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Santa Libertà. Una storia vera

 

Che piacere, che felicità  poter offrire in anteprima ai lettori di Periscopio un magnifico recente testo teatrale di Fabio Mangolini, che per me è un fratello più che un amico, ma anche – ed è questo che qui interessa – un grande autore: drammaturgo, regista, attore. insegnante, artista errante. La storia di Santa Libertà, come recita il titolo,  è una storia vera. Un viaggio reale in mezzo all’Atlantico e, insieme, il viaggio di Mangolini  che accende la luce su un piccolo episodio quasi dimenticato, che però ha incrociato la Grande Storia, quella delle nazioni, dei presidenti, dei generali e, come sempre accade, dove agiscono le idee, la politica, le opposte convenienze. La ricerca documentaria puntigliosa di Mangolini, la lingua asciutta e  precisa,  il montaggio incalzante del testo ci catapultano dentro una sorta di  “maledetta grana internazionale”. Una grana che qualcuno deve pur risolvere, ma che nessuno stato o capo di stato avrebbe voglia di accollarsi. 

Fin qui la storia macro, una storia, appunto, vera dal primo all’ultimo protagonista. Tranne chi occupa la scena, uno sconosciuto imbarcatosi in terza classe sulla nave “Santa Maria”: Alberto Sarti, 16 anni, nato a Caracas nel 1945 e figlio di genitori di San Giovanni in Persiceto, che attraversava l’oceano per visitare la zia e vedere per la prima volta la vecchia Italia.  L’Alberto Sarti di Mangolini è “lo spettatore per caso”; non sa niente del mondo, della politica, della dittatura di Salazar, della nuova Cuba, dell’America e del suo nuovo presidente giovane e bello. Ci è capitato per caso e di quel fuori programma ci ha capito poco e nulla. Per non mancare l’appuntamento con la storia bastava essere sul ponte di quel transatlantico, ed arrivarci puntuale, il il 21 gennaio 1961, proprio quando il Directorio Revolucionario Ibérico de Liberación, l’organizzazione fondata da esuli spagnoli e portoghesi per combattere le dittature di Franco e Salazar, ha sequestrato la Santa Maria e subito ribattezzata  Santa Libertà.
E’ finito un secolo e n’è cominciato un altro, ma quell’avventura, l’unica della sua vita, Sarti se la ricorda ancora per filo e per segno. La racconta a tutti quelli che incontra, anche a noi.
Buona lettura.

P.S. 1 Fabio Mangolini è di Ferrara, da ragazzo abitava in piazzale Camice Rosse. Una decina di anni fa è’ stato persino presidente del Teatro Comunale Claudio Abbado. Per un anno,  poi basta, altrimenti non sarebbe vero che Nemo profeta in patria e che a Ferrara presidenti e direttori artistici bisogna andarli a pescare tra i foresti e pagarli a peso d’oro.

P.S.2“Santa Libertà, Una Storia vera” ha girato alcune  piazze d’Italia. Io lo spettacolo l’ho visto 3 anni  fa, con grande divertimento, al ITC Teatro di San Lazzaro, quello che a me piace chiamare Stefano Tassinari. Ieri, sabato 18 marzo 2023 era in scena a Lecco. A Ferrara? Niente; né al Teatro Abbado, né al Nuovo, né altrove. Non so, forse  si sono dimenticati di invitarlo.
Francesco Monini

Santa Libertà. Una storia vera

di Fabio Mangolini

Lo spazio è diviso in due aree. In una l’attore narrerà le vicende legate al sequestro del transatlantico “Santa Maria”; nell’altra, invece, sarà un personaggio a raccontare la stessa storia dal suo punto di vista.

Quadro 1 Entrata

Entra l’attore e costruisce una barchetta di carta. Poi si siede al centro della scena con la barchetta in mano

Quadro 2 “Io c’ero” (soggettiva)

Mi chiamo Alberto Sarti. Sono nato a Caracas il 12 gennaio del 1945 da genitori italiani, di un paese vicino a Bologna, San Giovanni in Persiceto. I miei erano andati a vivere in Venezuela dieci anni prima un po’ per fame e un po’ perché non andavano d’accordo con i fascisti. Poi c’era stata la guerra, sono nato io, e hanno deciso di rimanerci, in Venezuela. Rimanerci per davvero. Alla fine del 1960 sono morti, tutti e due in un incidente stradale. Bum e la vita si sfascia. Finita. Ero rimasto da solo e avrei anche potuto rimanere a Caracas, ma una zia, la sorella di mia madre, mi scrisse dall’Italia che l’Italia stava rinascendo, che non era come una volta, come se io sapessi come fosse stata una volta, e mi mandò un biglietto per un transatlantico. Era per venire in Italia su un transatlantico portoghese, il Santa Maria, in terza classe, ma sempre un transatlantico di lusso. Si partiva dal porto de La Guaira, a due passi da Caracas, poi ci si fermava a Curaçao, nelle Antille Olandesi, a San Juan del Puerto Rico, a Miami, a Tenerife nelle Canarie e poi a Lisbona e a Vigo, in Spagna. Da lì avrei continuato in treno fino in Italia. Mia zia mi disse che sarebbe stato un viaggio molto bello, che mi avrebbe distratto e che avrei conosciuto molte persone. E sulla nave ce n’erano tante davvero. Eravamo in 959. Oltre all’equipaggio, c’erano portoghesi, spagnoli, venezuelani, olandesi, cubani, brasiliani, panamensi e un italiano. Io. Mia zia mi diceva anche che sarebbe stata un’esperienza che mi sarei portato dietro per tutta la vita. Certo che non poteva sapere, mia zia, che quella sarebbe stata l’esperienza che me l’avrebbe cambiata, la vita. Ma neanche gli altri passeggeri non potevano saperlo, neanche immaginarlo.
Il 20 gennaio del 1961, quando tutta questa storia cominciò, avevo sedici anni, ma quella storia mi è rimasta qui, per sempre. Ricordo benissimo quando alle undici di sera la nave salpò dal porto de La Guaira. Ero affacciato alla murata della terza classe. Tutti che salutavano e io che avevo gli occhi pieni di lacrime, ma cercavo di non mostrarlo agli altri. Lasciavo per sempre la terra dove ero nato. Non salutavo nessuno, io, solo il Venezuela. E non sapevo quello che sarebbe successo. Ma ancora oggi, dopo tanti anni, posso dire che io sul Santa Libertà, c’ero.

