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Le dimissioni di Luigino e i pugnali di gomma della nostra Repubblica

Luigino ci è rimasto male.  Per spiegare le sue dimissioni da Capo Politico ci ha messo tre quarti d’ora. Non per annunciare il suo passo indietro, quello lo conoscevamo già tutti, ma per lamentarsi, sfogarsi, lanciare velati avvertimenti ai colleghi e ai falsi amici (Dibba in testa) che gli hanno assestato una o più pugnalate alle spalle.

Prima di Luigino, Matteo Renzi è incappato nello stesso, spiacevole inconveniente. Una brutta storia, che Matteo non riesce proprio a mandar giù. Beh, è comprensibile, pugnalate e tradimenti non piacciono a nessuno. Così, da due anni a questa parte, tutte le volte che un giornale lo intervista, o quando riesce a tornare in televisione, anche se si parla di Libia o di Alitalia o di new economy, lui la ritira fuori. Ai sicari non promette vendetta, non sta bene e non conviene, ma fa capire a tutti che si vendicherà eccome. Un politico è un lupo per gli altri politici, la sua idea è quella lì. Uguale a quella del dimissionario Luigino.

C’è però qualcosa che non funziona nella narrazione (parola idiota ma adesso si dice così) di Luigino e Matteo. E cioè: se uno che credevi un amico e sodale, uno del tuo campo, uno che vedi e con cui parli tutti i giorni, trama contro di te, se col favore dell’ombra sta affilando il suo pugnale, perché non te ne sei accorto?  Perché non l’hai smascherato, allontanato, denunciato? Perché non l’hai fatto fuori, prima che lui facesse fuori te? E c’è un’altra cosa che proprio non quadra. Se ti hanno pugnalato alle spalle, perché non sei morto?

Cesare Augusto – era un politico dell’Ultima Repubblica – dai 17 congiurati si prese 17 pugnalate in pieno Senato. Non sappiamo se tra loro ci fosse la presidente Casellati, ma c’era sicuramente Bruto, il figlioccio di Cesare. E’ improbabile che, con diciassette coltellate in corpo, il dittatore romano avesse ancora il fiato per pronunciare la celebre profezia all’indirizzo di Bruto. Quel che è certo è che Cesare stramazzò al suolo e tirò le cuoia.

E’ facile notare due plateali differenze tra il regicidio di Cesare e gli accoltellamenti di Renzi e Di Maio. Punto primo, Cesare è stato affrontato di petto, a viso aperto, in pieno Senato della Repubblica, mentre i due leaderini della nostra repubblica sarebbero stati assaliti da dietro. Seconda differenza, decisiva: il grande Cesare è perito nell’attentato delle Idi di marzo, mentre Luigino e Matteo non sono solo sopravvissuti, ma non hanno riportato nemmeno un graffio.

Caio Giulio Cesare è affidato ai libri di storia, di Maio e Renzi continuano a popolare quello che Berlusconi (un pugnale che funzioni con lui non l’hanno ancora inventato) ha definito genialmente il ‘teatrino della politica’. Generalmente fondano un nuovo partito con nuovi amici.

E Bruto? Il povero Bruto, che oltre ad essere “Un uomo d’onore”, era un sincero democratico e difensore della Repubblica, fu puntualmente sconfitto nella battaglia di Filippi e non gli rimase altro che suicidarsi. Invece i presunti congiurati di oggi – gli occulti e maldestri pugnalatori dentro il Pd e nei 5 Stelle – se la passano piuttosto bene. Gli capita anche di incontrare le loro presunte vittime alla buvette del Parlamento, fare uno spuntino e scambiare due chiacchiere.

La politica popolare e le camicie sudate

Che cos’è la politica che oggi governa l’Italia e che cos’è la politica che oggi si oppone a chi governa l’Italia? Come si potrebbe rappresentare e a che cosa ci potrebbe portare? Domande a cui dovremmo cominciare a dare delle risposte, visto che il futuro è nostro e realisticamente è già iniziato. Potrebbe essere il momento di fermarsi a riflettere seriamente, piuttosto che lasciarci trasportare dalla corrente e dai sondaggi che danno continuamente in crescita uno dei partiti di maggioranza, la Lega.
E più i sondaggi sono favorevoli alla Lega, più Salvini si trasforma in padre della Patria. La stessa Patria che fino a poco tempo fa, quando la Lega era Nord, non sembrava andare più in là del Po, mentre adesso difende i confini siciliani dall’invasione africana.
“Se mio figlio ha fame non posso negargli il pane”, così parla il Capitano che però studia da comandante supremo. E un comandante, si sa, non lascia indietro nessuno.

Salvini il rivoluzionario, vuole abbattere gli schemi, fa di tutto per mostrarsi uno del popolo e come il popolo agisce. Usa i social sempre e la cravatta solo in caso di necessità. Cavalca i temi della gente e non si nega mai un bagno di folla. Coinvolge e urla. E si tira tutto il Paese dietro le sue camicie sudate e, grazie al suo eterno show, la Lega vince anche nelle città del Sud.
Perché la Lega oggi è il popolo, come poco tempo fa lo è stato il Movimento 5 Stelle. E questo perché in politica, come nel trading, ci sono due modi di giocare. Seguire il trend oppure andare contro il trend. Salvini sta seguendo il trend, la pancia dell’elettorato stufo delle cattiverie sociali del Pd e delle vuote parole della Sinistra in generale. Il M5S, invece, vuole rimanere fedele alle origini che non sono più il trend giusto. I no che dovevano aiutare a crescere – per dirla alla Paragone – e che avevano caratterizzato la sua ascesa non sono stati riempiti di contenuti e non pagheranno nel lungo periodo proprio perché oramai la gente è stufa e vuole empatia immediata.
Basti guardare alle vicende delle Olimpiadi 2026, che seguono di poco gli eventi del Tav, un successo per il trend rialzista di Salvini e un’ulteriore battuta d’arresto per i M5S. Basta inseguire sogni a lunga scadenza, le persone hanno aspettato il cambiamento per troppo tempo e ora vogliono dei risultati. Lavoro, sicurezza e pochi discorsi. Cose semplici insomma.
I vuoti dei no andavano riempiti al momento giusto, dedicarsi adesso alla riflessione sarebbe chiedere troppo e, obiettivamente, appare un compito impossibile per un partito senza storia e senza scuola. Compito che dovrebbe spettare alla Sinistra del resto, che ha sia l’una che l’altra. Ma non può perché è orientata anch’essa ai grandi eventi, ai grandi appalti e quindi al capitale. Dimenticando che sarebbe tanto più utile dare a tutti i cittadini la possibilità di andare in palestra e praticare qualsiasi sport magari in forma gratuita. Tanti piccoli passi certo, ma per tutti, meglio di grandi e veloci salti che alla fine premiano solo qualche politico e i grandi imprenditori. Certo, temporaneamente anche lavoratori impiegati negli appalti e a negozianti impegnati a vendere qualche souvenir. I danni delle grandi opere e dei grandi eventi, invece, sono sempre stati ben distribuiti tra i contribuenti.

Il Movimento 5 Stelle non può sostituirsi alla Sinistra, è confuso politicamente e non ha un suo posto chiaro, per i grillini le ‘cose’ di destra o di sinistra sono pensieri vecchi mentre le ‘cose fatte bene’ sono buone per tutti. Come dire che non esistono più i conflitti sociali e che la politica a favore di Jeff Bezos è anche a favore di Mario Rossi, operaio siderurgico all’Ilva. Nel mondo reale sei costretto a dichiarare per chi stai lavorando, oppure urli, cavalchi l’onda e menti. Ma prima o poi ti scoprono.
E la Sinistra, quella che avrebbe gli strumenti, continua nella sua arroganza a inseguire l’altra parte della pancia degli elettori e quando il Capitano urla da una parte, lei va a dormire sulla Sea Watch per poter essere identificata dalla parte ostile alla Lega, ma la maggioranza non apprezza, anzi si distacca da loro sempre di più. Più si camuffa da migrante, da buonista o da lgbt e più viene emarginata.
Non siamo noi che “non abbiamo capito” le ragioni del Pd di Calenda o del qualcosa di Fratoianni. Noi abbiamo capito e sappiamo che dietro l’ossessione della tenuta dei bilanci, del debito pubblico e del rigore c’è il mostro neoliberista disegnato nei trattati europei. E Salvini ha capito che molti hanno cominciato a intuirlo e cavalca l’onda creando empatia con il suo fare antieuropeo da cui il Movimento si è tirato fuori. Ma, purtroppo per noi, il neoliberismo non si combatte da dentro, proprio come l’Europa che genera tassi di disoccupazione ‘strutturale’ troppo alti per qualsiasi paese normale al mondo.

Il neoliberismo e l’Europa delle élite e della finanza si combattono senza tentennamenti e con chiarezza, con la filosofia e il dialogo. Perché le persone devono comprendere il reale motivo per cui perdono il lavoro oppure non lo trovano, per cui le banche falliscono e le aziende chiudono. Quindi c’è bisogno di spiegare bene i fattori in campo, il che include anche gli esponenti politici e la loro posizione nel mondo reale, tralasciando l’incapacità di gestire quaranta migranti. Bisogna, insomma, uscire dalla propaganda che oggi guida il mondo politico.
Ma chi ci aiuterà a districarci tra le urla del Capitano, il naufragar dolce del Movimento e l’abbaglio neoliberista della sinistra moderna?

