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LO STESSO GIORNO
2 maggio 1940: rinviati i giochi Olimpici, ma li svolgeranno i prigionieri di guerra

2 maggio 1940:
vengono rinviati i giochi Olimpici, li svolgeranno i prigionieri di guerra

Tutti quanti conoscono le Olimpiadi dell’era moderna: l’evento sportivo quadriennale che racchiude i migliori campioni in quasi tutte le discipline praticate nei cinque continenti mondiali.
La competizione mondiale come la conosciamo noi si svolge per la prima volta nel 1896 nell’antica patria delle Olimpiadi, ad  Atene. Il neonato Comitato Olimpico Internazionale (CIO) radunò 241 atleti da tutto il mondo, il più grande evento sportivo mai organizzato nella storia.
Da subito un successo planetario, le Olimpiadi hanno sempre sfidato le avversità di un mondo in continua competizione, cercando di superare le avversità che nella storia hanno coinvolto i paesi di tutto il mondo.
Contrariamente alle speranze del barone De Coubertin, colui che presentò per la prima volta l’organizzazione dei giochi, in tre distinte occasioni i giochi non furono organizzati. Nel 1916 per la prima volta nella storia, a causa della prima guerra mondiale, i giochi Olimpici furono annullati. La stessa cosa avvenne a causa della seconda guerra mondiale nel 1940 e nel 1944.

Un anno dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, nel settembre 1940, la XII edizione dei Giochi Olimpici sarebbe dovuta andare in scena nella capitale Giapponese, a Tokyo.
Il Giappone era flagellato ormai da tre anni dalla seconda guerra sino-giapponese, il maggior conflitto mai scoppiato tra la Repubblica Cinese e l’Impero Giapponese. Il CIO non volle però rinunciare alla speranza di organizzare il maxi evento sportivo, convinti che potesse riunire le nazioni in un momento di altissima tensione. Fu così che nell’agosto del ’39 la sede della competizione fu spostata ad Helsinki, in Finlandia. Passano pochi mesi e nel settembre del ’39 scoppia ufficialmente la seconda guerra mondiale, coinvolgendo il suolo europeo nel grande conflitto.
I giochi non vengono annullati subito e il CIO continua ad incontrarsi in sedi neutrali e con permessi speciali per passare da un confine all’altro.
La guerra divaga in tutta Europa, sempre più nazioni vengono coinvolte e sempre più uomini vengono mandati al fronte a combattere. Tra guerra e devastazione questo stesso giorno, il 2 maggio 1940, gli ultimi rappresentanti del CIO si incontrano per l’ultima volta e decidono di sospendere l’imminente edizione dei giochi. In stessa sede si decide la sospensione a tempo indeterminato delle attività del Comitato Olimpico Internazionale, il quale si riunirà di nuovo solo nel 1946.

Mentre durante la guerra l’importanza dei giochi Olimpici passò in secondo piano, qualcosa di straordinario stava per succede. A pochi mesi dall’annullamento ufficiale della XII edizione, si celebrò un’edizione senza precedenti nella storia: nell’agosto 1940 si tennero i Giochi dei prigionieri di guerra internazionali.
Alcuni km fuori Norimberga, allo Stalag XIII-a, un campo di prigionia per prigionieri di guerra, detenuti belgi, francesi, britannici, norvegesi e polacchi si sfidarono in competizioni sportive clandestine.
Uno straccio rotto con cinque cerchi ad acquerello colorati sopra al posto del vessillo e l’inno olimpico suonato dall’armonica a bocca di Teodor Niewiadomski, una delle menti che organizzarono l’evento. Le gare che erano un insieme di spot, coraggio e furbizia, si tennero di nascosto dalle guardie. I detenuti si sfidarono in discipline come il lancio della pietra, il salto della rana ( una delle punizioni fisiche trasformate in sport) o addirittura in partite di pallavolo giocate in un campo disegnato per terra con gli indumenti degli stessi detenuti. Un parroco norvegese procurò palloni e alcuni attrezzi per le gare. Ai vincitori coppe ricavate dalle gavette, medaglie di cartone o un gagliardetto circondato da filo spinato. L’importante però non era vincere quei premi costruiti grossolanamente, quanto più avere un momento di libertà durante la spietata prigionia. Fu decisivo fare qualcosa per tenere occupata la mente, sentirsi per pochi istanti vivi e liberi.
Nel ’44 in molti campi di prigionia si replicò questa dinamica, persino con militari e carcerieri a competere con i detenuti durante le attività.

Sebbene negli annuali i Giochi Olimpici del ’40 e ’44 risultano non disputati, il museo dello sport di Varsavia in occasione dei Giochi del 2012 a Londra scrisse:
“No, furono disputate [le olimpiadi], in maniera precaria e al di fuori dei canoni classici, ma pur sempre tenute”

Cover: September 1964: A Japanese policeman checking the signs to be used during the opening parade at the Olympic Games in Tokyo. (Photo by Douglas Miller/Keystone Features/Getty Images) – licenza wikinedia commons

Olympic Ius Soli

I nostri politici più patrioti e identitari festeggiano via social la vittoria sportiva di un italiano/a, e sempre più spesso si trovano davanti un atleta negroide o una squadra color ebano. Un po’ come se un piccolo fuhrer dei nostri tempi si trovasse costretto, per opportunismo, a festeggiare la vittoria di un Jessie Owens che vestisse la casacca tedesca al posto di un ariano. Nel caso di Jacobs gli è andata di lusso, perchè il padre è un marine americano. Nel caso di Paola Egonu gli va peggio: fosse per loro, questi campioni gareggerebbero sotto un’altra bandiera, quella che deriva dalla nazionalità dei loro genitori. Fosse per loro, questi atleti non avrebbero potuto nemmeno entrare in Italia, a meno che i loro genitori avessero potuto dimostrare ab origine, prima di metterci piede, di avere già un lavoro pronto ad aspettarli (se lo trovate assurdo, leggetevi la Bossi-Fini). La storia dell’immigrazione dei genitori, o dei nonni, di questi atleti è fatta anche di periodi di clandestinità, di irregolarità. Che per loro è un reato. Invece adesso li festeggiano, i figli e i nipoti dei clandestini. Per gli ipocriti difensori delle nostre radici e della nostra identità, esse si difendono innalzando muri. Come se la nostra identità non derivasse da quale sangue scorre nelle vene di un uomo, ma da quanto solida è la tradizione ed il costume che siamo in grado di trasmettergli, e da quanto può arricchirci entrare in contatto con la sua tradizione ed il suo costume. E se non ci riusciamo, la colpa è nostra, perchè evidentemente siamo i primi a non esserne convinti.

“La gente ha bisogno di un mostro in cui credere. Un nemico vero e orribile. Un demone in contrasto col quale definire la propria identità. Altrimenti siamo soltanto noi contro noi stessi.”

Chuck Palahniuk

 

DIARIO IN PUBBLICO
E alla fine… basta!

 

Mentre la parete di alberi col suo fiato profumato mi avvolge fino dentro la camera, qui a Vipiteno, penso e constato che ormai la mia ricerca per capire l’umore degli italiani medi, le loro richieste, i loro idoli, le loro preferenze, ormai è finita.

Non più a sentire l’umidore dei pensieri di zia Mara, non più a contemplare le unghie laccate delle mani tozze di Al Bano nella sua divisa pseudo chic tra cappello, sciarpetta, e giacchetta vip; non più la seriosità esibite nelle dichiarazioni calcistiche nel frattempo sconfessate dall’urlo bestiale dei tifosi; non più a contemplare l’abbraccio decisamente non odoroso degli idoli d’oggi, convulsamente attenti a reiterare gli scaramantici gesti della loro avventura milionaria.

Si tenta di spacciare il fisico di Maldini con riferimenti erotici non indifferenti. Perfino il capo di Stato si piega al rito e al mito del calcio. Ed io alle 11 di sera, assistendo alla cerimonia di chiusura del premio Strega, mi commuovo ancora sentendo la serenità raggiunta, la qualità altissima del pensiero di Edith Bruck [Qui], la sua immensa umanità espressa in parole; quegli occhi che hanno visto e condiviso l’orrore e hanno saputo trasformarlo in dialogo, in una totale trasformazione in eticità e amore.

Ma qualcosa succede. Incuriosito dalla frettolosa cena di gala, che di solito conclude la settimana nell’hotel Zum Engel, dal frettoloso sparire degli ospiti, risalgo in camera e spingo il pulsante e m’immergo nei momenti conclusivi della partita del secolo. Non l’avessi mai fatto! Mi lascio trascinare dalle prodezze dei campioni e, per la prima volta in vita mia, vengo travolto dall’eccitazione comune.

Guardo intanto con altrettanto ribrezzo le scene mostruose che accompagnano e commentano la vittoria; sghignazzo a più non posso agli osceni strafalcioni, che vengono propinati dai commentatori. Uno per tutti. A piazza del Popolo a Roma l’eccitatissimo cronista urla come sia commovente accompagnare assieme le note “dell’inno dei  Mameli” tutti assieme!

Nella Repubblica di lunedì 12 luglio l’editoriale di Ezio Mauro così commenta: “Ancora una volta scopriamo che lo sport veicola ed esalta il sentimento nazionale come se fosse diventato l’unica espressione ancora capace di generare e legittimare democraticamente lo spirito patriottico”.

Da questo spunto invece di elaborare la recensione attesa e complessa dell’ultimo volume della scrittrice ebraica Natasha Solomons [Qui], I Tunderbaum, mi dedico all’analisi dei festeggiamenti e degli inviti al Quirinale e a Palazzo Chigi dedicati da Mattarella e Draghi alla nazionale vittoriosa e al fascinoso Matteo Berettini. E capisco che ormai senza lo sport è impossibile governare. Mi si stringe il cuore; ma così sembra debba intendersi la funzione dello sport nella totalità dei governi d’ogni tipo.

Mentre di ritorno dal Castello di Ambras ad Innsbruck [Qui], travolto dalle meraviglie guerriere di Ferdinando II, dalla Wunderkammer con le sue mostruosità fascinose, dai personaggi della nostra storia tra cui lo splendido ritratto del duca ferrarese Alfonso II e della sua sposa Barbara d’Austria, dal giardino segreto e dal pavone che urla la sua bellezza passeggiando tra le aiuole, capisco che ‘forse’ lo sport ha sempre dominato come esercizio del potere (e si veda il Gigante di Ambras che, novello Gigio Donnarumma, imponeva le sue mostruose fattezze nelle collisioni tra eserciti).

Peter e Delberta sono contenti del mio stupore e questa giornata speciale si conclude con il più spaventoso temporale a cui abbia mai assistito, mentre lo scenario delle abetaie e pinete che alzano la coda del meraviglioso abito da ballo che indossano e che indolentemente rivela cime e montagne che lasciano senza respiro.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

L’importante è che vinca lo sport

Come al solito, con il ritorno di questa stagione orribile, ecco che – porca merda – ritorna l’orribile caldo.
Per questa settimana si dovrebbe finalmente sfondare il muro dei 40 gradi, per la gioia di grandi e piccini ma soprattutto dei: fan dell’estate.
Io sarò anche di parte e – forse proprio per questo – non ho mai capito chi si gasa così tanto per questa stagione in cui ogni atto rischia di diventare una fatica d’Ercole.
Persino il semplice pensare davanti a un computer può diventare qualcosa di macchinoso, sfuocato e a volte non meritevole di più di un tentativo.
Forse è proprio questo che a tanti piace dell’estate: un mix di pigrizia mentale regolamentata dalla natura e quindi in un certo senso di fatto legalizzata.
Fortunatamente, in questi giorni ci sono comunque ancora gli Europei di calcio, ottima base per esercitare questa pigrizia mentale (per chi ne va matto) e un’alternanza fra pigrizia mentale e sforzi intellettuali più o meno minimi che a volte possono portare a qualche buona idea o addirittura a risse verbali ma anche fisiche degne dei gloriosi anni del “Processo di Biscardi”.
L’importante è che però vinca lo sport.
Buona settimana e soprattutto buona sopravvivenza con questo pezzo che abbassa un po’ la temperatura.

Diamorphoses (Iannis Xenakis, 1997)

SCHEI
Alex Schwazer è pulito, lo sport è sporco

 

“Alex Schwazer è un marciatore italiano, campione olimpico della 50 km a Pechino 2008. Dopo essere risultato positivo ad un controllo anti-doping alla vigilia dei Giochi olimpici di Londra 2012, venne squalificato dal Tribunale Nazionale Antidoping fino al 29 aprile 2016. Rientrato in attività in occasione dei Mondiali a squadre di marcia 2016, vince la 50 km ottenendo la qualificazione per i Giochi olimpici di Rio de Janeiro 2016. Il 22 giugno 2016 viene comunicato alla Fidal che Schwazer risulta nuovamente positivo ad un controllo anti-doping su un campione di urine prelevatogli in un controllo a sorpresa il 1º gennaio 2016 (la sostanza dopante sarebbe testosterone). Per questo la IAAF(Federazione Internazionale di atletica leggera) decide di sospenderlo in via cautelare in attesa della decisione finale. Il 10 agosto 2016 il TAS (Tribunale Arbitrale dello sport), considerata la seconda violazione delle norme antidoping, squalifica l’atleta per 8 anni. Come diretta conseguenza della squalifica, oltre a non poter partecipare ai Giochi olimpici di Rio 2016, tutti i suoi risultati sportivi del 2016 sono stati cancellati. Nei mesi immediatamente successivi emergono sospetti di un complotto ai suoi danni, anche grazie ad un’indagine condotta dal quotidiano La Repubblica, che danno via a delle indagini ufficiali dei RIS di Parma su indicazione del PM incaricato. Nel febbraio 2021 viene disposta l’archiviazione del procedimento penale ai danni dell’atleta per “non aver commesso il fatto”. (cit. Wikipedia).

