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Se mi lasci i tuoi soldi ti apro il conto,
se me ne lasci troppi te lo chiudo

 

Non ti meravigliare se la tua banca nei prossimi giorni ti manderà una lettera in cui ti comunica due novità: primo, se tieni più 100.000 euro sul conto corrente ti verrà applicata una commissione aggiuntiva; secondo, con un breve preavviso, la banca potrebbe decidere di chiuderti il conto, perchè le costa troppo.(NB Per adesso questa decisione riguarda i conti aziendali, non quelli intestati a persone fisiche. Per adesso.)

Prima di cominciare a inveire contro le banche ladre (ho pochi soldi e non me ne danno, gli lascio tanti soldi e non solo non me li pagano, ma me li fanno pagare), conta fino a dieci e respira. Dal punto di vista puramente industriale la scelta ha una sua razionalità: i tuoi soldi la banca li depositava presso la Banca Centrale Europea, che questo deposito lo remunerava – poco, ma lo remunerava.
Adesso invece siamo in una inedita situazione di tassi negativi: vuol dire che la BCE accetta il deposito della banca, ma invece di remunerarlo si fa pagare dalla banca – poco, ma si fa pagare. Si tratta di una misura di politica monetaria espansiva: in questo modo la BCE, in una fase di economia stagnante, stimola le banche a prestare i soldi ai clienti (da cui incasserebbero degli interessi: pochi, ma li incasserebbero) anzichè lasciarli dormire in BCE, dove da ora in avanti saranno le banche stesse a dover pagare per il deposito.

Come tutte le misure di politica monetaria, il riflesso sull’economia dei tassi negativi dipenderà da come si comporteranno le banche, ma anche da come andrà l’economia reale. E’ uno stimolo, non è un automatismo. La misura in sè potrebbe indurre le banche a riaprire i cordoni della borsa del credito: ma non si prestano soldi a qualcuno che, interessi o meno, non appare in grado di ridarteli. Non lo fareste neppure voi per un vostro amico, figuratevi se lo farebbe la banca, di cui non siete nemmeno amici. Di conseguenza, tu che stai imprecando perchè ti vogliono far pagare il deposito dei tuoi soldi, non passare dalla rabbia all’esaltazione pensando che il tuo sacrificio aiuterà tuo figlio ad avere il mutuo che gli è stato negato. Se nutri troppa fiducia in questo automatismo, potresti dover aspettare troppo: i soldi a tuo figlio fai prima a darglieli tu, così intanto abbassi il saldo del tuo conto e non rischi di pagare la commissione di elevata giacenza.

A questo punto potresti sollevare un’obiezione: ma perchè mi fanno pagare se lascio tanti soldi e non mi fanno pagare se ne lascio meno? Se la gestione di un conto per la banca è un costo, lo è anche se il conto ha una giacenza bassa. L’obiezione è sensata, anche se la banca non può arrivare al parossismo di chiudere tutti i suoi conti correnti perchè le costano troppo (non è scema). Infatti, la banca si riserva la facoltà di chiudere il tuo conto (quello con troppi soldi dentro) solo se non gli affianchi almeno un investimento. Se hai anche dei soldi investiti (in fondi, polizze, gestioni patrimoniali) il conto non te lo chiude (ancora una volta, non è scema), anche se la commissione di giacenza potrebbe fartela pagare lo stesso, allo scopo di convincerti a dirottare parte della tua liquidità in uno strumento finanziario, che serve a dare un rendimento al tuo denaro.

Cosa non quadra in questo discorso? Nulla, se non fossimo in piena epidemia mondiale, e se il mercato dei prodotti finanziari fosse efficiente. In effetti il conto corrente non è uno strumento di investimento (non lo è mai stato), ma uno strumento di servizio. C’è però un problema contingente, che speriamo resti contingente e non diventi strutturale: l’enorme incertezza economica, che mantiene i detentori di denaro costantemente all’erta, e non propensi ad impegnare i soldi  – e questa è senza dubbio una concausa dell’aumento dei depositi liquidi.  Inoltre c’è il problema dell’efficienza del mercato finanziario: il quale, almeno in Italia, è caratterizzato da una eccessiva complicazione dei prodotti al dettaglio, da una scarsa trasparenza e da una “consulenza” spinta, dai piani altri, verso la pura vendita.

L’eccessiva complicazione è sempre sospetta. Ad essa si associa regolarmente una scarsa trasparenza, il che rende il sospetto una certezza: se nel contratto mi viene omesso qualcosa, o mi viene scritto in caratteri minuscoli con una nota a piè di pagina, o mi viene scritto in modo incomprensibile per una persona di cultura media ma inesperta di finanza (ma chiedete a molti “esperti” se vi sanno decodificare le clausole di un prodotto finanziario), vuol dire che la complicazione non è nel mio interesse.

La consulenza inquinata dalle pressioni non è una responsabilità dei bancari – che peraltro sono dei “consulenti” in termini atecnici: possono più propriamente essere definiti degli esperti dei loro prodotti, quelli che la banca mette loro a disposizione, i prodotti della casa o delle case con le quali esistono degli accordi commerciali. Sotto questo profilo essere cliente della banca A o della banca B può fare differenza, se in genere i prodotti della banca A sono più efficienti(cioè hanno un miglior rapporto tra rischio e rendimento) di quelli della banca B. Ma tutte le banche hanno prodotti dignitosi e altri meno buoni. Altri ancora, roba da cui stare alla larga. Un consulente preparato, che dia dei suggerimenti sull’intera gamma di prodotti disponibili e che sia realmente indipendente dalle pressioni (e dai regali) delle case di produzione sarebbe l’ideale. Peccato che la sua consulenza giustamente debba essere pagata, e nel nostro paese non è ancora maturata la convinzione secondo la quale è meglio pagare due volte ma in modo trasparente (una per la consulenza e una per le commissioni del prodotto, che ci sono sempre) in cambio di uno strumento efficiente, piuttosto che pagare senza accorgersene, pensando che sia gratis e per uno strumento che forse, per efficienza, non è nella parte alta della gamma.

In tutto questo non vi è nulla di scandaloso: se siete in giro per cambiare macchina e andate alla Fiat, il “consulente” non vi proporrà mai una Renault. Basta che il rapporto sia chiaro. Quella che è scandalosa è la quantità di disastri finanziari che hanno coinvolto i risparmiatori in questi decenni, il che fa riflettere sulla qualità del nostro management (quello al top, perché gli scandali finanziari non sono mai colpa degli sportellisti, che però sono quelli che si beccano gli insulti) e sulla cultura di base delle persone, che una certa parte del sistema ha interesse a mantenere ignorante, e quindi manipolabile. Questa situazione rende ancora più urgente un cambio di paradigma, nella direzione di un’alleanza di interessi tra chi rappresenta i bancari onesti, coscienziosi e desiderosi di lavorare per la clientela (la stragrande maggioranza), e chi rappresenta i risparmiatori “normali”, senza velleità speculative.
Solo una saldatura tra questi interessi può contrastare la deriva delle vessazioni commerciali, che spingono le reti di vendita (persino in tempi in cui la legge vieta gli spostamenti non necessari) a convocare clienti per piazzare loro prodotti ad elevato commissionale, con buona pace della sbandierata ‘centralità del cliente’ e delle ‘risorse umane’.

SCHEI
Ferrara, idea di città: a voi indré i mié baioc (ridatemi i miei soldi)

In una celebre scena di “Un americano a Roma”, Alberto Sordi aggredisce un piatto di pasta al grido di “m’hai provocato, e mo’ me te magno”. Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara per dieci anni fino al 2019, a un certo punto non ce l’ha più fatta a digiunare sul profluvio di analisi della sconfitta del centro-sinistra locale, e si è buttato sul piatto di maccheroni, avendo tutti i titoli per farlo. Io, che ho meno titoli di tutti gli intervenuti, partecipo all’abbuffata per una ragione: sono un cittadino che ha vissuto dall’interno la crisi Carife, da dipendente e da sindacalista, e la ritengo una delle principali ragioni della sconfitta. Lì mi sento di parlare con cognizione di causa. Sul resto mi esercito da libero pensatore, improvvisandomi “commissario tecnico” come quei sessanta milioni di italiani che parlano dello scibile umano essendosi laureati alla Scuola Radio Elettra o su Google.

