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Prezzi infuocati dalla speculazione.
Cosa sappiamo e cosa non ci dicono della Borsa del Gas di Amsterdam

di Francesco Gesualdi
pubblicato con altro titolo su pressenza del 9 settembre 2022)

Ormai lo abbiamo imparato: i prezzi vertiginosi del gas che stanno sconquassando l’Europa si formano in Olanda, alla Title Transfer Facility, una realtà più comunemente nota come TTF o Borsa del gas.

Schematicamente le borse sono strutture organizzate per fare incontrare produttori e acquirenti affinché possano accordarsi su prezzi e consegne dei prodotti oggetto delle loro trattative. Le borse sono molte, ciascuna con la propria specificità: quella di Chicago per le derrate agricole, quella di Londra per i minerali, quella di Amsterdam per il gas. Quando nacquero, a fine Ottocento, le borse erano frequentate soprattutto da produttori, grossisti e imprese di trasformazione. Con l’andare del tempo, però, si sono popolate anche di speculatori, soggetti interessati non a vendere o comprare alcun tipo di bene, ma a ingaggiare scommesse fra loro sull’andamento futuro dei prezzi. Oggi l’attività speculativa è così ampia da avere spostato il centro gravitazionale della formazione dei prezzi. Se in condizioni normali i prezzi sono determinati dagli operatori di scambi reali che costringono gli speculatori al ruolo di piccoli opportunisti, quando prevale la finanza la situazione si ribalta: la speculazione determina i prezzi e gli operatori di scambi reali fungono da inseguitori. Così si può assistere a impennate repentine o crolli subitanei dei prezzi, perché la speculazione si nutre più di calcolo emotivo che di scientificità previsionale.

Di tutte le borse, quella di Amsterdam è fra le più recenti. Nata nel 2003, fra l’altro su base totalmente telematica, è stata fortemente voluta dal governo olandese che voleva fare del proprio paese una piattaforma commerciale del gas a livello europeo.
Approfittando di tre elementi favorevoli: l’Olanda stessa è produttrice di gas; è crocevia di una fitta rete di gasdotti che la collega al tempo stesso a paesi produttori, come Norvegia, Russia, Gran Bretagna e a paesi consumatori, come Germania, Belgio, Francia; dispone delle infrastrutture necessarie a ricevere e immagazzinare LNG, il gas liquefatto che viaggia via nave.
Del resto sul finire degli anni Novanta del secolo scorso l’Unione Europea aveva emanato una serie di provvedimenti tesi a liberalizzare il mercato del gas, che il governo olandese sfruttò per aprire la borsa del gas affidandone la gestione a Gasunie, l’impresa di Stato che possiede i gasdotti situati sul suolo nazionale.

Stando ai numeri forniti da Gasunie, alla sua borsa sono iscritti 150 operatori economici di tutta Europa (fra cui società petrolifere, società elettriche, ma anche banche e altre società finanziarie), che nel 2021 hanno stipulato contratti per una quantità complessiva di gas corrispondente a 600 miliardi di metri cubi.
L’aspetto curioso, però, è che nel 2021 le importazioni di gas dell’Olanda non hanno oltrepassato i 60 miliardi di metri cubi, mentre le esportazioni si sono fermate a 43 miliardi di metri cubi, la differenza essendo stata utilizzata per consumi interni. In conclusione si può affermare che solo il 10% dei contratti stipulati alla borsa di Amsterdam ha avuto finalità commerciali, mentre l’altro 90% ha avuto finalità speculative, riuscendo negli ultimi 12 mesi a moltiplicare il prezzo del gas di quasi sei volte.

Nei giochi speculativi c’è sempre una parte che vince e una che perde. Ma poiché sono entrambi consapevoli dei rischi che corrono, è forte la tentazione di scrollare le spalle e sentenziare che mal voluto non è mai troppo. Il guaio, però, è che i loro giochetti poi ricadono sull’intera società a causa di un effetto contagio che però ci lascia sempre col dubbio se sia reale o pretestuoso. Nel caso specifico del gas, verrebbe fatto di pensare a un contagio reale per Paesi come Germania, Belgio e Francia, che sono i destinatari del gas acquistato sulla borsa di Amsterdam. Mentre rimangono dubbi per i Paesi dell’Europa meridionale, che con l’Olanda hanno rapporti pressoché nulli. L’Italia, ad esempio, nel 2021 ha importato da questo Paese solo lo 0,4% del suo fabbisogno sotto forma di gas liquefatto.
E alla fine viene spontanea la domanda: come può un sassolino trasformarsi in una valanga che getta nella disperazione famiglie ed imprese di un intero continente?

Ci sono due criteri per capire la portata della borsa di Amsterdam: quello quantitativo e quello contrattuale.

Da un punto di vista quantitativo la borsa olandese si conferma un sassolino. Nel 2021 l’Unione Europea ha importato 337 miliardi di metri cubi di gas, di cui solo il 17% transitato per l’Olanda. L’altro 83% è stato ricevuto tramite gasdotti o navi metaniere in un rapporto commerciale diretto fra Paesi consumatori e Paesi produttori. L’Italia, ad esempio, nel 2021 ha importato 72,7 miliardi di metri cubi di gas di cui l’86% tramite gasdotti che la collegano direttamente a Russia, Algeria, Azerbaijan, Libia. Mentre l’altro 14% è stato ricevuto tramite navi metaniere da Qatar, Norvegia e Usa.

Venendo all’altro aspetto, quello contrattuale, schematicamente esistono due tipologie di contratti di fornitura: a prezzi fissi e indicizzati.
Quelli a prezzi fissi, solitamente di lunga durata, tutelano sia l’acquirente che il venditore. L’acquirente perché ha la garanzia di un prezzo certo, il venditore perché ha la garanzia che il prezzo gli verrà pagato anche se l’acquirente decide di sospendere i suoi acquisti. Non a caso tali contratti sono anche detti take or pay ossia prendi o paghi.
Di tutt’altro genere i contratti a prezzi indicizzati, che oltre ad essere di durata più breve, prevedono prezzi viariabili, oscillanti in base a come si muovono le quotazioni di borsa, quella di Amsterdam nel caso europeo.

Dunque gli aumenti in bolletta troverebbero giustificazione solo nel caso di forniture basate su contratti indicizzati. Ma è questa la situazione dell’Italia o non è piuttosto dominata da contratti take or pay, che in caso di esplosione dei prezzi permettono alle imprese importatrici di ottenere generosi extraprofitti?
Questa informazione purtroppo non circola, mettendo in evidenza un grave deficit di democrazia che preferisce sacrificare famiglie, tessuto economico e conti pubblici, piuttosto che inimicarsi le imprese energetiche.

Ma oggi che stiamo parlando della necessità di mettere un tetto al prezzo del gas, il tema della trasparenza assume enorme importanza, come assume importanza la necessità di riformare le borse per limitare le bizzarie della speculazione e soprattutto per non assumere più le sue follie come riferimento per i prezzi reali.
Ne va di mezzo non solo la vita dei più deboli, ma la tenuta stessa della società.


Francesco Gesualdi, già allievo di don Milani, è fondatore e coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pisa), che si propone di ricercare nuove formule economiche capaci di garantire a tutti la soddisfazione dei bisogni fondamentali. Coordinatore di numerose campagne di pressione, è tra i fondatori insieme ad Alex Zanotelli di Rete Lilliput. www.cnms.it

FacebooK: Servizio pubblico o Hackeraggio sociale?
Minimalismo digitale e Free/Open Source

 

Come sia stato possibile che l’espansione planetaria di Facebook abbia coinvolto tutte le fasce di popolazione non lo sanno solo Dio e Zuckerberg, come provocatoriamente suggerito da Nicola Cavallini nel suo interessante articolo del 24 Gennaio su Ferraraitalia [Qui]  .
La costruzione di un social network come Facebook richiede il contributo di fior fior di psicologi e sociologi, impiegati a costruire algoritmi adatti a parlare alla psiche umana e studiati per sfruttarne le fragilità. Lo scopo è quello di ottenere che gli utenti lo utilizzino in un modo specifico e prevedibile (ad esempio, farci restare il più a lungo possibile sulla piattaforma, proponendoci una serie di contenuti verso i quali abbiamo una reazione di “click” compulsivo). In altri parole, nella costruzione di un Facebook servono elevate  professionalità impegnate per hackerare – trovare e sfruttare delle falle di sistema- i nostri comportamenti normali e funzionali: renderli cioè disfunzionali per noi, ma vantaggiosi per altri.
Questo problema, e alcune strategie per venirne a capo, sono trattate da Cal Newport nell’ottimo Minimalismo digitale (ROI EDIZIONI, 2019). Di fronte alle società della Silicon Valley che hanno sfruttato le più avanzate scoperte della psicologia e delle neuroscienze per tenerci incollati ai loro dispositivi. dando vita alla cosiddetta ‘economia dell’attenzione’, il minimalismo digitale di Newport, professore di Computer science, ci propone di fare un passo indietro e ripensare il nostro rapporto con la tecnologia in maniera attiva, assieme a diverse tecniche per riprenderne il controllo.

Facebook (tra gli altri), benché architettato da un’azienda privata, è diventato così diffuso e funzionale (anche se solo per una frazione degli scopi per cui viene propagandato), tanto da esserci presentato alla stregua di un servizio pubblico. Con qualche fondamentale differenza, perché, essendo un software ‘proprietario’, il pubblico non può esercitare nessun controllo (se non molto in superficie) né sul modo in cui tale strumento funziona (come è scelto davvero ciò che vedrete) né sulla qualità dei prodotti che fornisce.
Un po’ come se il gestore dell’acqua potabile non rendesse pubblici i risultati delle analisi dell’acqua che arriva ai rubinetti di casa, né li trasmettesse all’Azienda Sanitaria Locale. Ciò permette l’introduzione di dis-funzionamenti sociali molto discutibili dal punto di vista etico, sociale e politico, con impatti di larga scala. A titolo esemplificativo, può sorprendere sapere che gli stessi progettisti di questo tipo di strumenti, tendono ad imporre a se stessi e ai propri familiari (a partire dai bambini) una sostanziale distanza da questi strumenti ‘social’. E’ questione di autoconservazione.

Certo, non è facile capire quanto uno strumento che siamo abituati ad usare di continuo sia disfunzionale per la nostra vita. Rendersene conto è appunto una questione di autoconservazione e può rendere la nostra vita molto più funzionale a ciò che ci interessa veramente. Usare software di tipo Free/Open Source è un modo per voltare pagina, riprendere controllo su questo interazioni: ristabilire chi è che controlla e chi è controllato (il social Mastodon [qui e qui]è un notevole esempio di questo tipo). Ma anche confinare Facebook e consimili in uno ‘spazio sotto maggiore controllo’ può essere rendervi un grande servizio. E Newport vi suggerisce una serie di metodi per riuscirvi e sentirvi presto più liberi e padroni della vostra vita.

Ad ogni modo, se un servizio è davvero un bene di prima necessità, indubbiamente il modo e la qualità con cui questo viene fornito dovrebbero essere sottoposti al controllo del pubblico, seguendo il principio di trasparenza. In altre parole, per l’autoconservazione individuale e sociale, la richiesta più giusta e più ovvia è quella che i codici alla base dei servizi internet – oggi di fatto considerati essenziali  – siano forniti come Free/Open Source. Solo così il pubblico potrà controllarli e renderli innocui per individui e società.

QUANTO COSTA IL VACCINO?
Gli accordi segreti fra Governi europei e Big Pharma. La proposta del Vaccino Bene Comune Globale

 

La situazione e, di conseguenza, la discussione sui vaccini per contrastare la pandemia si è fatta incandescente.  E, come sempre, si moltiplicano prese di posizioni, comunicati, opinioni, molte volte contrastanti, che rischiano di produrre un’insopportabile cacofonia. Forse, allora, bisognerebbe fissare alcuni punti fermi, magari ponendo domande scomode.

1) Perché si sono costruiti contratti con aziende farmaceutiche prima ancora che arrivasse l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte dell’EMA (Agenzia europea del farmaco)? Nei giorni passati abbiamo assistito ad una polemica rovente tra UE e AstraZeneca sul ritardo delle consegne rispetto al contratto sottoscritto, ma l’EMA ha autorizzato il vaccino solo venerdì scorso.
Allo stato attuale, secondo le comunicazioni ufficiali dell’Unione Europea, sono stati sottoscritti contratti da parte della stessa UE per l’acquisto di vaccini da Biontech-Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Sanofi-GSK, Jansenn Pharmaceutica ( Johnson & Iohnson) e CureVac, ma solo i primi 3 sono stati autorizzati. Non c’è dubbio che ci sia stata una corsa forsennata tra Stati e aziende per arrivare in tempi brevi a somministrare il vaccino, obiettivo in sé più che giusto, ma non è che si siano anteposti interessi commerciali e politici, appunto le definizioni contrattuali, alla verifica della loro sicurezza ed efficacia? E’ solo un pensiero malevolo quello, suggerito da molti, che ci siano pressioni perché l’EMA “si sbrighi” a procedere con le suddette autorizzazioni?

2) Perché i contratti sono segretati? Sempre nella polemica tra UE e AstraZeneca sono volate parole grosse tra chi, la prima, ha denunciato l’azienda di violare i patti sottoscritti e la seconda, che per bocca del suo amministrazione delegato Soriot, avrebbe dichiarato che AstraZeneca non ha alcun obbligo rigido con l’Europa  sulla forniture, ma solo un “best offert”, ossia l’impegno a fare del proprio meglio. Ora, chi ha ragione? Perché non vengono resi pubblici i contratti sottoscritti, negati persino ai parlamentari europei, oltre a quello con CureVac e la stessa AstraZeneca, che peraltro sono pieni di molti omissis? Ci sono forse clausole, come adombrato da diversi organi di stampa, per cui le aziende sono tutelate in caso di mancato rispetto del cronoprogramma e addirittura nel caso di eventuali reazioni avverse prodotte alle persone vaccinate, nel qual caso dovrebbero intervenire i singoli Stati?