In questi casi adoro Wikipedia. E’ capace di condensare in poche righe di esordio la parabola fondamentale del personaggio descritto, senza divagazioni inutili e senza troppi dettagli (a quelli si dedica nelle righe successive). Io quel 22 giugno 2016 me lo ricordo, nonostante di solito non ricordi nessuna data. Me lo ricordo perché pensai: cavolo, ci è cascato di nuovo, dopo lo psicodramma pubblico del 2012 nel quale ammise, in una confessione che mi apparve degna di un eroe tragico greco, di essersi dopato. E me lo ricordo, il 22 giugno 2016, perché pensai: ma come ha potuto farlo ancora? Come ha potuto ricaderci, dopo la catarsi pubblica attraversata durante il primo episodio? Perché io gli credetti, allora, nell’estate del 2012. Credetti alla tragedia intima della persona, alle parole amare con le quali raccontò delle ragioni del suo errore: dolore (anche fisico), esaurimento nervoso, nausea, angoscia da prestazione alimentata dalle enormi aspettative di sponsor, federazioni, burocrati che costruiscono rendite di potere sulle vittorie sportive. Credetti alla sincerità della sua confessione, certo che lo avrebbe trasformato da eroe negativo a persona normale, con l’unica incertezza legata all’abisso di depressione e ludibrio che si trovava ad affrontare, e dal quale mi augurai si riprendesse anche con la vicinanza dei suoi cari – cosa che purtroppo non funzionò per Marco Pantani, altra vittima illustre dello sport, quando lo sport è ghermito e schiacciato da una montagna di aspettative, interessi, loschi affari, e con lui l’eroe da Domenica del Corriere, stupefacente grimpeur tra le urla della folla nei tornanti, ma fragile e solo nelle stanze d’albergo.

Il 22 giugno 2016 provai una grande delusione, più per me che per lui, perché pensai che mi ero fidato di una sensazione percepita attraverso uno schermo televisivo, che stupida illusione. Oggi scopro che non mi sbagliavo: la seconda volta, Alex Schwazer non si era dopato. Era (è) caduto vittima di un enorme imbroglio internazionale ordito su mandato o con la complicità di IAAF(la Federazione Internazionale di Atletica) e WADA (l’ Agenzia Mondiale Antidoping). Gli hanno alterato la provetta. Il gip di Bolzano, Walter Pelino, nel disporre l’archiviazione dell’accusa nei suoi confronti, afferma “con alto grado di credibilità razionale che i campioni d’urina prelevati ad Alex Schwazer il primo gennaio 2016 siano stati alterati allo scopo di farli risultare positivi e, dunque, di ottenere la squalifica ed il discredito dell’atleta come pure del suo allenatore, Sandro Donati”.

Quando l’agenzia mondiale antidoping trama in questo modo per far sembrare drogato un atleta, è come se Babbo Natale arrivasse in casa tua la sera della Vigilia mentre tu, che avrai tre anni, lo aspetti trepidante, si togliesse davanti a te barba e vestito rosso, si mostrasse per quel mostro che è in realtà e ti ghignasse sguaiato in faccia che è tutto un trucco, appiccando il fuoco ai pacchi regalo davanti ai tuoi occhi. Così, per il gusto di mostrarti che il bene è il male, e che forse, quindi, il male è il bene.

Nessuno mi toglie dalla testa che questa porcata è stata ordita non solo ai danni di Schwazer, ma anche contro Sandro Donati, l’allenatore che ha dedicato la vita alla lotta contro il doping nello sport, e che nel 2015 era diventato anche l’allenatore di Alex Schwazer. Quanti nemici si è fatto Donati nel corso della sua carriera, da quando a metà anni ottanta ha iniziato a denunciare il dilagare del doping nell’atletica, nel ciclismo e nel calcio? Tanti, a giudicare dall’enormità di quanto è successo (Donati per un periodo è stato egli stesso consulente della WADA). Del resto è proprio Donati ad affermare alla stampa che in questi 5 anni lui ed il suo atleta sono stati lasciati soli ad affrontare, come Davide, il Golia dei vertici corrotti dello sport mondiale.

Cosa c’entra il denaro, gli schei, con questa storia? C’entra eccome. I soldi c’entrano sempre. Dice sempre Donati: “Iniziai presto a capire che la radice del problema era la corruzione delle istituzioni. Forse all’inizio era un misto tra corruzione e scarsa consapevolezza. Ma negli anni successivi no. Gli effetti nocivi degli anabolizzanti e delle emotrasfusioni furono presto noti, ma non ci si fermò. Si trattava di istituzioni consapevoli e deliberatamente orientate alla ricerca del risultato ad ogni costo. Quello è stato un passaggio sconcertante, ho iniziato a dubitare delle mie scelte di vita. Ero dipendente del Coni e della federazione di atletica, come potevo andare avanti con questa gente? Presi subito posizione, forse anche con una certa ingenuità perché le mie sole forze non erano abbastanza. Mi resi presto conto dell’aggressività che le mie esternazioni suscitavano: ero quello che sputava nel piatto dove mangiava, che non si faceva gli affari propri. Tutti traevano vantaggio dal doping: le gare bisognava vincerle “.

Tutto questo sistema è funzionale alla creazione di un eroe invincibile, un personaggio sportivo con il quale riempire i giornali e vendere prodotti per anni, attraverso la sua immagine. E finché quello è il cavallo su cui puntare, potete stare tranquilli che nessuno lo toccherà, perché porta biada per tutti. Guardiamo alla vicenda di Lance Armstrong: ha vinto per sette anni consecutivi il Tour de France, dal 1999 al 2005. In quegli anni, nonostante le chiacchiere sulla reale natura delle eccezionali prestazioni sue e della sua squadra, la US Postal (a posteriori, Armstrong ammetterà di aver iniziato a doparsi dal 1993), non è mai incappato in un controllo che lo beccasse in flagrante. Dopo un primo ritiro, Armstrong si ripresentò nel 2009 con l’intenzione di rivincere il Tour, ma nel frattempo il cavallo su cui il sistema puntava e investiva era diventato Alberto Contador. Quando esci dal giro pulito e satollo e poi pretendi di rientrarci come se, nel frattempo, il giro non ti avesse rimpiazzato, il sistema non ti perdona. A quel punto le malefatte di Armstrong vennero prodigiosamente a galla tutte insieme, fino a provocare la revoca ex post di buona parte del suo palmares. Parliamo di un uomo che afferma lui stesso di essersi ammalato di cancro ai testicoli a causa, probabilmente, delle massicce dosi di ormone della crescita assunte nella prima parte della sua carriera. E’ naturale pensare che la sua impunità da cavallo vincente e la sua flagranza da invecchiato campione a caccia di revanche siano le due facce della stessa sporca medaglia. 

Adesso mi auguro che Alex Schwazer, che ha continuato ad allenarsi e ad allenare in questi anni bui, che ha subito l’onta dell’ignominia pubblica, atleta al quale è stata sbriciolata tutta la seconda parte della sua carriera sportiva, possa disputare le Olimpiadi di Tokyo. Non credo che potrà battere i cinesi, che sono l’equivalente contemporaneo, nella marcia, di quello che fu la Germania Est dell’atletica e del nuoto negli anni ’70. Non credo che la sua molla sia rappresentata da un obiettivo così irraggiungibile. Credo invece che gareggiare in mezzo al gruppo, nella sua ultima olimpiade, da atleta pulito che non potrà mai vincere contro un sistema sporco, davanti al mondo che lo ha messo alla gogna, potrà restituirgli un briciolo della dignità violata. Quanto al luridume di un apparato che sacrifica tutto, compresa la salute degli atleti, sull’altare della vittoria ad ogni costo, è appena il caso di dire che rappresenta il paradigma di un sistema che innerva tragicamente ogni campo della vita sociale.       

 

 

Buffa mette in scena lo sport “che porta speranza dove nessun altro arriva”

Acrobazie narrative che vanno – letteralmente – dalla terra alla Luna, quelle di Federico Buffa, cronista-storyteller che mercoledì 13 novembre 2019 ha intrattenuto una platea affollata di pubblico al Teatro Nuovo di Ferrara. “Il rigore che non c’era” è l’ultimo spettacolo teatrale del giornalista-narratore, tanto amato da chi segue le reti sportive di Sky. La narrazione prende l’avvio da vicende calcistiche romanzesche per poi diventare affresco storico, poetico, musicale. “Il rigore che non c’era” è qualcosa di più di un dettaglio sportivo. È piuttosto quell’evento, magari improvviso, che va a cambiare la storia di una partita; e, ampliando lo sguardo fin fuori dagli spalti, può essere anche quel fatto o quell’incontro, quasi sempre imprevisto e poco prevedibile, che cambia la storia di una vita.

Federico Buffa in scena con Marco Caronna ne “Il rigore che non c’era” (foto Luca Pasqualini)

Lo spettacolo di Buffa si apre con il racconto letterario di Osvaldo Soriano“Il rigore più lungo del mondo”. Il rigore è quello fischiato da Herminio Silva a favore della piccola squadra della Patagonia – l’Estrella Polar – che contende il titolo, l’ultima giornata di campionato, al glorioso Deportivo Belgrano.

Federico Buffa in una scena de “Il rigore che non c’era” (foto Luca Pasqualini)

Buffa comincia lo spettacolo così, con la palla bianca di cuoio appoggiata in un dischetto di luce al centro del palco, per andare a finire la narrazione salendo in cima al cielo, su quell’altra immensa palla chiara, che alla fine illumina lo schermo della sala. Perché il pallone e l’astro rotondi condividono la ricorrenza del cinquantenario di un anno cruciale: il 1969, che è quello dello sbarco sulla Luna, ma anche del millesimo gol segnato da Pelè.

E sulla Luna ci si arriva con un pezzo di storia dopo l’altro, con il supporto pure di musica e canzoni, da “La pianta del tè” di Ivano Fossati [clicca sul titolo per ascoltarla] a “Come è bella la luna” di Giorgio Conte [clicca sul titolo per ascoltarla]. Ad interpretare i brani ci sono Marco Caronna, che è anche regista, insieme con Alessandro Nidi al pianoforte e l’attrice-cantante Jvonne Giò.

Federico Buffa
Alessandro Nidi con Federico Buffa
Jvonne Giò nello spettacolo di Federico Buffa “Il rigore che non c’era” (foto Luca Pasqualini)

Le storie mettono insieme l’irruenza anticonformista di un capo di Stato come Winston Churchill, che testardamente decide di non firmare il patto di non belligeranza con la Germania nazista, fino alla consegna agli americani da parte dell’ingegnere Wernher Von Braun, una delle figure principali nello sviluppo della missilistica nella Germania nazista, che diventa poi risorsa strategica negli Stati Uniti, dove è ritenuto il capostipite del programma spaziale americano.

Jvonne Giò nello spettacolo di Federico Buffa “Il rigore che non c’era” (foto Luca Pasqualini)

Le acrobazie di narrazione epica di Buffa non dimenticano Nelson Mandela, che dopo gli anni di prigionia suggella l’unità del Sudafrica seguendo in tribuna la vittoria della Coppa del Mondo di Rugby nella storica finale di Johannesburg. Diventato presidente dello Stato sudafricano, al termine della partita è lui, nero, che scende in campo con la maglia verde della squadra per ricevere il trofeo dalle mani di François Pienaar, il capitano bianco degli Springbocks. Perché comunque, come Buffa fa notare citando le parole di Mandela, il bello è quando “lo sport porta speranza dove nessun altro arriva”.

Fotoservizio di Luca Pasqualini

Il coraggio di Manuel

Svegliarsi dopo un incidente, non provocato né direttamente né indirettamente, e non poter più camminare.
È quello che è successo pochi giorni fa a Manuel Bortuzzo, diciannovenne promessa del nuoto, che ha commesso il solo errore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
In mezzo ad un regolamento di conti mentre stava semplicemente comprando delle sigarette con la sua ragazza, miracolosamente illesa.
É accaduto a Roma, dove si era recato per allenarsi, per inseguire il suo sogno di diventare un grande nuotatore.
Un nuotatore che usa quelle gambe per macinare chilometri, da solo, accompagnato soltanto dalla propria perseveranza.
Questa vicenda, più di altre, ha risvegliato in me il pensiero di come sia profondamente autentico il fatto che la vita possa bruscamente sterzare in qualsiasi istante, e senza un motivo decidere di colpire te e non qualcun altro.
E non solo ti travolge, inaspettatamente e assurdamente, ma ti lascia anche il compito di trovarlo tu un motivo, uno qualsiasi, anche piccolo, senza il quale non sarebbe possibile andare avanti.
C’è qualcosa che ci permette di non abbandonarci allo sconforto, al senso di impotenza che storie come questa suscitano in noi?
È vedere come all’insensatezza si possa reagire con un coraggio, una lucidità e tenacia capaci di far impallidire l’irragionevolezza di certe vicende della vita.

Quelli che… ci rimane sempre il calcio balilla

di Roberta Trucco

“L’idea che i bambini italiani non possano vedere la loro Nazionale è una grande ingiustizia”. Partiamo da qui, da questa frase pronunciata da Gigi Buffon e riportata poi da Walter Veltroni nell’intervista a ‘La stampa’. Il dramma è proprio qui: parlare di ingiustizia quando, invece, può essere tutto tranne che ingiusto. E’ triste, è un peccato, forse: quante emozioni si legano alla visione della propria nazionale che compete nei mondiali! Non è però un’ingiustizia se, come è avvenuto, l’eliminazione dal campionato mondiale è dovuta al fatto di avere perso le eliminatorie. Ecco questo mi colpisce: che uomini maschi intelligenti e preparati usino a sproposito le parole.