Le ragioni della sconfitta? Ne seleziono tre, una (parzialmente) esterna e due interne alla città. La ragione esterna risiede nel vento sovranista che soffia nel mondo, in Europa, in Italia e che non poteva lasciare indenne Ferrara, nonostante il suo essere situata in una buca la preservi dalle folate più violente – ma non dai miasmi mefitici del suo petrolchimico. Questo vento si è mescolato con una voglia, generica quanto prepotente, di “novità” e di “cambiamento”, qualunque esso fosse, che fa anche sorridere se pensiamo che questo afflato rivoluzionario è stato concretizzato, nell’urna, da elettori la cui età media è di cinquant’anni circa. C’è una frase che dice “rivoluzionari da ragazzini, riformatori da  adulti, conservatori da maturi, reazionari da vecchi.”  Il prototipo del ferrarese dovrebbe già essere, per ragioni di anagrafe, nella fase della conservazione, ma in maggioranza ha deciso che bisognava “cambiare”. Cambiare cosa? Le facce, intanto. Un blocco di “potere”, o un sistema di relazioni che durava da circa settant’anni può, in effetti, suscitare una legittima e anche naturale voglia di alternanza. Avvicendare il personale al potere è una regola di buon senso, soprattutto se sono quattro generazioni che questo non avviene. A questo si potrebbe tuttavia obiettare che avrebbe potuto accadere anche prima, e prima non è accaduto; inoltre, che in altre roccaforti rosse o rosa l’elettorato non ci ha proprio pensato di affidare la stanza dei bottoni ad un’allegra quanto sconclusionata armata Brancaleone di “alternativi”, oppure, nella migliore delle ipotesi, di esponenti dell’imprenditoria locale stanchi della dittatura delle cooperative (la dico in maniera grossolana). Allora perchè stavolta a Ferrara, la conformista Ferrara, è successo?

Per provare a rispondere a questa domanda occorre passare alle ragioni endogene della sconfitta. La prima è il caso Carife. La Coop Costruttori, circa dieci anni prima, aveva dato un bello squasso: quasi undicimila creditori, duemila e rotti dipendenti, trecento soci, un fallimento per il quale peraltro, al termine dell’iter giudiziario, i tribunali non hanno riconosciuto la responsabilità degli amministratori per bancarotta, per carenza dell’elemento soggettivo del reato – ad eccezione della “bancarotta per dissipazione” relativa al denaro investito nella Spal. Ecco: se la Coop Costruttori è stata un settimo grado della scala Richter, Carife è stata “The Big One”, il termine con il quale si definisce il terremoto che prima o poi dovrebbe devastare Los Angeles e San Francisco. La responsabilità amministrativa di questo crac è dei dirigenti apicali, a partire da Murolo, e degli amministratori (molti dei quali esperti di banca come io lo sono di astrofisica). Lo ripeto affinchè sia chiaro: la responsabilità amministrativa del crac Carife è anzitutto dei suoi dirigenti apicali, a partire dal mirandolese volante con i suoi tirapiedi, che ha pervertito le regole minime di prudenza fatte raccontare, come un mantra, dai formatori (me compreso) a tutti i seminari sui crediti: frazionare il rischio e prestare sul proprio territorio. Infatti, sotto la sua brillante gestione, la banca ha “prestato” l’equivalente di circa un terzo del suo patrimonio disponibile a due soli debitori: un gruppo di Milano (Siano) per una iniziativa immobiliare mastodontica quanto spericolata, finanziata nel momento in cui il resto del mondo creditizio usciva dal mercato immobiliare; e una compagnia di navigazione di Torre del Greco (Deiulemar)per finanziare l’acquisto di una nave – Deiulemar per inciso soprannominata “la Parmalat del mare” per le caratteristiche del suo fallimento. In due mosse da geniale scacchista, ha messo a repentaglio il patrimonio della banca erogando credito a centinaia e centinaia di chilometri di distanza dal proprio territorio. Se un qualunque direttorino di filiale avesse fatto in piccolo quello che lui ha fatto in grande, sarebbe giustamente stato rimosso dall’incarico e forse sanzionato. Lui, che era il capo, è uscito da Carife con qualche milione di euro e giudizialmente (quasi) immacolato sulla base dell’assunto “tanti colpevoli, nessun colpevole”. In quelle operazioni lì stanno i germi della dissipazione e della malagestio, aggravate dal fatto che già la Cassa stava attutendo la botta dei soldi prestati (e non rientrati) alla Coop Costruttori. Il resto è venuto di conseguenza, ma non è stato ininfluente, è stato anch’esso determinante.

Infatti, la responsabilità politica della “risoluzione” di Carife è tutta ascrivibile ad un governo Renzi a trazione piddina, con Franceschini, ministro teoricamente espressione del suo territorio, a fare la scimmietta (non vedo, non sento, non parlo), e tutti i parlamentari e piddini regionali e provinciali zitti e allineati sulla posizione del capo: di nuovo, Renzi. La banca va disciolta. Decisione condivisa tra Bankitalia (altro manipolo di inguaiati) e Ministero dell’Economia, ossia il Governo e il Premier di allora(sempre Renzi). Carife non era fallita, ma anche se lo fosse stata, sarebbe fallita per la gestione commissariale di Bankitalia, che in due anni e rotti (dal maggio 2013) ha dilapidato i 150 milioni di aumento di capitale del 2011/2012. Già commissariare una banca dopo aver fatto acquistare le azioni dai propri clienti è stato un tiro mancino di Bankitalia, una vera bastardata, perchè significava scientemente azzerare, in sostanza, il valore di quell’investimento per cui tutta la Rete commerciale aveva agganciato tutta la clientela; una usurpazione di fiducia per conto terzi che ha pochi precedenti. Ma non gli è bastato. Dopo aver fatto lentamente cuocere (decuocere) a fuoco lentissimo la banca senza una sola iniziativa di rilancio, facendo quindi uscire una liquidità superiore alla fresca capitalizzazione, e dopo aver fatto deliberare ai soci un aumento di capitale di 300 milioni finanziato dal Fondo di Tutela dei Depositi, Bankit e il Governo hanno iniziato una melina travestita da contrasto con la Commissaria europea alla Concorrenza. Dico “travestita”, perchè nessuno è in grado di mostrare un documento formale nel quale la signora Vestager abbia scritto “è vietato finanziare la Carife con il Fondo di Tutela dei Depositi”(ente completamente privato, finanziato dalle banche). Si accettano scommesse: questo documento non esiste. E’ esistita invece una sudditanza all’Unione Europea, che non si è voluto “irritare” per avere la possibilità di sforare sul tetto al deficit di bilancio. Questa appare come una ricostruzione decisamente più credibile di quella ufficiale, propagandata senza il supporto di alcun documento scritto – tanto è vero che poche settimane dopo la stessa soluzione ha “salvato” Caricesena. Nel frattempo, è appena il caso di ricordarlo, nell’unica reale controversia sollevata dallo Stato italiano contro la Commissione Europea, che aveva ritenuto illegittimo l’intervento del Fondo interbancario su Tercas, il Tribunale ha dato torto all’Europa. A Ferrara invece, la piccola, imbucata, insignificante, indifesa Ferrara il Governo renziano ha deciso di far saltare la banca il 22 novembre del 2015. Il nostro undici settembre.

Sto annoiando qualcuno? Non credo, però, di aver fatto perdere il filo a quei 31.000 risparmiatori che, per effetto della “risoluzione”(adoro il tono asettico che viene introdotto nel linguaggio giuridico per mascherare le atrocità), hanno visto azzerato in una notte risparmi per decine o centinaia di migliaia di euro, persino con le obbligazioni sottoscritte dieci anni prima: una manovra folle e meschina, raccontata come un “atterraggio soffice”. Parlo di pensionati, lavoratori, artigiani, dipendenti della stessa banca. Parlo di un tessuto sociale ed economico raso al suolo peggio di quanto avesse fatto il terremoto fisico di tre anni prima – evento della cui concomitanza sui nostri territori, evidentemente, non è fregato nulla a nessuno, men che meno ai Franceschini e catena alimentare discendente. Spiace la durezza, ma questo è quanto. Last but not least, il “consigliere economico del premier”, Luigi Marattin, ormai star televisiva ora Italia Viva, continua a difendere la scelta dopo aver dichiarato che se “speculi” sulle azioni devi accettare che puoi perdere i soldi. Siccome è un professore di economia (macro), mi permetto di dargli un voto per l’esame di (micro) economia dal titolo “conoscenza dei meccanismi di finanziamento e capitalizzazione delle banche locali”: voto zero.

