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Quel filo spinato che ci avvolge
mentre l’Europa delle parole va in fumo

 

Tra Polonia e Bielorussia è in atto un altro episodio di guerra fredda caratteristico del secolo americano. La Russia spinge migranti alle frontiere dell’Ue probabilmente aiutata dalla Turchia a cui avrà fatto concessioni per qualche azione che consolidi le sue posizioni in Siria. Lo fa utilizzando quello che è un vero e proprio stato cuscinetto, la Bielorussia, l’ultimo che gli è rimasto dopo aver praticamente perso l’Ucraina a favore degli americani.

Perché lo fa. Cerca di assicurarsi il suo spazio vitale, di alleggerire il contenimento che stanno attuando gli Usa in un tentativo continuo di accerchiamento e di sfondamento delle classiche linee di difesa che furono sovietiche. E’ chiaro che le forze in campo sono a suo sfavore, la Nato può permettersi esercitazioni congiunte ai confini russi, in particolare nei Paesi Baltici dove spesso stazionano anche uomini e aerei italiani pronti a difendere l’Europa dai barbari, e allora Putin usa i migranti per creare scompiglio, rompere l’accerchiamento e poter anche accusare l’Ue di ipocrisia nelle sue politiche migratorie.

La Polonia costruirà un muro di 110 Km che la dividerà dalla Bielorussia e soprattutto dai migranti che vi stazionano desiderosi di raggiungere la civile Europa dei sogni. Progetto approvato dal Parlamento locale ma anche benedetto dal presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, quello che aveva a suo tempo preso il posto a sedere alla signora Von Der Layen alla presenza di Erdogan.

Michel aveva aperto in un discorso a Berlino a muri e filo spinato per bloccare i migranti in arrivo dalla Bielorussia che suona come un’apertura all’uso di fondi Ue per nuove barriere che ha spiazzato i più attenti osservatori, ma anche la stessa Von Der Layen.

E anche la Lettonia si affretta ad approvare la costruzione di un muro ai confini con la Bielorussia, insomma contemporaneamente ai festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino e la fine della vecchia guerra fredda ci si affretta a costruirne altri, quasi a dimenticare le critiche europee al muro con il Messico tanto voluto da Trump e lasciato al suo posto da Biden, segno che i muri ci appartengono.

Ci sono conflitti geopolitici in atto che imperi reali (Usa), imperi legati al passato ma desiderosi di nuovo splendore (Russia e Turchia) e imperi del futuro (Cina) stanno combattendo, in Europa e sugli Oceani, ognuno come può e con i mezzi a disposizione. Di questi, solo gli Usa sono presenti dappertutto, contengono la Russia in Europa e la Cina nell’ Indo-Pacifico, sfruttano le mire espansionistiche di Erdogan nel Mediterraneo e nei Balcani. Per i loro scopi strategici utilizzano a piacimento i paesi vassalli, come l’Italia che si lancia in operazioni oltre confine senza interessi nazionali da difendere, e la Nato tutta, per ribadire che l’Europa è americana oppure non è.

Ma oltre alla geopolitica esiste l’essere umano ed esiste una striscia di terra tra Polonia e Bielorussia, fatta di carne e sangue, di adulti e bambini, di terra bagnata e di donne incinte. Fatta di un’umanità sofferente dietro ai fili spinati, ai muri in costruzione, ai traumi delle botte alle frontiere e ai sogni infranti che non solo Putin e Erdogan si dovranno intestare. C’è Biden e c’è tutta l’Europa che è pronta a mostrare i muscoli, a “contenere” i nemici immaginari o reali con i caccia ultima generazione e le esercitazioni continue con la pretesa di essere migliori.

Europa capace di andare e rimanere in Afghanistan vent’anni in una missione fallimentare senza propri interessi strategici o tattici da difendere e capace di gridare al successo perché l’evacuazione è stata fatta in poco tempo e senza particolari traumi, tranne ovviamente per quelli attaccati agli aerei e caduti nel vuoto.