Ho amato il calcio quando ero giovane, ricordo bene Tardelli, Rossi, Bettega etc. Ricordo di avere scritto tutte le telecronache del mondiale del 1978 con la mia vecchia macchina da scrivere; mi ero persino messa la sveglia alle due di notte per assistere alla storica partita Italia-Argentina, avevo 12 anni e certo non sapevo allora del terribile clima in cui si svolsero quei mondiali e la tragedia che stava vivendo quel paese. Il calcio maschile mi divertiva e mi esaltava.
Poi però ha iniziato a invadere ogni ambito della vita di tutti i giorni, ha iniziato a occupare intere pagine di giornale, interi palinsesti nella tv, trasmissioni alla radio. Abbiamo iniziato a sentire ogni sorta di ragionamento su una palla, sul fatto che rotola – ma và? – su come la si poteva far rotolare meglio, sugli angoli possibili, sui piedi di uno piuttosto che di un altro. Abbiamo visto gonfiarsi in modo spaventoso gli stipendi e il giro di affari che ruotano intorno a questo sport.
Gli atleti sono diventati eroi, e vada per gli eroi, ma sono diventati super eroi, con tanto di alucce quando compivano qualche exploit ginnico. Abbiamo visto sparire il concetto di squadra, per fare spazio solo ad alcuni nomi che sono diventati molto di più che fuori classe, che ci sono sempre stati, ma sono diventati degli Highlander. Abbiamo visto uomini della politica, imprenditori, uomini di potere acquistare squadre di calcio per assicurarsi un’immagine da grandi strateghi: perché si sa se sai riconoscere e comprare buoni giocatori allora saprai governare ogni cosa nel migliore dei modi!

Il calcio è diventato lo specchio di ciò che accade nel mondo, della terribile e inaccettabile diseguaglianza che regna nella nostra società! È la perfetta metafora di quanto ha dimostrato uno studio della Oxfam: “L’1% della popolazione detiene la ricchezza del 99% della popolazione mondiale”. Ebbene questa forbice nella diseguaglianza non è tollerabile e questo sì che non è giusto! Dunque diciamo ai nostri bambini che hanno diritto a sentirsi un po’ tristi se a questi mondiali non vedranno la loro adorata nazionale, ma non è un dramma né tanto meno un’ingiustizia. Gli highlander non esistono, esistono gli uomini e le donne con i loro successi e i loro fallimenti. Da ogni fallimento si può e si deve ripartire, è un’occasione per ripensarsi e per ripensare questo nostro mondo.
Lo vogliamo migliore e per renderlo migliore se c’è bisogno di stare fermi un giro va benissimo così!

Il calcio per l’integrazione e la coesione sociale

Sabato 30 settembre otto squadre di calcetto si affronteranno in un torneo.
Non sembra una notizia fenomenale, ma una delle mille iniziative sportive che popolano la nostra città, dalla grande Spal fino all’ultimo campetto dell’ultima periferia.
Sabato 30 settembre il calcio, lo sport più bello, più diffuso e più amato del mondo, sarà però al centro di un’occasione sportiva e conviviale tutta particolare. L’appuntamento, quest’anno alla sua seconda edizione, si intitola ‘Insieme per lo sport: per unire aggregazione, integrazione e sport’.

Ne parliamo con Manuel Alleati, direttore della Cooperativa sociale Meeting Point, ma anche – e quanto ci tiene a precisarlo! – allenatore-giocatore di una delle squadre iscritte al torneo: “Come Meeting gestiamo cinque case di accoglienza nel Comune di Ferrara, in totale cento ragazzi a cui diamo una casa, un letto, un pasto, ma soprattutto da supportare e coinvolgere nelle attività, prima di tutto la scuola per imparare l’italiano. Tutti i ragazzi amano il calcio, compresi i ragazzi africani”.
Anche loro sognano i milioni di Messi o di Neymar?
“Certo, almeno alcuni, come del resto tanti baby-calciatori italiani, ma soprattutto si divertono a giocare. Per giocare a calcio basta una palla, magari sgonfia, o un barattolo di latta. E nei loro paesi giocavano per strada, sui campi di fango o terra battuta”.
Così è venuta l’idea di un torneo tra le squadre delle comunità di accoglienza.
“I nostri ragazzi giocano quasi tutti i giorni, intorno alle comunità. Una volta alla settimana facciamo allenamento in un campo come si deve. Pensa, per arrivare all’allenamento, quando non c’è un pulmino disponibile, alcuni si fanno 5 o 6 chilometri a piedi. L’anno scorso abbiamo pensato di organizzare un torneo tra le nostre comunità. E’ andata bene, è stato un momento di incontro, di gioco, di allegria. Non credi che questi ragazzi, dopo quello che hanno passato, abbiano diritto a un po’ di allegria?”
Poi, quest’anno il progetto è cresciuto, si è allargato ad altre realtà del territorio.
“Per fortuna sono tante le cooperative e le associazioni impegnate nell’accoglienza ai richiedenti asilo. Così la seconda edizione di ‘Insieme per lo sport’ l’abbiamo organizzata noi di Meeting Point insieme all’Associazione Nadija e al Centro Donne e Giustizia: partecipano otto squadre di calcetto di altrettante comunità, gestite da varie cooperative e associazioni di volontariato sociale. Le donne praticano meno al calcio ma non staranno con le mani in mano: sono loro che hanno preparato il pranzo etnico che dividerà il mattino della fase a gironi al pomeriggio delle finali”.

L’appuntamento per tutti i ferraresi, per divertirsi a guardare le partite, mangiare insieme, incontrarsi oltre i muri e gli steccati, è in via del Campo, negli impianti Acli S.Luca, sabato 30 settembre, dalle 9.00 alle 16.00.

Il mio amico Sensei/2
La nobile arte dei samurai accessibile anche ai bambini

SEGUE

Ecco la seconda parte dell’intervista a Fabio Vescovi, sensei di Daito-ryu Aikibudo, che ci racconta il mondo delle arti marziali giapponesi e l’affascinante legame con l’antica tradizione samurai.

Quando si parla di arti marziali si tende a pensare subito all’Oriente, come se queste pratiche fossero appannaggio esclusivo di quel mondo, ma è proprio così?
L’arte marziale è un concetto universale, voglio dire che questo particolare esercizio dell’attività umana è sempre stato presente ovunque nel mondo. In ogni angolo della Terra, ogni popolo, ogni cultura ha la sua disciplina marziale, sia in Oriente sia in Occidente. La vera differenza è che da noi occidentali questa attività è sempre rimasta e rimane tuttora racchiusa dentro confini assai circoscritti, separati da tutto il resto e con finalità specialistiche, alludo allo sport ma anche all’addestramento professionale di gruppi militari d’elite per esempio. È anche vero che le nostre tradizioni marziali si sono via via perse nel tempo, diventando solo retaggi di epoche remote, ormai superate da alcuni secoli di storia che hanno visto prevalere l’efficacia della macchina rispetto all’abilità fisica dell’uomo. Considera che da noi il Medioevo è finito cinque secoli fa, mentre in Giappone il Medioevo è terminato a fine Ottocento. E ciò ha permesso di fare arrivare intatte fino a noi un’innumerevole quantità di informazioni, documenti scritti, testimonianze fedeli di tutte queste discipline marziali. Da noi i capitani di ventura si sono estinti oltre quattro secoli fa, mentre in Giappone i maestri marziali hanno girato per strada armati di spade e vestiti da samurai fino agli anni Venti del Novecento! Considera anche che in Oriente la dottrina filosofica, elemento che sta alla base delle stesse discipline marziali, è vissuta come una religione. Per questo motivo si può facilmente comprendere come mai in Giappone ogni cosa che riguarda la tradizione venga così fedelmente e devotamente tramandata nel tempo, proprio come accade da noi con la religione. Paradossalmente, noi occidentali abbiamo accantonato le nostre antiche discipline marziali preferendo ad esse la tecnologia, poi abbiamo riscoperto una sorta di nostalgico desiderio di ritornare alle origini, di riscoprire noi stessi misurando di nuovo le nostre abilità. Ma questo lo possiamo fare attraverso la pratica delle arti marziali orientali, le uniche ad arrivare intatte fino a noi. Il vero guaio è che da noi, non disponendo dello stesso background di cultura e tradizioni, questo desiderio rischia puntualmente di tradursi in un’esperienza effimera legata alla moda di un momento.

A proposito di mode, da addetto ai lavori qual è il tuo pensiero al riguardo? L’arte marziale, intesa come percorso formativo e socializzante, può entrare pienamente nella cultura occidentale o è destinata a rimanerne ai margini?
Ora come ora non vedo molto margine di diffusione di questa disciplina, che rimane pur sempre espressione di una filosofia diversa, radicata altrove da secoli storia. È difficile che le persone cambino la propria visione di se stessi, del modo di porsi agli altri, della crescita personale, inculcata da tradizioni assai diverse da quelle orientali. Noi abbiamo delegato il nostro futuro alla tecnologia, abbiamo affidato il nostro pensiero e il nostro corpo alle macchine. Intendiamoci, io non sono contro il progresso, anzi. Il fatto è che, per quel che ci riguarda, la nostra filosofia è assai più connessa alla logica che allo spirito. Abbiamo da tempo rinunciato all’idea di perfettibilità. In altre parole, in Occidente il pensiero è che l’uomo è un essere imperfetto e sempre rimarrà tale, perciò è inutile lavorare su di esso, molto meglio trasferire lo sforzo verso la perfezione alle macchine, le uniche in grado di aiutarlo se non altro ad avvicinarvisi. D’altro canto, la spiritualità da noi è un fatto religioso e riguarda esclusivamente l’anima, non il corpo. Sono due concezioni diametralmente opposte quella occidentale e quella orientale, possono convivere, ma è difficile che possano fondersi in un’unica cultura. Pertanto credo che l’arte marziale intesa come fatto culturale, sociale e formativo, continuerà a rimanere appannaggio di pochi. Diverso è il discorso se la stessa viene vista come pratica sportiva, in questo caso potrà avere e avrà molte più chances di successo.

E sul proliferare delle cosiddette tecniche di combattimento da strada, che idea ti sei fatto?
Su questo tema faccio una premessa doverosa: in ogni dove si reclamizzano nuove tecniche di combattimento, nuovi modi di affrontare il corpo a corpo, con varie tipologie di armi, a mani nude, eccetera… Ebbene, di concreto, al di là delle discipline classiche, non è stato inventato più nulla che già non esistesse, magari sono state apportate modifiche ai metodi d’insegnamento, si sono coniate nuove espressioni, nuove terminologie, ma alla base di tutto le tecniche d’attacco e difesa, le prese, sono rimaste le stesse. Questo perché le discipline marziali sono il frutto di secoli di prove sul campo di battaglia, in cui chi tramandava le sue conoscenze era colui che era sopravvissuto perché deteneva la tecnica migliore. Oggi poi, per gran parte della gente la cosa importante è raggiungere il risultato in tempi rapidi, esistono corsi che ti consentono di farlo, che ti permettono di imparare le tecniche in breve tempo. Si tratta però di sunti, di Bignami, in cui ti fanno credere di poter ottenere il controllo di certe situazioni, ma non è così. Tutto questo porta a condizioni illusorie e pericolose, in cui la padronanza di una tecnica assume più importanza del normale buonsenso. Ci sono istruttori scriteriati, veri e propri ciarlatani, che ti preparano al combattimento senza educarti all’idea che il combattimento va comunque sempre evitato!

Quando è nata l’idea di insegnare ai bambini?
Dopo un anno che avevo aperto questo corso riservato agli adulti e dopo tanti amici che mi sollecitavano ad aprirne anche uno per bambini, mi decisi. Iniziai senza avere troppe aspettative al riguardo, ma fu una vera sorpresa perché non avevo idea di esservi così portato, e soprattutto che mi appagasse tanto! I bambini poi hanno una capacità di adattamento assai maggiore degli adulti, assimilano tutto più in fretta, sono come spugne, assorbono tutto subito, e non parlo solo di coordinazione fisica o di capacità mnemonica, quanto piuttosto di volontà e convinzione. La sorpresa è che prendono tutto quanto molto seriamente, più di tanti adulti. Capiscono che non si tratta solo di un gioco ma di qualcosa di serio e s’impegnano di conseguenza. Il vero problema spesso sono stati i genitori, molti di loro non hanno pazienza e non riescono a vedere la cosa in prospettiva, fanno fatica a immaginare che si tratti di un investimento per il futuro dei loro figli, e questo a prescindere da quanto tempo rimarranno a seguire i corsi.

I corsi di Fabio Vescovi presso la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara riprenderanno il 4 settembre per gli adulti e il 18 settembre per i bambini.
Per maggiori info:
Aikibudo Yamato Ferrara

Il mio amico Sensei/1
L’antica tradizione samurai come moderno strumento di socializzazione

Vado all’appuntamento per un’intervista un po’ fuori dagli schemi. In realtà non si tratta proprio di un’intervista, ma più di una chiacchierata tra vecchi amici.
Ho conosciuto Fabio Vescovi diversi anni fa, lavoravamo entrambi in un’azienda del bolognese e abbiamo legato quasi subito.
Ormai sia Fabio che io facciamo tutt’altro. Un po’ per caso e un po’ per scelta, abbiamo seguito strade alternative, spesso faticose, e pur tuttavia appaganti e ricche di soddisfazioni.
Fabio è un tipo tosto, con una faccia che pare scolpita nel legno e una forma fisica perfetta: muscoli allenati e nemmeno un filo di grasso. I suoi modi sono gentili e misurati, sempre finalizzati a mettere a proprio agio tutti quelli che incontra. Segno evidente di un grande equilibrio interiore e, conoscendolo, di una precisa disciplina che regola ogni suo gesto.
Fin dai primi tempi della nostra conoscenza, intuivo che Fabio possedesse qualità speciali, trasparivano in lui una sicurezza e una tranquillità non comuni. Poi, finalmente, ho scoperto cosa c’era dietro.
Fabio è un Sensei, ovvero un maestro di arti marziali giapponesi.

Esistono persone tra noi che rompono le consuetudini. Sono coloro che scelgono di seguire itinerari di vita diversi dal solito, quelli che osano, che si allontanano dal recinto rassicurante delle convenienze per seguire la propria vocazione. Una strada spesso impervia e ricca di incognite, ma che alla fine, con caparbia volontà e un pizzico di fortuna, li porta proprio dove volevano arrivare.

