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MEGALOMEN:
L’Ombelico del mondo e la società dello spettacolo

 

“Il megalomane differisce dal narcisista per il fatto che desidera di essere potente piuttosto che simpatico e cerca di essere temuto piuttosto che amato. A questo tipo appartengono molti dementi e la maggior parte dei grandi uomini della storia.”
Bertrand Russell

Megalomen, cartone animato giapponese

Magari sei diventato un personaggio grazie ad un’ immagine da cazzone. Però decidi di crescere, di studiare, di applicarti, e questo è encomiabile, anche se ciò non ti rende Frank Zappa, o il Dalai Lama.

Continui a vendere tanti dischi, addirittura più di quelli che vendevi con la vecchia immagine, e questo è obiettivamente un gran colpo. Ti scaricano milioni di volte, tutti ti cercano per intervistarti.  Tutti si abbeverano alle tue parole come se fossi un profeta, interpretano i tuoi testi come se fossero letteratura, politica e tu finisci per crederci. Del resto, non è mica facile starne fuori. Succede a chi non interessa a nessuno, figurati a te che sembri interessare a tutti. Più del Dalai Lama.

Allora vuoi fare le cose sempre più in grande. Le tue idee hanno bisogno di una rappresentazione sempre più gigantesca. Cominci a ragionare come un capitano d’industria, un top manager. Non basta quello che hai ottenuto, devi fare sempre di più. La tua visione del mondo (il tuo ombelico) deve essere imposta al mondo. Deve diventare l’ombelico del mondo, diamine! Non importa se i tir, gli aerei, le ruspe che la trasportano inquinano e spianano il mondo ovunque tu passi. La gigantesca vision che porti in giro lascerà cambiato lo spicchio di mondo dove sei passato, in modo irrimediabile. Puoi farlo pulire, tirare su le cartacce, farlo lavare. Lo hai cambiato lo stesso, con la violenza della tua visione di una grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa. Ma forse è proprio quello che volevi: lasciare un’ impronta indelebile.

 

Vale per te, ma vale per chiunque non riesca più a dire di no agli adepti della propria personale chiesa, e quindi vuole dare una chance a tutti di vedere lo spettacolo, democraticamente (a parte la sezione aristocratica del pacchetto VIP, of course). Se ti vogliono vedere in 500.000 bisogna fare in modo che tutti possano farlo, ma non puoi mica esibirti cento volte in luoghi da cinquemila. Gli U2, che avevano il problema che li volevano vedere 5 milioni di persone, nel 1997 portarono in giro per il mondo un gigantesco logo giallo che richiamava McDonald’s o un megastore, con un’enorme oliva infilata in uno stuzzicadenti e un limone gigante. Un palco di 700 metri, sotto loro che si esibivano sembravano lillipuziani. Voleva essere una parodia della società dei consumi. Ma come puoi essere una parodia della società dei consumi se la stai letteralmente incarnando, con biglietti al prezzo medio di 50 dollari (allora), uno spreco di risorse naturali imbarazzante e un inquinamento da co2 pari a quello di un piccolo stato sovrano? 

“Oi ndemo veder i Pin Floi”
Pitura Freska

Il 15 luglio 1989, data del concerto dei Pink Floyd su una piattaforma galleggiante di fronte a Palazzo Ducale, Venezia, è uno snodo centrale dell’instaurazione del cortocircuito tra realtà e spettacolo. Ci avevano già provato a Pompei, ma lì il connubio non prevedeva la presenza di un pubblico. Anzi, la solitudine della band nell’anfiteatro pompeiano era parte del fascino dell’operazione. Diciassette anni dopo, oltrepassarono lo stargate.Adesso la nuova frontiera dello show gigante – di cui Pink Floyd a Venezia è l’antesignano – è lo spettacolo allestito negli ecosistemi, meglio se delicati. I palazzetti, gli stadi, le aree costruite dall’uomo per quegli scopi (al limite ex ippodromi, ex aeroporti) non bastano più. Non esiste più l’idea che ci sia un posto per ogni cosa, che è poi l’idea del limite, della finitezza, del senso della misura. L’idea, anche, per cui ad un certo punto, in quanto individuo della specie umana, ti accade che muori. L’antropocentrismo deve debordare dentro le aree belle ma fragili (Venezia), dentro gli spazi naturali, li deve conquistare alla sua megalovisione di un mondo biodegradabile e compostabile. E per rappresentare questo mondo, accetta di degradare la natura ad ancella dello spettacolo. Popolare, democratico, ecologico e progressista. Ne sapremo qualcosa anche a Ferrara.

“Lo spettacolo non può essere compreso come l’abuso di un mondo visivo, il prodotto delle tecniche di diffusione massiva di immagini. Esso è piuttosto una Weltanschauung divenuta effettiva, materialmente tradotta. Si tratta di una visione del mondo che si è oggettivata.”
Guy Debord

In copertina: Jova beach 2022

Bonavox

 

Bono Vox (nome d’arte preso storpiando l’insegna di un negozio di strumenti di Dublino), al secolo Paul Hewson, misticheggiante front man del gruppo pop-rock U2, ha dichiarato in una intervista a Hollywood Reporter che prova imbarazzo e diventa rosso ascoltando le canzoni della band alla radio, e non gli piace granché nemmeno il nome del gruppo. Inoltre dichiara di essere legato a un paio di canzoni (Miss Sarajevo, Vertigo) che la maggior parte dei fan (una sterminata platea) della band considera molto meno importanti di altre “pietre miliari”.