Ma quando arriva il momento di dimostrare di essere davvero qualcosa in più, quando la differenza tra ciò che dici e ciò che fai si materializza dietro l’ennesimo confine, l’Europa delle parole va in fumo. La miglior cosa che riesce a fare è costruire muri, accusare gli altri, trovare giustificazioni, accampare pretese.
E nel frattempo, in mezzo a tante parole, uomini e donne e bambini lasciati al freddo e alla fame per giorni, settimane e forse mesi, tra questi magari afghani che si era giurato di difendere, accompagnare al progresso e alla democrazia. Sarebbe bastato, e sicuramente basta ancora, accoglienza e un pasto caldo.

Shut up

Bologna è una città che sa mandare messaggi. Alcuni vaghi, altri criptici. Altri assolutamente chiari. Lo sa fare nelle piazze e lo sa fare sui muri. Maschera dell’esistenza umana. Eternamente bella. Eternamente sincera…

Inaspettate come le opportunità

Quando ci sembra di vedere tutto nero, di avere davanti a noi troppi ostacoli da superare, muri troppo alti da valicare, dobbiamo pensare che dietro vi si celino delle opportunità.
Non sempre le cose vanno come vorremmo o come avevamo precedentemente calcolato, ma questo non significa che siano sbagliate. Ecco che l’inaspettato si rivela e con un po’ di fortuna, può essere sorprendente.

“Ogni muro è una porta”
Ralph Waldo Emerson

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Indro, la sinistra e i valori perduti

Non fu chiaro subito. All’inizio ci parve un semplice moto di simpatia per il tirannicida: Indro Montanelli, “l’anticomunista” (per qualcuno addirittura “servo dei padroni”) si ribellava al suo editore, Silvio Berlusconi, alla vigilia delle elezioni che sarebbero state viatico al ventennio del Cavaliere. E lasciava – non tollerando ingerenze – la sua creatura, il suo quotidiano, quel “Giornale nuovo” fondato nell’autunno del 1974 e curato con amore paterno. Nella testa di chi lo aveva sino ad allora avversato non fu subito chiaro che l’apprezzamento per quel gesto di dignità – e di coerente riaffermazione di principi lesi – era anche riflesso di un disagio proprio, frutto dello spaesamento che percorreva il popolo di sinistra, spiazzato dalla frana delle ideologie conseguente al crollo del Muro, dalla fine del Pci e dall’appannamento dell’orgoglio di una professata “diversità” etica, determinato dalle vicende di Tangentopoli.
In un mondo, quello della sinistra, alimentato a pane, idealità e schiena dritta, quegli accadimenti della storia procurarono un terremoto esistenziale. Ed ecco, allora, che il gran rifiuto di Indro Montanelli (che pure dei “comunisti” era riconosciuto avversario), percepito e apprezzato allora essenzialmente come atto di coraggio e insubordinazione, rappresentò invece per l’inconscio ferito di chi stava perdendo i propri baluardi ideali, una coerente riaffermazione della non negoziabilità dei valori: una fulgida testimonianza di onestà intellettuale.

In principio fu Indro, dunque. E “La voce”, il quotidiano a cui diede vita esattamente 24 anni fa, il 22 marzo del 1994, che raccolse a sinistra molti lettori, marcò un tratto di cesura con la primavera delle nostre speranze, una sorta di distacco del cordone ombelicale, il prendere il largo da una riva familiare per cercare nuovi porti e coltivare nuove utopie. Non ce ne rendemmo subito conto. E ne fu prova quell’istintivo apprezzamento per il giornalista considerato sino ad allora, a sinistra, emblema della reazione, alfiere di piombo della sponda avversa, espressione della destra che si contrapponeva alle battaglie per l’emancipazione sociale degli oppressi. Se a propiziare il moto di simpatia fu il fiero distacco dal suo editore Silvio Berlusconi, nel fondo c’era il riconoscimento di una profonda onestà intellettuale che la scelta di Montanelli ribadiva, a netto contrasto con le incertezze, le ambiguità e l’incipiente declino morale di molti degli alfieri della nostra riva: nel crepuscolo della ‘rive gauche’ la sua vicenda faceva riaffiorare un tratto di dirittura morale.
Lo spirito liberto e vitale impresso nel carattere della Voce (sulla quale, fra gli altri, scrivevano Marco Travaglio, Peter Gomez, Beppe Severgnini) fu il fiore di primavera contrapposto all’autunno della decadenza dal quale la sinistra non si è più ripresa. Neppure nei rari episodi di apparente riscatto elettorale: persino alle radici del vittorioso Ulivo s’annidavano piante infestanti, velenosi innesti di colonnelli ambiziosi, dediti a spargere veleno per infiacchire la pianta e affermare i propri appetiti di dominio.
E così, fra rivalità, brame personali, appannamento delle idealità, offuscamento dell’orizzonte assiologico, oscuramento del valore della cosa pubblica e del bene comune, esaltazione dell’individualismo e trionfo del privato a tutti i livelli, si è consumata l’ultima estate della sinistra e spianata la strada alla barbarie (non della destra in quanto tale, che in seno coltivava anche personalità colte, raffinate e intellettualmente oneste come il “nostro” compianto Indro), alla protervia dell’egoismo e del rampantismo, che offusca la dimensione comunitaria e cancella il legame sociale.
E fu anche, quella del ’94, la prima e l’ultima estate della Voce. Una voce libera, espressione di valori sopiti, testimoniati per tredici mesi appena. Poi il silenzio.