Che politica ci sta governando e che politica si sta opponendo a chi ci governa? Nessuna a mia avviso. Stiamo seguendo l’istinto, la ricerca dell’aggiudicazione del piatto, dell’elezione perfetta che azzererà tutto il dissenso, già molto basso, futile e perso nell’attenzione alla nave, mentre i porti d’approdo stanno bruciando. Ma siccome il momento buono per prendere il piatto potrebbe passare velocemente, allora i toni si alzeranno sempre di più fino a quando Conte e Di Maio dovranno scegliere se passare ai sì in ogni caso, e lasciare di fatto il Paese nelle mani del Capitano, oppure lasciare che le urne ne sanciscano la vittoria elettorale. Insomma, c’è solo la vittoria nel futuro prossimo della Lega.

A meno di sorprese dell’ultimo minuto, ovviamente.

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
Marco Morosini: “Stiamo andando verso una Chernobyl diffusa senza rendercene conto”

Ecco di seguito le dieci tesi di Marco Morosini, scienziato ambientale italiano e docente del Politecnico federale di Zurigo/Eth, sul Pd.

1. Il digitale è struttura: è il core, l’ideologia unica del partito.
2. Il partito è elitario, perché possono votare solo gli users.
3. Il partito è tecnofatalista: sarà la tecnologia a rendere necessario e inevitabile che il popolo si governi da solo.
4. Si arriverà a una concentrazione di potere come mai è esistita nella storia.
5. Il potere non è nei soldati ma nei dati.
6. La rete rende possibile la manipolazione dei dati.
7. Il partito è autocratico.
8. Quello della rete non è un potere liberatorio ma un martello per martellare.
9. Il partito è maschio, come si era già capito da tutto quanto detto fin qui.
10. Il digitale è il nuovo atomico.

Ma cosa avevate capito? Il Pd cui si riferisce Morosini non è certo il partito democratico di Renzi&co., ma il partito digitale come si è venuto a strutturare nella realtà italiana: il Movimento 5 stelle. E lui ne sa qualcosa dato che, per sua stessa ammissione, può essere considerato l’alter ego politico di Beppe Grillo: per 26 anni “io ho tentato di insegnare a lui la serietà e la pesantezza, mentre lui cercava di insegnarmi la leggerezza”. Se il partito digitale, o meglio la sua versione italiana, “è un auto con il motore ecologista di sinistra e la carrozzeria e il volante di destra, populista”, Morosini si assume la paternità solo del motore, dell’occasione di “avviare per la prima volta in un paese del G7 una transizione ecologica e sociale”. Non certo “del cavallo di Troia per dare un colpo all’Europa dall’interno”. “Dove le devo inchiodare secondo voi le mie dieci tesi?”, scherza Morosini con il pubblico.

Lo scienziato e giornalista parla all’incontro di Internazionale ‘Il digitalismo politico’, che sabato pomeriggio nonostante la pioggia ha riempito più di un’aula del dipartimento di economia e management di Unife, tante erano le persone in fila in via Voltapaletto. Insieme a lui c’è un altro esperto del Movimento 5 stelle: il giornalista de La Stampa Jacopo Iacoboni, autore di ‘L’esperimento’ (Laterza), nel quale le origini del partito digitale italiano vengono rintracciate in un esperimento di ingegneria sociale iniziato da Casaleggio padre molti anni prima di diventare una realtà, pubblica, votabile, addirittura in lizza per il governo del Paese.

A detta di Morosini, Casaleggio e Grillo in realtà non hanno inventato nulla di nuovo: il digitalismo politico è nato nella Silicon Valley, “quando i valori libertari della cultura hippie californiana si sono intrecciati con gli yuppie dell’industria hi-tech, che avevano avuto successo ed erano usciti dai loro garage”.
Tornando alle sue tesi: il partito è elitario, perché possono votare solo gli users, considerando che “solo in Italia abbiamo il 47% di analfabetismo digitale, torniamo indietro di almeno cent’anni”; “il potere non è nei soldati ma nei dati, o meglio nei big data”; “il partito è autocratico, ci sono pochi colonelli e tutti sono informatici, nessuno è stato eletto”.
La sua profezia, non molto ottimista, è che “ci dobbiamo preoccupare di quello che ancora ci aspetta”: “Il digitale è il nuovo atomico stiamo andando verso una Chernobyl diffusa e nessuno se ne sta accorgendo”, “il digitale sta cambiando sì la specie, ma in peggio”.

Da sinistra Marco Morosini e Jacopo Iacoboni

Iacoponi, dal canto suo, è meno oracolare e più materiale, ma certo non meno pessimista, tanto da esordire con la notizia che “Tim Berners Lee, inventore del world wide web, sta mettendo in piedi una nuova start-up perché secondo lui bisogna rifare Internet da capo”.
Secondo lui la grande intuizione di Casaleggio è “aver applicato alla politica il detto che se qualcosa è gratis è perché la merce sei tu”. Dato che “il partito è gemmato direttamente dall’azienda Casaleggio e dalla piattaforma Rousseau”, ci sono infatti molte domande riguardo l’utilizzo dei dati e la profilazione e la targetizzazione degli utenti alle quali non è mai stata data risposta. E poi c’è un problema di conflitto di interessi 3.0: “a quale titolo per statuto tutti i parlamentari eletti devono versare 300 euro al mese alla piattaforma Rousseau, che è un’associazione privata? Come vengono usati questi fondi”. Insomma il Movimento sarebbe “un animale pericoloso perché è concepito come strumento neutro, come strumento di costruzione del consenso, che può essere indirizzato verso diversi obiettivi”, non a caso ultimamente ha virato molto a destra, perché “si regola con gli strumenti del web marketing, i sondaggi e i social media, e quindi va dove va il consenso”. Eppure, sottolinea Iacoponi, “non cadete nell’equivoco di considerarlo una cosa effimera e cialtrona”: ci sono le personalità di facciata “selezionati per recitare ruoli, dal belloccio Dibba al moderato di Maio, mentre Fico è quello più a sinistra”, ma dietro ci sono quelli che furono “i collaboratori di Casaleggio, molto intelligenti e competenti, se dovessi costruire un partito mi rivolgerei proprio a loro”.

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
Per un nuovo welfare europeo

Dalla culla alla tomba: era lo slogan del welfare socialdemocratico del Dopoguerra che ha reso l’Europa un modello e un punto di riferimento nella seconda metà del ventesimo secolo. Ormai solo un lontano ricordo: eroso a partire dagli anni Ottanta dal turbocapitalismo e dalla finanziarizzazione dell’economia e, negli ultimi anni, anche dalla crisi, che ha creato ancora più diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza e sempre più ridotto le risorse degli Stati. Quelle politiche di austerity riassunte così spesso dalla frase “Ce lo chiede l’Europa”.
Un’Europa costruita – nonostante le utopie dei suoi fondatori, a partire dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi – a partire dai mercati e dalle politiche economiche, piuttosto che dai diritti dei cittadini, soprattutto quelli sociali. Eppure sembra che dall’impasse che l’Europa sta vivendo, se proprio non vogliamo parlare di vera e propria crisi, non si possa uscire se non capovolgendo la situazione: ripartendo cioè dai diritti e costruendo un vero e proprio welfare europeo sempre più condiviso e integrato fra i vari Paesi, che esca dalle mere dichiarazioni di principio e che unifichi l’attuale disomogeneità di politiche negli Stati dell’Ue. Da soli i Paesi e le loro classi politiche non possono farcela contro aziende e mercati globali, che possono spostarsi da una realtà all’altra con un click in cerca di situazioni e condizioni più favorevoli, giocando continuamente una partita al ribasso.
È quanto emerso venerdì pomeriggio dall’incontro ‘L’Europa a misura di cittadino’, svoltosi all’interno del programma di Internazionale a Ferrara nell’aula magna del Dipartimento di Giurisprudenza. Ospiti: Michael Braun di Die Tageszeitung, Antonia Carparelli della Commissione Europea, il docente di Unife Alessandro Somma e, come moderatore, Dino Pesole de Il Sole 24 Ore.

Una discussione quella su sussidi, salario minimo, reddito di cittadinanza, di stretta attualità, dato che proprio in questi giorni si sta svolgendo il braccio di ferro fra Italia e Ue su manovra economica, documento di aggiornamento al Def e finanziamento del reddito di cittadinanza così come concepito dai Cinque Stelle: 6,5 milioni di italiani destinatari di circa 680 euro al mese, per un totale di 10 miliardi di euro.
Antonia Carparelli è partita dalle cifre Eurostat del 2016 sulla povertà: “118 milioni di persone a rischio di povertà in Europa, cioè con un reddito inferiore del 60% al reddito mediano della popolazione, inoltre 12 milioni di persone in una situazione di deprivazione materiale. Per quanto riguarda l’Italia, c’è un 30% di persone a rischio povertà, mentre il 10% delle persone più ricche ha aumentato la percentuale di ricchezza totale del Paese detenuta dal 40% al 50%”. Per la funzionaria della Commissione Europea “bisogna prima di tutto chiedersi quali sono le cause di queste povertà, altrimenti il rischio è che gli interventi siano una goccia nel mare e soprattutto che vengano allocate male le risorse. Per esempio sarebbe un grosso errore dirottare le risorse sul reddito di cittadinanza, lasciando indietro il sistema scolastico”.
Per Michael Braun “l’Europa tornerà a misura di cittadino quando si realizzeranno politiche per far tornare le persone, soprattutto della classe media, a credere nella scommessa, nella promessa del futuro”. Per il giornalista tedesco il successo di populismi e sovranismi deriva dal fatto che “la classe media si preoccupa per il suo futuro e pensa che i suoi figli staranno peggio”. A suo parere il reddito minimo o di inclusione, come dovrebbe essere definito il sussidio concepito dai pentastellati, dato che è una misura condizionale e non universalistica, “è una misura di civiltà. Non credo che sia criticabile l’approccio di dare a ciascuno per garantire un minimo di dignità”. Il rischio però è che accada quello che è avvenuto in Germania, dove questa misura già esiste: “che l’integrazione al reddito diventi un incentivo per i datori di lavoro per pagare di meno”. Per questo Braun insiste sul fatto che non si può prescindere dal “salario minimo garantito”.