Quadro 3 “In Europa c’erano due dittature” (narrazione)

Parte un video con immagini delle dittature franchista e salazarista.

Erano due le dittature fasciste che ancora resistevano in Europa nel 1961 e tutte e due nella penisola iberica. In Spagna e in Portogallo. Francisco Franco, el Caudillo, in Spagna, e Antonio de Oliveira Salazar, il fondatore dell’Estado Novo, in Portogallo. Tutti e due erano lì fin dagli anni ’30. Salazar era arrivato al potere quasi in punta di piedi, nel 1932. Franco dopo una terribile guerra civile durata più di tre anni. Tutti e due erano stati alleati e aiutati da Mussolini e da Hitler. Tutti e due, però, quando avevano visto che fine avevano fatto i loro amici, erano diventati immediatamente filo-americani. Anticomunisti lo erano sempre stati. Crociati e ultracattolici, anche. Anzi, Santa Romana Chiesa li appoggiava fieramente. Salazar durante la guerra aveva dato le Azzorre agli americani perché ne facessero una base militare in mezzo all’Atlantico. Franco aveva aperto il territorio spagnolo alle basi americane anche se poi manteneva gli ex gerarchi nazisti a Ibiza e nelle isole Baleari. In Spagna la dittatura era durissima e tantissimi oppositori venivano uccisi con la garrota, un cerchio di ferro che si stringeva attorno al collo con una vite fino a uccidere per strangolamento. In Portogallo la pena di morte non c’era, ma gli oppositori venivano rinchiusi in celle minuscole, di due metri per uno e mezzo e lasciati lì anche per anni. Francisco Franco, per la sua gloria, aveva fatto costruire vicino all’Escorial, a due passi da Madrid, il suo mausoleo: el Valle de los Caidos. L’aveva fatto costruire dai prigionieri della guerra civile che erano morti di stenti costruendo quello che doveva essere il tempio del franchismo. Salazar, i suoi oppositori, li faceva morire di stenti nelle isolette sperdute di fronte all’Africa. Sia la Spagna che il Portogallo, nel 1961, erano due paesi coloniali. Proprio negli anni delle indipendenze dei popoli africani, la Spagna e il Portogallo non avevano nessuna intenzione di mollare. Dell’impero coloniale spagnolo rimaneva la Guinea e una parte del Marocco. Il Portogallo stava perdendo le sue città stato in Estremo Oriente, Goa, Macao, ma si teneva stretta mezza Africa Australe con l’Angola e il Mozambico.

Erano dittature, quelle di Franco e di Salazar. In Portogallo facevano finta di fare le elezioni. Nel 1958 avevano fatto un’elezione presidenziale farsa che aveva vinto il candidato del regime, il generale Américo Tomas. Ma Humberto Delgado, l’altro generale, quello che aveva perso le elezioni farsa, non era stato al gioco e si era autoesiliato in Brasile. Delgado era stato salazarista fino al giorno prima. In Brasile aveva costituito un movimento di lotta contro la dittatura di Salazar mettendo in moto tutti i suoi contatti. Fino a qualche anno prima era stato ambasciatore portoghese a Washington.
In Spagna, invece, la situazione era un po’ più complicata. C’era un governo repubblicano in esilio. E c’erano repubblicani antifranchisti in giro per il mondo. Molti in Europa, in particolare in Francia, moltissimi in Sud America. Nel 1958 il Partito Comunista Spagnolo aveva deciso che non avrebbe più fatto azioni di guerriglia sul territorio spagnolo e che avrebbe atteso momenti migliori. In Venezuela si erano ritrovati in diversi fuoriusciti, molti di loro provenivano dalla Galizia, l’ultimo lembo a nord ovest della Spagna, proprio sopra il Portogallo. Il galiziano, la lingua che si parla da quelle parti, è una lingua antica e bellissima, più antica del castigliano e a metà fra lo spagnolo e il portoghese. Una lingua di mezzo, con la quale tutti i popoli della penisola iberica potrebbero parlare e capirsi, se solo lo volessero. Fra gli esiliati spagnoli e galiziani in Venezuela, c’era un maestro che scriveva poesie e teatro, Xosè Velo, per tutti Pepe Velo. Lui diceva:
“La Spagna deve ancora nascere.
Questo e il ritornello di una canzone che nessuno ha ancora cantato ma che tutti canticchiano.
Facciamola questa Spagna, da ogni lato delle nostre nazioni liberate.
Rompiamo le bussole. Destituiamo tutti i punti cardinali che ci separano. Non ci sono più nord e sud e neanche est e ovest. C’è solo un punto cardinale: l’uomo.”