Questi sono gli eredi, ferraresi e non, del PCI di Berlinguer, tra l’altro. Secondo voi non basta a spiegare l”alternanza”? Basta e avanza. Poi c’è la terza ragione, la seconda interna alla città, che è la sottovalutazione, oggettiva e comunicativa, del problema della sicurezza. Non è la diatriba tra l’ipotesi della mafia nigeriana o la riduzione del fenomeno a microdelinquenza sparsa e (anche) locale, ad avere fatto la differenza. La differenza l’ha fatta il progressivo degrado di alcuni quartieri, tra cui uno signorile anche nel nome (Giardino). Se mi minacciano con un coltello, se mi rubano in casa, se non mi sento sicura a girare da sola, se il prezzo della mia casa crolla questo è un problema di sinistra. E se anche questi problemi fossero esagerati da una “percezione” alterata e gonfiata ad arte, dovrei trarre le conseguenze di questa affermazione (corretta), e “gestire” da sinistra questa percezione; non fregarmene. Se un cittadino che vive in Don Zanardi (zona est lontana dal GAD) a domanda vi risponde che non si sente sicuro in città, non credo che dovreste limitarvi a dargli del visionario, ma chiedervi perchè la pensa così, e porvi il problema sia concreto sia comunicativo. Lasciare l’offensiva mediatica alla destra di naomo su questo tema è stato un errore molto grave.

In tutto questo le responsabilità del Sindaco Tagliani sono, sembra un paradosso, più oggettive che soggettive. Intanto sul caso Carife è stato il solo a criticare con durezza l’inanità del suo partito (dal quale in più di un’occasione credo si sia sentito fregato), e a convocare spesso adunanze di tutta la cittadinanza e associazioni, comprese quelle più incazzate con lui. Sul vento sovranista poteva poco: gli ha scompigliato i capelli come a tutti coloro che ancora ne hanno. Peraltro bene ha fatto a ricordare le cose buone della sua amministrazione, che ci sono state, una fra tante la riqualificazione delle Corti di Medoro (ex Palaspecchi). E ha fatto bene anche a togliersi qualche sassolino a proposito del candidato “indipendente” e fuori dalle vecchie logiche di partito. Sono persuaso che la “colpa” non sia solo sua, e che certo settarismo abbia contribuito a non trovare una soluzione alternativa, anche se la scelta di candidare sindaco proprio l’assessore alla Sicurezza della giunta uscente non è stata la più felice se si voleva comunicare una “discontinuità”. E parlo con il massimo rispetto della persona, la cui attività non può certo essere ridotta ad un luogo comune da chiacchiera al bar.

Ferrara in questi ultimi anni è stata sbeffeggiata, descritta come una nuova Scampia, ridicolizzata, esemplificata come anomalia intollerante, una sorta di enclave nerastra. Non riconosco in queste ricostruzioni la mia città, che è anche molto altro. Prendere sul serio non tanto i propri avversari, quanto le emergenze che hanno peggiorato la vita dei propri concittadini ricoprendo di una patina grigia anche il buono fatto, è il solo modo per diventare a propria volta un’alternativa alla destra.

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SCHEI
Lavorare stanca, anzi uccide (lo stress del colletto bianco)

Non parleremo, in generale, di lavoratori che si fanno male o perdono la vita cadendo da un ponteggio, respirando miasmi tossici, travolti da un muletto o risucchiati da un macchinario in catena. Parleremo, in particolare, dei lavoratori che operano nel settore che dà il nome alla rubrica: gli schei. Finanza, banche, assicurazioni. Colletti bianchi, un tempo considerato il paradigma dell’impiego comodo, sicuro e ben pagato. Cosa c’è di meglio di lavorare al fresco d’estate e al calduccio d’inverno, ben vestiti, senza rischiare di rimanere senza lavoro e con un premio di produzione che si somma allo stipendio?

Le pubblicità delle grandi banche, delle compagnie di assicurazione, degli enti che fanno prestiti personali mostrano consulenti dall’aria rilassata, elegante, rassicurante che, con un sorriso perennemente stampato in faccia, risolvono il problema del mutuo casa alla giovane coppia con bimbo, coprono il rischio del furto in casa vostra mentre siete in vacanza, mettono in un salvadanaio sicuro i vostri sudati risparmi. Ho imparato una legge dell’immaginario creato dai pubblicitari: più seducente è il mondo rappresentato e associato a quel marchio, più infernale è il mondo reale che sta all’ombra di quel marchio. Non parlo tanto del mondo della finanza stile Wall Street: spietato, feroce e dal fascino algido, la cui crudeltà può apparire superficialmente una minaccia per pochi facoltosi (naturalmente non è vero: le grandi corporation della finanza possono far fallire interi stati sovrani, e con loro affamare popoli). Parlo di un inferno meno cinematografico ma più popolare: quello dello sportello bancario sotto casa, dell’agenzia assicurativa che vi fa la polizza auto, della posta che propone un investimento di finanza strutturata a vostro padre, che ha settantacinque anni. L’inferno che vi viene rappresentato con l’immagine a volte bonaria, a volte fighetta del consulente della porta accanto.

The Workforce View 2020 – Volume Uno realizzata da ADP, multinazionale leader nell’ambito della gestione delle risorse umane, è un’indagine nella quale sono stati intervistati circa 32500 lavoratori in tutto il mondo, 2000 in Italia, esplorando le opinioni dei dipendenti riguardo alle problematiche attuali sul posto di lavoro e il futuro che si aspettano.
La fascia d’età più colpita è quella tra i 35 e i 54 anni: si dichiara giornalmente sotto pressione il 26%. Anche dopo i 55 anni la percentuale rimane alta al 23%, mentre scende al 20% dai 25 ai 34 e al 13,5% dai 18 ai 24 anni. Sommando le risposte è possibile tracciare una classifica dei settori in cui i lavoratori risentono maggiormente di stress.
Al primo posto il settore della finanza (bancario, assicurativo, intermediazioni) con una percentuale del 93%. Al primo posto. Le ragioni? Ansia del risultato, eccessiva mole di lavoro, senso di frustrazione derivante da una paga poco premiante o da una carriera che stenta a decollare nonostante i numerosi sacrifici, ma anche la preoccupazione di non poter coniugare al meglio lavoro e vita privata. Marisa Campagnoli, HR director di ADP Italia, commenta: “Lo stress eccessivo e cronico può portare il lavoratore ad avere problemi di salute psicologica. I datori di lavoro e i responsabili HR, dovrebbero prendere in considerazione l’importanza di alleviare l’onere per i lavoratori sotto pressione. Purtroppo, i lavoratori stessi sono restii a parlare del problema, temono li possa danneggiare nella carriera, ma i team delle risorse umane possono svolgere un ruolo importante in modo che il personale si senta supportato nel farsi avanti. Aumentare la consapevolezza del problema all’interno delle organizzazioni, mettere in atto politiche per affrontarlo e indicare come i dipendenti possono ottenere aiuto sono alcuni dei modi in cui i datori di lavoro possono dimostrare che stanno prendendo sul serio il problema della salute psicologica dei propri lavoratori”.

Vi sembra esagerato? Beh, ma non lo dico io, lo dicono i lavoratori del settore, rispondendo per una volta non ad una indagine interna, commissionata dal datore di lavoro, ma ad un questionario indipendente. Lo stress lavoro-correlato è la nuova frontiera del danno professionale, in particolare nel settore dei servizi finanziari. Volendo esemplificare con una immagine il disagio di questa categoria, parlerei di una persona che si sente costantemente tra l’incudine e il martello.

L’incudine è la crescente richiesta di servizio, di assistenza, di aiuto dei clienti, sempre più smarriti dalla situazione sociale, alla ricerca in taluni casi disperata di sostegno economico, ma anche di onesta consulenza, di consigli per districarsi nella giungla di prodotti spesso incomprensibili, costosi, dalle commissioni nascoste e dai rendimenti incerti, dal tasso di sicurezza aleatorio. Clienti che, in una città normale, magari di provincia, sono conoscenti del bar, amici, parenti, persone che cercano tutte le cose sopra citate, e che si possono compendiare in una parola: fiducia. Cercano persone, professionisti di cui potersi fidare, in modo da affidare loro la propria situazione in maniera trasparente, a propria volta onesta, tale che la fiducia possa dirsi reciproca.

Il martello è l’ossessiva, quotidiana, soffocante richiesta aziendale di obiettivi da raggiungere, di performance, di risultati, per dirla con una espressione la “pressione commerciale”. Una pressione ormai svincolata dall’effettivo risultato, al punto da essere paradossalmente più vessatoria nelle aziende che macinano più utili, come se picchiare con il martello sul proprio dipendente facesse parte della ontologia (che assorbe e annulla la deontologia) della prestazione, che diventa impropriamente un’obbligazione di risultato quando normativamente si tratta, con tutta evidenza, di una obbligazione di mezzi.

