Tag: enciclica

IL TESTAMENTO SOCIALE DI PAPA FRANCESCO
ombre e luci dell’enciclica “Fratelli tutti”

Fratelli tutti è la terza enciclica di papa Francesco, dopo Lumen fidei del 29 giugno 2013 (iniziata da Benedetto XVI e firmata da Bergoglio) e Laudato sì (24 maggio 2015).
La firma è del 4 ottobre sulla tomba di San Francesco ad Assisi, festa del santo patrono d’Italia: un papa gesuita sempre più francescano.
Del resto, come il poverello di Assisi ha dato il nome al suo pontificato e lo ha ispirato a scrivere Laudato sì (l’enciclica per la terra), il “Santo dell’amore fraterno” (2) è alla base di Fratelli tutti.
Ispirazione questa volta condivisa con “altri fratelli che non sono cattolici” (286), come Martin Luther King, Desmond Tutu e il Mahatma Gandhi, oltre al beato Charles de Foucauld.

Il lungo documento non è un trattato sulla fraternità universale, cifra stilistica ormai di un magistero, con tutti i pro e i contro, che si caratterizza più per un linguaggio spirituale e psicologico che per una teologia sistematica.
Ma anche Fratelli tutti va letto non tanto e solo per quello che dice, ma come lo dice; vale a dire quell’incedere pastorale e non dottrinale che risale allo stile di papa Roncalli e del concilio Vaticano II, ma che non prende congedo da un’uguale profondità teologica. Vero e proprio principio organizzativo di una postura della Chiesa che vuole essere Mater prima ancora che Magistra.

Per quel poco di sintesi che si può fare di otto capitoli sviluppati in 287 paragrafi, si può cominciare con quello che non c’è nell’enciclica.
Non sbaglia Roberta Trucco su Ferraraitalia [Vedi qui] a rilevare la mancanza del termine sorelle accanto ai fratelli.
La pensa così anche il moralista Simone Morandini (Il Regno): “forse una maggiore attenzione per la dimensione complementare della sororità avrebbe arricchito un testo sul versante delle relazioni di genere”. Specie se si pensa che per Assisi è difficile pensare a Francesco senza Chiara.

Nell’enciclica non c’è, poi, un accenno sul tema rovente degli abusi sessuali e neppure c’è un solo riferimento alle opacità e intrighi dentro le mura vaticane.
La recente vicenda clamorosa dell’acquisto della Santa Sede di un immobile in Sloan Avenue a Londra, pagato 200 milioni di euro (ben oltre, si dice, il suo valore effettivo), è il coperchio sollevato di una pentola dentro cui da tempo ribollono scontri tra cardinali, monsignori, manager, affari, giri di denaro, comprese le offerte dei fedeli (l’obolo di San Pietro), su cui ora sono al lavoro avvocati e giudici.
Tutti aspetti che è difficile pensare estranei alla fraternità, innanzitutto dentro la Chiesa.
Si può dire che il quasi 84enne Bergoglio non abbia la forza per porre il dito, per quanto papale, su alcuni fronti, la cui temperatura è così alta da far pensare ai cavi dell’alta tensione.

Se le forze sono mancate tanto a papa Ratzinger quanto adesso a Bergoglio, si fatica a trattenere il dubbio inquietante se, pensando agli intrighi vaticani, la curia romana non sia riformabile né da destra, né da sinistra.

Proprio per il peso epocale di questi banchi di prova, assumono particolare peso le parole di commento all’enciclica di Mons. Victor Fernández, argentino, vescovo di La Plata, dato per molto vicino a Bergoglio: “Direi che è il grande testamento sociale di papa Francesco”.

Fin dal primo capitolo (Le ombre di un mondo chiuso) il pontefice dà voce a preoccupazioni al limite di un proprio pessimismo. Quasi solcando una distanza, come scrive Massimo Faggioli su Commonveal, rispetto alla ventata di fiducia del documento conciliare Gaudium et spes (1965) e in una una certa, e per certi versi sorprendente, continuità con il pessimismo di Benedetto XVI sulla modernità.
Fino ad arrivare a dire che in un mondo “senza una rotta comune (…), fra il singolo e la comunità umana sia ormai in corso un vero e proprio scisma” (31). Termine che come nessun altro nel linguaggio ecclesiale significa rottura.

Lo sguardo preoccupato è rivolto a un processo di globalizzazione che causa distanze, paure, chiusure. Liberismo, paradigma tecnocratico della finanza e della rete, populismi e nazionalismi, portano alla chiusura egolatrica dell’ ”io” a scapito del “noi” e producono la cultura dello scarto (188).
Parole che sentono prepotentemente l’eco degli effetti della pandemia: “non ci dimentichiamo degli anziani morti per mancanza di respiratori, in parte come effetto di sistemi sanitari smantellati anno dopo anno” (35).

