Tag: terrorismo islamico

UN PUNTO DI VISTA PACIFISTA SULL’AFGHANISTAN.
Smontare la post-verità fatta di bugie utili alla “guerra umanitaria”

La nostra voce contro la guerra non è stata forte, doveva esserlo di più. Ai talebani va chiesto il rispetto dei diritti umani, a Biden la chiusura della prigione di Guantanamo.
Destabilizzare l’Afghanistan significherebbe la crescita del terrorismo dell’ISIS, i recenti attentati siano di monito: Il movimento per la pace ha il compito di elaborare un suo punto di vista sui grandi eventi dell’umanità. Lo fece durante la guerra del Vietnam, ha il compito di farlo oggi con la guerra dell’Afghanistan.

Nel 1975, quando finì la guerra del Vietnam, la disfatta militare americana venne salutata come un evento positivo. Non solo per la disfatta in sé, ma per la lezione che essa comportava verso la leadership americana che per quindici anni non tentò, fino alla guerra dell’Iraq, altre avventure militari.
Oggi occorre constatare che il delirio di onnipotenza americano di plasmare il mondo è fallito, almeno per ora. Ed è una cosa positiva che sia finito questo delirio di onnipotenza che alimentava la guerra infinita. E’ stato evidente il collasso di un governo fantoccio che, dopo aver prosciugato una parte degli oltre duemila miliardi bruciati in questa guerra ‘democratica”, si è sbriciolato in pochi giorni. In pochi giorni venti anni di menzogne si sono polverizzate. Oggi i militari americani si tolgono la vita e i suicidi dei marines costituiscono uno dei più gravi problemi della società americana.

I presunti passi in avanti della società afghana non venivano difesi da nessuno, se non da quell’elite predatoria che aveva sottratto al popolo gli aiuti civili e che ha chiesto un corridoio umanitario per scappare perché non ha la coscienza a posto.
millantati progressi della società afghana sono emersi in tutta la loro vergognosa falsità negli Afghanistan Papers. E questi ultimi da molti non sono conosciuti proprio perché questa è stata una guerra “democratica”, appoggiata da Fassino e D’Alema, su cui è stata costruita una narrazione a cui non corrispondeva la realtà.

Oggi la realtà emerge e ci dice che siamo stati tutti avvolti da una nube invisibile di informazioni narcotizzanti, le quali hanno addormentato anche parti importanti del movimento pacifista che non ha chiesto con la sufficiente determinazione il ritiro dei contingenti militari. Avevamo di fronte una raffinata forma di imperialismo che utilizzava i diritti umani per giustificare l’estensione della Nato fuori dalla sua area geografica originaria, delimitata nell’articolo 6 del Trattato del 1949.
Questo significava una proiezione delle forze armate oltre una funzione difensiva, prefigurando lo strumento militare come forma di tutela dei propri interessi geostrategici, lontano dai propri confini e vicino alle fonti e ai corridoi energetici.

Gino Strada sull’Afghanistan era stato chiaro, anzi chiarissimo, nel porsi contro questa guerra.
Ma
molti di noi non hanno avuto quel coraggio di dire le cose in modo scomodo e sgradevole, come sapeva dirle lui. Avevamo troppa paura di essere definiti talebani e non abbiamo fatto abbastanza nel perseguire la fine della guerra.
E così la guerra è stata fermata non sull’onda di una battente campagna di opinione pacifista ma sulla base di una valutazione realistica fatta dagli Stati Uniti, condotta a termine da Joe Biden che ha deciso quel ritiro che Fassino e D’Alema hanno sempre ritenuto un tabù.

La nostra voce di pacifisti non è stata forte, doveva esserlo di più. Eanche oggi non è che sia bellissimo trovare la firma di Piero Fassino su appelli co-firmati da autorevoli associazioni pacifiste.
Ecco come Fassino si opponeva al ritiro e “valutava” l’uso delle bombe in Afghanistan: «quello delle bombe è un aspetto che deve essere esaminato e valutato da chi ha le competenze, cioè dai vertici delle Forze Armate e di chi ha il comando operativo in quell’area». (L’Unità, 12 ottobre 2010)

Non abbiamo chiesto con la sufficiente determinazione la fine della missione in Afghanistan e per non averla chiamata con il suo nome: occupazione militare. A cui si sono accompagnate condizioni di detenzione vergognose, fuori dai principi della Convenzione di Ginevra, Guantanamo in primis.
Sono stati violati i diritti umani più e più volte (lo ha documentato l’ONU) ma per molti era la nostra una missione di civiltà.
E’ stata messa in atto in questi anni una persecuzione terribile verso chi ha rivelato segreti militari per raccontare la verità della guerra: Assange, Manning, Snowden.
E non lo è stata, perché alzare la voce significava essere posti ai margini della vita pubblica, con la terribile accusa di essere un fiancheggiatore dei terroristi. E’ stata fatta un’enorme confusione fra talebani e terroristi. Questo è ciò che è avvenuto.
La fine di vent’anni di guerra e di menzogne è oggi una liberazione, è un evento, ed è un evento positivo.
I talebani hanno resistito ad un’occupazione militare.
Il collasso in pochi giorni del regime fantoccio – creato dagli Stati Uniti e dalla NATO – pone fine a venti anni di bugie e di illusioni.

