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Celati forever (7) :
E questo è il famoso sonno della giovinezza

Il mio disgraziato fratello…

I.

Il mio disgraziato fratello ha sempre avuto tante pretese nella vita, e da piccolo non mi lasciava mai in pace a volermi raccontare tutte le sue storie e sogni di ragazzo. Io non sapevo neanche di cosa parlasse, ma per calmarlo facevo quella funzione di ascoltare i suoi discorsi e di applaudirlo, in quanto ero il fratello minore. Erano bei discorsi ma un po’ lunghi, mettiamo sui transatlantici che attraversano l’equatore e gli viene il mal di mare, oppure sulle isole Molucche che un giorno gli casca addosso un monsone. Oppure sugli esploratori che vanno a esplorare i ghiacci del polo. Ma quello che gli piaceva di piú erano le avventure nei sette mari, con le giunche cinesi che vanno all’arrembaggio e poi un certo signor Jim che corre via su un’isola deserta piena di cannibali che lo vogliono fare arrosto. Il fratello la sua idea sarebbe stata di partire un bel giorno per Singapore e portarmi me come aiutante indigeno. Per questo dovevo obbedirlo e star zitto quando parla, perché mi diceva: tu non vai lontano senza di me. Mi reputava poco abile a sbrigarmela da solo casomai mi trovassi in un deserto di leoni o nella steppa accerchiato dai tartari.

Mi pronunciava certe arringhe sul polo nord e sud, per via dei libri di avventure scientifiche che si leggeva avidamente quando dal padre scacciato in soffitta, e intanto si tirava un manichetto. Forse dovevano nuocergli al cervello l’una e l’altra cosa? Credo di sí. Infatti gli è venuto il ticchio di spacciarsi per Michele Strogoff, come il Michele Strogoff corriere dello zar del celebre romanzo.

II.

Il cugino dalla testa rossa sapeva tante cose a me sconosciute, però alcune che sapevo io lui non le sa. Per esempio non aveva mai imparato a dire porcherie, e si stupiva felicissimo di quella scoperta a sentirne dire tante da me senza nessuno sforzo. A me i discorsi sporchi venivano in bocca spontaneamente, senza neanche pensarci su, e per chi amasse quella musica potevo farla durare per ore e ore […] Un altro divertimento che gli ho insegnato era questo. Andavamo in chiesa e nel confessionale dicevamo: padre voglio confessarmi. E quando il prete chiede i peccati, noi fabbricavamo una storia secondo il nostro stile preferito, ossia stile sporco lurido con tante avventure di mutande e cosce e giarrettiere che ci venivano in mente. Cosa che il padre sacerdote a sentirla, voleva da noi il massimo pentimento per non restare noi bacati per la vita. Erano solo invenzioni però, e quando ce ne inventavamo una bella allora correvamo in un’altra chiesa e gliela dicevamo a un altro prete, con piú particolari scabrosi aggiunti.  […]
Dopo due o tre chiese fatte in confessione, avevamo una storia lunga come un vero romanzo di avventure porche. E il cugino se lo stava a rimuginare nell’estasi per una settimana.

III.

Quando le due amiche non mi portavano piú con loro alla domenica io andavo ai comizi con lo zio d’Australia, che era anche piú divertente. Federico e la madre questo non dovevano saperlo, essendo contrari alla politica, ma noi lo tenevamo segreto. E andavo a mangiare dallo zio d’Australia e poi alla mattina o al pomeriggio a sentire un comizio o un discorso in piazza, che ce n’erano sempre. Quei discorsi non ci capivo niente, ma era divertente lo stesso. Perché se erano discorsi giusti, cioè di un vero comunista, allora tutti battevano le mani urlando dalla soddisfazione di sentire cose giuste e ben dette. Se erano invece discorsi sbagliati di qualche nemico servo del governo, allora il pubblico gli diceva certe battute spiritose all’oratore che c’era da crepar dal ridere, e poi non la smettevamo piú. Lo zio d’Australia si andava a mettere sotto il palco e voleva sempre interrompere un oratore del governo che sbaglia. Quando non sapeva cosa dire gli chiedeva: scusi potrebbe ripetere? Oppure delle volte intanto mettiamo che un oratore di nome Casarini stava parlando con grandi gesti per far propaganda al governo, come un governo ottimo che ama il popolo, lo zio si metteva a urlare di colpo: Casarini è chiamato al telefono.
Che quello restava confuso, doveva interrompere la propaganda. I seguaci dell’oratore cercavano di farlo tacere lo zio, ma lui non accetta ordini da nessuno, se è un servo dei padroni.

IV.

C’è anche il cugino dalla testa rossa da ricordare in questo periodo, perché anche lui era nello stesso periodo della giovinezza che ognuno comprenderà molto bene, avendolo attraversato. È un periodo di stravaganze, che vengono nella testa, e uno si preoccupa avendoci per esempio una faccia tutta storta con la bocca larga come un forno, perché si dice: come andrà a finire? E va a finire che si diventa lunghi mezzi scemi, sia per la tara di famiglia ereditata dal padre, sia per gli avvenimenti che succedono. E questo è il famoso sonno della giovinezza quando si fanno tanti sogni, e poi qualcuno riesce a svegliarsi e altri no.

Gianni Celati, La banda dei sospiri, Feltrinelli, Milano pp. 7, 79-80, 87-88, 126

Per leggere tutti i testi di Gianni Celati su questo quotidiano, clicca [Qui]

Puoi visitare l’esposizione NEL MIO DESTINO DI DISAVVENTURE PERPETUE: OMAGGIO A GIANNI CELATI presso la Biblioteca Bertoldi di Argenta fino al 31 gennaio 2022.

La bellezza dell’autunno…

Guardo le rose nella veranda di casa e ne vedo contemporaneamente di mature, di appassite e dei boccioli. Così mi viene in mente il celebre quadro Le tre età della donna di Gustav Klimt. Il particolare dell’abbraccio fra la donna e la bambina ha sempre colpito per la sua profondissima tenerezza diventando uno dei simboli artistici del rapporto mamma-figlio. Tuttavia l’anziana conferisce una sensazione cupa: smunta dai parti e dal lavoro, si copre il volto aspettando la morte. É un corpo ormai consumato. L’immagine della piccola e della donna adulta è piena di vita e serenità, è chiaramente positiva. E mi domando, non si potrebbe rappresentare anche la vecchia attraverso un’immagine positiva? Al di là delle fragilità e difficoltà tipiche di ciascuna età, e al di là della sola apparenza, perché non mostrare la dignità di tutte? Mostrare anche la bellezza di chi ha raggiunto l’autunno della vita?