Somma, invece, riporta l’attenzione sulle politiche attive del lavoro: i veri problemi sono la mancanza di lavoro e “il lavoro povero” perché così “si rompe il patto sociale” sul quale il welfare è sempre stato concepito. Per nulla tenero sia con l’Ue sia con il Movimento cinque stelle, Somma prefigura addirittura “il lavoro coatto” e di conseguenza “l’ulteriore abbassamento dei salari”, dato che le condizioni per avere il reddito di cittadinanza sono: dimostrare di aver cercato attivamente lavoro, non rifiutare più di due offerte di lavoro in un anno e divieto di licenziarsi più di due volte nell’arco di un anno. “Siamo addirittura giunti al consumo coatto – conclude Somma – dato che uno dei due vicepremier ha affermato che con il reddito di cittadinanza non si potranno fare spese immorali. Chi deciderà quali sono queste spese? È molto preoccupante perché i soldi saranno erogati tramite microchip, con la possibilità quindi di essere controllati e chi sgarra rischia almeno sei anni di galera”.
Ecco allora che sui social già fioccano gruppi sugli acquisti immorali, come per esempio… la pizza all’ananas. Si ride per non piangere!

Il Movimento Cinque Stelle e la festa della nuova Repubblica

Il 2 giugno, a margine dei festeggiamenti per la Repubblica, a Roma si sono avvicendati su un palco allestito alle spalle del Circo Massimo parlamentari e ministri pentastellati, Davide Casaleggio e, in chiusura, Beppe Grillo, che ha dato la sua personale interpretazione del futuro prossimo.

I parlamentari che si sono dati il cambio sul palco, senza presentarsi, senza dire il loro nome, hanno lanciato un messaggio: il protagonista è il programma e non le persone chiamate ad attuarlo. Il Movimento è in un periodo di transizione, esisterà fino alla realizzazione del progetto, poi ci sarà altro. Non sono loro i protagonisti, ma quello che stanno facendo e lo hanno sintetizzato molto bene in un susseguirsi di proclami che molti definiranno populisti. Hanno tracciato il solco dai loro: quelli che hanno spremuto l’Italia come un limone, a partire dai tempi delle grandi svendite di Prodi e compagni fino ad arrivare alle ‘cordate’ e ai ‘capitani coraggiosi’ di berlusconiana memoria, che alla fine sono serviti solo ad arricchire i soliti noti. Dall’altra parte il noi: il popolo, le persone ingannate dalla retorica del potere, dalla macchina succhia soldi e risorse che toglie ai poveri per dare ai ricchi.
Uno stop all’Europa degli interessi e la voglia di ripartire dall’Italia e dagli italiani, dalla difesa dei nostri confini non come chiusura ottocentesca e oscurantista, ma come ricerca di un’ancora o di un porto sicuro da cui partire perché anche in un mondo aperto, solidale e multiculturale si ha bisogno di radici definite. Del resto, a cosa serve difendere il lavoratore cingalese se in Sicilia siamo costretti a distruggere le arance prodotte oppure paghiamo un lavoratore a 1 euro all’ora sul nostro territorio?

Il nuovo concetto di democrazia, per la cui realizzazione è stato approntato addirittura il Ministero per la Democrazia Diretta, che parte dal superamento dei partiti  – che per definizione “tutelano solo una parte, dall’etimologia latina pars” – per approdare alla rappresentanza generalizzata e a una vera giustizia sociale. Attraverso la conoscenza, l’informazione e dando importanza a una scuola attenta all’individuo e che superi ovviamente la Buona Scuola renziana. Il richiamo all’unità, alla partecipazione, uno vale uno, alla condivisione degli sforzi tra chi è sul palco e chi è dietro le transenne, che è chiamato al controllo e all’iniziativa. Il taglio dei privilegi che è già stato iniziato con l’abolizione degli affitti d’oro, le spese di viaggio agli ex parlamentari, le assicurazioni per le punture di insetti e che proseguirà con il taglio dei vitalizi attraverso un progetto di legge già confezionato e consegnato al Presidente della Camera.

I ministri, emozionati e semplici nel loro presentarsi alla folla. Persone di cui si percepiva la voglia di cambiare le cose, a tratti increduli, che facevano fatica a chiamarsi Ministri della Repubblica e tantomeno a sentirsi tali. Ognuno di loro però deciso a dare dignità al Ministero di competenza, all’ideale e agli uomini che sono stati chiamati a rappresentare. Il ministro della Giustizia vuole che finalmente il principio “la legge è uguale per tutti” trovi un suo fondamento nello snellimento dei processi; mentre il ministro dell’Ambiente dichiara da subito guerra a coloro che hanno creato le varie terre dei fuochi. Il ministro della Difesa rivendica la dignità degli uomini in divisa e il ministro della Sanità dichiara di voler partire dall’ordinario perché è proprio quello che in gran parte della sanità italiana manca. Il Ministro della democrazia diretta ricorda che Gianroberto Casaleggio aveva detto che il M5S era nato per andare al Governo e poi sparire, diventare qualcos’altro. Quindi tutto è processo, transizione, fatto per uno scopo e ciascuno stadio perde la sua ragion d’essere una volta che l’obiettivo venga raggiunto. Migliorata l’Italia si assolve allo scopo e poi non si ha ragione di rimanere, di ancorarsi alla posizione. Noi abbiamo al potere ancora gente che ha realizzato le pessime riforme degli anni Ottanta e Novanta, quindi questo vuol dire che non sono stati in grado di assolvere allo scopo oppure che lo scopo non era risolvere i nostri problemi ma i loro. La democrazia diretta si propone di realizzare il governo di tutti, la partecipazione e il controllo dei cittadini sul processo democratico, la cittadinanza attiva insomma. Gli strumenti che vengono proposti per il suo conseguimento sono: la legge di iniziativa popolare a data certa e togliere a questa e ai referendum il quorum. Questo per impedire che le proposte popolari trovino spazio solo nei cassetti del dimenticatoio e che si invitino i cittadini ad andare al mare invece di andare a votare.

E infine è arrivato Beppe Grillo, ringraziato da tutti al pari di Gianroberto Casaleggio. Il Beppe nazionale con una visione del futuro innovativa, seria e comica a tratti. A cui non siamo abituati in tali contesti istituzionali, ma di certo più realistica e condivisibile di quella del Casaleggio giovane. Un invito a guardare avanti, a non arroccarsi su posizioni oramai fuori dalla storia. A cosa vale difendere la produzione di acciaio o le fabbriche che producono ciò che oramai rappresenta il passato come le auto a carburante, quando già ci sono paesi che producono milioni di auto elettriche? Il lavoro si crea guardando all’innovazione, alla tecnologia. E il lavoro del futuro non sarà più schiavitù, ma dovrà essere ben pagato, dignitoso e, soprattutto, concederà più tempo libero. Un invito, quello di Grillo, a guardare a noi stessi e in maniera più solidale: “Quando fai qualcosa per gli altri allora sei libero”, ha detto. Partecipazione, condivisione e disponibilità a essere “statisti”, cioè a guardare oltre il quotidiano e a immaginare la nostra vita tra trent’anni o a come sarà quella dei nostri figli e nipoti. Non ha chiesto un sacrificio come quelli che finora sono stati chiesti dalla Fornero oppure da Monti, Draghi e Cottarelli, non sacrifici finanziari, ma di abbandonare le convinzioni che ci impediscono di immaginare un futuro migliore, con meno energia fossile e più rinnovabili, ma anche con più condivisione che competizione.

Sul palco di Roma c’erano tre mondi diversi anche se tutti si professano abitanti dello stesso pianeta. C’erano ragazzi cresciuti insieme alle loro idee di rinnovamento, alla loro capacità genuina di immaginare caparbiamente un futuro migliore per tutti e non per pochi. Un futuro in cui si possa superare non le Istituzioni, ma la parte delle istituzioni che blocca l’inventiva, la partecipazione, l’innovazione democratica. Il tutto partendo da basi sicure, dall’affermazione dell’italianità, del territorio, dalla temperata difesa dei valori costituzionali, dei confini intesi come struttura saldante gli interessi economici nazionali e la contemporanea apertura al mondo multiculturale con una particolare attenzione all’innovazione tecnologica. E c’era Grillo che salda quest’attenzione alla tecnologia, che per lui vuol dire robot che liberano dal lavoro, non sostituiscono l’uomo ma lo aiutano e fanno quello che l’uomo del futuro non sarà più costretto a fare. La tecnologia regalerà tempo e per questo dobbiamo sforzarci di ragionare almeno a 25-30 anni in avanti, svincolarci dalle catene del pensiero ancorante, che rallenta il processo di immaginazione. Grillo è un comico, non un politico e nemmeno uno statista. Un visionario, e quando parla a volte blatera, ma in mezzo ai suoi discorsi c’è sempre qualcosa da cogliere e molti dei parlamentari e dei ministri sul palco lo hanno colto agli albori del Movimento. E a sentir parlare la maggior parte dei parlamentari su quel palco si comprende che hanno colto il messaggio senza però perdere il contatto con la realtà come invece Grillo può permettersi di fare, avendo scelto di rimanere fuori dal Parlamento. Davide Casaleggio, il terzo mondo, invece preoccupa e sembra fare discorsi fuori dal tempo non per preveggenza, ma per contenuti hard. Preoccupa l’ossessione della rete che va a cozzare con la centralità reale dell’essere umano che si concretizza nella quotidianità e sul territorio, sulle differenze, sul multiculturalismo. La rete ci ha dato tanto e di sicuro continuerà a farlo ma la sfida, almeno per quanto mi piace pensare, dovrebbe essere la difesa della vita reale, la percezione della rete come strumento tecnologico atto a migliorarci la vita e non a inglobarci. Le parole di Casaleggio, come sempre, mettono dunque un po’ paura, un futurismo che si fatica a immaginare, l’uomo messo al centro, ma attraverso l’ossessione della rete, la connessione virtuale che più che libertà ricorda il controllo totale e asettico. Casaleggio rappresenta il mondo ‘altro’ del fenomeno grillino, di cui non sarei troppo sicuro che i pentastellati abbiano realmente bisogno. Al di là della riconoscenza che continuamente i Cinque Stelle gli dimostrano a parole, non si vede una chiara volontà ad addentrarsi nelle oscurità dei ragionamenti della ditta Casaleggio, e questo mi sembra un bene.