Tra l’altro, in cambio di cosa? Per la stragrande maggioranza dei lavoratori di trincea, in cambio di un premio annuale che, in termini monetari, consente al massimo di pagarsi un fine settimana in un dignitoso tre stelle. Qualcuno potrebbe domandarsi il perchè di questa spirale assurda, di questo gioco al massacro della propria salute che non vale una candela tanto fioca, perchè in tanti ci cascano, non riescono a starne fuori. Per tre ragioni fondamentali.
La prima è organizzativa: per quattro che remano, ce ne sono sei che dettano il ritmo della pagaiata, che dicono ai quattro rematori quanto e come remare. E quei sei prendono un premio che è fino a dieci volte tanto quello dei quattro rematori. Una specie di multilevel marketing istituzionalizzato.
La seconda ragione è la paura della rappresaglia: che non è solo il timore di non fare carriera, ma di essere trasferiti lontano da casa, emarginati, bollati come scarsi o fannulloni, anche perchè i criteri di valutazione della prestazione non sono quelli di un consulente, ma quelli di un venditore, di un piazzista, essendo pesantemente sbilanciati sulla parte quantitativa: quanto vendi, non come vendi. E in particolare se sei donna, magari con figli piccoli, il timore di essere allontanata da casa gioca un ruolo fondamentale nel condizionare la tua condotta sul lavoro.
La terza ragione è psicologica: il meccanismo entra dentro di te, diventa parte del tuo essere, lo assumi come parte della tua cassetta degli attrezzi. La formazione dei bancari, per dirne una, è per la massima parte commerciale, mirante a vendere prodotti (tecniche di vendita screziate a volte da ridicole impalcature new age, stile “i believe i can fly, i believe i can touch the sky” ).
La formazione obbligatoria, quella sulle norme – e sono tante – che devono essere rispettate nell’esercizio del credito e nel collocamento dei prodotti di risparmio, è schiacciata dalla mole dei corsi finalizzati alla vendita, e spesso le aziende si mettono in regola (formalmente, ma non sostanzialmente) sottoponendo i dipendenti a corsi sulla normativa solo on line, Bignami digitali di nozioni incamerate non per renderle parte del proprio bagaglio (è impossibile, intruppando le slide tra un cliente e l’altro), ma per riuscire a passare il test finale. Va peraltro detto che le tre ragioni, appena declinate, di questa spirale sono strumentali ad una potente ratio basica sottostante, molto prosaica ma molto potente: la necessità di dare soddisfazione agli azionisti, in particolare ai grandi azionisti. Gli utili non possono scendere, i dividendi non possono calare, il valore capitale non può deprezzarsi. Ciò non può accadere, anche se da anni, ormai, il differenziale dei tassi d’interesse (lo scarto tra i tassi attivi e passivi), che era il grosso del margine di una banca, è strutturalmente basso, lontanissimo dai margini di quindici anni fa. Esiste solo un modo per mantenere tendenzialmente inalterato il margine di guadagno, se il margine di interesse è enormemente più basso del passato: collocare prodotti in maniera massiva, possibilmente prodotti che incorporano elevate commissioni.

So bene che non sto rassicurando i clienti delle banche e delle assicurazioni, che poi siamo tutti noi. Non intendo nemmeno fare il lavoratore del credito-fenomeno. Ce ne sono, in giro, di questi ‘pentiti’ che fanno soldi confessando quanto erano spietati nel far soldi, da dirigenti. Sostengo anzi che gli anticorpi contro la deriva del sistema finanziario diffuso sono ancora vivi. E’ proprio il profondo disagio dei dipendenti, evidenziato dalla ricerca da cui abbiamo preso le mosse, a costituire la spia dell’esistenza di questi anticorpi. Il disagio da altro non deriva, infatti, se non dalla difficoltà del corpus dei lavoratori (la grande maggioranza) di veleggiare in direzione ostinata e contraria rispetto alla corrente, che li spinge da un’altra parte. Sono i lavoratori (in particolare gli addetti alla clientela) la parte più sana del sistema. Il loro profondo disagio dipende in buona misura dal tentativo di lavorare con scienza e coscienza, anche etica, nell’interesse dei loro clienti oltre che del loro datore di lavoro. Nonostante il nuovo Contratto Nazionale dei lavoratori del credito incorpori una serie di regole che stigmatizzano e mirano a denunciare le cattive prassi commerciali, la strada per una buona finanza è ancora molto lunga, soprattutto perché non esiste ancora un vero e proprio regime sanzionatorio (e le sanzioni, per essere efficaci, dovrebbero colpire le aziende) delle condotte scorrette, laddove queste non si concretizzino in reati già codificati.

I cosiddetti stakeholders, cioè portatori di interessi classici, che gravitano attorno al sistema finanziario sono tre: azionisti, dipendenti, clienti. Credo che solo una saldatura ‘politica’ (spesso mancata) tra l’interesse dei dipendenti ad un lavoro svolto con coscienza e trasparenza, e l’interesse dei clienti ad un servizio di consulenza onesto e limpido possa spostare il baricentro del sistema, consentendo ai bancari e agli assicurativi di liberarsi dall’ansia e dal disagio e ai clienti di potersi fidare della consulenza loro offerta.

  

La mossa della Bce

La mossa della Bce di alimentare il circuito monetario con un nuovo Qe e il rilancio dei tassi zero non raggiungerà molti risultati se non sarà seguita da una politica fiscale altrettanto accomodante da parte degli stati. E il richiamo a spendere di più è stato fatto dallo stesso Draghi, in particolare rivolto alla Germania che ha accumulato abbastanza negli ultimi anni per poter operare un cambio di politica interna.
Anche dal Fmi sono venute indicazioni in tal senso, è un bene accumulare e pensare ai bilanci durante le fasi espansive dell’economia ma lo è altrettanto spendere quando questa necessita di stimoli. Seguire i cicli porta ad un eccessivo riscaldamento oppure a maggiore contrazione e quindi lo stato dovrebbe sempre operare in fase anticiclica, cosa che dopo anni di ostentata austerità e divinizzazione dei vincoli di bilancio si fatica a fare.
Il primo paese a raccogliere la sfida dovrebbe essere, per forza di cose, la Germania. E’ la prima economia dell’eurozona e quella anche la più influente politicamente. Invece ancora una volta il governatore della Bundesbank Jeans Weidmann ha apertamente criticato le mosse della Bce in un’intervista al Bild che ha oltretutto titolato “il Conte Draghila succhia i risparmi tedeschi”.
Dimenticano i tedeschi che anche grazie alle politiche della Bce i loro bund vengono prezzati a tasso zero oramai da anni sui mercati finanziari. E che questo ha prodotto come risultato un sostanziale abbassamento degli interessi pagati sul debito. Dai 63 miliardi di interessi pagati nel 2012, infatti, sono passati a pagarne 30 miliardi nel 2018, un aiutino considerevole all’abbassamento del debito pubblico sotto la soglia del 60%, uno dei target previsto dai Trattati europei.
Debito che complessivamente dal 2012 è diminuito di oltre 200 miliardi di euro e a cui si devono aggiungere gli oltre 500 miliardi di titoli di stato acquistati dalla Bce che contribuiscono appunto a tenere sotto lo zero gli interessi da pagare al mercato.
Il prof. Cesaratto, economista dell’Università di Siena, disse in un’intervista a questo giornale (https://www.ferraraitalia.it/intervista-al-prof-sergio-cesaratto-economista-alluniversita-di-siena-123315.html) che il problema della Germania è che pur avendo i fondamentali per assumere una leadership europea e mondiale non potrà mai farlo senza scrollarsi di dosso l’egoismo che la caratterizza. Gli Usa, pur con tutte le loro contraddizioni, alimentano il commercio mondiale attraverso una continua richiesta di beni ed un persistente deficit della loro bilancia dei pagamenti. Perché se qualcuno produce e vende, qualcun altro deve pur comprare. La Germania vuole solo vendere ed accumulare e i suoi costanti surplus di bilancio estero ed interno rendono impossibile lo sviluppo di un’economia equilibrata sia all’interno dell’eurozona che mondiale.
Il piano green della Merkel appena varato riflette questo modo di pensare. Si prevedono 50 miliardi di spesa entro il 2023 e di 100 miliardi entro il 2030, il che fa all’incirca 10 miliardi all’anno. Assolutamente insufficienti allo scopo e ad un riequilibrio strutturale interno ed estero e che lasciano intravedere la solita attenzione ai bilanci, che vengono posti sempre davanti a tutto e nonostante i grandi accumuli di capitali fatti finora.
Di questi 50 miliardi poi solo 5 dovrebbero venire dall’Amministrazione pubblica, gli altri da investimenti privati. Insomma, permane tutto l’egoismo dell’accumulo e l’attenzione ai propri bisogni. Niente che faccia pensare alla volontà di assumersi le responsabilità derivanti dalla sua posizione egemonica e l’intenzione di voler abbandonare il loro modello mercantilista di sviluppo destabilizzante “export-oriented”.