IL TEMPO E’ TESTIMONE
Un ricordo di Marco Chinarelli

Marco Chinarelli (1954 – 1987), si è dedicato per anni – senza nulla far conoscere agli altri – all’elaborazione poetica, rinvenendo materia viva nella propria vicenda personale. Se n’è andato troppo presto, scegliendo da solo la parola fine. Ci ha lasciato molti ricordi e un fascio di parole. 

Col procedere del tempo, può succedere di ricordare più nitidamente episodi, particolari molto lontani. Momenti incastonati in un periodo (l’adolescenza) pieno di novità, vitale o in fasi di passaggio/transizione (la gioventù) verso una maturità percepita ancora molto lontana.

La scuola superiore, l’Istituto Magistrale Carducci frequentato, vissuto intensamente. Un periodo di formazione alla vita sociale, di relazione, in cui sono nate amicizie che si sono protratte nel tempo, per molti anni. Oggi rimangono alcune sporadiche frequentazioni mentre altre si sono interrotte bruscamente procurandomi dolore, rimorsi, sensi di colpa, riflessioni e difficili elaborazioni del lutto.
Una persona, un amico che ho frequentato, e con cui ho condiviso quegli anni adolescenziali e della difficile crescita verso l’età adulta, è stato Marco Chinarelli.

Ricordo una mattina di febbraio. Lezione di matematica già iniziata. Un paio di colpi alla porta e l’entrata di Marco col cappotto completamente coperto di neve. La profe Tinarelli, increspando leggermente le labbra e accennando un sorriso:”Non avevi un ombrello per ripararti, Marco?”. “Mi si è rotto signora”. “Va bene, vai a scioglierti in fondo”. La neve cadeva sul pavimento mentre il lento incedere di Marco lo portava in fondo alla stanza. Noi si rideva piano e brevemente perché la Tea aveva ripreso in mano la situazione e il piglio severo di sempre che, invece, con Marco vacillava, diventava quasi affettuoso. In molti di noi c’era un silenzioso rispetto verso “China”…

Anche Faccini che ogni tanto si divertiva stupidamente a pungere col compasso, debitamente disinfettato (sic!), le terga di molti di noi, risparmiava i compagni di cui temeva violente ritorsioni, ma anche Marco che non avrebbe mai avuto tali caratteristiche.

Tanti gli episodi, le situazioni di vita quotidiana di una classe che stava elaborando i cambiamenti tumultuosi di fine anni sessanta con un approccio prepolitico, più giamburrascoso che contestatario. Gli scioperi si facevano, ma poi si subivano le sanzioni scolastiche con fatale rassegnazione. Spesso, capitava che Marco si offrisse volontario per farsi interrogare ed evitare ad altri compagni della classe l’avventura del sicuro brutto voto. Non sempre c’era una sua puntuale preparazione quanto, piuttosto, una sua forte capacità dialettica che spesso ‘ipnotizzava’ il docente di turno. Mentre nei compagni di scuola del corso C era accentuata la presenza di simpatizzanti della sinistra anche nelle sue propaggini più ‘rivoluzionarie’, nel corso A e nella mia classe molti frequentavano le parrocchie e/o le sale da ballo. Tra gli assidui frequentatori di parrocchie c’ero anche io ma la trasposizione automatica tra Chiesa e DC mi stava stretta e mi trovavo spesso a frequentare luoghi, ambienti della sinistra giovanile anche più ‘strana’. Ricordo una sera invernale che andai con Marco ad una ‘lezione di marxismo’ nella sede del Partito Comunista Marxista-leninista in Via Gioco del Pallone. Un’esperienza che non fu ripresa perché da entrambi giudicata pacchiana e un insulto allo stesso Marx…

Poi, Marco tentò l’esperienza nel collettivo di Lotta Continua ed io nei Cristiani per il Socialismo e nel PdUP.
Tantissime le volte che ci siamo incontrati ad ascoltare musica, a parlare e discutere di politica. Io pieno di progetti e Marco sempre più lontano e sfiduciato, ma non avrei mai pensato a una fine tragica come quella da lui scelta.
Nonostante ci fossimo scambiati tante idee, pensieri, non ho mai saputo delle sue prove poetiche. Marco ascoltava e commentava le mie poesie con fare spesso affettuoso e canzonatorio ma non ha mai condiviso con me quel  suo segreto, quel suo passaggio stretto oltre il terreno della teoria politica, della militanza. Una politica che per lui era bruciata, piena di bacche marce contaminate dal veleno di Chernobil. La politica era un tutt’uno con la vita e la sconfitta dell’una era la fine dell’altra.
La notizia della sua morte fu come una pugnalata e mi interrogai per molto tempo sulla mia incapacità di capirne il perché e, soprattutto, intuirne la possibilità di quella scelta.

Nel 1988, nella collana Testi della rivista ferrarese Poeticamente, pubblicammo una piccola raccolta di poesie di Marco Chinarelli, curata da Laura Fogagnolo. Testi quasi sempre contrappuntati da una data o senza titolo.
Una narrazione che ha spesso un linguaggio asciutto, senza fronzoli, con accenni di neofuturismo. Un esempio.

Scotch o erba che sia
la mia mente
come una vagina umida
partorisce sogni
di integrazione borghese
Me ne vergogno ogni mattina
davanti a un libro immobile
come un’obliteratrice
staccando il biglietto
per la nuova giornata.

Lo Zen mi annoia e
il Comunismo
mi ronza nelle orecchie
sulle liquide rotaie del Metrò
Lo vedo brillare
su ogni schermo di home Computer
davanti a nudi corrucciati
volti di bambini maniaci.

(da Poesie,  di Marco Chinarelli, Ed. Poeticamente/Testi,1988)

Poesie scelte da un quaderno di appunti dove Marco annotava stati d’animo, tracce di lezioni universitarie, appuntamenti, poesie e diverse recensioni di film dove si mescolavano elementi di analisi della trama e note autobiografiche. L’influenza del cinema sulla lingua italiana, sulla sua modificazione attraverso, anche, neologismi o immagini facilitate dalla frequentazione visiva col nuovo mezzo, tentativi di ‘esplorazioni’ in territori ibridi tra carta e celluloide. Gore Vidal diceva che “i film sono la lingua franca del XX secolo”.

