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Il crocifisso tradito

E’ passato un bel po’ di tempo e non riesco a ricordare se nella mia aula della scuola elementare Biagio Rossetti fosse esposto il crocifisso d’ordinanza. Nessuno ci faceva caso. Allora i bambini erano tutti bianchi, non ci si poteva esentare dall’ora di religione, l’Italia non era diventata quella che è ora: una società multietnica e multiculturale.

Ricordo invece che la questione dei crocifissi nelle aule della repubblica è stata sollevata, con le polemiche del caso, più e più volte negli ultimi vent’anni. Ora, dopo la decisione dell’assessore alla Pubblica istruzione Dorota Kusiak di acquistare 385 crocifissi da distribuire nelle scuole cittadine di ogni ordine e grado, il problema cessa di essere un argomento astratto di discussione, ma coinvolge in prima persona i bambini, i ragazzi, gli insegnanti, le famiglie ferraresi.

Il primo cittadino Alan Fabbri, in linea con la decisione prese in passato da altri sindaci leghisti e con le più recenti esibizioni di madonnine e rosari da parte di Matteo Salvini, ha dichiarato il fine ultimo della campagna per il crocifisso: “E’ un simbolo d’amore, tutelo la nostra identità”. Difficile ovviamente sostenere che, per un cristiano più o meno osservante, il crocifisso non sia il segno più alto dell’amore di Cristo, un Dio fatto uomo che muore per salvare l’umanità. Il problema riguarda però l’uso, o l’abuso che si fa di questo simbolo. Ancora più ambiguo è il richiamo all’identità. Quale identità dovrebbe tutelare l’esposizione del crocifisso? L’identità della maggioranza (ammesso che nell’Italia secolarizzata ancora lo sia) sopra e contro quella delle minoranze?

L’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche trova ragione in alcune disposizioni del Ventennio fascista, così infatti, trattando di arredi scolastici, prevedono due articoli del Regio Decreto 965 del 30 aprile 1924 e dal Regio Decreto 26 aprile 1928. Sono leggi e circolari ancora virtualmente in vigore, visto che in un’Italia che ha cambiato completamente faccia e colore, nessuno in 90 anni si è preso la briga di cancellarle. Contro la legittimità , o comunque l’opportunità di una loro applicazione c’è però il principio fondamentale della laicità dello Stato affermato con forza dalla Costituzione – la prima legge dello Stato – che all’articolo 3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali e sociali”.

Fin qui i termini della questione in punta di diritto. Quello che più interessa è però la situazione reale e concreta di chi oggi frequenta le scuole della nostra città. Sono davvero in tanti – in alcune classi delle primarie arrivano a sfiorare il 50% – gli alunni frequentanti di religione diversa da quella cattolica. E tantissime sono le famiglie che, anche se di cosiddetta ‘educazione cattolica’, hanno chiesto l’esenzione dall’ora di religione per i loro figli.  Scrive giustamente il maestro elementare Mauro Presini in una lettera aperta all’assessore alla Pubblica Istruzione: “Non esporrò il crocifisso perché la dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica non è più «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica» nel nostro Paese. Non lo esporrò, nonostante sia uno fra i simboli di identità storico-culturale, perché nella mia classe, come nella maggioranza delle classi italiane, ci sono bambini e bambine i cui genitori hanno scelto di avvalersi dell’insegnamento delle attività alternative alla religione cattolica.”.
Ma la decisione di affiggere il crocifisso in tutte le aule delle scuole ferraresi non suona solo come una negazione della laicità della scuola pubblica, un’offesa ai diritti fondamentali con l’imposizione di un credo sopra tutti gli altri credo, rappresenta anche un insulto al supremo valore dell’amore che sta alla base della religione cristiana.

Salvini impugna il rosario, i suoi seguaci impongono l’obbligo del crocifisso in nome del messaggio evangelico e  del valore dell’amore, ma cosa diventa questo amore se si sceglie di imporlo ‘ex catedra’ (letteralmente), sopra tutto e tutti? Anche i cattolici, i credenti, dovrebbero avversare le forzatura propagandistica dell’Amministrazione Comunale di Ferrara. Povero Cristo! Il crocifisso obbligatorio è un crocifisso tradito: cessa di essere simbolo di unione fraterna e di amore e diventa strumento di divisione e di conflitto.

