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MI RICORDO, MI RICORDO, MI RICORDO TASS
A 10 anni dalla scomparsa: 26 febbraio, ore 18, Scuola di Musica Moderna di Ferrara

Mi ricordo che, all’indomani della morte di Gide, Mauriac ricevette questo telegramma: “Inferno non esiste. Impazza pure. Stop. Gide”.
Mi ricordo che Kruscev ha sbattuto una scarpa sulla tribuna dell’O.N.U.
Mi ricordo un ballo che si chiamava la Raspa.
Mi ricordo che la parola “robot” è una parola ceca, inventata, credo, da Carel Capek.
Mi ricordo che tutti i numeri la cui somma dà un totale di nove sono divisibili per nove (a volte passavo interi pomeriggi a controllare…).
Mi ricordo lo yo-yo.
Mi ricordo tre modi per fissare gli sci, nella scanalatura del tacco, con un cavetto teso molto avanti sul piede, e con delle cinghie.
(George Perec, Mi ricordo, Bollati Boringhieri, 2013)

Nel suo bellissimo libro “Mi ricordo”, George Perec mette in fila sulla pagina i suoi ricordi. In maniera scientifica, quasi tassonomica: i ricordi ci devono essere tutti, nessuno escluso. E in maniera caotica, assolutamente casuale: perché non puoi sapere quando un ricordo sale in superficie.  Perec vuole dirci, o almeno così l’ho inteso, che “noi siamo i nostri ricordi”. E poco altro: un po’ di presente, una briciola di futuro (e non in tutti), tutto il resto è un enorme baulone di ricordi. Di cui non conosciamo neppure il fondo. Insomma, contro Shakespeare, la nostra materia non sarebbe fatta di sogni ma di ricordi.
Qualche ricordo, qualche persona ti rimane impigliata nel cuore e nel cervello, e allora il ricordo “ti ritorna su” continuamente, anche se è già passato un anno, o cinque, o dieci anni. Cosi, nel decennale della sua morte, tante persone che l’hanno amato e che lui ha amato, hanno unito in un libro i loro ricordi di Stefano Tassinari, per tanti di noi semplicemente Tass.  Di seguito, trovate alcuni contributi che ho estratto a occhi chiusi dal volume.

“Sul filo del ricordo : la mutanza politica, il lavoro culturale, le passioni di Stefano Tassinari raccontati dalle compagne e dai compagni di strada” (REDSTARPRESS, 2022), viene presentato a Ferrara domenica 26 febbraio alla Scuola di Musica Moderna. Per tutti l’appuntamento è per le ore 18,00

 

A CURA DI
Agostino Giordano e Stefania De Salvador

CONTRIBUTI DI
Vic Albani, Checchino Antonini, Marco Baliani, Matteo Belli, Paolo Bernardi, Nicola Bonazzi, Pino Cacucci, Paolo Capodacqua, Stefano Casi, Mauro Collina, Mauro Covacich, Fausto Bertinotti, Alberto Bertoni, Giulio Calella, Salvatore Cannavò, Isabella Carloni, Daniele e Angelo (“Le Bistrot” di Dozza), Stefania De Salvador, Roberto Formignani, Paolo Fresu, Luca Gavagna, Rudi Ghedini, Agostino Giordano, Massimiliano Gregorio (Casa del Vento), Claudio Lolli, Gigi Malabarba, Roberto Manuzzi, Luigi Monfredini, Alberto Ronchi, Mauro Pagani, Alfredo Pasquali, Darwin Pastorin, Andrea Satta (Têtes de Bois), Roberto Serra, Marino Severini (Gang), Michele Terra, Riccardo Tesi, Fabio Testoni, Filippo Vendemmiati, Wu Ming 1, Yo Yo Mundi.

VECCHIO TASS

Lo chiamavamo così, Stefano. Non perché fosse tanto più anziano di noi, vi erano solo quattro o cinque anni di differenza, anche se, in quei giorni, potevano sembrare un’epoca intera, ma perché gli riconoscevamo una sua particolare saggezza. Certo, lui continuava ostinatamente ad appassionarsi per i Rolling Stones, quelli con Brian Jones degli anni sessanta, noi eravamo immersi nel post punk della fine degli anni settanta, primissimi ottanta, ma la sua capacità di costruire quasi miracolose iniziative, di realizzare concretamente le sue piccole utopie, richiamavano istintivamente quel do it yourself che era uno dei capisaldi della cultura anglosassone che più invidiavamo e cercavamo maldestramente di imitare.