La passione di Fabio per le arti marziali orientali nasce fin da bambino, è lui stesso a raccontarlo. Sono gli anni Settanta e, grazie al nuovo filone del cinema d’intrattenimento nato a Hong Kong, in Occidente si scopre per la prima volta una disciplina marziale chiamata Kung Fu. Il suo grande protagonista è Bruce Lee, attore cinoamericano e soprattutto eccezionale maestro marziale che in breve tempo, grazie anche alla sua prematura scomparsa, diventerà la più famosa icona mondiale delle arti marziali cinesi.
All’epoca Fabio è un ragazzino molto vivace, pratica il rugby, ma invidia molto i suoi coetanei che frequentano i corsi di Judo e Karate. Alla fine, dopo l’ennesima botta rimediata in partita, i suoi genitori decidono di accontentarlo e lo iscrivono alla scuola locale di Aikijujitsu, la storica scuola del Bushido di Ferrara. Lì conosce il suo primo maestro, sensei Carmelo Stroscio, colui che più di tutti lo formerà fisicamente e caratterialmente a questa antica disciplina guerriera. È il 1985, Fabio è un ragazzo di quindici anni e da quel momento in poi praticherà lo Aikijujitsu ininterrottamente per una decina d’anni.

Nel frattempo, sull’esempio dei primi lungometraggi di produzione asiatica, negli anni Ottanta e Novanta anche a Hollywood proliferano film d’azione incentrati sulle arti marziali, interpretati dai vari Steven Segal e Jean Claude Van Damme, esperti maestri oltre che attori. Fabio ammette che queste nuove forme di combattimento lo incuriosiscono a tal punto da spingerlo ad abbandonare gli studi marziali tradizionali del Dojo Bushido per cimentarsi in discipline sportive vere e proprie come il full contact e la kickboxing.
Dopo tre anni passati in palestra a ‘dilettarsi’ in questi sport di combattimento a mani nude, Fabio incontra sensei Giuliano Goldoni, maestro di Kendo ed ex-allievo del Bushido. Il maestro lo inizierà all’arte della katana, la tradizionale spada samurai, e proprio l’incontro con questa disciplina rappresenterà per Fabio uno spartiacque fondamentale nel suo percorso di formazione. Sarà infatti il Kendo a fargli riscoprire e apprezzare nuovamente l’antico fascino delle discipline marziali dei samurai, i loro riti, le loro regole, il valore della lealtà e il rigoroso rispetto per l’avversario.

È il 1998, e da qui in avanti si applica integralmente all’uso della spada giapponese fino a diventarne maestro egli stesso. Per alcuni anni si dedica quindi all’insegnamento del Kendo tenendo corsi tra Ferrara e provincia.
La sua iniziale passione per “l’arte marziale a mano nuda” resta però sempre forte in lui, tanto che un incontro casuale col vecchio maestro Stroscio lo spinge a riprendere la sua precedente ricerca nella pratica dello Aikijujitsu. Ricerca che si arricchisce sempre di più grazie alla successiva conoscenza con uno tra i più illustri maestri italiani: sensei Antonino Certa.
Nel 2009 Fabio crea a Ferrara un “gruppo di studio” di Daito-ryu Aikibudo affiliato all’organizzazione di Certa. Dopo qualche tempo, conclusa l’esperienza con Certa, conosce sensei Luigi Carniel, maestro di fama internazionale, rinomato forgiatore di lame e vecchio allievo di alcuni tra i più grandi sensei giapponesi. Entra così a far parte della sua organizzazione nel cui ambito fonda la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara, scuola dove insegna tuttora.

Fabio, ma che cos’è esattamente il  Daito-ryu Aikibudo?
Beh, in parole semplici, è l’unione della pratica a mano nuda, l’Aikijujitsu, con la pratica della spada, il Kenjutsu. Nella filosofia samurai le due discipline di combattimento non possono essere considerate separatamente. In altre parole il samurai deve essere esperto in entrambe le tecniche, sia quella a mano nuda sia quella armata.

Tornando al concetto di “organizzazioni” di studio e divulgazione delle arti marziali, puoi spiegare meglio in cosa consistono?
Intanto occorre fare una premessa, l’insieme delle discipline marziali giapponesi è suddiviso sostanzialmente in due grandi gruppi: arti marziali classichearti marziali moderne. Sono classiche tutte quelle insegnate a esclusivo uso militare fino alla fine dell’Ottocento: la strategia di guerra, le tecniche legate strettamente all’arte del combattimento. Mentre sono considerate moderne tutte le discipline divulgate successivamente e con finalità educative, cioè concepite per accrescere aspetti legati alla personalità, al carattere, alla socializzazione, eccetera. Nel mondo esistono tantissime organizzazioni internazionali legate alle arti marziali moderne, organizzazioni con migliaia e migliaia di iscritti, le cui discipline sono ampiamente conosciute: il Karate, il Judo, il Kendo, l’Aikido… Molte meno sono invece quelle legate alle arti marziali tradizionali o classiche come la nostra. Noi studiamo e divulghiamo discipline più di nicchia, nelle quali l’insegnamento pratico viene affiancato da quello teorico, dove l’aspetto formale assume una notevole importanza. Il nostro è uno studio un po’ più impegnativo e per forza di cose la cerchia di persone che vi si dedicano è più ristretta. Per ciò che riguarda il mio insegnamento, l’Aikijujitsu, tutto parte da un famosissimo maestro vissuto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, Takeda Sokaku, il primo ad aver fatto conoscere in Giappone l’arte marziale di famiglia (il Daito-ryu Aikijujitsu) custodita gelosamente per secoli. I suoi discepoli poi ne divulgarono le regole fondando scuole e organizzazioni fino ai giorni nostri. Attualmente, nel mondo esistono poche organizzazioni di Aikijujitsu, ognuna delle quali con un proprio maestro di riferimento e una propria linea di insegnamento, io faccio parte di quella di Carniel.

Un cenno sul concetto di linea di insegnamento?
In sostanza non è altro che una modalità di apprendimento, ovviamente le tecniche di base sono le stesse per tutti e si rifanno a quelle impartite da Takeda stesso, ciò che cambia è la metodologia d’insegnamento. Direi che ogni linea cambia soprattutto a seconda delle varie ‘sensibilità’ dei maestri di riferimento, la disciplina è sempre la medesima, ma con sfumature diverse. Nel nostro corso un’importanza fondamentale ricopre lo studio delle varie distanze: mentre molte altre linee si basano principalmente su una serie di figure o kata, cioè attacchi e difese prestabilite, questo metodo si sofferma su una progressione di attacchi non preimpostati portati su varie distanze diverse. In questo modo l’apprendimento risulta inizialmente più difficile, ma consente all’allievo di sviluppare nel tempo una maggiore elasticità mentale e una migliore reattività. Riassumendo, nella nostra scuola la linea resta insegnare le tecniche di base che fungono da substrato per poi imparare anche le tecniche più avanzate. Voglio anche precisare che ogni percorso, qualunque sia la linea intrapresa, alla fine permette comunque di ottenere una preparazione di alto livello… è importante saperlo.

Quali sono le principali differenze che hai potuto riscontrare tra le discipline che hai praticato?
Tra i nostri insegnamenti ci sono appunto il Daito-ryu Aikijujitsu e la pratica di un’antica scuola d’armi giapponese: la Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu, risalente al quindicesimo secolo, oggi riconosciuta come tesoro nazionale del Giappone, che riguarda principalmente l’apprendimento delle tecniche d’uso della spada e in genere delle armi bianche. Posso dirti, per esempio, che esiste un’evidente differenza tra il Katori Shinto Ryu e il Kendo. La prima è un’antica arte marziale, nata per il campo di battaglia e concepita per il combattimento con l’armatura, mentre la seconda è un’arte marziale moderna nata essenzialmente come disciplina educativa di controllo del corpo e della mente. Sono esteticamente affini, ma concettualmente diverse: la prima punta a offendere le parti scoperte del corpo, mentre la seconda mira a colpire proprio le protezioni, dato che lo scopo primario non è il ferimento dell’avversario. Ovviamente nemmeno noi puntiamo al ferimento dei nostri allievi [Fabio ride], la nostra è in sostanza una trasposizione delle antiche tecniche attraverso l’esecuzione di kata (mosse prestabilite di attacco e difesa). Più o meno lo stesso discorso vale nella distinzione tra Aikijujitsu e Aikido: il primo nasce nei campi di battaglia come pura tecnica di combattimento, mentre il secondo nasce come metodo educativo di formazione del carattere e di socializzazione. In sintesi, la differenza riguarda non tanto la tecnica in sé, ma la filosofia che sta alla base della disciplina, lo scopo per cui essa è stata concepita.

Puoi spiegare ai nostri lettori quanto tempo ci vuole per diventare cintura nera e cosa sono i Dan?
Considerato che le cinture sono sei, che nel nostro Dojo per l’ottenimento di una cintura si parte con un esame all’anno, e che i tempi di apprendimento si allungano fino ad arrivare a due anni tra la marrone e la nera, direi che per diventare cintura nera si possono impiegare tranquillamente non meno di otto anni. Sempre mantenendo un impegno costante e continuativo per tutto il periodo di riferimento, questo perché il nostro è un percorso molto intenso, che contempla sia la pratica sia la teoria.
Dan in giapponese significa letteralmente gradino, in questo caso gradino di conoscenza. Dato che per noi l’ottenimento della cintura nera rappresenta un punto di partenza e non di arrivo, il Dan configura un ulteriore livello di conoscenza, sia di tecnica sia di abilità. A seconda della disciplina che lo riguarda, può essere l’insieme di ulteriori tecniche, di accresciute abilità, fino ad arrivare a contemplare vere e proprie filosofie di vita, ma qui il discorso si fa più complesso. Perciò diciamo che genericamente il significato di Dan è quello che ti ho appena detto, e comunque è opportuno ricordare che lo studio dell’arte marziale dura una vita intera.

Insomma l’arte marziale non è da considerarsi soltanto come tecnica di autodifesa, ma anche e soprattutto come pratica di socializzazione.
Spesso ci si dimentica che socializzare con gli altri non riguarda solo la comunicazione verbale, ma anche e soprattutto il contatto fisico. Specialmente oggi il contatto fisico, tra le forme di comunicazione, è diventato quasi un tabù. La gente non si tocca più, addirittura si preferisce parlare a distanza piuttosto che a quattrocchi. È un po’ come se fossimo in tanti isolotti divisi dal mare e pieni di dispositivi hi-tec che ci consentono di scambiarci informazioni 24 ore su 24. Siamo in costante contatto con gli altri eppure restiamo isolati, ce ne stiamo da soli anche quando crediamo di non esserlo. La moderna arte marziale è concepita proprio per aiutare a sbloccare questo tabù: lo stare insieme, l’afferrarsi, prendere confidenza col proprio corpo e quello altrui, imparare a conoscerne le qualità e i punti deboli, confrontarsi per raggiungere un comune obiettivo. Tutte queste cose aiutano a socializzare, a entrare in sintonia con l’altro, a creare empatia. A questo poi si aggiunge un altro aspetto importante che oggi si tende a ignorare: la gente non vuole più fare fatica. Tutto è concepito e costruito per facilitare il raggiungimento dei bisogni, tutto viene progettato per sgravarci dalla fatica. Questo ovviamente ci facilita la vita, ma crea un pericoloso effetto collaterale: ci rende pigri e ci indebolisce sia fisicamente che caratterialmente. La via marziale ci aiuta a ritrovare quella benefica predisposizione al sacrificio che negli anni molti di noi hanno perso per strada; il percorso è lungo e impegnativo, è fatto di disciplina, di regole, di rigore formale, di fatica fisica, e spesso capita che ci metta in crisi, che sottoponga a dura prova la nostra forza di volontà, creando dubbi su ciò che vogliamo realizzare veramente. Come ho detto non è un percorso semplice, alcuni mollano, ma è necessario per crescere e ritrovare quell’autocontrollo, quel senso dell’impegno e quella forza caratteriale che oggi, soprattutto tra i giovani, si sono un po’ smarriti.

I corsi di Fabio Vescovi presso la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara riprenderanno il 4 settembre per gli adulti e il 18 settembre per i bambini.
Per maggiori info:
Aikibudo Yamato Ferrara

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Quelli che… ma chi glielo fa fare di alzarsi alle 5.30 per correre? La Run530 a Ferrara

Quando un’amica, circa un mese fa, ci ha domandato “Perché quest’anno non partecipiamo alla run530?” ci siamo tutti guardati in faccia, con il dubbio che ci stesse solo prendendo in giro. Nessuno di noi è uno sportivo o tantomeno mattiniero. Io, per esempio, non sapevo neppure di cosa stesse parlando.
Ho scoperto quel giorno dell’evento Run530, organizzato in varie città italiane, in cui ci si riunisce tutti – fino a 3000 partecipanti – alle cinque del mattino per una corsa non competitiva attraverso un percorso di 5 chilometri e 300 metri. A Ferrara l’appuntamento è stato il 16 giugno.

Presi dall’entusiasmo, abbiamo comprato il biglietto e abbiamo organizzato tutto: dove incontrarci, la colazione che avrebbe seguito l’evento e dove cambiarci per poi andare a lavoro.
Ma con il passare dei giorni l’entusiasmo è andato a scemare e la pigrizia ha iniziato a prendere il sopravvento. Svegliarsi alle 4:30 di venerdì per partecipare a una corsa e poi andare in ufficio non sembrava più una buona idea. L’evento era ormai alle porte, avevamo ritirato le magliette rosse e puntato le sveglie: ormai non potevamo tirarci indietro.
Come noi, tantissimi cittadini avevano deciso di partecipare e alle 5:20 piazza Savonarola era affollata di magliette rosse, un vociare allegro e un’energia che non ci aspettavamo.
Al suono del “via” siamo partiti, c’è chi ha corso e chi ha passeggiato, chi ha scattato molte foto e chi ha chiacchierato portando con sé passeggini e bambini ancora in fasce.