La bufala: “In borsa bruciano i risparmi degli italiani”

Ogni volta che in borsa c’è una flessione i giornali gridano al disastro. La borsa brucia soldi e i risparmi degli italiani, questo il film che è andato in onda anche sabato 3 agosto e a cui i politici, soprattutto delle opposizioni, si sono aggrappati per addossare le colpe del presunto crollo alla maggioranza di turno. Del resto è uno schema che si ripete, si presume infatti che anche l’attuale maggioranza avrebbe utilizzato la notizia nello stesso modo a parti invertite. Nessun politico riesce a fare a meno di una buona fake news quando si tratta di aumentare il proprio consenso o screditare l’avversario.
In realtà, come sempre, si tratta proprio dell’ennesima bufala perché le borse sono per loro natura altalenanti. La flessione iniziata la prima settimana di agosto e proseguita parzialmente nella seconda, è stata causata solo in parte dalle faccende di casa nostra, basti pensare al susseguirsi dei tweet di Trump sul tormentone dei dazi alla Cina. Ma poi ci sono ogni giorno notizie che hanno il loro peso, dagli indici di crescita della produzione industriale in ogni paese del mondo a quella della pioggerellina che anticipa l’autunno in Giappone.
Di fatto la flessione della borsa di Milano è stata superiore al 3% ma non è stata l’unica. Ha interessato altri indici come il Dow Jones – 1,02, Msci World -3,05, Stoxx -3,35, S&P500 -0,83 e un po’ tutte le borse del mondo.
Siamo in crisi dunque a causa della borsa e si abbasseranno le nostre difese immunitarie? I dati dicono altro. La borsa di Milano ha aperto l’anno a 18.408 punti per salire (in maniera … altalenante) fino ai 21.250 punti proprio a ridosso di quel fatico venerdì 2 agosto. Un guadagno da inizio anno di oltre 2.840 punti, ovvero più del 15% senza che gli italiani ne fossero messi al corrente, si presume. Del resto i giornali non spiegavano come mai i loro risparmi erano diminuiti del 3% in un solo giorno senza essere però cresciuti del 15% nei sei mesi precedenti. Come mai, insomma, non abbiamo traccia del nostro 12% di guadagno uscito indenne dalla flessione delle borse di inizio agosto?
Torniamo alla realtà. C’è stata una flessione fisiologica che riguarda le borse e non i nostri risparmi che, tra l’altro, è già parzialmente in fase di recupero visto che la chiusura del 18 agosto era a 20.347 punti. Si torna dunque sopra quota 20.000 punti, il che fa ben sperare in una nuova onda al rialzo.
Dietro ogni titolo in borsa ovviamente c’è gente che lavora, aziende che producono e anche tanti speculatori che comprano azioni solo perché si attendono dei guadagni, cioè di fare soldi investendo altri soldi. E questo qualche volta li rende ricchi, come ha fatto con Warren Buffett o Soros, il più delle volte li impoverisce, ma sempre ed entrambi alterano l’economia reale.
Economia che come sappiamo è interconnessa, la produzione di un’area geografica si interfaccia con il consumo mondiale, i capitali circolano liberi e tutto questo rende i prezzi volatili, soggetti all’umore ballerino. In particolare è volatile il prezzo delle azioni che è stimolato in molti casi proprio dalla speculazione, dai tanti operatori che comprano o vendono per i più svariati motivi. Ci sono aziende che comprano migliaia di azioni proprie per non farne crollare il prezzo (buy back), oppure le rivendono per farlo crollare, a seconda dei loro interessi del momento. Poi ci sono aziende quotate in borsa che producono beni reali ma realizzano guadagni maggiori proprio dalla borsa e per questo vi dedicano maggiore attenzione. Più che a creare fabbriche per impiegare metalmeccanici.
Le borse mondiali, da inizio anno e al pari della borsa di Milano, hanno realizzato ampi margini di crescita, ad esempio in Europa Stoxx +10,98%), negli Stati Uniti S&P500 +16,84%; Dow Jones +12,80%. Ogni tanto lo si legge, ma a che serve del resto pontificare? I guadagni non sono per tutti, il risparmio degli italiani non aumenta quando la borsa cresce e allora lo si lascia correre. Meglio amplificare le flessioni, gli inciampi, per ricordare a tutti che il nostro destino è legato alla finanza e al denaro e che, se le cose dovessero andare male per qualcuno, noi tutti saremo chiamati a rimetterle a posto con i nostri risparmi.
Ma poiché in borsa si fa tanta speculazione e si crea denaro dal denaro, quindi dal nulla, se le cose andassero male ciò che noi dovremmo eventualmente ripagare, più che le perdite, sarebbe il mancato guadagno di pochi.
È solo il caso di ricordare, poi, che in borsa si “scommette” al rialzo (buy) ma anche al ribasso (sell), per cui, se gli indici di borsa vanno giù, perde solo chi ha puntato al rialzo mentre gli altri incassano. Di conseguenza in borsa c’è sempre chi vince e chi perde, i soldi si spostano e non si bruciano.

Il Def garantisce i mercati e scontenta i cittadini

È durata davvero poco la riunione del Governo di martedì sera, circa mezz’ora, a seguito della quale è stata pubblicata una nota che è possibile trovare qui http://www.mef.gov.it/ufficio-stampa/comunicati/2019/comunicato_0073.html in cui si chiariscono i punti principali del nuovo Def 2019.
I numeri sembrano in sintonia con quanto dichiarato precedentemente, quindi nessun aumento di tasse e (più o meno) rispetto degli obiettivi fissati dalla commissione Ue.
Osservando il quadro macroeconomico rilasciato si legge di una crescita programmatica allo 0,2% e di una disoccupazione che non scenderà mai sotto il 10% e fino al 2022.

La crescita del Pil dovrebbe migliorare dall’anno prossimo grazie al fatto “che il Governo ha fronteggiato (…il momento di crisi generale …) mettendo in campo due pacchetti di misure di sostegno agli investimenti (il dl crescita e il dl sblocca cantieri) che dovrebbero portare ad una crescita aggiuntiva di 0,1 punti percentuali, fissando così il livello di Pil programmatico allo 0,2%, che salirebbe allo 0,8% nei tre anni successivi,”

Deficit, debito e investimenti
Il deficit (la spesa non coperta da entrate) nel 2019 tornerà al 2,4% scendendo poi fino al 1,5% nel 2022 mentre il deficit strutturale si dovrebbe attestare al 1,6% nel 2019 per arrivare allo 0,8% per la fine del triennio.
Il debito pubblico salirà al 132,6% quest’anno, al 131,3% nel 2020, 130,2% nel 2021 fino all’ottimistica previsione del 2022 quando si dovrebbe attestare al 128,9%. Debito che comunque cresce anche in considerazione dei 58 miliardi che l’Italia ha versato all’Europa nel 2018 (vedi nota 3) e che continuerà a versare fino al 2022.

Il governo ha in animo di aumentare gli investimenti portandoli dall’1,9% del 2018 al 2,5% del Pil nel 2022 agendo su più fronti per incrementare la produttività di diversi comparti dell’economia e spingendo sulle riforme.

In tale ottica sono previste misure quali:
· l’introduzione di un salario minimo orario per chi non rientra nella contrattazione collettiva;
· la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro;
· strategie nazionali per la diffusione di banda larga e 5G
· il rilancio della politica industriale;
· lo stimolo alla mobilità sostenibile
· le semplificazioni amministrative
· maggiore efficienza della giustizia
· interventi di sostegno alle famiglie ed alla natalità.

Sembra che il Def 2019 prevederà anche la Flat Tax ma difficile dire quali potrebbero essere i termini. Matteo Salvini continua a spingere per la sua introduzione mentre il Ministro dell’economia Tria continua a non esserne entusiasta proponendo come contropartita addirittura l’aumento dell’Iva (23 miliardi di euro), che anche se può non piacere, in macroeconomia ha un senso. Il Movimento 5 stelle e Di Maio ondeggiano tra la fedeltà al contratto di governo e l’evidente ingiustizia sociale del provvedimento.
Si parla comunque di una graduale estensione del regime d’imposta sulle persone fisiche con due aliquote del 15 e del 20%, ad iniziare dai redditi più bassi. Prevista anche una riduzione dell’aliquota Ires applicabile agli utili non distribuiti, una misura volta ad incentivare gli investimenti delle imprese.

Risparmiatori truffati
E il tema dei risparmiatori truffati? Nella giornata di lunedì, l’atteso accordo è stato trovato. Cosa prevede? Nello specifico l’erogazione di rimborsi automatici per chi ha redditi inferiori ai €35.000 o patrimoni immobiliari sotto i €100.000. L’approvazione del decreto è stato per ora rinviato.
La nota programmatica evidenza anche che non vi è nessuna inversione di tendenza sul piano del pagamento degli interessi sul debito pubblico e che questo continuerà ad essere pagato dai cittadini. Infatti si prevede un aumento costante del saldo primario (ovvero entrate superiori alle uscite) fino al 2,4% nel 2022 a fronte di interessi che rimangono costanti nel tempo, il tutto a fronte di un deficit sempre più contenuto. Insomma si continua la strada del consolidamento di bilancio, i cittadini non potranno vedere reali miglioramenti ma continueranno a ricevere generalmente meno servizi rispetto a quanto pagheranno di tasse mentre nulla cambia per i mercati finanziari che avranno, come sempre, chi pagherà i loro guadagni.

