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Accettare i demoni

La saggistica sui problemi della psiche mi annoia. Bastano poche pagine. Eppure sono interessato ai problemi della psiche (la mia, anzitutto, che discorsi). I testi che non mi annoiano, tuttavia, sono molto più vicini ad una storia, un racconto, un romanzo. Oppure sono un romanzo. Il guaio è che le storie pongono solo domande. Quando sento il bisogno di un piccolo conforto, di qualche risposta o anche di un semplice suggerimento – e non ho i soldi per andarmi a sedere in una poltrona per 45 minuti – mi tuffo nelle parole di un Grande Ansioso, diventato terapeuta, che scrive come un narratore.

“Anche se i demoni sono così bravi a spaventarti e a minacciarti, in realtà non ti fanno mai male veramente. Perché no? Perché non possono farlo. Tutto ciò che possono fare è ringhiare, spaventarti. Il loro unico potere è la capacità di farti paura ma, concretamente, non possono neanche toccarti. Quindi, se credi che ti faranno veramente ciò che dicono, cadi nel loro gioco e saranno loro ad avere il controllo della barca. Quando ti renderai conto che non hanno la capacità di farti del male fisicamente, sarai libero. Potrai condurre la barca ovunque tu vorrai, a patto però di esser disposto ad accettare la presenza dei demoni. Lascia che loro si avvicinino, osservali e continua a guidare la tua barca verso la tua meta. Tutto quello che devi fare per raggiungere la terra è lasciare che i demoni ti circondino, che ti gridino quello che vogliono, e continuare a guidare la barca verso la costa. I demoni possono urlare e protestare, ma non possono fare niente per fermarti.

A questo punto starai pensando: “Ma perché li devo tenere sulla barca? non posso lottare con loro e buttarli in mare?”

Certo, puoi provarci, ma sarai talmente impegnato a lottare con loro da dimenticarti del timone, correndo il rischio di andare a sbattere contro uno scoglio e ribaltarti. Inoltre è una battaglia che non potrai mai vincere, perché i demoni sono infiniti.

Potrai pensare: “Ma è orribile! Non voglio vivere circondato da demoni!”

Mi dispiace doverti dare una brutta notizia: lo sei già.”

(Russ Harris)

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Gli anni passano

Gli anni passano.
Bella scoperta.
Lo specchio è inclemente, specie appena alzati. Specie se la pandemia ti ha impedito di recarti dalla parrucchiera e hai, evidente, una crescita a lingue bianche e bigie. Specie se, vecchia, lo sei davvero.
Ogni sera, lavati i denti, riposti gli occhiali, infilato il pigiama — che si potrebbe scartare, ma è così comodo — c’è la conta dei danni. Rughette in più sulla faccia — agli angoli degli occhi, della bocca, ormai anche sulle guance — una pelle lassa, certe macchioline puntiformi rosse e altre chiazze abbronzate di “lentigo senilis”. Il collo non è messo meglio, colpa della gravità che ha inferto la sua crudele legge ad altre parti del corpo, nessuna esclusa. Il mio rivestimento esterno è tutto uno stropicciamento, come di carta bagnata, appallottolata e poi stesa ad asciugare: non ritornerà mai più liscia. Il motore è quello di un’auto molto usata. È affaticato, non ha più lo sprint di prima, si surriscalda facilmente, bisogna farlo riposare, si sta esaurendo.
Non l’accetto. Non l’ho mai accettato. Guardarmi così. Assistere mentre perdo i colpi, i pezzi di me — tonicità, spirito, rapidità, lucidità, desideri, sicurezze, salute.
Quando ero giovane non ci pensavo. Se ci pensavo, mi sembrava logico invecchiare.
Ora mi sembra un affronto.
E va bene. Sono fortunata, perché l’alternativa all’invecchiamento è una eventualità peggiore.
Ma mi fa paura, invecchiare. E mi fa arrabbiare.
Perché “dentro” non sono così. Talvolta anche fuori — con la gestualità, le espressioni — non sono così. Mi sono fermata ai miei diciotto anni benedetti e quando mi vedo riflessa, non mi riconosco.
Va bene. Non lamentiamoci. Nemmeno soffermiamoci al pensiero. Tanto non cambierebbe nulla.
E mascheriamoci — di tinta capelli, di trucco, di abiti giovanili — per illudersi un altro po’, per prendersi in giro, per darsi coraggio.
Ma allora evitiamole, certe telefonate…
Evitiamo di girare il coltello nella piaga.
Evitiamo l’ennesima richiesta da parte di una centralinista gentile, straniera, di una non meglio identificata azienda di fornitura gas e luce, che ti chiede di rispondere a quattro domande “se ha tempo e non è di disturbo”, per un sondaggio nella provincia a tutte le persone con più di sessantacinque anni d’età.
— No, grazie, non ho tempo, — ho risposto. E avrei voluto precisare: non ho tempo da perdere. Non ho più tutto il mio tempo. Non ho nemmeno quel tempo. Perché nonostante le apparenze — nel qual caso mi stesse osservando attraverso il telefono — sessantacinque anni ancora non li ho.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