A un evento del genere ci si aspetta di incontrare solo amanti dello sport, allenati e abituati ad alzarsi con il sole, invece dietro la linea di partenza, sorridenti e divertiti, c’erano ragazzi dai volti assonnati, uomini e donne di tutte le età, allenati o meno, neogenitori con passeggini, cani con i loro padroni e tanti curiosi.
La quarta edizione della Run530 nella città estense ha attraversato Corso della Giovecca, ha superato la Prospettiva per immergersi nel verde del Sottomura e riemergere in via Quartieri superando Porta San Pietro, per tornare al punto di partenza attraverso il centro cittadino, attraversando via Saraceno e via Mazzini.

Il risultato? Un’esperienza divertente e unica, che ha regalato ai partecipanti scorci della città avvolti dalla tipica luce dell’alba, appena velata da una lieve foschia. Un fiume di color rosso vivo ha tinto le strade desolate, riempiendo di vita e di energia alcuni dei luoghi simbolo della città. Al termine del percorso l’essersi svegliati presto non era più considerato una scocciatura, ma una vittoria, l’aver sconfitto la pigrizia aveva permesso a tutti di vivere un momento diverso, un’esperienza nuova e positiva.
Ciliegie e bevande attendevano i partecipanti all’ombra del Castello Estense, per rigenerarsi e godere di un momento di calma alle 7 del mattino, prima di salutarsi e rivestire gli abiti di un abituale venerdì mattina mentre il resto della città si sta appena svegliando.

Foto di Chiara Ricchiuti. Clicca sulle immagini per ingrandirle.

DIARIO IN PUBBLICO
Senso e consenso

Sfogliando i giornali m’imbatto in un’immagine terrificante. Una quasi bambina dai capelli rossi si stringe disperata a una gamba maschile in cerca di protezione. Ecco, penso, una efficace immagine contro la pedofilia. In realtà si tratta della pubblicità di una nota marca di scarpe sportive, quelle scarpe idoleggiate nella immortale canzone di Enzo Jannacci ‘El purtava i scarp del tennis’. Si sa che gli italiani di fronte allo sport sono capaci delle più grandi (ma a volte anche immonde) azioni, quelle di un popolo fatto di eroi, santi e …sportivi. Ecco allora che mentre giustamente si celebrano i riti del primo posto in classifica della mai dimenticata Spal, mito assoluto anche di un grandissimo italianista come Lanfranco Caretti, non si esita a disertare l’aula quando la proposta sul biotestamento approda alla Camera. Carattere nazionale? Non so.
Quello che appare evidente nel momento dello sgretolamento del Pd, nei tumulti napoletani contro il comizio di Salvini, nelle apparizioni del Silvio nazionale abbronzatissimo, ma ormai postato come la statua colossale di Ramesse II rinvenuta alla periferia del Cairo, è che il popolo italiano ha due fondamentali rifugi alla pericolosa situazione politico-economica del paese: lo sport e le sagre.
Così al lunedì chiedere letture diverse da quelle sportive a tutti i giornali italiani è impresa disperata. Spariscono le condizioni stesse di un commento non sportivo. Nei giornali che solitamente leggo invano chiedo conforto alla ‘amaca’ di Serra o alla cronaca del Lingotto e all’analisi del discorso di Emma Bonino, scaturite dalla penna di Francesco Merlo. Nein! Si deve solo soffrire o godere a seconda dei casi. Resterà o no il mister se la squadra ferrarese raggiungerà le vette della serie A? Col caldo l’amico assessore allo sport dismetterà la potente sciarpa bianco-azzurra? Sarò consolato ancora dai selfie di mezza amministrazione comunale scattati allo stadio?
Boutade strepitosa, sulla ‘amaca’ del 14 marzo: “Ben al di là delle idee politiche, quello che spaventa in Erdogan è che sembra De Laurentis dopo una sconfitta del Napoli”. La perfetta corrispondenza tra calcio e politica nei suoi aspetti più virulenti mi sembra azzeccatissima. Del resto basta leggere la Satira preventiva del solito Serra su ‘L’Espresso’ per renderci conto di come il binomio calcio-politica sia ormai un dato di fatto. Qui è B. che è in trattativa per la vendita del Milan al ‘magnate tonchinese’ Sun Mi. In realtà si tratterebbe della stessa persona ipotizza il perfido Serra: “Usciva Berlusconi e riappariva un cinese sorridente, dicendo ai giornalisti: piacere, Sun Mi”.
Questo è in fondo la qualità dello sport, questo è ciò che si richiede da una comunità sana che non insulta, non picchia, non si propone minacciosamente a dirimere le debolezze indubitabili di quartieri a rischio con marce, proclami, urla imitanti le grossolane manifestazioni della curva Sud.

Ma le sagre! Quelle sì che placano, confortano, inducono alla serenità. Leggo compiaciuto del successo del Misen, la fiera sulle sagre, delle quantità industriali di assaggi e assaggini consumati dalla folla festante. E, dunque, che sagra sia!
Ma da inguaribile radical-chic, secondo i non troppo velati insulti inviatimi su fb (ma attenzione io stesso rivendico come ‘stemma’ di differenziazione all’attuale stasi politica l’appartenenza al mondo radical-chic), e da ‘uomo di mondo’, secondo le logore perifrasi politiche, mi guardo intorno e scopro il deserto: di idee, ma soprattutto di cultura.
Le cronache cittadine sono ora scosse dalla notizia che la soprintendenza rifiuta l’esposizione degli ombrelli colorati che oscillavano appesi in Via Mazzini, la via dello shopping ferrarese. Che la motivazione sia più o meno giusta – ragioni di decoro, manifestazione obsoleta e via chiacchierando – a me appare un piccolissimo problema rispetto a quelli ben più gravi che tuttora scuotono l’opinione pubblica. Non è forse meglio veder sventolare gli ombrelletti sopra le nostre teste che permettere quel vergognoso a mio parere, ma non solo mio, cosiddetto incendio del Castello? Una manifestazione pericolosa e inutile, specie per il trasferimento dei quadri custoditi all’interno del monumento. In questo caso, ripeto sempre a mio parere, la soprintendenza ha mancato ‘di molto’ – alla toscana – al suo compito.

Poi finalmente tutto si chiarisce e si depura, assistendo al concerto che la divina Martha Argerich e il non meno mitico Mischa Maisky ci regalano al Teatro Comunale. Nonostante il lieve russare che una signora orientale seduta dietro me produce in un nirvana atemporale, la performance dei due geni produce felicità pura, assoluta bellezza e, come commentava il Prefetto, di fronte alla loro grandezza riusciamo ad accettare la mediocrità in cui viviamo, riconoscendo il senso di quella genialità che gli antichi attribuivano agli dèi. E nell’impetuoso scuotere delle bianche chiome del violoncellista, nel manto grigio azzurrino dei capelli della Divina nella gestualità perfetta riusciamo finalmente a capire che solo la bellezza potrà salvare il mondo. Una bellezza che deve essere etica dove il bello e il buono confluiscono. Così dopo la generosa elargizione di ben quattro bis i due geni si accomiatano seguiti dalla giovinetta adiuvante a voltar pagina a Martha nel suo vestito a palloncino dove le calze nere lasciavano intravvedere una piccola porzione di pelle bianca .
E sull’onda di un’altra canzone potremmo concludere: “E’ primavera.. Svegliatevi cervelli…”.

Pallacanestro Ferrara: delitto, castigo e resurrezione

Estate 2015. Dopo un’esaltante stagione di Serie A2 conclusasi soltanto ai play-off contro la più quotata Trieste, per la Ferrara dei canestri il futuro sembra comunque essere roseo. Guidata dal coach udinese Alberto Martelossi, Ferrara ha saputo risalire la classifica arrivando fino al secondo posto, dietro alla corazzata Treviso. Quello è un grande gruppo: il playmaker pesarese Michele Ferri, arrivato in terra estense nel 2011, ne è il capitano. Al suo fianco il pivot Michele Benfatto, l’ala Alessandro Amici, con i suoi atteggiamenti sempre fuori dagli schemi… E poi Daniele Casadei e Kenny Hasbrouck, probabilmente l’americano più forte passato da Ferrara dopo gli anni di Andrè Collins, Allan Ray e della Serie A1. E’ un gruppo di uomini prima che di giocatori, e i tifosi lo hanno capito, ricreando al palasport un entusiasmo che non si vedeva da anni: più di 3000 persone per le sfide contro Ravenna e Treviso.

Dopo la fine della stagione, i supporters si aspettano la conferma di quella squadra che tanto li ha fatti sognare. Molti addetti ai lavori sono convinti che per fare un campionato ancora più positivo di quello appena concluso bastino un paio di correttivi.
La Società presieduta da Fabio Bulgarelli (che prima dichiara di voler vendere perché non ha abbastanza risorse, poi dichiara che non vende più e afferma che farà una squadra di vertice) annuncia l’ingaggio di John Ebeling, stella del basket ferrarese tra gli anni ’80 e ’90, come nuovo direttore sportivo al posto di Andrea Pulidori. E’ l’inizio di una rivoluzione di cui nessuno ha ancora compreso il senso. Le trattative tra il nuovo ds e coach Martelossi per il rinnovo sono un continuo tira e molla. I tifosi vogliono con forza la permanenza a Ferrara dell’allenatore che li ha portati dalla zona play-out a quella play-off, ma la Società pare non sentirli. E’ così che, in un pomeriggio piovoso di inizio estate, la notizia della non conferma di Alberto Martelossi per la stagione successiva piomba come un macigno in un ambiente che già stava cominciando a ribollire. E’ un domino: dopo Martelossi se ne vanno il capitano di mille battaglie Michele Ferri, che passa a Forlì, il baby Vincenzo Pipitone (a Trieste), l’ala Riccardo Castelli (a Udine), il totem Michele Benfatto (a Cento) ed infine Alessandro Amici (a Mantova). Alcuni vengono “scaricati” senza troppi complimenti. Quella squadra che tanto bene aveva fatto era stata completamente smembrata in un mese, apparentemente senza alcun motivo logico.
Stupisce ancor di più la scelta del nuovo allenatore: è Alberto Morea, esonerato due anni e mezzo prima da Bulgarelli dopo che la allora Mobyt navigava in cattive acque sotto la guida dello stesso coach tarantino. Tuttavia, i primi due acquisti dell’era-Ebeling sono due nomi sulla carta altisonanti: la guardia Ryan Bucci e il centro David Brkic.

La tifoseria è però sul piede di guerra: non accetta questa rivoluzione, non accetta il tipo di trattamento riservato dalla Società a giocatori che nel tempo trascorso sotto l’ombra del Castello Estense si sono fatti apprezzare per le loro qualità tecniche ed umane. La nuova Pallacanestro Ferrara targata Bondi, azienda subentrata a Mobyt come main sponsor, nasce sotto un clima turbolento.
Il presidente Bulgarelli viene contestato dalla maggior parte della tifoseria, che lo accusa di mancanza di rispetto e di chiarezza. L’ambiente è una pentola a pressione: ad agosto alcuni ragazzi decidono di fondare la “Curva Nord”, con il preciso intento di sostenere i nuovi giocatori ma di contestare duramente la Società. Striscioni di protesta vengono affissi per tutta la città, sui social network si scatena il dibattito tra chi difende (“è il presidente e ha tutto il diritto di cambiare quando vuole”) e chi attacca.
I battibecchi continuano, la squadra non entusiasma, il palasport si svuota: nel giro di pochi mesi il clima attorno alla palla a spicchi ferrarese è totalmente cambiato. In negativo.
Il giorno di Natale il calendario offre il derby contro la Fortitudo Bologna, in diretta Sky. I tifosi ferraresi al Paladozza sono pochi, l’entusiasmo è sottozero. Sulle balaustre appare uno striscione, “Bulgarelli vattene”. E’ il culmine della protesta dei tifosi biancoazzurri.

Lo stesso striscione, pochi giorni dopo, viene affisso in Piazzale Medaglie d’Oro. Ormai sui giornali non si parla più dell’andamento della squadra ma del rapporto, ai minimi storici, tra la Società e i suoi tifosi.
I ragazzi della “Curva Nord” raccontano poi di essere stati apostrofati in malo modo nel dopopartita con la “Effe” da alcuni rappresentanti della Società. Minacciano di disertare il palazzetto. Il rapporto sembra irrecuperabile.

E invece… Invece le due parti decidono di trovare un compromesso: il presidente e una rappresentanza di tifosi si incontrano in un noto ristorante cittadino per lasciare da parte questa stucchevole e imbarazzante situazione e trovare un punto d’incontro per il bene della Pallacanestro a Ferrara. Le divergenze vengono appianate, anche se i tifosi ricordano sempre di “non averle dimenticate”, e la seconda parte di stagione vede un ritrovato entusiasmo al palazzetto, nonostante la squadra navighi nell’anonimato della metà classifica. Ciononostante la “Curva Nord” sostiene i propri giocatori per tutti i 40 minuti, trascinando anche il resto del palasport.
A quattro giornate dalla fine coach Morea viene esonerato. Fatale la sconfitta in casa con la Dinamica Mantova degli ex Martelossi, Seravalli e Amici. Uno scherzo del destino o un epilogo simbolico…

Ferrara conclude la stagione fuori dai play-off.
La sintonia tra tifosi e Società sembra però ritrovata. Il presidente, memore degli errori dell’anno precedente, fa il possibile per accontentarli. Il nuovo allenatore è Tony Trullo, già a Ferrara una quindicina di anni fa, reduce da positivissime stagioni nella sua Roseto, dove ha raggiunto i play-off nonostante un budget limitato. Vengono richiamate figure storiche del basket ferrarese, come Maurizio Menatti e Sandro Tamisari.
Il primo tassello della “Bondi 2.0” è Yankiel Moreno, playmaker italo-cubano che Trullo ha portato con sé da Roseto. Arrivano poi l’ala Riccardo Cortese, con trascorsi in Serie A1, e il centro Francesco Pellegrino, di proprietà di Sassari. Si respira un’aria diversa.
Il giovane Martino Mastellari, classe ’96, viene soffiato alla feroce concorrenza di moltissime altre squadre. Dall’anno passato restano soltanto il play argentino Matias Ibarra e il ferrarese Mattia Soloperto, che viene nominato capitano.
I veri crack sono i due americani: l’ala grande Laurence Bowers, già in doppia cifra in A1 a Capo d’Orlando, e la guardia Terrence Roderick, più di 20 punti di media ad Agropoli (A2) nella stagione precedente.
C’è la sensazione che si sia costruita una squadra con grandi potenzialità. La nuova stagione è alle porte e tutti, dopo le delusioni dell’anno passato, non vedono l’ora cominci.
Società e “Curva Nord” raggiungono nel frattempo un importante accordo sul fronte merchandising: saranno infatti gli stessi tifosi ad occuparsi della vendita di magliette, sciarpe, felpe e gadget vari. Un altro segno di una sinergia ritrovata.
Ferrara perde le prime due di campionato, a Forlì in volata (72-71) e con Chieti in casa (72-84). Ma la squadra ha soltanto bisogno di allenarsi il più possibile insieme, e i risultati infatti arrivano. Quattro vittorie consecutive. Roseto, Mantova, Virtus Bologna e Imola. Le ultime tre da “infarto”. A Mantova e con la Virtus dopo un overtime, a Imola grazie ad una tripla all’ultimo secondo. Poco importa la sconfitta nell’ultimo turno a Treviso, perché Ferrara, pur priva di Bowers infortunato e con Cortese e Pellegrino febbricitanti, ha saputo lottare fino all’ultimo e tener testa ai veneti. E adesso due sfide sentitissime entrambe al PalaHiltonPharma. La Ferrara del basket è tornata.