3) E’ possibile capire meglio quali sono i costi previsti per i cittadini europei, visto che anche questi non sono chiari e che parliamo di risorse pubbliche stanziate dall’Europa, per affrontare la campagna vaccinale? E anche approfondire i prezzi riconosciuti alle varie aziende per la produzione del vaccino?
A quest’ultimo proposito, siamo addirittura in presenza di una sorta di giallo: a metà dicembre la sottosegretaria UE al Bilancio del Belgio Eva De Bleeker ha postato ‘per errore’ sui social uno screenshot in cui erano riportate tutte le cifre, cancellandolo subito dopo. “Volevo essere trasparente, ma forse lo sono stata un po’ troppo”, ha dichiarato poi la De Bleeker.
Ancora più sconcertante la replica del portavoce della Commissaria UE alla Salute  Stefan de Keersmaecker, nel momento in cui ha affermato che “non possiamo pronunciarci, i prezzi dei vaccini sono coperti da clausole di confidenzialità per buone ragioni”, tra le quali il fatto che la Commissione “sta tuttora negoziando con altri produttori”. Sta di fatto che, secondo indiscrezioni, il prezzo dei vari vaccini sarebbe di circa 15 € a dose per Moderna, 12 € per Biontech/Pfizer, 7,56 € per Sanofi/GSK, 10 € per CureVac, circa 7 € per Johnson & Johnson e 1,78 € per AstraZeneca. Come si giustificano tali differenze di prezzo, che variano in un intervallo quasi da 1 a 10?
Sempre per stare in tema di prezzi, desta una certa preoccupazione sentire la risposta dell’amministratore delegato di Pfizer Italia Kerkola che, a fronte del rilievo dell’intervistatore che chiede la ragione per cui lo stesso vaccino sarebbe venduto a 15 € all’Ue, a 19,5 $ agli USA, a 28 $ a Israele e a 10 $ al Sudafrica. Dice Kerkola laconicamente: “I nostri prezzi rimangono riservati”.

Insomma, mi pare ci siano tanti buoni motivi perché trasparenza e informazione corretta siano dovute ai cittadini e soddisfatti i legittimi interrogativi che si stanno addensando su questa vicenda. Ma c’è qualcosa di più che non torna e attiene proprio al modello di fondo, cioè nel sistema di relazione e decisione nel rapporto tra entità statali e aziende.
Provo ad avanzare un’ipotesi: alla base, a me pare ci stia un intreccio perverso tra ricerca del profitto da parte delle imprese e acquisizione del consenso dei cittadini da parte dei singoli governi, dimostrando di fare presto e bene per uscire dalla pandemia (oltre che far ripartire l’economia). Parlo di intreccio perverso, perché questi sono interessi potenzialmente confliggenti, in cui più forti comunque sono quelli delle grandi aziende farmaceutiche (i dati dei profitti di Pfizer pubblicati dal Sole 24ore fanno strabuzzare gli occhi), che sembra dar luogo a scontri anche pesanti, ma che in realtà stanno dentro un quadro per cui ciascuno di questi soggetti riconosce le ‘ragioni’ dell’altro, determinano regole del gioco comunque alla fine condivise e che provocano una contrattazione continua solo tra di essi, ma, proprio per questo, dovendo escludere le persone destinatarie di tali interventi.
Da qui la riservatezza, meglio dire la segretezza degli accordi e la loro rinegoziazione senza alcuna trasparenza. Siamo dentro un connubio negativo tra potere semimonopolistico delle grandi aziende farmaceutiche e ‘nazionalismo vaccinale’ – di cui è esempio anche il provvedimento dell’Ue di controllo delle esportazioni dei vaccini, giustamente bacchettato dall’OMS, praticato in primo luogo dai Paesi ricchi,

come giustamente denunciato dal presidente del Sudafrica Ramaphosa, le aziende multinazionali realizzano grandi profitti, gli Stati contrattano con le stesse sulla base del loro potere e ricchezza e la salute delle persone arriva come buona ultima e risultante di questi rapporti.
Eppure, un’altra strada ci sarebbe, quella indicata sempre dal Sudafrica e dall’india, sostenuta da un centinaio di Paesi all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Ovvero quella di considerare il vaccino bene comune globale, introducendo una deroga sui brevetti e agli altri diritti di proprietà intellettuale in relazione a farmaci, vaccini, diagnostici, dispositivi di protezione personale e le altre tecnologie medicali per tutta la durata della pandemia.
Si tratta di un provvedimento possibile e praticabile, previsto dall’art. IX comma 3 e 4 dell’Accordo di Marrakesh che ha costituito l’Organizzazione Mondiale del Commercio e che consentirebbe la produzione di massa in tutti i Paesi di trattamenti e vaccinazioni contro la pandemia e potrebbe ridurre significativamente la durata della stessa. Una proposta più che ragionevole, che, ahimè, ha il difetto di tagliare i profitti di Big Pharma e che trova l’opposizione di Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia e UE.

A maggior ragione, allora, è utile sostenere ICE( Iniziativa dei Cittadini Europei), promossa da un nutrito gruppo di movimenti e soggetti europei e italiani, che va nella medesima direzione: per leggerla clicca [Qui] e per firmarla clicca su sostieni questa iniziativa. Con 1 milione di firme raccolte in tutt’Europa, da raggiungere entro la fine del gennaio 2022, si obbliga la Commissione Europea a discuterla, visto che l’ICE è strumento istituzionale previsto dalla stessa normativa europea.
Forse non sarà sufficiente, ma intanto può essere un segnale importante quello di far scendere in campo movimenti sociali, associazioni, persone, soggetti politici che guardano ad un’alternativa di sistema. Perché, in ogni caso, senza il loro ritorno ad essere protagonisti non riusciremo certo ad evitare di essere prigionieri tra la Scilla del mercato e il Cariddi di una governabilità statuale subalterna e senza progetto, anche quando parliamo della vita e della salute dell’umanità intera.

STALKING NO, STOLTING MAGARI SÌ!
Credevo che un cittadino avesse diritto di sapere…

Dopo un annetto di governo leghista, chi credeva che il ‘metodo naomo’ consistesse solo nel prendere a calci in culo immigrati e stranieri in genere, avrà dovuto ricredersi. Il ‘metodo naomo’ è qualcosa di più grande e complesso. Un modo di comportarsi? Una formula di governo? Ma neppure, è qualcosa di più: una visione del mondo, una filosofia di vita, una risposta automatica a un insopprimibile imperativo categorico.
Che riassumerei così: Io mi chiamo Naomo e comando la piazza di Ferrara, quindi infrango leggi, norme, regolamenti e dico e faccio quel che mi pare e piace, poi – siccome (ve lo siete scordato?) comando Io – alzo muri, metto reti, invento divieti, nego i buoni spesa  e perseguito i poveracci (come ero io una volta, però ora Io comando) e tutti quelli che non hanno il mio colore e che mi sono antipatici.
La morale potrebbe essere questa: non è vero per niente che Destra e Sinistra sono vecchie categorie ideologiche. Le differenze ci sono eccome. Per dirne una: la differenza che passa tra ‘comandare’ e ‘governare’. Ho l’impressione (o è solo speranza?) che dopo un anno di Destra al Comando, dopo un lunga sfilza di stupidaggini, castronerie, prepotenze e vergogne, molti ferraresi se ne stiano rendendo conto. E fortunata Ferrara ad avere un Daniele Lugli che non si rassegna, che non ‘lascia perdere’, e che continua a insistere, con la cortesia del nonviolento e il puntiglio del difensore civico.
(Francesco Monini)

Ritorno – non lo farò più – su una piccola vicenda già illustrata su ferraraitalia [Qui]
Partito dallo sconcerto per l’itinerante concerto nel territorio del comune di Ferrara, promosso dal sig. Nicola Lodi, in arte Naomo il 4 maggio scorso, ho ridotto le mie aspettative. La mia nota a Prefetto e Questore di Ferrara, Presidente della Regione (portata pure a conoscenza di Sindaco, Direttori Azienda Usl e Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara, nonché Ministero della Salute) del giorno successivo non ha ricevuto risposte. A me è parso che l’iniziativa violasse la normativa in vigore, pur avendo avuto la stessa, proprio quel giorno, un’attenuazione. Perciò ho fatto presente le mie perplessità anche alla Procura della Repubblica. Evidentemente i miei rilievi non sono apparsi tali da meritare né interventi, né risposte. Ne ho preso atto con un po’ di rammarico, ma comprendendo anche che, in un momento così difficile, le istituzioni interpellate hanno cose più urgenti e importanti da fare che rispondere a quesiti, se a ciò non strettamente tenute.

Mi sono rimasti un paio di dubbi: 1) la promozione di riunioni pubbliche tra persone interessate a musica, a canzoni, a brindisi o ad altro ancora è dunque possibile? E allora perché tutto questo discorso sugli incontri solo di congiunti? 2) la lodevole iniziativa, degna di Lodi appunto, è stata dal medesimo promossa come privato cittadino ovvero nella qualità di pubblico amministratore?

Il primo quesito l’ho rivolto, una settimana dopo, al Questore. La normativa nel frattempo è cambiata. Ogni iniziativa va considerata a sé. Se vorrò promuovere riunioni pubbliche avrò certamente risposte chiare. Forse è stata eccessiva la mia pretesa di una risposta articolata. Il secondo quesito mi sembra però più facilmente esaudibile. Si tratta di sapere se c’è un atto attribuibile all’amministrazione comunale alla base dell’iniziativa vietata dal prefetto per il 1° maggio e attuata il 4. Non ne trovo traccia sull’albo comunale online e quindi chiedo alla Segretaria Generale del Comune se un tale atto vi sia. Basta un sì o un no. Dopo qualche giorno rivolgo il medesimo quesito al Prefetto. Nel suo sito trovo “Scrivi al Prefetto”. Lo faccio. La risposta è gentile: “Il Suo messaggio è stato inoltrato all’Ufficio competente. Grazie per la Sua collaborazione”. Sono passate due settimane: risposte nessuna.

Quando ho fatto, anni fa, un mestiere abbastanza simile a quello della Segretaria del Comune (lo svolgevo in Amministrazione Provinciale) ho cercato di contribuire alla trasparenza dell’azione amministrativa, senza venir meno al dovere di riservatezza e discrezione, fino al segreto, quando necessario e come è scritto nel nome: Segretario. La Legge 241/1990 consente a chi abbia un interesse qualificato l’accesso ai documenti amministrativi. Ho fatto il possibile per renderlo più agevole. Allora era una novità. È venuto poi il Decreto legislativo 33/2013, diritto di accesso civico a tutti gli atti oggetto di pubblicazione, senza bisogno di addurre un particolare motivo. Il Decreto legislativo 97/2016 ha introdotto la normativa, detta FOIA (Freedom of Information Act), come parte integrante della riforma della pubblica amministrazione. Garantisce a chiunque il diritto di accedere ai dati e ai documenti posseduti dalle pubbliche amministrazioni, se non c’è pericolo di compromettere interessi, pubblici o privati, indicati dalla legge. Le amministrazioni devono dare prevalenza al diritto di chiunque di conoscere e di accedere alle informazioni dalle stesse possedute, favorire la trasparenza nel rapporto tra le istituzioni e la società civile, incoraggiare un dibattito pubblico informato su temi di interesse collettivo. Così, in modo più ampio e dettagliato, è scritto pure nel sito del Ministero interessato.

Io ho chiesto a amministrazioni, rivolgendomi a chi meglio era in grado di rispondere, un’informazione sull’esistenza o meno di un atto riferibile all’Amministrazione comunale di Ferrara. Si tratta di un’informazione dalle stesse posseduta. Certo sono in grado di dire se loro consta l’esistenza dell’atto in questione.
Nessuna prevalenza, né attenzione è stata data, in questo caso, al mio diritto di conoscere. La normativa è del resto recente, ha solo 4 anni di sperimentazione e segue, solo di 50 anni, quella alla quale esplicitamente si ispira. Il Freedom of Information Act, Legge sulla libertà di informazione. È stata adottata sotto la presidenza di Lyndon B. Johnson. Allora non me ne sono accorto, Come molti miei coetanei era “Johnson boia!”, responsabile dell’escalation, search and destroy, della guerra in Vietnam. È stato dunque anche altro.

La questione che ho posto e nella quale non ho avuto soddisfazione mi dice qualcosa sul funzionamento della FOIA all’italiana, o almeno alla ferrarese. Quanto a me non mi sento preso da alcuna foia, eccitazione, frenesia, smania. Non scriverò più richieste, per quanto riguardose, che possano risultare moleste. Non pratico lo stalking, soprattutto nei riguardi di pubblici funzionari, per i quali sento grande solidarietà. Non li indicherò come alfieri della trasparenza. Eviterò anche di dire “Credevo, credevo di far bene”. Stultum est dicere putabam, me l’avevano pure detto! Mi rammarico dello stolting involontario.

Il ritorno della ricevuta

Perché poi uno deve fare una raccomandata online anziché usare i piccioni e per di più pretendere d’essere sicuro che sia stata ricevuta?
La raccomandata delle poste italiane, infatti, è online solo alla partenza, poi tutto viaggia come se tu con la tua lettera fossi andato all’ufficio postale dietro l’angolo di casa. Vuoi mettere la comodità di fartela a computer, di pagare con la tua prepagata, senza dover uscire e con il rischio della coda allo sportello? Poi se ad arrivare ci impiega più tempo di quanto ne avrebbe messo recandoti all’ufficio postale vicino casa, non lamentarti delle comodità offerte dalla tecnica.
Tu spedisci la tua raccomandata online da casa l’otto gennaio e lei arriva a destinazione dopo nove giorni, il diciassette, non a Sidney ma a quattrocento chilometri da casa tua, a Roma.
Se avevi fretta potevi fare un e-mail, un fax, ma il problema è che la semplificazione, sebbene predicata come il vangelo, non è di questo mondo e taluni vogliono proprio la raccomandata con tanto di ricevuta di ritorno, neppure la posta certificata, che già quella sarebbe un problema, e senza la quale manco ti puoi provare a dialogare con una amministrazione pubblica che nonostante la pec resta muta per principio, perché il silenzio, in virtù della burocrazia, riesce persino a parlare, comunicando per consuetudine il rigetto.
Uno in questo mondo di banda larga non sa proprio da che banda voltarsi.
Ora che tu spedisca online o by hand la tua creatura, puoi sempre tenerne traccia così da roderti la bile nel constatare per quanto tempo giace inutilmente nei singoli uffici postali nel suo percorso verso la destinazione, ma l’informazione e la trasparenza sono salve.
Nove giorni per una raccomandata online, neanche una settimana e mezzo, non vale neppure la pena lamentarsi.
È che la mia raccomandata non viaggiava da sola era accompagnata dalla ricevuta di ritorno, la quale, sapendo di non essere tracciabile, deve aver approfittato del viaggio per fare altro, per andare a far visite alle sue amiche, che so.
La disgraziata, incosciente, perché, se io nel frattempo avessi avuto bisogno della sua testimonianza, lei sarebbe stata contumace.
Arrivata a destinazione il 17 gennaio, firmata e timbrata, deve avere avuto una crisi di identità una volta separata dalla sua compagna, perché me la sono vista recapitare a casa tutta mal messa e bagnata un mese e mezzo dopo, il due marzo.
Di cosa le sia accaduto so poco o niente. Credo che come ogni clandestina sia stata condotta in un centro di accoglienza, come le valigie di una volta con gli adesivi dei luoghi visitati variamente incollati sulla loro superficie, tra i vari timbri uno riporta la data del 28 febbraio e la dicitura Bologna CMP, il Centro di Meccanizzazione Postale, dove evidentemente ha potuto dimostrare di non essere clandestina, ma di essere destinata a me.
Non ha viaggiato online. Credo che da Bologna a Ferrara sia giunta nel tradizionale sacco della posta caricato su un treno e poi sia finita finalmente nelle mani salvatrici della gentilissima signora che ogni giorno mi consegna la posta.
A conti fatti il viaggio di ritorno da Bologna a Ferrara è durato solo sei giorni, in proporzione con i nove impiegati per andare a Roma. Ma tutto il resto del tempo, i trenta giorni e più che mancano dove è stata, cosa avrà mai fatto? Lei mi guarda malconcia e non risponde.

