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Pensieri scombinati sull’utopia

Vi capita mai di avere la voglia impellente di dire qualcosa, ma non riuscire a dirla. A me si. Vorrei avere dei pensieri originali sul mondo, su questo periodo di decadenza, vorrei potermi aggrappare a speranze che non ho. Mi piacerebbe raggiungere un’ isola galleggiante, metterci sopra tutte le persone che amo, allungare un braccio per aiutare chi ne ha bisogno. Vorrei potere stare a galla su questo mare nero, fluttuando sopra alla risacca dell’odio che fermenta, come un tino di mosto.
Vorrei avere idee intelligenti, costruirmi una alternativa da solo, rimettendo insieme i tasselli del puzzle delle vecchie utopie, per poter accogliere gli sbandati orfani dei sogni.
Quanto vorrei essere utile, portare una briciola di pane nel formicaio del quarto stato, abbracciando compagni e sventolando bandiere, costruendo una alternativa alla barbarie. Sogno di abbattere muri, ero bravo una volta, per aiutare i giovani ad avere un mondo migliore, più libero, meno egoista. I recinti, gli steccati, i ghetti andrebbero abbattuti, quelli si, con le ruspe. Basta stereotipi, basta conformismo annegato nelle lacrime di sangue dei morti innocenti. La diversità ci rende uguali, la purezza ci imbruttisce, non esiste un canone, non siamo dei codici a barra, smettiamola una volta per tutte di crederci combattenti contro il sistema, quando il sistema siamo noi. Conformi ai cliché.
L’antifascismo ci fa belli, la grande bellezza dei valori condivisi, soffiamo sulla polvere del tempo che vuole accomunare tutto, oppressi ed oppressori. Armiamoci di libri e bombardiamo di parole gli odiatori, sfogliamo i libri di storia, diventiamo competenti e con quello combattiamo il revisionismo.
Basta stare in superficie, ripostare all’infinito dieci parole scombinate trovate nel pattume del web. Scaviamo, ricerchiamo, informiamoci, se non abbiamo una opinione abbracciamo il silenzio. Nessuno ci impone di essere preparati su tutto.
Vorrei essere trascinato e trascinare gli uguali in un contenitore, da li mi piacerebbe calamitare le buone intenzioni, le parole, i fatti, la forza di chi ha lottato ma non trova più un appiglio.
Parole inutili, parole al vento, come sempre, anche io scrivo senza senso, mi abbatto nella solitudine del tempo che scorre e non lascia nessuna traccia. Essere utile, sentirsi vivo, guardare ancora per l’ennesima volta la stella rossa di fronte a me.
Rialzarsi e camminarle incontro.

Pensieri nel bagagliaio

di Pier Luigi Guerrini

PENSIERI NEL BAGAGLIAIO

Primo Pensiero

Le resse la mano
tra resse di folla
avanzando piano
come immersi in una bolla.
Mentre la guardavo,
in me albergava un pensiero nano
per fuggire alla colla,
ripiegando lo sguardo
ripiegando posizioni
ripiegando calzini
ripiegando soluzioni.

Secondo Pensiero

Dacci anche oggi
il nostro silenzio quotidiano
dacci sconsacrate
ostie di natura
dacci scompigliate voglie
d’impostura.

Terzo Pensiero

Una strada nuova
Il mio mondo esita
a riprendersi un senso. Barcolla infaticabile.
La legge del confine del senso.
Alla ricerca di risposte sensate
tenacemente contro un senso unico.
La follia dei giorni
la follia di ogni giorno.
La topologia del senso,
un senso per tempi supplementari
in cui ogni minuto si tirano calci di rigore.
Mi sembra di aver perso il percorso di una storia.
Ogni strada è rabbuiata,
ogni incrocio è bloccato, sdrucito, dissanguato.
Ritorno compulsivamente a fatti,
ricordi vissuti, per ritrovare una strada nuova,
una nuova speranza.

Quarto Pensiero

La parola vuota
preoccupata
silenziosa, gestuale
la parola regale
legale
speciale
la parola detta male
la parola in più
una parola ancora e poi metto giù.
Parole intrappolate
dalle convenzioni sociali,
parole banali.
La parola immaginata
nel suo corpo, nella sua vita.
La parola incartapecorita
che si sbriciola
che si squama tra le dita.
La parola si libera
viaggia nell’aria e parla ai nostri sogni.

