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PRESTO DI MATTINA
Umanizzare il destino

Cosa è stata l’esperienza del Chassidismo/Hassidismo [Qui] (dall’ebraico ḥăsīd, ḥăsīdīm, “pii”) per gli ebrei del XVIII secolo, dispersi e perseguitati nell’Europa centro-orientale? Non è stata una dottrina, e tanto meno un’ideologia. Semmai è stato uno stile di vita, un modo di stare nella difficile e immiserita realtà quotidiana di quel tempo, tenendola comunque aperta agli altri, ai loro bisogni materiali e spirituali.

Un modo di vedere con uno sguardo mistico, di fraternità con lo slancio e il grido del cuore più che con l’ascesi, immedesimandosi negli occhi dell’altro, per accorgersi di una presenza di grazia, di una luce, di una gioia, nascoste proprio là dove non ce lo si aspetterebbe mai; un esserci nelle vicende e nelle storie degli impoveriti e dei disprezzati, in quei destini cui sembrava precluso ogni futuro, esistenze senza speranza perché private della gioia di vivere.

Agli ebrei isolati, schiacciati, la cui vita era stata confinata ai margini, in un contesto in cui l’Europa era sottosopra per le guerre tra gli stati, per il cambiamento delle frontiere e delle idee, il movimento degli hassidim ha ridato allo smarrimento dei singoli il senso del divino nascosto nell’umano e la fiducia di appartenere comunque alla comunità anche se dispersa, in diaspora perché «Dio passa attraverso l’uomo. Il bambino che dorme, la madre che lo accarezza, il vecchio che ascolta il brusio degli alberi: Dio è vicino a ognuno, in ognuno Dio è presente» (E. Wiesel, Celebrazione hassidica. Ritratti e leggende, Milano, 181).

«La leggenda hassidica [è stata il] tentativo di umanizzare il destino», ha scritto Elie Wiesel [Qui] (ivi, 87). Ad iniziarla fu il mistico, veggente ‒ il “Maestro dal buon nome” ‒ Israel Baal Shem-Tov [Qui], che seppe rincuorare moltissimi grazie al suo sorprendente appello alla gioia nascosta e da cercare nel fondo oscuro di ogni disperazione.

Era un uomo del popolo. Non aveva titoli, né amici influenti, né una vasta conoscenza del Talmud. Anzi, non essendo figlio di un rabbino, si atteggiava a illetterato, ignorante. «che salmodia alcune preghiere fondamentali con difficoltà e quasi controvoglia». Ma proprio questo abbassarsi gli aprì la strada presso tutti i diseredati, che si riconoscevano in lui attingendo alle visioni ardenti della sua fede in Dio: «Nel suo universo, i mendicanti sono i principi, i muti sono i saggi. Vagabondi dotati di poteri percorrono la terra, la riscaldano e la cambiano. È questo l’hassidismo: l’accento sulla presenza, e anche sul cambiamento. Nell’hassidismo tutto è possibile, tutto diventa possibile per la sola presenza di un essere che sappia ascoltare, amare e offrirsi» (ivi, 10-11).

Agli ultimi ed emarginati del suo popolo, il “Maestro dal buon nome” assicurava che ognuno di loro viveva nella memoria di Dio, costantemente alla sua presenza. Abitato da una luce divina nessuno di loro era escluso dai drammi e dalle feste del loro popolo, ciascuno a suo modo e secondo le proprie possibilità vi partecipava.

Dio infatti è oltre ogni frontiera: più grande delle classificazioni, distinzioni, degli uomini qualunque siano; egli si volge là dove lo si onora, è là dove lo si celebra con e nella vita, oltre ogni formalità rituale e liturgica. Non bisognava perdere il coraggio né la speranza, perché loro non erano inferiori a quelli che volevano imporsi con i loro titoli e con la loro scienza. Nessuno infatti può vantare diritti e privilegi sugli altri perché tutti, allo stesso titolo, apparteniamo a Dio.

Ciò che infatti occorre veramente imparare e che «il cercare è più importante del trovare; la grandezza dell’uomo sta nella sua capacità d’umiltà; cominci con il sottomettersi a Dio: crescerà e sarà libero.

Diceva loro che a volte deve bastare il “credere che ci sia segreto” (senza sapere di credere) e anche che l’uomo ha bisogno di poco per elevarsi e realizzarsi; basta che lo voglia, che lo voglia con tutto il cuore.

«La tristezza deve essere combattuta con la gioia e non con un’accresciuta tristezza. L’uomo che si guarda non può non sprofondare nella malinconia, ma quando apre gli occhi sulla creazione intorno a sé conoscerà la gioia. E questa gioia conduce all’assoluto, alla liberazione, a Dio» (ivi, 31-32).

Il Chassidismo, movimento della fratellanza e della riconciliazione ‒ ricorda ancora Wiesel ‒ costituì l’altare su cui fu immolato un intero popolo: «A volte il bambino che è in me mi dice che il mondo non meritava questa Legge, questo amore, questo messaggio di spiritualità, questo canto che accompagna l’uomo sulla sua strada solitaria, il mondo non meritava le favole e le parabole che gli hassidim gli raccontavano, per questo furono i primi a essere designati per la voragine. Questi hassidim di cui mio nonno condivise il destino nella vita e nella morte, io li ho conosciuti. Commoventi per la semplicità, innamorati della bellezza, sapevano adorare. E avere fiducia. In allegria sapevano dare, ricevere, sapevano spartire, partecipare. Nella loro comunità, nessun medicante pativa la fame lo shabbath. Nonostante la loro miseria e la costante minaccia che pesava sui figli e sugli anziani, non rivendicavano né esigevano nulla da nessuno, nulla dagli altri, non pensavano che tutto fosse loro dovuto. Eternamente sorpresi dal più piccolo segno di bontà, di compassione, rispondevano con la gratitudine. Non potevano quindi sopravvivere in una società in cui regnava la crudeltà fredda, organizzata e impersonale» (ivi, 9-11).