LA SFIDA Oltre 146mila chilometri di onde in 137 giorni:
è partito il giro del mondo in solitaria di Gaetano Mura

L’Ocean Racer di Cala Gonone il 15 ottobre è partito da Cagliari per battere il record nella circumnavigazione del globo in solitario, senza assistenza e senza scalo, a bordo di un Class40.
Il suo viaggio durerà – questa è la speranza – meno di 137 giorni, cioè quanto ha impiegato il cinese Guo Chuan nel 2013 per completare la stessa impresa con un Class 40, barca a vela di 12 metri.

Farà da “prototipo” per lo studio del fisico e della psiche sottoposti a condizioni estreme, farà da ambasciatore di cibi naturali patrimonio della cultura gastronomica della Sardegna, sarà una centralina vivente che, per quattro mesi in mare aperto, osserverà le condizioni ambientali di mari, oceani e dei loro abitanti, sarà testimonial d’eccellenza per il rilancio della sua regione, ma sarà soprattutto il protagonista di un’avventura al limite delle possibilità umane: battere il record sul giro del mondo in solitario senza assistenza e senza scalo, a bordo di un Class40, barca a vela da regata di 12 metri.
L’Ocean Racer sardo, Gaetano Mura, è partito dal porto di Cagliari il 15 ottobre e per oltre 4 mesi cercherà di compiere un’impresa che fino ad oggi è riuscita solo al cinese Guo Chuan, che l’ha portata a termine in 137 giorni.
La sostenibilità e l’ambiente sono stati sempre al centro delle avventure marine di Gaetano Mura. Anche questa volta registrerà con mezzi televisivi e fotografici le condizioni dei mari e degli oceani che attraverserà e sarà anche un testimone “oculare” di tutte le forme di vita che incontrerà.
Il “Solo Round the Globe Record” il giro del mondo a vela che si svolgerà sotto l’egida dell’Enit e della Regione Sardegna.
“L’avventura sta per cominciare – ha dichiarato Gaetano Mura – è più di un anno che mi sto preparando. Molti mi paragonano ad un’astronauta che deve affrontare la solitudine dello spazio e le sfide di un viaggio ai limiti. Anche io dovrò affrontare per mesi la solitudine del mare, imprevisti e difficoltà estreme. Ciascuno ha la sua storia e un sogno. Il mio sogno è quello di portare a termine questa avventura in cui credo e metto tutto me stesso”.
Un viaggio che per Mura assomiglia a quello di Ulisse ed è, come ci ha raccontato, “un tuffo dentro se stesso, una via per conoscersi meglio, scoprire limiti e risorse di un “essere umano”.
E se questo non bastasse, c’è un aspetto di “Gaetano fuori dall’acqua” che vogliamo ricordare. Gaetano ha collaborato con il Museo di Arte Moderna di Nuoro assieme a giovani artisti, ha partecipato a festival letterari e culturali con i suoi documentari, si è dedicato ai ragazzi di Cala Gonone, trasferendo loro i primi rudimenti della vela. Dà il suo contributo a Diahiò – il diario della legalità distribuito in tutte le scuole della Sardegna, progetto dedicato al rispetto delle regole promosso dalla Questura di Nuoro. Raccontare l’oceano, il rispetto dell’ambiente e del mare a un pubblico di tutte le età è certamente fra le sue priorità.

La sfida
Il giro del mondo in oltre 4 mesi si snoderà dal Mar Mediterraneo (la partenza ad ottobre è prevista da Cagliari) attraverso l’Oceano Atlantico fino al Capo di Buona Speranza, poi in senso orario attorno all’Antartide, lasciando a sinistra Cape Leeuwin (Australia) e Capo Horn, per ritornare infine nel Mediterraneo. Un percorso di 25.000 miglia nautiche (46.300 chilometri). Buona parte si svilupperà in mari ostili, con condizioni meteo estreme, al limite dei ghiacci antartici. Per gestire una navigazione in solitario ed indipendente verrà utilizzata la tecnica dei “microsonni”, ossia veglie di 2 ore alternate a sonni di 20 minuti. I soli compagni di viaggio di questa traversata saranno gli iceberg, le balene, gli abitanti tutti del mare, le raffiche di vento che possono superare i 100 km orari e le onde fino a 10 metri. L’impresa sarà compiuta a bordo di un Class 40, una barca da regata ‘monotipo’ di 12 metri allestita ad hoc per questa impresa.

La salute prima di tutto, Mura come centralina bio-medica
Gaetano Mura sarà sotto osservazione medica giorno dopo giorno, si tratta infatti di un’occasione unica per studiare le risposte e gli adattamenti di un organismo umano alla prolungata permanenza in condizioni ambientali estreme. La sfida è stata raccolta da un gruppo interdisciplinare di studiosi e ricercatori che fanno capo ai professori Vincenzo Piras, Alberto Concu e Maurizio Porcu, del sistema ospedaliero universitario di Cagliari. Alterazione delle concentrazioni ematiche e di importanti fattori essenziali per il funzionamento del sistema nervoso, della produzione di forza muscolare e della capacità contrattile del cuore, frammentazione del sonno con aumento dei tempi di reazione a stimoli visivi; sistema immunitario sotto stress: questi alcuni dei rischi cui è sottoposto un velista.
“Per controllare lo stato psicofisico di Mura –spiega il team sardo di ricerca – è previsto il monitoraggio in remoto di numerosi indicatori dello stato di funzione dei principali organi. Questo controllo avverrà quotidianamente e regolarmente attraverso sistemi sicuri, non invasivi e di facile applicazione.
Il gruppo di ricerca ha progettato e messo a punto una piattaforma informatica ICT estremamente avanzata, che consentirà, tramite l’acquisizione h24 di segnali trasmessi dai rilevatori indossati da Gaetano Mura, il controllo dell’andamento nel tempo degli indicatori vitali relativi alle funzioni cardiorespiratoria, nervosa centrale, muscolare e metabolica, idrico-salina e urinaria. I principali sistemi bio-medici di controllo e acquisizione dati sono il Remote Cardiac Output Recorder, il Telemetric Brain Tracking e la Photogrammetric Motion Analysis.

Un’ impresa per rilanciare l’immagine della Sardegna e monitorare l’ambiente
L’impresa di Gaetano Mura si inserisce nella strategia di rilancio del turismo sardo. “Sardegna Isola Del Vento” è, infatti, il brand che accompagna il progetto di sostegno agli sport velici di cui il velista sardo è sicuramente uno dei maggiori ambasciatori.
Gli sport del mare, parte consistente dell’offerta del turismo in Sardegna, sono uno straordinario attrattore nel corso di tutto l’anno, così come sono uno straordinario veicolo di promozione gli eventi velici che vedono sardi e la Sardegna protagonisti: attraverso appuntamenti affascinanti e di valore mondiale come la regata in solitaria di Gaetano Mura. L’impresa creerà infatti interesse per l’isola e servirà da piattaforma mediatica per accrescere l’attenzione sulla Sardegna e il suo ritorno d’immagine della Sardegna, in particolare attraverso i canali social e i media più attuali.
La sostenibilità e l’ambiente sono stati sempre al centro delle avventure marine di Gaetano Mura. Anche questa volta registrerà con mezzi televisivi e fotografici le condizioni dei mari e degli oceani che attraverserà e sarà anche un testimone “oculare” di tutte le forme di vita che incontrerà.

Il video su Ispra TV, la tv dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
http://tv.isprambiente.it/index.php/2016/07/26/mura-around-the-globe/

Gruppo d’azione: storie senza filtri di una generazione di provincia

(pubblicato il 23 aprile 2015)

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo in anteprima la prefazione a “Gruppo d’azione”, romanzo ‘biografico e collettivo’ scritto da Filippo Landini e Alessandro Casolari, che sarà presentato venerdì a Ferrara [leggi il comunicato].

di Enrico Testa*

L’orgoglio, tanto per cominciare. Gli amici chiedono queste righe. Non è la prima volta. La prefazione al libro dell’allenatore-mito (Gibì), quella dei personaggi simbolo della Spal dietro le quinte (Cazzanti e Guirini), le altre per le “prime” letterarie dei bomber o di altri personaggi che hanno fatto la storia in bianco e azzurro. Ma tutto rigorosamente catalogato in un ideale comparto sportivo e soprattutto locale. Qui no. Lo sport è il contorno, di locale c’è poco, di calcio ancora meno. Ecco, a colpire è la mancanza di filtri, la testa alta proprio come in quegli anni nell’andare contro un giudizio che, se superficiale, diventerà banale, pieno di stereotipi. La testa alta, vale la pena ribadire, che trasudano queste tante righe fatte di racconti e fatti ed episodi e sciagure. Sociologia pura. Cronaca vera. Autocritica sincera. Forte, viva, tosta. Chi scrive, da ragazzino, di queste trasferte così bene raccontate ne ha fatte qualcuna e di questi personaggi ne ha conosciuti diversi. Tanto per dire: mi capita ancora oggi di ricordare una partita a Prato, meglio: il viaggio verso quella partita. Con un controllore delle Ferrovie dello Stato che voleva, giustamente, fare il suo lavoro, quindi controllare i biglietti, ed è finito scaraventato giù dal vagone in corsa. Dice: c’è nulla da vantarsi. Appunto. Questo è il tema di questo trattato. Trattato, insisto. Che racconta meglio di qualunque altro testo una generazione di provincia, nella fattispecie nel buco del culo di un’Italia benestante, almeno in quegli anni, ma un’Italia già povera, di idee e valori e alternative e modelli com’era il Belpaese negli anni Ottanta e com’era Ferrara.
gruppo-azioneTra una trasferta e l’altra, in mezzo a uno striscione o a uno slogan, nel racconto di alcuni “preparativi”, in tutto questo trattato, ri-insisto, c’è la disperazione, la costrizione, la voglia di ribellione, la denuncia, il corso delle cose di una città, Ferrara, e dei suoi (cattivi) ragazzi. Tra questi, qualcuno non c’è più, molti bazzicano lontano da qualsiasi tipo di struttura sportiva, qualcun altro ce l’ha fatta. È vivo. È una notizia. Quelli che in quella curva, la Ovest, ci sono cresciuti o semplicemente passati, saranno i primi a farsi colpire (stavolta loro) da queste pagine che vi apprestate a leggere. È successo anche a me. Ci sono storie che fanno male soprattutto se le hai condivise e una testa ce l’hai ma è questo, è il bello. Sconti zero, auto assoluzioni anche di meno. Gruppo d’Azione. Fermiamoci qui. Personalmente provai un brivido quando partecipai, anche se in disparte, alla nascita di questa “banda”. Capisco soltanto ora che ho letto, in anticipo, il libro che tra poco comincerete qual era la genesi. Non avevo capito una mazza, con la emme minuscola, nessun riferimento al Commendatore Paolo. Di più: avevo decisamente travisato le origini, il senso politico, i riferimenti culturali. Pensavo l’opposto. Scopro ora, e mi provoca un piacere quasi pari a un gol decisivo destinazione serie B, che i sensi di colpa per quella, ormai antica, partecipazione erano assurdi. Anzi. Era un’azione figlia della disperazione di cui sopra, della voglia di buttarla giù quella nebbia opprimente che cancella la crescita, i gusti, la cultura nel suo senso più vero e per nulla snob. Era azione punto e pasta. Fare. Partecipare. Anche distruggere. Ma cambiare. Con modi più che discutibili, con fatti da cronaca nera, con violenza ingiustificabile. Ma sempre di azione si tratta. Non devo essere io a ribadire, come si dice a scuola con scarsi risultati educativi, che certe cose non si fanno e via di questo retorico passo. È evidente, banale, indiscutibile. Ma lo scrivono già gli autori di questo trattato sociologico. Subito. Dalla prima parola all’ultima. Nudi, a mani alzate, con assunzione di responsabilità estrema. Credo fortemente che, non soltanto a Ferrara, faccia assai bene a tutti – non al mondo curvaiolo che già sa, per essere chiari – leggere attentamente le pagine che seguiranno. È passata una vita, siamo messi addirittura peggio, ma in quel movimento c’era una speranza, un obiettivo, un’idea. Che è fallita, ha perso, è stata sviluppata in modo più che discutibile ma l’idea c’era, la voglia di cambiare pure. È tutto in quell’ispirazione del nome. Gruppo d’Azione. Una canzone. I Clash. Un movimento. Una politica nel senso più bello e puro del termine. Quasi trent’anni dopo qui gli eroi, si fa per dire, non sono mai stati giovani e belli. Ma a modo loro, sempre di eroi si trattava. Basta leggere senza pregiudizi. La critica c’è già e si respira, riga dopo riga, dagli stessi protagonisti. gruppo-azioneTutto il resto, oltre che noia, è retorica. Oppure soddisfazione. La mia. Di scrivere, con emozione, queste righe, che per la prima volta in vita mia (“grazie ragazzi” cantata a mo’ di coro da curva) non possono che finire in uno scomparto che non è quello sportivo. Sociologia, storia…fate voi, cari librai. Gruppo d’Azione è uno spaccato. Una singola storia di tanti protagonisti. Ma la realtà è, era, un’altra. E qui si capisce bene. Una concessione, per chiudere, e un omaggio più che altro, a quel mondo del quale ho fatto parte senza alcun rimpianto. Io c’ero. Alzo il mio “due aste” con orgoglio. Volevamo cambiare, spaccare con la nostra “misera” ribellione di provincia. Siamo usciti sconfitti. Massacrati da quelli che hanno principi e valori definiti sani e oggi hanno cambiato idea e di bandiera ne sventolano una diversa alla settimana. Ma sulla coerenza, sull’ideale (no, non sono morte, cazzo, le ideologie!) abbiamo invece vinto. Se ne accorgeranno tra qualche anno o secolo ma se ne accorgeranno. E qualcuno, allora, quelle due parole se le ricorderà o comunque evocheranno qualcosa. Gruppo d’Azione. Sfondo blu. Scritta bianca. Metri e metri di tela. Solo trasferte. La sfida era soprattutto questa. La minoranza che non si arrende. La minoranza che sfida. Ci fosse oggi un partito politico con queste idee, ma ribadisco con altri modi di affrontarle, chiedo da qui la tessera numero uno. Nel frattempo, mi raccomando, che il genere di catalogazione sia – insisto – sociologia o storia. La storia del Gruppo d’Azione. La storia di una generazione di provincia. La storia di una città minuscola, magnifica, ignorante nel senso più assolutorio del termine. La storia di una ribellione soffocata da chi, anni dopo, ha soffocato molto più di una ribellione […]