Un esempio di recensione tra il personale ed il narrativo è Fuoco fatuo di Luis Malle.  Chinarelli riporta una frase-testimonianza del protagonista del film: “Mi uccido perché non mi avete amato perché i nostri rapporti erano vuoti. Uccidendomi voglio dare un senso ai nostri rapporti”. Il film ricostruisce minuziosamente gli ultimi giorni di un suicidio. “(…)…ex soldato che non ha voluto scegliere la carriera militare, roso di non aver mai saputo conquistare le donne, neppure quelle che, apparentemente, lo hanno amato.”
Chinarelli prosegue con questa dura annotazione personale: “Il tema presente e scabroso è trattato con una tale delicatezza di tono da renderlo…sopportabile. Anche per chi come me, certe tematiche non le regge emotivamente. Angoscia, angoscia. Non posso, certi argomenti con la freddezza di una persona normale”. Cercava di vedere il mondo, leggere la realtà anche attraverso il linguaggio filmico, alla ricerca di una narrazione che ponesse un freno alla sua deriva ideale.

Un contesto sociale, quello degli anni ’80, dettato dal riflusso crescente, dal successo degli yuppies, da un terrorismo sanguinario che ufficialmente non intendeva gettare la spugna mentre nella penombra trattava con pezzi di Stato vie vantaggiose d’uscita. Nei territori di provincia, Ferrara non faceva eccezione, c’era un clima che tagliava il fiato ai movimenti di base ed a chi faticava a ritrovare l’inizio del filo, in mezzo ad una realtà piena di elementi drammaticamente leggibili dove molti giovani avevano scelto l’abbandono dell’impegno politico a favore di situazioni di autodistruzione e dipendenza da sostanze psicotrope o dall’alcol. Questi contesti psicologici, però, si presentavano, spesso, molto annebbiati, come l’aria ferrarese d’inverno.

Chi non trovava luoghi, dimensioni di gruppo accettabili e in cui sentirsi accolto nella propria diversità, nella propria ricerca d’identità, si sentiva uno scarto umano, un tassello rotto del mosaico sociale. Ricordo una importante ricerca del 1981 della Joseph Rowntree Foundation, in cui veniva chiesto a gruppi di giovani nati nel 1958 di compilare un questionario sul loro stato di salute mentale. Il 7 per cento di quei giovani aveva una tendenza alla depressione non clinica.
In una pagina del quaderno, Marco scrive: ”Abbiamo conosciuto un periodo in cui i valori preminenti erano l’impegno, la testimonianza personale, la pratica dell’andare contro-corrente. Poi, un altro in cui il valore dominante è divenuta l’integrazione. Chi pensa come me che ciò che domina è un soffocante conformismo, ad onta di coloro che parlano di una rinascita dell’individuo? Sofferenza Sofferenza Mentire dover mentire? Mentire a se stessi e agli altri per poter vivere. Per menare questo straccio di vita che ti avvilisce e ti spegne sempre più. Identità? Essere dei diversi senza sapere di preciso in cosa? Malato? Studente? Disoccupato? Psicopatico?”.

A questa consapevolezza sempre più nitida, se ne affiancava un’altra altrettanto drammatica: perché scrivere? Per chi?

Questa sera lasciatemi in pace
perché la poesia mi ha lasciato.
Questa sera lasciatemi solo
perché i vostri volti mi rattristano
abbandonato e solo voglio restare
Non preoccupatevi per me
e non pensate di dovermi aiutare
Come potreste?
La poesia mi ha lasciato solo
Essa è una solitudine con gli occhi
di smeraldo
La solitudine invece
sa solo di neon e di asfalto.”

(Marco Chinarelli, inedito)

Una scrittura permeata da una crescente, inesorabile convinzione di (provare ad) essere un intellettuale fuori posto, in una sorta di spaesamento brutale, un pesciolino rosso senz’acqua. Le continue riunioni, i collettivi, terminali di grandi idee realizzate (forse) altrove, lontano. Il ‘tutto politico’ che rinviava sempre oltre il desiderio personale di un amore che unisse le due sfere.
Versi che riversano un sordo rancore verso compagni che sembravano vivere la politica come un momento adolescenziale, in attesa della maturità che gli avrebbe donato una stabilità esistenziale.
Sentire una crescente angoscia, “quell’angoscia perpetua che limitava ogni progetto all’indomani” (Cesare Pavese).

In amara sintesi, le cose che ti accadevano vicino, le cose, le situazioni dove non riuscivi ad entrare dove, con tutti i tuoi sforzi, non riuscivi a sentirtici parte. Uno scarto, una pietra gettata nell’acqua senza rimbalzi.

