2 Marzo 2014

Cesare Pavese, un classico in mezzo a noi

Riceviamo e pubblichiamo

Tempo di lettura: 5 minuti

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di Claudio Cazzola

Potenza degli anniversari: e non si allude tanto a quelli resi per così dire obbligatori dal rituale dell’attesa, la quale ogni volta si scatena in reminiscenze che durano tutt’al più un dì, quasi fosse obbediente alla regola pseudo-aristotelica dell’unità di tempo.

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Copertina de La “Musa nascosta”: mito e letteratura greca nell’opera di Cesare Pavese, a cura di Eleonora Cavallini, dupress, Bologna, 2014

Si pensi viceversa all’anno 1964, il quale vede uscire alla luce un volume ed un contributo critico riguardanti entrambi la figura di Pavese. Il primo è rappresentato dal fascicolo doppio 3/4 della rivista «Sigma» (Cesare Pavese, Il mito e la scienza del mito), contenente lavori che costituiranno poi a buon diritto l’ossatura bibliografica della critica, in quanto destinati ad inaugurare una fertile aratura della produzione del Nostro per gli anni a venire; per il secondo, trattasi dell’estratto della tesi di laurea elaborata da Gianni Venturi (La prima poetica pavesiana: “Lavorare stanca”), apparso sulla «Rassegna della Letteratura Italiana» nel medesimo anno. A mezzo secolo esatto, per superiore volontà del Fato – ecco un esempio di anniversario genuino – esce in questo 2014 l’opera che raccoglie gli “Atti” del Convegno svoltosi a Ravenna nei giorni 19 e 20 marzo 2013 dedicato a La “Musa nascosta”: mito e letteratura greca nell’opera di Cesare Pavese.

I quindici saggi, afferenti ad altrettanti studiosi appartenenti ad esperienze culturali felicemente diverse, sono in maggioranza dedicati, et pour cause, ai Dialoghi con Leucò. Pubblicati nel 1947, ritenuti a buon diritto la summa del lavoro di ricerca pavesiano sul mito greco classico, essi vengono scandagliati da diverse angolature critiche in grado di rinnovare la curiosità intellettuale di chi legge, invitandolo alla rilettura di quello che Pavese medesimo, nell’Avvertenza, chiama «un vivaio di simboli cui appartiene, come a tutti i linguaggi, una particolare sostanza di significati che null’altro potrebbe rendere».

Se ogni rappresentazione della realtà si trasfigura in simbolo (Giusto Traina), allora è rintracciabile pure nell’apparente normalità delle vicende naturali il personaggio dell’eroe (Maria Cristina Di Cioccio), specialmente se macchiato di tracotanza, in greco “hybris”. Alla verifica semantica di codesto termine lessicale è dedicato pure l’intervento di Monica Lanzillotta, mentre lo specifico rappresentato dal “mostro”, con riferimenti al Polifemo omerico e non solo, è analizzato da Lucilla Lijoi; quanto al vivaio di simboli appena sopra richiamato, esso è al centro delle pagine offerte da Bart Van den Bossche, in particolare la nozione di “selvaggio”, collegata con l’esperienza vissuta da Pavese a Brancaleone Calabro, argomento del cortometraggio Il confino di Cesare Pavese, rintracciato presso la Cineteca di Bologna e studiato da Alessandro Bozzato. Dal repertorio omerico al teatro ateniese del quinto secolo a. C., in particolare le figure femminili euripidee: ecco una delle fondamentali fonti ispiratrici secondo l’analisi condotta da Angela Francesca Gerace; e, come terzo corredo dopo questi, il ruolo del magistero platonico in rapporto al modo di raccontare i miti studiato da Elena Liverani. E ancora: una “grecità sommersa” degna di essere portata alla luce secondo Enrica Salvaneschi, che attraverso esempi omerici perviene ad un frammento di Saffo opportunamente glossato; e i simboli primari di vita, morte e rinascita su cui si concentra l’attenzione di Beatrice Mencarini, alla ricerca dell’Eden perduto.

