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ella Italia contadina – e ancora oggi in alcune contrade isolate, se è mai possibile immaginare ancora una contrada isolata – in qualche luogo fuori dal nostro mondo, forse solo come un pallido ricordo o un vuoto omaggio alla tradizione, i doni dei bambini – provate a pensare a qualche biscotto, due canditi, poche caramelle, un mandarino e quattro noci – non li portava Gesù Bambino, né Santa Claus, sbarcato com’è noto nella nostra penisola nel golfo di Bari e sotto falso nome. E neppure San Silvestro allo scoccare del nuovo anno, o la celebre Befana, o il Befanone San Giuseppe. In alcune parti della Sicilia, sfruttando la lunghissima notte del 13 dicembre, se ne occupava ancora Santa Lucia, siracusana doc. Eppure nei tempi andati, prima di tutti i santi e gli eroi ricordati, gli ufficiali incaricati alla consegna erano altri. Portare i doni ai bambini era un appuntamento importante, una data da segnare sul calendario appeso in cucina. Allora, sconosciuti gli ipermercati e prima dell’era delle svendite online, a questa meritoria e ora negletta occupazione, si applicavano i morti. Cioè i trapassati. Cioè i fantasmi.

Tanto tempo fa, e anche questo è difficile da immaginare, i bambini erano davvero tanti, tantissimi, e per tanti di loro erano tempi di miseria. Si può pensare che un pur valente e superorganizzato Babbo Natale potesse soddisfare tutta la richiesta? E per di più in un tempo contingentato, dal tramonto della Vigilia all’alba del Santo Natale? Via, non scherziamo. Per questo, e per una sola notte, il grande esercito dei defunti veniva richiamato in servizio.

Bisogna però dire che i morti, pur volenterosi, avevano un grande difetto. Erano inesperti. Dei semplici dilettanti. Di contro avevano un pregio rispetto alle imprese individuali di Gesù Bambino e Babbo Natale. I morti erano tanti. Tanti quanto i bambini, forse qualcuno in più piuttosto che qualcuno in meno. Così ogni morto, dopo aver dormito in santa pace – e alcuni di loro, immaginiamo, dopo essersi rivoltati un anno intero nella tomba per i peccati commessi – doveva tirarsi su, scrollarsi la polvere di dosso e mettersi al lavoro. Ma solo la notte del 2 novembre, e non era poi un grande impegno, ché ogni morto doveva occuparsi soltanto dei bambini suoi diretti discendenti, dividendoseli tra gli altri avi legittimi e aventi diritto. Tra nipoti, pronipoti e bisnipoti si arrivava al massimo a una decina di bambini per ogni morto. Morto sì, ma richiamato in servizio effettivo in quella Notte dei Doni.

Anche quella notte, era il 2 novembre del 1932, tutto sarebbe filato liscio, se non si fosse presentato un imprevisto, un inconveniente molto raro eppure così tipico di quella particolare operazione. Un incarico semplice ma delicato e a cui Tano, il nonno protagonista di questa storia – protagonista in quanto regolarmente morto da quasi sessant’anni – si era preparato alla bell’e meglio, ma con una gran voglia di far bene.

Tano il brigante, si capisce subito, non era stato in vita né un padre esemplare, né un bravo marito, né tantomeno un onesto cittadino del neonato Regno d’Italia. C’è di peggio, Tano non era stato neppure un buon brigante. Accusato di tradimento, era stato “sputato”, processato e quindi giustiziato dai suoi stessi compagni d’arme. I quali compagni, nemmeno ora, morti e stramorti che erano, gli rivolgevano il saluto. Ma le regole della Notte dei Doni valgono per tutti e anche a uno stinco di santo come Tano toccava l’onere e l’onore di distribuire biscotti, noci e dolcetti ai suoi piccoli discendenti.

Aveva un’unica consegna da fare, visto che i parenti si erano accaparrati tutti gli altri nipoti e pronipoti. Ma uno è meglio di zero, pensava Tano tra sé, e facendosi buio, la tensione si mescolava all’entusiasmo. Da vero bestione quale era, non aveva neanche pensato a darsi una ripulita. Indossava ancora gli stracci del giorno dell’esecuzione, con tanto di buchi dei pallettoni sul panciotto e copioso spargimento di sangue. Nella mano destra, sporca e pelosa, stringeva un piccolo involto di carta con i doni per suo nipote. Aveva appena compiuto sette anni e si chiamava Gaetano, cioè Tano, proprio come lui.

Entrò in casa passando attraverso il muro, come vuole il regolamento, e cercò subito il vecchio camino per appoggiare sulla mensola il cartoccio di dolciumi. Solo una scaldatina, poi sarebbe filato via, una cosa di cinque minuti al massimo. Si era dimenticato quanto fosse piacevole scaldarsi le ossa – e chi l’ha detto che uno spettro non possa apprezzare certi piccoli agi. Così rifletteva Tano, sfregandosi una mano sull’altra e allungando le braccia verso le braci ancora rosse. Ma ecco affacciarsi il maledetto inconveniente: dietro di lui senti una vocetta giovane e impertinente: “Tu chi sei? Da dove vieni? Sei venuto a rubare?”