In questi racconti la realtà viene capovolta, e ciò che non si vedeva appare e riemerge dal fondo di essa: nell’assenza si scorge la presenza; nell’empietà la compassione; nella malattia la guarigione; nella povertà la ricchezza; nella stoltezza la sapienza e al fondo dal dolore, occhi stupiti, vedono rinascere la gioia e, al fondo di una indicibile empietà, fiorire la grazia della pietà:

«Sembra sorprendente che gli hassidim siano rimasti fedeli a se stessi all’ombra del filo spinato e dei carnefici. Nei ghetti celebravano la vita e la santificazione. Nei vagoni chiusi che li portavano a Birkenau gli hassidim danzavano la sera del Simkhat-Torah. Mi ricordo di alcuni che, nel blocco 57 a Auschwitz, si ostinavano a volermi insegnare a cantare. È un miracolo? Un miracolo mal riuscito? Forse, ma c’è ben altro. C’è la scintilla scoccata nei Carpazi e che non si è spenta. Anzi ravviva il fuoco in noi. L’hassidismo si consolida a Gerusalemme e risorge ovunque nella diaspora ebraica» (ivi, 41).

Similmente, non dobbiamo neppure dimenticare gli Tzadikim Nistarim (i giusti nascosti) che appartengono a tutti i popoli, adoperatisi per ribaltare le sorti già segnate degli ebrei. È dedicato a loro, “Giusti tra le Nazioni”, il Giardino dei Giusti a Gerusalemme, ove si ricordano tutti coloro che durante l’Olocausto hanno rischiato la vita per mettere in salvo gli ebrei dalla persecuzione.

Il Talmud e la mistica ebraica ricordano che in ogni generazione ci sono almeno 36 giusti nascosti. Essi vivono tra di noi, nessuno li conosce e nemmeno loro stessi sanno ciò che li accomuna, ovvero la capacità di riconoscere la sofferenza degli altri e di condividerla, portandola su di loro.

Incalzato e interrogato interiormente da questa “leggenda chassidica”, vite e storie intrecciate che hanno inteso “umanizzare” il destino contrario, oppositore, nemico e persino sciaguratamente malvagio, indicibilmente disumano, le cui vicende e memoria continuano ad essere narrate anche oggi, mi sono chiesto perché dopo tanti anni le leggo e rileggo senza stancarmi, anzi con accresciuto stupore e commozione più della prima volta?

Ho pensato che amo queste storie perché continuano ad umanizzare anche la mia fede e il mio ministero pastorale. Ti aprono gli occhi ogni volta perché tu riconosca il dolore della gente accostandoti a loro un poco, chiedendo loro cosa li affligge e provando a fartene carico e così un nuovo tratto di strada si apre per loro e per te.

Umanizzare è ricominciare sempre di nuovo a consolare, a “riscaldare” come dice Wiesel. Ed è pure credere contro ogni speranza al cambiamento. Con la stessa forza espressa da una bella frase di Bebe Vio la tiratrice di scherma campionessa alle paralimpiadi di Tokio deturpata e mutilata dalla meningite: “Se sembra impossibile allora si può fare”.

Umanizzare è rifiutare la disperazione, è anche assumere le proprie contraddizioni: «l’umiltà dentro l’orgoglio, la semplicità lungo il superamento, Khesed (amore) all’interno di Din (giudizio), la carità nella giustizia: non c’è scelta, non si può che imporre un significato a ciò che forse non ne ha e attingere gioia in una tristezza senza nome e senza fine», (ivi, 39).

Così si umanizza se stessi anche imparando dalle storie di ospitalità degli hassidim che trovano spazio all’altro, proprio là dove non sembra essercene più; che aprono ciò che è stato chiuso, rialzano chi è caduto e ‒ come dice un detto rabbinico ‒ se qualcuno eserciterà veramente l’ospitalità verso qualcun altro questi otterrà gli stessi privilegi e l’umanità dei suoi ospiti.

Godrà pure dell’umanità di Dio, della sua presenza, la stessa di quando egli visitò Abramo alle Querce di Mamre e fu da lui ospitato. Di qui, da questo gesto di ospitalità nacque a Sara e ad Abramo, coloro che non potevano più generare per la vecchiaia, nacque Isacco, il figlio della promessa, l’inizio di una discendenza numerosa come la sabbia che è sul lido del mare e come le stelle nel cielo.

E tuttavia, questo cammino di umanizzazione implica una lotta. Sì, è necessario scovare un nemico insidioso, furtivo, direi invisibile, fine come la polvere che si vede solo controluce, aprendo le finestre e lasciandone filtrare i raggi.

È l’orgoglio usurpatore: quello che scalza il posto all’altro, ne occulta la presenza, ne immobilizza l’azione, demolisce la socialità, inquina la religiosità rendendola mostruosa, idolatrica; tenta di eclissare la presenza di Dio anche agli occhi dei poveri, degli afflitti, dei miti, di chi cerca giustizia e persegue la pace e per esse è perseguitato, di chi ancora percorre un cammino di misericordia e riconciliazione. Ma per quanto duri, oltre il suo tempo, un’eclissi non basterà ad oscurare per sempre la presenza dell’Altro e degli altri. Questa presenza nascosta diverrà così un lievito generativo di trasformazione e cambiamento dello sguardo e delle pratiche umane.