Resistere o accettare

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nella prima ora del mattino.
(La redazione)

Da sostenitore della Resistenza e propugnatore della sua memoria, non comprendo chi chiama costantemente alla resistenza contro qualcuno o contro qualcosa, come se stare sempre in tensione fosse auspicabile. Come se resistere avesse un significato escatologico. Credo invece che molta gente dovrebbe imparare a mollare.

“Ciò a cui opponi resistenza, persiste. Ciò che accetti può essere cambiato.”
Carl Gustav Jung

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

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Consumare alla moda

La moda intesa nell’ampia concezione del termine, “sono alla moda” perché indosso un certo capo d’abbigliamento, “sono alla moda” perché seguo un certo tipo di comportamento e così via, costituisce un fattore di rilevante importanza nella nostra società.
Tendiamo a far di tutto per essere accettati e ben visti dall’altro e, più o meno consciamente, ci avvaliamo anche di questo strumento.
Ci identifichiamo in icone e stili ben riconoscibili e arriviamo ad acquistare determinati prodotti senza averne concreto bisogno.
Ciò che sta dietro a queste effimere esigenze di consumo è l’immagine che se ne trae. Il prodotto trasferisce sul suo compratore quella serie di valori che la società stessa vi attribuisce e lo rende unico, “alla moda”, di tendenza… così come fa con tutti gli altri.

“Distinguersi nelle scelte è meglio che omologarsi nel mare di un consumismo spersonalizzante”
Carla Fendi

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Ostacoli… affrontarli o ignorarli? Le risposte dei lettori

Risolvere o superare i problemi? Aspettare che la bufera passi o immergersi nelle tempeste della vita?
Di seguito le lettere dei nostri lettori.

Problemi? Un’altra volta grazie!

Ciao Riccarda, è certamente difficile dare una risposta al quesito di questo articolo. Cerco di affrontare i problemi, ma naturalmente non tutti sono risolvibili, se non riesco a trovare la soluzione, mio malgrado, sono costretto ad abbandonare e lo lascio a decantare, non dimentico che esiste, ma lo guardo ogni tanto da diverse angolazioni e alla luce di nuove esperienze che forse potrebbero darmi la soluzione, non è proprio una fuga, direi più un temporeggiare in attesa di sviluppi migliori. L’unica certezza che ho, è quella di non farmi assorbire totalmente dal problema in maniera tale da non avere più tempo per dedicarmi ad altre cose belle che possono capitare, direi che alla fine diventa una ‘convivenza forzata’ dalla quale cerco di trarre il maggior vantaggio possibile. Non so se è la maniera giusta, non credo ne esista una, sarà per me interessante leggere altre risposte nella tua rubrica per apprendere idee nuove alle quali magari non ho mai pensato. Buon lavoro.
Gigi

Caro Gigi, la convivenza forzata sotto lo stesso tetto con un problema è democratica: anche i single più convinti ne sanno qualcosa. La tua strategia di temporeggiare e lasciare decantare mi sembra la soluzione migliore, un po’ come quando un uomo dice a una donna ‘vediamo’, che non vuole dire niente, ma intanto passa un po’ di tempo e la donna si è già dedicata a un altro pensiero. Se funziona con noi donne, perché non dovrebbe funzionare con i problemi della vita?
Riccarda

Problemi? Sì ma con distacco!

Cara Riccarda, mi è capitato, nei periodi di maggiore stress, di trovarmi sveglia nel cuore della notte con mille pensieri roteanti e un senso di angoscia per il problema che dovevo affrontare. E poi ripensandoci al mattino, a mente sveglia, le cose erano meno tragiche di come le avevo viste alla notte: questo per lo sguardo diverso, a mente più lucida, distaccata. Non è facile e non sempre ci riesco ma negli anni ho affinato una tecnica: provare a vedere le cose da spettatrice e non da attrice, perché è proprio la voce fuori campo che può aiutare ad aggirare gli ostacoli, non ad eliminarli ma nemmeno ad esserne schiacciati.
M.