La post-verità sull’Afghanistan

La post-verità (post-truth) è la costruzione di una visione della realtà in cui i fatti verificabili (in questo caso, quelli  sull’Afghanistan) diventano secondari. La verità oggi viene considerata una questione di secondaria importanza, e così anche i fatti.
Secondo l’ Accademia della Crusca: “Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti raccontati: in una discussione caratterizzata da “post-verità”, i fatti oggettivi – chiaramente accertati – sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli ad emozioni e convinzioni personali”. the afghanistan papers
Sull’Afghanistan è stata costruita un post-verità
. I più sprovveduti hanno vissuto di illusioni, in attesa di un miglioramento dell’Afghanistan grazie alla missione NATO, i più maliziosi hanno alimentato quelle illusioni con un mare di menzogne costruite a tavolino, come documentano i documenti desecretati di recente: gli Afghanistan Papers.

Oggi è venuto il momento di riscattarci per quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto.
E oggi che cosa possiamo fare?
Riportare al centro l’ONU, dopo il fallimento della NATO.
Occorre prima di tutto essere chiari: la strategia dell’Occidente non può essere quella di destabilizzare l’Afghanistan per una sorta di rivincita. Destabilizzare l’Afghanistan significa favorire la crescita del terrorismo dell’ISIS che cerca – lo si è visto con i recenti attentati – di puntare alla destabilizzazione dell’Afghanistan per insediarsi pericolosamente.

Quello che dobbiamo chiedere all’Afghanistan è la fine delle coltivazioni di oppio che hanno fatto dell’Afghanistan un narcostato, e su cui gli occupanti occidentali hanno chiuso un occhio. E’ un tumore economico che alimenta una metastasi mondiale a cui occorre porre rimedio.
L’altro nemico è la povertà, che favorisce la misera condizione della donna e la sua mancata emancipazione. E qui occorre una forte pressione perché il nuovo governo apra spiragli di novità rispettando le promesse fatte nella prima conferenza stampa sui diritti umani.

Un altro grande nemico è la guerra, che anche l’Italia ha alimentato. Abbiamo puntato su ciò che creava il problema e non sulla sua soluzione. Il rapporto con il nuovo governo afghano deve essere improntato sulla pace, oltre che sul rispetto dei diritti umani fondamentali.

Occorre cambiare strada e noi, come pacifisti, possiamo avere la voce libera per indicare una strada che vada nell’interesse del popolo afghano e non delle lobby militari che in questi venti anni hanno dominato la scena.
E, come gesto simbolico ma concreto, possiamo e dobbiamo esigere la chiusura della prigione di Guantanamo. Perché il medioevo è lì.
Se ai talebani va chiesto il rispetto dei diritti umani, come è giusto che sia, occorre che l’esempio parta da noi, chiedendo agli Stati Uniti la chiusura della prigione di Guantanamo, simbolo della violazione occidentale dei diritti umani [vedi Campagna Guantanamo di peacelink]

Nota: questo articolo è già uscito sul sito di Peacelink il 27.08.2021

In copertina: Soldato americano in Afghanistan (licenza Creative Commons)

IL SANGUE DI KABUL
La missione dei ciechi e il disastro annunciato

 

Vedere Joe Biden su tutti gli schermi del mondo mentire e contraddirsi, cercare di difendersi (senza successo) per il disastro combinato in Afghanistan è stato uno spettacolo pietoso. E istruttivo. Questa volta quella americana non passerà agli annali come una ‘figuraccia’, ma come una totale, rovinosa, colpevole sconfitta. Che riesce a far impallidire perfino la scioccante avventura in Vietnam. Che non riguarda solo il precipitoso quanto improvvido ritiro delle truppe degli ultimi mesi o settimane, ma una dine della storia che era già tutta scritta, dal principio, dalla folle reazione americana al folle attentato alle Torri Gemelle.

Una sconfitta storica, memorabile, che le immagini crude e le drammatiche testimonianze che giungono di ora in ora da Kabul rendono più sempre irrimediabile, talmente incredibile da diventare epica – è di ieri l’ultima immagine che non riesco a levarmi dalla testa: le donne ormai condannate che gettano i loro figli oltre la rete dell’aeroporto per salvarli dal regime dei talebani.
Se è vero che è la quantità di sangue versato l’unico vero metro per misurare la “grandezza” di una sconfitta, allora la tragedia di Kabul può aspirare ai libri di storia.
Il sangue inutile dei soldati (anche i soldati italiani) mandati a fondare in Afghanistan uno “stato democratico”. Sbarcavano dall’aereo le loro bare coperte dalle bandiere, e li chiamavano eroi, mentre erano solo da piangere come vittime. Vittime della ideologia tardo-imperialista e di una strategia fallimentare dettata dai governi e dai comandi militari dell’Occidente.
Ma soprattutto il sangue che sta scorrendo ora a Kabul e in tutto il paese. Un fiume di sangue che continuerà a scorrere. Il terrore di un popolo illuso per anni e oggi lasciato solo. Il terrore davanti alla sicura vendetta talebana (altro che “nuovi talebani moderati”), la corsa inutile verso l’aeroporto, i manifestanti uccisi a fucilate, le donne chiuse in casa aspettando la morte o un sicuro destino di schiave.