La polvere dell’orgoglio ricopre tutto fino a rendere inconoscibile ogni cosa; uniforma la realtà, rivestendola di una coltre che annulla la dignità dell’umano e il valore delle cose; è così maestra ai suoi alunni di ignoranza. Ricopre infatti il loro volto con un velo di orgoglio. Ne basta un velo appena, come una cataratta che opacizza a poco a poco la coscienza, si accumula poi ispessendosi fino a portare alla cecità totale: “L’ignoranza è orgoglio, e l’orgoglio è ignoranza” (Detto Sufi).

Contro di essa muovono le storie degli hassidim, che mi avvincono l’animo perché sono fatte della stessa stoffa della fede. Sono come un sassolino impertinente, resistente, non rassegnato. Non diversa è la fede: una pietruzza da nulla che incastratasi tra lo stipite e il battente della porta della vita la tiene aperta, giusto lo spazio sufficiente a far passare un soffio d’aria, uno spiraglio, un respiro appena in cui palpita un alito di umanità. È allora umanità che si respira.

Disse il Baal Shem Tov: «Un uomo dotato tende all’orgoglio e non se ne accorge. Solo se si lascia umiliare, si rende conto di quanto sia pieno di orgoglio. L’orgoglio è come un uomo, che viaggia in una carrozza e si addormenta. Il cocchiere sale su una montagna e, all’improvviso, si trova su un vasto altipiano. Quando il viaggiatore si sveglia e gli si dice che si trova su una montagna, fa fatica a crederci. Solo quando inizia la discesa, comincia a rendersi conto di quanto fosse salito in alto».

E Rabbi Noah di Lekhivitz disse: «L’uomo viene spesso chiamato “piccolo mondo”. Questo appellativo si spiega così: se un uomo è “piccolo” ai propri occhi, egli è veramente un “mondo”. Ma se un uomo è “un mondo” ai propri occhi, allora è veramente “piccolo”» (D. Lifschitz, La Saggezza dei Chassidim, 651).

Come allora non sentirsi parte di questo piccolo (ma grandissimo) mondo degli hassidim per non celebrarlo, narrando sempre di nuovo le loro storie, tramandandone la memoria?

Scrive Elie Wiesel nella prima pagina del suo libro:
«Mio padre, Spirito illuminato, credeva nell’uomo.
Mio nonno, fervente hassid, credeva in Dio.
Mi hanno insegnato l’uno a parlare, l’altro a cantare.
Amavano entrambi le storie.
E a volte quando racconto odo le loro voci.
Quei sussurri, di là dal turbine, vogliono
ricongiungere il superstite alla loro memoria».

Siate tutti in benedizione, ora e sempre.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

OLTRE LE PAROLE
Raggiungere l’Infinito attraverso il nostro Finito

 

Ricordo che l’emozione dominante avvertita una volta tornato dalle lunghe vacanze in montagna, da bambino, era il fastidio per il rumore, in particolar modo quello del traffico.
Dopo pochi giorni, il mio orecchio si abituava al ritmo ordinario della vita di città e tutto era accettato come fine reale della vacanza estiva e ritorno alla normalità.
Ancora non potevo sapere che quella sarebbe stata una immagine che mi avrebbe aiutato nelle scelte fatte poi da adulto.
Quello stesso silenzio che da bambino ascoltavo così profondo solo sopra i duemila metri, lo avrei ritrovato da adulto, con mia grande sorpresa, dentro di me.

Amo le parole. Alcune sono sempre con me. Altre non le uso mai, proprio non le sopporto.
Una di quelle che mi hanno accompagnato fino a qui è assorto.
Essere assorto nel senso di tutto preso da, ma non in modo frenetico, anzi, al contrario, non dipendente dalle cose fuori, ma concentrato sull’interiorità.
Quando si è assorti quasi il mondo scompare con tutto il suo carrozzone variopinto, non si è più toccati da nulla, ma si sente via via l’allargarsi dello spazio del silenzio tutto intorno a noi.

Non vorrei essere frainteso.
Amo il chiasso di una classe di ragazzi durante l’intervallo a scuola, gli scherzi fatti tra amici, la musica ad altissimo volume di un concerto.Tirare tardi dopo una cena in vacanza è bellissimo!
Non sono fatto per la vita eremitica.
Voglio solo dire che non finisce lì.
Che il meglio deve ancora arrivare e che l’ho visto giungere davvero solo quando la giovinezza diventa ricordo.

Perché serve la stagionatura, proprio come per certi cibi o per un buon vino.
Serve avere visto soprattutto cosa è la fine.
Averla vista nel volto di una persona cara.
Quando il dolore strappa la pelle e gonfia gli occhi.
Quando si bestemmia contro il cielo. Quando sembra che il senso sia terminato.
È allora che un altro sguardo si posa sulle cose.
È la vera perdita della verginità, dove quella sessuale è solo la anticipazione inconscia di una perdita inaccettabile, tanto che deve essere ammantata di piacere per essere vissuta positivamente, anzi cercata.
Dopo, tutto cambia. Soprattutto la notte, tempo non  più solo dedicato ad un sonno ristoratore, ma anche quello della materializzazione dei propri fantasmi.
E cambiano le giornate.
Bisogna inventarlo un senso per alzarsi tutte le mattine.
Poi giorno dopo giorno, ma serve tempo, ecco che motivazioni e azioni diventano più lente perché ognuna ha bisogno di essere scelta, voluta, ben ponderata.
E alla sera ci si ritrova a ripensare quanto amore si è ricevuto e quanto dato.
E i conti non tornano mai.
Ma va bene così.

Nasce un piacere strano, prima sconosciuto, nel viaggiare dentro, a rimanere con sé stessi.
Solo cosi si possono riconoscere e mettere assieme i pezzi.
Solo così tornano i ricordi.
E i ricordi è necessario scriverli. Tutte le cose che non si scrivono si perdono.
Fortunato chi ha l’abitudine di tenere un diario. Ritroverà quando servirà il proprio tesoro intatto.