Quinto Pensiero

Sera
Nel frattempo
s’era posto di lato
alla finestra
e s’era scoperto
a curiosare la strada,
le case, le luci degli altri.
Ultimamente,
s’era accorto di farlo spesso.
Gli piaceva camminare
nei pensieri fino a sera.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Una rete civica di idee e saperi per un progresso diffuso

Mai come nel passato abbiamo migliorato le basi del progresso umano: salute, benessere, istruzione. La generazione di adulti in arrivo è la prima della storia a essere quasi universalmente alfabetizzata.
Che viviamo meglio di ieri dovrebbe essere noto a tutti, dalle conquiste della scienza all’aspettativa di vita. Sono quelle cose ovvie, talmente ovvie da sfuggire al nostro sguardo.
Lo spiegano bene nel loro libro, “Nuova età dell’oro”, Ian Goldin e Chris Kutarna della Oxford Martin School.
Dunque, non possiamo permetterci di stare seduti ad attendere tempi migliori. Il nostro Rinascimento è qui e ora.
E, ovviamente, dipende da noi. È questo “da noi” l’interessante. Le opportunità di oggi non si sono mai verificate prima nel passato. E questa è una responsabilità che ci coinvolge tutti come individui.
Scriveva Marco Tullio Cicerone, cent’anni prima della venuta di Cristo: «Non siamo nati soltanto per noi, e del nascer nostro una parte ne vuole la patria, un’altra i genitori e un’altra gli amici». È necessario che ognuno di noi si renda conto di questa parte.
Preoccupati di difendere i nostri orti e poderi, spesso armati gli uni contro gli altri, occupati a costruire muri e paure, neppure ci passa per il cervello che potrebbe esser più utile, a noi e agli altri, darsi da fare per cercare di migliorare noi stessi, per crescere come persone, perché quello di cui oggi ha più bisogno il mondo è di persone migliori, solo così si progredisce e si può vivere una vita sempre più desiderabile. Un pensiero banale, ma che tra le banalità di cui siamo campioni neppure ci sfiora. Un futuro migliore è possibile se a iniziare da ora ciascuno di noi saprà essere migliore.
L’indifferenza non ci è permessa. Riguarda tutti. Non ci è concesso di stare alla finestra, bisogna fare ciò che tutti dovremmo saper fare: rimboccarci le maniche. Soprattutto ora di fronte alle sfide che mettono a rischio il pianeta e la nostra esistenza su di esso.
Cosa sia la virtù dobbiamo averlo dimenticato nella notte dei tempi, non appartiene più al nostro lessico che ha ceduto il passo alla serendipità e alla resilienza, ma, come ci ha insegnato Aristotele, la virtù è una qualità del carattere che permette di agire come si dovrebbe.
“Agire come si dovrebbe” è la prima sfida. Una sorta di ontologia della cittadinanza, di scienza della cittadinanza. La responsabilità dei propri comportamenti nei confronti dell’altro e nei confronti della natura. E qui si gioca il compito dei nostri sistemi scolastici, per come oggi descrivono il mondo e formano i comportamenti sociali.
Invece di attivare le pance abbiamo necessità di attivare i cervelli. Chi si scalmana per le pance evidentemente teme cosa potrebbe accadere se si mobilitassero i cervelli.
Ma non saranno solo i comportamenti virtuosi a salvarci, dobbiamo andare più lontano di quanto pensiamo, cambiare la nostra mappa mentale del mondo, le nostre mappe mentali devono evolversi.
Qui viene il difficile. Da soli non ce la possiamo fare. Il modo migliore per superare i limiti del nostro modo di pensare consiste nell’incontrarsi con l’altro, con gli altri, con le persone che pensano in maniera differente da noi. Abbiamo bisogno di condividere le intelligenze, di creatività e di genialità collettive. Le strade delle nostre città, centro di incontro delle culture, possono essere gli hub di questa rinascita di idee e di pensieri, Ma bisogna uscire dalle città baraccone che vendono le loro attrazioni, per divenire città capaci di attirare intelligenze, creatività e conoscenze, di comporre nuovi saperi. Abbiamo necessità di produrre e diffondere idee, di rendere pubblici i saperi e di farli circolare. La rinascita del sapere è il grande traguardo, attingerlo e condividerlo in tanti, con sempre maggiore forza. L’istruzione disseminata, fuori dai canoni classici, perché chiunque possiede la chiave narrativa scriverà la storia di questa epoca. La grande sfida è mobilitare le persone per una società più compiutamente umana.