La comunicazione e l’educazione ambientale: principi fondamentali per Clara

Troppo spesso, sull’ambiente, i media comunicano i disastri, le crisi e le emergenze e trasmettono paure più che coinvolgimento, impotenza più che informazione e prevenzione. Tra i ruoli dei media dovrebbe esserci, invece, sempre più impartire quel senso di responsabilità verso il prossimo e verso le generazioni future che dà la misura del livello di civiltà di una comunità.

Clara ha a cuore questo tema da sempre, da vent’anni, da quando le società erano due, si chiamavano Area e Cmv e cominciavano a entrare nelle scuole con educatori specializzati per avvicinare i bambini e gli insegnanti al tema dei rifiuti e all’importanza della raccolta differenziata. Le iniziative di Area e Cmv hanno coinvolto in questi anni decine di migliaia di alunni. Rimarrà negli annali Progetto Quadrifoglio: un programma di educazione ambientale articolato e diversificato in svariate tipologie di laboratori, incontri didattici, visite guidate. Progetto Quadrifoglio ha accompagnato per ben tredici edizioni gli scolari del territorio ex Area, coinvolgendo in media 3.500-4000 ragazzi all’anno.
Dal 2017, a seguito della fusione e con l’avvento della nuova società, il progetto scuola si chiama PianetaClara, è dedicato al tema della sostenibilità ambientale legata ai rifiuti ed è rivolto a tutte le scuole dei 21 Comuni soci dell’azienda, dalle scuole d’infanzia fino agli istituti di istruzione superiore.
“Il progetto, presentato anche sul sito www.clarambiente.it/clarainforma/progetti-edu-scuole/, interesserà quest’anno ben 6.500 alunni e altrettante famiglie della provincia di Ferrara. Pianeta Clara – spiega Mirna Schincaglia, responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di Clara – rappresenta una dimensione ancora parzialmente da scoprire, un mondo che cerca di dare la giusta importanza a ogni oggetto e materiale, che fa il possibile per ridurre gli sprechi, che investe per riutilizzare e riciclare i rifiuti, che si vuole distinguere per un modo di agire virtuoso e consapevole, in sintonia con i 17 obiettivi contenuti nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Con il grande obiettivo di aiutare i ragazzi di oggi a diventare cittadini più consapevoli e più attenti all’ambiente”.
L’obiettivo dei progetti scuola di Clara va, infatti, oltre quella che è la funzione ‘cognitiva’: non si tratta cioè solo di informare su come funziona la raccolta, di correggere gli errori nella separazione dei rifiuti o di avvisare dell’imminente avvio di un nuovo servizio. Si tratta di produrre cultura ambientale, di sviluppare nei bambini, adulti di domani – ma anche nei loro genitori e parenti, adulti di oggi – quella indispensabile e vitale coscienza ecologica che, seppure abbia fatto molti passi avanti rispetto a vent’anni fa, ha ancora molto da crescere.

Il mondo sta cambiando. Lo percepiamo, ma lo stiamo anche capendo? Crescono attorno a noi i problemi ambientali e sociali: cosa possiamo fare? Di certo possiamo pensare all’equilibrio tra ciò che ci serve e ciò che preleviamo; alla capacità di soddisfare le esigenze presenti senza compromettere le possibilità future. La capacità di mantenere attivo un processo ecologico di sviluppo sostenibile. L’idea l’abbiamo capita, il nostro stile di vita non sempre vi si allinea. Per alcuni siamo in una fase storica in cui la vita sociale si rivolge maggiormente all’interesse e al piacere dell’individuo e si riduce la coscienza del collettivo. La partecipazione, la condivisione – intesa come collaborazione verso obiettivi comuni e non solo come un clic su un social network – manifestano gravi segnali di crisi.
Le città sono ormai entità molto complesse che non si lasciano più guidare da progettualità tradizionali, ma richiedono nuove soluzioni e globalità di impegni. La crescita di una qualità ambientale è un bisogno di tutti, ma la ricerca di soluzioni non è pari al problema. Bisogna mantenere alta la sensibilità e la domanda di sostenibilità e qualità sui servizi pubblici ambientali e più in generale di ambiente. È però cresciuta la consapevolezza della corretta informazione e il cittadino-cliente si aspetta di essere informato, perché attraverso la conoscenza, il consenso e la legittimazione aumenta la sua adesione ai princìpi e ai valori che muovono le organizzazioni. È importante che la funzione del comunicare e le politiche di comunicazione pubblica siano riconosciute da chi ha responsabilità nei servizi pubblici perché si tratta di attivare uno strumento fondamentale per promuovere l’amministrazione ed i suoi servizi e per assicurare ai cittadini il miglior livello di informazione. Vorremmo che queste non fossero solo parole e cercheremo di fare la nostra parte in questa direzione. In questi mesi lo abbiamo fatto in collaborazione con Clara, proponendo articoli che oltre a comunicare l’impegno dell’azienda speriamo abbiano contribuito a soddisfare il bisogno di informazione e trasparenza sul tema dell’ambiente.
Grazie per averci seguito e buon 2018.

Il capitale sociale: un valore per Clara

‘L’Ambiente e le persone al centro’. Questo è il titolo della brochure di Clara che rappresenta l’impegno per i prossimi anni. Si tratta di uno dei valori principali da raggiungere: offrire un sistema imprenditoriale e territoriale che rispetti le regole e che soprattutto sia misurabile in un sistema gestionale trasparente. Interessante a questo proposito l’aver creato sul sito aziendale uno specifico spazio Clarainforma e una sezione sulla trasparenza.

Bisogna mantenere alta la sensibilità e la domanda di sostenibilità e qualità sui servizi pubblici ambientali e più in generale di ambiente; e la crescita di una qualità ambientale è un bisogno di tutti. Il bisogno di fiducia e partecipazione deve sostituire il crescente disagio e diffidenza dei cittadini. La qualità della vita, la sicurezza, il rispetto ambientale, la coscienza civica devono contrastare la mancanza di dialogo, la scarsa informazione, le scarse competenze e l’iniqua distribuzione.
Il bisogno di qualità sta diventando un importante elemento di riferimento anche nella politica economico-industriale dei servizi pubblici; vi è uno stretto legame tra sistema di gestione e livello di qualità ed efficienza economica e i sistemi di regolazione devono fronteggiare il tipico dilemma fra incentivare l’efficienza produttiva e trasferire quote della rendita.
La qualità è destinata ad assumere un ruolo fondamentale nella logica di apertura regolamentata dei mercati e dunque come fattore di competizione per la scelta concorrenziale del gestore. Si arriva così alla centralità dell’accountability, come insieme di momenti atti a “Rendere conto in modo responsabile per tenere fede agli impegni presi”. L’accountability è dunque un insieme di modalità attraverso cui rapportarsi con i vari portatori di interesse per ottenere consensi. Questo ci porta a un tema fondamentale: il capitale sociale. Quest’ultimo, come fondamentale valore da difendere è, infatti, quella risorsa che permette di valorizzare il capitale culturale, il capitale simbolico e il capitale economico a disposizione dei singoli individui.
Va rilevato come in particolare si stia passando da una fase di partecipazione e coinvolgimento a una di distacco, di cinismo e dunque di sfiducia. E’ difficile distinguere quanto sia causa di un malessere generale; certo è che questa sfiducia indebolisce il capitale sociale come elemento di successo e di distinzione. Il capitale sociale è un importante valore di sviluppo e deve essere monitorato e analizzato in continuo per meglio comprendere il gradimento dei cittadini e più in generale il loro livello di qualità della vita.

Gli individui interagiscono quando si riconoscono reciprocamente come fini e non come mezzi. Si sente il bisogno di trasparenza e di fiducia; spesso invece si avverte una pregiudiziale diffidenza.
Conoscere come le persone sperano e chiedono di star bene sarà lo scopo basilare di ogni politica futura. Indagare sulle dimensioni di fiducia diffusa e di fiducia condizionata nelle relazioni fra erogatori di servizi idrici e di igiene urbana e utenti è un impegno che bisogna ci si assuma collettivamente.
In questa logica diventa molto importante fare delle indagini di soddisfazione dei cittadini-clienti.
Già alcuni mesi fa Clara ha effettuato un’importante rilevazione (dal 2 al 12 maggio 2017) effettuando un’indagine quantitativa campionaria con telefono fisso (CATI), coinvolgendo sia 908 utenze domestiche, quindi famiglie, sia 155 utenze non domestiche, quindi imprese/attività con sede nei Comuni serviti da Clara spa. Le interviste sono state distribuite in modo non proporzionale, in modo da rappresentare anche i Comuni più piccoli
I risultati sono stati positivi, rilevando una quota di insoddisfatti del 22% tra le imprese e del 19% tra le famiglie.
I risultati analitici verranno presentati in specifici incontri. Interessante sarà capire nel tempo e con ripetuti sondaggi come Clara riuscirà a recepire le osservazioni e ridurre le critiche.

È evidente come la partecipazione, la disponibilità e il consenso siano elementi (fattori di positività) strettamente legati all’analisi di queste criticità. L’orientamento al cliente deve infatti partire dal monitoraggio della mappa delle insoddisfazioni salienti, individuando soluzioni di miglioramento. L’obiettivo principale e il risultato atteso è di rilevare direttamente la qualità percepita (bisogni espliciti e bisogni impliciti). In particolare è richiesta la verifica della situazione in relazione a soddisfazione globale (servizi, zone), fattori della qualità (valutazioni), aree d’intervento (proposte, consigli), informazioni utenza (ricordo spontaneo, giudizio) e altro.
Su questo Clara ha promesso di impegnarsi anche nel medio-lungo termine.

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La tariffa puntuale: le realtà di Ro e Formignana

Il grande obiettivo di Clara è fornire un servizio economicamente compatibile, realizzando anche un tariffa personalizzata, che tenga conto del consumo effettivo, sulla base del principio, da tutti citato e da pochi perseguito, del “chi inquina paga”. Per questo dopo aver parlato di tariffa puntuale e dei suoi principi generali, vediamo cosa sta facendo Clara per il sistema tariffario.

Nell’estate del 2015 è partita nei comuni pilota di Formignana e Ro (3.200 utenze in totale) la sperimentazione di un sistema di tariffazione puntuale, durante la quale un lavoro determinante è stato svolto in termini di comunicazione e contatto con i cittadini e con le aziende. La sperimentazione è stata preceduta, infatti, da una serie di incontri pubblici e da visite informative capillari a tutte le utenze, concomitanti alla consegna dei contenitori appositi, dotati di microchip e associati alla specifica utenza.
Scopo della sperimentazione, che è durata un anno e mezzo, è stato quello di valutare in che misura i cittadini usano i servizi offerti, in modo da costruire una tariffa proporzionata al ‘consumo’ di ogni utenza, razionalizzando nel contempo le frequenze di raccolta e i relativi costi. Questa razionalizzazione aveva mostrato i propri effetti già nei Piani Finanziari dei due Comuni, che per il 2017 hanno visto una riduzione dei costi, rispetto al 2013, del 13,11% per Formignana e del 16,16% per Ro.
Alla fine del 2016 l’azienda ha inviato a tutte le utenze coinvolte una prima lettera informativa contenente le novità riguardanti le frequenze di raccolta, l’utilizzo corretto dei contenitori e i costi unitari precisi dei servizi misurati. Dal 1° gennaio 2017 il nuovo sistema, che Clara ha denominato ‘Tariffa su Misura’, è regolarmente applicato: anche questa nuova fase è stata accompagnata da un ciclo di incontri pubblici nei due capoluoghi e nelle frazioni e da un dépliant informativo completo di tutte le tariffe aggiornate spedito all’indirizzo di famiglie e imprese (LEGGI).

La Tariffa su misura di Clara è costituita da una parte fissa e da una parte variabile, quest’ultima calcolata in base alle scelte e ai comportamenti di ogni utenza. La parte variabile si basa in particolare sul volume di rifiuto non riciclabile (misurato in base al numero di svuotamenti del bidone grigio), del rifiuto umido (bidone marrone), sull’eventuale utilizzo del servizio porta a porta per sfalci d’erba e ramaglie (per il quale, se richiesto, si paga un abbonamento annuale), e sull’eventuale utilizzo dei ritiri su chiamata a domicilio.
I dati delle prime due fatturazioni, riferite al ‘consumo’ dei primi due quadrimestri, mostrano dati molto incoraggianti: il 70% circa delle utenze domestiche di Ro e Formignana ha visto una riduzione delle proprie bollette rispetto agli stessi periodi dell’anno precedente. Inoltre, rispetto al 2016 si rileva in questi due Comuni una riduzione tra il 27 e il 28% del rifiuto indifferenziato raccolto, che per il primo semestre di quest’anno si è attestato su una media di circa 60 Kg pro capite: un dato che ha effetti significativi anche in termini di minori costi di smaltimento all’inceneritore.

Dopo Ro e Formignana, per i prossimi anni è programmato il passaggio alla Tariffa su Misura in tutti i Comuni dell’Alto e del Basso Ferrarese per un totale di circa 200.000 abitanti. Il passaggio alla Tariffa su Misura permette di scegliere i servizi che servono davvero, di pagare in base ai servizi effettivamente utilizzati, avere un territorio più pulito e aiutare Clara a diventare più efficiente. Si tratta in definitiva di approfondire la conoscenza per ottenere equità e qualità grazie a una maggiore responsabilità e sostenibilità.