Gli anni passano

Gli anni passano.
Bella scoperta.
Lo specchio è inclemente, specie appena alzati. Specie se la pandemia ti ha impedito di recarti dalla parrucchiera e hai, evidente, una crescita a lingue bianche e bigie. Specie se, vecchia, lo sei davvero.
Ogni sera, lavati i denti, riposti gli occhiali, infilato il pigiama — che si potrebbe scartare, ma è così comodo — c’è la conta dei danni. Rughette in più sulla faccia — agli angoli degli occhi, della bocca, ormai anche sulle guance — una pelle lassa, certe macchioline puntiformi rosse e altre chiazze abbronzate di “lentigo senilis”. Il collo non è messo meglio, colpa della gravità che ha inferto la sua crudele legge ad altre parti del corpo, nessuna esclusa. Il mio rivestimento esterno è tutto uno stropicciamento, come di carta bagnata, appallottolata e poi stesa ad asciugare: non ritornerà mai più liscia. Il motore è quello di un’auto molto usata. È affaticato, non ha più lo sprint di prima, si surriscalda facilmente, bisogna farlo riposare, si sta esaurendo.
Non l’accetto. Non l’ho mai accettato. Guardarmi così. Assistere mentre perdo i colpi, i pezzi di me — tonicità, spirito, rapidità, lucidità, desideri, sicurezze, salute.
Quando ero giovane non ci pensavo. Se ci pensavo, mi sembrava logico invecchiare.
Ora mi sembra un affronto.
E va bene. Sono fortunata, perché l’alternativa all’invecchiamento è una eventualità peggiore.
Ma mi fa paura, invecchiare. E mi fa arrabbiare.
Perché “dentro” non sono così. Talvolta anche fuori — con la gestualità, le espressioni — non sono così. Mi sono fermata ai miei diciotto anni benedetti e quando mi vedo riflessa, non mi riconosco.
Va bene. Non lamentiamoci. Nemmeno soffermiamoci al pensiero. Tanto non cambierebbe nulla.
E mascheriamoci — di tinta capelli, di trucco, di abiti giovanili — per illudersi un altro po’, per prendersi in giro, per darsi coraggio.
Ma allora evitiamole, certe telefonate…
Evitiamo di girare il coltello nella piaga.
Evitiamo l’ennesima richiesta da parte di una centralinista gentile, straniera, di una non meglio identificata azienda di fornitura gas e luce, che ti chiede di rispondere a quattro domande “se ha tempo e non è di disturbo”, per un sondaggio nella provincia a tutte le persone con più di sessantacinque anni d’età.
— No, grazie, non ho tempo, — ho risposto. E avrei voluto precisare: non ho tempo da perdere. Non ho più tutto il mio tempo. Non ho nemmeno quel tempo. Perché nonostante le apparenze — nel qual caso mi stesse osservando attraverso il telefono — sessantacinque anni ancora non li ho.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

NOTA A MARGINE
La rimozione della morte e l’illusione dell’eterna giovinezza

Una società che trascura o ignora il culto dei morti è essa stessa morta. Ci siamo avviati già da tempo verso l’indifferenza davanti alla morte e sentiamo la necessità di rimuovere, accantonare, cancellare le tracce di chi ci ha preceduto, come se le pietre tombali, le lapidi e tutti i segni che ne onorano la memoria siano fastidiosi obblighi, ingombranti fardelli che appesantiscono la nostra quotidianità scandita e organizzata, che non contempla il rispetto del passato né tantomeno l’elaborazione del dolore della perdita. Non sempre le “Urne dei forti” nei Sepolcri di foscoliana memoria accendono “L’animo dei forti”. La ritualizzazione della morte ci trova impreparati perché abbiamo difficoltà a condividere il dolore, il lutto, la commemorazione dei nostri defunti: lo ‘spettacolo della morte’ è concepito come impossibile da sostenere e preferiamo rimuovere, trovare scorciatoie e vie di fuga per non affrontarlo. Un grande paradosso, se pensiamo alle immagini di morte veicolate dai media che ogni giorno siamo costretti ad ingoiare e che ci hanno condotti all’assuefazione totale, perché in fondo non ci riguardano in modo ravvicinato.

La frammentazione sociale, i martellanti messaggi valoriali di benessere, dinamismo, prestanza, giovinezza, salute, spensieratezza, benessere ci hanno indotti a perdere il senso dei nostri limiti terreni, cadendo nell’inganno della pseudo-eternità. Si elabora la morte e si ricordano i propri defunti attraverso i social network, e sullo schermo del computer e dello smartphone scorrono foto nostalgiche, dediche, epitaffi, massime e aforismi, emoji che rappresentano stati d’animo e sentimenti, messaggi di cordoglio, che non potranno mai sostituire il supporto che una reale vicinanza può offrire. Un’esternazione del dolore fine a se stessa che ci lascia inevitabilmente soli. Occorre infrangere l’idea che la morte e il ricordo dei propri cari creino una sofferenza insormontabile; occorrono più che mai momenti comunitari – proprio come il Giorno dei Morti – dove riesumare modalità comunicative autentiche, che permettano all’individuo di relazionarsi in un destino comune, trovando sostegno l’un l’altro, come richiede la nostra stressa storia evolutiva.
Trovarsi nei cimiteri, il Giorno di commemorazione dei defunti, è un rituale socialmente condiviso che permette di dare un ordine e un contenimento all’angoscia e al dolore della perdita. E’ un modo di riconoscere anche il valore e l’identità di chi non c’è più, la sua presenza nel passato, il suo essere stato, malgrado la sua scomparsa fisica. Molti aderiscono alla cerimonia, altri respingono l’idea di presenziare. Alcuni non ci vanno mai perché sentono i propri cari in ambiente diverso, altri non ammettono forme di celebrazione perché ritengono che ‘tutto sia finito’. C’è chi definisce quest’usanza come occasione ipocrita destinata all’apparenza di facciata, all’ostentazione dei vivi, piuttosto che sincero raccoglimento nel pensiero dei propri defunti.
Qualcuno preferisce visitare il cimitero soltanto in giorni più discreti, lontano da liturgie e appuntamenti ufficiali. Il cimitero è un luogo fisicamente ben definito con connotazione sociale chiara e condivisa. Permette di rimanere in contatto con i propri defunti, ricordarli ed essere di sostegno agli altri. Recarsi in quel luogo significa andare in un posto che ha una sua sacralità e richiede tanti piccoli rituali, piccole azioni, piccoli impegni – percorrere i vialetti tra le tombe, portare i fiori, accendere un lume, recitare una preghiera, rimanere in un silenzioso dialogo con se stessi e il defunto – che ci permettono di dare una sorta di sede al nostro dolore, alleggerendo il peso delle emozioni forti, rendendo meno pervasiva la sofferenza, riducendo l’angoscia, facendoci sentire meno soli.
Sono gli stessi gesti, le stesse modalità compiute nei secoli da chi c’era prima di noi, con caratteristiche diverse a seconda dell’epoca e civiltà, ma con lo stesso senso profondo. In alcune aree del mondo la commemorazione dei defunti assume un’importanza che supera per quel giorno le esigenze dei vivi. In Messico il Dia de Muertos, di origini preispaniche, diventa una festa di due giorni che coinvolge l’intera popolazione: l’1 novembre festeggiato dai bambini e il 2 dagli adulti. Si preparano gli altari dei morti attorno alla sede tombale, un arco addobbato con fiori, foto del defunto, incensi, per favorire il ritorno del caro estinto almeno per quei giorni. Vengono distribuiti dolci e pan de muerto ricoperti da zucchero colorato. La glassa di colore rosso, si narra, fu un’idea dei colonizzatori spagnoli per dissuadere simbolicamente la popolazione dalle pratiche dei sacrifici umani ai loro dei. Il colore dominante della giornata dei morti è il giallo, che domina la scena con le composizioni di cempasùchil, dei garofani particolari. File interminabili e suggestive di candele accese segnano il cammino che i defunti dovrebbero percorrere, mentre le famiglie rimangono riunite in cimitero per tutta la notte, con gruppi musicali che suonano le canzoni e melodie che piacevano ai loro cari. Una grande festa sentita che trae le sue radici nell’antichità, mantenendone tutta l’intensità, non solo folklore. Nel 2008 l’Unesco ne ha riconosciuto il valore, dichiarandola ‘Patrimonio immateriale dell’Umanità’.
Ci ha esortato anche Papa Francesco a fare visita ai nostri defunti oltre il Giorno dei Morti, onorarli, ricordarli per chi e ciò che sono stati e non soltanto per colmare il divario che ci separa dalla perdita. Disertare una visita ai nostri cari scomparsi significa privarsi di un momento dedicato esclusivamente al loro ricordo in un luogo a loro riservato. E se ci imbattiamo in qualche epigrafe spoglia, qualche tomba abbandonata, qualche sede sepolcrale davanti a cui nessuno si ferma, depositiamoci un fiore.