Naturalmente, tutti a dire che Bono (61 anni) è rincoglionito. Io invece credo che non sia mai stato tanto lucido. Semplicemente, inizia a guardare da una certa distanza l’immagine che ha e la fama di cui gode. Ed è fantastico che molti fan e “giornalisti” musicali non gli perdonino di avere leso la maestà di se stesso, come se non potesse farlo, come se Bono fosse un’effigie proprietà di tutti e Paul Hewson, ovvero Bono stesso, non si potesse permettere di imbrattare l’icona sacra. Non puoi dire di te che sforzavi ridicolmente la voce per sembrare “macho”. Non puoi dissacrare te stesso. Un patetico Gino Castaldo su Repubblica arriva a dire “siamo noi a essere imbarazzati, per lui e per il modo in cui distrugge un patrimonio e si fa beffe della credulità della gente” . Ecco: è nel vocabolo “credulità” che risiede il vero disappunto di gente come Castaldo. Gli abbiamo creduto, abbiamo creduto che fosse Gesù Cristo, abbiamo costruito la nostra misera carriera vendendolo al mondo come il salvifico messia del rock e adesso lui prende per il culo se stesso (quindi noi), e lo fa sul serio. Come si permette?

Semplicemente, Paul Hewson sta invecchiando. Per sua fortuna, a differenza di altri che non hanno retto alla nomina di nuovi salvatori del mondo, e si sono ammazzati di alcol e droga ben prima della maturità. Sta invecchiando e questo gli consente di guardare il Truman Show della sua carriera di performer e di monaco laico con maggiore distacco, e di coglierne tutto il fatuo, oltre che il ridicolo.

“Penso che gli U2 remino molto verso l’imbarazzo: forse questo è il posto dove stare come artista, proprio al limite del tuo livello di imbarazzo”. 

Paul David Hewson

Nina …un racconto

Nina
Un racconto di Carlo Tassi

A volte il mio lavoro mi porta a sentire storie che non vorrei mai sentire. Peggio è quando poi devo scriverle. Come quella che ho saputo dalla bocca di un balordo ubriaco conosciuto appena.
In cambio di una bottiglia di vodka scadente m’ha raccontato la storia di una ragazza tanto bella quanto sfortunata.

Era una ragazza bellissima e veniva da un paesino della Ex Jugoslavia.
Capelli color miele, occhi verdi e pelle olivastra, una bellezza come solo tra i Balcani se ne può trovare. Un’anima quindicenne resa orfana da una guerra bastarda. Un’antilope tra i maiali, da un campo profughi all’altro, fino all’orfanotrofio di Barbablù. Il direttore, un tizio viscido e corrotto, la vede e fiuta l’affare. In cambio di un bel gruzzolo la cede a due lupi in giacca, cravatta e tatuaggi. Un vero patto tra belve: la giovane preda è catturata, altra carne fresca per l’Organizacija è assicurata.
La fanciulla viene presto iniziata, la sua anima annientata. Amore, romanticismo e dolcezza saranno presto scordati. Gli stessi sogni, come cuccioli indesiderati, saranno soffocati. Il suo nuovo mondo è un pattume lercio da raschiare.
Una bambina diventata donna in poche settimane, nel modo più becero e spietato.
Un’altra vergine stuprata, calpestata, masticata e sputata. Pronta all’uso.
Svuotata di tutto e riempita soltanto d’eroina da non poterne più fare a meno. Come vuole la procedura, una puttana ubbidiente vale giusto un’altra puntura. Avanti il prossimo!
Ma la ragazza dagli occhi color smeraldo è bellissima, la più bella tra le schiave di quel lurido reame. Non può passare inosservata e il capo difatti l’ha notata.
Così il vento cambia improvvisamente, e l’incantevole gioiello biondo è d’un tratto curato e ripulito. Rimesso a nuovo per esser coccolato. La bambola prediletta dell’orco.
Mesi d’inferno, dal terrore della guerra alla disperazione della schiavitù. Poi questo paradiso bugiardo, perverso, fatto di catene dorate e caramelle avvelenate: l’harem del grande boss.

Però l’anima della ragazza non è ancora morta, i ricchi maiali hanno fatto male i conti. Una sera, una possibilità da cogliere senza paura. Niente da perdere se non la vita.
Le catene sono allentate, una piccola distrazione del padrone basta e avanza.
La ragazza ha imparato a fingere bene, è furba e veloce, ruba dei soldi e fila via lontano. In treno, in corriera, in autostop. Trova un’altra città, una grande metropoli, caotica, indifferente, ciò che serve per scomparire.

Per strada migliaia di facce le girano intorno di continuo, una folla assente d’estranei distratti, in altro affaccendati. Sola e trasparente il più possibile per la costante paura d’esser trovata, mentre la fame le morde lo stomaco. Soprattutto la fame. Perché la libertà da sola non basta. Perché deve fare i conti con la propria sopravvivenza e capisce che le resta sempre e solo una scelta: vendere l’unica merce che possiede.
Settimane, mesi, battendo i marciapiedi di periferia come un fiore tra i rifiuti, ancora uno splendido fiore dopotutto. Vivere da emarginata dormendo dove capita, fare sesso per quattro soldi, mangiare qualche pasto caldo alla mensa, farsi una doccia in qualche bettola per poi offrirsi ai clienti, infine procurarsi la dose serale d’eroina per sfuggire agli spettri del mattino. Ogni giorno è un conto alla rovescia col proprio nulla da perdere. Nessuno scopo, nessuna speranza, soltanto un altro buco nella carne per riaccendere il calore buono dei ricordi.