La tariffa su misura: un grande obiettivo di Clara

A livello nazionale permane un preoccupante ritardo nell’applicazione del passaggio alla tariffa puntuale.
La modernizzazione del settore si ottiene con l’adozione di sistemi economici di gestione integrata, e l’integrazione richiede condivisione, partecipazione e soprattutto determinazione. In questa logica diventa importante la corretta applicazione di equilibrati strumenti tariffari.
L’applicazione della Tariffa porta sicuri miglioramenti: dalla valorizzazione di un corretto sistema economico alla comprensione dettagliata dei costi, al controllo della gestione del settore e soprattutto garantisce una maggiore equità di contribuzione per i cittadini. Il passaggio a tariffa puntuale risponde infatti a tre princìpi di base che si possono riassumere in:

  1. sostenibilità ambientale (perché si auspica la crescita di comportamenti virtuosi),
  2. sostenibilità economica (e dunque l’equilibrio reale tra entrate e costi del servizio),
  3. equità contributiva (pagare per un servizio reale ed effettivamente erogato).

Nell’aprile 2017 è stato pubblicato il Decreto del Ministero dell’Ambiente ‘Criteri per la realizzazione da parte dei comuni di sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico o di sistemi di gestione caratterizzati dall’utilizzo di correttivi ai criteri di ripartizione del costo del servizio, finalizzati ad attuare un effettivo modello di tariffa commisurata al servizio reso a copertura integrale dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati’.
Il principio di riferimento è un sistema di tariffazione puntuale (Payt, pay as you throw) che si basa su due principi guida delle politiche europee:

• chi inquina paga (polluter pay principle, Ppp);
• la responsabilità condivisa (shared responsibility).

La tariffa puntuale infatti garantisce la trasparenza, permette un’equa distribuzione dei costi tra gli utenti, incrementa la separazione dei materiali riciclabili e soprattutto favorisce un comportamento virtuoso. La metodologia tariffaria si articola nelle seguenti fasi fondamentali: individuazione e classificazione dei costi del servizio; suddivisione dei costi tra fissi e variabili; ripartizione dei costi fissi e variabili in quote imputabili alle utenze domestiche e alle utenze non domestiche; calcolo delle voci tariffarie, fisse e variabili, da attribuire alle singole categorie di utenza, in base alle formule e ai coefficienti indicati dal metodo.
Anche per Clara la missione è applicare la tariffa puntuale (o ‘su misura’, definizione coniata proprio dall’azienda) su tutti i Comuni soci. Ora è già operativa a Ro e Formignana, ma il metodo si diffonderà gradualmente su tutto il territorio.
L’obiettivo è creare un sistema economico che abbia una tariffa che per almeno la metà sia composta da costi varabili e dunque direttamente proporzionali al “consumo”, con un obiettivo di medio termine che è quello di ottimizzare i costi e ottenere dei benefici economici per i cittadini.
La struttura operativa del sistema tariffario si basa dunque su tre comparti: una parte fondamentale relativa al costo del servizio (e dunque pagato sulla base del reale utilizzo); una parte di costi aggiuntivi (legata al livello di qualità richiesto da ogni singolo Comune) e una parte di costi impiantistici richiesti dal sistema territoriale (a partire dalla bonifica delle discariche esaurite).
Nel tempo sarà importante aver un confronto analitico di quanto si spendeva e di quanto si spenderà rispetto ai miglioramenti ottenuti e i risparmi economici raggiunti.

Un tema fondamentale sarà quello di trattare le realtà non domestiche (artigianali, commerciali e industriali) come veri clienti a cui sia riconosciuto un corrispettivo competitivo e di qualità superiore.
I principi di applicazione di un metodo tariffario normalizzato si sviluppano sui seguenti punti:

  • recuperare metodologie e analisi oggettive che raggiungano l’obiettivo di un necessario raffronto economico e valutazioni di equità di giudizio tariffario;
  • costi del servizio chiari e correttamente imputati;
  • obblighi di copertura: l’obiettivo è quello della copertura integrale del costo;
  • trasparenza nella ripartizione dei costi ed in particolare delle quote fisse e variabili;
  • chiarezza nella ripartizione dei costi fra le macrocategorie (utenze domestiche e non domestiche) e fra le singole categorie stesse associandola alle produzioni presunte tramite studi di settore specifici; maggiori sistemi di controllo dell’evasione ed elusione;
  • la conoscenza della composizione merceologica dei rifiuti (vedi Ka e Kc) è alla base della valutazione dei sistemi di gestione, così come importante è la quantificazione della produzione e dai relativi indicatori (coefficienti Kb e Kd );
  • necessità di concertazione nella fase di realizzazione dei regolamenti comunali; esigenza di rendere il più possibile omogenei i regolamenti e di concertazione per ricercare soluzioni applicative condivise (analisi delle esclusioni, esenzioni, riduzioni, univoca interpretazione della superficie tassabile;
  • criteri di assimilazione omogenei su tutto il territorio in attesa di normative applicative di riferimento; l’accordo volontario è lo strumento per regolare quanto non in privativa;
  • incentivi: la componente variabile della tariffa dovrebbe già di per sé rappresentare un criterio di incentivazione-impegno alla riduzione della produzione dei rifiuti;
  • esclusioni: connesse alle specifiche politiche sociali adottate dal singolo Comune che nelle sue determinazioni si sostituisce al soggetto nel pagamento della tariffa in modo da non confondere il principio del chi inquina paga con gli opportuni calmieratori sociali.

ECOLOGICAMENTE
Abc del ciclo integrato dell’acqua

World Water Day: il 22 marzo è il giorno mondiale dell’acqua.
L’acqua è un elemento vitale ed è un fondamentale sostegno dell’ambiente, ma anche un elemento essenziale dello sviluppo della società. Il ciclo integrato dell’acqua e la gestione di questa importantissima risorsa ha un profondo impatto sull’ecosistema, sull’economia dei servizi pubblici, ma anche sulla salute e sulla politica industriale di un territorio. La conoscenza di questi impatti è un elemento imprescindibile per la qualità del processo gestionale e deve essere messa a disposizione di tutti gli interlocutori del sistema per perseguire un’attenta politica ambientale orientata alla sostenibilità. L’esigenza crescente è prevedere un sistema di regolazione in grado di valorizzare sia i diritti degli utenti sia lo sviluppo delle gestioni per mezzo di un intervento istituzionale che vigili sulle situazioni di criticità, semplifichi e innovi il sistema della governance, per migliorare il posizionamento strategico e competitivo sul territorio nel servizio pubblico ambientale di gestione dell’acqua. La risoluzione delle molte criticità è da ricercare in un insieme di soluzioni: una maggiore efficienza, una razionalizzazione delle risorse idriche, migliore distribuzione e riduzione delle perdite, maggiore consapevolezza e partecipazione da parte di tutti, l’impegno per garantire il diritto all’acqua, la condivisione di informazioni, la trasparenza e lo sviluppo di nuovi modi per procurarsi acqua anche attraverso il riutilizzo, il riciclo e la desalinizzazione.

Si deve partire dalla conoscenza dei dati; forse non ne parliamo a sufficienza e forse non ne sappiamo a sufficienza. Conoscere i dati caratterizzanti il territorio al fine di individuare i flussi di rifiuti e le possibilità di gestione del sistema integrato deve essere una possibilità per ciascun cittadino, in quanto la conoscenza dei dati è elemento necessario per lo sviluppo sostenibile dell’acqua. Non ci si deve accontentare di avere acqua se apriamo il rubinetto. Dobbiamo conoscere il sistema di gestione e l’assetto impiantistico e logistico di riferimento, con quadro dei flussi previsionali nel breve, medio periodo per ciascuna delle fasi del ciclo (captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue). Chi amministra e chi gestisce il ciclo dell’acqua deve prendersi impegni seri su questi temi.
Da parte dei cittadini, nel contempo, deve crescer l’attenzione a questi temi. Per fare crescere la consapevolezza del bene ‘acqua’ deve crescere la partecipazione. Si tratta di una fase fondamentale di ascolto e di confronto. Tali obiettivi potranno essere raggiunti, tra l’altro, attraverso l’individuazione di indici di qualità per tutti i corpi idrici, il rispetto dei valori limite agli scarichi, l’individuazione di misure tese alla conservazione e al riutilizzo-riciclo delle risorse idriche, l’adeguamento dei sistemi di fognatura, collettamento e depurazione degli scarichi idrici, la tutela integrata degli aspetti qualitativi e quantitativi nell’ambito di ciascun bacino e soprattutto un adeguato sistema di controlli e di sanzioni.
Ricordiamoci che l’acqua, in natura, è tra i principali costituenti degli ecosistemi ed è base di tutte le forme di vita conosciute, uomo compreso. Abbiamo bisogno di capire meglio tutte le categorie di acqua:
Acque potabili: tutte le acque trattate o non trattate, destinate a uso potabile, per la preparazione dei cibi e bevande o per altri usi domestici, a prescindere dalla loro origine, siano esse fornite tramite una rete di distribuzione, mediante cisterna in bottiglie o in contenitori.
Acque reflue domestiche: acque reflue provenienti da insediamenti di tipo residenziale e da servizi e derivanti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività domestiche.
Acque reflue industriali: qualsiasi tipo di acque reflue provenienti da edifici o installazioni in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, differenti qualitativamente dalle acque reflue domestiche e da quelle meteoriche di dilavamento, intendendosi per tali anche quelle venute in contatto con sostanze o materiali, anche inquinanti, non connessi con le attività esercitate nello stabilimento.
Acque reflue urbane: miscuglio di acque reflue domestiche, di acque reflue industriali, e/o di quelle meteoriche di dilavamento convogliate in reti fognarie, anche separate, e provenienti da agglomerato.
Acque sotterranee: tutte le acque che si trovano sotto la superficie del suolo nella zona di saturazione e a contatto diretto con il suolo o il sottosuolo
Acque superficiali: sono le acque interne, a eccezione delle acque sotterranee, le acque di transizione e le acque costiere, tranne per quanto riguarda lo stato chimico, in relazione al quale sono incluse anche le acque territoriali.

Il ciclo di utilizzazione dell’acqua è un sistema complesso che ha bisogno di una gestione integrata delle sue attività. La regolamentazione e la gestione sostenibile dei prelievi di risorse idriche, sia in termini di qualità che di quantità, rappresentano una questione prioritaria. In sintesi bisogna perseguire uno sviluppo sostenibile, che comporta un approccio integrato e preventivo alle tematiche ambientali a cui si conformino i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti: dalle amministrazioni pubbliche e dai gestori, ma anche i comportamenti di imprese, industrie e dei cittadini.

ECOLOGICAMENTE
E ora la bolletta premia i comportamenti virtuosi

Gennaio, tempo di aggiornamento delle bollette dei servizi. Aumentano le autostrade, diminuiscono (di poco) elettricità e gas, i rifiuti si stanno organizzando e per l’acqua è appena uscita una nuova delibera da parte dell’autorità di regolazione che ne fissa al 30 giugno 2016 la applicazione. Il Metodo Tariffario Idrico per il secondo periodo regolatorio 2016-2019 (MTI-2) è stato appena approvato (delibera 664/2015/R/idr). Sono state definite le regole per il computo dei costi ammessi al riconoscimento tariffario e sono stati individuati i parametri di riferimento. Mi rendo conto che per un normale utente non è facile capire, ma si auspica sia stato compiuto un passo importante. In fondo la mancanza di trasparenza nella rendicontazione dei costi di gestione e dunque delle tariffe è storia recente. Le regole vincoleranno per i prossimi quattro anni con aggiornamenti biennali e con previsione di un limite alla crescita annuale del moltiplicatore tariffario.
Interessante anche la prevista determinazione d’ufficio da parte dell’Autorità nel caso in cui il gestore non fornisca i dati richiesti e le fonti contabili obbligatorie che certificano gli elementi di costo e di investimento. Un bel passo avanti verso la trasparenza.
Inoltre il nuovo metodo tariffario prevede l’applicazione di meccanismi incentivanti per il miglioramento della qualità contrattuale e tecnica del servizio. Viene cioè introdotto un meccanismo di premi//penalità da destinare ad uno specifico fondo per premiare le buone pratiche. Interessante.
Non ci rimane che guardare con maggiore attenzione le prossime bollette e non chiedersi quanto e quando devo pagare, ma anche perché.

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IL FATTO
Ttip, all’altare del libero scambio Europa e Usa pronti a sacrificare diritti e tutele

“Siamo in un periodo di forte disaffezione alla rappresentanza politica ma evidentemente non di scarsa partecipazione”, ha commentato Raffaele Atti, segretario generale della Cgil di Ferrara, di fronte alla platea gremita che ha partecipato all’incontro “T-Tip: vuoi sapere come ci stanno fregando?”. “E’ l’ultimo venerdì sera prima di Natale e vedere che siete così tanti ci fa capire l’interesse per il tema”, ha detto Marzia Marchi, tra i promotori della serata, assieme a Altraqualità, Biopertutti, Comitato acqua pubblica Ferrara, Comunità Emmaus Ferrara, Gentedisinistra, FerrarAlternativa, Fiom CGIL, Rete Lilliput. Con il patrocinio del Comune di Ferrara.

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I relatori

Il tema è quello del Transatlantic trade and investment partnership, ovvero il partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, un trattato di libero scambio e investimento che Unione Europea e Stati Uniti stanno negoziando e che avrà fondamentali ricadute sull’economia mondiale, ma anche locale. Gli Stati Uniti vogliono in buona sostanza aprire un corridoio di scambi economici con l’Europa, chiedendole di rivedere le norme che attualmente li regolano. “Questa trattativa sta avvenendo in segreto, manca completamente di trasparenza” ha accusato Monica Di Sisto, del comitato Stop Ttip, tra i relatori dell’incontro.

La principale preoccupazione degli oppositori al Ttip è che il prezzo del libero scambio sia il sacrificio delle norme per la sicurezza alimentare (in particolare gli Ogm), dei diritti dei lavoratori, e della tutela ambientale, ovvero i capisaldi del nostro Paese, già messi a repentaglio dalla crisi e dalle mafie. Inoltre, paventano i critici, il trattato provocherà la revisione dei regolamenti sull’uso di sostanze chimiche tossiche, delle leggi sulla privacy digitale e anche delle nuove norme a tutela delle operazioni bancarie, introdotte per prevenire una crisi finanziaria come quella del 2008.
“Il tentativo in atto – ha spiegato Vittorio Ferraresi, deputato Cinque Stelle – è quello di bucare il muro che c’è in Europa per accedere al suo mercato, appiattendo le regolamentazioni che rendono difficili le importazioni dagli Usa, che hanno diversi standard di qualità”.

ttip-trattatottip-trattatoIl punto, è stato spiegato, non è solo che dopo tutta la fatica fatta per ottenere, tra gli altri, l’Igp della Salama da Sugo, si apra il mercato italiano al ‘parmesan’, il finto parmigiano prodotto fuori dall’Italia. A preoccupare è anche la volontà dei negoziatori del Ttip di aprire i servizi pubblici e i contratti per appalti governativi alla concorrenza di imprese transnazionali, rendendo possibile un’ulteriore ondata di privatizzazioni in settori chiave come la sanità e l’istruzione.
“Per chi è fatto il trattato?”, ha invitato a chiedersi Ferraresi. “Dietro ai negoziatori statunitensi, ci sono le lobby delle più potenti multinazionali del mondo, che così saranno ancora più potenti”. “L’ipotesi più ottimista – ha affermato Atti – è che il Pil dell’Unione Europea aumenti dello 0,5% entro il 2027”. Il guadagno effettivo che ci si può aspettare dal trattato non appare dunque così rilevante.

