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di Angela Volpini

Scienza e coscienza: è possibile un’armonia? Sì, è possibile, perché sia la conoscenza, base della scienza e della tecnologia, sia la coscienza, sono qualità e attività dell’essere umano, che non dovrebbero essere mai in contraddizione. E quando c’è contraddizione bisogna cercarne le cause perché lo scollamento tra scienza e coscienza potrebbe mettere in gioco la nostra stessa sopravvivenza.

La scienza è il risultato della spontanea curiosità che gli umani hanno verso tutto ciò che li circonda. Dopo l’osservazione e forse anche il compiacimento di trovarsi in un ambiente tanto vario e bello, suppongo che si domandino:
Come posso muovermi in questa immensità?
Che utilità ha per me tutto quello che vedo, sento, tocco?
Chi sono io che vedo?
Faccio parte di quello che vedo, sento, tocco, o sono altro?
E’ qui che può apparire la prima intuizione di essere altro da quello che uno vede e che possiamo chiamare inizio della coscienza di sé. Coscienza di sé che procede attraverso la continua distinzione da tutto ciò che è altro da sé e si pone come riferimento di tutto quello che c’è. E’ così che può mantenere la distinzione fra sé e intuire la relazione che può avere con tutto l’altro da sé fino a riconoscersi soggetto consapevole.
Questo a me pare il normale processo attraverso il quale l’essere umano prende coscienza di sé e delle relazioni con il suo mondo. Se si mantenesse così, apprenderemmo velocemente quello che è buono per noi e per il mondo e non avremmo tanti conflitti e sofferenze.

Potremmo vedere l’evoluzione e la storia umana da un’altra angolazione. Riconosceremmo nella spinta evolutiva la caratteristica della nostra natura in ricerca continua di una qualità umana sempre più libera e sciolta dal peso della necessità. Riconosceremmo la nostra tensione a creare interazioni sempre più godibili fino a capire che ciò che chiamiamo limite in realtà è la possibilità di esercitare la nostra libertà e creatività affinché a questo mondo che ci ha permesso la vita, gli si possa restituire una finalità armonica e infinita come sentiamo di averla dentro di noi.
Potremmo vedere la storia come il risultato della creatività delle generazioni passate che la offrono in dono alle future affinché il processo di umanizzazione sia sempre più facile e veloce. Potremmo ammirare i tentativi che gli esseri umani hanno fatto lungo la storia per affrancarsi dal limite, dal dolore, dalla fatica, fino a scoprire che il bello, il buono, l’armonico sono le condizioni ottimali dell’essere umano per sentirsi a casa e in comunione con il primo umano fino all’ultimo che verrà. Questo e’ il gusto di esserci!
E’ l’angolazione dalla quale si possono vedere le possibilità, le prospettive, le aperture all’infinito per ogni essere umano. E’ il punto di vista dove si può vedere che il desiderio più grande che ogni persona custodisce nel proprio profondo è l’amore. Un amore che è desiderio di comunicazione, di rivelazione del proprio sé e di scoperta dell’originalità dell’altro perché si è compreso che è nella relazione che si può essere felici. Desiderio di armonia non solo con i propri simili ma anche con tutta la natura, l’universo.
Desiderio di pace, di gioia, di gusto della vita. Quando ci si rende conto che quello che accade in noi succede anche negli altri, finalmente possiamo cancellare quell’orribile immagine che abbiamo dell’essere umano. Possiamo riconoscerci nel desiderio di bene anziché nella capacità di fare il male e riconoscere che l’umanità sta camminando verso la propria pienezza e comprendere che questa pienezza è possibile proprio in virtù di quella dinamica evolutiva e di quelle realizzazioni storiche che hanno qualificato la nostra umanità. Possiamo, quindi, pensare che il nostro obiettivo è l’infinito bene: è il divino.
Questo è il punto di vista mistico dove il procedere è sempre dalle possibilità e dalle prospettive che sono profondamente radicate in noi, nella esigenza di dare senso alla nostra vita personale e nel desiderio di godere già di quello che non è ancora ma che sappiamo dipendere da noi.

Possiamo anche riscattare molte delle conquiste umane anche se realizzate senza una intenzionalità di bene perché non ancora coscienti delle conseguenze delle nostre scelte.
Per usare le qualità umane attraverso le quali possiamo agire sia sul mondo sia su di noi, dobbiamo avere intenzionalità buone per tutti. Allora possiamo davvero usare i nostri strumenti per migliorare la qualità della nostra vita come il Creatore ha usato il suo amore per darcela.
Senza intenzionalità buona, e per essere buona deve essere l’espressione della nostra coscienza e della nostra relazione armoniosa e amorosa con il mondo, il nostro agire può essere pericoloso soprattutto per i mezzi poderosi che abbiamo creato.
Questo pericolo ci mette paura e diffidiamo delle qualità umane anziché della intenzionalità perversa con la quale molti ne usano i prodotti. Questo ci impedisce di essere orgogliosi anche delle nostre buone conquiste. Siamo arrivati al punto di temerle tutte, perché, anziché continuare il processo creativo di miglioramento delle realizzazioni, in conseguenza dei disastri ambientali e economici che questo processo ha prodotto, temiamo l’esercizio delle nostre facoltà peculiari tanto da pensare o a un arresto della espansione scientifica o addirittura ipotizzando un processo di decrescita che potrebbe causare il decadimento o la distruzione della nostra civiltà.