Non sopporto le etichette, figurarsi quando, per sminuirne il significato, viene appiccicato il cartellino di  tristezza a questo genere di considerazioni.
Tristezza è un’altra parola a me cara.
Tra i sentimenti, infatti, quello della tristezza è forse tra quelli più profondi, ma anche quello interpretato in modo maggiormente ambiguo.
Scrive Alessandro D’Avenia: “La tristezza è uno di quei sentieri sul crinale della vita, che spesso non vogliamo affrontare, perché la nostra cultura accetta solo il ‘positivo’ e ci priva così del coraggio per vincere la paura del ‘negativo’. Eppure la tristezza è un sentimento ‘positivo’, perché ci pone in condizione di guarire dal dolore che la genera: il nostro corpo si difende dalla malattia segnalandola proprio attraverso il sintomo di dolore. Noi invece vogliamo eliminare dalla vita tutto ciò che ci sembra ‘improduttivo’, come macchine da cui ci si attende sempre una performance ineccepibile. Ma noi siamo vivi e dobbiamo rivendicare il nostro diritto alla tristezza come vita ferita che cerca di guarire.”

La letteratura e la poesia quando arrivano ad essere sublimi, liriche, arrivano a comprendere la vera natura dell’uomo e toccano inevitabilmente la tristezza.
Ma questa consapevolezza non genera rassegnazione.
Pensiamo a Leopardi, un lottatore della vita che cerca la bellezza.
Pensiamo a Ungaretti e paradossalmente a Pavese.
Fa comodo tacciare in modo svalutativo la tristezza, per portare le persone a non pensare, a vivere alla superficie una vita a metà.
“È che la tristezza sa aprire squarci che permettono di guardarsi dentro da una prospettiva nuova. Rende consapevoli. Dunque umani”, scrive Massimo Gramellini.
Si tocca la tristezza solo quando si va in profondità, quando ci si toglie la maschera.
Quando si avverte la solitudine.
Quando ci si accorge della sofferenza.
Di fronte a tali realtà non viene certo da ridere, ma può nascere l’impulso alla condivisione.
Tristezza è il sentimento che permette di avvicinarci all’altro, spinti dalla compassione verso di lui.
Avere lo stesso cuore. Tutto ciò non porta all’immobilità.
Anzi rimanere assorti nell’immergersi nella poesia, nella letteratura, nella contemplazione del bello, anche fisico, del corpo della propria donna per esempio, porta, dalla presa in carico del nostro limite, della nostra triste condizione comune, alla ricerca della vera nostra forza.
Quella forza che ci permette di rimanere umani, quando sentiamo nell’altro il bisogno della nostra presenza, unico modo per realizzare una aspirazione altrimenti inottenibile: raggiungere l’infinito attraverso il nostro essere finito.

Tu dimmi quando

Ieri sera io e Rebecca ci siamo messe sul divano del soggiorno, con tanto di caramelle di gelatina a portata di mano e abbiamo rivisto per la terza volta il film Pensavo fosse amore invece era un calesse. Film del 1991  interpretato da Massimo Troisi e Francesca Neri con la colonna sonora di Pino Daniele. Un film che vinse diversi premi e sbancò il botteghino. La storia è quella di un amore che non finisce bene. Alla fine del film i due protagonisti invece di sposarsi si lasciano.
Triste e bellissimo il film, semplicemente triste pensare che sia Massimo Troisi che Pino Daniele sono morti da anni. Quel film sa d’addio, forse più del Postino di Neruda, l’ultimo poetico film dell’attore e regista Napoletano che si conclude con la morte del protagonista. Il giorno dopo la fine delle riprese del Postino, muore a quarantun anni Massimo Troisi. La morte del Postino e la morte del suo interprete quasi coincidono e questo impressiona.
La colonna sonora di Pensavo fosse amore e invece era un calesse è di Pino Daniele e la canzone che fa da leitmotiv si intitola  Quando.  Inizia così: “Tu dimmi quando, quando/ dove sono le tue mani ed il tuo naso/ verso un giorno disperato/ ma io ho sete/ ho sete ancora.”
Basta i primi versi per capire che parla di un addio anche la canzone. Il video ufficiale fu girato nel 1991 da un gruppo di gradi musicisti: Pino Daniele (Voce, chitarra e tastiera), Alfredo Paixão (basso), Rosario Jermano (batteria), Matteo Saggese (tastiera), Karl Potter (congas).

Finito il film ho salutato Rebecca che, già mezza addormentata se ne stava tornando a casa sua (viviamo in due appartamenti adiacenti che appartengono alla stessa vecchia casa di campagna) e sono rimasta lì con la tristezza nel cuore, pensando a questi due grandi artisti che sono morti giovani. Ma la poesia delle loro opere resta e, seppur a volte intristisce il cuore, è comunque poesia.

Vola alta sopra la terra e si dirige libera verso l’infinito. Attraverso la poesia si recupera una dimensione del vivere che dà luce. La poesia ci permette di non pensare al lavoro, alla salute, alle bollette, all’assicurazione della macchina e ci trascina verso l’attesa, lo stupore, il ricordo, l’amore. Tutti sentimenti nobili che sono il sale della nostra esistenza. Attraverso la poesia si riscopre un mondo che brilla, stupisce, soffre, si dispera.
La poesia porta lontano e apre delle porte. Chi canta, suona, scrive, recita, dipinge, danza sa perfettamente quanto si può arrivare in alto con essa. Attraverso la poesia si può diventare api che si posano leggere sui fiori, si può librarsi in aria come gabbiani piumati che volano nel cielo della sera, si può diventare belli, giovani e colti, ma anche soli e disperati. Lo struggente incedere rimato della poesia ci assoggetta ad un passo diverso del nostro vivere la vita e ci chiama per nome come le sirene. Cambiando passo cominciamo a vedere chi cammina come noi e scopriamo chi ci assomiglia, appartiene allo stesso volo, allo stesso stormo d’uccelli. Per questo Troisi era un mago, per questo piaceva tanto e faceva anche ridere.