Stefano era quello che aveva fondato la Cooperativa Charlie Chaplin, cui era immediatamente seguita la Scuola di Musica Moderna. Uno spazio realizzato da e per i musicisti di Ferrara, dove si potevano ascoltare e imparare chitarra acustica ed elettrica, sax, tromba, batteria, contrabbasso, basso elettrico, colmando le lacune di una scuola che relegava la cultura musicale al solfeggio e al flauto dolce. Un’intuizione talmente potente che ancora oggi la Scuola è uno dei fiori all’occhiello del panorama culturale ferrarese.
Poi, insieme a Laura Magni e altri collaboratori, aveva dato vita a «Luci della Città», senza dubbio la rivista, con i suoi deliziosi inserti fotografici, più bella e raffinata della storia editoriale ferrarese.

Ecco, la collaborazione, Stefano era un uomo del “noi”. Riusciva a coinvolgere le persone e questo coinvolgimento era una delle sue grandi soddisfazioni. Era naturalmente presente, ma evitava di accendere tutti i riflettori su di sé, ipotizzando un modello di lavoro dove tutti, a partire da lui, erano coinvolti in ogni fase realizzativa. Con il passare degli anni ha mantenuto e rafforzato queste sue caratteristiche, riuscendo, tra le tante iniziative ideate e organizzate, a portare pubblico e scrittori alla mensa universitaria di Ferrara per incontri letterari, preceduti da ordinate file pronte a servirsi del cibo preparato dalla mensa. Il titolo, immediato e geniale, non poteva che essere In Mensa con l’Autore.

Non si può nemmeno dimenticare, già negli anni 2000, l’omaggio a Demetrio Stratos, realizzato al Teatro dell’Argine di San Lazzaro, uno dei luoghi a lui più cari, dove è riuscito non soltanto a riformare gli Area, ma a far imbracciare di nuovo, dopo decenni, un basso elettrico ad Ares Tavolazzi.

Tutto questo e tanto altro, era strettamente legato a una precisa visione del mondo, a una coscienza politica che, aldilà del trotskismo a cui si richiamava, era, ancora una volta, concretamente, fatta di richieste alle istituzioni modeste rispetto ai progetti presentati e alla mole di lavoro ipotizzata (perché i soldi pubblici sono pubblici, appunto), ma, soprattutto, di prezzi popolari, nella convinzione che tutti, ma proprio tutti, dovessero avere accesso alla cultura. La coerenza tra quello che si pensa e quello che si fa, dote oggi quasi completamente scomparsa, era la linea guida seguita da Stefano. Sicuramente poteva essere eccessiva e fastidiosa, a volte, ma, in alcune occasioni raggiungeva momenti quasi surreali, che non potevano non far sorridere e renderlo, lui, un po’ serioso come tutti i sessantottini, estremamente simpatico. Come quando, dalla gradinata della Spal, rimproverava da solo, urlando, gli ultras della Curva Ovest a cui sfuggivano sberleffi vagamente razzisti nei confronti di un giocatore avversario. Ed è proprio così che mi piace ricordare il Vecchio Tass.
Alberto Ronchi

LA SINISTRA NEL PALLONE

Ci sono sere che racchiudono speranze, segreti, sorprese. Sere tra amici, tra gente come te, specchio di un mondo che non finirà mai, perché in questo mondo regnano la tolleranza, la libertà, il rispetto per gli altri, la voglia di stare insieme. In sere così si può parlare di calcio, che è poi uno dei tanti percorsi della nostra vita, dove s’intrecciano, in sottili arabeschi, amore e politica, gioia e dolore.

Festa di Liberazione a Bologna, sull’affacciarsi di una notte tiepida e nello sciabordare di una nostalgia di ritorno, Stefano Tassinari, scrittore di spessore, ci ha portati nella sala dibattiti: Rudi Ghedini, Michele Serra e io, l’unico juventino del gruppo. Gli altri, interisti sfegatati, con Tassinari che conosce una sua salvezza nel tifare anche per la Spal. Lo spunto è dato dal libro, bellissimo, di Ghedini, “Semifinale”, che narra di una vittoria preludio di una sconfitta nella finale (a San Siro, contro tedeschi senza arte né parte: questo è, in maniera ormai iconografica, il destino di chi, sui quarant’anni, è nerazzurro), ma pure di passioni amorose, sociali, di dubbi e verità, contraddizioni e certezze, dove possono giocare, fianco a fianco, Manicone e Karl Marx, Rummenigge e Batman. Titolo della serata: La sinistra nel pallone, e come poteva essere diversamente?