Il Movimento Cinque Stelle, una novità assoluta nel panorama politico e oggi al Governo di un Paese in difficoltà non tanto per mancanza di inventiva, produttività, know how, ma per cattiveria e distacco dalla realtà del popolo da parte di quella cerchia di intellettuali, politici, industriali e banchieri che sono diventati l’élite dell’Italia e l’hanno condotta a un futuro di sottomissione agli interessi finanziari e trans-nazionali. Un piccolo concentrato di persone avulse dalla realtà, che dalle loro ville faraoniche e fine settimana ai tropici ci parlano di austerità da condividere, supportati da conduttori tv con stipendi milionari, intellettuali pagati a presenza ed economisti incapaci di vedere la differenza tra uno Stato e una famiglia, ma chiaramente interessati al proprio bilancio personale e alle proprie rendite di popolarità. Una novità assoluta, sebbene si percepisca dalle parole e dai movimenti impacciati una certa impreparazione, la mancanza di quella furbizia e di quel ‘saper fare’ a cui siamo abituati. Ma davvero questo ci potrà sembrare peggio della presenza di Renzi, della Boschi e dell’inutilità delle parole di Martina o della Boldrini sempre a caccia di un nemico immaginario, dei fascisti o dei razzisti? Magari, invece, siamo tutti un po’ stufi di Tajani, di Junker, dei francesi e dei tedeschi, che ci richiamano alle nostre responsabilità rinfacciandoci la nostra pochezza, e del fatto che nessuno gli risponda per le rime. E magari, forse, siamo anche stanchi delle narrazioni ufficiali sulla storia dal dopoguerra a oggi e ci viene voglia di aprire qualche libro e di ascoltare voci diverse. Di smettere di dare consenso a coloro che ci hanno regalato lavoro precario e scuole fatiscenti.

È una sfida, è richiesto coraggio, ma anche incoscienza, visione e poca paura del vuoto. Pazienza, perché in fondo 5 anni passano in fretta, e un pizzico di riconoscenza, perché senza il M5S ci sarebbero state le sicurezze del Pd, la paura del debito pubblico e l’austerità, che forse cominceranno a segnare il passo. E per i più timorosi, ricordiamoci che di questo Governo fa parte la Lega, che può vantare almeno un ventennio di partecipazione, a vario titolo, alla vita politica italiana, Salvini non è il primo ministro dell’Interno che il partito ha prodotto e questa volta può contare su un Bagnai, un Borghi, un Savona e su tante nuove competenze oltre che su uomini navigati, sia per esperienza che per anagrafica. Insomma, diamoci una possibilità, i tempi non sono mai stati così maturi per aspettarsi qualcosa di nuovo.

Terremoto elettorale anche a Ferrara
Scarpe rotte eppur bisogna andare

Un ciclone. Un uragano. Un terremoto. Comunque la si voglia definire, l’immagine che queste storiche elezioni politiche 2018 restituiscono è quella di un impressionante cataclisma, destinato a segnare in maniera profonda il presente e il futuro del nostro Paese.
Ma se ampiamente atteso e prevedibile, almeno ai nostri occhi, appare il risultato nazionale, lo scenario locale che emerge ha invece un carattere in qualche misura sconvolgente, forse anche perché le scosse sismiche vissute in casa propria hanno un impatto emotivo più forte.
Specchio ed emblema della caduta degli dei è la sonora e inattesa – questa sì, inattesa e clamorosa – debacle del ministro Dario Franceschini, disarcionato da cavallo, proprio sulla pista amica, con la Lega che diventa secondo partito in città a un’incollatura dal Pd.

Tornando al panorama generale, l’affermazione del Movimento cinque stelle si presta a una duplice chiave di lettura: porta con sé la speranza di una politica di cambiamento improntata alla rottura dei rituali e delle liturgia della vecchia politica, delle rendite di posizione, proiettata verso la ricerca del bene comune e la semplificazione delle pastoie burocratiche; ma insieme è gravata dalla zavorra delle non poche ambiguità politiche, da una notevole dose di ingenuità e soprattutto dai sostanziali fallimenti che i Cinque stelle hanno registrato finora nelle loro esperienze amministrative, là dove hanno governato le città in questi anni.

Il risultato del Centro-destra, importante ma probabilmente insufficiente per propiziare la guida dell’esecutivo, era tutt’altro che inatteso, ma inquietante risulta l’affermazione della Lega che conferma nei numeri la sensazione di una cavalcata possente. Ed è questo un elemento che genera forte preoccupazione derivante dal carattere intollerante (sui temi interculturali in genere, non solo per gli aspetti razzisti) di cui il leghismo è espressione.

Inequivocabile e catastrofico invece è il giudizio sul fronte del centrosinistra. Rovinosa è la sconfitta del Pd le cui politiche sempre più moderate e distanti dai tradizionali orizzonti valoriali della sinistra sono sonoramente bocciate dagli elettori. E miseramente sprofondano anche le velleità del nuovo soggetto antagonista, Liberi e uguali, i cui propositi vengono castrati dalla trasformistica presenza fra le proprie fila di molti ingombranti vecchi rottami, emblemi della peggior sinistra ipocrita e affarista, che hanno presidiato (e inquinato) quest’area con la sola ambizione di consumare la propria personale rivincita e magari guadagnare il biglietto per un altro giro di giostra.

Ma, dato per acclarato lo scenario nazionale, la nostra analisi si incentra su quello locale dove il risultato – che pure è sostanzialmente specchio di quello nazionale – appare ancor più sconcertante, se non altro perché l’Emilia Romagna (e con essa Ferrara) è da sempre stata baluardo di una tradizione progressista oggi sonoramente messa all’angolo.

Qui, in casa nostra, ancor più che a livello nazionale, fa impressione la cavalcata delle valchirie leghiste e la loro debordante vittoria. Qui, fra un anno, si vota per il rinnovo dell’amministrazione comunale e l’attuale esecutivo locale unitamente alle forze politiche che lo sostengono, incapaci di fare argine, non possono rifugiarsi semplicemente nella constatazione che ciò che avviene è riflesso di ciò che è capitato in tutto il Paese. Tagliani, primo sindaco eletto in città estraneo alla storia politica della sinistra e in particolare dell’ex Pci, si è trovato catapultato in maggioranza in quanto esponente del Ppi e poi della Margherita, ma la sua vicenda di esponente della ex Democrazia cristiana e fino al 1999 di oppositore dai banchi del consiglio comunale dei sindaci alla guida delle locali amministrazioni di sinistra, ha forse contribuito al disorientamento del tradizionale elettorato cittadino che per decenni ha decretato i successi del Pci con la maggioranza assoluta dei voti.

Ciò che più preoccupa, qui e ora, è che la protervia e la tracotanza dei Naomo Lodi, che popolano le stanzette dei bottoni dell’emergente leghismo, possa trovare consenso e seguito nei prossimi dodici mesi anche nel cuore del futuro esecutivo locale. Occorre quindi, fin da subito e senza indugi, una profonda, seria e impietosa autocritica da parte di tutti i soggetti che gravitano nell’area progressista, una loro coerente presa di coscienza e la conseguente assunzione di responsabilità, con l’immediata discesa in campo di tutte le forze sociali in grado di contrastare una deriva di civiltà che potrebbe risultare devastante. E, accanto a loro, serve l’impegno attivo dei singoli individui che per mille ragioni in questi anni si sono progressivamente distaccati dalla politica attiva: solo così si potrà ridare ossigeno e credibilità al progetto di città futura.

Di fronte a un risultato che anche in città ha proporzioni sconcertanti, il sindaco Tagliani non può fare spallucce e attribuire la responsabilità alle ricadute della politica nazionale. Certo, si è votato per il Parlamento e non per il Consiglio comunale, ma il giudizio degli elettori ferraresi non prescinde dalla considerazione di quello che è il valore dell’azione politico-amministrativa svolta e la qualità degli amministratori che rappresentano a livello cittadino le forze politiche che si propongono per il governo del Paese.

Di certo, quella che è apparsa a molti una sostanziale inerzia, l’assenza di un disegno politico-programmatico per la città – cioè la chiara visione di un futuro sostenibile e e la coerente definizione di un progetto teso a garantire a Ferrara una prospettiva desiderabile, l’incapacità di contrastare i fenomeni di imbarbarimento della vita civile e di fornire serie risposte alle sottovalutate emergenze sul terreno della criminalità – sono macchie che sporcano la pagella dell’esecutivo locale e condizionano il giudizio dell’elettorato, a prescindere dai trend generali.
Prenderne atto con serietà e impegnarsi fin da subito a ridefinire un percorso virtuoso che riporti al centro della scena i valori ideali propri di una comunità che deve tornare ad essere coesa e solidale nel nome della civile convivenza e del reciproco rispetto e che sappia definire un orizzonte programmatico e un modello di sviluppo adeguato ai bisogni alle attese della comunità è ciò che i superstiti di questa squinternata sinistra devono immediatamente impegnarsi a fare. Ma, lo ribadiamo, non nel chiuso dei palazzi, bensì in un’ideale piazza aperta al concorso e al contributo di quella che tradizionalmente si è definita società civile, cioè quelle componenti libere, attive sul territorio, impegnate nel fare e profonde conoscitrici della realtà concreta che scaturisce dalla quotidianità. E questo deve avvenire subito, prima che questi valori di civiltà e di coesione sociale siano fagocitati dal gelido vento del nord.