Ma una sera incontra un uomo. È più grande, ha soldi per pagare e far regali, ben presto diventa il suo miglior cliente. Forse nasce qualcosa. Nuove attenzioni, distrazioni. Un sentimento imprevisto o un’insolita avventura? Certamente attrazione, magari qualcosa di più. Lui le trova un posto dove stare, dice di volerle bene, fa promesse vaghe, ma appare e scompare e lei resta sola spesso. Come la volta che scopre d’essere incinta. Incinta di lui.
Lui si fa vivo e lei glielo dice. Lui reagisce freddamente. Tra i due qualcosa cambia e si rivela: due mondi troppo distanti, inconciliabili.
Lui la rassicura, la porterà in clinica, le pagherà l’aborto. Poi le dà dei soldi, un bacio in fronte e se ne va in modo strano. Lei resta lì, una mano sulla pancia a guardare la porta che si chiude. L’uomo non tornerà più. Altra solitudine, nuova delusione, ennesimo tradimento. Ma la pancia cresce e crescerà fino alla fine. Nove mesi tra gli stenti, contro ogni logica, ingiustamente, nel più completo abbandono.
Eppure nel suo seno cresce qualcosa per cui lottare, per cui vivere e tornare a sperare, lo sente ed è forte. La vita che nasce fa strani scherzi, s’aggrappa, resiste testarda, insegue ostinata la luce anche nelle tenebre più profonde.
Quindi resiste. Sopravvive nove mesi all’inferno per lei, per la figlia che verrà.

Sono le tre di un grigio pomeriggio di novembre. Una cameretta senza riscaldamento al primo piano d’una vecchia bettola abbandonata. Rimasugli d’un pasto e poche cose di nessun valore sparse intorno. Dal letto sfatto, sudicio, la ragazza s’alza a sedere, poi si piega in due dal dolore. Fitte nella pancia, il travaglio s’annuncia così. Lei stringe i denti, i dolori compaiono a intervalli regolari come le contrazioni. Fuoriesce abbondante il liquido dal ventre colandole sui piedi. Aumenta il dolore. La bimba spinge, vuole uscire.
La ragazza s’accuccia in un angolo, spinge e urla e spinge. Lacrime e sangue, come si dice. E poi dolore e rabbia, e finalmente la gioia d’un vagito.
L’accoglie in grembo, senza più forza né fiato, le resta solo un pianto muto di gioia impastata a disperazione. Una bellissima bambina di tre chili e mezzo. La guarda, l’accarezza con le esili dita insanguinate. Un fagottino che si muove appena, fragile e forte d’una forza inaudita. Tutto il suo mondo è ora racchiuso in quel nuovo esserino.

Ma l’incanto dura poco. Le lenzuola inzuppate di sangue, escrementi e placenta, l’odore acre, il cordone da tagliare, la sporcizia dappertutto. La bimba piange, non smette, ha fame, ha freddo. La madre ha perso molto sangue, è debole, non ha latte. Cerca di cullarla, di calmarla, l’avvolge nell’ultimo panno pulito rimasto. Le canta una vecchia ninna nanna d’anni spensierati, spezzati: la sua infanzia in Kosovo.
La lotta è impari. Vincono la fame e il freddo. La giovane madre è sconfitta, in preda al delirio, decide cosa fare. Aspetta fino a tarda sera, esce con la piccolina e s’avvia lungo la strada tra le ombre delle baracche. Si ferma davanti al cassonetto dell’immondizia, lo apre, bacia la sua bimba un’altra volta, la depone delicatamente all’interno e se ne va.
Forse la mattina arriva all’improvviso, come un lampo accecante. La ragazza apre gli occhi in preda al terrore, stavolta lucida, di nuovo presente. Cerca di ricordare dove ha portato la sua bambina. Corre fuori in preda al rimorso, sperando che non sia troppo tardi. Arriva al cassonetto, lo apre, non trova nulla. Svuotato, completamente, come il suo ventre, il suo cuore, il suo mondo.
Torna alla bettola, non corre più, cammina lentamente, inebetita da troppo dolore. Sale le scale, entra nella piccola stanza dove poche ore prima era nata sua figlia. Fruga nella borsetta, afferra il coltello che teneva per difendersi dai clienti violenti o da quelli del racket se mai l’avessero trovata.
La lama è affilata. L’affonda nelle braccia e la trascina all’interno della carne squarciandosi entrambi i polsi. Lo fa con rabbia, in profondità, da recidere vene, arterie e nervi. Il sangue esce a fiotti e ricopre tutto, mentre lei s’adagia nel letto ormai fradicio. In pochi minuti il calore l’abbandona, si trasforma in gelo e il gelo si trasforma in un sonno profondo, privo di dolore e di respiro.
La morte arriva così, come un sollievo, come una vecchia amica premurosa.

Almeno questo è ciò che molti hanno creduto sia successo, compreso l’ubriaco che ho di fronte.