Xosè Velo aveva fondato nel 1959 il DRIL, Direttorio Rivoluzionario Iberico di Liberazione. Sognava che la Spagna e il Portogallo si liberassero dalla schiavitù delle dittature di Franco e di Salazar e che la penisola iberica diventasse una federazione di stati liberi e uniti: la Galizia, I Paesi Baschi, la Catalogna, la Castiglia, il Portogallo… tutti con pari dignità. Attorno a lui c’erano anche altri spagnoli, soprattutto galiziani e baschi. La prima cosa da fare era far capire al mondo che quelle due dittature esistevano ed erano spietate. Il DRIL aveva già fatto qualche azione in Spagna, ma Velo progettava qualcosa di più grande che potesse far vedere la situazione iberica al mondo intero
Ma il mondo, in quel gennaio del 1961, viveva un periodo molto complicato.

Quadro 4 “Era il 1961” (narrazione)

In quel gennaio del 1961 stavano succedendo diverse cose.

Il Direttorio Rivoluzionario Iberico di Liberazione era nato per dare democrazia e libertà alla Spagna e Portogallo.

Parte un video con immagini della situazione geopolitica nel 1961

Il 20 gennaio del 1961 gli USA avevano un nuovo Presidente, John Fitzgerald Kennedy, un Presidente giovane e democratico che aveva battuto il repubblicano Richard Nixon. L’Unione Sovietica era presieduta da Nikita Kruscev che era arrivato al potere nel 1958. L’anno dopo a Cuba i barbudos con Fidel Castro avevano sconfitto il dittatore Fulgencio Batista ed erano entrati a la Habana da trionfatori. Nel Medio Oriente, in Egitto, il generale Nasser aveva nazionalizzato il canale di Suez e si era messo alla testa dei movimenti anticolonialisti. In Africa le colonie belghe, inglesi e francesi ottenevano lentamente l’indipendenza in maniera non sempre facile. Eravamo in piena Guerra Fredda, i colpi di stato erano all’ordine del giorno e il mondo era in continuo e permanente subbuglio. La minaccia era una guerra nucleare. Il mondo era diviso. Il 13 agosto del 1961 sarebbe stato costruito il muro di Berlino. Negli oceani c’erano più sottomarini e cacciatorpediniere che pesci. E a Caracas nacque il Direttorio Rivoluzionario Iberico di Liberazione.

Quadro 5 “Operación Dulcinea” (narrazione)

Parte la musica

“Quando don Chisciotte si vide in campagna aperta, libero e sbarazzato dagli amorosi detti di Altisidora, parevagli di trovarsi nel suo centro e di sentirsi rinnovare il coraggio per proseguire le geste delle sue cavallerìe. Rivoltosi a Sancho, gli disse: — La libertà, o Sancho, è uno dei doni più preziosi dal cielo concessi agli uomini: i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ricoperti dal mare non le si possono agguagliare: e per la libertà, come per l’onore, si può avventurare la vita, quando per lo contrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini. “

Si conclude la musica

Xosè Velo aveva in mente un piano: sequestrare un transatlantico, chiudere le comunicazioni con il resto del mondo, instaurare a bordo una repubblica democratica e indipendente, fare rotta verso Fernando Poo nel Golfo di Guinea, allora territorio spagnolo, e da lì, risalendo l’Africa, iniziare un processo rivoluzionario che avrebbe portato la democrazia e la libertà in Spagna e in tutta la penisola iberica. Il sequestro del transatlantico non avrebbe dovuto essere considerato come un atto di pirateria, ma un atto rivoluzionario e così avrebbe dovuto essere inteso dal mondo. Un atto d’amore, prima di tutto, come Don Chisciotte verso la sua amata Dulcinea. Un atto d’amore verso la libertà. Si sarebbe chiamata “Operación Dulcinea”.

All’inizio del 1960 Pepe Velo si era incontrato, a nome del Direttorio Rivoluzionario Iberico de Liberación, con diversi esponenti del Movimento Nacional Indipendente, il gruppo cui aveva dato vita Humberto Delgado, il generale portoghese che, sconfitto alle elezioni del 1958, si era autoesiliato in Brasile. A questi incontri partecipava anche Henrique Galvao, il plenipotenziario di Delgado.

Parte il video con i capi dell’operazione: Velo, Sotomayor e Galvao. Sul video continua la narrazione.

La struttura del commando che avrebbe dovuto sequestrare il transatlantico sarebbe stata composta da ventiquattro persone, dodici spagnoli e dodici portoghesi. Capo dell’operazione il direttore generale del DRIL, Xosè Velo, comandante generale per la parte spagnola e responsabile della navigazione lo spagnolo Josè Fernandez, alias Comandante Sotomayor, comandante generale per la parte portoghese, il portoghese Henrique Galvao. Forse troppi comandanti…
Xosè Velo era nato a Celanova in Galizia nel 1916. Per l’operazione Dulcinea si era dato il nome di battaglia di Carlos Xunqueira de Ambía. Non amava le armi e credeva che la rivoluzione sarebbe stata possibile con la forza delle parole.
Josè Fernandez, il Comandante Jorge de Sotomayor, era stato un ufficiale della Marina Militare durante gli anni della Repubblica spagnola. La sua nave viene affondata dalle forze franchiste, ma lui riesce a raggiungere terra con i suoi uomini ed inizia la lotta partigiana in zona franchista. Riesce a sequestrare un cacciatorpediniere francese e raggiunge la Francia. Da lì è a Barcellona agli ordini del governo repubblicano. Ma la guerra civile è persa. Si rifugia in Francia e prende parte alla Resistenza. Catturato dalla Gestapo viene internato ad Auschwitz. Finita la guerra va in Venezuela, esiliato. Ma non sopporta le ingiustizie del mondo. Nel 1958 lascia definitivamente il Partito Comunista e aderisce al DRIL.
Henrique Galvao era nato nel 1895 e quando salì sul transatlantico aveva sessantacinque anni. Era un personaggio con ansia di notorietà e che amava le apparenze. Un dandy. Appena salito sul Santa distribuì stellette da attaccarsi alle spalline delle camicie. L’unico che non se le attaccò fu Velo, che diceva che le costellazioni stavano nel cielo. Henrique Galvao non era un rivoluzionario, ma era stato un militante fascista fieramente a lato di Salazar. Un colonialista convinto. Era stato governatore in Angola e si era staccato da Salazar per appoggiare Humberto Delgado. Salazar non l’aveva presa bene e Galvao era stato rinchiuso nelle prigioni del regime. Ne era scappato in maniera rocambolesca e dopo essersi rifugiato nell’ambasciata argentina era riuscito a raggiungere il Sud America. Divenne la faccia visibile del sequestro del transatlantico. Era il portavoce ed era portoghese su una nave portoghese. Fu proprio Galvao a convincere il DRIL che il transatlantico da sequestrare doveva essere portoghese: in Portogallo non c’era la pena di morte, in Spagna sì. Dal suo punto di vista questo era un argomento dirimente.