PER CERTI VERSI – D’alberi e magia

A partire da oggi, ogni domenica Ferraraitalia ospiterà “Per certi versi”, angolo di poesia curato dal professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

Roberto Dall’Olio

Roberto Dall’Olio insegna Storia e Filosofia al liceo classico “Ariosto” di Ferrara. Nativo di Medicina, è attualmente anche assessore all’Intercultura, valorizzazione dei beni culturali e sport del Comune di Bentivoglio, ove risiede, nel cuore della pianura bolognese.
Poeta e autore dal forte impegno civile, ha vinto il concorso nazionale di poesia va pensiero a Soragna (Parma).Tra le sue pubblicazioni: Entro il limite. La resistenza mite in Alex Langer (La Meridiana, 2000); Per questo sono rinato (Pendragon, 2005, con una nota di Roberto Roversi); La storia insegna (Pendragon, 2007); Il minuto di silenzio (Edizioni del Leone, 2008), La morte vita (Edizioni del Leone, 2010);  La notte sul mondo. Auschwitz dopo Auschwitz (MobyDick, 2011); Viole d’inverno. Canzoniere d’amore (Edizioni Kolibris, 2013, con note di Giampiero Neri e Umberto Piersanti). Sue poesie sono apparse su riviste e in antologie. Ha pubblicato il saggio Entro il limite. La resistenza mite in Alex Langer (La Meridiana, 2000). E’, inoltre, redattore della rivista “Inchiesta” diretta da Vittorio Capecchi e membro del Direttivo bolognese dell’Anpi.

Ecco, dunque, le prime tre composizioni liriche che l’autore ha riservato ai nostri lettori.

 

Alle nostre foreste

Cadono gli alberi
sradicati
dal vento
un crudo barbiere
taglia la gola
ai tronchi
come peli oziosi
dei monti
delle valli
sconvolte
sembra fuoco
che rade
è sangue
di fango
la memoria
atterrita
mai accaduto
non chiediamo
aiuto
cambiamo la vita

 

***

Tutto è magico intorno a noi

Tutto è magico
Intorno a noi
La fumana dalla terra
Avvolge in una pellicola
il cielo
E si srotola il film
della nostra vita
Un abbraccio
Nell’abbraccio
Quel grigio
Sfumato di bianco
Che pittura e sfiamma i mondi
Che abbiamo attraversato
È tenero ricordare coi passeri
Che l’amore è tutto
La sorgente
La foce
La pioggia
Valliva
La saliva che dipinge
Il tuo corpo
Nella mia tela
Tu la sfiori
Io accorro
E trovo
La melagrana aperta
La lingua
Dei baci
Solo noi
Ne siamo capaci

 

***

Mi dai lezioni

Ci amiamo tanto
e da così tanto
che abbraccciarci è
Già fare l’amore
Che baciarci le mani
Accarezzarle
È già fare l’amore
Che parlarci
Rilascia un lieve profumo
di una vita
Di due vite
Avvitate
Come dei filari
Diseguali
Che a te piacciono
Per la geometria
Nodosa
Tu mia Yin
Amorosa
Mi emozioni
sempre
E sempre la nostra pianta
Si disseta
Rimane umida
La terra
Tutte le volte
Che sto con te
Che ti penso

Mi dai lezioni

 

***

Il canile della discordia

Dare voce a chi non ne ha. Dare una speranza agli occhi che ti scrutano. Provare a capirci qualcosa, in una situazione che sembra destinata a un vicolo cieco. Spinto da questi propositi mi dirigo verso via Gramicia, destinazione il canile comunale di Ferrara. Lì incontro la responsabile della gestione della struttura e direttrice dell’associazione Avedev, Paola Cardinali.

Qual è la situazione dalla quale si è partiti?
Lo scorso 31 gennaio è scaduta la convenzione per la gestione del canile che avevamo con il Comune. A consuntivo 2016 abbiamo notato che i costi sono aumentati.
Ho dovuto fare il nuovo contratto agli operatori (essendo venuto a termine il contratto a progetto) che prevede anche la reperibilità e quindi le cifre in bilancio sono lievitate. Al Comune, già a marzo dello scorso anno quando la situazione ora certificata era prevedibile, è stato chiesto se ci fosse modo di ricevere un aiuto economico. La risposta è arrivata tra settembre e ottobre. Nella replica ci si diceva che, causa i gravi problemi di bilancio, non avrebbero potuto dare nulla di più. C’è da premettere che negli anni, e siamo qui dal 1989, i fondi sono stati progressivamente ridotti.

Dopo questa risposta, come avete pensato di agire?
Fatti dei calcoli, ci siamo resi conto di non poter mantenere questi standard e il personale, perché con i fondi comunali avremmo potuto pagare solo gli operatori e quindi non le spese di gestione e cura del canile, una spesa che si aggira tra i 40 e i 50 mila euro. Ci hanno fatto notare che siamo l’unico capitolo che quest’anno non è ha subito tagli dal bilancio. Cosa vera, però i soldi ricevuti erano progressivamente stati via via  decurtati dai tagli degli anni precedenti, per cui abbiamo detto di non farcela, di fare il bando di gara per capire cosa si attendesse l’amministrazione comunale.

