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LA TERRA DELLA LIBERTA:
Nei negozi di Coop Alleanza i Pelati da Filiera Etica dell’Associazione GHETTO OUT–CASA SANKARA

 

da: Ufficio stampa Coop Alleanza

A sostegno dell’iniziativa di riscatto civile e sociale, Coop Alleanza 3.0 e Legacoop Puglia promuovono la diffusione dei pomodori pelati prodotti dall’azienda agricola gestita da giovani migranti.
Riscatto, accoglienza, legalità, occupazione: sono alcuni dei valori racchiusi nei pomodori pelati con l’etichetta “Riaccolto, la Terra della Libertà” presenti da oggi e per i prossimi mesi nei supermercati e negli ipercoop di Coop Alleanza 3.0 tra cui i 13 negozi della Cooperativa a Ferrara e provincia.
L’iniziativa è promossa da Coop Alleanza 3.0 e Legacoop Puglia che insieme sostengono l’Associazione Ghetto – Out Casa Sankara, “start up etica” nata 4 anni fa nel Foggiano, da una sinergia tra Regione Puglia, associazionismo e movimento cooperativo, che con il suo prodotto da filiera etica racconta una storia di riscatto civile e sociale.
L’associazione gestisce uno spazio progettato quale alternativa alle condizioni disumane dei ghetti; nell’azienda agricola, con circa 14 ettari di terreno e una vecchia rimessa di proprietà della Regione Puglia, i giovani migranti fuggiti dal ghetto e costituiti in associazione lavorano la terra in autonomia e abitano con le loro famiglie.
Per sviluppare il percorso di emancipazione è nato il progetto di produzione di pomodori e, con la collaborazione di Conserva Italia, trasformazione in confezioni di pelati da 400 grammi.
I barattoli dei pelati “Riaccolto, la Terra della Libertà” non contengono quindi solo gli squisiti pomodori pugliesi ma anche la dignità umana e del lavoro, e un’esperienza di acquisizione di autonoma per i lavoratori dei campi.
Ai pelati “Riaccolto”, Coop Alleanza 3.0 dedica un apposito spazio espositivo in cui i soci e i consumatori potranno trovare il primo prodotto dell’Associazione Ghetto Out – Casa Sankara con le principali informazioni del progetto. Inoltre, soci e i consumatori potranno acquistarli a un prezzo speciale, più alto della media dei prodotti simili, per contribuire ad aiutare lo sviluppo di questa piccola realtà, e così seminare legalità e diritti e consolidare un modello che potrà estirpare lo sfruttamento diffuso nel settore. Inoltre, condividendo sui social – Twitter, Facebook, Instagram – il proprio acquisto, con l’hashtag #CasaSankara e taggando Coop Alleanza 3.0, i soci e consumatori potranno testimoniare la propria scelta etica.
“La cooperazione di consumo si ispira a valori fondamentali quali la libertà e la democrazia, la giustizia sociale e la solidarietà: per questo Coop Alleanza 3.0 sostiene questa iniziativa chiedendo la partecipazione anche dei soci Coop e dei consumatori. È storico e sempre vivo l’impegno di Coop Alleanza 3.0 e delle realtà della cooperazione a diffondere la cultura della legalità e promuovere un’economia giusta ed emancipata dallo sfruttamento.” dichiara il presidente di Coop Alleanza 3.0, Mario Cifiello “Con questa campagna, Coop Alleanza 3.0 e Legacoop Puglia vogliono sensibilizzare concretamente i consumatori e tutti gli stakeholder sul tema dell’illegalità, delle sue cause e delle sue conseguenze: oggi il rischio è che l’impresa “cattiva” scacci quella buona e che la ricerca del prezzo più basso cancelli i diritti delle persone. I pelati dell’Associazione Ghetto Out – Casa Sankara sono la dimostrazione che un’altra economia, un altro modo di intendere il lavoro e le scelte di acquisto da parte dei consumatori sono possibili.”
“La filiera etica nata a Casa Sankara è un tassello che si aggiunge nella costruzione di quella società inclusiva sognata con Stefano Fumarulo” dichiara il presidente di Legacoop Puglia, Carmelo Rollo “È la testimonianza di cosa accade quando il percorso etico del sistema cooperativo si mette a disposizione del territorio e crea valore, per tutti. Per una terra da sempre identificata come terra di illegalità che diventa luogo di riscatto, grazie anche al supporto della Regione Puglia; per le persone che non avevano voce e con il lavoro, quello buono, hanno affermato la propria dignità; per la comunità che oggi beneficia di una realtà “unica” e da considerare una risorsa. Il Riaccolto della libertà è tutto questo e sa di buono”.