Decisero di sequestrare il Santa Maria, non un transatlantico qualsiasi, ma il più grande, il più moderno, il più bello, il più lussuoso di tutta la marina mercantile portoghese, della Compagnia Coloniale di Navigazione. Il Santa Maria aveva un gemello, il Vera Cruz. Era una nave di 20.906 tonnellate ed era stato costruita in Belgio nel 1952. Era spinta da turbine a vapore e poteva portare fino a 1182 passeggeri e 350 persone di equipaggio. Copriva normalmente la tratta Portogallo-Sud America toccando i porti de La Guaira, Curaçao, San Juan de Puerto Rico, Port Everglades (Miami), La Habana, Funchal a Madera, Tenerife nelle Canarie, Lisbona e Vigo, in Spagna.

Quadro 6 “Quando sono salito ho visto” (soggettiva)

Aveva ragione mia zia. Ero salito nel pomeriggio del 20 gennaio. Così avevo avuto il tempo di farmi un bel giro sul Santa Maria. C’erano piscine e palestre per fare ginnastica. C’erano piste da ballo e ristoranti. Divani dappertutto. Mi sembrava un mondo nuovo, mai visto. Un mondo a parte. Come se si stesse preparando una festa che doveva durare per tutto il tempo della navigazione. Una festa infinita. I transatlantici, ora lo so, sono come città galleggianti. La pubblicità diceva: “Lasciatevi trasportare in una meravigliosa avventura”. Non immaginavo, non immaginavamo che avremmo vissuto l’esperienza più inquietante e fantastica della nostra vita: il primo sequestro politico della storia di un transatlantico che trasportava passeggeri.
All’inizio un po’ di paura c’era. Ma poi l’abbiamo persa. All’inizio c’era chi diceva che erano mercenari, una banda di assassini. Ma non era vero. Quando abbiamo iniziato a conoscerli abbiamo visto che erano brave persone. Fra di loro c’era anche un ragazzo che aveva appena un anno più di me. Si chiamava Victor Velo ed era il figlio del capo. Lui avrebbe voluto fare l’attore di teatro da grande, pensa te. Adesso però diceva che bisognava fare la rivoluzione. Che bisognava conquistare la libertà. Non lo capivo all’inizio. Capivo solo che aveva un coraggio che io non avevo. Si era imbarcato in una storia che non sapeva come sarebbe andata a finire. Aveva solo un anno più di me.

 

Quadro 7 “I primi giorni del sequestro” (narrazione)

Il 20 gennaio alle 23 ventidue membri del DRIL erano a bordo del Santa Maria. Tutti tranne Galvao e uno dei suoi uomini che salgono il giorno dopo a Curaçao. Galvao è troppo conosciuto in Venezuela e la sua presenza a bordo nel porto di partenza potrebbe far saltare tutto il piano.
Il 21 all’ora di pranzo tutti e ventiquattro i rivoluzionari si ritrovano nella cabina di Pepe Velo. Alcuni di loro s’incontrano per la prima volta. Si distribuiscono le armi: quattro pistole, un fucile e una mitragliatrice che non funziona. Il piano d’assalto è chiaro. Prendere di sorpresa i quattro punti nevralgici della nave: il ponte di comando, la sala delle radiocomunicazioni, le cabine degli ufficiali e la sala macchine. Le istruzioni sono di agire rapidamente per sorprendere ogni resistenza dell’equipaggio. Sotomayor fa subito chiarezza fra un’operazione di guerriglia in terra e una in mezzo al mare: in terra c’è sempre modo di ritirarsi. In mezzo al mare, no.
La luna è coperta dalle nuvole nella notte caraibica tra il 21 e il 22 gennaio. Questa mattina John Fitzgerald Kennedy ha appena giurato davanti alla Casa Bianca come 35º Presidente degli Stati Uniti d’America. Fra dieci giorni Janio Quadros, che ha vinto le elezioni presidenziali in Brasile, prenderà il posto di Kubitschek. Kennedy e Quadros, due presidenti democratici negli Stati Uniti e in Brasile. Le condizioni sono eccellenti per l’ “Operazione Dulcinea”.
I membri del DRIL si dirigono ai punti previsti. C’è un problema sul ponte di comando. I nervi sono a fior di pelle. Non si sa chi abbia sparato prima, l’equipaggio o i tre del DRIL. Una torcia. Un bagliore. Un membro dell’equipaggio giace a terra, morto. Altri due sono feriti. La nave è presa. Le comunicazioni con l’esterno sono bloccate. Sotomayor prende il timone fra le mani. Xosè Velo si presenta nella cabina del Comandante Maia, dove sono riuntiti tutti gli ufficiali dell’equipaggio e dice loro: “La nave è nelle nostre mani. Non siamo pirati, ma rivoluzionari. Avete tre scelte davanti a voi: aderire alla nostra causa e vi considereremo come compagni; riconoscere il vostro stato di vinti che obbediscono alle nostre regole e in questo caso dovete giurarci di non fare resistenza; non accettare nessuna delle due soluzioni ed in questo caso potete considerarvi come prigionieri di guerra e come tali sarete trattati.” Dopo essersi guardati in faccia gli ufficiali scelgono la seconda soluzione. Non c’era da aspettarsi altro da gente che da sempre era stata oppressa e con la smania di poter opprimere appena possibile. È la legge dei tiranni e dei loro cortigiani.
La mattina seguente dagli altoparlanti della nave si sentiva la voce di Galvao che diceva:
“Questa notte il Santa Maria è stato occupato dal Direttorio Rivoluzionario Iberico di Liberazione. Sono infinitamente dispiaciuto per le difficoltà che questa nuova situazione potrà comportare. Abbiamo occupato questa nave in nome di una causa che consideriamo sacra: la difesa dei diritti e delle libertà di milioni di abitanti dei due grandi paesi della penisola iberica. Faremo tutto il possibile per rendervi la vita meno sgradevole possibile e ci sforzeremo di sbarcarvi alla prima occasione. Non vi chiediamo di aiutarci ma di aiutarvi fra di voi: mantenete la calma, l’ordine e la tranquillità. D’ora in poi la nave non si chiamerà più Santa Maria, ma Santa Libertà”.