Quando è arrivato il bando?
Il bando, scadendo la convenzione il 31 di gennaio, sarebbe dovuto uscire a novembre, poi dicembre, infine è uscito il 30 gennaio, creandoci non pochi problemi. Un’insicurezza persino per gli operatori. C’è da sottolineare che, dopo una normativa del 2016, le convenzioni per l’affidamento dei canili non vengono fatte più solo con le associazioni del settore, ma anche i privati possono intervenire. Non era la gara a spaventarci, le abbiamo sempre fatte, ma era il capire se ci potesse essere qualche euro in più.

Invece?
L’importo era lo stesso con tutti gli incarichi che erano previsti già prima dalle direttive regionali. Quello che io contesto è il non aver mai tramutato gli obblighi prescritti dal bando in cifre che rendano fattibili le azioni per adempiere a tali obblighi. Non possiamo basarci solo sul volontariato per gestire un servizio del genere. Tra le specifiche del bando l’unica cosa che mancava era l’indicazione dell’orario di apertura del canile, che negli ultimi due anni è stata di 42 ore alla settimana. Quando lo abbiamo contestato, alla riunione con la consulta delle associazioni animaliste, ci hanno detto che sarebbe stato adottato il minimo, cioè 4 ore. Ora bisogna far capire che l’apertura è una cosa diversa dalla gestione. Non ce la si cava con 4 ore, non arrivi dappertutto e i cani non sarebbero seguiti nella maniera migliore. Altra cosa da sottolineare è che i soldi affidati dal bando sono da ritenersi al netto delle trattenute d’Iva, quindi dai 158 mila si arriva ai 130 mila. Noi l’anno scorso, solo di personale, ne abbiamo spesi 115. Abbiamo dovuto aggiungere il restante.

Una volta capito ciò, qual è stata la vostra reazione?
Fatti i nostri conti non abbiamo ritenuto possibile partecipare al bando. Un consigliere comunale, Leonardo Fiorentini (Sinistra Italiana), ha saputo dei problemi, e valutato che mancavano 27 mila euro dall’impegno di spesa, si è prodigato per cercarne almeno 20. E qui si apre una parentesi: se noi andiamo via, dobbiamo liberare le strutture dalle cose di nostra proprietà comprate negli anni. Un’altra associazione o privato che subentrasse alla nostra gestione, solo per avviare l’attività, dovrebbe spendere 30 mila euro. Ci hanno persino proposto di vendere il materiale comprato, ma abbiamo fermamente rifiutato.

Di che oggetti si tratta?
Il materiale che abbiamo acquistato va dalle macchine taglia erba, agli idranti, a molte cucce, al tavolo operatorio, i ferri operatori, la cucina, alle luci, telefoni, stampanti, pc. Persino il vecchio furgoncino, che ci fu dato dal Comune, giunto a fine vita è stato sostituito grazie alla gentilezza di un privato che ci ha donato il suo, non essendo stati messi soldi in bilancio per un mezzo nuovo.

Torniamo al bando, com’è proseguita la storia?
Scaduto il bando, il 20 febbraio, non si è presentato nessuno. Nel frattempo il 31 di gennaio ci era stata chiesta la proroga per due mesi, fatta a parità di condizioni, noi abbiamo accettato solo per un mese, essendo già in rosso l’associazione. Ci hanno poi chiesto un affidamento diretto per sei mesi, da marzo ad agosto, con un indennizzo incrementato di 20 mila euro.

Hanno trovato dei soldi in più quindi?
Si, l’emendamento di Fiorentini nel frattempo è passato, e ha consentito di reperire i soldi che ci servivano, dato che nelle spese di bilancio risultavano ancora aperte le forniture del riscaldamento della chiesa di san Cristoforo alla Certosa, chiusa invece dal 2012 . La somma, al netto, si rivela essere di 16 mila euro. Una goccia ma almeno in questo frangente emergenziale il Comune ha dato un segnale positivo di attenzione.

A cosa attribuisce le complessive difficoltà di rapporto con l’Amministrazione comunale?
Purtroppo abbiamo subìto una chiusura netta negli ultimi anni, soprattutto da parte dell’assessore Chiara Sapigni, che già avevamo avuto come oppositrice, quando aveva manifestato l’intenzione di revisionare il ‘regolamento sulla tutela degli animali’ di Ferrara, benché proprio a lei fosse stato consegnato dal ministro Brambilla il premio di “città animal freendly” in virtù del nostro operato. L’assessore aveva addirittura minacciato che, se la gara fosse andata deserta, avrebbe mandato i cani divisi nei tre canili della provincia. Ciò ci aveva gettato nello sconforto più totale, visto che i cani che abbiamo qui sono vecchi per la maggior parte e sono abituati a certi ritmi e ad alcuni operatori.

