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20 Dicembre 2016

Inciampare sui giovani

Tempo di lettura: 4 minuti


Se uno ha un buco nel serbatoio e perde carburante si ferma a riparare il guasto. I centomila giovani che sono andati all’estero sono il nostro carburante, o sono andati fuori per acquistare più ottani e ritornare per far correre meglio il Paese, o è benzina che abbiamo perso per sempre. Dire meglio perderli che trovarli è aberrante, specie se non si è in grado di fornire loro buone ragioni per restare.
C’è un rapporto muscoloso con l’istruzione, il sapere, la conoscenza che puzza del disprezzo per il culturame di antica memoria. Puzza di ignoranza e di braccia strappate all’agricoltura in un Paese che conta il triste primato di minor numero di laureati tra i paesi europei e di maggior numero di abbandoni scolastici.
Ci manca la cultura dei giovani e la cultura del territorio, ci manca anche la cultura dell’istruzione.
Perché facciamo studiare i nostri giovani? Mica perché apprezzino l’opera di Dante e il pensiero di Mazzini, o perché sappiano svolgere un tema sui Promessi Sposi, penso che a scuola li mandiamo perché siano risorse di saperi, di intelligenza, di creatività da spendere per lo sviluppo del nostro territorio, se non dell’intero Paese, ed ogni giovane che si perde è un’occasione persa per tutti.
Siamo un paese incapace di ragionare in materia di giovani, in termini di risorse fondamentali senza le quali la nostra cultura, la nostra società, la nostra nazione non hanno futuro.
Questa è la questione centrale e, dunque, non c’è da stupirsi se al referendum del 4 dicembre il governo ha ricevuto dai giovani la batosta che ha ricevuto, perché le parole del ministro Poletti non sono un lapsus, non sono un incidente di percorso, sono ahimè un modo di pensare, una mentalità che prima o poi si doveva manifestare nella sua perversa chiarezza.
C’è fastidio per i giovani, perché sono un problema che non sappiamo risolvere, perché bisogna trovare loro spazio e lo spazio non c’è. Per cui se lo spazio se lo vanno a cercare altrove, meglio, un problema di meno.
È più facile ospitare chi richiede rifugio, che dare un futuro alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi, specie se hanno studiato, se sono qualificati e ora pretendono, non sono disposti a piegarsi, a servire il paese con un contratto voucher nel call center.

Siamo un paese in ritardo ormai almeno di vent’anni a cui si aggiunge che siamo un paese dal pensiero vecchio, sempre rivolto all’indietro, incapaci affrontare il presente e di immaginare il futuro. Un paese da anni paralizzato dalla politica, che da forza propulsiva si è trasformata in forza di regressione verso populismi, verso la partecipazione dei cittadini eterodiretta dal mondo virtuale della rete, verso la pancia, anziché la mente, e tutto continua a sbandare spaventosamente.
Forse i giovani che se ne vanno all’estero hanno capito qualcosa di più di quelli che restano o meglio sono l’espressione di nuove discriminazioni e ingiustizie sociali nei confronti dei giovani stessi, loro se lo possono permettere, molti altri no, perché anche di questo si tratta.
Del resto pensare di dare il benvenuto ai diciottenni nella società degli adulti con la carta cultura è già tutto un programma: fatti una cultura perché così come sei non ci vai bene, eppure quei giovani a cui si chiede di farsi una cultura escono dalle nostre scuole, stanno per affrontare il loro esame di Stato.
È già evidente in tutto questo che c’è una discrasia, che le cose non girano per il verso giusto. Perché da un lato si premiano le eccellenze, sia pure con riprovevole parsimonia, si esibiscono gli albi dei migliori e poi i migliori si perdono, se ne perdono le tracce, perché è facile agitare le bandiere, più difficile è piantarle. Il riconoscimento è un attestato, mai una prospettiva, mai un ruolo, un posto nel Paese per il tuo futuro e per il futuro del paese stesso. Sei un’eccellenza, bravo, continua così, ma non sappiamo che spazio darti, cosa farti fare, nell’epoca del capitale umano, della società della conoscenza non sappiamo capitalizzarti. Allora perché stupirsi della fuga dei cervelli e reagire come la volpe di fronte all’uva dicendo che tutti quelli che restano non sono dei pistola?
Che dei nostri giovani migliori siamo così inetti da non saperne cosa fare è dimostrato nella più totale evidenza di un assurdo di cui ben pochi conoscono l’esistenza. Nonostante la Scuola Normale Superiore di Pisa da tutti ci sia invidiata e sia in testa alle classifiche mondiali, il diploma che rilascia nel nostro paese non ha valore legale, è puramente onorifico. I nostri giovani che hanno il merito di essere ammessi alla Normale di Pisa a seguito di una selezione rigorosissima, che costituiscono parte delle nostre eccellenze, dopo cinque anni di studi ed esami doppi, conseguono un titolo puramente onorifico. In Francia gli studenti che escono dall’omologa École Normale Supérieure sono a tutti gli effetti considerati funzionari di Stato.
Ecco cosa fa la differenza, tra chi pensa che i giovani siano un inciampo e chi sui giovani costruisce il proprio domani.

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Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.

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Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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