Ferrara, Santini e vecchi merletti

“Vedi quello là? Ieri a g’ò dà tarsent miliòn”. Eravamo sul marciapiede di testa della stazione Termini in attesa del rapido per Venezia, e naturalmente per Ferrara. L’amico Alfredo Santini, con la sua brava cartella di cuoio sotto braccio, sembrava in attesa d’incontrare un conoscente per scambiare due chiacchiere, possibilmente in dialetto. Amava il dialetto ferrarese Santini, una giornata nella capitale, dove si parla strascicato e le consonanti dure, come la ‘t’, diventano improbabili ‘d’, o peggio ancora, senti le ragazzine, anzi le regazzine, le bellissime pettorute romanine, urlare “come stai? Stai bane?”. Ecco, dopo una giornata di “bane”, dentro di te ripeti “bène, bène, bène” e vai tranquillo.

Santini cominciò a parlarmi della sua giornata, dei suoi incontri in Vaticano, dove aveva amicizie altolocate e dove – credo di non sbagliare – riceveva buoni consigli per condurre la banca verso intoccabili guadagni. In quel periodo Ferrara viveva dolcissimi momenti, tutto andava secondo i piani più ottimistici: il sindaco Soffritti passava da un successo all’altro, era riuscito a trovare i fondi per risanare le Mura, le mostre d’arte sotto la lungimirante direzione del maestro Farina erano diventate per l’intero movimento culturale internazionale termine di paragone da imitare, e attratto anche dalla vivacità della città era sbarcato il grande musicista Abbado. Città felice insomma.
Chi pagava? Dove non arrivava lo Stato, c’era sempre la Cassa di Risparmio, il cui presidente Santini era come la Madonna di Lourdes. Una improbabile esposizione di quadri d’autore dilettante? Santini firmava. Un romanzo d’amore stile romantico, dove i baci erano sempre languidi? Santini firmava. Cresceva così, accanto alla cultura seria, un muro di para-letteratura, troppo spesso appiccicosa. Alfredo Santini lo sapeva, ma a volte per convenienza politica, per educazione o per semplice gentilezza, faceva finta di niente. Fece diventare la banca la calda coscienza di Ferrara. Succedeva addirittura che offrisse incarichi ben pagati a persone la cui opera veniva dimenticata in solaio.
Ascoltare un dialogo in dialetto tra lui e il sindaco era piacevole, anche se non tutto era chiaro: Santini parlava con accento e vocaboli di un borgo molto lontano da quello in cui era nato Soffritti. Ricordo che quando tornai a Ferrara dal mio lungo peregrinare in Italia e in Europa e partecipai a una riunione di Giunta, rimasi stupito dal fatto che attorno al tavolone dell’assemblea il linguaggio ufficiale fosse il vernacolo di piazza Verdi o quello di Porta Mare.

Mi sembra, tuttavia, che queste considerazioni di tipo personalistico, soggettivo, non servano a spiegare quello che è successo in Italia e nel mondo, squassato da una tempesta imprevista, che si è rovesciata sui corpi, spesso ignudi, della povera gente, vecchia carne da macello come in guerra. I risparmiatori, quella fascia di cittadini che erano le colonne della società, sono stati spietatamente usati dai banchieri e si è arrivati perfino a stabilire che il povero cittadino frugale, per ritirare danaro messo da parte, deve dichiarare alla cassa della banca il motivo della richiesta; cioè i soldi non sono più suoi ma dell’istituto di credito.
Chissà che cosa direbbe oggi il mio professore di economia politica all’Università di Bologna, il grande Federico Caffè – il docente improvvisamente scomparso nel nulla molti anni fa quando cominciò a essere definitivamente superata l’economia della domanda e dell’offerta – lui così rigoroso e onesto, buttato lì in mezzo al branco di lupi pronti a scannare chiunque, come vuole il “mercato pilotato” dai banchieri-trafficanti di danaro e dagli uomini e di potere. Anche Santini era banchiere legato con filo di acciaio a una parte politica rafforzata dal credo religioso, ben cementato al dio capitale, ma certamente aveva la convinzione di essere nel giusto, umano e sovraumano.

D’altra parte questo è il mondo degli uomini padroni, chi si mette contro di loro è finito, viene schiacciato. Alle banche non interessa che in una città come Ferrara ci siano diverse migliaia di appartamenti vuoti e tante persone in cerca di un buco dove mangiare, dormire, fare l’amore, allevare i figli. Meglio la lotta selvaggia tra chi ha e chi non ha: la guerra è sempre lì che ci aspetta a braccia aperte. La città pare così precipitata in una crisi senza vie d’uscita: in centro stanno chiudendo i negozi uno dopo l’altro, chi può se ne va a Bologna o a Padova. Si, ha ragione chi afferma che la città sta morendo. Con buona pace di Alfredo, e anche nostra.

Le mille e una perplessità finanziarie
oltre la nebbia di complottismi e tecnicismi

In rete gira una voce attribuita al miliardario Jacob Rothschild, uno che per posizione e tradizione familiare si suppone la sappia piuttosto lunga in tema di finanza e di potere globale: “Il mondo vive il più grande esperimento di politica monetaria della storia”: un esperimento del quale non si sa quali potranno essere le conseguenze posto che “oggi ci troviamo in acque totalmente inesplorate”.

E’ sempre difficile esprimere considerazioni e giudizi quando si parla di finanza ed è arduo rimanere ancorati a qualche fatto concreto che pure potrebbe essere trovato se solo si selezionassero con molto discernimento le informazioni disponibili. Questo è invece il vero territorio del cosiddetto complottismo (termine sul quale bisognerebbe riflettere seriamente) e terreno di cultura delle ipotesi e delle teorie più fantasiose. Ed è proprio questo proliferare di discorsi e narrazioni sotterranee, che strisciano al di fuori del pensiero ufficiale, che rende ancora più difficile argomentare seriamente su un tema che diventa sempre più inquietante man mano che passa il tempo.
La celebrazione ufficiale e quotidiana della finanza ci presenta una realtà descritta con un proprio linguaggio – una neolingua – fatta di termini tecnici che i media diffondono a piene mani, che il pubblico orecchia, ma che solitamente non comprende: il glossario on line del Sole24Ore ad esempio, riporta centinaia di termini – la maggioranza, ovviamente, in inglese – che costituiscono un alfabeto alieno per i neofiti. Si va da ‘acid test’ e ‘advisor’ a ‘zero coupon bond’ passando per i vari ‘equity’, ‘junk bond’, ‘opa’, ‘takeover’, ‘trading’. E senza dimenticare ‘call, ‘warrant’, ‘blue chips’,’bond’, ‘Basilea2’, ‘hedge found’, ‘offshore’, con qualche concessione agli italianissimi e classici ‘aggiotaggio’, ‘tasso di interesse’, ‘manleva’, ‘sottostante’ e, udite udite, ‘speculazione’. Il possesso di questo linguaggio è il meccanismo attraverso il quale gli esperti e i professionisti ridotti a meri ruoli tecnici si riconoscono e si riproducono.
Contro questo muro di tecnicismi si schianta ogni tentativo di comprensione da parte dei non addetti ai lavori. Eppure, anche la finanza è un prodotto della creatività e dell’attività umana, che può e deve essere analizzato con le procedure intersoggettive trasparenti (o se si preferisce: scientifiche) di discipline quali la sociologia e l’antropologia e che, inoltre, deve essere sottoposta al vaglio di una razionalità discorsiva pubblica e non solo decisa nell’ambito di una razionalità esclusivamente tecnica.

Malgrado i tecnicismi, che la rendono impenetrabile ai più, la finanza appare però anche con un volto molto semplice ed accattivante: tutti sono in grado di capire se un indice relativo ad un prodotto finanziario sale o scende, guadagna o perde; e le azioni da compiere in questo mondo si riducono in fondo a due: comperare o vendere al momento giusto. Ciò che tutti capiscono fin troppo bene è che la salute dell’economia dipende dal comportamento dei numeri che stanno dietro a quei nomi, che povertà e ricchezza delle nazioni e delle famiglie sono determinati in buona parte dagli output generati da quel sistema che, dietro l’apparente semplicità che appare in superficie, si mostra quantomai opaco e poco trasparente; un sistema che si illustra quotidianamente attraverso grafici e statistiche digitali, che è mediato dalle parole di qualche ineffabile esperto, che è associato alle trame della speculazione (alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Soros), che è sempre ricondotto alla domanda delle domande che sembra assillare tutti, fino a condizionare pesantemente le scelte dei governi: a fronte di una decisione o di un evento, come reagiranno i mercati?