Bar sport

Non si può sfuggire dal fascino della memoria, ed il ricordo diventa tale solo nel momento in cui venga stimolato da un’epifania. L’immagine serve a ciò. Quando questa si tramuta in un quadro di realtà, dà non solo il senso di memoria, ma anche quello della realtà dei fatti. Una luce sospesa nella desolazione. Realtà su carta incastonata in un piccolo rettangolo. Non posso descrivere questa immagine in poche righe se non dicendo che per guardarla bene bisogna chiudere gli occhi e osservare un proprio luogo dell’infanzia, dell’adolescenza, della propria vita. Proprio lì dove si ferma il tempo troverete il significato più profondo. Ma dietro si cela anche un aspetto più pragmatico: il vuoto delle sedie, la desolazione, la morte degli affetti, la solitudine, l’oscurità. La memoria è cara, ma non sempre bella… proprio come la realtà.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Separati in casa nella società degli adulti

Adolescente è colui che si sta nutrendo e adulto colui che si è già nutrito. Pare che il tempo per nutrirsi si sia dilatato e che i nostri ragazzi non abbiano fretta di diventare adulti.
A stupire però non sono loro che non vogliono crescere, ma soprattutto gli adulti che identificano l’adultità con il sesso, il bere, la guida dell’auto e il lavoro.
Non è che forse ai nostri adolescenti questa modalità d’essere adulti non li attragga poi più di tanto?
Forse “millennial” e “iGeneration” hanno un’idea diversa di come si diventa adulti. E poi cos’è questa fregola che sta prendendo noi adulti che pretenderemmo di restare giovani, ma poi escogitiamo nuovi modi perché i giovani diventino adulti prima. Allora accorciamo il tempo di parcheggio negli studi per farli diventare grandi subito, per inserirli in una società che non ha spazio per loro. Con un bell’ossimoro rendiamo obbligatorio il volontariato così crescono nella coscienza civile che noi non abbiamo. Facciamo di loro quello che abbiamo in mente noi e non quello che loro vorrebbero per sé. In materia di crescita continuiamo a sbagliare, nonostante anche noi si sia passati attraverso la crescita, ma tutte le volte è diversa, è un’altra cosa, il tempo scombina sempre tutto e tocca ricominciare da capo.
Per un adulto a guardare l’infanzia e gli adolescenti è sempre uno stupore, è sempre meraviglia e per fortuna è così, è l’antidoto alla nostra arroganza, quella che la storia dell’educazione ha ben conosciuto e resta a testimoniare.
Ogni età ha la sua dignità e mai deve perderla, l’adolescenza, la fanciullezza come l’adultità. Ognuno ha il dovere di testimoniarla nell’attenzione e nel riconoscimento reciproco. È proprio non riconoscere l’infanzia e l’adolescenza alla pari dell’adultità che produce la più grande disumanizzazione delle età su cui si costruisce il futuro di ogni persona e del suo essere sociale.
Non c’è nessun animale, neppure i più antropomorfi, che abbia luoghi specifici deputati all’addestramento dei propri cuccioli che crescono e apprendono nel gruppo e con il gruppo, i cuccioli dell’uomo, invece, dal gruppo vengono allontanati per essere rinchiusi in riserve che chiamiamo scuole. È peculiare solo degli umani. Nelle scuole li addestriamo e poi quando diventano più grandi, degli adolescenti, non li riconosciamo più. È nella riserva che divide, che emargina dal gruppo degli adulti che poi crescono i comportamenti di ribellione o di compensazione verso la frustrazione dell’esclusione, che poi noi chiamiamo bullismo, devianza o altro ancora, perché non previsti dalla nostra idea di addestramento.
Abbiamo bisogno di scuole sempre più aperte e sempre meno chiuse, di scuole sempre più senza mura e sempre più oltre le mura, ma noi crediamo che le nostre idee su educazione e istruzione debbano continuare a funzionare così come sempre, perché le scienze ci hanno rivelato i segreti dell’infanzia e dell’adolescenza e ora siamo capaci di dialogo e di comprensione, anche se dalle infanzie e dalle adolescenze continuiamo a difenderci.
La nostra società è ancora fondata sulla gerarchia che va dai piccoli ai grandi, ma l’uomo e la donna grandi o piccoli che siano non ci sono, li abbiamo perduti, esistono solo come figure sociali: studenti e lavoratori, se c’è il lavoro, esistono soprattutto come consumatori e come utenti.
Fermarsi a pensare all’umano non usa più. Neppure più lo fa la politica. È la nostra dimensione di vita che non trova spazio. Non ci serve conoscere, se non aiuta a recuperare la dimensione delle nostre esistenze. Non c’è nessuno che se ne occupi. Forse stiamo sbagliando a leggere il populismo. Forse ciò che la gente chiede alla politica è che ritorni ad occuparsi di ognuno di noi o che per lo meno consenta a noi stessi di occuparci di noi.
La politica la vorremmo sentire vicina, nelle nostre città, non lontana in un luogo remoto del mondo, capace di suggerirci come reiventarci una vita umana degna di questo nome, d’essere vissuta, la politica del bene maggiore anziché del male minore che ci sta soffocando.
E quale adolescente non sarebbe ribelle a scoprire che ogni giorno sui banchi di scuola lo stanno predisponendo per una società che non lo comprende. L’infanzia e l’adolescenza delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi sono distolte dalle nostre vite quotidiane. Chi se ne occupa? Scuola e famiglia hanno fallito, si rimbalzano le responsabilità, intanto le giovani generazioni continuano a vivere da separati in casa nella società degli adulti. Oltre alle scatole che li contengono dalla scuola alla casa, dalla palestra all’oratorio non c’è posto per loro, non è previsto per loro altro ruolo sociale che l’addestramento nei luoghi e con gli adulti a questo deputati. In quelle ore non si vedono per le strade, se ve n’è qualcuno è solo perché sfuggito al serraglio. Li abbiamo persi di vista i nostri ragazzi, in casa non si raccontano e a scuola ce li raccontano che non li conosciamo.
Forse non sono altre ricette che abbiamo bisogno di inventarci per trattare con l’infanzia e con l’adolescenza, con i loro problemi e con quelli che ci creano. Quello di cui avremmo urgente bisogno è di inventarci un’altra società che preveda infanzia e adolescenza e non la crescita zero, una società in cui sia possibile vivere insieme ai ragazzi e alle ragazze, grandi e piccoli che siano, dove non sia necessario farseli raccontare, dove non sia necessario essere informati su di loro da qualcuno, delegare la loro vita agli altri, ma vedercela crescere accanto mentre lavoriamo, quando siamo per la città, quando facciamo cultura e quando ci svaghiamo.
Ormai è più la gente che gira con un cane a guinzaglio di quella che esce dialogando con un bambino o una bambina, con una ragazza o con un ragazzo.
Con tutti i nostri progressi in campo educativo, con tutta la nostra sensibilità pedagogica avremmo bisogno di istituire un assessorato al coinvolgimento, alla partecipazione e alla responsabilizzazione sociale dei nostri giovani, bambine, bambini e adolescenti, un assessorato che dia loro spazio e futuro, che ne garantisca un ruolo riconosciuto che non sia solo quello dei banchi di scuola. Forse saremmo in grado allora di pensare una società e una città diverse e di condividere un mondo che fino ad oggi ci sembra estraneo: quello dei nostri figli.