Del morto e dei feriti, però, non si parlava. Anche se Galvao e Sotomayor erano contrari, Velo decise che i feriti andavano sbarcati. È vero, forse li avrebbero scoperti, probabilmente il piano di raggiungere le coste dell’Africa sarebbe andato in aria, ma i feriti andavano sbarcati per ragioni umanitarie.
Lunedì 23 gennaio, secondo giorno del sequestro, mattino. Il Santa Libertà si avvicina all’Isola di Santa Lucia, nelle Piccole Antille inglesi. In rada c’è la fregata inglese Rothesay. Basterebbe solo che qualcuno si chiedesse cosa ci fa mai da quelle parti un transatlantico portoghese di ventimila tonnellate per dare l’allarme. E invece pare che il clima caraibico abbia contagiato tutti, anche gli inglesi. Dal Santa Libertà partono due scialuppe con i feriti, il medico di bordo e tre membri dell’equipaggio. Velo, Galvao e Sotomayor dalla tolda della nave si sincerano che le scialuppe siano arrivate a terra e, senza che la fregata inglese si accorga di nulla, rimettono la prua in direzione del mare aperto mostrando agli ignari inglesi la poppa.
Poche ore dopo viene dato l’allarme. La US Navy dirama un comunicato in cui si dice che il Santa Maria è stato sequestrato da almeno settanta guerriglieri armati fino ai denti con mitra e granate”. Da Puerto Rico parte immediatamente uno squadrone di aerei Hurricane Hunters. Si muove alla ricerca la fregata inglese e partono navi olandesi. Intanto, mentre tutti pensano che il Santa Libertà si muova verso Cuba, Sotomayor inizia a zigzagare nell’Atlantico dirigendosi verso Sud. D’ora in poi, ogni giorno che passa è tutta pubblicità per l’azione del Direttorio Rivoluzionario Iberico di Liberazione e per la sua causa.
Martedì 24 gennaio, terzo giorno del sequestro. La notizia inizia ad impensierire Kennedy. Dal Santa Libertà si inviano cablogrammi al Segretario Generale dell’ONU, al Segretario di Stato americano, al Presidente del Venezuela, al Primo Ministro britannico in cui si spiegano le ragioni dell’azione. Si dice anche di avvertire le famiglie dei passeggeri che tutti sono in buone condizioni. Sul fronte diplomatico, il governo inglese decide di non continuare nelle ricerche della nave con la scusa che il Rothesay ha difficoltà nell’approvvigionamento di carburante. Con la stessa scusa si ritirano anche le fregate olandesi. Da Lisbona è partito il cacciatorpediniere Pero Escobar con intenzioni non certo umanitarie. Rimangono gli americani che, oltre agli aerei, hanno messo alle calcagna del Santa Libertà anche due cacciatorpediniere, la Wilson e la Damato, e un sottomarino atomico, il Seawolf. Sono millecinquecento uomini, un ammiraglio, Robert Dennison e un contrammiraglio, Allen Smith. Intanto iniziano a muoversi anche i brasiliani.

Parte video sulla vita a bordo

Intanto a bordo si fa la rivoluzione per davvero: si dà ordine che le donne incinte abbiano, tutte, priorità nell’alimentazione, che si aboliscano le classi, che il menu della prima classe sia ridotto in favore della terza, che i bambini possano giocare tutti insieme e che abbiano tutti diritto alla stessa merenda. La rivoluzione si comincia a fare dagli asili nido! Si dà ordine che gli scambi a bordo si facciano con una nuova moneta, l’ibero. Si sta fondando una libera e popolare repubblica che vaga sull’Oceano. Quando non sono di servizio, gli attivisti frequentano i bar e i ristoranti e si relazionano con i passeggeri. Pepe Velo e Galvao si sforzano di comunicare a tutti i motivi e gli obiettivi della loro lotta. Le barriere sono state eliminate e tutti possono andare nelle piscine, andare a ballare nelle tante piste da ballo, mangiare in qualsiasi ristorante. La situazione a bordo è tranquilla. Si comincia a pensare che si sta vivendo un’avventura straordinaria e che, in fondo, questi Velo, Sotomayor e Galvao, sono brave persone. Molti passeggeri solidarizzano con la causa del DRIL. E così fanno molti dell’equipaggio. Velo è instancabile. Passa le giornate a discutere con i passeggeri. Parla loro dei grandi poeti della lingua spagnola, della lingua galiziana, della lingua portoghese. Le sue sono lezioni o poesie.