Cara M., mi piace la voce fuori campo, una specie di specchio fuori di me che riflette come stanno le cose. E’ vero, da dentro o da troppo vicino è sempre tutto così grande che facciamo fatica a comprenderlo. Tu ti fai spettatrice, diventi pubblico e osservi, ferma, cosa scorre sul palcoscenico della tua vita. Mi permetto di pensare che questa tecnica tu l’abbia affinata dopo anni di prove andate male in cui pensavi che la soluzione fosse stare a pensarci la notte. Anche per te è una questione di sguardo e distacco, di ridimensionamento. E così un po’ lo hai già superato.
Riccarda

Imprevisti, scelte e conseguenze

Ciao Riccarda, tutte le cose hanno il loro corso e tutto si sistema più o meno da solo, perciò credo che, per quanto un problema possa sembrare insormontabile prima o poi o si risolve o si supera, a meno che non si tratti di matematica ovviamente. Quello che fa paura non è l’ostacolo in sè, ma il modo in cui decidiamo di superarlo e le conseguenze che la nostra scelta porterà. Le preoccupazioni arrivano senza chiedere il permesso, travolgono e quando sono presenti sembra che il mondo possa crollare da un momento all’altro, ma fino ad ora mi sembra che il mondo non sia mai crollato, semmai è cambiato. Alcuni cambiamenti sono forzati, altri voluti ma il tempo, si sa fa sempre il suo dovere. E’ un po’ come andare a dormire dopo una brutta giornata, il giorno dopo sicuramente i pensieri saranno più leggeri e i problemi più lontani.
E.

Cara E., è vero, le preoccupazioni arrivano senza farsi annunciare, ma è così anche per le emozioni e le cose belle.
Riccarda

Accettare non è arrendersi

Cara Riccarda, ci sono problemi irrisolvibili perché non tutto dipende da noi. A volte si lotta contro i mulini a vento, inutilmente, per il semplice motivo che si è soli a farlo. Altre volte penso che il problema vada veramente visto “dall’ altra parte della valle”. È veramente un problema o il problema è come ci poniamo noi dinnanzi ad esso. Talvolta si può solo aspettare, lasciare passare la tempesta e sperare che faccia meno danni possibili. Non siamo sempre padroni del nostro destino. Sono tanti i fattori che lo compongono e non possiamo controllarli tutti. Bisogna imparare a distinguere tra ciò che si può cambiare (e farlo) e ciò che bisogna semplicemente accettare.
Silvia

Cara Silvia, la mania del controllo, per carità. Credo che noi siamo padroni del nostro destino molto meno di quanto ci illudiamo. Non so se gli sforzi maggiori ottengano sempre i migliori risultati, almeno per me non è mai stato così. Concordo sul principio dell’accettazione che non è arrendevolezza, ma consapevolezza: accettare, lasciare andare ed essere di nuovo liberi, di nuovo orientati.
Riccarda

Potete mandare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Ritrovare la strada per la felicità

La scoperta della leggerezza dopo un grande vuoto, ritrovare se stessi nonostante l’abbandono. Le nostre lettrici raccontano le scelte e le conquiste sulla via della felicità.

Idealizzare il passato: una consolazione fasulla

Ciao Riccarda,
in genere quando si decide di lasciare andare una persona o una situazione che ci va un po’ stretta è una vera e propria liberazione! Ci si sente spensierate, libere di essere e con tanta energia e voglia di fare (spariscono perfino le rughe!). Per quel che mi riguarda il vuoto arriva dopo… e quella situazione che era diventata insopportabile e opprimente inizia a mancarmi.
A distanza di anni non riesco più a vedere i lati negativi di quella storia ma sento la mancanza di quelli positivi. E’ come se il tempo idealizzasse quel rapporto che non c’è più e quando è il presente a diventare pesante, uso i ricordi del passato per trovare un pò di respiro. Forse quello spazio per noi stesse che ritroviamo solo dopo essere fuggite, dovremmo crearlo sempre.
E.

Cara E.,
mi fido se garantisci che spariscono pure le rughe.
Usare, come dici tu, i ricordi del passato per consolare il presente mi sembra un po’ pericoloso perché il filtro è opaco. Come quando troviamo nell’armadio un maglione datato che ci sembra ancora di moda, ma poi quando lo indossiamo vediamo che di moda non è più.
Succede così anche con quella parte di passato che ci piaceva tanto e che bussa alla memoria per ricordarci che è esistito soprattutto quando il presente è faticoso. Credo sia un falso amico che gioca con la nostra propensione a idealizzare. Niente toglie ciò che è stato, ma quel ciò che è stato dovrebbe farci il piacere di rimanere dov’è e non destabilizzarci, altrimenti non vediamo e non viviamo il nostro oggi che continua a sfuggirci.
Concordo sullo spazio per noi stesse da mantenere sempre, il più è ricordarsi quanto sia giusto e vitale.
Riccarda