“Il marchio dei pelati che oggi esce in tutta Italia è la realizzazione di un sogno. Abbiamo finalmente realizzato qualcosa che abbiamo sognato per otto anni. Siamo andati per gradi: abbiamo pensato prima a darci un tetto dignitoso sopra la testa, poi ad avere un lavoro con un pagamento giusto. Queste erano le cose che sognavamo con Stefano Fumarulo.” dichiara Mbaye Ndiaye, referente di Casa Sankara “Già allora io immaginavo un marchio tutto nostro, di noi africani, che potevamo diventare protagonisti prendendo in mano il nostro avvenire. Questo, mi sono detto, è l’unico modo di lottare contro il caporalato. Stefano non c’è più, ma le sue idee sono vive. La sua idea è questo marchio. Il presidente di Legacoop Puglia Carmelo Rollo è uno dei testimoni della realizzazione di Riaccolto, che per me è il marchio della dignità”.

La luna in piazza

C’era la luna piena nel cielo di Ferrara. C’era Internazionale con tanti giornalisti a spiegare le cose del mondo. C’era tanta gente variopinta e brulicante per le strade, nei locali, tra le bancarelle del mercato, nei cortili dei bei palazzi antichi. C’era tutto questo nelle sere d’ottobre appena trascorse.
Ferrara era particolarmente bella. Bella come la luna piena che s’offriva agli sguardi della gente.
Una luna insolitamente grande e luminosa, così vicina da lambire il campanile affacciato al listone.
Guardo la luna e ricordo i palloncini dei luna park comprati con lo zucchero filato. Mangiavo lo zucchero filato con le mani appiccicose e ogni volta il palloncino mi volava via perdendosi tra le nuvole.
La luna, i desideri appesi, i sogni possibili… C’è forse una sottile speranza che il mondo si riscatti?
Guardiamo la luna, non il dito, mi raccomando!

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Essere liberi!

Dopo un anno e mezzo di silenzio, un come stai? non è un approccio, è un atto di sfondamento alla cassaforte dei rancori. A quel numero, S. aveva associato una suoneria diversa e non l’aveva più sentita dal giorno in cui lui le aveva comunicato, per messaggio, che voleva un’altra vita.
Come stai scritto da lui non era un gesto di interesse, un pensiero gentile, ma la richiesta di attenzione, una pretesa di indulgenza, la convinzione di esercitare ancora qualche potere su di lei.
Il messaggio era arrivato al momento giusto, quando cioè lui era già stato ridimensionato, svuotato di un fascino solo apparente e visto con distacco.
Senza il filtro dell’amore e con l’aiuto del tempo, le persone appaiono molto diverse, spesso altre, irriconoscibili e sicuramente più autentiche. In quel messaggio S. leggeva presunzione, voglia di conferma di essere l’uomo grande che davvero lui credeva di essere, quello che con l’epifania di un messaggio pensa di sconvolgerti ancora una volta. Ma si sbagliava. S., che non lo aveva mai cercato in tutti quei mesi, gli aveva scritto ciò che pensava e della liberazione da quella sua presenza che l’aveva abitata per molto tempo. Il messaggio, inaspettato, era stato la prova che lui non era più niente, nemmeno un sussulto.
E da abile manipolatore, non tollerando una reazione che non gli lasciava margini, si complimentava con S. per la ‘rivincita serale’. Come a dire che le aveva dato anche questa possibilità, un piccolo sfogo, una rivincita da poco che tanto non lo avrebbe toccato.
“La mia rivincita è iniziata quando ho smesso di amarti, e non è da questa sera” aggiungendo anche come lei ora lo vedeva: un piccolo uomo tronfio.
Non serviva altro, lui rispose con faccine che ridono perchè le parole di S. potevano solo essere ridicolizzate, respinte con una faccina stupida per renderle meno vere.
S. sapeva di averlo spiazzato e di non essere stata, per la prima volta, corrispondente alle attese di un uomo che si aspetta un eterno sì.