Sii un fiume
essere per essere mare
essere fontana
Sii il primo ad essere un pinguino di acqua al sole e nuvola viaggiatrice
scia dell’amore nell’ultima ora

Essere raccolto
essere un granaio e nient’altro che essere grano
se
e ancora meglio
seme seminato

Sii pane
tutto
essere per tutti e per tutto o per sempre
pane e acqua per essere
per tutte le carestie e per tutti i luoghi
essere come un Cristo che desidera
corpo e sangue mai versati
redento scorrendo attraverso i canali delle vene
senza ferite e senza guerre
essere per la speranza
essere di fronte alla morte naturale
quella cosa
che può raggiungerci nell’amata avventura
che sta conducendo l’uomo fino alle stelle.

Essere semplicemente umani
se
né bestia né angelo
metà monaco e metà soldato
Centauro incredibile che la Spagna ha abortito.

Sii un fratello e sii amico
sii sempre con te
con te
vicinanza
qua e là
in lontananza
mangiato o infondendo cura
allora la storia sarebbe anche
il modo migliore per testimoniare
del lavoro dell’uomo che ha già inventato l’umanità.

Quadro 8 “Intanto in Italia 1” (narrazione)

Intanto nel mondo la stampa aveva cominciato a seguire la storia del Santa Libertà. Non che se ne sapesse qualcosa. Anzi. Nessuno sapeva dove fosse. Nessuno sapeva quanti fossero i rivoluzionari. Nessuno sapeva se fossero armati per davvero. Quello che si sapeva, sì, era quello che volevano: far sapere al mondo che in Spagna e in Portogallo c’erano due dittature sanguinarie. Eppure i giornali dovevano vendere e le prime pagine aprivano con titoli a due o tre colonne.
In Italia la cosa era addirittura comica. La stampa di sinistra prendeva le parti dei rivoluzionari perché così si definivano. Però non capiva molto bene, la stampa italiana di sinistra, come mai questi rivoluzionari non avessero girato la prua verso Cuba. Non era lì che si stava facendo la rivoluzione? E allora? Invece la stampa di centro e di destra considerava i rivoluzionari come terroristi, pirati, che andavano impiccati all’albero più alto della nave, come se se ne trovassero di alberi su una nave spinta da moderne turbine.

Un famoso giornalista italiano, maestro di tanti giornalisti di oggi, così terminava un suo lunghissimo articolo, parlando di Galvao, che si apriva con l’invidia che lui stesso provava per non poter essere presente a questo incredibile ed increscioso spettacolo:

“Quanto tempo potrà restare il capociurma spericolato, il grande bucaniere che sempre aveva sognato di diventare? Forse non se l’è nemmeno chiesto. L’importante era di poterlo essere, una volta, prima di morire.
E, per il momento, lo è.
Non so quali leggi internazionali attualmente vigano in proposito. Non so se abbia ancora corso quella che prevede l’impiccagione del pirata all’albero della nave. Trattandosi di navi moderne, non vedo a quale albero potrebbero impiccarlo. Comunque, se, di qui a un po’, sapremo che il cadavere di Galvao oscilla al vento del Mar dei Caraibi, penseremo che ha avuto quel che merita, e ben gli sta.
Ma ciò non ci impedirà di toglierci rispettosamente il cappello. È l’ultimo filibustiere che ci dice addio dall’alto di un pennone, al termine di una rapida, impossibile avventura che anche noi tante volte abbiamo sognato.”
Indro Montanelli

Quadro 9 “Intanto nel mondo” (narrazione)

Quelli del DRIL non erano pirati, la loro era un’azione politica e non di pirateria. Era Salazar che spingeva perché il mondo intero li considerasse come pirati e come tali andassero trattati: impiccati all’albero più alto. Ma gli altri avevano capito. Cinque giorni dopo il sequestro, giovedì 26 gennaio, l’Accademia delle Leggi Internazionali della Aja, un organismo annesso al Tribunale Internazionale di Giustizia, decretò che secondo il diritto marittimo l’azione non poteva essere considerata pirateria. La cosa si metteva male per Salazar e per Franco. Sempre meglio per il DRIL. Il mondo libero stava dalla loro parte. Intanto anche la Spagna aveva inviato un cacciatorpediniere, il Canarias, alla ricerca del Santa Libertà e grazie al Patto Iberico sottoscritto da Franco e da Salazar, avrebbe dovuto muoversi in azione coordinata con il Pero Escobar, il cacciatorpediniere portoghese.

Ma intanto, per bloccare una nave in mezzo all’Oceano bisogna prima trovarla. E per il momento il Santa Libertà sembra scomparsa. Le voci sono tante.

Parte il video “ammiraglio brasiliano e Kennedy”

C’è chi, come i portoghesi e gli spagnoli, continuano a dire che si tratta di una manovra comunista e che la nave non può che muoversi verso Cuba, c’è chi invece dice che si sta spostando verso le coste dell’Africa. È chiaro l’imbarazzo di quelli che lo stanno cercando.