Morsi e rimorsi

di Pier Luigi Guerrini

Si costruiscono muri rassicuranti
per potersi contare
per non essere tanti.

Per non essere santi.

Si costruiscono muri
per potersi produrre
i migliori diserbanti.

Si costruiscono muri
perché si è a corto d’assorbenti.

Si evade nella povertà morale, nella morale virtuale. Nella povertà crescente, nella ricchezza supponente. Nelle trasmissioni TV sul cibo a tutte l’ore. Nelle mense dei poveri.
Si evade nei social network. Nei blog autoreferenziali. Nell’insopportabilità del possibile. Nel quadro delle compatibilità, nella cornice di cartone.

Si cerca alloggio nella criminalità organizzata. Nella banalità pianificata. Nell’ovvietà riverniciata. Nella carità sbandierata. Nella razza padrona. Nella razza di mare. Nella razza superiore. Nei favori sottobanco. Nei banchi parlamentari sottocosto. Nelle amicizie interessate. Nella razza di stronzi.
Nelle amicizie virtuali, nella solitudine reale.

Ci si rassicura nelle fondazioni bancarie senza fondamenta. Nel compromesso a prescindere. Nella folla solitaria. Nella follia condivisa. Nella follia in divisa, nella divisa del pensiero unico, del pensiero impoverito. Nell’azione privilegiata. Nell’azione dei buoni sentimenti, nell’azione esemplare. Nell’azione cattolica. Nell’azione (in bagno) dopo colazione.

Un tempo s’immigrava
con lacrime d’amore.

Da tempo, si va via
con sguardo di rancore.

Si evade nel paradiso fiscale. Nel paradiso artificiale. Nel paradiso. Nell’integralismo religioso. Nell’integralismo aziendale. Nel cibo integrale. Nell’integralismo alimentare. Nel secessionismo condominiale. Nella violenza sulle donne. Nella donna sola al lavoro purché non resti incinta. Nell’uomo sempre e solo al comando.

Si fugge nel largo ai giovani ma fino ad un certo punto. Nel largo ai giovani. Ma dopo il punto.

Addio, Duca Bianco

Un’icona della musica, una leggenda che ha vissuto da protagonista mezzo secolo del nostro tempo. Si è spento pochi giorni dopo il suo 69esimo compleanno David Bowie, una ricorrenza coincisa quest’anno con l’uscita del ventisettesimo album in studio del Duca Bianco: “Blackstar”. Una carriera incredibile la sua, costellata di successi e caratterizzata dall’insaziabile istinto di reinventarsi in molteplici modi e generi, senza mai essere banale e anzi, al contrario, venendo spesso acclamato anche da chi meno ci si poteva aspettare. Non è un caso infatti se Bowie viene oggi celebrato anche da testate come L’Osservatore Romano; così come non è un caso se la Germania, con un tweet tramite il profilo del ministero degli esteri, lo ringrazia per aver contribuito alla caduta del Muro di Berlino.
Ed è proprio così che ci piace ricordarlo, durante lo storico live berlinese del 1987, di fronte al Reichstag e a due passi dal Muro mentre saluta le migliaia di persone che, ad est, si accatastarono sui tetti per assistere allo spettacolo, e alla storia.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

Purché ci siano i fiori

Che sia in una stradina del centro dove non batte il sole nemmeno ad agosto, che sia su un muro grigio come il cemento, e sia pure in piccoli vasi appesi ai muri di una vecchia casa… va bene tutto, basta che vi crescano fiori.