Vi è mai successo di capire il momento esatto in cui avete abbandonato qualcuno? Quando, cioè, l’altra persona ha smesso definitivamente di fare presa su di voi? Qual è stato il segnale che vi ha dato la prova di essere liberi?

Potete mandare le vostre lettere a parliamone.rddv@gmail.com

ACCORDI
Rinascita.
Il brano di oggi…

“Un giorno credi di essere giusto, e di essere un grande uomo. In un altro ti svegli e devi cominciare da zero…”. È questo l’incipit di Un giorno credi, brano di Edoardo Bennato del 1974 che parla di riscatto, di ricerca di forza per rialzarsi dopo situazioni che tolgono anche l’anima. Sono tante oggi, purtroppo, le storie di vite spezzate, distrutte, storie di persone che da un giorno all’altro sono costrette a fuggire dalle loro case, dai loro paesi. Ma, per fortuna, tante sono anche le storie di chi ce l’ha fatta; storie di chi, nonostante tutto, è rinato.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

Leggi l’articolo intonato:

STORIE – Esistenze interrotte, la nuova vita ferrarese di tre rifugiati politici

INTERNAZIONALE
L’agricoltura in Italia: storie di illegalità e di riscatto

Secondo l’ultimo rapporto di Coldiretti il settore agroalimentare rappresenta il 15% del Pil nazionale, con un valore complessivo di 250 miliardi di euro di fatturato, raggiunti anche grazie ai 272 prodotti dop e igp e alle 4.886 specialità tradizionali regionali che salvaguardano la biodiversità e difendono la tradizione. Nonostante si tratti di ciò che arriva sulle nostre tavole, l’agroalimentare con le sue problematiche e buone pratiche è un settore solitamente poco presente nell’informazione e nel dibattito pubblico.
Ieri due incontri del Festival di Internazionale a Ferrara hanno messo la terra al centro: “Fondi rubati all’agricoltura” e “Terra è vita” hanno messo in luce i due lati della medaglia dell’agroalimentare in Italia. Da una parte il racconto dell’illegalità, con la criminalità che si infiltra nel sistema delle sovvenzioni europee di sostegno al reddito degli agricoltori, dall’altra una storia di riscatto, con una rete di imprenditori e associazioni della società civile che riparte dall’agricoltura perché la Terra dei fuochi torni a essere Campania Felix.