Ci siamo divertiti, certo: sberleffi, ricordi dolceamari, la Juve operaia di Heriberto Herrera, l’Inter del Mago, Carletto Dell’Omodorme e Cerilli, Vladimiro Caminiti e Gianni Mura, ma anche considerazioni su un pallone che ha perso le sue radici e la sua identità, che vorrebbe cancellare la favola del Chievo. Stefano, Michele e Rudi sono stati, come sempre, magnifici; io giocavo in trasferta ma sono riuscito a difendermi – penso – con onore, puntando, come si conviene, sul contropiede. Ho avuto l’onore di leggere pagine di Frei Betto e di Eduardo Galeano, di riportare sul verde del prato Garrincha (Mané Garrincha sono io!). Soprattutto, ho avuto la fortuna di trascorrere una serata vera, intensa, leggera, tra belle parole
e belle persone. Nel suo romanzo, Rudi Ghedini schiera in campo la squadra della sua vita. Scrive: «Per una scelta davvero autobiografica, non ha senso selezionare in base alle vittorie. Altrimenti, spiccano gli eroi dei quattro scudetti (Burgnich, Facchetti, Jair, Mazzola, Corso), insieme ai campioni del mondo (Marini, Oriali, Altobelli, Bergomi), e la formazione sarebbe già fatta con Zenga e Suarez nei ruoli mancanti. Ma certi giochetti devono sfuggire alle classifiche di rendimento, ai rigorosi moduli tattici, se non per escludere una squadra senza portiere e con quattro centravanti. Procedo dunque per sottrazione. Lascio da parte i calciatori in attività, poi quelli che, praticamente, non ho mai visto all’opera ed ecco il risultato: Bordon, Oriali, Brehme, Marini, Mozzini, Mandorlini, Fanna, Mazzola, Boninsegna, Matthaus, Rummenigge». Io sfido questa Inter con la mia Juve del cuore: Zoff, Gentile, Leoncini, Furino, Brio, Scirea, Causio, Tardelli, Anastasi, Cinesinho (chiedo scusa a Platini, ma Sidney Cunha Cinesinho ha giocato nel Palmeiras), Bettega. Vittoria scontata. Per noi.
Darwin Pastorin
da Tempi supplementari. Partite vinte, partite perse, Feltrinelli, 2002.

STEFANO; SE TU SAPESSI QUANTO

Stefano, se tu sapessi quanto
mi ha dato la tua vita, e la disarmonia
che, col gioco di prestigio dell’incanto
e la magia
delle parole che ti ostini a pronunciare
in questo porto misero di mare
come se il mondo fosse nei tuoi libri,
cerchi di allontanare
allora i viaggi nella vecchia Ford
e il pilota automatico a guidare
a parlare
di testi che nessuno leggerà
guardarsi dentro non è mai importante
ma quando tu tacevi, cuoco strano,
tifoso della Spal
Ferrara ed un bambino
giocare a calcio e poi
verso quel chiosco verde di gelati
correre insieme
tenendosi per mano.
Claudio Lolli
(da Rumore rosa, Stampa Alternativa, 2004)

Di e su Stefano Tassinari su Periscopio:
(8 maggio 2020) IL REGGIMENTO PARTE ALL’ALBA. Di Stefano Tassinari, del prato verde della giovinezza, di quello che mi ha insegnato
(5 maggio 2022) Parole a capo: due poesie di Stefano Tassinari  

C’è un bellissimo sito a lui dedicato, messo insieme pezzo per pezzo dai suoi amici. Raccoglie un numero incredibile di scritti, documenti visivi, progetti, testimonianze, forse un decimo di quello che Stefano ha sognato di fare e ha fatto nella sua vita operosa, un centesimo della persona che è stato e che tanti hanno avuto modo di conoscere. Il sito è bellissimo, con in cima la sua firma in rosso. Se volete visitarlo lo trovate[Qui]

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Francesco Monini

Nato a Ferrara, è innamorato del Sud (d’Italia e del Mondo) ma a Ferrara gli piace tornare. Giornalista, autore, infinito lettore. E’ stato tra i soci fondatori della cooperativa sociale “le pagine” di cui è stato presidente per tre lustri. Ha collaborato a Rocca, Linus, Cuore, il manifesto e molti altri giornali e riviste. E’ direttore responsabile di “madrugada”, trimestrale di incontri e racconti e del quotidiano online “Periscopio”. Ha tre figli di cui va ingenuamente fiero e di cui mostra le fotografie a chiunque incontra.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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Francesco Monini
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