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Pollicino non è solo una favola

C’era una volta Pollicino, il piccolo protagonista di una delle favole più famose. Scritta da Charles Perrault, e tradotta in italiano anche da Carlo Collodi, narra la brutta avventura di sette fratelli abbandonati nel bosco dal padre, così povero da risultare incapace di provvedere al loro sostentamento. Come risaputo, Pollicino salverà sé stesso e i suoi fratelli grazie allo stratagemma dei sassolini con cui ritroverà la strada di casa e le braccia della madre, contraria alla scelta del marito, ma costretta da lui a questa terribile decisione. Recidivo, il padre li abbandonerà una seconda volta e Pollicino, finiti i sassolini, proverà con le briciole di pane, che però risulteranno inutili. Gli uccellini se le mangeranno, beffando così lo scaltro bambinello.
La favola prosegue fino al lieto epilogo, che però non mi sembra particolarmente interessante ripercorrere qui, perché il rimando mi serve solo come assist per ricordare perché oltre trent’anni fa, da responsabile del Circolo ferrarese di Legambiente, decisi di ispirarmi proprio a questa favola per battezzare il giornalino locale dell’associazione.

Nasceva così “Pollicino. Briciole di verde, supplemento aperiodico della più prestigiosa rivista culturale Luci della città, il cui direttore, il vecchio amico Stefano Tassinari, assunse per cortesia e condivisione culturale, anche la sua direzione editoriale, non essendo io un giornalista e quindi non potendo, per legge, farlo in proprio.
Anche la grafica, intesa come persona che si occupa dell’impaginazione della rivista, veniva da Luci della città ed era Laura Magni. Il primo numero di “Pollicino” fu scarno, come le risorse di cui disponeva l’associazione: solo due fogli, che da patito di fumetti, ebbi l’idea di illustrare con le tavole di un racconto di Moebius. Testi e immagini erano disaccoppiati, anche se le tavole erano tratte da una storia in qualche modo ispirata all’ambientalismo: il viaggio futuribile in un pianeta lussureggiante, abitato da piante e animali fantastici.

Non sarò il mediano di Ligabue, ma questo è un ulteriore assist, per parlare di un bellissimo libretto, piccolo come Pollicino, uscito da poche settimane per Le edizioni La Carmelina. Simpatica copertina di Giulia Boari e prefazione di Elena Buccoliero, che di Pollicino. Briciole di verde fu una delle più importanti collaboratrici, insieme all’autore del libro, l’instancabile Daniele Lugli.

Pollicino ha avuto sette vite, come si dice abbiano i gatti. Al primo numero, regolarmente ‘tipografato’, come le riviste serie, succedettero fasi di semplice ciclostile, come si conveniva alle riviste alternative, ma povere. Il salto editoriale si ebbe però dalla fine degli anni novanta al 2005-6, quando Pollicino divenne inserto di Terra di nessuno, la storica rivista della Associazione Ferrara Terzo Mondo, diretta dal vulcanico Luca Andreoli. Sarebbe ingeneroso non ricordare questa importante Associazione da cui negli anni novanta nacque la Cooperativa Commercio Alternativo, la seconda centrale italiana operante nell’ambito dell’equo e solidale, ovvero nell’import di prodotti realizzati in Paesi del Sud del mondo, rendendo protagonisti, a casa loro, del loro futuro, coloro che anche oggi non vogliamo accogliere nei nostri Paesi.

Il libro di Daniele Lugli raccoglie in modo ragionato e ordinato gli articoli scritti per Pollicino durante la sua storia.  Una storia ricca perché, sempre grazie a Commercio Alternativo e quindi a Ferrara Terzo Mondo, venne costituito in un ampio appartamento su Viale Cavour, il Centro Alex Langer, una bellissima esperienza di condivisione di sede e attività tra diverse Associazioni cittadine, con annessa biblioteca ed emeroteca.
Il Centro, che non a caso era stato unanimemente intitolato ad Alexander Langer, il “viaggiatore leggero”, era votato ad iniziative centrate su ambiente, pace, nonviolenza, sviluppo sostenibile, vera cooperazione internazionale tra Nord e Sud del mondo.