Se provo a pensare a cosa sia per me poesia mi vengono in mente le sere di primavera quando sto appoggiata al muro bianco del cortile e guardo le nuvole che cambiano colore. Oppure quello strano e improvviso sentimento che ti assale quando i ricordi buoni si mescolano al presente e con lui danzano. Pensieri che ci riparano come una coperta d’oro, attimi che sfiorano l’esistere per portarci una carezza e dirci che siamo umani proprio perché camminiamo nel mondo. La poesia come manto scintillante che innalza lo spirito, come respiro che riempie la vita e la fa diventare un diamante.

Nella poesia prende corpo l’eccezione. Massimo Troisi e Pino Daniele erano due poeti, ed erano amici, lavoravano insieme. Perfino il ritornello di “Quando” fu prima scritto da Pino Daniele e poi cambiato da Troisi. Inizialmente il brano suonava così “e vivrò, sì vivrò,/ tutto il giorno per vederti ballare”. Questa prima versione fu sostituita, su suggerimento di Troisi stesso e fu cambiata in: “e vivrò, sì vivrò/ tutto il giorno per vederti andar via”. Ritorna in maniera ricorsiva la tristezza di questo film e di questa musica.

Nell’addio c’è l’apice di molte vicende sofferte, ma anche una speranza di ritrovata libertà. Dentro l’andar via  c’è una persona, tutto quello che di lei non ci è piaciuto e anche tutto ciò che è stato buono. La persona che se ne va porta via tanti ricordi e li fa sembrare meno veri perché meno condivisi, non comunicabili. “Tra i ricordi e questa strana follia/il paradiso non esiste/chi vuole un figlio non insiste.”
Guardo Rebecca che, già sulla porta, si è girata e mi guarda: “Ma zia cos’hai? Hai una strana faccia”.
Lei quando è uscito il film non c’era, quando è morto Massimo Troisi nemmeno.
Le dico che sono dispiaciuta per quello che è successo ai due  artisti che, con la loro poesia, hanno dato splendore al film che abbiamo appena visto. Lei mi guarda perplessa. Dice: “Prima o poi moriamo tutti”.

Già prima o poi moriamo tutti, ma la morte di queste due persone ha segnato un cambio di passo nella mia vita. Ha aperto la strada a una visione brillante e poetica dell’esistere. Ha anche aperto il cuore e gli occhi alla creatività delle parole, al dispiacere di perderle. A volte la poesia è come un alito che tocca l’immortalità e muore subito dopo.  La capacità di Massimo Troisi e Pino Daniele  di cogliere l’immortalità attraverso la poesia, ha dato loro in cambio la tristezza della morte.

Il film  è finito da un po’, Rebecca esce dalla porta, dice che ha sonno, che va a lavarsi i denti. Sto tornando nel mondo materialista e consumista dove la poesia ha poco spazio, è poco amata e poco riconosciuta. Con il ritorno se ne va un po’ di tristezza e anche molta fantasia. “Tra i ricordi e questa strana follia/…”. Appunto.
Riaccendo la luce principale, faccio uscire il gatto. Chiudo con la chiave la porta, bevo l’ultimo bicchiere d’acqua.
Credo che per questa notte porterò nel sonno una meravigliosa canzone che si intitola “Quando”.

Alla prima occasione comprerò a Rebecca lo spartito della canzone, così la potrà imparare al pianoforte. Le opere d’arte una volta finite non appartengono più all’autore, appartengono a chi le trova e le ama per quel che sono. Poi ognuno di noi vede in Quando un suo addio, una sua partenza, una  possibile libertà e la struggente malinconia dei giorni grigi. E poi Troisi era un bell’uomo, moro, alto, con la pelle liscia. Un principe, un poeta, un mago.
Come non andare a dormire così.

Cover: Masimo Toisi, ritratto (wikimedia commons)

La tristezza al tempo della peste

Per omologia non più il sorriso ma la tristezza coinvolge le mie note di questa settimana. Una tristezza che non fa ovviamente aggio sul comportamento dei miei simili, ma sulla profonda, sostanziale incapacità di tenere a freno il proprio egoismo, la propria irrinunciabile volontà di essere il solo, l’unico, secondo una atavica propensione che ha fatto e modellato ‘l’essere così’ degli italiani.

Certo questa cifra, connaturata all’individualismo più sfrenato, ne ha fatto il popolo più ‘artistico’ del mondo. L’ha reso fondamentalmente unico. E questo da quando si è creata una coscienza dell’essere così, dalla triade assoluta, Dante Petrarca Boccaccio, ai critici di quell’atteggiamento, che lo hanno rinforzato, come Leonardo che si dichiarava “homo sanza lettere” per sprezzantemente e onnipotentemente dichiararsi con quel rifiuto, l’unico, il sommo. O il più grande di tutti, il conte Giacomo, che predicava il nulla per sapersi il migliore (vero, amico Fiorenzo Baratelli?). Allo stesso tempo l’unicità è declinata dai dittatori come elemento fondante di un popolo. Si spreca e forse in modo non corretto il termine fascismo o neonazismo, per denunciare la volontà di unicità di alcuni leader, come di termini quali sovranismo e .. ‘via col tango’ ( attenzione al modo di dire perché nel termine si annida il coronavirus, come sappiamo dall’infezione propalata dai ‘tanghéri’ – e non ‘tàngheri’ – infettatisi a vicenda all’hotel Astra di Ferrara.