Questa ipotesi ha avuto seguito?
Abbiamo fatto notare che questa manovra non sarebbe stata esente da spese. Quando mi hanno chiamato dopo la gara infatti la prima cosa che chiesi fu se stessero trasferendo i cani. Mi fu detto di no perché avevano sentito i costi e non si sarebbe risolto il problema di contenimento della spesa. Quindi hanno proposto 20 mila euro in più aspettando il nuovo bando.

A quanto ammontano i costi di gestione?
Il canile costa 170 mila euro, il Comune me ne dà 150, io devo trovare quei 20 mila euro, facendo le stesse cose di prima e con una persona in meno.

Ci sono state vostre proposte per ammortizzare i costi?
Per ammortizzarli avevamo proposto di fare anche delle “pensioni” per stalli temporanei non occupati, così da avere un introito aggiuntivo che la legge nazionale consente. Abbiamo proposto questo già nel 2014, ma ci fu risposto dalla commissione che la legge nazionale non era stata recepita da quella regionale, quindi non potevamo procedere. Qui però c’è un dato storico: c’è un’area del canile che dal 1993 al 1998 è stata utilizzata come pensione per cani con regolare autorizzazione sia sanitaria che comunale. Quindi quella risposta non stava in piedi. Infatti ora c’è stato ‘imposto’ di fare la pensione per i cani, facendo passare questa come una loro idea…

Se lo avesse in mano un privato sarebbe migliore la situazione?
Abbiamo paura che possa andare in mano a un privato. Perché il rapporto con il privato è diverso. Un’associazione persegue degli scopi e ha dei costi di gestione non paragonabili a quelli che dovrebbe sostenere un privato, il quale ci deve guadagnare e spesso, come abbiamo potuto constatare, lo fa a discapito del benessere dei cani.

Cosa pensa della risposta del ‘cane del sindaco’?
Il sindaco, nell’articolo apparso su Ferraraitalia, fa dire al suo cane che “vogliamo risolvere i nostri problemi”, e questo mi ha molto amareggiata: i nostri problemi quali sarebbero, inquadrare il personale? Mettere in regola delle persone che lavorano sarebbe un problema? Noi semplicemente agiamo nel rispetto degli operatori e dei cani che stanno qui.

E la questione dei due canili mantenuti dal Comune?
L’altro canile non ha nessuna sovvenzione dal Comune, non ha cani del Comune e non riceve, se non sporadicamente, contributi comunali. Dall’articolo che riporta il punto di vista di Tagliani si può intendere questo, ma è falso. Forse il portavoce dell’Amministrazione comunale che ha scritto l’articolo si è sbagliato, anche se non è stato mai smentito né corretto. Il canile privato riceve contributi da altri Comuni che hanno le convenzioni, ma non da Ferrara. Il canile è uno solo, quello municipale. L’altro è privato e gestioni e contributi non hanno nulla a che fare fra loro.

Ci sono molti cani qui?
La presenza di cani nei canili è ovunque in diminuzione, lenta ma costante. Il nostro canile può sostenere 117 cani ma ora ne abbiamo solo 88.

Mi allontano con un pensiero martellante: gli occhi di quei cani, ignari di tutto ciò che gli accade intorno. Un’immagine fissa che resta nella testa. E una domanda che mi rimbalza nella mente: ma se loro avessero il dono della parola, cosa direbbero dinanzi a tutto questo?

Alcuni box del canile
Aree di sgambamento
Una cagnolina paraplegica
Paola Cardinali
Una cagnolina sulla sua carrozzina
Alcuni cani che giocano
I danni di un albero caduto a gennaio, non ancora riparati
Tre cagnoline paraplegiche aspettano il “premio”

LA MEMORIA
Fantasia e tenacia: in ricordo di Paolo Mandini che oggi festeggerebbe 73 anni di vita intensa

di Antonio Rubbi

Ci eravamo trovati, giusto un mese fa, amici e compagni, la città nelle sue espressioni che la rappresentavano, sindaco Tagliani in testa, a salutare Paolo Mandini che ci avrebbe lasciati per sempre. Troppo presto e troppo dolorosamente, per Paola e Stefania e per noi tutti. Parlare di lui al passato mi riusciva a stento allora, fatico ad abituarmici ora quando ancora mi pare debba arrivare, attesa e gradita, la sua telefonata per raccontarmi di un fatto della città, del risultato della partita della nostra amata Spal, ma più frequentemente per un fatto politico del giorno , fosse esso inerente a problemi cittadini o nazionali o riguardassero le preoccupanti vicende dell’inquieto e confuso mondo di questi tempi.
Perché con Paolo di politica prevalentemente si parlava. Per lui, come del resto per tutti noi che venivamo della stessa militanza partitica e da una esperienza di vita che se pur distante negli anni era simile nei valori cui si ispirava e nei percorsi da compiere la politica era, ed è rimasta, come una specie di seconda pelle.