La scrittura di una lettera

Parola dopo parola, frase dopo frase. Una sequenza di pensieri fermi lì, su carta.
Trovo che scrivere lettere sia qualcosa di bellissimo e oggi, estremamente nostalgico. Chi scrive lettere nel 2019? Messaggi, chiamate, chat online, tutto è più veloce e più pratico.
Ma la poesia che si cela dietro una raccolta di pensieri, scritti appositamente per essere condivisi con qualcuno, per poi attendere trepidanti una risposta, senza antecedenti spunte blu, è andata perduta.
Qualche parola dall’inchiostro sbavato, qualche piega sul foglio che è stato toccato, studiato, progettato e una calligrafia personale e riconoscibile. Il tempo che vi si è dedicato e, oggi, la possibilità di staccarsi, anche solo per un attimo, dai nostri amati schermi, dalla loro luce e dai loro suoni.

“Una lettera, nel momento in cui la infilo nella busta, cambia completamente. Finisce di essere mia, diventa tua. Quello che volevo dire io è sparito. Resta solo quello che capisci tu.”
Cathleen Schine

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

IL DOSSIER SETTIMANALE
Accordi: la musica da ascoltare… e da leggere


Accordi: tre modi di raccontare una canzone. Un brano alla settimana scelto da Ferraraitalia, da ascoltare, vedere e apprezzare seguendone musica, testo e immagini.
Ma anche e soprattutto (perché no?) guardandone l’altra faccia, quella insolita, proposta dai nostri articolisti, Carlo, Fulvio e Andrea, che ognuno alla propria maniera raccontano la musica attraverso storie, sensazioni, aneddoti, emozioni, ricordi, immagini nella mente.
La scelta è varia, per nulla scontata.
Buona lettura e buon ascolto.