La strategia di Sotomayor, quella di zigzagare nell’Oceano, sta portando i suoi frutti. Il Santa Libertà è diventato un vascello fantasma. Pare che sia “approssimativamente” da qualche parte di qua o “approssimativamente” da qualche parte di là. In fondo il mondo è un fazzoletto. Però il Santa Libertà viene avvistato da una nave cargo danese, il Vieike Gulka nella notte fra il 25 e il 26 gennaio. Subito viene dato l’allarme e un aereo della marina statunitense, il P2B, lo intercetta. A Kennedy viene portato un foglio in conferenza stampa. Lo legge anche lui per la prima volta. Il Santa Maria si trova a circa sessanta miglia dal Rio delle Amazzoni, di fronte al nord del Brasile. Il Dipartimento di Stato americano informa subito i portoghesi che gli Stati Uniti faranno di tutto per sbarcare i passeggeri in territorio neutrale. In questo modo gli americani si muovono per mettersi in mezzo, fra il Santa Libertà e il cacciatorpediniere portoghese che sta arrivando e che ha come unica intenzione quella di affondarla.
Il sesto giorno, venerdì 27 gennaio, il DRIL inizia a negoziare con l’ammiraglio Dennison. È un riconoscimento enorme. L’ammiraglio americano propone di sbarcare i passeggeri a Belem, in Brasile, ma Galvao e Velo prendono tempo. Il Brasile può andare bene, ma il nuovo presidente, Janio Quadros, giurerà solo il 1º di febbraio. Con il presidente uscente, il rischio è quello di essere bloccati e di essere spediti in Portogallo. Meglio evitare. Il giorno successivo, il 28 gennaio, Janio Quadros conferma alla stampa che offrirà tutte le garanzie ai suoi amici del DRIL se dovessero entrare in un porto brasiliano.

Quadro 10 “Intanto in Italia 2” (soggettiva)

Sul Santa Libertà, anch’io ormai lo chiamavo così, ci lasciavano fare un po’ di tutto. A turno ci facevano andare alla radio per dire ai nostri famigliari che stavamo bene. Io non sapevo chi avvisare se non mia zia. Con Victor, che era il figlio del capo, eravamo diventati amici. Lui era sempre molto serio, ma la mattina dell’ottavo giorno, era il 28 di gennaio, venne sorridendo. Mi fece scendere con lui nella sala radio ed iniziò a girare la manopola.

Parte la musica del Festival di Sanremo

In Italia in quei giorni c’era il Festival di Sanremo. E c’erano dei giovani, giovanissimi, a competere. C’era Adriano Celentano con 24000 baci. Non sapeva ancora se l’avrebbero fatto gareggiare nella finale perché stava facendo il servizio militare e non volevano dargli la licenza. Sarebbe arrivato secondo, ma fu un successo così grande che era come se avesse vinto lui. Cantava con Little Tony.
Non riuscivo ad immaginare che anche a Victor interessasse il Festival di Sanremo.
Poi c’era Mina, con due canzoni. Le mille bolle blu. E Milva che si era presa l’influenza e stava da una sua zia a Torino a farsela passare. Lei cantava Il mare nel cassetto. Alla fine vinse Betty Curtis con Al di là. E poi c’erano Claudio Villa, Tony Renis, Gino Paoli, Umberto Bindi. Il Festival di Sanremo del 1961… me lo sono ascoltato tutto seduto nella sala radio del Santa Libertà in un posto sperduto nell’oceano.
Alla fine avevo tutto il festival di quell’anno nell’avventura che stavo vivendo da più di una settimana: Un mare nel cassetto fatto di mille bolle blu.

Quadro 11 “Arrivano gli americani” (narrazione)

Erano stati trovati e li stavano scortando. Aerei americani sorvolavano il Santa Libertà senza interruzione. I messaggi che Velo e Galvao si scambiavano con l’ammiraglio Dennison erano amichevoli. Si era trovato l’accordo per un incontro a bordo del Santa Libertà per la mattina del 31 gennaio. Ma senza entrare nelle acque brasiliane e rimanendo a tre miglia dalla costa. Il nuovo presidente del Brasile avrebbe giurato solo il giorno dopo e fino a quel momento la marina brasiliana aveva ricevuto l’ordine di catturare la nave.

Prima dell’incontro con gli americani, Pepe Velo era stato categorico: l’azione del DRIL non deve essere considerata come un atto di pirateria, ma un atto di legittima sollevazione contro le dittature di Franco e di Salazar. Per questo aveva fatto fare un inventario di tutti i soldi che c’erano nella cassaforte, con saldo al 29 gennaio:
– 91314,60 scudi portoghesi
– 19220,40 pesetas spagnole
– 1519,29 dollari americani
– 2141,55 bolivares venezuelani
– 131,38 Fiorini di Curaçao

Loro, i rivoluzionari del DRIL, non avevano toccato neanche un soldo. Quindi non potevano essere considerati pirati.

All’alba del 31 gennaio nessuno avrebbe creduto ai suoi occhi. Un’armata di navi da guerra si stavano avvicinando al Santa Libertà. Tre cacciatorpediniere tra cui la Gearing, tre fregate, e altre navi più piccole. E c’era anche il sottomarino Seawolf uscito allo scoperto.