La storia appena ascoltata è angosciante, spietata, dura come poche altre sentite in passato. Mi lascia dentro un certo malessere, un sapore amaro, inevitabile.
Ma questa storia non finisce qui.
Il fatto è che l’ubriaco s’ammutolisce. Il suo sguardo è sperso chissà dove. Prende la bottiglia per scolarsela tutta. Io gli blocco il braccio, Temo che col pieno di vodka non sia più in grado di raccontare il resto, sempre che un resto da raccontare ci sia.

“È tutto?” gli chiedo “Ma tu come facevi a conoscerla questa ragazza?”
“La bambina…” sussurra.
“La bambina?” lo incalzo “Sai che fine ha fatto?”
“È viva sai… ora dovrebbe avere nove anni!” dice.
“E come s’è salvata?”
“Nina si chiama… ha gli occhi verdi di sua madre!”
A questo punto afferro la vodka e gliela sfilo dalle mani. Lui mi guarda con odio e fa una smorfia. “Ridammela!” ordina rabbioso, mentre il suo fiato puzzolente mi si appiccica addosso.
Mi tappo il naso e gli mostro la bottiglia piena ormai per metà. “Se la rivuoi mi devi raccontare la fine della storia… siamo d’accordo?”
“Per niente amico… ridammi la bottiglia! Le cose regalate non si restituiscono!” raglia sempre più minaccioso.
Mi rendo conto adesso che l’ubriaco appartiene alla categoria di quelli molesti. Gli ridò la vodka sperando di calmarlo, mentre nel nostro angolo l’aria è diventata irrespirabile.
Lui agguanta la bottiglia e mi sorride. È evidente che l’umore degli alcolizzati è assai mutevole e soggetto a cambi repentini, come in questo caso.
Mi chiedo se questo balordo non fosse uno di quegli sgherri del racket sulle tracce della ragazza. Se così fosse mi sarei cacciato in un bel guaio, ma se appartenesse all’organizacija non potrebbe mai essersi ridotto così. Gli osservo le braccia: nessun tatuaggio.
“Allora vuoi sapere la fine della storia?” mi chiede.
“Certo, sono qui apposta, ti ascolto!” faccio io.
“Dunque… quella notte arriva il camion dell’immondizia. Uno dei netturbini sente il pianto disperato della neonata, apre il cassonetto e la trova lì dentro, avvolta in una coperta chiusa da un fermaglio. La raccoglie e la porta subito in ospedale. Era affamata e infreddolita, ma la cosa che preoccupava di più era che soffriva di una forma abbastanza grave di astinenza da eroina… Ma fu curata e alla fine si salvò!”

“E tu come sai tutto questo?” gli chiedo.
“Perché io ero il medico che l’ha curata, amico mio!” dice.

Rimango senza parole. L’ubriaco che avevo di fronte, imbruttito, incattivito, era stato un medico dell’ospedale. “Quindi tu saresti il dottore che ha salvato la figlia di quella povera ragazza? Ma come fai a conoscere la storia di sua madre?” gli chiedo.
“Certo… io l’ho salvata!” dice. Fa una breve pausa, poi alza la bottiglia come per brindare, se la tracanna tutta e aggiunge: “Perché io conoscevo sua madre”
“Ah… ma allora come hai saputo che la bambina era sua figlia?” chiedo io sempre più perplesso.
Lui fa un lungo sospiro, un’altra zaffata puzzolente. Però, nonostante il litro di vodka nello stomaco, sembra stranamente lucido. “È semplice… ho visto il fermaglio che aveva quando l’hanno trovata. C’era il nome di sua madre, Nina. L’ho riconosciuto, gliel’avevo regalato io!”

La storia era decisamente interessante. Già immaginavo come l’avrei intitolata.

“L’hanno deciso quelli del tribunale di darle il nome di sua madre. E…” s’interrompe.

“Ti ascolto” dico io.

“Io sono suo padre! Io ho illuso sua madre e poi l’ho abbandonata! Avevo una famiglia, moglie e figli. Ero un medico stimato… ho avuto paura di perdere tutto e l’ho lasciata da sola nella merda… ma l’amavo davvero! Poi ho visto quella bambina, mia figlia. Ho saputo dalla polizia in che modo era morta sua madre… Tutto per colpa mia! Ho iniziato a bere e alla fine ho perso tutto ugualmente, famiglia, lavoro… Tutto”

Penso che avrei dovuto capirlo subito. “Ma c’è una bambina di nove anni che magari vorrebbe conoscere suo padre… Potresti ricominciare da lei” gli dico.

Lui sorride. È un sorriso amaro, consapevole, lucidissimo. Non è il sorriso che di solito t’aspetti di trovare sulla faccia di un alcolizzato. “Nina ce l’ha già una famiglia. È stata adottata. I suoi genitori sono brave persone. Lei va a scuola, fa una vita normale. Io che c’entro? Poi ho la cirrosi. Mi restano solo pochi mesi e li voglio scontare così”
Si alza, barcolla, mi ringrazia per la bevuta, mi saluta e se ne va.

Di quell’uomo non ho più saputo nulla.

Ottima, anzi pessima storia. La intitolerò Nina.