Gli articoli – scrive giustamente nella sua introduzione Elena Buccoliero – hanno retto bene gli anni e a distanza di qualche decennio ci parlano ancora.” (vedi sotto il testo integrale n.d.r.)

La ricchezza di temi affrontati nel libro da Daniele è anche frutto della fortunata formula editoriale di Pollicino, che costruiva le sue pagine, partendo da una parola, da una suggestione, da un concetto, non necessariamente legato all’attualità, ma che a questa spesso tornava attraverso i contributi dei tanti, valenti amici che per Pollicino hanno scritto. Ricorderò i più assidui, in rigoroso ordine alfabetico: Franco Cazzola, Roberto Dall’Olio, Michele Fabbri, Andrea Malacarne, Marzia Marchi, Giangaetano Pinnavaia, Luigi Rambelli, Mario Rocca, oltre ai già citati Elena Buccoliero e Daniele Lugli e naturalmente al sottoscritto.

Impossibile dar conto della varietà dei temi toccati da Daniele, con una scrittura brillante, profondamente ironica e a tratti divertente, capace di sorprenderci, con incipit fulminanti o citazioni illuminanti. Il consiglio è di comprarlo e leggerselo con parsimonia, sorseggiandolo come un vino d’annata.

Per incoraggiarvi, rileggiamo insieme l’incipit del pezzo I nomi della guerra  (gennaio-febbraio 2002). Sembra scritto ieri, invece che vent’anni fa. Buona lettura dunque.
Conflitto
“Così la guerra si viene a situare nel contesto, più ampio e diluito, dei conflitti che la vita privata e pubblica quotidianamente ci propone. In fondo non è che un duello su vasta scala… una continuazione della politica con altri mezzi aveva detto von Clausewitz. È un’opzione tra le altre, disponibile per raggiungere gli scopi della politica, che infatti non ha mai preso sul serio il ripudio della guerra previsto dalla Carta dell’ONU e dalla nostra Costituzione. Per sapere se si deve o no fare la guerra basta applicare la formula di Rosen. Se P = probabilità di vincere la guerra, C = costi della guerra, CT = costi tollerabili, la decisione sarà per la guerra se CT per P maggiore di C. Certo ci sono valutazioni non semplici da compiere, ma se C e CT si guardano bene dal ricadere sui decisori questi hanno un compito facilitato. Un’accorta aggettivazione, a seconda dei popoli e del momento storico, aumenta il consenso: guerra santa, giusta, inevitabile, umanitaria…

Daniele Lugli, Sassolini di Pollicino, Ferrara, edizioni La Carmelina, 2022

Introduzione di Elena Buccoliero

I fratellini procedevano nel bosco
In coda Pollicino spargeva sassolini.
Li seguiva uno struzzo dall’impercettibile sorriso.

È un piccolo libro prezioso quello che abbiamo tra le mani.

Gli articoli che vi sono raccolti – scritti da Daniele Lugli per “Pollicino”, rivista del circolo ferrarese “Il raggio verde” di Legambiente, in un arco di tempo compreso tra il 2000 e il 2005 – hanno retto bene gli anni e a distanza di qualche decennio ci parlano ancora. Lo fanno a più livelli, come l’autore sa fare, con quello strabismo invidiabile che in uno stesso testo, o conversazione, accosta in un lampo il molto lontano con l’incredibilmente vicino e in quel transito ci riporta a quello che siamo, ripulisce le nostre lenti affinché possiamo capire più profondamente noi stessi e ciò che stiamo vivendo. Tra i temi: le diseguaglianze crescenti, la guerra, la crisi ambientale, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, le religioni, e poi la violenza sulle donne, i diritti dei bambini, le migrazioni, il traffico, la città, la felicità, il futuro…

