29 Maggio 2016

Tra Venezia e l’Oriente: le vedute di Ippolito Caffi, l’ultimo erede di Canaletto

Redazione

Tempo di lettura: 4 minuti

da: organizzatori

“Sono arrivato qui dopo un mezzo naufragio sul Mar di Marmora. L’imponenza di Smirne e la sua posizione mi ha sorpreso non poco, ma quando fui giunto dirimpetto a Costantinopoli, a Pera, Galata e il Bosforo, io mi credeva trasportato in Paradiso”
(Ippolito Caffi, Lettera ad Antonio Tessari, 3 novembre 1843)
150 anni fa muore durante la battaglia di Lissa nell’affondamento della Re d’Italia – sulla quale si era imbarcato per testimoniare le vicende belliche con l’incisività dei suoi disegni – Ippolito Caffi (1809 – 1866), bellunese di nascita e veneziano d’elezione, straordinario pittore-reporter, irrequieto osservatore della società e convinto patriota. 150 anni fa (quasi un segno del destino!) il Veneto e Venezia vengono annessi all’Italia. Venezia: la città che Caffi ha maggiormente amato, lottando per la sua libertà, e di cui ha tradotto in pittura la struggente bellezza, con una capacità di sintesi che non ha eguali in tutto il secolo.

Autoritratto di Ippolito Caffi
Autoritratto di Ippolito Caffi

Ѐ in questa coincidenza di ricorrenze che l’imponente fondo di dipinti di Caffi appartenente alla Fondazione Musei Civici di Venezia – che ha avviato un’intensa attività di valorizzazione del proprio patrimonio – viene esposto integralmente, a distanza di cinquant’anni, in una grande mostra al Museo Correr aperta fino al 20 novembre 2016, promossa dalla Fondazione MUVE insieme a Civita Tre Venezie e a Villaggio Globale International a cura di Annalisa Scarpa (catalogo Marsilio).

La locandina dell'esposizione
La locandina dell’esposizione

Una mostra che è un tributo a quello che possiamo considerare il più moderno e originale vedutista del tempo, insuperabile nell’immortalare con la sua pittura di luce l’anima di luoghi e di popoli incontrati in tanti viaggi in Italia, in Europa e nel bacino del Mediterraneo. Ma soprattutto un tesoro – pressochè inesplorato e stupefacente nel suo complesso – che finalmente riemerge: un nucleo pittorico di oltre 150 opere che la vedova Caffi, Virginia Missana, ha donato alla città nel 1889 insieme ad altrettanti disegni sciolti e a ventitrè album.
Definito per la sua abilità prospettica l’ultimo erede di Canaletto, Ippolito Caffi supera in realtà ed elude la tradizione canalettiana, arricchendola con un’accentuata comprensione del dato atmosferico e un ricercato studio sugli effetti di luce, fino a traghettare il genere del vedutismo verso la contemporaneità.
Ѐ una luce “emotiva” quella che Caffi traduce in pittura e che rende i suoi quadri tanto poetici, affascinanti e amati: una capacità di analisi di ogni sfumatura ambientale così come di ogni elemento architettonico e urbanistico percepito con inusuale empatia. Una miscela geniale di bagliori artificiali e di luce naturale: effetti chiaroscurali che scandiscono il concetto di vedutismo tradizionale, applicando un’inedita ottica che raggiunge formule modernissime, in un gioco continuo tra il “sublime” e il “pittoresco”. Ecco Ippolito Caffi, artista ma anche uomo travolgente: una vita che scorre come in un romanzo tra arte e passione politica.

“…Fra pochi giorni la mia Virginia mi raggiungerà qui, e allora forse andremo a passare l’inverno a Napoli, finchè si potrà vedere rotte le catene che tiene oppressa la nostra misera Venezia, ridotta all’ultimo della sua esistenza morale e materiale […]. Se ami qualche dettaglio del nostro miserabile paese, fammelo sapere, che lo avrai, col patto di non compromettermi perché la polizia di Venezia sarebbe capacissima di vendicarsi sull’innocente mia Virginia […]”
(Ippolito Caffi a Antonio Pavan, Milano 29 settembre 1860)

Reporter di viaggi e di accadimenti straordinari, Caffi viaggiò in lungo e in largo per mezza Europa e per il Vicino Oriente. Affamato di novità e di avventura si spingerà da Atene a Costantinopoli, dal Cairo a Gerusalemme e oltre. L’esilio lo porta poi a Genova come a Ginevra, a Nizza, a Parigi e Londra, in un girovagare perennemente creativo.
Non solo, ma nel panorama degli artisti viaggiatori italiani dell’Ottocento che sentirono il fascino della Grecia e appunto dell’Oriente, Ippolito Caffi fu il primo artista ad affrontare da solo un viaggio considerato all’epoca, periglioso e d’indubbia difficoltà. Prima di lui chi aveva intrapreso questo viaggio lo aveva fatto al seguito di spedizioni organizzate, per lo più archeologiche, con il ruolo d’illustratore.
Il desiderio di Caffi di conoscere quelle terre lontane ha più di una motivazione: le fonti letterarie contemporanee da un lato – da Chateaubriant a Hugo – e gli audaci viaggi dell’esploratore padovano Giambattista Belzoni dall’altro, non bastano tuttavia a spiegare quanto egli desiderasse realizzare questo sogno. Ѐ il suo senso dell’avventura, la sua curiosità per ciò che appare meno noto, dai popoli ai monumenti, a fargli ascoltare questo canto di sirena. La sua straordinaria e pionieristica esperienza rafforza il suo vocabolario artistico, lo arricchisce di luce vivida e di colori smaltati, in un reportage dove l’esotico lascia sempre spazio al meraviglioso e all’incanto. (Maria Paola Forlani)



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