Parte il video “arrivano gli americani”

Prima dell’arrivo a bordo del contrammiraglio Allen Smith, c’era stato un piccolo incidente diplomatico. Sotomayor si era accorto che il cacciatorpediniere Gearing aveva i cannoni scoperti e quindi in posizione di attacco. Subito richiede che sia fatta chiarezze e intanto dispone la prua del Santa Libertà contro il Gearing come a minacciarlo. Gli americani si scusano e l’incidente si chiude lì.
Quando il contrammiraglio Allen Smith sale a bordo del Santa Libertà, accompagnato dal capitano Ebenezer Porter, dagli ufficiali Rainey, Hoffman e Jones, dall’addetto dell’ambasciata americana a Rio Harry Quinn e dal console di Recife Ernest Guadarrama, gli si presenta una scena surreale. Fa un caldo torrido e il contrammiraglio viene accolto dal comando del DRIL e da tutti i membri del commando sull’attenti che ascoltano le note degli inni nazionali americano, del Portogallo, della Galizia e della Repubblica spagnola. Più di venti minuti tutti sull’attenti.

Parte il video inni nazionali

Quadro 12 “Sbarco a Recife” (narrazione)

L’incontro durò fino alle 13,30. La decisione era stata presa: i passeggeri sarebbero stati sbarcati al porto di Recife due giorni dopo. Alla fine della riunione gli americani visitarono la nave e si sincerarono delle condizioni dei passeggeri. Nessuno ebbe a lamentarsi di come erano stati trattati. Però chiedevano di poter sbarcare.
Alle 12 di quel giorno, a Brasilia, Janio Quadros stava giurando e il mattino successivo avrebbe occupato lo scranno più alto, quello di Presidente della Repubblica del Brasile.
Intanto il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva finalmente dato una risposta definitiva sul sequestro: non si trattava di un atto di pirateria, ma di un atto simbolico autorizzato da un governo in esilio. Gli Stati Uniti avrebbero agito come neutrali trovandosi a bordo passeggeri di nazionalità americana. Inoltre il Portogallo non avrebbe potuto appellarsi alla sua partecipazione alla NATO per chiedere aiuto come paese membro perché il sequestro era avvenuto sotto il Tropico del Cancro e quindi sotto la giurisdizione del Patto Atlantico.
Salazar e Franco avevano perso su tutta la linea.

Alle nove del mattino di mercoledì 1º febbraio, si vede la sagoma del Santa Libertà all’orizzonte del porto di Recife. Tutta la città è pronta ad attendere la nave. Ma il Santa Libertà rimane all’orizzonte, non si muove. Il DRIL chiede di tenersi la nave come bottino di guerra dopo lo sbarco dei passeggeri e di parte dell’equipaggio. Tutto questo perché non sono ancora arrivate garanzie da parte del governo brasiliano sul diritto di asilo per tutti i membri del DRIL. Nel pomeriggio, finalmente, arriverà un telegramma di Janio Quadros, il nuovo presidente della Repubblica: tutti i membri del DRIL avranno diritto d’asilo.

Quella sera del 1º di febbraio, il DRIL organizzò un’enorme festa a bordo del Santa Libertà. La mattina dopo sarebbero tutti sbarcati a Recife. Al centro, nella tavola presidenziale, i tre comandanti, Pepe Velo, Jorge Sotomayor e Henrique Galvao. L’orchestra suonò fino all’alba.
E al mattino…

Parte video sbarco a Recife

La storia si era conclusa. Kennedy aveva risolto la questione diplomaticamente e il DRIL aveva ricordato al mondo intero che nella penisola iberica c’erano due terribili dittature. Una opposizione che è in qualche modo una replica al Patto Iberico stilato da Franco e da Salazar. Non si trattava della libertà del Portogallo e non si trattava della libertà della Spagna, ma della libertà di tutti i popoli oppressi e ansiosi di libertà.

Parte video conferenze stampa


Quadro 13 “Cosa ne è stato di loro, cosa ne è stato di me” (soggettiva)

Una volta sbarcati a Recife i pirati della libertà furono mandati a Rio, poi a San Paolo. Galvao, ruppe con gli altri. A lui la rivoluzione non interessava, era più attento alla fama e questa storia gli aveva reso un bel servizio. La faccia pubblica del Santa Maria era stata la sua.
Sotomayor e Pepe Velo si ritirarono. Pepe Velo continuò ad insegnare, poi aprì una libreria.

Io, sono stato mandato in Spagna con un’altra nave, due giorni dopo. Era il Vera Cruz, la gemella del Santa Maria, ma del Santa Libertà non c’era più niente. Quando sono arrivato in Italia ho cominciato a pensare che era meglio se fossi rimasto in Venezuela. Ho fatto di tutto, nella mia vita. Ho lavorato in fabbrica, ho fatto il cameriere, il venditore, di tutto. Ma non mi sono mai sentito libero come in quei tredici giorni. E per tutta la vita ho cercato un’occasione, almeno una, per tornare ad esserlo.

Ricordo le sere che Victor e gli altri cantavano una canzone bellissima che diceva “svegliatevi, uomini che dormite… svegliatevi e venite a incendiare di astri e di canti le pietre e il mare, il mondo e i cuori”. Svegliatevi, diceva la canzone e in portoghese diceva Acordai…

Parte il video finale “Acordai”

Acordai acordai
homens que dormis a embalar a dor
dos silêncios vis
vinde no clamor
das almas viris
arrancar a flor
que dorme na raíz

Acordai acordai
raios e tufões
que dormis no ar
e nas multidões vinde incendiar
de astros e canções as pedras do mar
o mundo e os corações

Acordai acendei
de almas e de sóis este mar sem cais nem luz de faróis e acordai depois das lutas finais
os nossos heróis
que dormem nos covais Acordai!

N. B. E’ vietata ogni riproduzione anche parziale del testo senza l’espresso consenso dell’Autore.  

Alcuni scatti dallo spettacolo: 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In copertina: il manifesto dello spettacolo “Santa Libertà. Una storia vera” andato in scena al Teatro Invito Ultimaluna di Lecco il 18 marzo 2023

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Fabio Mangolini

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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