Sul principio di unicità, helas!, si spiegano ma non si comprendono le discese al Sud dei ragazzi pronti a rifugiarsi nelle braccia di nonni e padri in nome della loro sfida: “io sono unico e che me frega del virus: tutte cazzate”. “Dai! Facciamo una corsa, un po’ di bicicletta, andiamo a magnà al mare”. E i vecchietti, molti, che si rispecchiano nella loro adorata prole, a seguirli sorridendo da beoti nelle imprese ginnico-turistiche degli ‘unici’.

Intendiamoci. Questo popolo ferito e incapace di unità, non di unicità, dimostra poi l’eroismo che ogni giorno vediamo esercitarsi negli ospedali, negli aiuti ai più deboli. Ieri però mentre disciplinatamente aspettavo il mio turno agli alimentari, una dama munita di mascherina, quasi imprecando, ululava contro ignari passanti che osavano avvicinarsi a 90 cm invece che a un metro. Saputo poi che in farmacia erano arrivati i gel igienizzanti, con stridii imperiosi chiedeva immediatamente che gliene mettessero da parte almeno due!!!. Le mie fruttivendole, con calma meravigliosa e sorriso incoraggiante, mi chiedono un balletto per l’uva stupenda, ma dietro di me esseri fasciati (umani?) borbottavano chiedendosi cosa erano tutte quelle cazzate. Enrico invece, amico medico meraviglioso in fila dietro di me, mi consiglia le orecchiette con i broccoli. Ho seguito il consiglio e al pomeriggio in casa confeziono, sotto l’esperta guida della moglie, stupendi cappellacci con la zucca, rimandando al domani, o forse a molto più tardi, i severi studi che mi attendono.

Il pazientissimo ‘San Lorenzo’, il mio amatissimo tecnico, mi aiuta seguendomi pazientemente al telefono ad ordinare gli ultimi tre libri di Eshkol Nevo che non ho ancora letto. E sapere che li avrò il 6 aprile mi rende più leggera la clausura. Poi, ieri notte mentre divoravo l’ultimo romanzo dello scrittore israeliano, L’ultima intervista, mi folgora una considerazione che trovo a p. 59 della traduzione italiana:  “Quando hai vent’anni e una sigaretta, un avvertimento è una mosca da scacciare con la mano”. Quindi l’avvertimento di chiusura che vien dato ai giovani di ogni continente diventa una ‘mosca da scacciare’. Si potrebbe allora concludere che al fondo di questi atteggiamenti si potrebbe essere ben innestata la paura: la paura di stare con se stessi, come è universalmente vero in tutte le giovinezze del mondo. Allora la tristezza si muta, nei più avvertiti, in necessità di portare un aiuto che, al di là di quello fisico così generosamente prestato, deve farci riavvicinare a quei giovani che hanno paura e sono tristi.

La distrazione naturale

di Maria Luigia Giusto

Nelle difficoltà della vita quotidiana spesso ci si rifugia nella natura. C’è chi si rilassa curando o ammirando il giardino, chi ama il mare e il dondolio delle onde, chi punta gli occhi al cielo a seguire il cammino delle nuvole o a contare le stelle. Il verde, il cielo, il mare avvolgono ed abbracciano, lasciano immergere gli uomini nel loro tutto, ricordano loro che ci sarà sempre un domani.

“A quanti uomini, presi nel gorgo d’una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c’è sopra il soffitto il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle. Anche se l’esserci delle stelle non ispirasse a loro un conforto religioso, contemplandole, s’inabissa la nostra inferma piccolezza, sparisce nella vacuità degli spazii, e non può non sembrarci misera e vana ogni ragione di tormento.”
Luigi Pirandello

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’albero dei desideri

Che la mamma cucini come la nonna
Un bacio in più
La sufficienza a scuola
Che Michela mi sposi
Le cene con gli amici
La persona giusta
Felicità

Appesi a un albero di agrumi nella serra di Fico (Bologna), i messaggi che le persone hanno scritto, addobbano i rami come fossero frutti.
Sono pensieri lanciati all’universo più che foglietti attaccati a un fusto, sono le sintesi che i cuori fanno quando una riga deve contenere il desiderio di quel momento e che possibilmente valga sempre.
Il concetto trasversale e più contagioso è felicità, alla fine la chiedono tutti. La cena con gli amici non è forse anche quello un momento felice? Aspirare alla felicità sembra più semplice che coglierla e vederla, affidarla a un albero fa pensare di esserle vicini, magari a un passo, come un frutto un po’ troppo in alto, ma raggiungibile. Bisognerebbe imparare a farci caso quando si è felici, come diceva Kurt Vonnegut, ma questo farci caso non è che arriva sempre un attimo dopo che la felicità è passata? Siamo capaci di viverla proprio mentre accade respirandola tutta o abbiamo bisogno di un leggerissimo scarto di tempo per averne consapevolezza e riconoscerla? Siamo davvero in grado di stare nel momento felice così come ci stiamo e crogioliamo, struggendoci, quando siamo tristi?
I biglietti erano finiti e i rami ormai troppo pieni, così non ho potuto agganciare i miei desideri all’albero, però ho ripassato a mente la mia lista, bella confezionata e abbastanza antica, che affiora sempre in questi casi. Mi sono accorta che su tante voci, la spunta c’era già, mentre altre non mi interessavano più. La mia lista dei desideri, quella scritta bene, precisa, lunghissima che era diventata una specie di litania nei momenti peggiori, non era più vera: scaduta, dimezzata.
Quei desideri mi avevano fatto compagnia per così tanto tempo che un po’ mi dispiaceva salutarli. Allora ne ho pensato uno solo, attuale e del colore degli agrumi.

E voi cosa scrivereste sull’albero di agrumi?