La storia è solo questa: abbiamo sbagliato tutto, punto e a capo. Ora tutti l’hanno capito, e tutti (Biden a parte) lo ammettono pubblicamente. Perfino l’Europa, la più fedele alleata, l’eterna gregaria, prende le distanze dal presidente americano. Dice Josep Borrell, l’ Alto rappresentante dell’UE: “Quello che è accaduto in Afghanistan solleva molte questioni sull’impegno occidentale, e su quanto siamo stati in grado di raggiungere. Il primo obiettivo era combattere Al Qaeda. Il presidente Biden ha detto che costruire uno Stato non è mai stato ‘un obiettivo’,  questo è discutibile. Abbiamo fatto molto per costruire uno Stato che potesse garantire lo stato di diritto ed il rispetto delle libertà fondamentali. Siamo riusciti nella prima parte. Abbiamo fallito nella seconda missione. Anche se c’è da chiedersi se fosse una missione”.

Tremenda la chiusa di Borrell: “c’è da chiedersi se fosse una missione”, una immagine plastica del gran caos che deve regnare nella gloriosa alleanza atlantica. Quel che è sicuro – e che nessuno lo dice –  è che le guerre, anche questa guerra, è anche, forse soprattutto,  il frutto delle pressioni delle potentissime  lobbies dei comandi militari e dei produttori e commercianti di armi.
La guerra, la missione, il ritiro precipitoso, il baratro finale – quello a cui oggi stiamo assistendo – mi ha ricordato La Fila dei ciechi, lo straordinario dipinto di Pieter Bruegel. In testa alla fila c’è (sempre lui) il cieco americano, e attaccato a lui il cieco inglese, poi il cieco francese, il cieco italiano… Tutti destinati a seguire il primo della fila, nello stesso buco.

Da quasi un secolo l’America è il ‘paese guida’ di tutto l’Occidente. Lo Sbarco in Normandia e in Sicilia, i soldati americani che regalano cioccolata e sigarette, il Piano Marshall, la Guerra Fredda e il Patto Atlantico, la Nato che ha riempito l’Italia e l’Europa di basi militari e missili atomici. E poi il rosario di guerre e “missioni di pace” (sic!) per sistemare un dittatore (come GheddafiSaddam Hussein, prima grandi amici dell’Occidente, diventati improvvisamente pericolosi terroristi). Guerre per esportare la civiltà o riportare la democrazia in questo o quel paese selvaggio.
In cima c’è sempre l’America. Gli Stati Uniti decidono, comandano, sparano il primo colpo, gli altri –  prima l’Inghilterra, poi la Francia, l’Italia e via tutti gli altri seguono in fila indiana.
Il risultato? Pessimo, invariabilmente disastroso! Guardate oggi l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan.
Dopo il fuoco e il furore della guerra, dopo il passaggio dei contingenti alleati, la situazione è ancora più disperata e disperante: peggiore di quando gli Usa & company decisero di intervenire. Il terrorismo non è vinto. E ancora profughi, ancora fame, sangue, violenze sulle donne.

In queste ore c’è un gran viavai di aerei per portare in salvo migliaia di afgani, quelli che avevano collaborato o che erano comunque venuti in contatto con il personale dei contingenti stranieri. Sono loro i soggetti più a rischio, il primo bersaglio della sicura vendetta talebana. Ma nel mirino ci sono TUTTE le donne. C’è un popolo intero. Ed è ovvio, non è possibile mettere in salvo tutto un popolo, aviotrasportare 40 milioni di afgani.

Intanto, in tante città d’Italia, cresce uno spontaneo movimento di protesta e di solidarietà al popolo afgano. Si moltiplicano le iniziative delle donne italiane  per salvare le sorelle afgane, per chiedere a Draghi di organizzare più viaggi, di ampliare il più possibile il numero dei fuggitivi a cui dare accoglienza in Italia.
Possiamo sperare che il governo si smarchi dalle posizioni oltranziste di Matteo Salvini? Possiamo sperare di salvarne 100 o 1.000 in più del previsto? Non sarebbe un risultato di poco conto. Anche solo salvare una vita in più, una donna, un bambino, è un motivo sufficiente per scendere in strada.

Alla fine, rimane comunque la colpa incancellabile – una responsabilità diretta, documentata, incontestabile –  della Nato, degli Stati Uniti e dei suoi alleati, per aver consegnato il popolo afgano alla follia ideologica dei talebani. E’ su questo che mi pare non ci sia da parte del governo e dei partiti italiani (anche del Centrosinistra) nessun ripensamento di fondo.
E proprio questo servirebbe: un’analisi coraggiosa e un uguale coraggio di domandarsi se non sia venuta l’ora di cambiare strada. Di cambiare paradigma. Di mettere finalmente in discussione la nostra adesione alla Nato – in compagnia, tra l’altro, con la Turchia di Erdoğan. Di sloggiare dal territorio nazionale tutte le basi Nato e americane, le testate nucleari, i carri armati. Di riconvertire la nostra industria bellica, smettere progressivamente di produrre e vendere armi a tutto il mondo.