paolo-mandiniPaolo per di più le vicende della politica le viveva ancora con la immedesimazione e l’ardore di quando si trovava in prima linea e sentiva di dover dar conto quotidianamente del suo pensiero e del suo operato, benché la condizione del pensionato e i problemi di salute che lo affliggevano gli dovessero suggerire un minor grado di tensione e di coinvolgimento.
Mi ricordava il tempo in cui avevamo operato assieme, un decennio buono in Federazione e poi quasi altrettanto sui banchi del Consiglio Comunale. La stessa voglia di ascoltare e di apprendere, ma anche di confrontarsi senza timore referenziale, sino alla contrapposizione e allo scontro, che non erano stati infrequenti soprattutto negli anni incandescenti dei movimenti giovanili e studenteschi del ’68-’69. C’erano stati momenti in cui davvero avevamo faticato a capirci: il partito dei grandi ancora arcigno e guardingo, culturalmente non pronto ad accogliere le novità dirompenti che tali movimenti proponevano e dall’altro schiere di giovani e ragazze suggestionati da correnti di pensiero e propositi di cambiamenti radicali dello stato delle cose esistenti, rappresentati in una miriade di gruppi e gruppuscoli, partiti e partitini sin li sconosciuti e quasi sempre espressi in nomenclature estreme. Va dato merito a quel gruppo di giovani che si trovavano in quegli anni con Paolo alla testa della Federazione giovanile se, dopo aver tanto battagliato nei cortei, nelle assemblee studentesche, nelle sezioni e nei circoli, con larghissima parte di quei giovani e ragazze sapemmo ritrovarci e riprendere ad operare insieme.
Mi ricordava il Paolo dei dibattiti in Consiglio Comunale ai tempi dell’istituzione dei Consigli di Quartiere per allargare la partecipazione popolare alla gestione della cosa pubblica; dell’apertura di nuovi istituti e sedi in città per incrementare interesse e partecipazione a dibattiti culturali in grado di favorire la conoscenza reciproca ed una collaborazione maggiore tra le forze politiche e sociali della città. E infine, l’inizio del suo lungo e insuperabile impegno, come assessore allo sport. Ha ben scritto Fiorenzo Baratelli, suo amico da una vita, che Paolo Mandini è stato il migliore assessore allo sport che Ferrara abbia avuto e gli sportivi ferraresi di ieri e di oggi hanno già dimostrato di riconoscerlo come tale e sono convinto che non mancheranno più significativi attestati in futuro.

Come dirigente politico Paolo Mandini non aveva solo il gusto del dibattito; sapeva bene che occorreva unire a questo anche il momento dell’azione, del fare. Ed in questo era pieno di risorse. Era dotato di una fantasia e di una mente talmente fervida da sfornare a getto continuo idee e proposte. Per tanti versi mi ricordava l’incontenibile Roffi dalle mille trovate. Ero piuttosto io a mantenere un atteggiamento di cautela quando mi sottoponeva certi parti della sua insuperabile fantasia. Perché Paolo lo conoscevo bene e sapevo che se era bravissimo e assolutamente affidabile per tante cose, non era quel che si dice un organizzatore provetto ed era piuttosto disordinato nelle sue iniziative, cosicché, poteva capitare che alcune brillanti idee si arenassero ancora allo stadio della messa in cantiere ed altre languissero in rifacimenti continui e tempi infiniti.
Ma poi era venuto un momento che mi aveva costretto a ricredermi e mi aveva sorpreso sino allo sbalordimento. Era stato quando era andato a prestare la sua opera nel movimento cooperativo ed in talune circostanze aveva avuto l’incarico di portare avanti iniziative di solidarietà internazionale, che interessato e sensibile come era sempre stato per le vicende internazionali, accendevano il suo entusiasmo. In alcune occasioni si era rivolto a me, in quel periodo alla direzione del partito a Roma a dirigere la sezione esteri, ed ero stato ben felice di potergli dare una mano. Era stato relativamente facile far giungere gli aiuti che il movimento cooperativo aveva raccolto per il Fronte di Liberazione di Angola e Mozambico, per l’Anc che in Sud Africa si batteva contro l’apartheid; bastava collegarsi con i reggiani che avevano un canale aperto e che avrebbero facilitato il recapito. Assai più complicato era stato, qualche anno dopo dar seguito all’appello proveniente da Cuba volto ad ottenere materiale di cancelleria scolastica di cui c’era estrema carenza. Come concretamente Paolo avesse fatto non so, ma non troppi mesi dopo nell’ambasciata cubana a Roma era pervenuta una lettera di ringraziamento del governo cubano diretta alla cooperazione italiana.
E infine la faccenda dell’orologio per Mostar. Una storia quasi incredibile. Tra le tante conseguenze tragiche della guerra serbo-bosniaca c’era stata la distruzione a Mostar del famoso e bellissimo Ponte Vecchio sulla Neretva, costruito dai Turchi nel 1556, e successivamente ornato con un enorme orologio murale d’epoca, anch’esso andato perduto. I bosniaci chiedevano aiuto per la ricostruzione dell’uno e il rifacimento dell’altro. Ed era appunto a nome di una cooperativa specializzata di Modena che dichiarava di prendersi in carico il ripristino dell’orologio murario che Paolo stavolta agiva. Come sia andata a finire di preciso non so, quel che so di certo è che continuò ad occuparsene a lungo con tenace impegno.