Pavese però non è soltanto un lettore, un assimilatore ed un ripropositore di testi classici, bensì si produce pure in una attività di traduzione non del tutto ancora nota al grande pubblico. Quanto al greco, chiarisce ogni cosa Alberto Comparini, cui si deve un profilo esauriente del “curriculum” scolastico pavesiano, in particolare la frequenza di quella opzione moderna (priva della lingua greca) frequentata presso il Regio Liceo torinese D’Azeglio. Ecco quindi, nello specifico, i tentativi di resa in lingua italiana degli epiteti fissi appartenenti all’oralità omerica, studiati da Sara De Balsi; quelli di due frammenti di lirica greca, rispettivamente di Ibico e di Saffo, analizzati da Eleonora Cavallini, organizzatrice del convegno e curatrice del volume medesimo, la quale propone, fra altre suggestioni, un raffinato confronto della versione del frammento saffico con la lirica Paternità; ecco infine Giovanni Barberi Squarotti, che compie una ricognizione dei libri posseduti e postillati da Pavese stesso – e proprio lo scorso anno sono uscite con sua cura, per i tipi fiorentini di Olschki,  le Odi di Quinto Orazio Flacco tradotte da Cesare Pavese.

Con il proprio saggio, collocato ad apertura di volume, Gianni Venturi offre infine al lettore la possibilità, ed il privilegio, di ripercorrere la storia culturale del Novecento attraverso la riproposizione di figure fondamentali, quali Mann, Nietzsche, Jung, Heidegger, Kerényi, nonché dei Maestri (Binni e Varese), amici e sodali compresi (Pertile e Mutterle fra altri). Ma è soprattutto nel nome di Jesi che si stringe saldamente l’anello dell’itinerario da cui siamo partiti, quel Furio Jesi mai conosciuto di persona e rimasto sempre una voce al telefono e un indirizzo postale, ma che tanta fecondità di spunti e di stimoli riuscì a fornirla, come testimonia Venturi stesso: «Nel momento più complesso della ricerca di Jesi sul mito in Pavese l’allusione al famoso volume di “Sigma” che ancor oggi rimane un momento fondamentale della critica pavesiana, Jesi in polemica con la mia risentita protesta all’uso del termine decadente poneva le premesse per permettere a uno storicista per vocazione e insegnamento di capire come questo termine in realtà poneva Pavese al centro del discorso più complesso e europeo sul mito» (pp. 21 s.).

Orizzonte dunque che varca i confini angusti del nostro cortile, a farci respirare in libertà benefica aria di mito classico.

Indicazione bibliografica del volume:
La “Musa nascosta”: mito e letteratura greca nell’opera di Cesare Pavese, a cura di Eleonora Cavallini, Du.press, Bologna, 2014

L’esigenza di approfondire, ed eventualmente ridefinire, il rapporto di Pavese con il mito e con i classici greci, ha dato origine al convegno “La Musa nascosta: mito e letteratura greca nell’opera di Cesare Pavese”, tenutosi a Ravenna, presso il Dipartimento di Beni Culturali, il 19 e 20 marzo 2013, e ora al presente volume, che raccoglie, in forma rimeditata e talora ampliata, i contributi dei partecipanti al convegno stesso. Studiosi di varia provenienza ed estrazione, di Università italiane e straniere, si sono riuniti per indagare quella che Pavese stesso definiva la sua “Musa nascosta” e per tracciare insieme il profilo di Pavese “filologo”.

Eleonora Cavallini è Professore ordinario di Storia e letteratura greca all’Università degli studi di Bologna, di Storia della tradizione classica nella cultura moderna e contemporanea e di Antropologia storica del mondo greco presso la Facoltà di Conservazione dei beni culturali dell’Università di Bologna, sede di Ravenna. Dirige la collana « Nemo. Confrontarsi con l’ antico», pubblicata dall’editore Du.press di Bologna con il patrocinio del Dipartimento di Storie e metodi per la conservazione dei beni culturali.

Claudio Cazzola, ex docente stimatissimo del Liceo-ginnasio statale «L. Ariosto» di Ferrara, è autore di numerosi volumi e studi su autori classici e contemporanei. Attualmente è docente di Letterature e lingue moderne e classiche presso l’Università degli studi di Ferrara.



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