Alessandro Di Nunzio-Diego Gandolfo
Alessandro Di Nunzio e Diego Gandolfo

“Fondi rubati all’agricoltura”, di Alessandro Di Nunzio e Diego Gandolfo, è la docu-inchiesta vincitrice dell’ultima edizione del premio intitolato a Roberto Morrione, fondatore di Rainews 24 e poi direttore di Liberainformazione.
Cinquanta miliardi di euro: sono i fondi europei destinati all’Italia dalla Pac, la Politica agricola comune, cinque dei quali in Sicilia. Attraverso l’Agea (agenzia per le erogazioni in agricoltura) l’Europa, per un terreno di proprietà o anche solo preso in affitto, arriva a elargire oltre 1.000 euro per ettaro, perciò più terreni uguale più soldi. Ed ecco che tanti proprietari, al momento della richiesta di contributi, scoprono inesistenti atti di compravendita a personaggi locali della criminalità organizzata o a loro prestanome. Giovani imprenditori agricoli del siracusano e del catanese come Emanuele e Sebastiano non ci stanno, si rifiutano di abbandonare la loro terra e subiscono perciò minacce e intimidazioni. Come il Presidente del Parco naturale dei Nebrodi, la più vasta area protetta della Sicilia, che ha bloccato le assegnazioni dei terreni e ha iniziato a richiedere il certificato antimafia agli affittuari. O ancora Fabio Venezia, sindaco di Troina, che aveva deciso di alzare i canoni di affitto dei poderi demaniali, concessi da anni a prezzi stracciati e sempre alle stesse famiglie. Ma c’è di più: noti esponenti della criminalità organizzata hanno incassato i fondi per anni, perché i controlli antimafia sono previsti solo per i contributi superiori a 150 mila euro, perciò basta fermarsi sotto quella soglia per evitare fastidiose verifiche.
Le conseguenze? Fondi rubati due volte. La prima perché per la Corte dei conti ormai due terzi dei fondi sono diventati impossibili da recuperare dato che il meccanismo va avanti da talmente tanto tempo che il reato è andato in prescrizione. La seconda perché Bruxelles comincia ad avere qualche sospetto: nei mesi scorsi, in una lettera riservata al ministero delle Politiche agricole (da cui Agea dipende) la Commissione europea parla di “gravi carenze” riguardo i “controlli relativi alla gestione dei debiti e delle irregolarità” e per questo ipotizza una “rettifica finanziaria” di 389 milioni. In altre parole ha intenzione di tagliare i fondi.
E questa non è una pratica limitata alla Sicilia: Alessandro è foggiano e parlando con il pubblico a fine proiezione dice di avere forti sospetti che avvenga anche nella sua Puglia, mentre una signora della platea sostiene che capiti anche nella sua Sardegna. È spaventoso pensare alla cifra che si potrebbe ottenere se allargassimo il sistema a tutta l’Italia.

nicola cedere
Nicola Cecere

Per fortuna poi arriva anche la speranza, ripartendo dalla terra. Nicola Cerere è un allevatore di bufale con metodo biologico a Caserta, racconta la sua storia a “Terra è vita”, uno dei tre incontri organizzati nell’ambito di Internazionale da Alce Nero, che fin dagli anni Settanta si occupa di biologico in Italia e nel resto del mondo. La famiglia di Nicola possiede e gestisce quei 65 ettari da circa cento anni e oltre all’azienda lui ha ereditato l’idea che “l’agricoltura vera è equilibrio fra i vari fattori della produzione”, per questo già nel 1975 il padre aveva deciso di abbandonare l’allevamento intensivo e “tornare al pascolo diminuendo i capi”. Nicola, invece, torna al metodo tradizionale perché per il biologico “troppe carte”. Poi incontra Libera, l’associazione antimafia di don Luigi Ciotti: la sua è l’unica azienda che possiede le caratteristiche per fornire il latte al caseificio della cooperativa “Le Terre di Don Peppe Diana” di Castel Volturno. Nicola decide che ne vale la pena e inizia le pratiche per l’ottenimento della certificazione biologica.
Da quando quel lembo di Campania è diventata la Terra dei fuochi però, “alcuni clienti hanno iniziato a chiedere informazioni sui miei terreni di pascolo e sul mio latte”. Nicola provvede alle analisi del caso e trasmette i risultati agli organi competenti, ma capisce che non basta, capisce che l’unico modo per scalzare dall’immaginario comune quei roghi è sostituirla con un’altra storia, quella del “nostro modo di fare impresa” che deve diventare “il valore aggiunto del nostro prodotto”. Da qui l’idea di mettere in rete varie realtà del territorio per “fare un protocollo che diventi per i consumatori una garanzia del nostro modello di agricoltura”: attualmente del progetto fanno parte Legambiente Campania, Alcenero, Libera e, oltre alla sua, quattro allevamenti di bufale. Il protocollo comprende tre ambiti: il modello di produzione, i diritti dei lavoratori e la trasparenza perché “le aziende devono essere aperte al territorio”. “L’intenzione – sottolinea Nicola – è di fare da traino per altri” coinvolgendo altri imprenditori e altri attori sociali.
La storia di Nicola dimostra che una proposta economica solida, concreta, efficace e nello stesso tempo basata sulla qualità e su valori etici e sociali è possibile: un passo in più per la creazione di un sistema economico legale ed etico che combatta la criminalità organizzata attraverso un percorso di riappropriazione e rigenerazione del territorio.