ACCORDI PAROLE E MUSICA. IL DOSSIER N. 10/2017 – Leggi il sommario

Buen Camino, alla riscoperta della propria interiorità

Viaggi a tema, esotici, leggeri o di contenuto impegnato vengono offerti oggi nelle più curiose combinazioni. Le mete, anche le più stravaganti, a corto, medio o lungo raggio sono alla portata di ogni viaggiatore. Internet consente la virtualità in ogni angolo del pianeta: poche domande al touch screen di uno smartphone o di un i-pad e le molte risposte negano spesso l’effetto della scoperta, caro ai viaggiatori di qualche tempo fa. Nulla ci è negato, tutto è condiviso e via si parte.
Ma ancora un luogo c’è dove pochi, pochissimi, possono entrare, perlustrare, indagare, navigare, dove la cibernetica è bandita e ciascuno di noi raccoglie, accumula e protegge il proprio sentire, e dove l’ingresso è riservato a selezionati visitatori, gli altri rimangono fuori: è il nostro mondo interiore.
Qui lo spazio è infinito e senza confini, qui ciascuno di noi costruisce le proprie motivazioni, vive le proprie trepidazioni ed emozioni, matura la fede, le proprie sfide spesso accantonate, ma che di tanto in tanto abbiamo necessità di riscoprire, di riportare alla luce, di ripulire dal velo di polvere della quotidianità, di rivalutare potendo rimanere soli con i propri pensieri.
Riconquistare il proprio spazio, spesso trascurato, attraverso un pellegrinaggio avrebbe potuto rappresentare una risposta soddisfacente al bisogno di ritrovarsi con se stessi: ho seguito l’istinto e grazie anche a qualche prezioso consiglio ho intrapreso il ‘Camino de Santiago’.
Con i miei tre compagni di viaggio, mi sono messo in marcia in un continuo saliscendi fra boschi, camminando per un impegnativo tratto di circa 130 chilometri: una prima frazione del percorso più popolare di 870 chilometri, che prende avvio dai Pirenei di Roncisvalle, che da Sarria attraverso la verde (e di sapore celtico) Galizia porta al sagrato della Basilica di Santiago di Compostela nell’estremo nord-ovest della penisola iberica, a pochi chilometri dall’Oceano Atlantico.
La tradizione vuole che Giacomo Maggiore, evangelizzatore della Spagna nei primi anni del primo secolo d.C., dalla Galizia tornasse in Palestina, dove fu decapitato. In seguito, secoli dopo, furono riportati i resti in barca da fedeli discepoli per una degna sepoltura nella stessa Galizia. Oltre otto secoli dopo la tomba venne ritrovata e riconosciuta: da allora il Camino attrae e affascina milioni di pellegrini, uomini, donne, bambini, anziani, giovani, meno giovani e giovanissimi attratti dal mistero religioso e dall’avventura, perché è davvero un’avventura globale questa, che lascia una traccia profonda e indelebile in ogni pellegrino.
Zaino leggero e calzature adeguate sono il complemento essenziale al passo tenuto al giusto ritmo. Intanto la riflessione interiore prende il sopravvento nel silenzio del percorso sterrato, interrotto solamente da qualche vociare di gruppi di camminatori da Roncisvalle che salutano con il “Buen Camino” e che ti superano almeno momentaneamente. Il percorso è segnalato alla perfezione, qualche ruscello da guadare in perfetta sicurezza e intanto inizia a piovere, ma la smisurata curiosità che si affolla nella mente sul come affrontare le tappe successive per arrivare alla méta lenisce ogni minimo disagio.
Il Camino non è solamente religiosità, non chiede l’obbligo della fede ai pellegrini, la rende possibile, non costringe a motivazioni mistiche o a chissà quali penitenze per i peccatori anche i più incalliti. Credenti e non credenti, in cammino insieme sono uniti da una ferma volontà nel portare a termine il percorso quotidiano alla stregua dei pellegrini medievali dei secoli passati, e li induce ad assumere una quota accettabile di piacere del rischio sui propri limiti (di non farcela).
Fra ostelli, piccoli ristori e il pensiero ai piedi che spesso tradiscono, e dopo aver superato valli fra altissimi alberi, finalmente spiccano le guglie della Cattedrale di Santiago.
L’arrivo sul sagrato al tramonto, il passaggio attraverso l’agognato e secolare portale lasciano spazio alle forti emozioni. La stanchezza sembra scomparsa d’incanto mentre iI rituale dell’accoglienza si completa con lo spettacolare pendolare nella Cattedrale del Botafumeiro, il gigantesco incensiere in argento sollevato da dieci persone e che nei secoli passati serviva a ricoprire gli odori non sempre gradevoli dei Pellegrini con l’inconfondibile e forte odore dell’incenso.
Cammina, cammina siamo arrivati alla méta (credenziale compresa) pur assaliti spesso dal dubbio.
Il pellegrinaggio come metafora della vita? Forse, il raggiungimento…
Ma come altri, compresi i miei tre meravigliosi compagni di viaggio, nella sfilacciata processione verso la tomba di Santiago ho avuto il tempo necessario per confrontarmi con i miei pensieri e questo, al momento, mi è sufficiente.

LA RIFLESSIONE
Un mondo di lettere

Lettere ritrovate, scritte, ricevute, inviate, timbrate, spiegazzate, scovate nei mercatini della Rive Gauche lungo la Senna, nei solai della nonna e nelle cantine delle nostre case.
Lettere stropicciate che mantengono tracce indelebili di lacrime e sorrisi.
Lettere dimenticate e abbandonate che una mano curiosa riscopre e fa rivivere.
Quante storie in quelle righe, quante vite, quanti drammi e quanti sogni, quante belle e brutte notizie, quanti pensieri, quante confessioni, quante storie d’amore perse e ritrovate. Quante strade che si sono incrociate o separate. Quanta forza, allegria e malinconia.
Molti di noi hanno conservato plichi infiniti di lettere, avvolti da nastrini colorati, rosa o azzurri, stipati in scatole dalle forme più svariate, spesso ovale, con fiorellini dipinti sopra.