“Le aziende – afferma John Hilary, direttore esecutivo di War on want, e autore del libretto di approfondimento distribuito durante la serata – verranno incoraggiate a procurarsi merci e servizi dagli Stati Uniti, dove gli standard di lavoro sono più bassi e i diritti sindacali inesistenti. In un’epoca in cui i tassi di disoccupazione in Europa hanno raggiunto livelli record, con una disoccupazione giovanile in alcuni stati membri del 50%, la Commissione europea ammette ‘timori fondati che quei lavoratori rimasti senza posto a seguito del trattato Ttip non saranno più in grado di trovare un’altra occupazione”.

Ma non è tutto. Ad allarmare tutti gli oppositori europei, costituiti da un asse trasversale da destra a sinistra, è che il trattato includerebbe l’Isds, l’Investor-state dispute settlement, una disposizione per la risoluzione delle controversie tra gli investitori e gli Stati, che permetterebbe alle imprese di “citare in giudizio i governi sovrani – spiega ancora Hilary – davanti a tribunali arbitrali e creati ad hoc, per rifarsi della perdita di profitti eventualmente causata da decisioni di politica pubblica. Questo eleva di fatto il capitale transnazionale ad uno stato equivalente allo stato nazionale stesso, e minaccia di far crollare i principi più elementari della democrazia, sia europea che statunitense”.

“I cittadini cosa possono fare?” ha chiesto il moderatore della serata Michele Fabbri, giornalista scientifico. “Possono informarsi – ha risposto la Di Sisto – la mobilitazione europea nata quando si è diffusa la consapevolezza di quel che stava accadendo, ha comunque costretto l’Ue a desecretare alcuni documenti, anche se altri rimangono inaccessibili. Ora sanno che li stiamo guardando, e stanno cambiando delle cose. In primavera il Parlamento europeo esprimerà un parere sul negoziato, il che non lo modificherà, ma è comunque un passaggio politico importante perché, se evidenzierà delle criticità, noi avremo più forza per opporci. Intanto abbiamo in previsione un grande evento il 18 aprile, in occasione della giornata della terra. Deve nascere una rivolta democratica, se riusciamo a fermare il trattato, avremo uno spazio per discutere non solo di Sanremo, della Roma e della Lazio, ma anche di cosa mangeremo e di come vivremo domani”.

Per saperne di più, visita il sito dell’Ue sul Ttip [vedi] e il sito del comitato Stop Ttip [vedi]

IL CASO
Un negozio di Altromercato in via Garibaldi. David Cambioli: ‘Equo ma non condiviso’

Altraqualità è la maggiore e la più longeva delle due cooperative di commercio equo presenti nella provincia di Ferrara (la seconda è Baum). E’ tra le sei maggiori cooperative di commercio equo in Italia e da dodici anni si occupa di importare e distribuire a livello nazionale prodotti artigianali e alimentari realizzati nel Sud del mondo. A fianco della loro principale attività, da un paio di anni stanno cercando partner disponibili ad aprire un negozio in centro, per dare risposta alle tante richieste provenienti dai consumatori e dalle realtà attente al tema dell’economia sostenibile, di colmare il vuoto che si è creato dopo che l’unica bottega presente in città, quella di Commercio Alternativo in via Darsena, ha chiuso. Ma qualcosa è andato storto, la rete solidale non ha funzionato come avrebbe dovuto: il 28 giugno scorso Altromercato, la più grande cooperativa di commercio equo italiana con sede a Bolzano e Verona, ha aperto un negozio monomarca in via Garibaldi 26, senza avere minimamente informato e tantomeno coinvolto Altraqualità, già attiva sul territorio dal 2002.

Ne abbiamo parlato con David Cambioli, presidente di Altraqualità, per capire cos’è realmente successo, cosa non ha funzionato e come ci sono rimasti in cooperativa.

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Il negozio di Altromercato in via Garibaldi a Ferrara

Siamo rimasti molto sorpresi perché non ne sapevamo nulla, l’abbiamo saputo quasi per caso, da altri. Il fatto che nessuno dei rappresentanti di Altromercato, il presidente, gli amministratori delegati, il direttore, abbia provato nemmeno a contattarci per vedere se c’era la possibilità di collaborare, ci ha naturalmente amareggiato. Ma soprattutto ci fa pensare allo scarso livello di sincerità e fiducia nelle relazioni tra le cooperative, atteggiamento che mina alla base le modalità di lavoro del commercio equo. Dispiace rendersi conto di come, per alcuni, per uscire da un momento di difficoltà l’unica modalità sia quella della concorrenza piuttosto che la cooperazione, ossia l’opposto di ciò che dovrebbe essere il commercio equo.


Come dovrebbero essere le modalità di cooperazione nel commercio equo?

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Laboratorio di in produttore colombiano, Sapia di Bogotà

Il Commercio equo è una forma di cooperazione che opera con realtà, comunità, Paesi per così dire in via di sviluppo, che prevede norme etiche come il riconoscimento di salari giusti, condizioni di lavoro accettabili, assenza di sfruttamento tantomeno minorile. Ma è anche un’attività di cooperazione sui generis, in quanto si esplica attraverso rapporti commerciali. Ed è una realtà in cui i rapporti umani sono tenuti molto in considerazione, direi sempre con i produttori dei Paesi in via di sviluppo, a quanto pare meno in Italia, tra gli attori stessi del commercio equo.

I rappresentanti di Altromercato vi conoscevano? Sapevano della vostra esistenza e del vostro progetto di aprire un punto vendita in centro a Ferrara?

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La showroom di Altraqualità
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Artigianato e abbigliamento

Naturalmente, siamo entrambi soci dell’Associazione generale italiana del commercio equo e solidale Agices e partecipiamo regolarmente alle assemblee e ad altre attività. Tra l’altro, proprio in Agices da almeno tre anni è stato avviato un tavolo di confronto tra operatori per cercare di trovare strategie comuni di sviluppo, soprattutto a fronte della crisi che ha toccato tutti noi ed il Paese in generale. Questi confronti hanno contribuito a migliorare il clima e favorire il dialogo tra i vari importatori, utilizzando lo strumento della coesione proprio per dare una risposta alla crisi. Vedere che, dopo tutti gli incontri e i discorsi fatti insieme, succedano cose come questa delude e sgomenta un po’. Fondamentalmente si tratta di una brutta pagina di rapporti, laddove dovrebbero essere diversi: si cerca tanto di cambiare il commercio, ma bisognerebbe ricordarsi che il commercio è fatto principalmente di rapporti e che questi vanno curati.

Appena saputo dell’apertura del negozio, voi avete mandato una lettera ad Agices sulla questione [vedi], chiedendo di diffonderla a tutti i soci. Altromercato a questo punto vi ha contattato, quali motivazioni ha addotto?

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Prodotti alimentari di commercio equo e bio

Sì, dopo la lettera ci hanno contattato, c’è stato anche un incontro dedicato a questa questione, in cui si sono mostrati tutti molto contriti e pentiti, ma a tutt’oggi non abbiamo avuto spiegazioni coerenti. Ci tengo però a precisare che non è nostra intenzione lamentarci né fare polemica, questa lettera l’abbiamo scritta principalmente per fare chiarezza e per esprimere il nostro disappunto. Il problema non è l’esclusiva o la ‘ferraresità’, benvenga che a Ferrara aprano negozi di commercio equo e che gli attori provengano anche dall’esterno. Non è un problema commerciale, ognuno ha il diritto di perseguire le proprie strategie commerciali in autonomia; dispiace per la modalità, perché questa poteva essere l’occasione ideale per realizzare qualcosa insieme, sperimentando nuove forme e nuove partnership, esattamente ciò di cui si è sempre parlato in Agicies, soprattutto negli ultimi tre anni. In più, c’è da dire che la nostra esperienza sul territorio avrebbe potuto giovare ad Altromercato in termini di rete e di attivazione di canali di comunicazione con i singoli consumatori e con le realtà più attente come i Gas e le associazioni cittadine.

Aprirete comunque un vostro punto vendita in centro, nonostante l’apertura del negozio di Altromercato?

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Logo del decennale di Altraqualità

Sì, ci stiamo ragionando. Dalla primavera scorsa stiamo lavorando al progetto con la Coop. Ex Aequo di Bologna (che da 15 anni gestisce una bottega a Bologna in via Altabella), ad oggi stiamo valutando la fattibilità. Se decideremo di aprire, lo comunicheremo immediatamente e proporremo a tutti coloro che possono essere interessati in loco, Altromercato compreso, di collaborare affinché l’operazione possa andare a vantaggio di diverse realtà e avere maggiore margine di successo.

Altraqualità ha sede a Ferrara, in via Toscanini 11/A (zona via Veneziani)

– Sito di Altraqualità [vedi] e pagina Facebook della linea di abbigliamento etico Trame di storie  [vedi]

– Pagina Facebook del negozio di Altromercato di via Garibaldi 26 [vedi]

– Sito dell’Associazione generale italiana del commercio equo e solidale Agices [vedi]

L’INCHIESTA
Siae: c’è chi dice no. L’avvocato Aliprandi: “Troppa burocrazia, poca trasparenza”

Un’inchiesta in cinque tappe per approfondire le ragioni delle critiche nei confronti della Società italiana autori ed editori.

3. SEGUE Oggi la parola passa a Simone Aliprandi, avvocato esperto in materia di diritti d’autore, specializzato in creative commons, copyleft e open source.

Perché si oppone alla Siae?
Io tecnicamente non mi oppongo alla Siae e ci tengo a precisarlo una volta per tutte. L’attività che svolgo sul tema Siae ha squisitamente un intento divulgativo e informativo. E se spesso i miei interventi si soffermano su aspetti critici del modello Siae è perché appunto questi aspetti critici stanno iniziando a raggiungere l’attenzione del grande pubblico, anche grazie ad attività di informazione come quella svolta da me e da altri colleghi. Ad ogni modo, non amo molto essere qualificato come uno genericamente contro la Siae. Innanzitutto perché essere contro la Siae in sé non ha molto senso; la Siae è un’istituzione pubblica e quindi si comporta in un determinato modo perché la legge italiana ed europea glielo consente. Poi bisogna anche dire che la Siae fa un lavoro prezioso (quello dell’intermediazione dei diritti d’autore) che qualcuno deve pur fare; che questo lavoro si possa fare con metodi più moderni ed efficienti è un’altra questione.

In base alla sua esperienza di consulente, quali sono le principali richieste o problematiche che gli artisti che revocano la loro iscrizione, o che non si iscrivono affatto, incontrano?
Una delle motivazioni più ricorrenti è di carattere banalmente economico. Essere associati o mandanti Siae ha dei costi fissi, mentre gli introiti che un autore può ricevere come proventi Siae sono commisurati a quanto le sue opere vengono effettivamente utilizzate. Ne consegue che, salvo il caso di opere di particolare successo, molti autori si trovano a versare in quote annuali più di quanto raccolgono. Da lì la legittima domanda: “Ma allora che senso ha?!”
Un’altra motivazione, che possiamo definire più tecnica, è il passaggio ad un’altra collecting society estera alternativa alla Siae. È questo il caso, ad esempio, di autori che hanno esigenze particolari, legate al tipo di mercato cui si rivolgono e al tipo di utilizzazioni che vengono fatte delle loro opere.
Infine, inutile negarlo, c’è anche una motivazione essenzialmente ideologica. La Siae, proprio a causa dei suoi punti dolenti (eccessiva burocrazia, poca trasparenza) non riscuote sempre grande simpatia tra gli utenti e questo fa sì che molti preferiscano prenderne le distanze.

Che cos’è il copyleft?
Il termine copyleft nasce negli anni 80 in seno al movimento del software libro e può essere oggi utilizzato con vari significati. Nel suo senso più ampio fa riferimento ad un modello alternativo di gestione del diritto d’autore attuato con l’applicazione di licenze che consentano la libera ridistribuzione delle opere e in alcuni casi anche la loro modifica. Le licenze più note su questo modello sono le licenze del progetto Gnu per quanto riguarda il software e le Creative Commons per tutti gli altri tipi di opere creative.

Quanto è diffuso questo modello?
E’ difficile quantificare, dato che le opere rilasciate con licenze open sono sparse per tutta la rete. Però basti pensare che, per qualsiasi ricerca venga fatta su Google, tra i primi risultati si trova quasi sempre una contenuto sotto licenza Creative Commons: cioè una voce di Wikipedia. L’enciclopedia libera che tutti siamo ormai soliti consultare è infatti uno degli esempi di maggior successo del modello copyleft. E se consideriamo che ad oggi la versione inglese di Wikipedia contiene più di 4 milioni e mezzo di articoli…

Auspica una fine del monopolio Siae dei diritti d’autore? Pensa sia possibile?
In generale i monopoli legali (cioè creati dalla legge) non sono segno di un sistema economico molto moderno. Ma c’è sempre il rischio che la liberalizzazione di un servizio faccia ancora più danni se non fatta con le dovute accortezze. Quello che auspico è che si arrivi ad una seria riflessione sulle nuove esigenze poste dai nuovi mercati digitali e globalizzati e che quindi si faccia una legge che ponga le giuste basi per un’evoluzione liberalizzata e concorrenziale dell’intermediazione dei diritti d’autore. Da un po’ di tempo si discute di una imminente direttiva europea che ponga i principi di base affinché tutti gli stati dell’Ue che ancora hanno situazioni di monopolio siano tenuti a innovare le loro normative. E vista l’inerzia del legislatore italiano in materia di diritto d’autore, l’intervento dall’alto dell’Unione Europea sembra l’unica soluzione.