Perdersi nell’attesa di una ricompensa che non arriva

Cara Riccarda,
come si misura l’assenza, bella domanda.
Ho convissuto anni con una persona che amavo come non credo sarò capace di amare ancora.
Ho lasciato tutto – paese di origine, famiglia, amici – per seguirla, per agevolarla nel suo lavoro, più impegnativo del mio, anche solo per gli orari estenuanti che comportava.
Ho erroneamente pensato che per quel mio sacrificio lui mi avrebbe ricambiata riempiendo la mia vita della sua presenza, della sua attenzione e della sua dedizione, la stessa che avevo riposto io in lui.
I miei giorni, invece, si sono riempiti di attese.
Usciva il mattino presto e tornava la sera tardi.
Io ero diventata il cane che aspetta a casa il padrone, agognando una carezza. Che arrivava sì..ma distratta…come appunto quella che si dà al cane quando si torna a casa dopo una giornata lunga e faticosa.
Io però non sono un cane. Sono una persona, con esigenze molto più profonde che non il cibo o la passeggiatina fuori per fare pipì.
Mi vergognavo troppo per dire queste cose, che anche ora che le scrivo sembrano così banali.
Il mio mondo girava intorno a lui, per lui. Io, non mi ricordavo più nemmeno cosa mi piaceva fare, tanto mi ero abituata a sentirmi dire che non si poteva “perché lui doveva occuparsi dell’attività” e “non c’era tempo”.
Ma quando ho accettato e accolto la consapevolezza di non essere importante quanto lui lo era per me, mi sono svegliata e ho scelto.
Ho scelto me, e un male che ancora adesso fa male, ma che mi ha ridato la libertà di vivere come piace a me e non in attesa di qualcuno che mi faccia felice.
Perché la mia felicità dipende da me e l’unica assenza che veramente mi può ferire, è la mia.
D.

Cara D.,
lo hai capito da sola: l’assenza di lui era meno grave dell’assenza che tu avevi creato per te stessa rinunciando a tutto e dimenticando cosa ti piacesse fare. Questa è la vera mancanza, quando non ci consideriamo più perchè siamo proiettati verso qualcun altro, quando ci inganniamo pensando che sacrificarsi per lui o lei sia giusto e che una forma di restituzione prima o poi arriverà.
Come dimostra la tua lettera, l’attesa non finisce mai, o meglio, non finisce grazie all’altro che si accorge di noi e allora fa qualcosa. L’attesa e la sua conseguente infelicità, finiscono quando capisci che sei tu a doverti liberare dalla mancanza che, nel frattempo, si è fatta sempre più grande perchè ha fagocitato anche te e le cose che ti rendevano unica.
Ti sei salvata da sola, hai avuto fiducia nella possibilità di uscire da situazioni in cui non esistiamo più, se non di riflesso di qualcun altro.
Riccarda

Più aspettative, più delusioni… e provare ad accettarsi?

Cara Riccarda,
ah… quante aspettative abbiamo verso di loro, illudendoci che con ipersoluzioni si possano cambiare, plasmare, modificare come piace a noi, ma poi cosa rimane dell’uomo di cui ci siamo innamorate?
Le sensazioni di vuoto dopo una rottura sono state diverse per mia esperienza, ma poi ripensandoci bene non era altro che il lascito di cocenti delusioni per non essere stata in grado di trasformarlo a dovere.
La delusione ero io in verità.
Poi, il destino ti fa incontrare chi non si riesce a scalfire nemmeno con la più affilata delle nostre limette per unghie, ed è qui che le nostre insicurezze si trasformano in cambiamento; l’ideale non è quello che ci lascia, ma l’uomo che rimane se stesso, con te, nonostate tu.
C.

Cara C.,
e se ammettessimo che non va bene nè volere cambiare l’altro nè cambiare noi stesse pur di piacere?
Conosco donne stremate dalla fatica nell’uno e nell’altro senso, una fatica di Sisifo perchè a ogni storia è sempre tutto da ricominciare. Se, invece, ci fermassimo a osservare come hai fatto tu, la fatica non avrebbe più ragione di essere: accettiamo l’altro che accetta noi per come siamo. Se davvero avvenisse questo riconoscimento reciproco, non impazziremmo come criceti su una ruota in una folle rincorsa.
Poi, nel tempo, si cambia insieme e ciascuno nel proprio spazio.
Riccarda

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