Capisco il sorriso di qualche smaliziato lettore. “Fuori dalla Nato” è sempre stato uno slogan extraparlamentare e comunista, E la campagna contro le spese militari continuano a farla gruppetti di pacifisti incalliti e di reduci nonviolenti. Tutto vero, questi obbiettivi non hanno mai attecchito nei sindacati e nei grandi partiti, non hanno mai varcato la porta delle aule del parlamentari. Ma sono queste ‘utopie estremiste’ che oggi indicano un’altra via da imboccare. E’ da qui che dobbiamo necessariamente ripartire. Se non vogliamo ritrovarci incastrati in un’ennesima guerra, diventare complici di un altro fiume di sangue innocente.
Oppure resteremo sempre come siamo in queste ore, a guardare le immagini che passano veloci sul video, accesi da una rabbia impotente o sorpresi da una inutile lacrima.

In copertina:  Pieter Bruegel il Vecchio, Parabola dei ciechi, 1568, Galleria Farnese (su licenza Creative Commons)

BUFALE & BUGIE
11 settembre, il complotto dei media

Se vuoi ridicolizzare chi problematizza una narrazione, svia l’attenzione su questioni secondarie e fingi di indagarle. Ti allontanerai così dalla questione iniziale!

Deve saperne qualcosa “Mamma Rai”, se lo scorso 11 settembre ha trasmesso sul secondo canale il documentario dal titolo “11/9 Verità, Bugie e Cospirazioni”, curato da Rai Documentari. Un reportage che nella presentazione promette di indagare sui dubbi che avvolgono quella giornata americana, ma che nel suo svolgimento si dimentica di farlo. La prima metà della trasmissione finge di porsi domande sulla verità riguardante gli attentati, grazie alle quali le posizioni non combacianti con la versione ufficiale vengono già obliquamente derise: possiamo fidarci, o si trattò di un “complotto internazionale” – come se fosse necessario il coinvolgimento di intere Nazioni – ? E attraverso la presentazione degli “autoproclamati paladini della verità”, persone che hanno sollevato dubbi, vengono sciorinate le cosiddette “teorie alternative”, in un gran calderone confusionario, frutto dello “scetticismo popolare”. La rete, afferma la voce fuori campo, “favorisce la diffusione di queste teorie”, e “dal 2001 le teorie complottiste sono state smentite dagli esperti”. Se le asserzioni precedenti potevano essere accettate, perché non smentibili, quest’ultima è invece certamente falsa. Proprio dal 2001, infatti, la narrazione comunemente accettata si è confermata non veritiera. Il documentario si appresta a tirare in ballo “una delle più diffuse riviste di ingegneria degli Stati Uniti, Popular Mechanics”, difensora della versione fornita dal governo; ma nulla si dice dell’organizzazione Architects & Engineers for 9/11 Truth, formata da migliaia di persone del mestiere, che con metodo scientifico hanno dimostrato [vedi qui] l’impossibilità fisica del crollo delle Torri Gemelle a opera degli aerei di linea: la spiegazione tecnica più probabile è la demolizione controllata – identico discorso per il Wtc7 – . E piuttosto che esaminare i risultati degli studi portati avanti dal 9/11 Consensus Panel, la seconda metà del documentario si avventura nell’approfondimento degli errori commessi da chi doveva vigilare e dei tentativi di insabbiamento. In tal maniera, non viene spiegato [vedi qui] che i cosiddetti dirottatori non erano saliti su quegli aerei e non erano in grado di compiere le manovre impossibili registrate, o che le telefonate di chi era a bordo non potevano essere effettuate da quei velivoli in quel momento, o che il Pentagono non poteva essere colpito da un Boeing in quel modo, o che a Shanksville non cadde alcun aereo.

Invece di far parlare i fatti, mostrando rispetto per coloro che vissero la tragedia, la trasmissione ha preferito complottare con ipotesi su cosa si nascondesse dietro gli attentati avvenuti. La messa in luce delle semplici questioni tecniche, incompatibili con la storia solitamente raccontata, è però più rilevante delle possibili questioni geopolitiche, sulle quali certezza scientifica mai può esserci.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

Un istante prima del dramma

Una famiglia come tante quella ritratta, sebbene sia quella di una chef molto famosa e amata.
Sui loro volti la gioia di essere insieme, la gioia di festeggiare la Pasqua.
Non una foto come tante però, perché scattata pochi istanti prima che un uomo si facesse esplodere nella sala colazione di un hotel. Una foto che lascia sgomenti perché immortala quella caducità dell’uomo che tutti rifuggiamo anche solo nel pensiero. Ora ci sei e dopo chi lo sa.
Inutili tutte le parole che si possono scrivere su quanto accaduto in Sri Lanka il giorno di Pasqua. Parlano i numeri: almeno 359 persone morte, e centinaia di feriti.
Persone che pregavano, che mangiavano, che festeggiavano, che facevano quello che facciamo tutti ogni giorno. Persone che semplicemente vivevano, ignare di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Inutili i commenti, le analisi, i tentativi di trovare una spiegazione, perché l’assurdo non si spiega.
Si combatte solamente non cedendo alla paura che ci rende prigionieri e ci fa morire un poco ogni giorno.

Le subdole paure che ci avvelenano la vita e insidiano la nostra libertà

Se la paura agisce sulla libertà limitandola, inibendola, contraendola, di quali paure si tratta? Dopo la “Grande paura” del mondo diviso in blocchi ideologici contrapposti, oggi nuove paure sono sulla scena, meno definibili, ma non per questo meno insinuanti, pericolose, corrosive.
Roberto Escobar, docente di filosofia politica e del linguaggio politico all’Università di Milano, è stato autore di una seguitissima riflessione sul tema ‘Libertà e paura’ alla biblioteca Ariostea venerdì 12 maggio scorso. Tema che rientra nel ciclo di appuntamenti sulla Libertà organizzati e promossi dagli istituti Gramsci e di Storia contemporanea di Ferrara.
Escobar è anche l’autore di ‘Paura e libertà’ (Morlacchi 2009), libro intenso, a tratti spietato, che senza tanti giri di parole va dritto al cuore di argomenti di tremenda attualità.