In foto: vasi di ciclamini appesi al muro esterno di un’abitazione, zona del ghetto ebraico a Ferrara.

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

GERMOGLI
Appuntamento con la storia.
L’aforisma di oggi…

9 novembre 1989: cade il Muro di Berlino, che dall’agosto 1963 circondava il territorio di Berlino Ovest. Dopo settimane di disordini pubblici, il governo della Germania Est annuncia che le visite a Berlino Ovest sarebbero state permesse. Dopo questo annuncio molti cittadini dell’Est si arrampicano sul muro e lo superano, mentre gli abitanti della Germania Ovest dall’altro lato li accolgono.
La sua esistenza era il simbolo della cortina di ferro e della guerra fredda fra le due superpotenze Usa e Urss, così anche la sua caduta diventa il simbolo dello sgretolamento del Regime Sovietico e, secondo alcuni, l’inizio della fine delle ideologie o addirittura della storia

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John Fitzgerald Kennedy

“Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: Ich bin ein Berliner”. (J.F. Kennedy)

ACCORDI
Il giorno dopo il crollo.
Il brano musicale di oggi

Il crollo del Muro di Berlino mette fine a un grande inganno: il comunismo secondo Stalin e i suoi epigoni. Una mostro che, in patria, prima Krusciov e poi Gorbaciov con ‘glasnost’ e ‘perestroika’ (trasparenza e riforme) avevano cercato di picconare.
Nell’autunno berlinese, crolla il falso mito e travolge ciò che aveva generato: ingiustizie, opportunismi, orrori. Ma sotto le macerie ideologiche restano anche sani ideali; quelli, per esempio, che l’eurocomunismo – di cui Enrico Berlinguer fu alfiere – aveva cercato di alimentare. Quelli dei movimenti di base, estranei agli appetiti e alle logiche del potere. Oggi resta il sogno dei resistenti, il bisogno non sopito di una comunità fondata su principi di partecipazione, uguaglianza, solidarietà…

Giorgio-Gaber
Giorgio Gaber

Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista

[clicca sul titolo per ascoltare]

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

 

LA RICORRENZA
Quando c’era il Muro:
‘Mir caravane’, artisti per la pace

di Luca Gavagna

Nel 1989 una carovana di duecento attori provenienti da tutta Europa intraprese un viaggio dalla Russia alla Francia. Si mossero con Caravan e roulotte, gli spettacoli si tennero in otto tendoni da circo che viaggiarono al seguito della carovana.
Erano compagnie provenienti da diversi paesi: Unione Sovietica, Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Italia. Le tappe furono: Mosca Leningrado, Varsavia, Praga, Berlino Ovest, Copenaghen, Basilea, Losanna,  e Blois.
L’iniziativa si chiamò “Mir caravane” che in russo significa Carovana della Pace. Fu un’iniziativa importante sia dal punto di vista culturale che politico,  anticipatrice dei grandi sconvolgimenti che si sarebbero verificati pochi mesi dopo.
Uno dei gruppi organizzatori fu il Teatro Nucleo di Ferrara. Le foto raccontano di una sessione fotografica con Nicoletta Zabini, attrice ferrarese del Teatro Nucleo, proprio di fronte al muro di Berlino che sarebbe stato abbattuto il 9 novembre 1989.

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Gli artisti della Carovana per la Pace del 1989
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Nicoletta Zabini, attrice ferrarese del Teatro Nucleo
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Nicoletta Zabini dinanzi al Muro di Berlino
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Ancora Nicoletta Zabini: il Muro sarebbe stato abbattuto di lì a poco, il 9 novembre
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