One (U2, 1991)

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Autumn Baby

Al pari del cibo e della moda, la musica ha anch’essa una stagionalità ben definita: associamo istintivamente il tormentone reggaeton all’estate, la voce di Michael Bublé al Natale e i singoli sanremesi all’inizio della primavera. Ci sono brani e album così impregnati delle sensazioni tipiche di una stagione – vuoi per il titolo, vuoi per l’andamento – che difficilmente si prestano a essere ascoltati in altri periodi dell’anno.
In questa categoria non dovrebbero rientrare quei dischi che la critica definisce pietre miliari o capolavori, dei quali si consiglia l’ascolto in qualsiasi occasione. Ho usato il condizionale poiché in questi ultimi giorni mi sono ritrovato ad assaporare i colori fortemente autunnali di una delle suddette pietre miliari, ossia Achtung Baby degli U2, che ha da poco compiuto trent’anni.

Pubblicato il 18 novembre 1991, Achtung Baby è quello che oggi definiremmo un reboot. Gli U2, infatti, vanno punto e a capo: riducono al minimo i riferimenti biblici e le sonorità epiche dell’esperienza americana, giocando con la teatralità sensuale del rock e la scena elettronica della Berlino post-muro. Il risultato è una sensazione di disincanto, in cui si fa fatica a scorgere quella romantica ricerca dell’ignoto che aveva contraddistinto il decennio precedente. Insomma, è un hangover necessario: dopo l’estate speranzosa e luccicante degli anni ’80, ci si risveglia nell’autunno decadente dei ’90.

Persino il brano più celebre di quell’album, nonché dell’intera discografia degli U2, non parla d’amore, bensì di separazione. One è infatti un dialogo in cui due amanti mettono a nudo l’instabilità emotiva della loro relazione, così come So Cruel e Love is Blindness lasciano all’ascoltatore l’amara consapevolezza della finitezza dell’essere umano e dei suoi vincoli.
Un altro dialogo piuttosto cupo è quello tra Giuda e Gesù in Until the End of the World: com’è intuibile dai protagonisti, il tema del brano è il tradimento, sviscerato attraverso rimpianti, accuse e allusioni sessuali. Sessualità che nel resto dell’album è evocata dalla voce ansimante di Bono e dalla chitarra ronzante di The Edge.

Il mio primo approccio con Achtung Baby risale al 2004, ossia nel pieno della mia adolescenza. Ricordo di aver comprato il disco in un caldo pomeriggio di primavera, e di essermi poi sdraiato in giardino ad ascoltarlo. Il risultato? Non colsi nessuna delle sfumature di cui sopra, e rimasi perlopiù affascinato dalla melodia di Who’s Gonna Ride Your Wild Horses. Ci ho messo un bel po’ ad apprezzare il resto.
Il mio ultimo ascolto, invece, risale a due giorni fa: in macchina, da solo, immerso nella nebbia della pianura padana. È stato come se le luci rarefatte, il buio accogliente dell’abitacolo e il suono delle gomme sul fogliame bagnato fossero parte dell’esperienza d’ascolto. Sì, Achtung Baby somiglia a una fredda e umida riflessione autunnale, figlia dell’estate che l’ha preceduta e madre dell’inverno che verrà.

Nina

One (U2, 1991)

A volte il mio lavoro mi porta a sentire storie che non vorrei mai sentire. Peggio è quando poi devo scriverle. Come quella che ho saputo dalla bocca di un balordo ubriaco conosciuto appena. In cambio di una bottiglia di vodka scadente m’ha raccontato la storia di una ragazza tanto bella quanto sfortunata.

Era una ragazza bellissima e veniva da un paesino della Ex Jugoslavia.
Capelli color miele, occhi verdi e pelle olivastra, una bellezza come solo tra i Balcani se ne può trovare. Un’anima quindicenne resa orfana da una guerra bastarda. Un’antilope tra i maiali, da un campo profughi all’altro, fino all’orfanotrofio di Barbablù. Il direttore, un tizio viscido e corrotto, la vede e fiuta l’affare. In cambio di un bel gruzzolo la cede a due lupi in giacca, cravatta e tatuaggi. Un vero patto tra belve: la giovane preda è catturata, altra carne fresca per l’Organizacija è assicurata.
La fanciulla viene presto iniziata, la sua anima annientata. Amore, romanticismo e dolcezza saranno presto scordati. Gli stessi sogni, come cuccioli indesiderati, saranno soffocati. Il suo nuovo mondo è un pattume lercio da raschiare.
Una bambina diventata donna in poche settimane, nel modo più becero e spietato.
Un’altra vergine stuprata, calpestata, masticata e sputata. Pronta all’uso.
Svuotata di tutto e riempita soltanto d’eroina da non poterne più fare a meno. Come vuole la procedura, una puttana ubbidiente vale giusto un’altra puntura. Avanti il prossimo!
Ma la ragazza dagli occhi color smeraldo è bellissima, la più bella tra le schiave di quel lurido reame. Non può passare inosservata e il capo difatti l’ha notata.
Così il vento cambia improvvisamente, e l’incantevole gioiello biondo è d’un tratto curato e ripulito. Rimesso a nuovo per esser coccolato. La bambola prediletta dell’orco.
Mesi d’inferno, dal terrore della guerra alla disperazione della schiavitù. Poi questo paradiso bugiardo, perverso, fatto di catene dorate e caramelle avvelenate: l’harem del grande boss.