Ripartire, per le componenti progressiste, non sarà facile. Il rilancio, per avere speranza di successo, dovrà necessariamente avvenire al di fuori degli steccati delle forze partitiche. Lo ribadiamo: la linfa deve arrivare da quei soggetti attivi sul territorio, che vivono a contatto con la cittadinanza, caratterizzati dalla concretezza del fare, capaci di coniugare i valori propri della sinistra con una schietta e realistica analisi del presente e in grado di definire nuove inedite ricette per una società malata che ha bisogno di ritrovare il proprio collante sociale senza ignorare i danni che al proprio interno dissennate politiche tese a tutelare un ipotetico sviluppo senza reale progresso e un imperante individualismo hanno determinato in questi ultimi decenni.
Bisognerà mettere da parte per un po’ l’io e tornare al noi, accantonare la vuota retorica e rimboccarsi le maniche, misurarsi con i problemi concreti e gli affanni delle persone in carne ed ossa, affrontare il gorgo della realtà con tutte le sue contraddizioni, sporcarsi le mani mantenendo però sempre lucida la mente, limpido il pensiero e specchiata la coscienza.

Potere senza passione: la crisi dei partiti secondo Piero Ignazi

Piero Ignazi

I partiti come Leviatani ingessati, giganti dai piedi d’argilla, strutture giganti e autoreferenziali, con più potere e risorse, ma sempre meno legittimazione fra i cittadini. Questa sembra essere la visione del professor Piero Ignazi, politologo dell’Alma Mater di Bologna, editorialista e autore di diversi saggi su dottrine e sistemi politici.
Lunedì pomeriggio nella sede della Cgil di piazza Verdi, durante l’incontro ‘Democrazia, crisi della rappresentanza, populismi’, Ignazi ha disegnato uno scenario dalle tinte piuttosto fosche, a quanto pare condiviso dalla quasi totalità del pubblico. Sarà perché all’incontro – organizzato dallo Spi e dall’Istituto Gramsci di Ferrara – hanno assistito praticamente solo over 50, molto probabilmente affezionati a quel modello di partito di massa novecentesco del quale il professore ha decretato la fine?
“Negli ultimi quarant’anni i cambiamenti economici e sociopolitici hanno portato a una polverizzazione, a un’atomizzazione” non solo della ‘classe’, ma anche “dei valori, laici e religiosi, nei quali le persone credono”. “I partiti sono ancora in gran parte quelli della società industriale di inizio Novecento”, quella “delle grandi fabbriche”. “Questo modello non funziona più” nell’odierna “società postindustriale, dove c’è più ‘lavoro autonomo’ in senso lato e che esige disponibilità al cambiamento e flessibilità”.

Non vorrei essere fraintesa: non ce l’ho con chi, da pensionato o da adulto ormai maturo, si appassiona ancora, ha ancora voglia di ascoltare, imparare, riflettere su cose complesse, che non si possono inscrivere negli slogan dei populismi e nei 140 caratteri di un cinguettio, di confrontarsi – anche duramente – con altri, dal vivo e non attraverso un nickname e uno schermo.
Anzi, è il contrario: ce l’ho con chi non c’era. È vero, molti trentenni e quarantenni (dei più giovani non so ancora dire) spesso hanno trovato altre vie di partecipazione alla politica in senso lato, di presenza nella dimensione pubblica di esercizio della propria cittadinanza. Spesso alle tessere di partito hanno preferito quelle di associazioni che compongono la variegata galassia della ‘società civile’, ma molti, molti di più purtroppo pensano al proprio guicciardiniano ‘particulare’ – per rimanere in termini politologici – e spesso conta più l’avere rispetto all’essere, nel nostro caso di una parte o dell’altra.

Tornando all’incontro di lunedì pomeriggio con Piero Ignazi, l’unica consolazione sembra essere che la sfiducia dei cittadini nei confronti di partiti e istituzioni è “un fiume generale europeo”, non un problema solo italiano. E in una sorta di circolo vizioso, questa “depressione fiduciaria”, con sempre meno iscritti e legame con il territorio, porta i partiti a confondere “il potere con la fiducia” e ad arroccarsi diventando sempre più autoreferenziali, accaparrandosi contemporaneamente sempre più risorse finanziarie e più posti in aziende e amministrazioni pubbliche. Il rovescio della medaglia sono: corruzione, “persino in Norvegia il sindaco di un’importante città è stato beccato con le mani nella marmellata” sottolinea beffardo Ignazi, e lottizzazione, alla faccia della meritocrazia.
In tutto ciò i populismi sono “il campanello d’allarme dell’incapacità da parte dei partiti di riconnettersi in modo virtuoso con la società civile”, sfruttano “un sentimento di lontananza, uno stato d’ansia, di paura derivante dalla sensazione che le istituzioni e la politica non si occupino dei problemi della cittadinanza”. Si presentano come ‘i duri e puri’, mentre gli altri sono i ‘politici per professione’.

Oltre a “una maggiore parsimonia”, che riconduca la politica a una pratica di impegno pubblico per un obiettivo di carattere generale, alla gestione della cosa pubblica e non del potere, secondo Ignazi “è necessario reintrodurre elementi di vita collettiva nei partiti, per far interagire le persone tra loro”. E proprio qui, nella rete come strumento principe dell’isolamento dell’individuo, sta una delle poche critiche che il professore di Bologna fa al Movimento Cinque Stelle: “è un prodotto nuovo della politica europea”, “evito di irriderlo, anzi lo osservo con molto interesse”. A suo parere la creatura di Grillo e Casaleggio non è riconducibile alla categoria dei populismi: “i riferimenti culturali dei Cinque Stelle sono diversi” da quelli dei populismi europei, dietro ai quali c’è sempre “il nazionalismo”, non a caso “non parlano mai di popolo, ma sempre di cittadini, titolari di diritti in quanto singoli”. “Non è mai successo che un partito si presentasse per la prima volta alle elezioni e prendesse un quarto dei seggi”, sottolinea ancora Ignazi. “Come i partiti possano fare meglio” e proseguire sulla strada iniziata dal Movimento evitando contraddizioni, inciampi, scorciatoie, questo Ignazi però ancora non lo sa dire.

Referendum, l’affondo di Dibba:
“Se vince il sì, al Senato solo lecchini o delinquenti”

di Lorenzo Bissi

È giunto anche a Ferrara il ‘treNo’, che sta percorrendo tutta Italia carico di grillini, ma il loro rappresentate dov’è?
Beppe Grillo non ha mostrato il suo volto a Ferrara in piazza Trento Trieste ieri pomeriggio alle 5, ma i suoi portavoce sì.
Il tour #IoDicoNo del Movimento Cinque Stelle è arrivato anche nella nostra piazza come una delle tappe incluse fra le 47 prestabilite (una per ogni articolo della Costituzione modificato dalla “schiforma”).

Nonostante il freddo e l’umidità, i cittadini hanno riempito il Listone e gli esponenti e parlamentari pentastellati hanno espresso a gran voce le loro motivazioni per il ‘no’ alla riforma proposta da Renzi, e magari per convincere gli indecisi passanti della loro opinione.
Paola Taverna, Alessandro di Battista, Roberto Fico, Riccardo Nuti, Vittorio Ferraresi, Matteo Dall’Osso, Roberta Lombardi e molti altri, provenienti da tutte le parti d’Italia, accomunati dalla voglia di spiegare i motivi per cui esprimersi contrari alla riforma costituzionale parlando direttamente alle persone, sono saliti sul palco e hanno trasmesso un messaggio di rabbia contro l’establishment, di voglia di cambiamento, e più volte hanno ribadito che non ci deve essere alcuna differenza fra loro sul palco e tutti gli altri al di fuori di esso. “Al Senato ci andranno i leccac**o, cioè i fedelissimi alle direttive del partito, o i delinquenti, per avere l’immunità parlamentare e rimanere impuniti”: queste le pungenti parole di Di Battista al microfono. E continua fino a esaurire il fiato: “di più di girare le piazze noi non possiamo fare, ora tocca a voi votare no il 4 dicembre”.
C’è chi dal palco afferma con fervore che “Il 4 dicembre è Repubblica contro Monarchia”. E i pareri contro la riforma, e più ampiamente il Governo Renzi sicuramente non scarseggiano: la propaganda sulla riforma non ha niente a che fare con il testo in sé, ormai “siamo arrivati alla ‘Repubblica dei bonus’ dove, per tenere buoni i cittadini, si elargiscono 500€ qua, 500€ là”.

Foto di Chiara Argelli [clicca sulle immagini per ingrandirle]

Eppure, forse può stupire, ma fra il pubblico c’è anche chi non è così convinto dal Movimento Cinque Stelle. Per esempio Mario, di diciotto anni, che voterà per la prima volta a dicembre, era già convinto di votare ‘no’: è d’accordo con i pentastellati sul nuovo Senato, ma trova che alle volte “abbiano una retorica da piazza, spiccia, che non approfondisce la materia del diritto”.
Anche Laura ed Ester sono in piazza già convinte del loro ‘no’, ma vogliono rafforzare le loro posizioni e trovare nuovi argomenti. La prima appoggia il Movimento, la seconda dice di amare la “sua Costituzione”, e di non trovare motivo di cambiarla.
Infine, fra il pubblico c’è anche chi è indeciso, come Francesco, che è venuto ad ascoltare il comizio per avere un’informazione più diretta: “trovo che i Cinque Stelle possano sembrare un po’ troppo sempliciotti e un po’ troppo contrari alle posizioni politiche a cui siamo abituati, però secondo me possono fare bene. Sinceramente avevo più fiducia in loro tempo fa. Sono l’unica alternativa nuova che ci rimane”, sottolinea.