Potete inviare le vostre lettere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Qualcosa di troppo e bisogno di niente, la favola di Chiara Gamberale

Tra voglia e bisogno c’è di mezzo il niente. Lo imparerà, dopo avere avuto bisogno di molto e paura del niente, la Principessa Qualcosa di Troppo, la protagonista di Qualcosa, l’ultimo libro di Chiara Gamberale (Longanesi 2017), una favola, o forse un dialogo tra la ricerca mai paga che abbiamo e la verità a cui possiamo arrivare: il niente fa parte di noi, riconoscerlo è una conquista, arrivare ad accarezzarlo è pura libertà.
La Principessa Qualcosa di Troppo ha un vuoto che pesa tra la pancia e il cuore e non lo vuole più sentire, smania di salvarsi riempiendosi d’amore, ingannandosi che qualcun altro da accudire, da seguire, con cui ridere o perdersi sia il contenuto giusto per quello spazio dentro che più si riempie e più si fa abisso profondo. Il vuoto sembra non avere pareti, eppure è nella pancia, non può tenere tutta quella roba, tutti quei fidanzati che però non vanno mai bene fino in fondo.
La Principessa Qualcosa di Troppo trabocca e quel maledetto buco è sempre lì perchè il troppo non salva, ma il niente sì. Il Cavalier Niente è il nemico-amico dalle mani vuote che fa vedere dove sta la verità, smaschera il bisogno, richiama l’essenziale, dimostra che il non fare è l’unica strada.
Il bisogno è illusione, la voglia è autenticità, anche il vuoto è autentico, se non ci fosse non potremmo accogliere e lasciare entrare, che è diverso dal buttare dentro. Il vuoto è lì apposta, come una bottiglia, dice il Cavalier Niente, la sua funzione è contenere, ma se è sporca, tutto ciò che entra sarà sporco.
La Principessa Qualcosa di Troppo questo non lo sapeva, confondeva voglia e bisogno, eccedeva nella ricerca degli altri fino a essere schiava della paura del buco. Ma il buco, se impari a guardarlo dal verso giusto, è anche un passaggio, diventa utile e fa parte di te. Non servono tanti fidanzati, a salvare la Principessa Qualcosa di Troppo non è quello che crede amore e che ogni volta si fiacca nel giro di troppo poco, ma è Niente. “Sogno per te un marito che non ti dia qualcosa di troppo. Ma che ti dia un po’ di tutto. E senza però toglierti niente”, le augura il Cavaliere che l’ha vista affannata e infelice. Il Cavaliere sta per andarsene, il suo non-fare ha lasciato qualcosa nella Principessa, qualcosa di bello.

E a voi è mai successo di scoprire e ammettere i vostri troppo? Troppa attenzione, troppo amore, troppe parole o troppo niente?

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feste-momento-difficile

Quando le feste sono un momento difficile

Il periodo che precede le feste, gioioso per molti, può rappresentare per alcuni un momento delicato in cui gli instabili equilibri possono cedere e lasciare il soggetto nel baratro della propria depressione. Per chi soffre di disturbi alimentari, ad esempio, il prospettarsi di cene e ritrovi famigliari viene vissuto come un vero e proprio incubo, un momento di confronto col cibo (amico/nemico) e con gli altri. È noto che durante le feste aumentano i suicidi. Il confronto con la felicità altrui mette a dura prova chi soffre già di sindromi depressive. Si potrebbero avere ricadute e attacchi ancora più importanti del solito. Se il malessere si trasforma in senso di svuotamento e peggiora ulteriormente quando le feste finiscono e tutte le luci natalizie si spengono, è segno che non si tratta di una depressione transitoria, ma di qualcosa di più serio che vale la pena indagare rivolgendosi a uno psicoterapeuta.
Alcune persone durante le Festività sono soggette a una sorta di tristezza, di cattivo umore, che assomiglia a una sorta di depressione che ha il nome di Christmas Blues, che significa proprio “depressione natalizia”. Il Christmas Blues è un problema transitorio dell’umore: si manifesta a partire da qualche giorno prima del Natale, quando ha inizio la frenesia delle cene e la corsa agli acquisti e dura fino a dopo l’Epifania, con le ultime occasioni di regali e di incontri con amici e parenti. Terminato questo periodo, la persona che soffre di tristezza natalizia si sente come “svuotata”, apatica, priva di interessi. Con il passare dei giorni e la ripresa delle consuete attività lavorative, la tristezza si allontana poco per volta.
Si tratta di un disturbo che riguarda soprattutto i giovani adulti sui trenta-quarant’anni, mentre bambini, ragazzi e persone più anziane sembrano esserne immuni. Alla base di questo disturbo si ritrova quasi sempre una personalità già predisposta alla depressione e l’associazione della quantità di luce solare in meno, tipica di questo periodo dell’anno, con la conseguente minore concentrazione della serotonina, il neurotrasmettitore che regola l’appetito, il sonno e il tono dell’umore. Chi è soggetto a questa sindrome prova una sorta di fastidio nel dovere sottostare alle tradizioni delle feste. Il ritrovarsi insieme, lo scambio dei regali, i festeggiamenti imposti dal periodo provocano una forma di ansia e un desiderio di fuggire, di nascondersi in casa propria e di godersi un bel film, crogiolandosi nella propria tristezza e aspettando che il periodo delle feste giunga al termine. Al contrario, i doveri e le tradizioni impongono di mostrarsi sorridenti con amici, figli e genitori. Tutto questo non fa che accrescere il disagio.
Cosa fare, per sentirsi meglio? Sicuramente è consigliabile una sana via di mezzo. Non è necessario partecipare controvoglia a tutte le occasioni di festeggiamento. Ci si può concedere, per esempio, di rifiutare con gentilezza l’ennesimo invito a un brindisi o a una cena. Tuttavia isolarsi troppo non è consigliabile: la solitudine durante le feste induce ad avere pensieri negativi su se stessi e sul futuro. È quindi opportuno sforzarsi e uscire, anche solo per una passeggiata nelle ore in cui la luce è più intensa, o concedersi un pomeriggio al cinema con le persone care.
Un rapporto positivo con le Feste è invece importante: insegna la pratica della convivialità, con il rito dei pranzi, insegna il valore del dono, con il rito dei regali, insegna la capacità di rallentare e di prendersi una sosta, insegna a stare in uno spazio vuoto di impegni, di compiti e di incombenze a favore delle relazioni.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