La scomparsa del nemico frontale novecentesco (non meno produttore di paure, compresa l’atomica con tanto di the day after), lascia il posto a nemici-invasori più subdoli e velenosi.
Le faglie dell’invasione dei migranti e del terrorismo islamico, si dice e si scrive ormai in ogni dove, si scontrano con quelle più endogene di un presente e futuro senza lavoro per troppi e con un welfare che si restringe come certi vestiti usciti dalla lavatrice dopo un lavaggio sbagliato, per fare solo alcuni esempi. Movimenti tettonici che nessuno sa come fermare e che entrano sempre più in collisione tra loro, prefigurando aria da catastrofe.

Terreno fertile per “semplificatori” e “imprenditori del consenso”, li chiama Escobar, che una campagna elettorale dopo l’altra raccontano, martellano e insinuano che le cause delle nostre paure sono semplici e non complesse. Si afferma la politica, post-politica, orgogliosamente affrancata dalla cultura (le gaffes dei politici ormai non si contano), oltre che dalle storiche appartenenze destra-sinistra, ritenute disinvoltamente rottami del passato. Una politica – post-politica – che pone in cima alla propria agenda il tema della sicurezza.
Qui il professore ha opportunamente citato l’esempio recentissimo della legge sulla legittima difesa: una norma – detto in sintesi – per rispondere a una statistica accertata di poco più di 150 casi negli ultimi anni (di cui una quindicina i condannati). Eppure giornali, tv, Parlamento e Paese si sono fermati come se il problema riguardasse tutti i 60 milioni di italiani. Un po’ come d’estate l’annosa differenza tra la temperatura reale e quella percepita.
“E’ così – ha detto il professore – che è al lavoro la macchina della paura, alla quale è possibile rispondere “no” solo se in testa non si ha un’unica storia della realtà, come vogliono i semplificatori, ma tante. Da qui il compito che sarebbe della cultura, della scuola e dell’università”.

Paura, semplificatori e macchina della paura, introducono al tema che Escobar affronta con mani da chirurgo: il male radicale.
Tasto sul quale la riflessione diventa fuoco d’artificio, anche se c’è ben poco da festeggiare, perché “il male radicale – scrive nel suo libro del 2009 – non degrada e non uccide solo in un lager, o in un ghetto, oppure in una fossa comune di una delle tante pulizie etniche, ma degrada altrettanto nell’indifferenza di fronte alla morte lontana e ipotetica di esseri umani cui tocca d’essere sacrificati in vista e nel nome del bene”. E qui “Bene” si può tranquillamente declinare in “i nostri valori”, “le nostre libertà”, “la nostra democrazia”.
Male radicale – per seguire la pista di pensiero dell’autore – non è solo la straordinarietà degli atti mostruosi (che pure destano l’opinione pubblica in sussulti collettivi di sdegno e condanna), ma anche la “normalità quotidiana”, “la buona coscienza – così scrive – degli assassini innocenti”.
Di conseguenza, lungi dal capro espiatorio cui troppo spesso ricorre la storia umana per dimenticare le proprie nefandezze (addossando il fardello della colpa all’agnello sacrificale di turno da presentare al tempio, da mettere in croce, o sopra un patibolo), è invece “la convinzione chiara e netta – richiama Escobar – d’essere nel bene e di operare nel bene che va indagata”.
Il principio guida, orgogliosamente affermato anche in terreno laico, è che “se la vita dell’altro è un valore in sé irrinunciabile, allora non si può mai essere disposti a considerare alcun uomo e donna sacrificabile in nome di qualunque bene”. Punto di partenza solo apparentemente scontato se, in questi tempi, “non occorre – scrive il professore milanese – pensare agli assassini diretti per vedere all’opera l’innocenza omicida”.

Successivo, e consequenziale, passaggio del ragionamento è il lavoro di scavo sull’indifferenza, che non è solo dei cittadini, già ridotti a pubblico di spettatori-telespettatori.
Ogni differenza è sempre il risultato di chi si misuri rispetto a qualcuno o qualcosa; è sempre commisurata rispetto a un elemento altro.
Se si accetta dunque lo stesso criterio di misura, allora le entità differenti sono uguali, nel senso che (per paradosso solo apparente), è la differenza a fondare l’uguaglianza, non l’indifferenza che, in quanto assenza di commisurazione, porta invece alla differenza assoluta.
Il filo del discorso porta diritto alla ricorrente formula dell’identità (da difendere e proteggere dalle invasioni e aggressioni) che, senza più commisurazione, diventa “identicità” in cui massima è la differenza.
Accade cioè che l’indifferenza porta alla negazione dell’uguaglianza.
E’ così che “ben appaesati – scrive l’autore – nella propria normalità, ben certi dell’incommensurabilità del proprio mondo rispetto agli altri mondi oltre i propri confini, uomini e donne finiscano per formare il pubblico degli assassini virtuali, gli stessi che popolano a pieno diritto la terra del bene”.
“Si diventa assassini, ancorché virtuali, – prosegue – in buona coscienza per adesione totale alla verità del proprio mondo incommensurabile, che annulla le singole biografie e differenze nell’indifferenza”.