Eppure nel sistema finanziario globale lavorano centinaia di migliaia di persone che danno il loro piccolo o grande contributo a prescindere dai risultati e dalle conseguenze attese e inattese generate dal sistema. Il modesto cassiere di banca, il direttore della filiale sotto casa, l’assicuratore, il consulente finanziario e assicurativo con cui facciamo l’aperitivo, il banker, il trader, il quant, il broker (termini che fanno parte dello slang della city), il Ceo della grande banca, i manager e i dirigenti del FMI e della BCE, gli esperti delle agenzie di rating, gli avvocati specializzati non meno dei grandi speculatori fanno porte di questa grande industria finanziaria altamente interconnessa.
E inoltre informatici, matematici e fisici che in gran numero sono stati assunti per inventare gli algoritmi di calcolo che consentono di generare complicatissimi prodotti finanziarie e, minimizzando i tempi delle transazioni, permettono di estrarre profitti speculando sulle diverse piazze mondiali giocando sul filo dei millesimi di secondo.
Anche su molti di questi lavoratori cade la scure del licenziamento, in alto per l’alto rischio insito nel gioco, in basso sia per gli effetti dell’automazione che elimina posti di lavoro, sia per le strategie aziendali di taglio del personale che caratterizzano anche le imprese del settore finanziario (per massimizzare il valore in borsa nel breve periodo).

Non va dimenticato infatti che nel sistema agiscono soprattutto grandi capitali e imprese private (come banche ed assicurazioni) il cui scopo è appunto quello di massimizzare il profitto, ma agiscono anche centinaia di milioni di risparmiatori diventati piccoli speculatori e spinti. non di rado, da una insana avidità. Ma nella grande industria finanziaria che rappresenta il lato più avanzato (e impersonale) della globalizzazione agiscono attori, oltre le banche, che il pubblico ignora e con i quali molti di noi hanno rapporti ben più stretti di quel che sembra. Fondi pensione, assicurazioni, fondi comuni di investimento, casse previdenziali, venture capital, private equity per non citare che i più noti.
Molti di essi sono troppo grandi per fallire, un modo piuttosto viscido per dire che non sono controllabili né dai meccanismi di mercato, né da regole legali (sempre aggirabili), né tantomeno da procedure democratiche.

Nessuno dei soggetti che dirige l’industria finanziaria che può imporre le proprie scelte ai governi legalmente eletti è stato mai eletto, nessuno di loro risponde dunque agli elettori; nessuna procedura democratica trova facilmente posto (e dignità) nell’industria finanziaria che conta. Grandi e piccoli manager del circo finanziario rispondono invece ai livelli gerarchici superiori e, soprattutto, ai grandi azionisti che detengono la proprietà delle organizzazioni finanziarie. E rispondono senz’altro ai codici culturali che nel mondo finanziario sono assai forti: chiusura verso l’esterno, discrezione, riservatezza, competizione, difesa del clan; un codice che – nella city londinese – è stato ricostruito e presentato da Joris Luyendijk sul blog del Guardian; un codice dove la reputazione è essenziale ma che alimenta spesso un clima di paura, una cultura tossica, che si sposa con l’amoralità che accompagna (quasi) sempre il trionfo del tecnicismo autoreferente. Un quadro rappresentato dal cinema (chi non ricorda il banchiere d’assalto Gordon Gekko del film Wall Street?) ma suffragato da (pochissime) indagini antropologiche, etnografiche e sociologiche.

Riassumiamo. Se la finanza è la disciplina attraverso cui si gestiscono i flussi finanziari, il sistema all’interno del quale questi flussi scorrono è straordinariamente complesso ed in esso la tecnologia digitale gioca un ruolo sempre più forte; è tuttavia un sistema sociale istituzionalizzato fatto di organizzazioni, norme, persone. Al suo interno esistono meccanismi incentivanti e un cultura specifica che indirizza i comportamenti delle persone che decidono orientandolo verso pratiche volte alla massimizzazione del profitto a breve termine. Nel sistema agiscono attori così grandi e forti che non debbono temere più di tanto le conseguenze del loro agire mentre le lobby che li rappresentano sono in grado di influenzare pesantemente la produzione di leggi e normative, comprese quelle che ne dovrebbero regolare i comportamenti. Anche gli Stati sono obbligati a rispondere a regole dettate da questo sistema e sono addirittura valutati dalle agenzie di rating che ne sanciscono efficienza ed affidabilità. La velocità con cui tutto questo si muove è l’esatto contrario delle lente procedure democratiche utilizzate dai governi; infine, non esiste una diffusa consapevolezza pubblica di come sia strutturato e funzioni questo sistema, di chi ne detenga il potere, di come venga prodotto e gestito il flusso di denaro, mancando in tal modo qualsiasi forma di controllo democratico dal basso.

Sembra che oggi tutto questo complicatissimo meccanismo sia sfuggito non solo al controllo dei politici eletti ma anche dei potenti stessi che lo hanno voluto e gestito e si stia indirizzando verso direzioni che nessuno riesce più a prevedere; sembra che la crisi non abbia insegnato nulla se non che le perdite continueranno a riversarsi sugli Stati e sui cittadini. Dunque, ancora una volta la domanda è: che fare? Una domanda che, si suppone, i decisori del sistema finanziario si saranno posti più di una volta e che i politici seri dovrebbero porsi ogni giorno. A meno che, come sostengono i cosiddetti complottisti – e lo diciamo cercando di usare un certo sense of humor – tutto questo non corrisponda ad un piano (!) ben preciso. A meno che, come sosteneva con tutt’altra legittimità Luciano Gallino, non ci sia passato sotto il naso un colpo di stato silenzioso ordito da banche e governi a danno dei cittadini lavoratori e della democrazia.

I nostri risparmi sono al sicuro?

Crisi economica, crisi monetaria e collasso del sistema bancario. Gli italiani protestano e chiedono garanzie allo stato e alle banche per la tutela dei propri risparmi. Ma per capire gli ingranaggi che muovono il sistema bancario occorre informarsi. Per questo a Ferrara il Gruppo Cittadini Economia studia da alcuni anni i meccanismi di economia e finanza con esperti da tutt’Italia e organizza incontri pubblici per capirne di più.

Il prossimo incontro pubblico, dal titolo “Banche e crisi economica: i nostri risparmi sono al sicuro?“, sarà mercoledì 10 febbraio 2016 alle 20.30 alla Sala Estense di piazza Municipio a Ferrara, e prevede le relazioni di Marco Mori, avvocato, esperto in questioni giuridiche e da anni in prima linea nella difesa dei principi costituzionali rispetto ai Trattati Europei e Giovanni Zibordi, analista finanziario, trader e coordinatore del sito “Cobraf.com”, dottore di ricerca in Economia all’Università di Roma, Master in “Business Administration” alla Ucla Anderson School of Management. Seguirà il dibattito aperto alle domande del pubblico.

L’obiettivo degli organizzatori è diffondere i meccanismi alla base del funzionamento delle banche, proponendo una analisi dell’attuale momento di crisi che vede notevoli difficoltà per le aziende e le famiglie ricevere credito, mentre i mercati finanziari continuano ad aumentare i loro profitti, mettendo in campo anche ipotesi di soluzioni possibili. Da diversi punti di vista si cercherà di capire quale sia il livello di sicurezza dei risparmi depositati nelle banche e se le garanzie legalmente concesse siano sufficienti.

L’iniziativa è patrocinata dal Comune di Ferrara, organizzata dal Gruppo Cittadini Economia con il sostegno della Comunità Emmaus.

Marco Mori – Avvocato nato nel 1978 a Rapallo (GE) si occupa sia di diritto civile che penale. Esperto in questioni giuridiche è da anni in prima linea nella difesa dei principi costituzionali rispetto ai Trattati Europei. Protagonista di numerose vertenze contro lo Stato e le Banche a tutela dei cittadini a condizioni estremamente agevolate.

Giovanni Zibordi – Laureato in Economia, dottorato in economia, Master in “Business Administration” alla UCLA Anderson School of Management, si è occupato di consulenza manageriale e attualmente segue i mercati finanziari. Gestisce il sito internet “cobraf.com”. Ha scritto insieme a Marco cattaneo “la soluzione per l’euro. 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana” e, in collaborazione con altri economisti, l’ebook “Per una moneta fiscale gratuita” (MicroMega).

Dal comunicato stampa.