Il pessimismo della sinistra
Ma ci sono i bambini…

Quel giorno Ferrara era avvolta da un clima mite e piacevole di fine ottobre. La gente era ancora seduta fuori dai bar della città e faceva quello che è solita fare nelle tarde ore del mattino. Beveva un aperitivo, una coca-cola, un espresso. Anche un mio caro amico ferrarese era seduto in un bar, all’ombra dell’imponente Castello e protetto dalla statua del Savonarola. Gli occhiali oscurati dal sole e la barba grigia ed elegante gli conferivano un fascino senza tempo. Mi invitò a sedere e bere qualcosa con lui. Per decenni aveva lavorato in un liceo, inizialmente nella sua città d’origine Piacenza, poi a Bologna e infine a Ferrara. È un grande esperto di storia italiana e per questo ogni conversazione con lui si rivela sempre molto istruttiva. Si destreggia nella lingua italiana con invidiabile ironia e un’immensa ricchezza lessicale. Grazie alla sua esperienza decennale di lettore della stampa italiana e conoscitore di numerose biografie di protagonisti della politica attuale, sa usare perfettamente il linguaggio delle allusioni e delle bizzarre teorie del complotto per spiegare a uno straniero tutti i segreti della politica italiana, davanti e dietro le quinte. Per essere più precisi, dovrei meglio parlare al passato. Dalla sua ironia, una volta così colorita, è scomparsa oggi ogni traccia di amenità e fantasia. Guarda al mondo attorno a sé solo con pessimismo e quando parla della “Sinistra” lo fa solo con parole furibonde e piene di sarcasmo. Di Renzi non vorrebbe nemmeno parlare; al solo pensiero gli viene la nausea. Secondo lui non è altro che un giovane fiorentino fascista da salotto e discepolo modello di Berlusconi. Per consacrarsi al potere ha tradito tutti gli ideali e i valori della Sinistra, continua con un tono molto amareggiato. Cosa potevo replicare a questo così disilluso profluvio di parole sulla rovina in corso? Il mondo di Matteo Renzi e dei suoi seguaci non è mai stato il mio. La sgarbatezza, l’arroganza e la sfacciataggine con le quali mandano alla rottamazione la generazione precedente alla loro, della quale faccio parte anch’io, sono difficili da tollerare. Il “sogno ingenuo di un mondo del lavoro di soli vincenti, tutto energia, ottimismo e sorrisi, una specie di Truman Show che tiene fuori dalla porta, e lontano dalle telecamere, la durezza del conflitto e l’umiliazione di tante vite a perdere” (Michele Serra ) è per me un vero e proprio incubo. Dopo la ‘lectio magistralis’ di sinistra del mio amico ferrarese, seduto al tavolo di un bar ai piedi del Castello, riesco tuttavia a comprendere ancora meglio perché questa tradizionale Sinistra italiana arranca e brontola in un angolo morto della storia, come dice una tipica espressione bavarese. Durante questi incontri con i ‘compagni di strada’ della Sinistra, sempre più frequenti negli ultimi anni e segnati da note di sarcasmo e scoraggiamento, penso sempre a una conversazione tra Vittorio Foa e la sua amica Natalia Ginzburg (“È difficile parlare di sé”, Einaudi, 1999). Nel maggio 1990, per quattro domeniche consecutive, Natalia Ginzburg partecipò a un ciclo a lei dedicato della trasmissione radiofonica ‘Antologia’ in onda su Radio Tre. Uno dei partecipanti alla trasmissione era Vittorio Foa, suo caro amico dagli anni delle lotte antifasciste. Alla fine della trasmissione fra di loro si è sviluppata una breve, amichevole ma anche emblematica divergenza di opinioni sul futuro a venire. Marino Sinibaldi, il conduttore della trasmissione di allora, bene sintetizza il giudizio di Foa su di lei: “Probabilmente Vittorio Foa pensa ci sia in lei un pregiudizio, come dire, nel guardare il mondo, ci sia uno schermo di pessimismo e di tristezza. Di questo credo la accusi, affettuosamente e amichevolmente, immagino.” Poi la Ginzburg: “Sì, sì, sì… Può darsi che io abbia del nero, della malinconia… Però il mondo non è allegro, il mondo in cui viviamo non è allegro.”
“No, neanche per idea,” risponde Foa “ma Natalia, i bambini nascono. I bambini nascono”. La laconica risposta dell’eterno ottimista Vittorio Foa non mi incita ad applaudire Renzi e il suo “Truman Show”. Ma neanche una Sinistra politica che, come il mio amico, intelligente ma così pessimista, si rinchiude nelle segrete del Castello di Ferrara, riesce a dare speranza ai bambini di oggi. Se gli intellettuali un tempo membri fedeli della ‘Comunità della Sinistra’ non fanno altro che, in tempi di crisi economica e repentini cambiamenti a livello globale come quelli odierni, parlare del tradimento dei loro “sogni di sinistra” (ma ci ricordiamo quali erano questi sogni?), allora i bambini di oggi presto si scorderanno persino della loro esistenza.

Traduzione a cura di Paola Baglione

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