Era nella sua indole offrirsi ad ogni causa nobile ed aiutare chiunque si trovasse in una condizione di difficoltà e bisogno, fosse una singola persona, una comunità, un popolo intero. Bisogna anche dire che aveva grande facilità e naturalezza di approccio con persone di altri paesi, di altre storie e culture, di altre razze. E questo approccio lo manteneva allo stesso modo per tutti, dai più umili ai più “grandi”, quelli che entrano nella storia. L’avevamo visto a Ferrara portare a passeggio lo sfortunato protagonista della “primavera di Praga” Alexander Dubček, io l’avevo visto nella sede della Coop di Modena farsi amico in un breve pomeriggio un personaggio come Mikhail Gorbaciov che il mondo intero nel periodo della “perestroika” aveva osannato. Si era immediatamente accattivato la sua simpatia e quando si erano salutati si erano pure scambiati una divertita reciproca pacca sulle spalle. Io Gorbaciov lo conoscevo da anni, avevo trascorso con lui giornate e giornate, ma una confidenza del genere non me la sarei permessa.

Nella vita di Paolo non erano mancati i momenti di amarezza. I peggiori furono certamente quelli in cui lui ed un gruppo di compagni ed amici che condividevano lo stesso pensiero e lo stesso atteggiamento avevano ritenuto loro dovere di cittadini e di militanti di una forza politica che della correttezza amministrativa aveva fatto una sua bandiera, denunciare quel sistema di potere che si era costituito attorno alla amministrazione comunale e ad alcune sue scelte, discutibili al massimo ed opache quando bastava per mettere in allarme e che coinvolgeva settori della politica ferrarese del movimento cooperativo, segnatamente la potente Coop Costruttori. Apriti cielo! Contro questi maldicenti “grilli parlanti” e “moralisti a tempo perso” fu condotta una virulenta campagna per isolarli e metterli all’indice. Una condotta tracotante e miope. Un ceto dirigente un po’ meno coinvolto e un po’ più accorto avrebbe all’opposto cercato di indagare più a fondo i motivi di quelle critiche e l’oggetto specifico della denuncia che veniva fatta. Sarebbe stata anche la strada migliore per cercare di suturare la ferita profonda che era venuta a crearsi all’interno dello stesso schieramento. Lo fecero più tardi, quando arrivarono loro alla direzione del partito: Roberto Montanari prima, con nettezza e a modo suo, Mauro Cavallini dopo. Ma poi furono i fatti a parlare: il crac rovinoso della Coop Costruttori, con tragiche conseguenze per migliaia di famiglie e di lavoratori e pesanti ricadute sull’economia argentana e ferrarese, le cause in giudizio nelle aule dei tribunali; il Palazzo degli Specchi ridotto ormai alle sembianze di uno spettro a testimonianza simbolica dello scempio compiuto. Nell’acceso scambio polemico di quegli anni ci saranno state certamente forzature da una parte e dall’altra. A Paolo capitava di trovarsi sopra le righe, non aveva difficoltà ad ammetterlo. Ma riconoscere ora, alla luce di quanto accaduto, chi era nel vero non dovrebbe essere difficile. E’ sperabile allora che qualcuno tra i responsabili senta di dovere quanto meno delle scuse a quanti condussero quelle battaglie di verità?