3. CONTINUA [leggi la quarta puntata]

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Precedenti articoli dell’inchiesta:

IL FATTO
RemTech, salone delle bonifiche ambientali: centomila ettari
e seimila aree inquinate.
Allarme salute ed ecomafie

RemTech Expo, l’evento più specializzato in Italia sulle bonifiche dei siti contaminati e la riqualificazione del territorio, si tiene da mercoledì a venerdì, alla Fiera di Ferrara. E’ una buona occasione per approfondire temi importanti. Ha già otto edizioni alle spalle ed è diventata la più importante fiera ambientale del settore assieme ad H2O che nel frattempo, per dimensione e importanza, è passata a Bologna.
RemTech vi sarà anche la Coast Esonda Expo 2014, la quinta edizione del Salone sulla gestione e la tutela della costa e del mare, il dissesto idrogeologico e la manutenzione del territorio a rischio (è l’evento italiano clou nel settore) e RemTech Training School (seconda edizione) sulle tecnologie innovative di bonifica, inaugurata con ottimi riscontri nel 2013, propone anche quest’anno temi e casi di grande interesse e attualità.

Questi temi così delicati e importanti hanno bisogno di essere discussi e affrontati con crescente capacità e professionalità. Significativo da questo punto di vista il recente dossier presentato da Legambiente dal titolo“Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realta’”; in sintesi ci dice che ci sono centomila ettari inquinati in 39 siti di interesse nazionale e seimila aree di interesse regionale, in attesa di bonifica.  Da Taranto a Crotone, da Gela e Priolo a Marghera, passando per la Terra dei fuochi: un business da 30 miliardi di euro tra ritardi, inchieste giudiziarie e commissariamenti . La storia del risanamento in Italia sembra ferma a dieci anni fa nonostante i drammatici effetti sulla salute e il rischio della diffusione di ecomafie e criminalità in tutta Italia: dal 2002 concluse 19 indagini, emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende
Vorrei ricordare che il sito contaminato si riferisce a tutte quelle aree nelle quali, in seguito ad attività umane svolte o in corso, è stata accertata un’alterazione delle caratteristiche qualitative dei terreni, delle acque superficiali e sotterranee, le cui concentrazioni superano quelle imposte dalla normativa (a cui si rimanda per la attività di caratterizzazione dei siti, alle tecnologie di bonifica e alle analisi di rischio). E’ ormai risaputo che le attività di bonifica dei siti contaminati hanno un costo sociale dieci volte maggiore della prevenzione. Le bonifiche sono diventate in campo ambientale l’area di maggiore sviluppo e spesa.

L’analisi di rischio sanitario-ambientale è attualmente lo strumento più avanzato di supporto alle decisioni nella gestione dei siti contaminati che consente di valutare, in via quantitativa, i rischi per la salute umana connessi alla presenza di inquinanti nelle matrici ambientali. Per questo il programma di Remtech segue un percorso mirato che parte dalla normativa e da una verifica del suo stato dell’arte, al rischio/danno ambientale/tutela della salute, alle tecnologie/innovazione/casi applicativi, alla sostenibilità, a temi dedicati di grande importanza quali amianto, discariche, terre e rocce da scavo e molto altro.
Un vasto programma di iniziative convegnistiche e seminariali a partire dal Convegno di apertura – Benchmarking sulle bonifiche in Italia, in Europa, nel mondo, poi seminari su temi di grande attualità quali ‘Impatti ambientali di un intervento di bonifica: caratterizzazione, progettazione, costruzione, monitoraggio, applicazione di metodologie di bonifica di matrici contaminate tramite biotecnologie integrate da processi chimico-fisici, Il danno ambientale’. ‘Cos’è: rischi e oneri delle imprese‘, ‘Come si gestisce: quali i rimedi, politiche europee sui temi: bonifiche, protezione delle coste, prevenzione del rischio e dissesto idrogeologico, materiali inerti’, ‘Le aree urbane dismesse: approcci integrati per la bonifica e la rigenerazione’, ‘Recupero di materia da discariche esaurite: il landfill mining’, ‘L’ottimizzazione delle bonifiche: esperienze, strumenti e incentivi per la riqualificazione e la riconversione‘, ‘Gestione rischio amianto negli edifici pubblici e privati’. ‘Gli obblighi di legge nazionali e regionali dei proprietari e/o dei responsabili delle attività’.

Il grave errore che spesso si commette è quello di considerare questi temi solo per addetti ai lavori, a carattere tecnico, non pensando che invece si tratta di argomenti importati per tutti noi perché rappresentano un fattore determinante nella qualità ambientale. Sarebbe bello che i cittadini, come da tempo hanno fatto sugli impianti di smaltimento dei rifiuti e sulle raccolte differenziate, decidessero di capirci di più e interagissero con il sistema pubblico e privato. E’ cresciuta la consapevolezza della corretta informazione e il cittadino-cliente si aspetta di essere informato perchè attraverso il consenso e la legittimazione aumenta il suo coinvolgimento. Si sente il bisogno di trasparenza e di fiducia. Spesso invece si avverte una pregiudiziale diffidenza. Tra le cause vi è la mancanza di dialogo, la scarsa informazione, le scarse competenze, ma anche gli interessi economici, l’iniqua distribuzione di svantaggi per pochi che sono costretti a subire; il bisogno di qualità, di sicurezza, di rispetto ambientale, la coscienza civica come valore fondamentale, la richiesta crescente di certificazione, e tanto altro ancora.
Anche per questo Remtech è una buona occasione da visitare. L’evento si rivolge infatti ad aziende, amministrazioni, associazioni, istituzioni, professionisti, università, industria, comparto petrolifero e settore immobiliare. Si caratterizza per un’area espositiva altamente qualificata, una sessione congressuale tecnico-scientifica di elevato livello, corsi di formazione permanenti per operatori, autorità e decision maker.
Per questo mentre a parole tutte le Regioni e le istituzioni pubbliche dicono di fare tutto il possibile, questa è una importante opportunità per valutare il loro lavoro e riflettere su cosa si possa fare per arginare questo grave problema che produce danni ambientali insostenibili. Possiamo pensare all’equilibrio tra ciò che ci serve e ciò che preleviamo; il soddisfacimento delle esigenze presenti senza compromettere le possibilità future. La capacità di mantenere attivo un processo ecologico di sviluppo sostenibile.

Guanxi: altri modi per dire reciprocità

Guanxi è un termine cinese che sta ad indicare l’insieme delle relazioni sociali utili ad un individuo nella propria vita. Il termine indica un sistema di relazioni profonde, una trama di rapporti sociali ed economici, che si forma sin dalla scuola: i genitori, infatti, scelgono una scuola dove il figlio potrà inserirsi in un gruppo su cui trovare punti d’appoggio in età adulta. A questo network un individuo può fare riferimento per velocizzare pratiche burocratiche, ottenere informazioni importanti o conseguire altri favori. Non necessariamente le guanxi devono essere dirette, ma possono essere mediate da quelle di altri.
Il concetto, rilevante per il funzionamento delle relazioni sociali in Cina, può essere accostato a quello di capitale sociale, consolidato da tempo nella letteratura sociologica ed economica, ma ne accentua la dimensione fiduciaria.
In Cina l’enfasi sulle guanxi scaturisce dall’assenza di uno spazio pubblico e dall’assenza di istituzioni che garantiscono un funzionamento trasparente della società. Così le persone, non potendo contare su regole, cercano di sopperire attraverso rapporti personali stretti.
Nei contesti in cui il sistema delle istituzioni pubbliche non è abbastanza solido e trasparente, il singolo deve contare su relazioni dirette, basate sull’attesa di reciprocità. Questo stesso criterio impronta anche i rapporti di mercato: chi ha fatto esperienza del mercato cinese, ha sperimentato che le relazioni personali e di fiducia sono fondamentali per operare in quel contesto. Non a caso, una recente ricerca, condotta da un gruppo di studiosi dell’Università di Hong Kong, propone il termine guanxi, come emblematico della capacità di costruire, attraverso le piattaforme social, legami con i clienti. Il caso citato riguarda TaoBao, la più grande piattaforma di e-commerce cinese. TaoBao è l’unica piattaforma di business online ad aver raggiunto un tasso di fedeltà tra i propri clienti del 71%, tipica soltanto della vendita face-to-face. E ciò sembra avvenuto grazie alla compenetrazione tra il sistema delle guanxi con le moderne tecnologie sociali. Non è un caso che Ebay – in Cina con il nome di EachNet – sottovalutando l’aspetto social delle transazioni commerciali, abbia ottenuto soltanto lo 0,1% del mercato on line rispetto al 96% di TaoBao. Vi è da scommettere che il concetto sintetizzato dal termine guanxi diventerà una nuova linea guida per il marketing.
Due riflessioni, più spostate sul versante dei fenomeni sociali. La prima riguarda la capacità delle tecnologie sociali di costruire on line durevoli rapporti di fiducia. Diverse ricerche sembrano sottolineare la capacità dei social network di sedimentare capitale sociale e di dare vita a relazioni prossime a quelle scaturite dai contatti quotidiani in presenza. Un linguaggio intimo, l’uso delle immagini e di contenuti emozionali, tendono a produrre empatia ed identificazione. I social network sono in grado di trasformare i rapporti on-line tra persone che non si conoscono, in relazioni personali tra amici, sia pure virtuali, e aumentano la percezione di agire per interessi comuni.
La seconda riflessione riguarda il tema della supplenza di legami personali – da qualunque fonte essi siano alimentati – per fare fronte all’assenza di solidi riferimenti nel funzionamento della vita pubblica. Un contesto istituzionale inaffidabile e corrotto spinge a cercare sostegno nelle reti personali, ma contribuisce a generare un meccanismo perverso di sfiducia nell’azione pubblica e di mancanza di trasparenza che non giova alla vita civile e, certo, neanche al mercato.

Maura Franchi (Sociologa, Università di Parma) è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano: i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

Il web e le nuove forme
di partecipazione
alla vita pubblica

Nelle reti sociali gli individui costruiscono la propria identità anche esprimendo punti di vista e posizioni su temi che investono la vita pubblica. Il web è un grande palcoscenico, uno spazio che definisce un immaginario collettivo, un luogo popolato di oggetti che raccontano le nostre visioni del mondo. Come i muri delle città sono popolati di simboli che delineano lo scenario in cui abitiamo, così le pagine della rete, propongono e manifestano contenuti e immagini che assurgono al ruolo di simboli con cui identificarsi.
Le tecnologie digitali hanno contribuito a determinare un’ibridazione tra la sfera pubblica e quella privata, delineando uno spazio di contiguità tra i due campi che hanno in comune azioni e battaglie per il riconoscimento, a partire dal riconoscimento di sé come individui. Nel web si costruiscono nuovi modi di cittadinanza in senso lato: la socialità contiene una intrinseca dimensione normativa, propone modelli di identità e modi di abitare il mondo. Tutto ciò cambia la vita pubblica? E come? Accenno a quattro punti.
La prima tendenza, di lungo periodo, è la tendenza alla disintermediazione. Internet offre la possibilità di scavalcare i canali tradizionali della formazione di opinioni, saltare la mediazione di apparati istituzionali e strutture di partito e di costruire relazioni dirette tra gli attori politici e cittadini. L’accesso dei cittadini alle reti comunicative non implica, però, una effettiva possibilità di partecipazione ai processi decisionali e deliberativi.
La seconda tendenza riguarda il rapporto tra informazione e formazione del giudizio. La discussione in rete si svolge all’interno di gruppi assai meno aperti di quanto un giudizio superficiale farebbe pensare. È vero che si creano forme di mobilitazione di tipo orizzontale e che il web consente l’espressione di opinioni alternative rispetto ai gruppi dotati di maggiore peso. Tuttavia, in rete si va alla ricerca dei propri simili: la costruzione di gruppi di affinità e interesse identifica uno degli effetti principali dei social media. Spesso all’interno dei social si riproducono gruppi già esistenti nella vita reale. Le discussioni in rete su temi politici rispondono a logiche di comunità, all’esigenza di avere conferme piuttosto che di trovare antagonisti che le smentiscono. Questo spiega il rinforzo reciproco che le discussioni propongono o, al contrario, la totale impermeabilità delle posizioni.
La terza riguarda la carica emozionale implicita nella viralità. La condivisione in pubblico delle opinioni segue le logiche della viralità. Se migliaia di persone inviano un articolo ai lori amici per mail, se mettono il link su piattaforme di social network e spingono amici a condividerlo a loro volta, l’articolo diventa virale. Che cosa spinge alla viralità? Ciò che rende virale, ad esempio, un video o una immagine, è la risonanza emotiva, la capacità di suscitare emozioni forti: collera, paura, dolore, gioia. In questa condivisione è contenuta ben poca razionalità. La rete opera sulla base di istanze prevalentemente emozionali. Inoltre la condivisione esprime sempre una strategia di gestione della propria immagine, così tendiamo a selezionare contenuti che ci rappresentino. Accanto alla ormai nota e universale pratica del selfie, il ritratto di noi stessi, si afferma il shelfie, l’immagine metaforica della nostra libreria, che si compone attraverso la dichiarazione dei nostri riferimenti culturali e ideali.
La quarta riguarda il mito della trasparenza. Il web può consentire una maggiore diffusione delle informazioni sui contenuti implicati nelle decisioni, ma di per sé non implica una maggiore trasparenza nel processo decisionale e, soprattutto, non sostituisce la necessità di solide competenze per l’istruttoria rispetto a temi sempre più complessi.
Quattro questioni solo accennate che meriterebbero di essere discusse, certo per un ripensamento serio dell’idea di spazio pubblico, anche in relazione al web, ma sfatando alcuni stereotipi e nuovi luoghi comuni.

Maura Franchi (sociologa, Università di Parma) è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Marketing del prodotto tipico, Social Media Marketing e Web Storytelling. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.it

L’uomo è un legno storto

Siamo ancora tutti coinvolti nell’effetto emotivo provocato dai risultati delle recenti elezioni europee. E se ne comprendono le fondate ragioni. Personalmente li considero positivi, sia per alcuni evitati pericoli, che per qualche segnale di speranza. Noto però il permanere di una generale aspettativa verso il voto di tipo palingenetico o risolutore che non si addice alla normalità di una pratica democratica. Per questo motivo vorrei dedicare qualche considerazione più distaccata al tema della democrazia.
Immanuel Kant, il fondatore della morale laica, ricordava che “l’uomo è un legno storto”. Se il Novecento avesse tenuto presente questa massima ci saremmo evitate la grandi tragedie dei totalitarismi che provarono a raddrizzare quel legno con mezzi violenti e crudeli. Dopo millenni di esperimenti sociali siamo arrivati a considerare la democrazia come il regime ideale per gli uomini e le donne considerati uguali e liberi. Il cammino è stato lungo, difficile, contrastato. Basta fare due esempi.
Nella nostra tradizione occidentale facciamo risalire la nascita della democrazia all’Atene di Pericle, nel V secolo a.C. Bisognerebbe, però, avere chiaro che le istituzioni della democrazia moderna non hanno nulla a che vedere con ciò che nella Grecia classica si designava con questo termine. Lo Stato di diritto, il pluralismo, la divisione dei poteri, i Parlamenti, la libertà e i diritti degli individui, il suffragio universale: tutto ciò era sconosciuto alla democrazia degli antichi.
Il secondo esempio riguarda il suffragio universale: non tutti sanno che esso fu realizzato quasi 2500 anni dopo la nascita della democrazia classica. E, per dare un’idea del difficile rapporto con il suffragio universale da parte di un Paese all’avanguardia nella storia del liberalismo come l’Inghilterra, è significativo registrare che dalla famosa Magna Charta Libertatum del 1215, arriva al suffragio universale soltanto nel 1928.