Di certo il movimento di Grillo non ha convinto tutti, e tutti coloro che voteranno ‘no’ non sono stati per forza convinti da loro, ma la censura della parola ‘sì’ durante il comizio, e le dichiarazioni fatte – “Il no vincerà” – mostrano la speranza che anima i pentastellati, che anche questa volta non si sono tirati indietro e hanno preso una forte posizione sul futuro del nostro Paese.

PUNTO DI VISTA
Caso Carife: perchè non è stata salvata

Richard Werner dal 2004 insegna il funzionamento del sistema bancario internazionale all’Università di Southampton e ha spiegato a più riprese come le banche creino la maggior parte del denaro in circolazione ‘ex nihilo’, cioè da nulla. Ha anche smontato la teoria della ‘riserva frazionaria’, secondo la quale le banche creerebbero denaro in percentuale alle riserve detenute presso la banca centrale.
Werner non è un professore qualunque, ha un curriculum di tutto rispetto. Ha lavorato alla Oxford University, a Tokyo alla Banca per lo Sviluppo del Giappone e all’Istituto Monetario e di Studi economici della Banca del Giappone, nonché come visiting Scholar all’Istituto per gli Studi Monetari e Fiscali del locale Ministero delle Finanze.
Proprio sul funzionamento delle banche giapponesi ha scritto un libro, da cui è stato tratto un documentario, “Princes of the yen”, che spiega in maniera chiara come funzionano gli istituti di credito e una Banca Centrale, soprattutto come questa possa determinare lo sviluppo di una Nazione attraverso la direzione e il controllo del credito e del processo di creazione della moneta bancaria.

Uno dei cavalli di battaglia di Werner è l’importanza che in una società rivestono le banche territoriali e legate alla realtà locale. Questo tipo di banca vive di prestiti ‘sicuri’, di una solidità dovuta al fatto di prestare all’economia reale, all’imprenditore locale e alle famiglie di cui conosce l’eventuale solvibilità. Non ha attività sproporzionate rispetto ai suoi compiti e, laddove ci sia un controllo effettivo dello Stato attraverso una Banca Centrale Nazionale che ne direziona il credito, un suo fallimento diventa impossibile.

Una lunga premessa questa, per introdurre il discorso iniziale del deputato penta-stellato locale Vittorio Ferraresi che, sabato 20 febbraio alla Sala della Musica, nel primo dei tre incontri organizzati dal consigliere ferrarese Claudio Fochi “Risparmio Consapevole”, ha piacevolmente dimostrato di conoscere queste dinamiche. Ha parlato, infatti, dell’importanza delle piccole banche, che vivono di imprenditori, di famiglie e di prossimità, e dell’attacco dei grandi interessi, che tendono a tagliare le loro radici locali e la loro inclinazione al territorio. Un discorso del genere in un contesto nazionale dove la propaganda ci dice che il grande è non solo bello, ma anche funzionale, va contestualizzato e rafforzato.
Ferraresi ha introdotto i suoi colleghi della Commissione Finanza che hanno ricostruito le vicende della Carife. E, a volerci ragionare quel tanto che basta, le spiegazioni e le ricostruzioni dell’On. Dino Alberti rientrano perfettamente nel quadro generale: le banche territoriali sono quelle più gestibili, con criteri di solidità maggiori rispetto a banche enormi, come la Deutche Bank che, come ha sottolineato il suo collega Alessio Villarosa, con un capitale di 530 miliardi di euro ha un’esposizione verso derivati di 54.000 miliardi.

Il Presidente dell’Adusbef Elio Lannuti usa parole forti come “esproprio criminale delle banche”, riferendosi al cosiddetto Bail in, ovvero il modello Cipro di esproprio dei risparmi dei cittadini. Parla del sistema delle “porte girevoli”, ovvero l’assicurare i posti di comando sempre alle stesse persone, che passano da controllori incaricati della Banca d’Italia a funzionari delle stesse banche che poco prima avevano ispezionato. Chiede ai deputati Cinque Stelle presenti di impegnarsi a fare una legge che impedisca la possibilità di passare da un incarico all’altro se c’è o può esserci un evidente conflitto di interessi.
Con una ricostruzione chirurgica, Alberti racconta come Banca d’Italia sia sempre stata presente nelle vicende Carife. Nel 2010, quando prestiti consistenti si rivelano a rischio per 100 milioni, tra l’altro per investimenti nel milanese, impone una Vigilanza Rafforzata e dei correttivi, ovvero:
– riduzione perimetro del gruppo: vengono cedute due banche e le restanti accorpate con riduzione dei cda e dei relativi costi di gestione;
– riorganizzazione della struttura interna;
– aumento di capitale per 150 mlm reso necessario a causa della svalutazione dei crediti tra cui 75 mlm riguardano la sola posizione Siano.
Il tutto riesce, la Carife viene ricapitalizzata e ha 4.000 nuovi soci ma Banca d’Italia non sembra soddisfatta, infatti nel 2013 impone il commissariamento.
I Commissari, si badi bene di Banca d’Italia, avevano proposto soluzioni alternative al fallimento già a luglio 2015, ma… Banca d’Italia non rispose alle richieste dei suoi stessi commissari.

Nel pubblico in Sala della Musica c’è chi ha vissuto la vicenda sulla propria pelle e ci tiene a dire che detenere azioni e obbligazioni subordinate non significa essere speculatori, come in qualche caso li si è voluti far passare per giustificare la loro mancata difesa da parte delle Istituzioni. A una banca territoriale si affidano i propri risparmi con fiducia, anche con ingenuità, perché le si da un’importanza storica, di legami. E non si parla di milioni, ma quasi sempre di migliaia di euro, che però vengono passati di padre in figlio e rappresentano a tutti gli effetti un risparmio, con conseguenze gravi in caso di perdita.

La Carife poteva essere salvata, questo il succo degli interventi. Non solo poteva ma doveva, come racconta Alessio Villarosa, ripetendo quanto rappresentato con veemenza in molti interventi parlamentari, perché lo prevede il dettato Costituzionale e perché la normativa con la quale è stato operato questo Bail in nostrano non rispetta le sue stesse previsioni. Ma intanto fa una considerazione interessante anche sulla tutela dei 100.000 euro, “immaginate un’azienda” dice Villarosa “con 40 dipendenti che abbia dei risparmi propri, sudati, di 200.000 euro, il Bail in gliene porta via la metà con sicure conseguenze sui lavoratori oltre che sull’azienda stessa. Il risparmio và tutelato nella sua interezza, anche controllando in anticipo le attività di una banca, vietandole attività speculative e rischiose. Invece si continua a legiferare in senso opposto e anche le Bcc con patrimonio sopra i 200 milioni di euro diventeranno Spa, cioè dipendenti da quel mercato che si regge su speculazione e finanza sfrenata. Non è questo il modo di salvaguardare gli interessi dei cittadini.”

Le “infrazioni” della legge rilevate da Villarosa sono, in primis, quella dell’art. 47 della Costituzione che tutela in maniera esplicita il risparmio in tutte le sue forme, e poi dell’art. 43, che permette l’espropriazione, ma salvo giusto indennizzo. E poiché Villarosa sostiene che i risparmiatori siano stati espropriati, un indennizzo non può essere negato, stesso principio con il quale una sentenza ha reso giustizia a espropriati austriaci. Per quanto riguardo il livello normativo inferiore, il Bail in, previsto all’art. 52 del D.lgs 180 del 2015, si poteva applicare solo a partire dal 1 gennaio 2016, come da art. 130 dello stesso provvedimento.

Daniele Pesco spiega, invece, gli effetti della creazione della Bad Bank. Quando una banca ha crediti in sofferenza, cioè ha crediti che non riesce più a esigere, si dovrebbe rifare sulle garanzie chieste in sede di elargizione del prestito. Chiaro che per farlo si ha bisogno di tempo, perciò più è alto il bisogno di liquidità, meno tempo ha a disposizione per farlo. Nei casi gravi in cui si va incontro a un fallimento si può costituire una bad bank, cioè una banca che si prende in carico tutti i crediti ‘cattivi’ e poi con il tempo cerca di recuperare quelle garanzie. Il punto è: a quanto vengono vendute quelle garanzie? Nel caso Carife al 17,3%, cioè un credito ‘cattivo’ della ‘vecchia banca’ di 100 euro viene ceduto alla bad bank a 17,3 euro. Una volta vendute a un nuovo soggetto, la banca che aveva elargito il credito iniziale perderà la possibilità di rivalersi su quelle garanzie, mentre chi le acquista ha grandi margini di guadagno, come dimostrato da molte esperienze passate.
Alla banca che nasce alleggerita di sofferenze, nonché di azioni e obbligazioni da restituire, spetta uno sconto fiscale sulle perdite subite. “Le quattro banche” – dice Pesco – “avevano crediti in sofferenza per 8,5 miliardi che sono stati svalutati dell’83%, quindi il valore nominale decresce fino a 1,5 miliardi. La differenza sono 7 miliardi, che messi a perdita creano un credito d’imposta di quasi 2 miliardi di euro: se fosse stato lasciato alle vecchie quattro banche probabilmente sarebbero rimaste in piedi. Invece non l’hanno fatto.”