Tano il brigante fu preso da un fulmine e si sentì svenire. E sarebbe svenuto sicurissimamente se solo ne avesse avuto la facoltà. Ma essendo morto, si limitò a voltarsi su se stesso e vide il nipote Tano. Si diede una riassettata alla giacca sporca e sdrucita, si grattò la barbaccia ispida, appoggiò in terra il fucile a due canne, con la poca cautela di cui era capace. Abbassò gli occhi. La situazione era a dir poco imbarazzante e, in quanto spettro, non gli era neppure concesso di arrossire. Scappare? Lui? Davanti a un bambino? Mai! Sarebbe stato un disonore, peggio della fucilazione. Tanto valeva scambiare due chiacchiere.

Era venuto per regalare a suo nipote due dolcetti – questo cominciò a dire il brigante Tano: “E naturalmente per conoscerti, e per dirti di onorare il nome di tuo nonno”. Il nipote lo guardava fisso, un tacito invito a continuare la storia. E il brigante la continuò la storia, permettendosi anche qualche licenza, qualche piccola deviazione dalla verità dei fatti. Tano il nipote ascoltava le mirabolanti imprese del nonno brigante, il suo alto senso della giustizia e dell’onore, l’impegno strenuo a difesa dei poveri e delle vedove. Mano a mano che il vecchio Tano parlava, il giovane Tano, scacciava dal suo olimpo Robin Hood – primo ed unico libro letto – e metteva sul trono Tano il Brigante.

“Ma è sangue quello che hai sui vestiti?”. Certo che era sangue, quello dei perfidi nemici uccisi in battaglia: “Sai ragazzo, il mio era il Tempo dei Giganti, mentre il vostro è il tempo dei nani.”. Gli piacque assai quell’ultima frase, peraltro incomprensibile per un bambino sveglio fin che si vuole, ma pur sempre di sette anni. Ma a un tratto si ricordò del “suo tempo”, il tempo da fantasma in missione che, in effetti, era scaduto da un pezzo. Allora quel brigante da due soldi, quello splendido fanfarone, decise per un’uscita di scena che il nipote potesse ricordare a distanza di anni. Alzò lentamente il braccio destro facendolo dondolare come una bandiera accarezzata da una brezza leggera, impostò la voce a un tono grave e cavò fuori da chissà dove le parole più astruse del vocabolario: “Nipote amatissimo, cui toccò l’avventura di recar teco il nome vetusto del tuo vetusto avo, tieni sempre dianzi ai tuoi occhi l’onore e la virtù.” Sbirciò il nipote e aggiunse: “E ora corri a letto senza voltarti e lasciami solo”. Il nipote Tano non comprese la metà della metà di quel pistolotto di commiato, ma ubbidì e abbandonò il campo. Si voltò un’ultima volta prima di imboccare di corsa le scale: il grande uomo era ancora fermo davanti alle braci morenti del camino.

La mattina seguente si mangiò i dolcetti e tenne per sé il suo segreto.
Quando Tano, non il brigante ma il nipote, raccontò per la prima volta nella sua vita quella storia, erano passati sessantasette anni da quella notte. Nel frattempo era diventato nonno a sua volta e rimbambito a sufficienza. Intanto, quel Secolo terribile e interminabile stava davvero per finire. Ma com’era stato possibile dimenticare tutto? Eppure quello straordinario incontro gli era evaporato dalla mente. Anche lui però ora aveva un nipote. E i bambini non la smettono di fare domande. Quella sera, era il 2 novembre del 1999, gli tornò in mente come d’incanto tutta la storia, ogni parola, ogni minimo particolare di quella notte della sua infanzia, e la raccontò tutta, per filo e per segno al nipote Luigi. Luigino aveva sette anni ed era sveglio, perfino più sveglio di lui alla sua età. Ma sentendo quello strano racconto si turbò per un attimo, e chiese: “Allora nonno hai visto un fantasma?”
Il nonno, sembrava così mite, si arrabbiò: “Che sciocchezza. Ma che fantasma e fantasma, i fantasmi non esistono. Era proprio lui, mio nonno Tano, il brigante, in carne e ossa.”

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Francesco Monini

Nato a Ferrara, è innamorato del Sud (d’Italia e del Mondo) ma a Ferrara gli piace tornare. Giornalista, autore, infinito lettore. E’ stato tra i soci fondatori della cooperativa sociale “le pagine” di cui è stato presidente per tre lustri. Ha collaborato a Rocca, Linus, Cuore, il manifesto e molti altri giornali e riviste. E’ direttore responsabile di “madrugada”, trimestrale di incontri e racconti e del quotidiano online “Periscopio”. Ha tre figli di cui va ingenuamente fiero e di cui mostra le fotografie a chiunque incontra.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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