lettereMolti di noi le hanno trattenute per momenti migliori o peggiori, sicuri che vi avrebbero un giorno trovato risposte a tante domande, scartabellando e perdendosi ancora e sempre in quei preziosi e colorati contenitori di vita. Forma, dimensioni e capienza di quegli spazi sarebbero stati per sempre legati alla nostra storia, alla nostra continua evoluzione quotidiana. Lì dentro avremo conservato storie di gioia e di disperazione. Ricordi, immagini, fotogrammi, istanti, momenti, luci, ombre e passi-passaggi.
Spesso siamo andati ad aprire quelle scatole, in silenzio, timorosi di ritrovarci un passato andato e vissuto intensamente, un passato bello che non c’e’ più, preoccupati dal poter rileggere le parole di un innamorato che è svanito nel nulla, le promesse di un eterno futuro che non si è avverato, che allora era un per sempre finito solo poco dopo. Una promessa di futuro scritta con un’elegante penna stilografica, il cui inchiostro sbiadisce facilmente. Forse solo questo particolare avrebbe dovuto illuminarci, allora…
Spesso ci siamo avventurati nello scartare quelle buste ingiallite come si fa con una caramella mai gustata prima, quando la carta sfavillante e luccicante invoglia a provarla ma non si sa proprio che gusto ci attenderà. A volte amaro, a volte dolce, a volte salaticcio e appiccicaticcio, spesso insignificante. La curiosità, però, è troppo forte…
Ricordo quando, a Parigi, mi avventuravo nei mercatini alla ricerca di antiche missive che potessero ispirare le mie pagine di romanzo. Una riga sbiadita spesso mi faceva immaginare vite avventurose e storie d’amore rocambolesche. Sono meravigliose le lettere, contengono una vita, lasciano traccia dei pensieri di anime curiose e spesso smarrite. Riceverle è altrettanto sorprendente, magico e avvolgente che scriverle e inviarle. Forse di più. Ricevere una lettera significa ricevere parte di un’anima che si dedica solo a te per qualche momento. Qualche attimo che magari è costato giorni e notti insonni, pomeriggi che sembravano infiniti ed eterni.
Chi non ha scritto lettere d’amore? Chi non non ne ha ricevuta almeno una nella vita?
Rileggendole ci sembriamo ridicoli, almeno un po’, o forse, alla fine, sono ridicoli i ricordi che hanno ispirato quelle lettere, come eravamo, quello che è stato. Che, però, è stato e che ha fatto parte di noi. O forse, alla fine, è veramente ridicolo chi non è mai stato capace di scriverne. Chissà… Era bello scriverle, però, e io non smetterò certo di farlo…

Era bello davvero, come ci ricorda Fernando Pessoa

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.

Questo testo è stato magistralmente interpretato da Roberto Vecchioni che vi invitiamo ad ascoltare [ascolta]

Fotografie di Anna Pirazzi

tartaruga

Elogio della lentezza

Dopo ‘La sindrome della rana’ che rischia di rimanere bollita, ‘La città della conoscenza’ questa settimana si occupa di lumache e tartarughe, con ‘L’elogio della lentezza’. Non sono gli animali dell’Imperatore di Borges, ma sempre bestiole utili alle nostre riflessioni.