Come superare questo dilemma?
La risposta più semplice sta nell’additare la colpa alla malvagità dell’essere umano, ma non è così. La difficoltà nasce dal fatto che non siamo ancora capaci di riconoscerci tanto nel nostro desiderio-esigenza quanto nella nostra capacità creativa. Non siamo ancora capaci di riconoscere la libertà di cui godiamo e la creatività che sempre usiamo come le naturali qualità per farci come il nostro desiderio ed esigenza ci indicano.
Siamo scissi fra quello che sentiamo essere proprio nostro e quello che facciamo per abitare il mondo. La soluzione è metterci in ascolto e dare parole a quello che sorge dal nostro profondo perché è lì che possiamo riconoscere la nostra vera immagine. Una immagine di bontà, di speranza, di comunione che cancella dal nostro sé e dal nostro orizzonte ogni male confermandoci nell’agire sempre come esternazione del nostro desiderio d’amore, di armonia e di relazione.
Finalmente possiamo capire che siamo buoni, perché è solo nel bene, nel bello che ci riconosciamo e stiamo bene. D’altronde già l’arte che ha accompagnato tutto il cammino dell’umanità è una espressione dell’originalità soggettiva che tenta di rivelare al mondo il proprio mondo. E se nell’arte è evidente il desiderio di rivelazione del proprio mondo a tutto il mondo, se osserviamo bene, ogni scoperta e creazione umana hanno come intenzione recondita quella di migliorare la condizione umana, quella di superare i limiti per cui possiamo legittimamente pensarci buoni e non smettere di creare ma difendere le nostre creazioni dagli usurpatori che vogliono finalizzarle al potere di pochi sui molti.
Si può conciliare la scienza con la coscienza e diventare orgogliosi delle nostre realizzazioni se diamo intenzionalità buona al nostro agire e vigiliamo affinché tutto ciò che scopriamo e creiamo sia veramente per il bene di tutti. Dobbiamo difendere la creatività di ogni persona affinché si possa sempre usare per tutta l’umanità.

L’esplosione del sapere scientifico e tecnologico ha coinciso con l’emancipazione femminile. Questa coincidenza mi ha fatto molto riflettere e l’ho avvertita come un punto di svolta di tutta la storia umana. Il mondo, che è riconosciuto solo maschile, si trova a esercitare un potere totale su tutta la natura. Un potere che poteva essere di cambiamento, di realizzazione, finalmente, di un mondo umano, giusto, solidale, bello e invece è risultato prevaricante e strumento dei forti sui deboli, perché ha ridotto la creatività a una razionalità funzionale alle necessità del momento tanto da creare una realtà così complicata e intricata da cui è difficile uscire.
Voglio dire che la creatività di mezzo mondo, quello maschile, non ha potuto trovare il suo compimento positivo. Non l’ha trovata perché era appunto di mezzo mondo solamente. Mi piace vedere che per arrivare a risolvere i problemi che oggi ha il mondo, è necessario il contributo dell’altra metà.
Un contributo che non si basa più solo sulla curiosità di conoscere e di creare realizzazioni potenti, ma non orientate, bensì anche sul contributo della donna che è la speranza di un mondo dove sia possibile vivere relazioni d’amore. Per questo la donna ha continuato a essere madre. Madre di figli veri, e soprattutto madre dell’umanità possibile. Adesso è arrivato il tempo di unire la speranza di una umanità possibile che è la connessione diretta tra il desiderio di bene custodito nel cuore delle donne con le capacità realizzative sviluppate dagli uomini e decidersi di costruire veramente il nostro mondo.
Un mondo d’amore e di giustizia affinché i nuovi nati possano guardare la vita non partendo dai limiti ma dalle possibilità, dalla fiducia e non dalla paura, e poter riconoscere in ogni essere umano la novità originale che ognuno è.
Questa congiunzione sana le scissioni e le ferite e ci permette di riconoscere nella nostra capacità di amare e di creare la somiglianza con il nostro Creatore che ci ha dato l’ambiente per la vita e che noi possiamo trasformare nell’ambiente dell’amore per la felicità di tutti.
Questa dovrebbe essere la nostra creazione e il nostro grazie per l‘Amore originario.

Cenni biografici sull’autrice:
Angela Volpini è nata nel 1940 a Casanova Staffora, paesino dell’Oltrepò Pavese in provincia di Pavia. Il 4 giugno 1947 fu protagonista di una straordinaria esperienza mistica (il primo di ottanta episodi che si sono ripetuti ogni quattro mesi fino al 4 giugno 1957). In un periodo particolarmente turbolento quelle apparizioni mariane diventarono oggetto dell’appetito dei media dell’epoca e della curiosità popolare fino ad attirare in quei luoghi circa 300.000 persone in un giorno. Tale esperienza suscitò grande interesse anche in molti intellettuali come Pier Paolo Pasolini, Gianni Baget Bozzo e Raimon Panikkar, che di Angela diventarono, per qualche tempo, compagni di viaggio.
Oggi Angela continua instancabilmente a diffondere il messaggio che ha avuto in dono e poi elaborato nel corso di una vita: riconoscere il divino che è dentro di noi, diventare consapevoli delle proprie infinite possibilità di sviluppo, dare senso alla propria vita attraverso la relazione con l’altro e l’esercizio della creatività e della libertà. Un messaggio forte, capace di dare speranza al futuro e futuro alla speranza.

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Redazione di Periscopio

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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