Sudafrica, un tempo considerati ‘terzo mondo’ e poi bonariamente elevati al rango di ‘emergenti’ sono ora le nuove locomotive dello sviluppo. Lì il Pil segna un trend costantemente positivo, spesso a doppia cifra.
Il gap un tempo a loro svantaggio si sta via via colmando e i piatti della bilancia si stanno ribaltando. Lo storico rapporto fra dominanti e dominati si capovolge. E i ricchi di ieri stanno precipitando in un ruolo subalterno. In un futuro prossimo, i nuovi ricchi avranno gli occhi a mandorla o la pelle olivastra.
Segnali significativi sono, ad esempio, le nostre aziende che via via cambiano padrone, come è di recente accaduto con Pirelli comperata dai cinesi o Alitalia acquistata dagli arabi. Persino le nostre più gloriose squadre di calcio cedono lo scettro a signori di altri continenti: hanno fatto clamore i casi di Inter e Milan, con i nuovi magnati che arrivano dall’Indonesia e dalla Cina.
In particolare i cinesi, un tempo derisi perché dediti nelle nostre città a commerci residuali, stanno oggi espandendo la loro influenza su molti segmenti dell’economia. E nelle città vediamo che il loro prodigarsi, anche a livello commerciale, si amplia progressivamente dalla ristorazione ai bar, a punti-vendita sempre più forniti di una gamma merceologica vasta e competitiva. Non sono più i poveri bottegai che l’immaginario collettivo ha per molti anni tratteggiato. E sono presenti nella finanza, come nell’edilizia.
Già ora in città simbolo quali Roma e Milano ci si imbatte sempre più di frequente in uomini d’affari che arrivano dal lontano oriente. Nel ribaltamento delle parti  il futuro ci riserverà una nuova modulazione del razzismo, originata dalla frustrazione: effetto di quella che molti fra noi vivranno come insostenibile sudditanza al cospetto dei nuovi padroni del mondo.

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