Però l’anima della ragazza non è ancora morta, i ricchi maiali hanno fatto male i conti. Una sera, una possibilità da cogliere senza paura. Niente da perdere se non la vita.
Le catene sono allentate, una piccola distrazione del padrone basta e avanza.
La ragazza ha imparato a fingere bene, è furba e veloce, ruba dei soldi e fila via lontano. In treno, in corriera, in autostop. Trova un’altra città, una grande metropoli, caotica, indifferente, ciò che serve per scomparire.

Per strada migliaia di facce le girano intorno di continuo, una folla assente d’estranei distratti, in altro affaccendati. Sola e trasparente il più possibile per la costante paura d’esser trovata, mentre la fame le morde lo stomaco. Soprattutto la fame. Perché la libertà da sola non basta. Perché deve fare i conti con la propria sopravvivenza e capisce che le resta sempre e solo una scelta: vendere l’unica merce che possiede.
Settimane, mesi, battendo i marciapiedi di periferia come un fiore tra i rifiuti, ancora uno splendido fiore dopotutto. Vivere da emarginata dormendo dove capita, fare sesso per quattro soldi, mangiare qualche pasto caldo alla mensa, farsi una doccia in qualche bettola per poi offrirsi ai clienti, infine procurarsi la dose serale d’eroina per sfuggire agli spettri del mattino. Ogni giorno è un conto alla rovescia col proprio nulla da perdere. Nessuno scopo, nessuna speranza, soltanto un altro buco nella carne per riaccendere il calore buono dei ricordi.

Ma una sera incontra un uomo. È più grande, ha soldi per pagare e far regali, ben presto diventa il suo miglior cliente. Forse nasce qualcosa. Nuove attenzioni, distrazioni. Un sentimento imprevisto o un’insolita avventura? Certamente attrazione, magari qualcosa di più. Lui le trova un posto dove stare, dice di volerle bene, fa promesse vaghe, ma appare e scompare e lei resta sola spesso. Come la volta che scopre d’essere incinta. Incinta di lui.
Lui si fa vivo e lei glielo dice. Lui reagisce freddamente. Tra i due qualcosa cambia e si rivela: due mondi troppo distanti, inconciliabili.
Lui la rassicura, la porterà in clinica, le pagherà l’aborto. Poi le dà dei soldi, un bacio in fronte e se ne va in modo strano. Lei resta lì, una mano sulla pancia a guardare la porta che si chiude. L’uomo non tornerà più. Altra solitudine, nuova delusione, ennesimo tradimento. Ma la pancia cresce e crescerà fino alla fine. Nove mesi tra gli stenti, contro ogni logica, ingiustamente, nel più completo abbandono.
Eppure nel suo seno cresce qualcosa per cui lottare, per cui vivere e tornare a sperare, lo sente ed è forte. La vita che nasce fa strani scherzi, s’aggrappa, resiste testarda, insegue ostinata la luce anche nelle tenebre più profonde.
Quindi resiste. Sopravvive nove mesi all’inferno per lei, per la figlia che verrà.

Sono le tre di un grigio pomeriggio di novembre. Una cameretta senza riscaldamento al primo piano d’una vecchia bettola abbandonata. Rimasugli d’un pasto e poche cose di nessun valore sparse intorno. Dal letto sfatto, sudicio, la ragazza s’alza a sedere, poi si piega in due dal dolore. Fitte nella pancia, il travaglio s’annuncia così. Lei stringe i denti, i dolori compaiono a intervalli regolari come le contrazioni. Fuoriesce abbondante il liquido dal ventre colandole sui piedi. Aumenta il dolore. La bimba spinge, vuole uscire.
La ragazza s’accuccia in un angolo, spinge e urla e spinge. Lacrime e sangue, come si dice. E poi dolore e rabbia, e finalmente la gioia d’un vagito.
L’accoglie in grembo, senza più forza né fiato, le resta solo un pianto muto di gioia impastata a disperazione. Una bellissima bambina di tre chili e mezzo. La guarda, l’accarezza con le esili dita insanguinate. Un fagottino che si muove appena, fragile e forte d’una forza inaudita. Tutto il suo mondo è ora racchiuso in quel nuovo esserino.

Ma l’incanto dura poco. Le lenzuola inzuppate di sangue, escrementi e placenta, l’odore acre, il cordone da tagliare, la sporcizia dappertutto. La bimba piange, non smette, ha fame, ha freddo. La madre ha perso molto sangue, è debole, non ha latte. Cerca di cullarla, di calmarla, l’avvolge nell’ultimo panno pulito rimasto. Le canta una vecchia ninna nanna d’anni spensierati, spezzati: la sua infanzia in Kosovo.
La lotta è impari. Vincono la fame e il freddo. La giovane madre è sconfitta, in preda al delirio, decide cosa fare. Aspetta fino a tarda sera, esce con la piccolina e s’avvia lungo la strada tra le ombre delle baracche. Si ferma davanti al cassonetto dell’immondizia, lo apre, bacia la sua bimba un’altra volta, la depone delicatamente all’interno e se ne va.
Forse la mattina arriva all’improvviso, come un lampo accecante. La ragazza apre gli occhi in preda al terrore, stavolta lucida, di nuovo presente. Cerca di ricordare dove ha portato la sua bambina. Corre fuori in preda al rimorso, sperando che non sia troppo tardi. Arriva al cassonetto, lo apre, non trova nulla. Svuotato, completamente, come il suo ventre, il suo cuore, il suo mondo.
Torna alla bettola, non corre più, cammina lentamente, inebetita da troppo dolore. Sale le scale, entra nella piccola stanza dove poche ore prima era nata sua figlia. Fruga nella borsetta, afferra il coltello che teneva per difendersi dai clienti violenti o da quelli del racket se mai l’avessero trovata.
La lama è affilata. L’affonda nelle braccia e la trascina all’interno della carne squarciandosi entrambi i polsi. Lo fa con rabbia, in profondità, da recidere vene, arterie e nervi. Il sangue esce a fiotti e ricopre tutto, mentre lei s’adagia nel letto ormai fradicio. In pochi minuti il calore l’abbandona, si trasforma in gelo e il gelo si trasforma in un sonno profondo, privo di dolore e di respiro.
La morte arriva così, come un sollievo, come una vecchia amica premurosa.