Ferraraitalia ha pubblicato vari articoli e organizzato incontri sul tema dell’economia e della finanza.
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Risparmi a rischio, ecco perché

Oltre alle banche, che come si è visto falliscono, a creare preoccupazioni al risparmiatore – come qualcuno comincia a segnalare e come vedremo – ci sono anche le cooperative. E’ il caso di chiedersi perché questo succede, perché sta diventando così difficile trovare un posto sicuro dove depositare i propri soldi e al contempo così facile vederli sparire. La prima cosa da fare è risalire alle cause senza soffermarsi sugli effetti, in modo da capire come si dovrebbe agire. E’ ormai evidente a tutti che il fallimento di una banca è frutto di comportamenti sbagliati o poco corretti dei suoi amministratori e di inadeguati controlli della Banca d’Italia. Ma ciò accade a causa di una legislazione che ha allentato vincoli e divieti che in precedenza garantivano maggiore tutela al risparmio nel rispetto dei risparmiatori. Per comprendere come siamo arrivati a questo punto dobbiamo individuare il vero nocciolo – il risparmio – e ricordare che esso è davvero una cosa importante, al punto che per la sua tutela si impegna parte dell’articolo 47 della nostra Costituzione che recita testualmente “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.”

Nel passaggio dalla sovranità nazionale a quella europea, dunque dalla tutela della Costituzione della Repubblica italiana alla vigilanza operata dall’Unione Bancaria, non solo il risparmio è meno garantito, ma assistiamo anche ad altre trasformazioni che cancellanno le vecchie leggi ‘sociali’, cioè quelle leggi che prestavano attenzione alla crescita e alla tutela dei suoi cittadini e che ci hanno dato ad esempio la scala mobile, lo statuto dei lavoratori e l’articolo 18. Un lungo periodo in cui tutto cambia; un tempo durante il quale – per capirci – la forbice di diseguaglianza tra capitalista e prestatore di lavoro inizialmente accettabile arriva sino a Marchionne e alla riduzione dei minuti di pausa degli operai della Fiat! Un processo lento in cui le differenze si sono talmente amplificate da non vederle nemmeno più.

E anche le leggi bancarie erano diverse da quelle attuali. La banca:
– aveva un’alta specializzazione (cioè esisteva una diversificazione nell’erogazione del credito a ben precisate categorie di lavoratori e imprenditori);
– era sottoposta al diritto comune e al ferreo controllo della Banca d’Italia, resa pubblica fin dal 1936;
– aveva una vocazione territoriale;
– doveva rispettare dei limiti nella creazione del denaro poiché le era imposta una elevata riserva obbligatoria;
– la banca commerciale era distinta e separata dalla banca d’investimento.

Il concetto di base cui si ispirava tutta la legislazione era quello di una “istituzione-funzione”, con rilevanti risvolti di carattere sociale. La banca insomma aveva una funzione specifica nel fare credito a determinate categorie economiche ed in determinati territori. Secondo il professor Renzo Costi, questo sistema di lacci e lacciuoli frena crescita e sviluppo ed è contrario al principio della libera concorrenza. Come dire, ‘troppo Stato’, Senza considerare, evidentemente, che quello che definisce “immobilismo degli anni che vanno dal dopoguerra ai ’70” ci aveva in realtà portato al boom economico, e che forse la concorrenza aiuta interessi diversi da quelli dei risparmiatori.

Si arriva al 1985, quando lo Stato italiano, recependo col Dpr del 27/06/1985 n° 350 la Direttiva Ue del 1977 nr. 80, da una svolta a tutto questo, e si noti, non ultimo, che cominciamo a fare le cose nel nome dell’Europa. A questo punto, per esempio, per aprire una banca sono richiesti tre requisiti fondamentali: fedina penale limpida, esperienza economico-finanziaria, fondi necessari. Un po’ vago, direi, ma i cambiamenti avvengono in nome di principi che invece ad enunciarli sembrano molto seri, ovvero: sana e prudente gestione, concorrenza, efficienza e stabilità complessiva. Parte insomma anche in campo bancario la cultura dello slogan da far diventare luogo comune ed accettare come cosa ovvia.

Il buon senso del risparmiatore comune ci dice invece che:
– l’alta specializzazione assicurava ad esempio all’agricoltore di trovare soddisfatti i suoi bisogni perché trovava un istituto bancario specializzato nel suo settore;
– che una banca sottoposta al diritto comune piuttosto che ad un diritto speciale diverso da quello dei mortali assicurava vicinanza al comune cittadino;
– che il passaggio da banca funzionale e territoriale a banca multifunzione e senza limiti territoriali ha fatto sì che non più l’imprenditore locale ma la speculazione sui mercati finanziari sia diventata il centro dell’interesse della banca;
– l’eliminazione della differenza tra banche commerciali e banche d’investimento ha permesso che il risparmio della famiglia depositato in una banca popolare potesse andare in finanza, ed infine;
– il sapere che al di sopra di tutto c’era la banca delle banche, sottoposta solo allo Stato e non ad altre banche private, che ha il dovere di controllare il risparmio così come dettato dall’art. 47 della Costituzione assicurava… sicurezza, almeno fino a quando non è stata di fatto privatizzata.

Certo il tutto era da migliorare e migliorabile ma quanto meno non sarebbe stato il caso di buttare via il bambino con l’acqua sporca, invece in nome dell’Europa e degli interessi avulsi dai piccoli risparmiatori abbiamo sacrificato buone leggi, controlli e radicamento sul territorio e permesso che il risparmio diventasse una preda alla mercé del libero mercato, dovunque esso venga depositato, non più un bene da difendere.

E cosa dire poi del ‘prestito sociale’ della coop? Il risparmio è forse l’unica cosa che banche e coop hanno in comune, per un errore diffuso, perché le famiglie che lasciano soldi alla coop scambiano in buona fede quel libretto che gli viene consegnato con una specie di deposito bancario. Si tratta di famiglie e pensionati che lasciano somme contenute, non di investitori. Di sicuro i ‘prestiti sociali’ non ha niente a che fare con i prodotti bancari, sono tutt’altra cosa. Chi dà i soldi ad una cooperativa lo fa perché condivide i suoi scopi e il modo in cui saranno impiegati i suoi fondi, e quindi, sono a rischio i risparmi depositati alle cooperative o sono più sicuri dei depositi bancari? Una coop può fallire, come qualsiasi altra attività, non è costretta a fallire come una banca. Tutte le banche, infatti, grazie agli sforzi legislativi di cui abbiamo un po’ tracciato le linee, sono diventate un luogo davvero poco sicuro, è solo questione di tempo.

La cooperativa dà le sue belle garanzie e un po’ di interesse sulla cifra depositata, assicura una liquidità del 30% (le banche dal 1947 hanno avuto un obbligo di riserva medio del 20%, oggi praticamente 0%) e non possono ricevere più di 36.500 euro da ogni socio. Ma chi garantisce? Non certo “aiuti di Stato”, vietatissimi. E sopratutto non è previsto un Fitd (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi) come per le banche. La garanzia è il patrimonio delle coop stesse e si tratta di un credito chirografario. Dunque in caso di fallimento dovrebbero essere soddisfatti prima dipendenti e altre tipologie di creditori.
Quindi la garanzia del deposito in una coopeerativa è collegato alla “solidità” della particolare coop a cui stiamo prestando il nostro denaro, perché esse non sono tutte uguali e non possono certamente essere assimilate ad una banca.

Per quanto riguarda le banche, dal 2016 si ufficializza il bail in e l’Unione Bancaria, di cui abbiamo cominciato a vederne gli effetti anche con la Carife, ed in merito al Fitd, costituito dalle stesse banche e tutelato dallo Stato, comincerei ad avere qualche dubbio perché:
– il fondo può essere utilizzato solo per garantire i depositi fino a 100mila euro;
– non ha però portata sufficiente a coprire l’ammontare complessivo dei depositi nelle banche “a rischio”, cosa succederebbe allora se fallissero più banche contemporaneamente? O se la banca fosse troppo grande?;
– altri aiuti sarebbero “aiuti di Stato” e quindi vietati.

Per concludere: se fossi in uno Stato rispettoso della sua Costituzione, potrei anche scegliere di avere i risparmi nella mia coop di prossimità e sentirmi tranquillo, perché si sto finanziando una cooperativa ma pur sempre di risparmio si tratta e quindi degno di tutela statale. In questo Stato non ci sarebbe l’Europa dei banchieri, concorrenza o libero mercato da considerare e temere, ma solo il risparmio, il sudore e la fatica dei cittadini da tutelare: in tutte le sue forme.
Ma se invece vivo nel mondo in cui vivo adesso, senza garanzie né tutele statali per il risparmio, forse per sentirmi più sicuro i soldi dovrei lasciarli sotto il materasso.

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