Il pensiero di Paolo negli ultimi tempi era rivolto, come credo la maggior parte di noi, a cercare risposte dal caotico e mal governato mondo che ci ritroviamo. Come la fermiamo quella orribile marmaglia nera dei fanatici e feroci seguaci del sedicente Califfo prima che si attesti in forze anche davanti all’uscio di casa nostra, in Libia, e pronta a sguinzagliare nei paesi europei i suoi sicari di morte? E come fronteggiamo la massa dei migranti che scappa dai paesi in guerra, fatto salvo il dovere, prima di tutto, di assisterli affinché non anneghino? Seminando paure, alzando sempre più filo spinato, lasciando fare le ronde di razzisti e xenofobi sollecitati ad arte da movimenti populisti e forze di destra che sull’odissea dei migranti intendono procacciarsi popolarità e voti, o piuttosto con una più energica ed unitaria iniziativa europea di intervento nei paesi d’origine, e per regolare e distribuire più equamente, tra i 28 paesi dell’Unione, il loro carico e organizzando i rimpatri di quanti non hanno motivi per restare? Si sfogava con me, ma capivo che su problemi come questi avrebbe voluto confrontarsi in sedi ben più ampie e rappresentative. Cosa pensava la gente bisognava farlo con il contatto diretto, non solo online. E questo si sarebbe dovuto fare anche a proposito di misure del governo che non lo convincevano tanto e delle quali avrebbe voluto dire molto di più di quel che si poteva affidare ad uno smilzo trafiletto di giornale. Ci voleva ben altro spazio per spiegare perché lui ritenesse “liberista” della più bell’acqua la riforma del Jobs Act che si sarebbe voluto far passare come “di sinistra”, e lo lasciavano scettico le riforme costituzionali perché con la motivazione che si superava il bicameralismo si era giunti a proporre una sorta di mini Senato che non si capiva bene che vesti indossasse e che funzioni avrebbe dovuto assolvere nella sua nuova vita. L’unico dato certo che questa riforma vista insieme al progetto di nuova legge elettorale in cantiere ci avrebbe dato tanto una Camera quanto un nuovo piccolo senato di persone nominate dalle segreterie (o meglio da alcuni segretari) di partito producendo uno strappo serio al principio di rappresentatività della sovranità popolare indicato dalla costituzione e quindi al carattere democratico delle istituzioni parlamentari del paese.
Come sorprendersi poi se cittadini ed elettori si staccavano sempre di più dalle istituzioni, dai partiti, dalla politica? Avevamo vissuto entrambi in modo traumatico (penso sia stato cosi per una grande quantità di elettori della nostra regione, soprattutto tra quelli orientati a sinistra) il fatto che alle elezioni regionali dello scorso anno solo il 37 (!) per cento dell’elettorato si fosse recato alle urne. Questo nell’Emilia Romagna, una delle regioni più evolute e democraticamente avanzate dell’intero paese! Ma ciò che aveva ancor più sbalordito è che questo dato non avesse sollevato un’ondata di richieste di spiegazioni, un sussulto degli iscritti e simpatizzanti di partiti di sinistra che la regione l’avevano da sempre guidata, un moto anche di indignazione. Tutto velato, silenziato, archiviato in fretta. A questo era giunta una politica che era andata via via allontanandosi dagli interessi e dai sentimenti di larghe masse popolari e fatta da partiti trasformatisi in semplici comitati elettorali a sostegno del prescelto di turno perché possa ricevere la delega necessaria alla sua personale carriera. Si era ormai parecchio lontani da quella concezione della politica come portato di valori ideali per cui battersi con dedizione a assoluto disinteresse, come opera e servizio nell’interesse della comunità e della sua parte più emarginata in specie, come funzione da esercitare nel pubblico e nel privato con rettitudine ed onestà. Una concezione della politica che non può essere solo dei tempi andati ma che deve essere di ogni tempo. Soffriva per questa piega delle cose ma non disperava che fosse ancora possibile recuperare un modo di fare politica che fosse ancora capace non di carpire qualche voto in più ma di accendere il pensiero e scaldare i cuori.

Oggi Paolo avrebbe compiuto 73 anni. Da come gioiva quando dai periodici controlli medici di Padova tornava con buoni esiti, o si deprimeva quando stabilivano il contrario, si può capire come fosse tenacemente attaccato alla vita e pensasse, sperasse, di festeggiare e questo compleanno e tanti ancora a venire. Lo voleva perché sentiva forte l’affetto dei suoi cari, la simpatia e la solidarietà degli amici, la stima di tanti. Lo voleva perché sentiva di avere ancora tanto da studiare e imparare, tanto da vedere e curiosità da soddisfare, tanto da fare.
Per noi lo doveva perché sentivamo quanto ancora potesse dare a noi tutti e alle cause per cui ha speso una vita. Credo sarebbe lieto di sapere che per quel tanto che ci sarà concesso proveremo a fare anche la sua parte.

Roma, 12 febbraio 2016

 

Antonio Rubbi è stato un esponente di primo piano del Pci sia a livello locale che a livello nazionale. E’ stato segretario della Federazione provinciale del Pci nel decennio delle ‘riforme’ e della grande avanzata del Pci: gli anni settanta. Dopo molti anni di presenza nel Comitato Centrale del Pci, entrò nella Direzione nazionale e fu nominato responsabile della Sezione Esteri, divenendo uno dei più stretti collaboratori di Enrico Belinguer. Ha, inoltre, scritto libri importanti sulle esperienze e occasioni che l’importante e delicata responsabilità gli consentirono. Pubblicò libri su Nelson Mandela, Arafat, sulla Russia di Eltsin, su Enrico Berlinguer. Sono testi preziosi per ricostruire il contesto, i fatti e le scelte di politica internazionale che videro il Pci di Berlinguer attivo e protagonista insieme ai grandi dirigenti del sud del mondo e delle grandi socialdemocrazie europee.