Torniamo al rapporto tra l’affermazione di Kant e la democrazia. Possiamo dire che, concettualmente, la democrazia comprende sia l’accettazione degli individui come sono, sia la volontà di cambiarli.
Oggi il paradosso è che la democrazia ha vinto nel mondo ma, nello stesso tempo, sta attraversando una grave crisi di consenso, perché le sue pratiche si rivelano inefficienti rispetto alla soluzione dei problemi che le società del tempo globale devono risolvere. Per evitare che la democrazia diventi un involucro vuoto, occorre prendere sul serio i motivi della disaffezione nei suoi riguardi, che poi sono riconducibili a quelle che Norberto Bobbio chiamava le “promesse non mantenute” della democrazia. Ne voglio richiamare solo una ricorrendo non ad un feroce bolscevico, ma ad uno dei padri del liberalismo costituzionale moderno: Montesquieu. Nella sua opera principale, “Lo spirito delle leggi” (1748), afferma che ogni forma politica ruota attorno a un principio che ne regge il funzionamento: nella repubblica è la virtù, nella monarchia l’onore e nel dispotismo la paura. Quale è la virtù che riguarda la repubblica democratica? Montesquieu la considera talmente importante che ne spiega il significato già nell’introduzione dell’opera: “Ciò che io chiamo virtù nella repubblica è l’amore per l’eguaglianza”. E prosegue dicendo che le leggi devono operare per mantenere l’eguaglianza, perché non appena si sviluppa la ricchezza sfacciata da una parte e la miseria dall’altra la repubblica democratica è condannata a dissolversi.
Sul tema scriverà qualche anno dopo un altro grande padre della democrazia moderna: J.J Rousseau con il suo “Discorso sull’ineguaglianza” (1754).

E’ inutile aggiungere che attorno al nodo del rapporto tra libertà ed eguaglianza si è consumata una lotta durissima nei secoli che seguiranno, alternando conquiste e tragedie. Oggi abbiamo qualche idea più chiara su come sciogliere e non tagliare questo nodo, ma è anche vero che il mondo si è fatto più complicato rispetto all’aurora della storia della democrazia. Soprattutto, abbiamo imparato che eguaglianza e libertà, diritti e doveri, non coincidono necessariamente. E che il voto in quanto tale (diritto fondamentale), ad esempio, non garantisce la libertà e può addirittura condurre alla dittatura. Mai dimenticare la vittoria di Hitler nelle elezioni del 1933 e il fatto che quel 44% dei suffragi raccolti dal partito nazista includeva un gran numero di voti di operai e impiegati che nelle elezioni precedenti avevano votato per partiti democratici, socialisti, comunisti e liberali. Per evitare questi esiti occorre l’accordo di tutti i protagonisti della vita politica nel mantenere la democrazia come una casa di vetro, in modo che ogni cittadino sia messo nelle condizioni di controllare e, se lo ritiene, partecipare con coscienza e conoscenza. In questo modo la democrazia vive tutta la settimana e non solo la domenica quando si vota.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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Attenzione al volontariato! Solo il 30% delle entrate arriva a destinazione

Serviva da tempo una dettagliata ricerca sull’associazionismo e il volontariato, parte importante del terzo settore, meglio del welfare. Perché donare è un servizio bellissimo che si fa alla società ma purtroppo non sempre e non tutti agiscono con onestà e trasparenza. Sarebbe uno sgarbo a chi opera nel bene, non fare chiarezza e distinzioni in questo senso.
Ci sono migliaia di associazioni con tantissimi volontari (a volte solo sulla carta), alcune sono un po’ ripetitive, altre si fanno concorrenza, altre ancora non sono molto trasparenti, ma anche, e soprattutto, tante lodevoli esperienze a cui va la nostra riconoscenza più profonda.
Occorre, però, un focus intenso per capirne di più. Facciamo una carrellata, dopo aver navigato su alcuni siti “ad hoc” di alcune città italiane, da Trento a Rovigo, da Ferrara a Pesaro, da Cremona a Cuneo, a Lucca, per riscontrare linee comportamentali che confondono, bilanci complicati, scarsi dettagli, servizi raffazzonati, ognuno fa per sé, spesso emerge incoerenze ma certamente si riscontra tanta voglia di fare e andare incontro a chi ha bisogno.
I finanziamenti del 5 per mille nella dichiarazione dei redditi, le lotterie e la pesca di beneficenza, anche un balletto, una commedia, un revival musicale in teatri comunali, una manifestazione sportiva, banchetti e gazebo con variegate piante di fiori e comunque piccoli eventi locali disseminati nelle diecimila piazze italiane, sono realtà che nascondono, anche se in piccola percentuale, finalità non sempre ben chiare e, soprattutto, incassi non ben evidenti, forse non registrati e scarsamente pubblicati.
Forse la letteratura sul tema sottolinea proprio quella parte di costi impropri, sottratti alla beneficenza e alle finalità filantropiche di autentico e sentito volontariato sociale, come dimostra anche Il Sole 24 ore che ha calcolato che solo il 30% delle entrate arriva a destinazione, stante l’eccessiva cifra dei costi di struttura e di funzionamento, e non solo.
Il 13 marzo scorso è stato presentato a Roma il Rapporto su “Sussidiarietà e qualità nei servizi sociali”, ed ecco alcuni spunti.
Dal rapporto emerge che “non ha più senso opporre gestione pubblica e gestione privata nei settori del welfare e che, tenendo conto di efficacia, efficienza e qualità dei servizi, la prospettiva migliore è quella di una loro complementarietà. In tempo di spending review, confermando il valore imprescindibile di un welfare di qualità per tutti, indipendentemente dalla condizione sociale, è fondamentale dotarsi di strumenti di valutazione che permettano di avere indicazioni chiare su qualità ed efficienza dei servizi e quindi di allocare le risorse di conseguenza”.
Il rapporto continua spiegando obiettivo, struttura e specificità dei servizi: “Il rapporto di sussidiarietà e qualità nei servizi sociali intende offrire uno strumento utile ai decisori e ai gestori delle organizzazioni che vogliano valutare e migliorare l’efficienza e l’efficacia dei servizi. Propone per questo un’impostazione metodologica per la raccolta e l’analisi dei dati che può essere utilizzata per realizzare un benchmarking tra erogatori dei servizi (pubblici o privati che siano), utile strumento per migliorare il loro operato e avere maggiore trasparenza sui costi sostenuti e sui risultati ottenuti”.
Il rapporto consiste di due parti: la prima contiene un’analisi dei costi di produzione di alcuni servizi di welfare (housing universitario, asili nido, cura degli anziani, riabilitazione, housing sociale), con un confronto tra organizzazioni pubbliche e organizzazioni private non profit e un’analisi della soddisfazione degli utenti; la seconda parte presenta i risultati degli studi di caso su alcune realtà del privato sociale con l’obiettivo di approfondire caratteristiche e modi di intervento di questo tipo di realtà il cui ruolo è così rilevante nei settori esaminati.
Questo rapporto offre veramente un contributo innovativo che consiste nella proposta di un metodo di raccolta e analisi dei dati di costo e di prestazione delle attività, e di alcune dimensioni di efficacia (in particolare legate alla soddisfazione dell’utente), in modo che siano paragonabili per diverse organizzazioni, pubbliche o private. E’ importante ricordare a questo riguardo che, a differenza di quanto accade in altri settori di interesse pubblico, per i servizi sociali oggi non esistono in Italia pratiche consolidate di rilevazione dei costi, di analisi di efficienza “micro” (ovvero a livello delle singole organizzazioni) e metodologie condivise per la loro valutazione.

Abbiamo voluto richiamare alcuni passi del citato rapporto, senza entrare nei dettagli ma cogliendo la rilevanza della sua portata, anche a seguito delle voci provenienti dal 17° piano della Regione in via Aldo Moro a Bologna, riguardante la volontà degli enti locali di mettere in atto un forte rientro dalla gestione diretta di ampie parti del welfare sociale, dando, quindi, spazio al privato sociale, all’associazionismo, onlus comprese.
Prendiamo atto della scelta, ma attenti a come costruire le regole dei comportamenti, degli articolati delle convenzioni, delle modalità degli appalti e di altri strumenti di affidamento e accreditamento. Ci piacerebbe che nascesse una authority, non burocratica, ma snella e operativa che funga da controller ed auditing di tutte le articolazioni del terzo settore.
Si chiude la riflessione che non vuol essere uno sgarbo, anzi un riconoscimento al servizio e al merito.

Insegna a Oxford ma parla ferrarese l’uomo che spiega la mafia al mondo. “Uno shock per me la morte di Aldrovandi”

Conoscendolo, uno magari si immaginerebbe di vedere sulle pareti del suo studio di Oxford – dove è ‘professor’ (ordinario, si direbbe da noi) di Criminologia – la foto di Montale con l’upupa o il ritratto del suo adorato Italo Calvino. Perché Federico Varese [vai al suo sito] è sì sociologo ed esperto dei fenomeni mafiosi fra i più apprezzati a livello internazionale; ma prima di tutto è uomo di raffinata cultura e vasto retroterra letterario. Invece, al momento in cui la sua immagine appare nel collegamento Skype, ecco delinearsi la locandina di un grande classico di Sergio Leone, “Per un pugno di dollari”, forse a sdrammatizzare proprio il fardello del sapere accademico o per alludere con ironia ai temi dei suoi attuali studi. “E’ un bel film”, chiosa con semplicità. Di fronte a sé, invisibile all’intervistatore remoto, confida di avere collocato un’altra locandina, quella del più maturo ed evocativo “Gli spietati”, di cui Clint Eastwood oltre che protagonista è anche regista.

E’ una bella storia quella di Federico Varese, partito da Ferrara ancora adolescente, proiettato dai banchi del liceo Ariosto, avamposto in Italia della sperimentazione didattica, al Canada sulle ali di una borsa di studio. E poi da là a Cambridge per il perfezionamento (dopo la formazione universitaria bolognese) e quindi negli Stati Uniti per le sue prime docenze. Varese non nasce mafiologo. “All’inizio degli anni Novanta, dopo il crollo del Muro, mi pareva che tutti noi stessimo osservando una trasformazione epocale, la fine del comunismo e la transizione caotica e confusa verso qualcosa che ci raccontavano essere l’economia di mercato e la democratizzazione nell’ex Unione Sovietica. Io avevo sempre avvertito l’interesse e il fascino di quel mondo e volevo capire come sarebbe cambiato”. Cosi’ Varese ha scoperto che, anziché democrazia, diritti e mercati ben regolati, nell’ex Urss si stava sedimentando un grumo di interessi politici finanziari e mafiosi capace di sottrarre ai cittadini le risorse naturali e i gioielli dell’industria sovietica. “La mia aspirazione è stata sempre quello di fare lo scrittore. Ad un certo punto ho però deciso che volevo raccontare il mondo attraverso gli strumenti della sociologia, della storia e della politologia, piuttosto che con la poesia e il romanzo. In questa scelta devo molto a Goffredo Fofi, uno degli intellettuali che stimo di più”. La sua narrazione trova espressione non solo attraverso i libri, ma anche sulle pagine di riviste come Lo Straniero e di quotidiani come La Stampa, con cui Varese collabora regolarmente già da qualche anno.

Le convinzioni maturate ed espresse nel suo primo volume (The russian Mafia del 2001, un successo immediato e tradotto in diverse lingue) lo portano a confutare la concezione classica del fenomeno mafioso. “La spiegazione di tipo culturalista a mio avviso è errata. La mafia e’ un fenomeno economico e la cosidetta ‘omertà’ è frutto della paura. D’altronde se il fondamento di questo fenomeno fosse culturale non si spiegherebbe perché in certe zone del sud la mafia non è presente mentre lo è in aree del nord dove ci sono alti livelli di fiducia e di ‘capitale sociale’. La mafia è attratta dal denaro mentre non attecchisce dove ci sono povertà e sottosviluppo. Vi e’ quindi un legame stretto tra criminalita’ organizzata ed economia di mercato”.

Secondo Varese quello che rende un territorio più o meno vulnerabile al racket mafioso è, innazitutto, la struttura dei mercati locali. Più tali mercati sono orientati all’esterno, all’export, meno l’imprenditore può beneficiare dei servizi della mafia “perché il suo competitore è lontano, non ce l’ha sotto casa, quindi non ci sono azioni di intimidazione da svolgere. Ma quando il mercato è locale, ecco allora che la mafia trova terreno fertile: può intimidire i concorrenti a favore di coloro che pagano il pizzo e sono collusi”. In questi casi tocca alle istituzioni assicurarsi che la concorrenza avvenga in maniera trasparente ed equa. “Quando lo Stato lascia fare e adotta la tesi erronea che i mercati si autoregolano, allora la situazione diventa pericolosa”.

Anche di questo Varese ha parlato la scorsa settimana dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia, convocato per un’udienza conoscitiva, nell’imminenza del semestre di presidenza italiana dell’Unione europea. Proprio il tema della legalità caratterizzerà infatti l’azione del nostro governo in Europa. “Ho spiegato che in Europa mafia, camorra e ’ndrangheta fanno cose differenti da quelle che fanno in Italia. Operano in maniera diversa perché faticano a riprodurre le medesime condizioni di controllo del territorio tipiche di certe zone del Sud e del Nord Italia. In Spagna, Portogallo, Olanda e Belgio i mafiosi vanno per comprare droga e nascondersi; in Inghilterra e all’Est fanno riciclaggio del denaro e vendita di beni contraffatti, mentre in Germania, Francia e Austria sono dedite anche a traffico d’armi, frodi e usura. Questi dati sono contenuti in uno studio fatto proprio dal mio gruppo di ricerca ad Oxford”.