* caporedattore redazione calcio, Rai sport

LA SEGNALAZIONE
Torna il Torneo Nazionale di Uguale od Opposto

Quella del 15 maggio sarà una domenica di grande sport: si terrà infatti a Ferrara, presso il Palapalestre “Padre John Caneparo”, in Via Tumiati 5, il 6° Torneo Nazionale di Uguale od Opposto organizzato dalla Uastamasta ASD, l’Associazione che si occupa della divulgazione e promozione di questo sport.

Nato a Ferrara nel 1989, Uguale od Opposto è una disciplina che unisce ad un’impostazione di tipo schermistico tecniche tipiche della giocoleria e che sta ottenendo sempre maggiore interesse in tutta Italia, in particolare nelle zone dell’Emilia Romagna. L’edizione 2016 del campionato vede il compimento del lungo percorso di perfezionamento del regolamento di UO, quest’anno edito nella sua forma definitiva dopo che sono stati compiuti diversi sforzi per colmare le lacune regolamentari naturali in uno sport in via di definizione.

Come ormai da tradizione giungeranno le diverse scuole presenti sul territorio: Ferrara, Cento, Padova, Bologna, Milano e Roma.
Dopo tre anni di dominio incontrastato di Giacomo Minotti, dal 2010 al 2012, la scena nazionale ha visto l’affermarsi del Bacchiatore Brando Adranno per i tornei del 2013, 2014 e 2015, quest’ultimo dovrà vedersela con una fitta schiera di avversari composta da Maestri e altri talentuosi rivali, pronti a contendergli il titolo fino all’ultima bacchiata.

Appuntamento da non mancare quindi non solo per i praticanti di questo sport tutto italiano, ma anche per i curiosi che volessero conoscere più da vicino una nuova, affascinante e spettacolare disciplina.

Per saperne di più leggi anche
Ecco i nazionali di Uguale od opposto, lo sport inventato a Ferrara

LA MEMORIA
Fantasia e tenacia: in ricordo di Paolo Mandini che oggi festeggerebbe 73 anni di vita intensa

di Antonio Rubbi

Ci eravamo trovati, giusto un mese fa, amici e compagni, la città nelle sue espressioni che la rappresentavano, sindaco Tagliani in testa, a salutare Paolo Mandini che ci avrebbe lasciati per sempre. Troppo presto e troppo dolorosamente, per Paola e Stefania e per noi tutti. Parlare di lui al passato mi riusciva a stento allora, fatico ad abituarmici ora quando ancora mi pare debba arrivare, attesa e gradita, la sua telefonata per raccontarmi di un fatto della città, del risultato della partita della nostra amata Spal, ma più frequentemente per un fatto politico del giorno , fosse esso inerente a problemi cittadini o nazionali o riguardassero le preoccupanti vicende dell’inquieto e confuso mondo di questi tempi.
Perché con Paolo di politica prevalentemente si parlava. Per lui, come del resto per tutti noi che venivamo della stessa militanza partitica e da una esperienza di vita che se pur distante negli anni era simile nei valori cui si ispirava e nei percorsi da compiere la politica era, ed è rimasta, come una specie di seconda pelle.

paolo-mandiniPaolo per di più le vicende della politica le viveva ancora con la immedesimazione e l’ardore di quando si trovava in prima linea e sentiva di dover dar conto quotidianamente del suo pensiero e del suo operato, benché la condizione del pensionato e i problemi di salute che lo affliggevano gli dovessero suggerire un minor grado di tensione e di coinvolgimento.
Mi ricordava il tempo in cui avevamo operato assieme, un decennio buono in Federazione e poi quasi altrettanto sui banchi del Consiglio Comunale. La stessa voglia di ascoltare e di apprendere, ma anche di confrontarsi senza timore referenziale, sino alla contrapposizione e allo scontro, che non erano stati infrequenti soprattutto negli anni incandescenti dei movimenti giovanili e studenteschi del ’68-’69. C’erano stati momenti in cui davvero avevamo faticato a capirci: il partito dei grandi ancora arcigno e guardingo, culturalmente non pronto ad accogliere le novità dirompenti che tali movimenti proponevano e dall’altro schiere di giovani e ragazze suggestionati da correnti di pensiero e propositi di cambiamenti radicali dello stato delle cose esistenti, rappresentati in una miriade di gruppi e gruppuscoli, partiti e partitini sin li sconosciuti e quasi sempre espressi in nomenclature estreme. Va dato merito a quel gruppo di giovani che si trovavano in quegli anni con Paolo alla testa della Federazione giovanile se, dopo aver tanto battagliato nei cortei, nelle assemblee studentesche, nelle sezioni e nei circoli, con larghissima parte di quei giovani e ragazze sapemmo ritrovarci e riprendere ad operare insieme.
Mi ricordava il Paolo dei dibattiti in Consiglio Comunale ai tempi dell’istituzione dei Consigli di Quartiere per allargare la partecipazione popolare alla gestione della cosa pubblica; dell’apertura di nuovi istituti e sedi in città per incrementare interesse e partecipazione a dibattiti culturali in grado di favorire la conoscenza reciproca ed una collaborazione maggiore tra le forze politiche e sociali della città. E infine, l’inizio del suo lungo e insuperabile impegno, come assessore allo sport. Ha ben scritto Fiorenzo Baratelli, suo amico da una vita, che Paolo Mandini è stato il migliore assessore allo sport che Ferrara abbia avuto e gli sportivi ferraresi di ieri e di oggi hanno già dimostrato di riconoscerlo come tale e sono convinto che non mancheranno più significativi attestati in futuro.

Come dirigente politico Paolo Mandini non aveva solo il gusto del dibattito; sapeva bene che occorreva unire a questo anche il momento dell’azione, del fare. Ed in questo era pieno di risorse. Era dotato di una fantasia e di una mente talmente fervida da sfornare a getto continuo idee e proposte. Per tanti versi mi ricordava l’incontenibile Roffi dalle mille trovate. Ero piuttosto io a mantenere un atteggiamento di cautela quando mi sottoponeva certi parti della sua insuperabile fantasia. Perché Paolo lo conoscevo bene e sapevo che se era bravissimo e assolutamente affidabile per tante cose, non era quel che si dice un organizzatore provetto ed era piuttosto disordinato nelle sue iniziative, cosicché, poteva capitare che alcune brillanti idee si arenassero ancora allo stadio della messa in cantiere ed altre languissero in rifacimenti continui e tempi infiniti.
Ma poi era venuto un momento che mi aveva costretto a ricredermi e mi aveva sorpreso sino allo sbalordimento. Era stato quando era andato a prestare la sua opera nel movimento cooperativo ed in talune circostanze aveva avuto l’incarico di portare avanti iniziative di solidarietà internazionale, che interessato e sensibile come era sempre stato per le vicende internazionali, accendevano il suo entusiasmo. In alcune occasioni si era rivolto a me, in quel periodo alla direzione del partito a Roma a dirigere la sezione esteri, ed ero stato ben felice di potergli dare una mano. Era stato relativamente facile far giungere gli aiuti che il movimento cooperativo aveva raccolto per il Fronte di Liberazione di Angola e Mozambico, per l’Anc che in Sud Africa si batteva contro l’apartheid; bastava collegarsi con i reggiani che avevano un canale aperto e che avrebbero facilitato il recapito. Assai più complicato era stato, qualche anno dopo dar seguito all’appello proveniente da Cuba volto ad ottenere materiale di cancelleria scolastica di cui c’era estrema carenza. Come concretamente Paolo avesse fatto non so, ma non troppi mesi dopo nell’ambasciata cubana a Roma era pervenuta una lettera di ringraziamento del governo cubano diretta alla cooperazione italiana.
E infine la faccenda dell’orologio per Mostar. Una storia quasi incredibile. Tra le tante conseguenze tragiche della guerra serbo-bosniaca c’era stata la distruzione a Mostar del famoso e bellissimo Ponte Vecchio sulla Neretva, costruito dai Turchi nel 1556, e successivamente ornato con un enorme orologio murale d’epoca, anch’esso andato perduto. I bosniaci chiedevano aiuto per la ricostruzione dell’uno e il rifacimento dell’altro. Ed era appunto a nome di una cooperativa specializzata di Modena che dichiarava di prendersi in carico il ripristino dell’orologio murario che Paolo stavolta agiva. Come sia andata a finire di preciso non so, quel che so di certo è che continuò ad occuparsene a lungo con tenace impegno.

Era nella sua indole offrirsi ad ogni causa nobile ed aiutare chiunque si trovasse in una condizione di difficoltà e bisogno, fosse una singola persona, una comunità, un popolo intero. Bisogna anche dire che aveva grande facilità e naturalezza di approccio con persone di altri paesi, di altre storie e culture, di altre razze. E questo approccio lo manteneva allo stesso modo per tutti, dai più umili ai più “grandi”, quelli che entrano nella storia. L’avevamo visto a Ferrara portare a passeggio lo sfortunato protagonista della “primavera di Praga” Alexander Dubček, io l’avevo visto nella sede della Coop di Modena farsi amico in un breve pomeriggio un personaggio come Mikhail Gorbaciov che il mondo intero nel periodo della “perestroika” aveva osannato. Si era immediatamente accattivato la sua simpatia e quando si erano salutati si erano pure scambiati una divertita reciproca pacca sulle spalle. Io Gorbaciov lo conoscevo da anni, avevo trascorso con lui giornate e giornate, ma una confidenza del genere non me la sarei permessa.

Nella vita di Paolo non erano mancati i momenti di amarezza. I peggiori furono certamente quelli in cui lui ed un gruppo di compagni ed amici che condividevano lo stesso pensiero e lo stesso atteggiamento avevano ritenuto loro dovere di cittadini e di militanti di una forza politica che della correttezza amministrativa aveva fatto una sua bandiera, denunciare quel sistema di potere che si era costituito attorno alla amministrazione comunale e ad alcune sue scelte, discutibili al massimo ed opache quando bastava per mettere in allarme e che coinvolgeva settori della politica ferrarese del movimento cooperativo, segnatamente la potente Coop Costruttori. Apriti cielo! Contro questi maldicenti “grilli parlanti” e “moralisti a tempo perso” fu condotta una virulenta campagna per isolarli e metterli all’indice. Una condotta tracotante e miope. Un ceto dirigente un po’ meno coinvolto e un po’ più accorto avrebbe all’opposto cercato di indagare più a fondo i motivi di quelle critiche e l’oggetto specifico della denuncia che veniva fatta. Sarebbe stata anche la strada migliore per cercare di suturare la ferita profonda che era venuta a crearsi all’interno dello stesso schieramento. Lo fecero più tardi, quando arrivarono loro alla direzione del partito: Roberto Montanari prima, con nettezza e a modo suo, Mauro Cavallini dopo. Ma poi furono i fatti a parlare: il crac rovinoso della Coop Costruttori, con tragiche conseguenze per migliaia di famiglie e di lavoratori e pesanti ricadute sull’economia argentana e ferrarese, le cause in giudizio nelle aule dei tribunali; il Palazzo degli Specchi ridotto ormai alle sembianze di uno spettro a testimonianza simbolica dello scempio compiuto. Nell’acceso scambio polemico di quegli anni ci saranno state certamente forzature da una parte e dall’altra. A Paolo capitava di trovarsi sopra le righe, non aveva difficoltà ad ammetterlo. Ma riconoscere ora, alla luce di quanto accaduto, chi era nel vero non dovrebbe essere difficile. E’ sperabile allora che qualcuno tra i responsabili senta di dovere quanto meno delle scuse a quanti condussero quelle battaglie di verità?