INTERNAZIONALE
“Per realizzare il nostro volo magico”. Daria Bignardi, il racconto di un riscatto

“Fra i primati, il gorilla maschio quando avverte il pericolo aggredisce sempre, sistematicamente. La femmina invece ha quattro alternative: aggredire, fuggire, trattare, nascondersi”. La postilla etologica di Concita De Gregorio inquadra bene lo spirito del dialogo al femminile che si è dipanato nel cortile del castello, complici la conduttrice di Pane quotidiano (ex direttrice dell’Unità) e Daria Bignardi. Pretesto: “Santa degli impossibili”, ultima pubblicazione della popolare giornalista e presentatrice delle “Invasioni barbariche”. Si parla del libro, ma anche e soprattutto della vita. E delle donne, appunto.
“Il libro di Daria è come un distillato – spiega la De Gregorio -. Ha avuto una gestazione lunga. Ed è nato gracile come un bimbo sottopeso, ma è perfetto così. Parla moltissimo di Daria. Pare vada a pescare nella scatola nera della coscienza, rivela quelle cose che si sentono dentro ma di solito non si dicono”.
“E’ un libro imprevisto – conferma di rimando la Bignardi – una novella nata dal racconto ‘L’acustica perfetta’. Mila è l’alter ego della Sara scomparsa di quella precedente vicenda. La santa evocata nel titolo è santa Rita, io non sono particolarmente devota, ma la sua storia mi ha colpito moltissimo per il miracolo del ‘volo magico’ che le viene attribuito. La tradizione narra infatti che in una notte nera e buia nell’Umbria del Cinquecento Rita compia questo volo per entrare nel monastero, in cui le suore non la volevano perché già sposata e madre di due figli. Ma diventare suora era sempre stata la vocazione di Rita. E le monache, di fronte a un tal miracolo, l’accolgono. Se questa storia dopo cinquecento anni è ancora viva è perché continua a dirci qualcosa di attuale. E proprio questa vicenda mi ha fatto capire cosa mancava al racconto di Sara e mi ha spinto a scrivere la novella”.

Concita – scientista – obietta che “il volo in questa forma non può essere successo, ma qualcosa di straordinario sì. E allude al volo introspettivo della protagonista del racconto di Daria. Che – così come Rita prima di essere monaca e santa – condivide l’esistenza con un marito che sente estraneo, sino a che nella sua vita si produce una frattura alla quale pone rimedio attraverso ‘il volo’. Per Mila, protagonista della novella, quel metaforico volo fuori dall’ordinario sarà l’origine del suo riscatto”. Una catarsi annunciata, perché “il libro – annota De Gregorio – è costellato dai piccoli fastidi della protagonista (herpes e dintorni) che non sono vere malattie ma appunto segnali, ribellioni del corpo”, che rivelano il disagio e precedono il cambiamento.

Daria acconsente: “Noi ci illudiamo di governare il nostro corpo come guidiamo l’auto, ma non è così. Mila conduce una vita apparentemente serena, non è di Milano, ma ci vive e le piace perché – pensa – ‘è un posto da apolidi come me’. Poi avverte un malessere profondo che va oltre i fastidi rivelatori: possiamo immaginare che abbia dovuto lasciar per strada la sua passione vera, per curarsi d’altro. Lo suppongo, perché io so molto ma non tutto dei miei personaggi! Matura così il bisogno di un riscatto. Tutto questo si percepisce: è più un racconto di allusioni e cose non dette che di cose dette, come d’altronde accade quasi sempre nella narrativa e in particolare nei racconti”. Spesso anche nella vita.