Insomma, conclude Alberti, la Carife doveva fallire e il tutto nel quadro della programmata scomparsa delle banche territoriali, sacrificate in nome di interessi molto più grandi di loro.
E il discorso va infatti riportato nei suoi giusti canali, ovvero il disegno macroeconomico di svuotamento del potere degli Stati nell’era neoliberista del mercato refrattario alle regole e ai controlli. Disegno che implica necessariamente il deterioramento delle tutele e il peggioramento della qualità della vita dei cittadini. L’incremento dei profitti delle istituzioni finanziarie, che avviene soprattutto attraverso la creazione dei prodotti derivati, è inversamente proporzionale ai controlli. Meno controlli assicurano profitti più elevati, lo abbiamo visto nella crisi del 2007-2008 a seguito della quale non solo non si è introdotto alcun correttivo, ma si continua a legiferare in maniera da tenere sempre più lo Stato al servizio delle banche. Un po’ quel “governo cameriere” citato dal Elio Lannuti a inizio pomeriggio.

Gli incontri proseguiranno sabato prossimo e il 4 marzo con un intervento finale del Gruppo Cittadini Economia di Ferrara.

LA NOTA
La Sinistra e il metodo Tafazzi

​È una sindrome dalla quale la Sinistra non riesce proprio a guarire. Chiamiamola miopia o autolesionismo. Ultima brillante prova: le primarie pd per il sindaco di Milano. Il candidato moderato Giuseppe Sala, forte dell’investitura di Renzi, ha ottenuto ieri il 42% dei consensi e la ‘nomination’, peraltro accompagnata da molte polemiche per il voto sospetto di una folta rappresentanza della comunità cinese, che a qualcuno ha rinnovato la memoria delle famigerate ‘truppe cammellate’.
Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino, i due principali antagonisti, hanno raccolto rispettivamente il 34 e il 23% dei voti. Fra loro sono emersi riferimenti ideali e politici affini, dai quali deriva una visione della città, dei rapporti fra le parti sociali, delle alleanze, delle priorità di intervento certamente alternativi a quelli di Sala. Eppure non hanno trovato – o non hanno cercato – il modo di coalizzarsi. Peccato. Perché insieme avrebbero potenzialmente conseguito un bel 57%, un risultato tale da lasciar presagire il successo, anche al netto di qualche defezione: poiché in politica si sa bene che il malpancismo è diffuso e uno più uno quasi mai fa due.

Balzani e Majorino potevano essere artefici di un progetto condiviso e delineare uno schieramento solido, capace di proporsi autorevolmente a sostegno del potenziale futuro sindaco della città. Potevano. Perché invece, naturalmente, ognuno è andato per conto suo.
Naturalmente, perché questa inclinazione a dividersi in mille rivoli pare ormai una connaturata peculiarità della Sinistra. E’ ormai congenita l’incapacità di stare insieme e unire le forze. E questo in palese e tragicomico contrasto con i rituali proclami di coesione che ogni volta vengono espressi, gli appelli all’unità sempre evocata ma mai seriamente perseguita con la necessaria tenacia. E’ un tratto – più propriamente ‘una deformazione’ – che caratterizza la Sinistra, italiana in particolare. Una mostruosità che partorisce sconfitte in serie.
Ci si divide un po’ su tutto, ma soprattutto si compie un errore strategico mortale: non si attribuisce ai temi il giusto indice di priorità, stabilendo con chiarezza e buon senso le questioni e i principi basilari, come tali intangibili perché connessi all’identità politica, e gli elementi di complemento sui quali si può anche dissentire senza per forza dover ogni volta prendere cappello. Si finisce perciò per accapigliarsi un po’ su tutto. Non è chiaro se ciò avvenga per un eccesso di puntiglio, peraltro ben corroborato dalla completa incapacità di mediare, arte invece necessaria a definire quei nobili compromessi che, non solo la politica ma anche la vita, impongono. Oppure se questa litigiosità sia frutto avvelenato di altre peggiori debolezze e sotto il fuoco covi la brace dell’ambizione, sicché il continuo beccarsi sarebbe conseguenza di impronunciabili smanie di affermazione personale, incontenibili e talvolta malcelate dalle affermazioni di principio. Forse c’entrano entrambe le cose. E, comunque sia, la Sinistra riesce sempre a perdere. E quasi sempre facendosi male da sola.

Milano è solo il più recente esempio, ciò che capita lì vale in tutto il Paese. C’è da temere che il medesimo destino attenda impietoso anche i tentativi attuali di aggregazione che in ordine sparso stanno portando avanti i vari Sergio Cofferati da una parte (con la sua ‘Cosmopolitica’), Pippo Civati da quell’altra (e il suo spagnoleggiante ‘Possibile’), e poi reduci di Sel, di Rifondazione e ancora altri insofferenti del Pd, parte dei quali hanno generato una pomposa ‘Sinistra italiana’ che s’è mezza sfasciata due giorni dopo la genesi. Insomma, il rischio è grande. E a dir di molti il destino è annunciato.
Questa drammatica ‘cupio dissolvi’ si manifesta sistematicamente da ormai trent’anni, rendendo la Sinistra tragicamente simile all’emblema dell’autolesionismo, quel Tafazzi, icona creata da Giacomo Poretti, che si prende irresistibilmente a bottigliate nelle zone sensibili per insopprimibile impulso.
Eppure l’Italia avrebbe davvero bisogno di una seria alternativa al Partito democratico di Renzi, di qualcuno che tenesse salde le bandiere dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Per quest’alternativa c’è lo spazio, proprio perché si è creato un vuoto di rappresentanza, ben testimoniato fra l’altro dal sempre crescente numero di cittadini che disertano le urne.
Ma oggi come oggi bisogna riconoscere che l’unica alternativa non moderata al Pd (sempre più simile al Partito ‘marmellata’ della nazione), pur con tutte le sue contraddizioni è il Movimento cinque stelle. La sua natura è ibrida, i riferimenti ideali talora incerti. Ma esprime quantomeno una evidente volontà di cambiamento della politica e dei suoi rituali. Delinea spesso condivisibili obiettivi di progresso. Compie scelte talora apprezzabili e indica candidati autorevoli per le cariche istituzionali. Recentemente è accaduto per la Rai e altri enti. Ma clamorosa fu la proposta (bocciata paradossalmente proprio dal Pd) di uno stimatissimo costituzionalista come Stefano Rodotà (già presidente del Pds, il papà del Pd) a Capo dello Stato. Ecco, quello fu e resta un passaggio particolarmente significativo ed emblematico.
Così, mentre nelle orecchie del popolo di Sinistra risuona ancora lo sgomento grido di Nanni Moretti (“D’Alema, dì qualcosa di sinistra”) tuttora inascoltato dagli attuali ‘dalemoni’, succede che qualcosa di sinistra ogni tanto lo dicano proprio i Cinquestelle, pure così invisi a un’ampia fetta di simpatizzanti della Sinistra per i quali, appunto per questo, restano – spregiativamente – null’altro che grillini. Il cui frinir però si ode.

IL FATTO
Per qualcuno è indigesto il premio McDonald’s alla scuola

Solo qualche giorno fa a Rabat, capitale del Marocco, migliaia di insegnanti, di tirocinanti e di studenti si sono riversati in piazza, protestando nei pressi del Parlamento per i continui tagli alla scuola. Una protesta che va avanti da mesi, i docenti di numerose città alzano la testa e tentano di difendere il diritto di istruire e di essere istruiti nel miglior modo possibile. Una storia che non ci riguarda direttamente, ma che richiama la triste realtà italiana: continui tagli programmati, supplenti che non possono essere assunti, strumentazioni di base assenti e una scuola che di “buono” ha ormai solo il corpo insegnanti. Le scuole del nostro Paese, con le dovute eccezioni, si ritrovano in situazioni precarie e spesso è solo la forza di volontà e il senso civico di famiglie ed insegnanti a far sì che i problemi quotidiani vengano risolti.

Qualche mese fa, ad esempio, i genitori, il preside ed il corpo docenti della scuola primaria “Biagio Rossetti” si autotassarono per rinfrescare gli ambienti scolastici (trovi l’articolo qui). A meno di un anno di distanza, l’Istituto comprensivo Statale Dante Alighieri si ritrova a doversi difendere dalle accuse di “istigazione a disvalori all’interno dell’istituzione pubblica scolastica”, come afferma il comunicato stampa diffuso dal Movimento Cinque Stelle.

La causa scatenante di queste affermazioni è stata la vittoria dell’Istituto a un concorso a premi a livello nazionale bandito dalla multinazionale McDonald’s chiamato, appunto, McDonald’s premia la scuola”. Partecipare era facile, infatti si chiedeva ai consumatori di conservare lo scontrino di un qualsiasi acquisto fatto in uno dei punti della catena che aderiva al concorso, per poi inserire un codice trovato su di esso sul portale online. Ogni euro speso sarebbe valso un punto da assegnare ad una scuola primaria o secondaria di primo grado a scelta. Scorrendo la classifica, si nota l’alto numero di scuole partecipanti, richiamati anche dal valore del premio in palio. I vincitori del concorso, infatti, sono stati due per ogni regione: i primi classificati  hanno avuto un premio di 8000 euro spendibili per acquistare tecnologia e supporti per la didattica, i secondi, sorteggiati tra tutte le scuole regionali, un premio minore ma ugualmente significativo di 2000 euro.

Dopo l’annuncio della scuola vincitrice, arriva l’accusa arrivata dal Movimento che segnala come “se ogni famiglia avesse versato direttamente come contributo volontario il costo di un paio di ‘Happy Meal’, si sarebbe arrivati allo stesso risultato senza regalare alla multinazionale 50mila euro a fronte di una donazione di 8mila! E con quella cifra si sarebbe potuto finanziare un bel progetto di educazione alimentare, al posto di materiale didattico e tecnologico che dovrebbe essere già in dotazione alla stessa scuola pubblica, se veramente fosse ‘Buona scuola’ “. La raccolta sarebbe stata in effetti assai più sostanziosa.