IL DOSSIER SETTIMANALE
L’età dell’oro della nostra vita: la giovinezza

“Tu sei giovane come la tua fede e vecchio quanto il tuo dubbio, sei giovane come la confidenza in te stesso vecchio quanto le tue paure; giovane come le tue speranze e vecchio quanto il tuo abbandono. Fin quando il tuo cuore riceve messaggi di bellezza, di gioia, di coraggio, di prudenza e di potenza, sia dalla terra, sia dall’uomo, sia dall’infinito… tu sei giovane.  Quando i fili sono tutti recisi e il tuo cuore è ricoperto dalla neve del pessimismo e dal  ghiaccio del cinismo, allora tu sei vecchio davvero e il buon Dio abbia misericordia della tua anima”.

Da “quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia” di Lorenzo il Magnifico ad Albert Bruce Sabin, sopra citato, in tanti hanno cantato la bellezza dell’età dell’oro della nostra vita: la giovinezza. Hanno cercato di coglierne i tratti indefiniti, gli slanci e le passioni che portano i giovani a volare o a sprofondare negli abissi. Il momento in cui tutto sembra possibile e, pur tra mille paure, ci si sente padroni del mondo.
Il giovane ha tutta la vita davanti, quel che ne farà poi lo definirà, in futuro, come uomo o donna. Anche il nostro giornale ha più volte raccontato storie di giovani: impegnati nella cultura o nel massacro dei propri genitori, attivi nel sociale o morti, innamorati, in un campo di concentramento. In questo dossier settimanale abbiamo raccolto alcune delle storie più rappresentative dell’essere giovani, ieri e oggi.

LA BELLA GIOVINEZZA. IL DOSSIER SETTIMANALE N. 13/2017 – Leggi il sommario

Oltre Sanremo:
la carne, la morte, il ricordo, il mestiere di vivere

A contrastare la sirena del Festival di Sanremo con i suoi imperdibili riti di pancia, le sue naturalissime idiozie cosi vere, così italiane, con i suoi gorgheggi e la sua banalità, due film bellissimi vengono trasmessi alla tv: ’45 anni’ e ‘Gloria’, entrambi vincitori il primo nel 2015 dell’Orso d’argento per l’interpretazione ai due protagonisti, Charlotte Rampling e Tom Courtenay, e il secondo nel 2013 alla protagonista Paulina García, sempre per l’interpretazione .

’45 anni’ si svolge nella campagna inglese, i protagonisti – favolosi attori della new generation inglese – sono due maturi intellettuali che vivono nella campagna inglese tra libri, cani, amici intelligenti. Una vita della quale non si nasconde nemmeno l’incontro e la compartecipazione sessuale, dove le carni ormai stanche, il probabile odore della vecchiaia, vengono esibiti senza pudore, ma con la nobiltà che il corpo ha in sé nonostante il declino della fiorente giovinezza.
In questo mondo s’introduce, proprio alla vigilia dei festeggiamenti del quarantacinquesimo anniversario delle loro nozze, la notizia del ritrovamento sui ghiacciai delle Alpi del corpo della ragazza che il protagonista voleva sposare cinquant’anni prima . E la tragedia scoppia quando Kate s’accorge di non poter permettere di essere stata una seconda scelta per Geoff. Così nel giorno del festeggiamento la coppia balla la canzone che aveva siglato 45 anni prima il loro matrimonio, ‘Smoke gets in your eyes’ cantata dai Platters, e Kate nel volteggio finale stacca la mano da quella di Geoff perché la vita ora le si presenta nella sua cruda realtà di “fumo negli occhi”.