Un mondo indifferente che si specchia nella propria identità-identicità si fa gravido di nuove paure, alimentate a sua volta dalla macchina della paura. Così, indifferenza, silenzio e presunzione d’innocenza, si nutrono a vicenda in un pericoloso e avvelenato avvitamento, in un cammino di progressiva “corruzione morale”.
Un vero e proprio circolo vizioso in cui il male radicale “monta gradualmente – è il monito – in un accumulo di acquiescenza”.
‘Con le migliori intenzioni’, verrebbe da dire pensando al titolo di un film scritto da Ingmar Bergman (1991), oppure il parallelo corre alla glaciale banalità quotidiana avvolta in un manto di neve immobile, candida e accecante, descritta nel film ‘Fargo’ dei fratelli Coen (1996).
Un circolo vizioso simile a una morsa che si stringe sotto gli occhi (più o meno consapevoli) di tutti, da cui però è ancora possibile uscire, secondo il relatore, perché essere morali non significa essere buoni o innocenti, ma “liberi di scegliere e di mettere in questione”.

E’ ancora possibile non alzare bandiera bianca, per quanto difficile dal momento che la macchina della paura è da tempo al lavoro, se la politica vuole essere governo e non produzione della paura e se la cultura intende sottrarsi al dominio della storia unica, moltiplicando le storie per rendere sempre possibile la scelta, la possibilità di dire “no”.
Per farlo, c’è ancora lo spazio della democrazia, per quanto indebolito e svuotato, nel quale – ha concluso Roberto Escobar – “le teste – questa la novità storica spesso trascurata – si contano invece di tagliarle”

Voci di piazza: “Islamici tutti terroristi? Ma perché, noi cattolici siamo tutti brave persone?”

Li capisco e probabilmente lo farei anche io – dice G., libero professionista ingiacchettato – c’è una frustrazione di fondo che li anima. Si trovano in un limbo, tra il modo di vivere dei loro padri e quella dei Paesi occidentali che li ha accolti, e sono ragazzi sgretolati nella loro cultura. Ecco che, paradossalmente, diventano più radicali delle generazioni che li hanno preceduti. Io ci penso a cosa si deve provare a vivere ghettizzati, ad essere guardati con sospetto”.

Una mattinata in giro per Ferrara a confrontarmi con l’‘uomo della strada’ su cosa sia il terrorismo islamico e quale possa essere una possibile soluzione al drammatico proliferare degli attacchi terroristici in Europa. La vox populi è moderata: alla domanda provocatoria se “tutti i musulmani sono terroristi?” le persone ci ragionano su, danno spiegazioni ponderate. Sembra prevalere la regola del ‘politicamente corretto’ e forse, chi non lo è preferisce non parlare. Davanti alla quasi totalità delle risposte che concordano nel non fare di tutta l’ erba un fascio, ripenso alla risposta di C., studentessa, secondo la quale “A parole nessun ragazzo direbbe mai che tutti i musulmani sono terroristi, perché siamo una generazione abituata, fin dalla scuola, a confrontarci con ragazzi di cultura e religione differente dalla nostra. Penso però che il pregiudizio sia parte di ognuno di noi, e se sentiamo di un atto terroristico in qualsiasi parte del mondo, il primo pensiero è che si tratti di un terrorista musulmano. Il pregiudizio, la paura e i mass media ci portano verso una linea di pensiero, che è quella del categorizzare”. Un pensiero condiviso anche da A., fruttivendola, “La paura fa ormai parte delle nostre vite e se c’è un arabo in giro ci guardi con maggiore attenzione. Vedo in tv gli attentati successi negli altri Paesi e penso che potrebbe succedere anche qui, davanti al mio negozio”. Per nessuno degli intervistati la religione islamica è la radice del terrorismo islamico, la quale si individua piuttosto nella politica o nel dio-soldo, attorno a cui tutto ruota. Per F., tassista alla stazione“la religione è l’oppio dei popoli, ciò a cui ci si attacca quando non si ha altro. I musulmani non hanno un’unica figura di riferimento come noi nel Papa. Fanno capo a diversi Imam, che interpretano la religione come più gli piace. La colpa è sempre riconducibile all’uomo. Di sicuro devono cambiare la loro mentalità, il modo in cui trattano la donna. Accettare le regole del Paese in cui si trovano: qui rubano ma a casa loro no, perché gli verrebbe tagliata una mano”.