Frammenti di autocoscienza, dunque. E consapevolezze acquisite attraverso una ricerca interiore, innescata dal bisogno di riscatto. Riscatto dal dover essere, dalle rinunce, dai prezzi pagati alla necessità. “Conseguenze del tempo che non abbiamo mai e di cui ci sentiamo vittime. Dove va a finire il tempo che sottraiamo agli altri e a noi? – si domanda Concita – A chi giova quel tempo perduto?”. Tema particolarmente avvertito dalle donne. E da Mila, che ha sacrificato le proprie passioni per curarsi d’altro. Curarsi, avere cura. Compiti e ruoli tipicamente demandati alla donna, che così non ha il tempo di occuparsi di sé, tutta impegnata ad accudire gli altri. “E come fai a sottrarti, sopratutto in quell’età in cui ti è sempre più chiaro cosa è veramente importante nella vita?”

“Ciascuno di noi ha il suo talento – ricorda saggiamente Daria – e ci è chiaro perché e ciò che ci fa vibrare, ciò che facciamo meglio di ogni altro. E noi lo sappiamo. Dobbiamo anche saperlo esprimere. Tutta la vita, in fondo, è un cammino per diventare noi stessi. Bisogna saper riconoscere e realizzare proprio quella cosa là, che ti fa gioire: il nostro volo magico”. Che, quando resta incompiuto, ci sprofonda nella crisi e nel buio.

LA STORIA
“Io, figlio di un inquieto Sudamerica
ho ritrovato il sorriso nell’argilla del Po”

Sergio nato in Uruguay, vive a Serravalle, provincia di Ferrara. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio, figlio di un padre alcolizzato in una casa senza mattonelle, col pavimento di terra, le porte aperte, una madre affetta da precoce artrite reumatoide. Gli occhi neri, i capelli ricci, una sorella e poco da mangiare. Quel poco gli bastava, però la famiglia cerca fortuna a Buenos Aires perché “per essere felice devi avere, questo il tranello capitalista”.

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Sergio con la sua classe elementare. Seduto in basso, il secondo da sinistra

“A Buenos Aires, nel quartiere popolare Boedo, in frigo c’era sempre la coca cola e io credevo fossimo ricchi. Poi mio padre perse il lavoro. Presi un secchio d’acqua, mi inventai un mestiere lavando le vetrine dei negozi della città ogni pomeriggio, fino a raggiungere 50 pesos al giorno, in un mese diventava la paga di un operaio.”
Intanto, la mattina frequentava il liceo. Un giorno qualcuno gli poggia la mano sulla fronte. E’ un giorno come un altro in cui il sole per l’ennesima volta è risorto. Qualcuno tocca delicatamente la sua testa e chiede “come sta la tua anima, Sergio?”. E’ la professoressa di letteratura Beatriz Luque, un fratello desaparecido e il coraggio di non calare mai la testa di fronte ai militari.

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Manifestazione di protesta contro il default argentino del duemila

Sergio con la cresta punk, poi fricchettone, comunista, anarchico che non perde occasione per gettare la sua rabbia in Plaza de Mayo, negli scontri con la Celere, a lottare contro un sistema iniquo, ingiusto. Osserva questa donna e inizia a credere di poter cambiare. Ha visto tanti amici di infanzia risucchiati nelle favelas, persi per sempre.
Da quel giorno iniziò ad apprezzare la poesia, l’arte. Quel giorno forse ha scelto lui, lo ha convinto a diventare un uomo, nonostante tutto. Sarebbe potuto rimanere tra i vicoli di Buones Aires. Invece, stasera, mentre scrivo, il ragazzo del quartiere Boedo chiude il suo banco colorato di cactus, tartarughe, animali, lune, stelle, e torna da un bambino che lo aspetta per giocare prima di dormire, lì, giù a Serravalle.

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Le ceramiche di Pachamama

Serravalle frazione di Berra, cinquemila anime verso il Delta del Po. Quasi alla foce del Grande Fiume. Serravalle che non va in televisione. Poco distante da Padova, Ferrara, Ravenna, eppure lontana dal mondo perché non appare, sembra non servire. Serravalle provincia di dove finisce la provincia e i ragazzi fuggono a Bologna, a Milano, a Padova. Fuggono, ignari del fatto che non si sfugge al luogo in cui si cresce. Serravalle tra acqua e terra, estremo lembo orientale, adriatico, di un Nord ancora bizantino. Un luogo lontano dal clamore, nel cuore del settentrione. Una scura e profonda pianura il cui suolo sa ancora di mare.