Alcuni eventi vengono in risalto in modo particolare: la marcia Perugia-Assisi “Mai più eserciti e guerre” organizzata dal Movimento Nonviolento e dal Movimento Internazionale della Riconciliazione il 24 settembre 2000 nell’anniversario della prima, indetta da Aldo Capitini nel 1961; il G8 di Genova di cui prevede lucidamente ciò che si sarebbe poi verificato in quelle ore drammatiche; l’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 e la guerra che ne seguì. Ma ci sono anche eventi cittadini, quali i cicli di incontri che la Scuola della Nonviolenza andava proponendo settimanalmente, al Centro “Alexander Langer” che allora era sede anche per Legambien-te e per il Movimento Nonviolento.

Già si è detto di uno strabismo invidiabile. È lo stesso che da sempre Daniele esercita nel suo guardare il mondo. Non è solo la capacità di ragionamenti glocal, come forse si diceva in quegli anni per indicare il tener nto del contesto globale e della realtà locale. Strabica è anche la dimensione del tempo, grazie alla cultura onnivora e profonda che gli consente di parlarci con la stessa familiarità della tradizione ebraica o della Rivoluzione Francese, della cultura greca o del nostro tempo, del tempo che verrà.

Sono tanti i luoghi della prossimità. C’è indubbiamente la città, la comunità, ma c’è anche una dimensione più intima, quella che riguarda i desideri e i bilanci del presente o del passato, il rapporto con il tempo e con chi non c’è più. Si abbandona qualche volta al ricordo, dedica più di un pensiero ai giovani con la stessa tenerezza che manifesta a ogni incontro nelle scuole o nei luoghi che li riguardano, e sfiora in diversi pas-saggi l’infanzia. Lo fa splendidamente con “I diritti negati delle bambine e dei bambini” ma ci ritorna in più punti, parlando di diseguaglianze, di inquinamento, di guerra.

Erano anni, quelli, in cui l’autore esercitava con crescente passione gli impegni di nonno, e nei suoi scritti traspare la meraviglia di scoprire il mondo accanto a una piccolina, rievocando i primi anni della paternità e ricomponendo frammenti della propria infanzia, anche solo per misurare quello che è cambiato. Dall’esperienza intima agli equilibri e squilibri collettivi, ancora una volta.

Una proposta lega tutto questo ed è la nonviolenza che Daniele ha conosciuto accanto a Aldo Capitini ma studiato, sperimentato e corteggiato si potrebbe dire ancor prima di quel rapporto così importante e certamente nei decenni a venire. È questo il filo che tiene insieme temi apparentemente distanti ma, in fondo, facce possibili di quel prisma che è la condizione umana. L’autore ce le mostra di volta in volta in modo sempre competente, profondo, non scontato.

Dalla nonviolenza le sue riflessioni traggono il fiato e danno indicazioni anche al nostro presente nonostante i cedimenti, di tanto in tanto, al pessimismo della ragione.

Questo piccolo libro prezioso è piacevole da leggere per come è scritto. L’autore usa una lingua limpida, scevra di retorica, affinata nella ricerca dell’essenziale. Nello iato tra ideali e realtà apre un terzo tempo che attraversa ogni pagina ed è il gioco, l’ironia, la passione per il linguaggio, il gusto per il rovesciamento. È, qualche volta, una lama che squarcia il velo rapida ed efficace più di tante parole, ma in altri momenti concede una via di fuga, indica una possibilità.

Nello spiazzamento Daniele Lugli si salva e ci salva. Ci tiene con sé per arrivare a concludere, con l’intelligenza di uno Sherlock Holmes: La violenza – che ben conosciamo – è dunque una soluzione impossibile. Ciò che resta, esclusa la violenza, per quanto improbabile, è la nonviolenza

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Alberto Poggi

Fisico di formazione, strimpellatore di chitarre per diletto, scribacchino per passione. Ho attraversato molte situazioni e ruoli nella mia vita. Da due anni sono ufficialmente un pensionato, ma non penso nemmeno lontanamente di andare in pensione con la testa. Non preoccupatevi però, sono un pigro nella scrittura.

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Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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