Almeno questo è ciò che molti hanno creduto sia successo, compreso l’ubriaco che ho di fronte.

La storia appena ascoltata è angosciante, spietata, dura come poche altre sentite in passato. Mi lascia dentro un certo malessere, un sapore amaro, inevitabile.
Ma questa storia non finisce qui.
Il fatto è che l’ubriaco s’ammutolisce. Il suo sguardo è sperso chissà dove. Prende la bottiglia per scolarsela tutta. Io gli blocco il braccio, Temo che col pieno di vodka non sia più in grado di raccontare il resto, sempre che un resto da raccontare ci sia.

“È tutto?” gli chiedo “Ma tu come facevi a conoscerla questa ragazza?”
“La bambina…” sussurra.
“La bambina?” lo incalzo “Sai che fine ha fatto?”
“È viva sai… ora dovrebbe avere nove anni!” dice.
“E come s’è salvata?”
“Nina si chiama… ha gli occhi verdi di sua madre!”
A questo punto afferro la vodka e gliela sfilo dalle mani. Lui mi guarda con odio e fa una smorfia. “Ridammela!” ordina rabbioso, mentre il suo fiato puzzolente mi si appiccica addosso.
Mi tappo il naso e gli mostro la bottiglia piena ormai per metà. “Se la rivuoi mi devi raccontare la fine della storia… siamo d’accordo?”
“Per niente amico… ridammi la bottiglia! Le cose regalate non si restituiscono!” raglia sempre più minaccioso.
Mi rendo conto adesso che l’ubriaco appartiene alla categoria di quelli molesti. Gli ridò la vodka sperando di calmarlo, mentre nel nostro angolo l’aria è diventata irrespirabile.
Lui agguanta la bottiglia e mi sorride. È evidente che l’umore degli alcolizzati è assai mutevole e soggetto a cambi repentini, come in questo caso.
Mi chiedo se questo balordo non fosse uno di quegli sgherri del racket sulle tracce della ragazza. Se così fosse mi sarei cacciato in un bel guaio, ma se appartenesse all’organizacija non potrebbe mai essersi ridotto così. Gli osservo le braccia: nessun tatuaggio.
“Allora vuoi sapere la fine della storia?” mi chiede.
“Certo, sono qui apposta, ti ascolto!” faccio io.
“Dunque… quella notte arriva il camion dell’immondizia. Uno dei netturbini sente il pianto disperato della neonata, apre il cassonetto e la trova lì dentro, avvolta in una coperta chiusa da un fermaglio. La raccoglie e la porta subito in ospedale. Era affamata e infreddolita, ma la cosa che preoccupava di più era che soffriva di una forma abbastanza grave di astinenza da eroina… Ma fu curata e alla fine si salvò!”

“E tu come sai tutto questo?” gli chiedo.
“Perché io ero il medico che l’ha curata, amico mio!” dice.

Rimango senza parole. L’ubriaco che avevo di fronte, imbruttito, incattivito, era stato un medico dell’ospedale. “Quindi tu saresti il dottore che ha salvato la figlia di quella povera ragazza? Ma come fai a conoscere la storia di sua madre?” gli chiedo.
“Certo… io l’ho salvata!” dice. Fa una breve pausa, poi alza la bottiglia come per brindare, se la tracanna tutta e aggiunge: “Perché io conoscevo sua madre”
“Ah… ma allora come hai saputo che la bambina era sua figlia?” chiedo io sempre più perplesso.
Lui fa un lungo sospiro, un’altra zaffata puzzolente. Però, nonostante il litro di vodka nello stomaco, sembra stranamente lucido. “È semplice… ho visto il fermaglio che aveva quando l’hanno trovata. C’era il nome di sua madre, Nina. L’ho riconosciuto, gliel’avevo regalato io!”

La storia era decisamente interessante. Già immaginavo come l’avrei intitolata.

“L’hanno deciso quelli del tribunale di darle il nome di sua madre. E…” s’interrompe.

“Ti ascolto” dico io.

“Io sono suo padre! Io ho illuso sua madre e poi l’ho abbandonata! Avevo una famiglia, moglie e figli. Ero un medico stimato… ho avuto paura di perdere tutto e l’ho lasciata da sola nella merda… ma l’amavo davvero! Poi ho visto quella bambina, mia figlia. Ho saputo dalla polizia in che modo era morta sua madre… Tutto per colpa mia! Ho iniziato a bere e alla fine ho perso tutto ugualmente, famiglia, lavoro… Tutto”

Penso che avrei dovuto capirlo subito. “Ma c’è una bambina di nove anni che magari vorrebbe conoscere suo padre… Potresti ricominciare da lei” gli dico.