‘Gloria’ è una sessantenne cilena divorziata con due figli grandi che ha deciso di non rinunciare a una vita indipendente che le permetta di scegliere compagni anche occasionali, di andare a ballare e di non farsi mancare nulla dei piaceri della giovinezza. Nella sala da ballo che frequenta incontra Rodolfo, di lui s’innamora perdutamente e con lui intreccia una bollente storia di sesso, ma anche di condivisione di sentimenti. Non ha pudore nel mostrargli le sue carni stanche, sollecitandone l’amplesso, ma Rodolfo non può dimenticare la sua vita passata: una moglie che deve accudire e due figlie tiranne che lo portano ad abbandonare Gloria nel lussuoso albergo che avrebbe dovuto sancire una nuova vita. Gloria se ne disfa per tornare alla sua vita di sempre, all’illusione di poter superare la terribile presenza del passato mentre alla festa che conclude il film canta e balla la bellissima canzone di Tozzi, ‘Gloria’ appunto.

Che nel giro di due anni il cinema, specchio non deformato della realtà, ponga l’accento sulla necessità di non dimenticare la vita oltre la giovinezza e lo ponga anche sulla drammaticità della situazione della vecchiaia (e certamente il filone è stato iniziato dal capolavoro dei fratelli Coen, ‘Non è un paese per vecchi’) o dell’ingresso nella vecchiaia, mi sembra attinente al concetto stesso, drammatico, della presenza dei vecchi: spesso individuati come coloro che si devono rottamare, che tolgono lavoro ai giovani, che si consegnano un mondo che non riescono più a comprendere o ad organizzare, che si presentano come gli antagonisti dei vincitori delle proposte giovani al Festival di Sanremo siglando l’assoluta frattura generazionale. Così la stessa funzione delle canzoni, che ormai sono l’aspetto minore di una gara che mette in mostra l’attimo e che non intervengono se non in misura assai ridotta al trionfo della musica.
Mi stupisce che un giornalista che seguo e ammiro, Curzio Maltese, abbia dato un giudizio così riduttivo e sarcastico di un film che ammiro molto ‘La La Land’, indicandolo come la copia imitativa e sbiadita di un’America sull’orlo del trumpismo che insegue vecchi miti senza saperli rinnovare come appunto il musical.
In altri termini che non siano solo quelli delle canzoni, pur necessarie proprio perché rappresentano la banalità della vita, il destino dei ‘vecchi’ sembra ormai segnato in una specie di tollerante necessità colpevole del disastro dell’oggi.

Forse è vero, forse no. Certo se ne parla sempre di più e sicuramente una briciola di ‘verità’ (qualsiasi sia il senso che si vuole dare al termine) esiste.
Ma la domanda grossa, imbarazzante e a volte umiliante che rimane è ancora questa: che senso dare alla vecchiaia?
Io che in fondo, per l’attività che svolgo, sono privilegiato rispetto al destino di altri coetanei, in quanto ancora sembra che l ’intellettuale invecchiando migliori (!!!), mi domando se non sia ancora utile o meglio necessario rifarsi al terribile testamento che Cesare Pavese, non reggendone la sfida, siglò una volta per tutte come il mestiere di vivere.

Eterno ragazzo

11 Dicembre 1944, nasce Gianni Morandi. Auguri!

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Franz Kafka

La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio. (Franz Kafka)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

LETTURE PER ORIENTARSI
“Sai una cosa Mick? Io e te non moriremo mai”

“La giovinezza”, ultimo film di Sorrentino è anche il suo ultimo romanzo. Prima di vedere il film abbiamo preferito leggere il libro da cui è tratto, che è la sceneggiatura stessa che si legge come un romanzo.
A dire la verità, già qualche settimana fa, avevamo pensato a Sorrentino, in un’atmosfera degna della sua immaginazione, del suo spirito e dei suoi personaggi decadenti-felliniani: era una tiepida serata al club Petrovich di Mosca, locale creato nel 1997 in uno stile retro, nostalgico dell’era sovietica, invaso da ballerini notturni dall’aria stanca e un po’ perduta. Qui sfilavano personaggi degni delle pagine del grande regista, visi truccati alla ricerca di una danza che riportasse lontano, alla giovinezza perduta, corpi invecchiati e sconsolati alla ricerca di luce ed energia. E qui, allora, l’ispirazione, la voglia di leggere l’ultimo suo (capo)lavoro, “La giovinezza”. Detto, fatto. In volo. Al volo.

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La copertina

Al club, come nelle pagine del libro, là, in mezzo a fiumi di alcol e bollenti spiriti, qui, fra i fumi di saune e bagni turchi, corpi agghindati o nudi di tutte le età sembrano abbandonati, in controluce, a calura e sudore. Il caldo dei riflettori, in un luogo, e quello dei bagni turchi, nell’altro, danno lo stesso senso di stanchezza e di fiacchezza, fisici tonici e lucidi si mescolano ad altri più rotondi e abbondanti. La fatica del benessere porta confusione, si prova ad allungare il futuro o a inseguire goffamente il passato della giovinezza. Ecco, allora, Fred Ballinger e Mick Boyle, due amici alla soglia degli ottanta, trascorrere una vacanza in un hotel di lusso sulle Alpi. Siamo in montagna, presso lo Schatzalp Hotel di Davos, lo stesso dove Thomas Mann, nel 1924, ha ambientato “La montagna incantata”. Fred è un direttore d’orchestra in pensione, Mick un regista in attività. Intorno a loro ruotano personaggi i cui contorni, anche fisici, diventano simbolici. Fra essi, un ex calciatore famoso sovrappeso copia conforme di Maradona, una splendida Miss Universo, un attore californiano che lavora sul suo prossimo ruolo. Tutti un po’ maschere, tutti un poco stravaganti e concentrati sulle loro vite da film.
Fred e Mick sono consapevoli del fatto che il loro futuro si va esaurendo e decidono di affrontarlo insieme. Sanno che il tempo sfugge inesorabilmente e spaventosamente. Ma, intanto, guardano con grande tenerezza e amore alla vita confusa dei loro figli, a quanti sembrano poter disporre di un tempo che a loro non è più dato. E mentre Mick cerca di concludere la sceneggiatura del suo ultimo film, Fred, che da tanti anni ha rinunciato alla musica, non intende tornare sui propri passi. Ma c’è chi vuole, ad ogni costo, vederlo dirigere ancora una volta e ascoltare le sue composizioni, il messaggero della regina Elisabetta, che desidera dedicare le sue celebri “simple songs” (in particolare, la “Canzone piacevole n.3”) al consorte Principe Filippo, in occasione del suo compleanno. Fred si sottrae, fino alla fine, quando si comprenderà la ragione vera (e immensamente dolorosa) di tale rifiuto. Melanie.
I due amici sfidano i ricordi e il passare del tempo, nell’amicizia, nel desiderio e nell’arte perduta ma che rimane. Alcune battute fra Fred e Mick da sole bastano a far capire le riflessioni dell’intero libro. “Dell’infanzia non mi ricordo niente. Solo una cosa continuo a ricordarla”. “Quale?”. “Il momento preciso in cui ho imparato ad andare in bicicletta. Sarò banale, ma che felicità! Proprio la felicità! E stamattina, come per incanto, per la prima volta, mi sono ricordato anche il momento successivo”. “Il momento in cui sei caduto”. “Come cazzo fai a saperlo?”. “È stato così per tutti. Impari a fare una cosa, sei felice, e ti dimentichi di frenare.” “Non è una grande metafora della vita?”. “Ora non traiamo conclusioni affrettate, Mick”. Proprio allora un ragazzino di undici anni passa in sella a una mountain bike. Fa tutta la strada su una sola ruota, in velocità, silenzioso come un fantasma. I due amici si voltano a guardarlo, estasiati. Poi Fred riflette e dice: “Sai una cosa Mick?”. “Cosa?”. “Io e te, secondo me, non moriremo mai”.
In quell’elegante microcosmo, sospeso in un’altitudine quasi atemporale, la vita sembra scorrere con un ritmo diverso, quasi a voler rallentare il passare dei giorni, a voler trattenere la bellezza dell’amore e della sensualità, a voler dimenticare la caducità dell’essere umano, tentando di fermare l’attimo, di goethiana memoria, in un imperituro momento che esorcizzi la paura dell’ineluttabile. In un turbinio d’immagini ed emozioni.