Il preside dell’Istituto, Massimiliano Urbinati, sottolinea che dalla scuola non è partita alcuna iniziativa né è stato incoraggiata la partecipazione al concorso, a cui hanno aderito alcuni genitori, nonni e amici degli studenti in maniera autonoma e personale.

“La nostra idea di scuola si ispira ad un altro genere di idee – afferma il preside durante la conferenza stampa – infatti il nostro motto è “prima i valori, poi il resto”, riscontrabile nel nostro progetto “Habitat”. Non avrei mai spinto i miei studenti o le loro famiglie a partecipare a questo concorso, chi ha deciso di farlo ha agito personalmente”. Genitori che si sentono parte di un progetto di sviluppo, che partecipano attivamente alla vita scolastica e che  puntano alla valorizzazione del rapporto scuola-famiglia. Un legame in cui in molti credono, tanto che i primi a rispondere alle accuse lanciate all’Istituto sono proprio i genitori e i nonni degli studenti, che sottolineano anche la natura del concorso, che non richiedeva la consumazione di un menù completo ma anche quella di un semplice caffè, o di una brioche. 

Il concorso non è stato pubblicizzato, contrariamente a quanto è stato detto, ma la sua esistenza è stata resa nota attraverso il passaparola, per chi avesse già l’abitudine di frequentare i punti di ristoro della catena e avesse voglia di partecipare al concorso.

Il premio ricevuto dall’Istituto Comprensivo 5 sarà investito per migliorare le strutture sportive utilizzate dai ragazzi, ai quali docenti e famiglie insegnano l’importanza di una corretta alimentazione e del movimento fisico, e per l’acquisto di materiale tecnologico. L’Istituto utilizza 52 Lim, lavagne interattive multimediali, e, come afferma il preside Urbinati, si vorrebbero acquistare dei tablet.

“Abbiamo già delle classi totalmente 2.0, in cui i ragazzi usano un device, il tablet, per interfacciarsi con la lavagna e per implementare le modalità attive di apprendimento. Vorremmo che tutte le classi avessero pari opportunità, in modo da sfruttare al massimo ciò che la scuola offre”.

Nessuna corsa all’ultimo panino, quindi, le famiglie hanno continuato ad insegnare ai loro bambini la corretta alimentazione permettendo uno strappo alla regola ogni tanto, senza trasformare il concorso nella disperata ricerca al “biglietto dorato” come nel “la fabbrica di cioccolato”. Certo, non possiamo negare che bandire un concorso del genere sia un’ottima pubblicità per una grande multinazionale come McDonald’s, che in numerose occasioni associa il brand a campagne per la salute e la salvaguardia dei più piccoli (basti pensare alla fondazione per l’infanzia nei pressi dei centri pediatrici italiani). Le scuole italiane, sempre più impoverite da uno Stato che non si cura della cultura e dell’istruzione dei suoi figli, sono probabilmente un bersaglio facile per una possibile campagna di Brand Reputation Washing, attuata in un momento particolarmente delicato per l’azienda, che ha visto la chiusura di 700 punti vendita solo durante lo scorso anno.

Che sia etico o meno mangiare da McDonald’s è ancora una questione ‘calda’, da discutere ed analizzare, inserendo il problema in contesti diversificati, che possono comprendere ambienti in cui esiste una cultura alimentare e una conoscenza adeguata dell’importanza di una buona nutrizione, ma anche ambienti in cui la disinformazione è ancora forte e l’obesità infantile un problema da combattere.

Quello che invece non si può più chiedere alle famiglie italiane è di contribuire alle spese dell’istruzione dei loro figli, iscritti in scuole statali che, in alcuni casi, non possono garantire neanche il corretto funzionamento dei termosifoni nei mesi più freddi. Come ha sottolineato Cristina Pellicioni, presidentessa del Consiglio d’Istituto e del Comitato genitori-insegnanti, ogni anno, oltre le tasse e le spese per libri e materiale didattico, i genitori dell’Istituto donano un contributo volontario aggiuntivo, così come avviene nelle altre scuole del territorio. In più, insieme a nonni e parenti, continuano a ideare progetti e a finanziarli, anche con l’aiuto del Comune di Ferrara, ‘sporcandosi’ le mani in prima persona, come sta accadendo per il progetto ambiente che permetterà l’istallazione di una serra. Non sarebbe stato corretto chiedere un ulteriore donazione alle famiglie per permettere ai ragazzi quello che la scuola statale dovrebbe, invece, garantire.

20-febbraio-2014-ichiarazionedi-antidemocrazia

20 febbraio 2014: Dichiarazione di antidemocrazia

Alla fine lo ha detto chiaramente: “Io non sono democratico”.
È la frase che, probabilmente, ha più colpito durante le consultazioni tra il presidente del Consiglio incaricato di formare il nuovo governo, Matteo Renzi, e il leader Cinquestelle, Beppe Grillo, trasmesse in diretta streaming giovedì 20 febbraio.
Solo che, a differenza della prima diretta, dalla quale Bersani uscì con le ossa rotte, stavolta parrebbe che l’urlatore genovese si sia fatto un clamoroso autogol.
Perché ha rivelato in modo plateale che si chiama fuori dal discorso democratico, che non tollera il contraddittorio e chi mette in dubbio la sua verità.
Rimane fermamente convinto che per rimettere in carreggiata l’Italia sia sufficiente decimare le indennità ai parlamentari e azzerare il finanziamento ai partiti. Tutto il resto non conta. O meglio: se si accettano le ricette pentastellate bene, altrimenti non si fanno accordi con nessuno, perché dietro ci sono i poteri forti, le banche (in qualcuna di queste magari ci sono pure i risparmi di Grillo), il marcio, il vecchio.
Quindi, per riassumere, la scatoletta di tonno del Parlamento va aperta, mentre la sua va presa così com’è: chiusa.
Il tutto poi deve andare in onda alla luce del sole, perché non ci deve più essere alcunché da nascondere nelle stanze del Palazzo.
Salvo spegnere le telecamere quando fa comodo e, guarda caso, proprio se dentro il movimento qualcuno vuole discutere.
Soprattutto guai a parlare con i giornalisti, tutti moribondi.
Ancora, ci sono decine e decine di parlamentari eletti dal febbraio 2013, ma per capire se andare a parlare con il presidente del Consiglio incaricato si deve fare una consultazione on line per convincere il capo, che non vuole nemmeno essere chiamato tale, il quale comunque è dell’idea di non andarci. E quando si presenta davanti a Renzi dice che glielo hanno chiesto. Vostra Grazia!
Tra un po’ non ci sarebbe nemmeno da stupirsi se i grillini ricorressero ad una consultazione via rete per decidere se sia il caso di consultare la rete.
Conclusione: ruolo dei rappresentanti di Camera e Senato eletti democraticamente dai cittadini uguale a zero.
Per inciso, il comico genovese non siede nemmeno in Parlamento anche se di questi tempi, per la verità, non è un’eccezione.
Poi c’è l’altra frase detta da Grillo in faccia a Renzi: “Ci hai rubato metà programma”. Chiunque si gonfierebbe il petto se alcune proposte avessero fatto breccia nei programmi degli altri. Pare di sentire la manfrina ripetuta da chiunque: “Avete visto che avevamo ragione noi”, e via con la sfilza delle cose, tutte rigorosamente concrete.
Invece qui c’è l’ostentazione orgogliosa del tipico atteggiamento infantile: è mio.
Il pensiero corre a ritroso a Jean Jacques Rousseau e alla sua idea della volonté générale: tutti cittadini, tutti liberi e tutti che contano allo stesso modo, senza più gerarchie sociali.
Praticamente la fine delle ingiustizie, la fine dell’ancien régime e l’inaugurazione del regno dell’uguaglianza totale. Oggi, si direbbe, nell’orizzontalità assoluta del web.
I problemi nascono quando qualcuno si mette in testa di parlare in nome e per conto della volontà generale. Assolutismi, autoritarismi e totalitarismi, sono in fila, uno dietro all’altro, e ancora ci parlano. Basta leggere qualche libro di storia.
Fino all’esaltata follia del nazismo: un popolo, uno stato, un führer, o alla perdurante realtà del caro leader nordcoreano.
Per restare invece coi piedi per terra, c’è chi ha letto nello show di Grillo una mossa meticolosamente studiata in ogni dettaglio, per sottrarre a Renzi ogni possibilità di parlare al proprio elettorato, in una prospettiva di voto più o meno vicina.
Il tutto mentre si va verso la formazione del sessantaquattresimo governo in sessantotto anni di storia della Repubblica, su una maggioranza parlamentare dai contorni poco chiari, se si pensa alle parole di stima e incoraggiamento provenienti da Forza Italia, che si colloca all’opposizione, mentre scricchiolii si sentono dall’alleato Alfano e da Pippo Civati, quest’ultimo dato a un passo dalla decisione di uscire dal PD.
Per quanto claudicanti e criticabili, continuare a deridere le istituzioni in nome di una sacrosanta indignazione civile, può essere una strategia, ma può portare ad esiti diametralmente opposti a quelli desiderati; e chi ha scritto la Costituzione lo ha fatto con la penna in mano e negli occhi l’orrore lasciato da un’ideologia totalitaria.
La stessa scena dei forconi rappresentati da uno che gira in jaguar è una spia accesa.
Gli esperti li chiamano effetti perversi, e già l’espressione dovrebbe mettere in guardia chi ha ancora un po’ di sale in zucca.

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