Lui sorride. È un sorriso amaro, consapevole, lucidissimo. Non è il sorriso che di solito t’aspetti di trovare sulla faccia di un alcolizzato. “Nina ce l’ha già una famiglia. È stata adottata. I suoi genitori sono brave persone. Lei va a scuola, fa una vita normale. Io che c’entro? Poi ho la cirrosi. Mi restano solo pochi mesi e li voglio scontare così”
Si alza, barcolla, mi ringrazia per la bevuta, mi saluta e se ne va.

Di quell’uomo non ho più saputo nulla.

Ottima, anzi pessima storia. La intitolerò Nina.

Tutto è magnifico

Dall’alba d’un sol nascente al tramonto d’un sol morente il mondo vive e sopravvive. Vive da sempre fino a quando vorrà, sopravvive ai capricci di fragili spettri, effimeri e invadenti, irrispettosi e irriconoscenti. Lo cammino da sempre, da che ho memoria. E sempre m’appare fragile, in bilico, sporgente dal ciglio del burrone.

Vorrei che fosse diverso, più grande di ciò che è. Ma è solo il mio sguardo che non arriva abbastanza lontano, non ce la fa, e si consola come può.

La luce, il calore, le vibrazioni, tutto serve. Non gettare, non abbandonare, non offendere, non svilire, non maltrattare, perché tutto serve.

Dalle cattedrali ai minareti, dalle piramidi alle astronavi, dai vulcani ai ghiacciai, dalle vette agli abissi. Tutto è magnifico, magico, normale, reale, surreale.

Scienza e religione, caos e ragione, quiete e dannazione. Fino a quando tutto questo sarà a mia disposizione? Fino a quando i miei sensi potranno funzionare?

Non nascondere, non coprire, non soffocare. Non chiudere gli occhi, il sole illumina tutto perché tu possa vedere. Si può anche cadere, morire, lasciare tutto per sempre. Farlo con leggerezza, come la foglia che lascia l’albero e muore, facendosi trasportare dal vento e viaggiare per miglia e miglia tra montagne e vallate, e scomparire sopra le nuvole, verso altri universi…
È magnifico!

Vedere. Pensare, ricordare, sognare, immaginare e inventare. E poi sentire e toccare.
Desiderare.

Tutto questo è magnifico. È la vita che ho conosciuto, e poi…
Poi non so, il bello deve ancora venire.

Magnificent (U2, 2009)

Pigmouth strikes again

Che bello, finalmente oggi si torna a parlare di notizie!
Che bello perché era davvero da tanto tempo che non ridevo così.
È successo di nuovo: Noel Gallagher l’ha sparata.
Interpellato da Music Feed, il nostro custode del sacro fuoco del r’n’r, ha perso l’ennesima occasione per stare zitto prendendosela (Cristo Santissimo) Adele.
E l’ha fatto nel suo stile, mica come una mammoletta.
Adele, secondo il nostro opinionista, è RESPONSABILE “del mare di musica dozzinale e fottutamente insulsa” in cui si è trasformato il pop.

Brano: “Cover Band” di Redd Kross Album: “Red Cross Ep” del 1980
Brano: “Cover Band” di Redd Kross
Album: “Red Cross Ep” del 1980

Ok.
Non so come sia possibile ma devo ammettere che non ho mai sentito neanche mezzo pezzo di Adele.
E devo dire che sopravvivo lo stesso.
La cosa che mi stupisce è come si possa ancora dare credito a questo pagliaccio, lui sì, uomo che ha inondato il pop di grossolanità varie a base di vocali aperte e strascicate di irresistibile stucchevolezza.
E infatti prosegue senza smentirsi e lamentandosi pure, perché nessuno gli fa mai domande sulla sua “passione per gli U2 e i Coldplay”.
Cristo Santissimo.
Proprio i più alti esempi di pop finissimo, sottili proprio come l’irresistibile guscio di una pralina della Lindt, mai stomachevoli, proprio come il ripieno di una pralina della Lindt.
“Musica per fottute nonnette”, dice il nostro rocker.
Detto dall’uomo che ha scritto cose come Wonderwall e Don’t Look Back In Anger.
Roba mai iper-prodotta, con suoni naturali, mai gonfi.
Mica banal-pop-rock da supermercato.
Cristo Santissimo.
Direi che a questo punto, visto che Noel ci ha piacevolmente sorpresi come fa da sempre, posso solo dedicargli questo pezzo.

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

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ACCORDI
I have a dream.
Il brano di oggi…

U2-MOJO-254-770
Gli U2

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

U2 – Pride (In the name of love)

« Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene. Ho un sogno, oggi! »

Così si esprimeva Martin Luther King in uno dei discorsi più famosi di tutto il ventesimo secolo, esattamente 52 anni fa. “I have a dream” urlava King davanti ad un’immensa folla raccolta al Lincoln Memorial di Washington al termine di una marcia volta al riconoscimento dei pari diritti per neri e bianchi, parole che riecheggeranno per sempre nelle menti di tutti e quantomai attuali.
Ispirato alla vita di Martin Luther King ed in parte anche a questo discorso, Pride (In the name of love) degli U2, contenuto nell’album Unforgettable Fire del 1984, è sicuramente uno di quei brani che più sono riusciti nell’intento di trasformare in musica tutta l’emozione e la potenza delle idee del pastore.

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osservatorio globale

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