La giovinezza“, di Paolo Sorrentino, Rizzoli, 2015, 194 p.

GERMOGLI
Vita.
L’aforisma di oggi

La vita scorre, la vita va, la giovinezza con lei. Ma l’arte resta. Per sempre, eterna.

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Lorenzo De Medici

Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
del doman non c’è certezza.
(Lorenzo de’ Medici)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

PIAZZA CINEMA
“Te la sei portata a letto? La tragedia è che non me lo ricordo…”

Quando c’è troppo da vedere, quando una immagine è troppo piena, o quando le immagini sono troppe, non si vede più niente.” Wim Wenders

A poco più di un anno dal grande exploit e dell’Oscar de “La grande bellezza”, Paolo Sorrentino propone la sua nuova creatura “Youth – La giovinezza”; bellezza, giovinezza, termini di una ricerca che accompagna il percorso di ogni vita consapevole, tanto cari al nostro autore.

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La locandina

Con il vitalismo permeato dalla sua Napoli, ma intriso di una malinconia anch’essa partenopea (rafforzata dall’aver perso entrambi i genitori in un incidente in tenera età), Sorrentino ci accompagna nei pensieri, nelle tenerezze, nelle paure, ma anche nei desideri e nelle ingordigie di uomini soli. Come Jap Gambardella de “La grande bellezza”, anche Micheal Caine e Harvey Keytel percorrono la loro esistenza in un dialogo tendenzialmente solipsistico; vecchi amici, il primo musicista in pensione in bilico tra apatia e cinismo, assolutamente british, e il secondo, regista americano al suo ultimo e pateticamente testamentario film; complici nel declinare dell’età e nell’approssimarsi della tappa finale, ma capaci ancora di rimpiangere la mitica Gilda Black, la agognata ragazza di 60 anni prima, di cui non ricordano neanche di averne goduto o no le grazie “Te la sei portata a letto? La tragedia è che non me lo ricordo…”

youth-la-giovinezzaUn film certamente sulla perdita, sul tempo che consuma i ricordi; lo sgomento di non ricordare più i visi e i gesti dei genitori; la consapevolezza della assoluta caducità del tutto, il sentire quasi fisicamente il trascorrere delle vite consumare non solo le persone e le cose, ma i ricordi stessi. Strana analogia tra due autori in fondo profondamente diversi, ci viene in mente Mia Madre di Moretti, dove la Buy, sfiorando la libreria della mamma insegnante di liceo, dice “che fine faranno tutti questi libri, Terenzio, Catullo, Ovidio, e tutte le migliaia di giornate trascorse sui quaderni e sulle lezioni…”.

youth-la-giovinezzaL’ambientazione è in un Hotel termale sulle Alpi Svizzere, sospeso tra le nuvole e fuori dal tempo, frequentato da una umanità stranita: una coppia raggelata in un assoluto mutismo a tavola, un monaco buddista che cerca (pare con successo) la levitazione, un attore californiano in fuga dallo star system, un Maradona obeso e affannato, una Miss universo per niente oca che, splendida e tramortente nella sua regale nudità, entra in una fumante vasca, dove ai due trepidanti e senili amici non resta che tributare il trionfo appunto della giovinezza e della bellezza.
Un’estetica quella di Youth, fotografata da Luca Bigazzi, che si allontana da quella rutilante de “La grande Bellezza”, per cercare inquadrature dove prevale la sottrazione, dove le immagini a volte celebrative delle strade di Roma immortale e dei suoi fenicotteri e giraffe, qui si convertono in paesaggi naturalistici, si impongono le cime innevate, i mari verdi degli alpeggi, mucche imponenti in sintonia coi loro campanacci con un cenno di direzione orchestrale dalle mani di Micheal Caine.

youth-la-giovinezzaSi respira un’atmosfera nostalgica e malinconica, ma con una dimensione universale e simbolica, come un metaforico tetto del mondo, dove certo è ben presente il senso della fine e come detto del consumarsi, ma viene cercata attraverso l’ironia e la bellezza, eccola ancora, una via di consolazione e di pace; rubando anche affetto ed emozioni a una giovane e sensibile massaggiatrice o a una candida e docile prostituta, alla quale viene chiesta solo una passeggiata. Memorabile il cameo di Jane Fonda, nelle vesti di una consunta cinica ciclonica diva del cinema.

Un autore, il nostro, che oramai si afferma tra le eccellenze assolute, che dà al nostro cinema un respiro internazionale, e che costituisce senz’altro una risorsa e un punto di riferimento anche per nuovi giovani autori.

Youth – La giovinezza”, di Paolo Sorrentino, con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, drammatico, durata 118 min., Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015.

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