Oltre all’analisi del fenomeno, i parlamentari hanno chiesto a Varese anche cosa si possa fare per ridurre il potere delle organizzazioni in Europa. “Bisogna contrastare i flussi finanziari che ne consentono la sopravvivenza. I soldi arrivano dall’Italia e in qualche modo passano di mano in mano. Sopratutto bisogna riconquistare alla democrazia i territori attualmente controllati dalla mafia in Italia. Si puo’ anche cercare di spingere altri Paesi ad adottare il reato di associazione mafiosa (oltre all’Italia, oggi c’e’ in Belgio, Lussemburgo, Austria, Romania e Grecia). Ma vi sono fortissime resistenze ad introdurre questa fattispecie, sopratutto nel Regno Unito e nei Paesi scandinavi. A mio parere quindi sarebbe meglio se l’Italia si concentrasse sugli strumenti che gia’ esistono, come il mandato di cattura europeo, e facesse di tutto perché vengano applicati”.

Compatibilmente con i tanti impegni, Federico Varese torna spesso in città. Ci sarà anche venerdì 18 aprile, per ricordare Enrico Berlinguer a trent’anni dalla morte nell’incontro organizzato in biblioteca Ariostea dall’istituto Gramsci. “Il miglior modo per amare Ferrara è non viverci, ci diceva spesso Giorgio Bassani. Forse è per questo che io ne sono tanto innamorato”, afferma sorridendo. “Seguo le sue vicissitudini politiche. Ma quel che più mi ha impressionato in questi anni è stato l’omicidio di Federico Aldrovandi: è stato uno shock, ingenuamente mai avrei immaginato che una cosa del genere potesse accadere a Ferrara. E’ un fatto terribile, che mina il patto che dovrebbe esistere tra cittadini e istituzioni: coloro che ti tutelano si rivelano i tuoi peggiori nemici. E, quel che è peggio, qui si è aggiunta la menzogna istituzionale. Per fortuna il sindaco dell’epoca, Sateriale, con associazioni culturali come l’Arci, gruppi spontanei e naturalmente la famiglia si sono mobilitati subito per cercare la verità. E’ stata una lotta di civiltà che ho molto ammirato. Ho anche apprezzato l’attuale sindaco Tagliani quando scese in piazza ad apostrofare un gruppetto di sostenitori dei colpevoli. Spero che lo strappo si stia ricucendo. Ma bisogna fare molta attenzione, perché quando viene meno il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, mafie e criminalità comune ne approfittano”.

acqua

Acqua, cosa comunica la bolletta?

Può sembrare una domanda provocatoria, ma cosa comunica la bolletta? Spesso è solo considerato uno strumento amministrativo, un documento che ci dice che dobbiamo pagare, ma non ci porta quelle doverose informazioni che ci servono o comunque non lo fa con la dovuta chiarezza.
Non tutti sanno che spetta a un organismo nazionale (Autorità per l’energia elettrica e il gas) fissare e approvare le tariffe, applicando un metodo che risulta essere uno strumento per esperti burocrati, poco comprensibile per i cittadini. La bolletta rappresenta il principale strumento di comunicazione in quanto raggiunge tutti gli utenti, pertanto devono essere particolarmente curate la trasparenza, la chiarezza, la precisione.

Analizzando il settore dell’acqua ed in particolare il suo sistema tariffario, diventa fondamentale parlare di “comunicazione”, ovvero tenere in grande considerazione il sistema di relazioni e di informazioni con il cliente che spesso subisce la tariffa senza capire né i propri consumi né il reale costo. Il compito della comunicazione diventa dunque fondamentale sia per soddisfare il giusto bisogno di essere informati sia per ricercare la dovuta trasparenza negli atti amministrativi.
Il cittadino-cliente chiede, infatti, soprattutto trasparenza, ha bisogno di sentirsi parte del sociale e chiede strumenti di integrazione e di partecipazione attiva. Senza una forte crescita culturale collettiva, difficilmente si riesce a portare il settore a livello di sufficienza. E’ noto che viviamo, al contrario, in una società in cui è difficile chiedere collaborazione ed in cui la fiducia è un valore ancora più difficile da ottenere, ed è proprio per questo che è necessario investire nello sviluppo della comunicazione, anche per favorire comportamenti virtuosi tra i cittadini. E’ dunque richiesta ai gestori una crescente attenzione ai temi dell’informazione e del sistema di comunicazione, attraverso la costituzione di Uffici di relazione con il pubblico, la stesura di specifici documenti quali la Carta dei servizi, il regolamento per l’accesso agli atti, il Codice deontologico; è comunque necessario che siano contenuti chiaramente i principi per la tutela dei clienti, il diritto alle informazioni, le condizioni contrattuali, indicazioni sulla semplificazione delle procedure, e che si punti ad un continuo miglioramento (anche per mezzo di indagini di soddisfazione dei clienti).
Di particolare rilevanza diventa dunque, con quali strumenti, con quali modalità e soprattutto con quali risultati pratici i gestori “comunicano” agli utenti i contratti, i documenti tecnici, i regolamenti e soprattutto le tariffe applicate e tutti quegli aspetti ad esse direttamente collegati.

La bolletta deve essere chiara, comprensibile, trasparente, precisa e deve presentare:

  • il consumo e il periodo di riferimento;
  • m3 consumati: se il consumo è stimato, questo deve essere esplicitato e deve essere indicato su quali dati viene fatta la stima (es: consumo effettivo periodo precedente);
  • date di lettura del contatore e unità di misura;
  • articolazione tariffaria e fasce di consumo con indicazione distinta delle tariffe di acquedotto,
  • fognatura e depurazione;
  • gli addebiti per le imposte;
  • separazione di altri oneri e spese;
  • scadenze e pagamenti, relative modalità;
  • morosità di bollette precedenti;
  • penali, conguagli e rimborsi;
  • decorrenza esatta degli incrementi tariffari e relative decorrenze;
  • qualità dell’acqua e caratteristiche tecniche gestionali;
  • minimo impegnato e addebito quote fisse;
  • dati identificativi dell’utente e recapito;
  • informazioni e comunicati;
  • altro…

Per quanto attiene in particolare la qualità dell’acqua, si ricorda che i gestori devono individuare idonee modalità di comunicazione relativamente all’acqua erogata ai vigenti standard di legge; in particolare, sono tenuti a fornire i valori caratteristici indicativi dei seguenti parametri relativi all’acqua distribuita:

  • durezza totale in gradi idrotimetrici (_F) ovvero in mg/l di Ca
  • concentrazione ioni idrogeno in unita e decimi di pH
  • residuo fisso a 180 _C in mg/l
  • nitrati in mg/l di NO in base 3 e nitriti in mg/l di NO in base 2
  • ammoniaca in mg/l di NH in base 4
  • fluoro in micron/l di F e cloruri in mg/l di Cl

Almeno semestralmente il gestore dovrebbe inviare una lettera a tutti gli utenti, contenente i principali parametri dell’acqua potabile fornita.
Occorre anche verificare con attenzione “l’invio delle bollette” che spesso crea disguidi, interferenze e problematiche varie; non si tratta solo di anagrafiche o di cambio d’indirizzi, ma proprio di difficoltà di consegna. Così come va definito con chiarezza l’eventuale invio di unica bolletta in presenza di più servizi (fenomeno in crescita data la tendenza industriale di imprese pluriservizio). In un’azienda multiservizio, infatti, la fatturazione in genere è caratterizzata da processi integrati di lettura e di calcolo e questo può anche essere un beneficio per il cliente (unico canale di comunicazione, meno fatture, minor impegno, minori costi di stampa e di invio, ecc.) se prodotte nel rispetto della chiarezza e della separazione contabile.
Da tempo si cerca in generale di contrastare il “burocratese”, ovvero la capacità di esprimere in modo difficile cose semplici, ma questo a volte gioca a favore della non chiarezza. La semplificazione del linguaggio amministrativo è stato anche oggetto di molte direttive nei vari settori, ma la sua applicazione è ancora complessa. La completezza e l’accessibilità all’informazione è uno dei punti fondamentali presenti nella Carta dei servizi; il gestore deve infatti assicurare al cliente l’agevole accesso ad ogni informazione, impegnandosi a verificare la chiarezza e la comprensività dei testi, la loro accessibilità al pubblico, nonché il grado di conoscenza delle principali informazioni da parte dei soggetti destinatari.

Si ritiene opportuno citare in proposito alcuni obblighi del gestore tra cui:

  • rendere note agli utenti, tramite appositi opuscoli, le condizioni di somministrazione del servizio e le regole del rapporto intercorrente fra le due parti;
  • informare sulle procedure di pagamento delle bollette sulle modalità di lettura dei contatori, nonché sulle agevolazioni esistenti per ogni eventuale iniziativa promozionale. Al fine di agevolare la pianificazione delle spese familiari il gestore informa annualmente e di volta in volta sul calendario delle scadenze delle bollette;
  • informare l’utenza circa il meccanismo di composizione e variazione della tariffa nonché di ogni variazione della medesima e degli elementi che l’hanno determinata;
  • informare l’utenza circa l’andamento del servizio di fognatura e depurazione; in particolare è tenuto a fornire informazioni in merito ai fattori di utilizzo degli impianti di depurazione, ai limiti allo scarico, alle caratteristiche di qualità degli effluenti depurati, alla qualità e destinazione finale dei fanghi di depurazione;
  • informare l’utenza, su specifica richiesta, degli effetti a carico del corpo idrico recettore determinato dagli effluenti depurati, anche in considerazione dei fattori di utilizzo degli impianti.

Bisogna maturare la consapevolezza che occorre potenziare le politiche per il consumatore e gli strumenti di regolazione che lo riguardano.
Si rileva sempre più spesso che le principali esigenze dei cittadini sono tre:

1) la sicurezza, ovvero la consapevolezza di essere protetto e considerato;
2) la trasparenza, ovvero la visibilità delle logiche usate per amministrare i servizi:
3) il benessere, ovvero la diffusione di strumenti di qualità della vita.

Su questa base diventano fondamentali due fattori: la comunicazione (saper informare) e la certificazione (ricerca di qualità).

stretta-di-mano

La Carta dei servizi, questa sconosciuta

Vorrei parlare dell’importanza della Carta dei servizi e propongo la lettura di un importante rapporto annuale di UnionCamere che con merito e collaborazione di Indis e RefRicerche ne ha approfondito i contenuti. “Questo contesto ha portato ad uno scarso utilizzo di tale strumento” così si dice e così confermo essendo occupatomene per anni. Per questo insisto. La Carta dei servizi è un impegno generale sulla qualità reso ai clienti e agli altri portatori d’interesse da parte del gestore di servizi pubblici e agisce sulla chiarezza del rapporto e sulle strategie di miglioramento; impegna a misurare il conseguimento degli standard dei servizi, a informarne i clienti e a individuare procedure di miglioramento in continuo.
Chi vuole approfondire l’analisi può scaricare il Rapporto sulle tariffe sui servizi pubblici e leggere da pag 109 a pag 126 [leggi].

Da parte mia ritengo che occorra individuare strumenti e procedure affinchè sia forte il valore dei cittadini e quindi i bisogni dei cittadini che devono essere recepiti quali obiettivi, standard qualitativi e di prestazione nella Carta dei servizi. La carta dei servizi si prefigge infatti il raggiungimento di obiettivi di miglioramento della qualità dei servizi forniti e del rapporto tra utenti e fornitori dei servizi. Le prime indicazioni generali, intese come atti di indirizzo, vanno a quei comportamenti e principi generali che troppo spesso vengono considerati ovvi, ma che poi spesso nascondono insidie e delusioni. Ci si riferisce in particolare ai principi di: eguaglianza di trattamento, imparzialità, continuità, partecipazione, efficacia ed efficienza, cortesia, chiarezza e comprensibilità dei messaggi, condizioni principali di fornitura, accessibilità al servizio, facilitazioni per utenti particolari, rispetto degli appuntamenti concordati, tempi di attesa agli sportelli, risposta alle richieste degli utenti, risposta ai reclami scritti, gestione del rapporto contrattuale, rettifiche di fatturazione, semplificazione delle procedure, continuità e servizio di emergenza, pronto intervento.

Una puntuale attenzione deve essere rivolta agli strumenti e ai criteri di informazione; il gestore deve assicurare al cliente un agevole accesso ad ogni informazione (con continuità nel tempo) e deve individuare idonee modalità di comunicazione per informare gli utenti sui principali aspetti normativi, contrattuali e tariffari, che caratterizzano il servizio.
Il personale deve essere tenuto a trattare i clienti con rispetto e cortesia, a rispondere ai loro bisogni, ad agevolarli nell’esercizio dei diritti e nell’adempimento degli obblighi. I dipendenti sono tenuti altresì a indicare le proprie generalità, sia nei rapporti, sia nelle comunicazioni telefoniche. Inoltre il personale a contatto con il pubblico deve essere munito di tesserino di riconoscimento, sul quale siano riportati il nome e la fotografia. Al momento delle richieste delle singoli prestazioni il personale deve dunque provvedere a fornire al cliente le informazioni concernenti i diritti riconosciuti dalla carta dei servizi, i tempi massimi di esecuzione delle prestazioni, gli indennizzi automatici previsti, etc.

E’ però sulla qualità e tutela ambientale che i gestori si devono impegnare soprattutto ad attuare un sistema di gestione della qualità tendente al miglioramento continuo delle prestazioni che assicuri la soddisfazione delle legittime esigenze ed aspettative dei clienti e l’attuazione di un sistema di gestione ambientale che assicuri il rispetto dell’ambiente, la conformità alle norme ambientali e la prevenzione e la riduzione dell’inquinamento, tramite la fissazione ed il monitoraggio di parametri qualitativi del servizio e la raccolta delle procedure adottate in un manuale della qualità.
Un tema importante, su cui non è mai sufficiente soffermarsi e che si ritiene debba avere molto più spazio anche nella definizione degli standard di una Carta dei servizi e quello relativo alla accessibilità fisica ed informativa dei servizi e dei documenti a tutti coloro che hanno disabilità e che soffrono di un handicap sia esso temporaneo o permanente. La maggior parte di queste persone troppo spesso non riesce a partecipare pienamente alla vita sociale ed economica a causa di barriere fisiche o di altro tipo, ma anche perché discriminate. Vi sono dunque purtroppo molti cittadini con disabilità che possono incontrare gravi ostacoli o comunque difficoltà nel fruire dei servizi di gestione idrica e dei rifiuti. Bisogna dunque con forza anche in questi settori ambientali consentire ai disabili i esercitare i propri diritti. Si pensa alla standardizzazione specifica dei servizi, all’applicazione mirata di norme, alla accessibilità agli edifici, alle strutture, agli strumenti ed ai servizi digitali.

Se sono riuscito ad attirare la vostra attenzione leggete la Carta dei servizi; sicuramente è in qualche cassetto di casa e fatene un vero strumento per la gestione dei servizi pubblici ambientali.

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