IL TRIBUTO
La politica come autentica passione: l’addio a Paolo Mandini, uomo arguto, onesto e generoso

Ha vissuto un’esistenza piena, ricca. E’ stato protagonista di un fertile stagione politica e si è prodigato con impegno, acume, intelligenza per l’emancipazione delle classi più deboli. Da circa un mese e mezzo Paolo Mandini era ricoverato in ospedale e, a seguito di una serie di complicazioni che hanno minato un fisico già provato, oggi il suo cuore ha smesso di battere.
Parlarne con distacco è impossibile. Chiunque lo abbia conosciuto serba di lui un ricordo nitido, gli amici ne custodiranno la memoria. Fin da ragazzo è stato un militante comunista. Ha assunto incarichi prima nelle fila della federazione giovanile poi nel Pci. Ha avuto ruoli anche a livello nazionale, ha frequentato dirigenti di primo piano nel panorama italiano e internazionale. A Ferrara è stato per oltre 15 anni assessore in Comune, prima al Personale poi allo Sport. Era un grande appassionato di calcio e un vero tifoso della Spal. E’ uscito dal Pci nel 1994 a seguito della vicenda connessa al ‘palazzo degli specchi’, combattendo, assieme a un ristretto drappello di oppositori, una rigorosa e intransigente battaglia in nome della questione morale.
Negli anni seguenti ha lavorato con ruoli di vertice in Coop Estense. Era anche giornalista e in questa veste ha diretto il mensile Consumatori e il tg dell’emittente televisiva modenese Trc. Molti lo ricorderanno pure come appassionato organizzatore del Rally della stampa. Proprio la passione era un tratto peculiare, un elemento distintivo del suo temperamento. Era un uomo davvero buono, leale, generoso.

Da un anno e mezzo aveva avviato una collaborazione con Ferraraitalia, ritrovando il gusto di intervenire attraverso i suoi scritti nel dibattito politico. Ricordo con piacere e commozione le lunghe chiacchierate che accompagnavano ogni pubblicazione. Nutro personalmente nei confronti di Paolo un senso profondo di gratitudine per un’amicizia durata più di trent’anni. E ho il rammarico di non avere potuto realizzare ciò che negli ultimi mesi insieme avevamo immaginato: una memoria audiovisiva della sua straordinaria esperienza politica, condita dai mille aneddoti con i quali deliziava gli interlocutori.

Assieme agli amici che attorno a lui si sono stretti anche in queste ultime terribili settimane troveremo la giusta maniera per onorarne e perpetuarne la memoria.

Scrive Fiorenzo Baratelli sulla sua pagina Facebook: “Oggi è morto un amico carissimo e fraterno, Paolo Mandini. E’ stato uno dei dirigenti più amati del Pci. Ora sono troppo commosso per parlare di lui… Sono vicino alla figlia Stefania, alla moglie Paola e al genero Luca che lo hanno assistito con amore e affetto in queste settimane in cui abbiamo in tanti sperato che si riprendesse… La morte ce lo ha strappato fisicamente, ma vivrà sempre nella memoria di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e il privilegio di essergli amico per tanti anni… E’ morto un uomo di valore, buono e giusto”.

(s.g.)

 

Ripubblichiamo qui [leggi] tutti gli articoli di Paolo Mandini pubblicati su Ferraraitalia dal giugno 2014

IL FATTO
Marattin nello staff di Renzi a Palazzo Chigi, al sindaco Tagliani la delega al Bilancio

Negli ambienti comunali ormai si dà per certo che l’assessore Luigi Marattin accetterà l’invito di Renzi di entrare a far parte della sua ristretta squadra di consulenti economici.
Ma al momento non è prevista la nomina di un sostituto. La novità di queste ore, infatti, è che la delega al bilancio sarebbe assunta direttamente dal sindaco Tiziano Tagliani. Non è quindi ipotizzabile, al momento, alcun rimpasto nella compagine di giunta.
Questo, almeno, sino a quando non sarà chiaro che la scelta di Marattin sia definitiva e davvero incompatibile con il suo attuale incarico di amministratore comunale. Tagliani ha, infatti, molta fiducia nelle capacità e nelle competenze del suo collaboratore. E prima di accettare l’idea di doversene privare definitivamente, vuole essere certo che da Roma fra qualche settimana o qualche mese non parta un treno di ritorno. Pur di riportarlo in squadra, il sindaco sarebbe probabimente pronto a riavere il suo assessore anche solo part-time.

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