Il pensiero di Paolo negli ultimi tempi era rivolto, come credo la maggior parte di noi, a cercare risposte dal caotico e mal governato mondo che ci ritroviamo. Come la fermiamo quella orribile marmaglia nera dei fanatici e feroci seguaci del sedicente Califfo prima che si attesti in forze anche davanti all’uscio di casa nostra, in Libia, e pronta a sguinzagliare nei paesi europei i suoi sicari di morte? E come fronteggiamo la massa dei migranti che scappa dai paesi in guerra, fatto salvo il dovere, prima di tutto, di assisterli affinché non anneghino? Seminando paure, alzando sempre più filo spinato, lasciando fare le ronde di razzisti e xenofobi sollecitati ad arte da movimenti populisti e forze di destra che sull’odissea dei migranti intendono procacciarsi popolarità e voti, o piuttosto con una più energica ed unitaria iniziativa europea di intervento nei paesi d’origine, e per regolare e distribuire più equamente, tra i 28 paesi dell’Unione, il loro carico e organizzando i rimpatri di quanti non hanno motivi per restare? Si sfogava con me, ma capivo che su problemi come questi avrebbe voluto confrontarsi in sedi ben più ampie e rappresentative. Cosa pensava la gente bisognava farlo con il contatto diretto, non solo online. E questo si sarebbe dovuto fare anche a proposito di misure del governo che non lo convincevano tanto e delle quali avrebbe voluto dire molto di più di quel che si poteva affidare ad uno smilzo trafiletto di giornale. Ci voleva ben altro spazio per spiegare perché lui ritenesse “liberista” della più bell’acqua la riforma del Jobs Act che si sarebbe voluto far passare come “di sinistra”, e lo lasciavano scettico le riforme costituzionali perché con la motivazione che si superava il bicameralismo si era giunti a proporre una sorta di mini Senato che non si capiva bene che vesti indossasse e che funzioni avrebbe dovuto assolvere nella sua nuova vita. L’unico dato certo che questa riforma vista insieme al progetto di nuova legge elettorale in cantiere ci avrebbe dato tanto una Camera quanto un nuovo piccolo senato di persone nominate dalle segreterie (o meglio da alcuni segretari) di partito producendo uno strappo serio al principio di rappresentatività della sovranità popolare indicato dalla costituzione e quindi al carattere democratico delle istituzioni parlamentari del paese.
Come sorprendersi poi se cittadini ed elettori si staccavano sempre di più dalle istituzioni, dai partiti, dalla politica? Avevamo vissuto entrambi in modo traumatico (penso sia stato cosi per una grande quantità di elettori della nostra regione, soprattutto tra quelli orientati a sinistra) il fatto che alle elezioni regionali dello scorso anno solo il 37 (!) per cento dell’elettorato si fosse recato alle urne. Questo nell’Emilia Romagna, una delle regioni più evolute e democraticamente avanzate dell’intero paese! Ma ciò che aveva ancor più sbalordito è che questo dato non avesse sollevato un’ondata di richieste di spiegazioni, un sussulto degli iscritti e simpatizzanti di partiti di sinistra che la regione l’avevano da sempre guidata, un moto anche di indignazione. Tutto velato, silenziato, archiviato in fretta. A questo era giunta una politica che era andata via via allontanandosi dagli interessi e dai sentimenti di larghe masse popolari e fatta da partiti trasformatisi in semplici comitati elettorali a sostegno del prescelto di turno perché possa ricevere la delega necessaria alla sua personale carriera. Si era ormai parecchio lontani da quella concezione della politica come portato di valori ideali per cui battersi con dedizione a assoluto disinteresse, come opera e servizio nell’interesse della comunità e della sua parte più emarginata in specie, come funzione da esercitare nel pubblico e nel privato con rettitudine ed onestà. Una concezione della politica che non può essere solo dei tempi andati ma che deve essere di ogni tempo. Soffriva per questa piega delle cose ma non disperava che fosse ancora possibile recuperare un modo di fare politica che fosse ancora capace non di carpire qualche voto in più ma di accendere il pensiero e scaldare i cuori.

Oggi Paolo avrebbe compiuto 73 anni. Da come gioiva quando dai periodici controlli medici di Padova tornava con buoni esiti, o si deprimeva quando stabilivano il contrario, si può capire come fosse tenacemente attaccato alla vita e pensasse, sperasse, di festeggiare e questo compleanno e tanti ancora a venire. Lo voleva perché sentiva forte l’affetto dei suoi cari, la simpatia e la solidarietà degli amici, la stima di tanti. Lo voleva perché sentiva di avere ancora tanto da studiare e imparare, tanto da vedere e curiosità da soddisfare, tanto da fare.
Per noi lo doveva perché sentivamo quanto ancora potesse dare a noi tutti e alle cause per cui ha speso una vita. Credo sarebbe lieto di sapere che per quel tanto che ci sarà concesso proveremo a fare anche la sua parte.

Roma, 12 febbraio 2016

 

Antonio Rubbi è stato un esponente di primo piano del Pci sia a livello locale che a livello nazionale. E’ stato segretario della Federazione provinciale del Pci nel decennio delle ‘riforme’ e della grande avanzata del Pci: gli anni settanta. Dopo molti anni di presenza nel Comitato Centrale del Pci, entrò nella Direzione nazionale e fu nominato responsabile della Sezione Esteri, divenendo uno dei più stretti collaboratori di Enrico Belinguer. Ha, inoltre, scritto libri importanti sulle esperienze e occasioni che l’importante e delicata responsabilità gli consentirono. Pubblicò libri su Nelson Mandela, Arafat, sulla Russia di Eltsin, su Enrico Berlinguer. Sono testi preziosi per ricostruire il contesto, i fatti e le scelte di politica internazionale che videro il Pci di Berlinguer attivo e protagonista insieme ai grandi dirigenti del sud del mondo e delle grandi socialdemocrazie europee.

Il pirata

Il 13 gennaio 1970 nasceva nella sua Romagna, a Cesena, uno dei più grandi e amati sportivi di tutti i tempi: Marco Pantani. Il pirata, come viene universalmente riconosciuto grazie all’inseparabile bandana, ha scritto la storia del ciclismo ed il suo nome è tra quelli dei soli sette mostri sacri di questo sport in grado di vincere nello stesso anno (nel suo caso il 1998) Giro d’Italia e Tour de France. Tanto forte sui pedali quanto fragile psicologicamente, morì nel 2004 dopo un lungo periodo depressivo caratterizzato dalla’ assunzione di sostanze stupefacenti.
Uno dei più bei tributi a lui dedicati è il brano “E mi alzo sui pedali” degli Stadio, pubblicato nel 2007 all’interno dell’album “Parole nel vento”.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

L’INTERVISTA
Un mare di record per nonno Venerino: “Sono pronto per nuove imprese”

Venerino durante un allenamento vicino a Livorno
Venerino durante un allenamento vicino a Livorno

“I marziani siete voi, non io!”. Venerino Tosini, è un arzillo quasi 64enne veneto, incantato dalla vita. “Per la società di oggi, io dovrei stare tutto il tempo in casa a fare il nonno vista l’età che ho: sarebbe il primo passo verso la mia morte… non mi vedo fare il pantofolaio”. La stufa, un grande cavalletto con i suoi prossimi progetti, Venerino è emozionato nel raccontarmi le sue avventure sportive: “Io non sono conosciuto dai giovani, ma nell’87 venne perfino la Rai a seguire le mie imprese”.
Venerino ha una passione smodata per il mare, verso cui sente un richiamo, un impulso che sa che lo porterà in acqua prima che possa pensare di smettere per sempre. “Non c’è posto nel Mediterraneo in cui non abbia nuotato. Ho rispetto per il mare e sono convinto che se lo assecondi possa ‘darti’ più di quanto pensi. Ho potuto ammirare tutte le creature magnifiche che lo popolano e ho anche salvato una murena che, probabilmente su suggestione personale, mi è sembrata girarsi prima di riprendere il largo quasi per ringraziarmi. Le cicatrici di quel salvataggio ancora le porto sulle mani. Durante l’ultima traversata poi ho avuto la fortuna di nuotare ‘scortato’ dai delfini: lì per lì non me ne sono accorto, ma rivendendo le immagini (ogni sua impresa viene documentata, ndr) mi viene la pelle d’oca. Mentre sto nuotando non penso a niente, cerco solo di salvaguardarmi dalle insidie che, comunque, il mare mi porta. Mi sento a mio agio in maniera totale, sono più sicuro di quando attraverso un passaggio pedonale”, scherza.

Tutto cominciò quando aveva 6-7 anni e, avendo meno vantaggi di adesso, l’unica opportunità di nuotare era uno scolo vicino casa sua, uno dei tanti canali che innervano le campagne della Pianura Padana. In particolare, è ancora nitido un ricordo con i suoi genitori: “come ogni bambino ero molto curioso di ciò che mi circondava, così chiesi a mia madre cosa ci fosse dopo il mare. Lei mi rispose “mare!”, io incalzai: “e poi?” e lei: “ancora mare, ma molto più in là c’è la terra”. Probabilmente quella fu la scintilla che innescò in me la voglia di voler raggiungere quella terra.” Con il tempo si è talmente appassionato che si è ritrovato ad allenarsi nel Po due-tre volte la settimana.
Le traversate compiute sono tantissime, in particolare l’ultima, ricca di esperienze altalenanti: “Il 29 agosto ho nuotato per più di 23 ore da Bastia (Corsica, ndr) fino a Chiessi (LI). l’impresa è stata finanziata interamente dal sottoscritto, facendo anche accordi con la capitaneria di porto francese per farmi partire e con un medico affinché mi seguisse per le prime cinque miglia: di lì in poi saremmo stati io e il mare. Con una barca di appoggio ha  partecipato anche Raffaele Veneziano. l’ex skipper di Mascalzone Latino”. “E’ indescrivibile ciò che si prova stando per tutto quel tempo con la testa sott’acqua – continua Venerino – nuoto con la musica nelle orecchie a volume da discoteca, con cuffie stagne fatte su misura per me e non sento nessun altro rumore. Bisogna idratarsi spesso perché si suda molto e, ogni ora e un quarto, mangiare qualcosa. A molti dei ragazzi di oggi, come me molto tempo fa d’altronde, credo manchino le motivazioni. Il desiderio di lasciare è passato per la testa anche a me: sei stanco, ti chiedi se non sia meglio tornare all’altra sponda in barca, molto più comodamente. Poi però ti ricordi chi sei e decidi di andare fino in fondo con lo spirito vincente che mi contraddistingue. Una traversata del genere la si porta a termine con la testa ancor di più che con il fisico: momento dopo momento sai che ti stai avvicinando al traguardo.” Momenti di sconforto e paura ce ne sono stati comunque, come quando a un certo punto si è ritrovato da solo in mezzo al mare: “la barca di appoggio aveva spento il faro che illuminava nelle vicinanze poiché mi dava molto fastidio durante le bracciate. In quel momento, prendendo fiato, ho capito che ero da solo: le pulsazioni del mio cuore erano a 200 e la paura era senz’altro tanta. Sapevo che se non mi avessero ritrovato subito, sarei morto sicuramente. Come fai a ritrovare una persona in piena notte in mare aperto? Sono stati i due minuti più lunghi della mia vita”. Sensazioni negative che si sono riproposte per ben due volte, per fortuna conclusesi con il ritrovamento del natatore.
Il mare come una seconda casa, le traversate le sue sfide più grandi: “La gente non classifica le traversate in mare come uno sport e quindi tende a snobbarmi, a darmi del marziano per quello che faccio. Per me i marziani sono coloro che non conoscono le meravigliose isole del nostro Paese. L’unico pubblico che ho sono le navi che passano a pochi metri di distanza da me. Anche la stampa italiana già da un paio di anni non mi considera più, mentre all’estero le mie imprese hanno avuto risonanza. Sono uno dei più vecchi nuotatori in circolazione al mondo, per quello che per me è un hobby quest’anno ho fatto 1200 km d’allenamento a nuoto più 18 mila in bicicletta. Che dici, sono vecchio? Come dico ai ragazzi che incontro e mi conoscono: nel mare e sulla bici non si spende niente e ci si tiene in forma”.
In quest’excursus di emozioni positive ci sono stati anche momenti di sconforto: “la morte l’ho conosciuta un paio di volte, son sincero. Una volta mi sono ritrovato da solo con mare forza 3, senza una pinna, totalmente in balia delle onde poiché avevo deciso di fare la traversata senza nessun supporto. Ritrovare la strada verso l’altra sponda è stato veramente complicato. Un’altra volta, invece, facendo allenamento lungo la costa dei lidi ferraresi, è calata di colpo la nebbia e avevo perso il senso dell’orientamento: quando mi hanno ritrovato ero messo male. Altre quattro o cinque ore e sarei morto disidratato”. L’esperienza per eccellenza però è stata quella che ha  portato Venerino sulle coste croate: “La traversata è durata 41 ore. Tutto procedeva bene, quando all’improvviso due tonni si sono schiantati contro la mia spalla. Dolore fortissimo e successivo collasso per le tre ore successive. Dopo essermi ripreso, spronato dai medici che mi seguivano – quella volta avevo la sensazione di essere in piscina per quanto era sicura quella traversata – ho raggiunto la meta”.
In un futuro prossimo gli piacerebbe accompagnare i nipoti o altri ragazzi a percorrere qualche distanza in acqua o in bicicletta, altra passione smodata: “Con 10% di pendenza ho raggiunto i 107.5 km/h!”. La sua famiglia non è convinta di queste sue scelte: “mia figlia non vuole che faccia le traversate, infatti l’ultima l’ho fatta di nascosto e si è arrabbiata molto quando l’ha saputo, mentre mia moglie sa i fatti prima degli altri e manda giù diversi bocconi amari. Soffre in silenzio, ma sa che non sarei contento senza fare nulla”.
Durante l’ultimo arrivo, la musica che lo spingeva verso il traguardo era la storica “Who wants to live forever” dei Queen. A questa domanda, Venerino Tosini, sembra rispondere “presente” e aggiunge “è stata una sensazione planetaria”.

Sport

Pietro_Paolo_Mennea
Pietro Paolo Mennea

Lo sport insegna che per la vittoria non basta il talento, ci vuole il lavoro e il sacrificio quotidiano. Nello sport come nella vita. (Pietro Paolo Mennea)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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