F., pensionata mi risponde con una domanda “I musulmani tutti terroristi? Perché noi cattolici siamo tutte brave persone?”. Di parere quasi analogo è P., edicolante nel quartiere Gad, che alla mia domanda risponde indicandomi un libro sull’Islam esposto nella vetrina della sua edicola “bisogna informarsi e capire chi abbiamo di fronte. La religione non c’entra niente, è la politica che muove tutto. Credo che ci sia anche un interesse dei Paesi occidentali a che tutto questo succeda, altrimenti mi chiedo chi armi questi terroristi”. Poi apre la pagina di un quotidiano e mi mostra l’articolo che parla della figlia del terrorista Khalid Massood, protagonista dell’ultimo attentato a Londra, che a 18 anni ha rifiutato l’imposizione paterna di convertirsi all’Islam radicale e indossare il burqa, preferendo vivere all’occidentale prendendo anche il cognome della madre. “Vede – mi dice l’edicolante – non sono tutti uguali”. Per R., pensionato al sole in Piazza del Duomo, “non si può dire che tutti i musulmani siano terroristi perché la religione è solo un alibi, dietro c’è una volontà politica. Abbiamo usanze diverse: le loro lo sono per me come le nostre per loro. Non si può giudicare. Una soluzione non c’è: non si riesce neanche a fare l’Europa, figuriamoci questo!” conclude sconfortato.

Fuori dalle aule universitarie in tanti si fermano a parlare e a confrontarsi su di un tema, quello del ‘nemico arabo’ che è sulla bocca di tutti, tutti i giorni. Un tema filtrato dagli occhi di una generazione nata mutirazziale e che del ‘diverso’, almeno all’apparenza, non ha paura, “Per me c’è un parallelismo tra la strategia attuale volta a strumentalizzare la paura dei cittadini nei confronti degli immigrati, con la strategia della tensione portata avanti dalle Brigate Rosse negli anni ’70”. L. è decisamente più diretto:Le religioni sono una grandissima stronzata, tutte, anche quella cattolica” e gli fa da coro L., compagna di corso, “Io dopo l’Erasmus sono diventata più razzista. Quando esci dal tuo guscio ti senti più vulnerabile e pensi di poter essere colpito più facilmente”. Da un gruppetto di mamme si fa avanti C., secondo la quale “l’integrazione è possibile e auspicabile ed inizia nelle aule scolastiche”, mentre V., sorride sorniona e dice di sottoscrivere quanto dice l’amica. Ma l’espressione lascia intendere altro.

La voce della piazza restituisce l’immagine di Ferrara città moderata, non razzista, non incline a puntare il dito verso chi pratica una religione diversa, diffidente nei confronti della politica e scettica sulla possibilità che si trovi una soluzione alla tragedia del terrorismo. Mentre rifletto sulle impressioni raccolte, non posso fare a meno di cogliere il pensiero filosofico di B., pensionato, che all’amico dice “ La Terra è malata. Galileo Galilei, puvrazz, l’hanno messo in galera. Ma lui lo sapeva che la Terra gira”. Come a dire: si salvi chi può!

Natale in guerra

Parlare di guerra a Natale ha un senso, perché la consapevolezza dei conflitti attivi in questo momento e in questo mondo tormentato, nel periodo della Natività che è, per definizione, la festa del nuovo inizio, della speranza e della serenità, fa riflettere, sperare in una risoluzione e ripromettere di impegnarsi maggiormente affinchè tutta l’atrocità abbia fine. Non è ingenuità e nemmeno un modo sbrigativo per mettere a tacere le coscienze: è in qualche modo un atto dovuto a noi stessi, se vogliamo continuare a ritenerci onesti e soprattutto a quella povera gente che di guerra ne sa veramente qualcosa perché ne respira il veleno ogni istante e di quel veleno muore. Sono uomini, donne, vecchi e bambini che in un loro passato recente trascorrevano le loro esistenze come chiunque altrove ed ora sono costretti a rincorrere ogni istante la vita perché non si sa mai dove cadrà la prossima bomba e dove l’artiglieria colpisca, non si sa nemmeno se ci sarà latte per i più piccoli e il minimo di sostentamento quotidiano per tutti.

La guerra nel contesto urbano terrorizza più di qualsiasi altra operazione militare e le conseguenze fanno ancora più orrore per il pesante prezzo di civili che ne sono le vittime. Berlino, Bruxelles, Parigi, Aleppo, Kobane, Grozny, sono le testimonianze più recenti ma la storia passata ci ricorda anche Roma (88 a.C.), Tenochtitlàn (oggi Città del Messico, 1521) Parigi (1871), Stalingrado (Russia, 1942), Ortona (1943), Berlino (1945),  Hue (Vietnam, 1968), Fallujah (Iraq, 2004) e l’elenco sarebbe lunghissimo. Aggiungiamo anche Donetsk e Luhansk (Ucraina), dove si combatte ancora e su cui è calato impietosamente il silenzio.  Il combattimento casa per casa è il peggiore tra tutti, una subdola, martellante, incessante caccia al nemico che deve essere stanato come un topo ed eliminato ad ogni costo. La guerra nei centri abitati è un inferno tridimensionale dove il campo di battaglia non è solo il cielo sorvolato dai bombardieri,  le strade e le vie sgombre da macerie ma anche e soprattutto l’estensione verticale degli edifici dove il concetto di avanzata-ritirata è reso nullo, pericoli e imprevisti sono dietro ogni angolo e la conquista riguarda ogni singolo pezzo del caseggiato in modo del tutto diverso e fortuito. La guerra urbana possiede connotati e caratteristiche non ben definite e le sue tattiche non sono convenzionali perché si traducono in  imboscate, cecchinaggio, infiltrazioni, azioni atipiche che non permettono di collocarla nel novero delle battaglie classiche, paradossalmente rassicuranti, che conosciamo. La cronaca dei nostri giorni lo dimostra: gli attacchi a città come Parigi, Nizza, Dacca rappresentano la tattica usata dai jihadisti nella loro guerra all’Occidente, con tutte le particolarità di questa tipologia di scontro.