L’analogia fra la nostra mente e il computer pare ormai far parte del senso comune. Tanto che abbiamo perso di vista, se è il computer che deve tendere ad imitare i meccanismi del nostro cervello o se dobbiamo essere noi ad apprendere a funzionare come un elaboratore. In attesa di una fantascientifica era di osmosi tra la macchina e l’uomo, prima che il processo si avvii, per progressiva atrofizzazione di quanto non sia coinvolto nello smanettamento di iPhon, tablet e tastiere, concediamoci un intervallo di sano ‘slow’. Prendiamoci il gusto di andare controcorrente, di fare come Ribelle, la lumaca della favola di Sepúlveda, che in viaggio sul carapace di una tartaruga scopre l’importanza della lentezza.
Le tartarughe le hanno affrescate anche i pittori del Vasari, oltre cinque secoli fa, nel soffitto del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Sono tartarughe a vela, una sorta di simbiosi tra animale e macchina ante litteram. Sì, perché ognuna porta inalberata sul carapace una vela gonfia di vento, con la scritta ‘festina lente’, affrettati lentamente, ossimoro quanto mai significativo.
Sono queste immagini a suggerire al professore Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia dei Lincei ed ex direttore dell’Istituto di Neuroscienza del Cnr, di scrivere ‘L’elogio della lentezza’, edito da il Mulino.
Il professore Maffei ci spiega, con buona pace dei cognitivisti della Human Information Processing, che non siamo multitasking, che non siamo biologicamente predisposti per eseguire più programmi contemporaneamente. Il nostro cervello e il computer hanno ben poco in comune ed è quanto mai pernicioso per la salute della nostra corteccia cerebrale tentare di imitare, o addirittura competere, con la rapidità dei nostri ‘processing device’.
Sarebbe sufficiente pensare alla storia dell’evoluzione del cervello umano, per comprendere che si tratta di una macchina lenta, con i suoi tempi e le sue sequenze. La velocità, i ritmi frenetici, la convulsione non convengono a lui, tanto meno a noi che dai suoi impulsi facciamo discendere le nostre reazioni, che, per via della fretta, spesso si rivelano ingannevoli e avventate.
In un mondo in cui viviamo continuamente con l’incubo del tempo insufficiente, del tempo perduto, fermarsi dal correre forse a molti può apparire un lusso. Ma chi non ha gridato almeno una volta, come Mafalda di Quino, ‘fermate il mondo che voglio scendere’, per avere la soddisfazione di guardarlo da fuori, manifestando così la sua avversione per i pensieri deboli e veloci?
Sebbene l’inglese, da questo punto di vista, non dia molte garanzie, è tutto un fiorire di slow city, slow food, slow motion, fino allo slow touring come indubbie espressioni del bisogno di prendersi un po’ di respiro, della necessità di riscoprire i vantaggi dei tempi lunghi. Tanto da celebrare la giornata mondiale della lentezza, il 13 maggio.
Potete pure visitare il sito dell’associazione italiana “Vivere con lentezza” (www.vivereconlentezza.it). È un progetto nato per riflettere e far riflettere sui danni economici, sociali, personali e ambientali determinati da una vita ad alta velocità. Propone di ripensare al valore sociale del lavoro per uno sviluppo economico in armonia con l’uomo e con l’ambiente. Promuove uno stile di vita in contrapposizione con i ritmi frenetici della nostra agenda quotidiana, fornendo l’elenco dei primi 14 “comandalenti”, per trovare la velocità giusta nella vita.
Per esempio: se fate la fila, in un supermercato, davanti a uno sportello in banca, in un locale pubblico, non cedete alla tentazione della rabbiosa insofferenza, e approfittatene piuttosto per fare una nuova conoscenza, o ascoltare una storia. Non inzeppate l’agenda di impegni, così come non provate a fare sempre più cose contemporaneamente. E non dite mai: non ho tempo. Anche perché non è vero, e la lentezza è molto più di una possibilità, come ci ricorda il funzionamento del nostro cervello. Lento dalla nascita.
Esiste anche ‘La pedagogia della lumaca’, è un libro che ha scritto un uomo di scuola, di Cesena, Gianfranco Zavalloni, purtroppo ci ha lasciati da poco, a soli cinquantaquattro anni. Per una scuola lenta e non violenta, rispettosa del tempo e soprattutto della vita dei nostri bambini e ragazzi.
Sapremo ritrovare tempi naturali? Sapremo attendere una lettera? Sapremo piantare una ghianda o una castagna nella consapevolezza che saranno i nostri pronipoti a vederne la maestosità secolare? Sapremo aspettare?
Sono alcune delle domande a partire dalle quali Gianfranco Zavalloni cerca di fornire risposte con il suo libro. È un invito a genitori, insegnanti, educatori a riflettere insieme sul senso del ‘tempo educativo’ e sulla necessità di adottare strategie didattiche di rallentamento.
Daniel Kahneman, premio Nobel nel 2002, in ‘Pensieri lenti e veloci’, edito da Mondadori, ci richiama alla lentezza proprio per evitare gli errori sistematici del nostro pensare. Soprattutto quelli così diffusi come i pregiudizi, che sono dovuti non al fatto d’essere vittime delle nostre emozioni, ma alla struttura particolare dei meccanismi cognitivi.
Che la mente sia logica e razionale è un assunto dogmatico. L’ipotesi che la nostra mente sia soggetta a errori sistematici è ormai largamente dimostrata.
È sconcertante il limite della nostra mente, l’eccessiva sicurezza con cui crediamo di sapere, la nostra evidente incapacità di riconoscere quanto siano estese la nostra ignoranza e l’incertezza del mondo in cui viviamo.
Questo perché la mente rischia il buio nel sovrapporsi di decisioni troppo rapide e noi rischiamo di compiere le scelte sbagliate.
Dunque la riscoperta della lentezza potrebbe essere una buona terapia contro i nostri ‘bias’, falsi concetti, e gli effetti dello stress digitale, dove tutto viene comunicato in tempi record attraverso e-mail, sms, tweet.
Forse è il caso di rispolverare il vecchio adagio ‘rifletti prima di parlare’, per lasciarsi prendere dal ritmo delicato della lentezza, per apprendere ad ascoltare l’altro, per imparare il dialogo e come la vera conoscenza apprezzi i tempi lunghi.

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