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Nonna Maria

In Patagonia “ho visto la vita da vicino e la mia esperienza dice che chi possiede meno è più generoso”. E’ stato il viaggio più bello prima di approdare in Europa. “Mi manca molto mia nonna. Una donna analfabeta, madre di undici figli. Una persona saggia che per me aveva sempre il sorriso”.  Dopo il diploma sceglie la Scuola di oreficeria statale. E’ andata così: lui lavava le vetrine e, sulla stessa strada, un orafo cileno vendeva la sua merce. Sergio si avvicina per fargli i complimenti e l’orafo lo invita a sedersi: “chiunque è capace di imparare”. Questo episodio fu un ennesimo inizio. Ma nel duemila arrivò il fallimento dell’Argentina. Si ritrovò di nuovo al verde, in mezzo a una strada. Spinto dal bisogno di sostenere se stesso e la propria famiglia. Da clandestino, il nostro ragazzo approda a Madrid, quindi a Bologna. Nella città dei portici si inventa maestro di spagnolo: “La prima volta che vidi la Sala Borsa, sede di una grande biblioteca, non riuscii a trattenere le lacrime. E’ difficile spiegare da dove vengo e cosa sia l’Europa per un ragazzo uruguaiano poco più che ventenne della provincia del Rio Negro. E’ stato prendere uno shuttle per andare su Saturno”, racconta.

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Elisabeth, fondatrice del laboratorio artigianale Pachamama

A Bologna trova lavoro come orafo, viene assunto, legalizzato. Mette da parte un bel gruzzolo, deciso a ritornare in Argentina. Prima però, insieme a tre amici, un ultimo viaggio verso il sud dell’Italia. Nessuno gli poggia la mano sulla fronte, stavolta. Nessuno a chiedergli come stia la sua anima ora che, a migliaia di chilometri da casa, ha dei risparmi. Ora che è quasi un uomo. Il viaggio finisce prima di cominciare. Termina sull’isola d’Elba, dove i suoi occhi neri si fermano su quelli altrettanto scuri di Elisabeth, artigiana, ceramista ferrarese. Mentre gli occhi sono occupati, fermi, lei attraversa l’anima, cammina sui suoi desideri, seguendoli prende asilo nel cuore di Sergio. Neanche sei mesi e viene concepito il piccolo Inaki.

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Elisabeth e Sergio davanti alla loro bancarella

Nel frattempo si è sviluppata Pachamama. Nella antica lingua Incas ‘madre terra’. Il progetto di Elisabeth prende il nome proprio dalla terra. Nulla di meglio per chi, come lei, da tempo lavora con le mani nell’argilla: “Tutto ciò che è pietre preziose, oro, è sporco di sangue”, dice, “Preferisco guidare il mio vecchio furgone Ducati. Preferisco le mani nell’argilla, la nostra ceramica a chilometri 45″, tanto dista Serravalle da Ferrara.

“Nella mia vita è un pesce palla che surfa, non un delfino. Da tempo ho abbandonato gli slogan, i passamontagna, la protesta. Quello in cui credo cerco di dimostrarlo con l’esempio, con la mia vita”, dice il ragazzo del Rio Negro, quello delle vetrine da lavare, l’orafo, l’insegnante di spagnolo, vissuto al Boedo, dove “costa meno una pallottola che un preservativo”, è cresciuto e oggi la sua anima sta bene. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio che viene da una casa senza mattonelle, col pavimento di terra. Gli occhi neri, i capelli ricci una sorella e poco da mangiare. Uomo, padre che sa come si diventa uomo. Uomo che sa come fare il padre.

Hasta siempre, cari Sergio ed Elisabeth!

Racconto pubblicato nel blog di Sandro Abruzzese Racconti viandanti [vedi]

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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Redazione

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