La guerra in città moltiplica gli ostacoli per i combattenti e i civili sono costretti ad assumere in fretta i comportamenti più disparati: la collaborazione, la resistenza, l’allontanamento. Anche l’assuefazione. Possono contare solo sull’istinto e lo spirito di sopravvivenza ed affrettarsi ad ascoltarlo e assecondarlo con ogni espediente, e ancora non basta, perché manca tutto: generi di prima necessità, la casa, i familiari rimasti sotto i colpi e nelle deflagrazioni, i riferimenti spazio-temporali certi.  Mancano gli ospedali finiti in macerie e mancano i medicinali. Manca qualsiasi aspetto legato alla normalità del vivere quotidiano.

In questo periodo il pensiero corre soprattutto ad Aleppo, dove la situazione umanitaria è disastrosa e gli aiuti arrivano a fatica. La città è un cumulo di macerie e fin dalle prime battute,  è stata teatro di violenti combattimenti con le forze antigovernative. Nel mese di settembre, l’esercito siriano, affiancato dalle forze sciite, dai reparti degli Hezbollah libanesi e dall’aeronautica russa, ha continuato l’avanzata dando un nuovo corso alla guerra, fino ad arrivare al recentissimo cessate il fuoco del 13 dicembre. Tutt’altro che definita e certa, la situazione: i combattimenti stanno già riprendendo e il massiccio piano di evacuazione della popolazione è stato bloccato. Una guerra tra tante che, come affermava Hannah Arendt “non restaura diritti, ridefinisce poteri…”.

Nicolai Lilin ha ricordato così il suo incontro con la guerra: “ In guerra mi facevano più impressione i vivi che i morti. I morti mi sembravano dei recipienti usati e poi buttati via da qualcuno, li guardavo come se fossero bottiglie rotte. I vivi, invece, avevano questo terribile vuoto negli occhi: erano esseri umani che avevano guardato oltre la pazzia e ora vivevano abbracciati alla morte.” Una impietosa, disincantata e brutalmente vera immagine della guerra. Che merita un pensiero anche a Natale.

VOCI DA BERLINO
Anna, trentenne ferrarese: Non cediamo ai terrorismi
“Per la mia famiglia voglio una vita normale, senza paura”

Alle 20.15 di ieri sera un tir nero con targa polacca si é lanciato a tutta velocità contro la gente che affollava il mercatino di Natale a Brutscheidplatz, nel quartiere bene di Charlottemburg a Berlino. Sono gli auguri di Natale che l’Isis invia all’Occidente.
A pochi passi dal luogo dove oggi si piangono le dodici vittime e le quarantotto persone ferite dall’attentato, la cui matrice terroristica in realtà non é stata ancora confermata dalla polizia, sorge la Chiesa della Rimembranza, simbolo berlinese di pace e riconciliazione.

Di quanto accaduto ieri sera parliamo con Anna, ferrarese, che vive da cinque anni a Berlino con la sua famiglia.
“Intorno alle nove io e mio marito siamo stati inondati da messaggi e telefonate di persone che ci chiedevano come stessimo: abbiamo capito solo allora che era successo qualcosa di grave. Abbiamo iniziato a seguire le notizie sull’account della polizia che raccomandava alle persone di non uscire di casa. Non solo perché si diceva che forse uno degli attentatori era in fuga verso il centro della città, ma anche per non intasare le strade e permettere ai soccorritori di lavorare più agevolmente. Dopo circa due ore hanno dichiarato concluso lo stato di emergenza, ma invitavano comunque la popolazione a servirsi della funzione “safety check” di facebook per comunicare ad amici e parenti che si stava bene”. (Safety check é una funzione Facebook che permette di comunicare rapidamente ad amici e parenti che si é fuori pericolo in caso di emergenza, ndr).

Era da tempo che il terrorismo islamico aveva nel proprio mirino la Germania, e nello specifico i mercatini di Natale: poco tempo fa è stato sventato un attentato condotto da un bambino di soli dodici anni, nato e cresciuto sul suolo tedesco. Quando chiedo ad Anna del clima che si respirava a Berlino prima del tragico avvenimento di ieri sera, lei mi risponde: “Nell’aria non si respirava alcun pericolo. Ho amici che viaggiano spesso e si occupano di politica internazionale e vivono tranquillamente, come tutti. Il rischio c’é ma si accetta: é il prezzo da pagare per non rinunciare a vivere una vita normale”. Anna coglie anche l’occasione per una piccola critica agli operatori dell’informazione: “Se devo essere onesta, sono i mass media che cavalcano questa ‘moda’ del terrore, rinunciando a fare informazione e spettacolarizzando le notizie, sempre alla caccia della prossima notizia a effetto. Le persone più deboli, come anziani o persone depresse, ne fanno le spese: conosco persone che vivono barricate in casa. Oggi – aggiunge ancora Anna – sono andata al supermarket e a casa mia ci sono l’idraulico e il suo assistente, sempre gentili e sorridenti, con i quali non si é fatto alcun accenno di quanto successo. C’é il pudore di capire che noi qui piangiamo dodici morti, ed é terribile, ma anche in altre parti del mondo muoiono migliaia di persone. Siamo tutti vittime uguali di questa follia terroristica”.

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