La parabola del buon samaritano (Lc 10, 25-37), porta la riflessione nel solco biblico, per dire che lo spazio della fratellanza nel rispetto della dignità umana va cercato oltre ogni steccato e confine. L’assistenza e la compassione al malcapitato del racconto evangelico vittima dei briganti, non viene dal sacerdote, né dal levita, le persone perbene e timorate di Dio che passano oltre, ma dal samaritano, cioè da quanto di più spregevole, impuro, detestabile e pericoloso, si potesse immaginare secondo l’ortodossia del tempo.

Parallelamente, oltre ogni confine papa, Francesco guarda gli immigrati – da accogliere, proteggere, promuovere, integrare (129) – e oltre ogni confine ecclesiale estende lo spazio di costruzione della fraternità, quando cita per cinque volte Ahmad al-Tayyeb, grand imam di al-Azhar (la moschea-università del mondo islamico al Cairo), con il quale firmò il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi.

Sull’onda di quella che è stata chiamata un’antropologia relazionale, Fratelli tutti si spinge fino a schierarsi senza mezzi termini contro la pena di morte e la guerra, prendendo definitivamente congedo in terreno ecclesiale anche dal concetto di “guerra giusta”. Così come annovera la fame tra i crimini compiuti contro l’umanità.
Tutti temi che sono munizioni nelle mani di quanti criticano da tempo papa Francesco, perché il suo magistero osa toccare con sconcertante disinvoltura il sancta sanctorum dell’ordine mondiale economico e finanziario, con le sue leggi e regole del mercato, della produzione, della ricchezza.

Argomenti che rafforzano anche gli avversari interni a Bergoglio, reo di una navigazione verso la diversità che sacrifica i principi di verità sull’altare di un’indistinta carità, finendo per allentare il senso di un’appartenenza identitaria. Un cammino che irretisce storiche alleanze politiche, ritenute anche tatticamente utili per la difesa dei principi non negoziabili.
Ma, come scrive Marcello Neri su Il Mulino on line, la risposta di papa Francesco è chiara: “ci sono urgenze più impellenti che devono impegnare la coscienza cristiana in questo momento”.

Quello di Fratelli tutti, in altri termini, ha tutta l’aria di essere l’appello di chi sente con senso profetico che l’umanità si sta avvicinando al punto di non ritorno.
Papa Francesco sembra drammaticamente consapevole di un precipizio che, se non si cambia rotta – per il creato e per l’uomo – si avvicina pericolosamente e decide di entrare nei panni della sentinella che, come nella Bibbia, sa di non essere amata perché non cerca consensi. E tenta di delineare, pur con tutti i limiti di un discorso non sistematico, un’architettura del mondo, delle relazioni umane e della pace, che ha bisogno anche di un artigianato della fratellanza, fatto dei gesti e della testimonianza di tutti.

Cover: Udienza pubblica settimanale, Papa Francesco, Piazza San Pietro, Città del Vaticano. Foto di Mario Roberto Duràn Ortiz (Wiki Commons)

SCHEI
Il Diavolo veste Prada (e paga coi soldi del Vaticano)

All’uscita della cresima, suggello di anni di catechismo, coi parenti in ghingheri e nell’atmosfera ecumenica, cerimoniosa e festante del sagrato, alla domanda su cosa questa esperienza gli aveva lasciato, mio figlio rispose: “Mi sento agnostico”. Mutuo la (involontaria?) genialità di questa sua affermazione preadolescenziale: anch’io voglio essere agnostico sul caso del cardinale Becciu, numero due della Segreteria di Stato vaticana, dimissionato da Papa Bergoglio per un utilizzo disinvolto delle finanze vaticane, tra cui cento milioni di sterline per operazioni immobiliari a Knightsbridge, il quartiere più caro di Londra (fonte Financial Times); nonchè per il mezzo milione di euro non contabilizzato finito nella disponibilità della sedicente filantropa Cecilia Marogna, titolare di una società slovena (Logsic) che finanzia operazioni umanitarie e, pare, anche l’acquisto di poltrone Frau, borse Prada e scarpe Tod’s. Intervistata dal Corriere della Sera, Cecilia Marogna si difende dapprima con orgoglio nazionalista (“ho acquistato solo prodotti italiani”), poi dice che le operazioni del Vaticano non sono contabilizzate per definizione, che lei non poteva certo emettere delle fatture, che doveva “pagare delle persone in Africa, gestire delle crisi, fare dei bonifici”. Viene in mente quella scena di “Ecce Bombo” in cui la ragazza risponde a Nanni Moretti che le chiede cosa fa nella vita: “Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, conosco, faccio cose”.

Questo “scandalo” sta riempiendo le pagine dei giornali anche per la pozza pruriginosa nella quale sempre si tuffa la stampa quando di mezzo c’è una donna, immancabilmente soprannominata “Dama Bianca”. In realtà, la guerra di papa Bergoglio contro la corruzione e il riciclaggio di denaro nella Chiesa ha conosciuto atti ben più pesanti: fra tutti, ricordiamo l’azzeramento dei vertici dello IOR, che nonostante l’acronimo (Istituto Opere Religiose) è passata alla storia come la banca lavatrice delle più luride masse di denaro mai transitate dal sistema finanziario ufficiale, altro che opere religiose. Quando la parte conservatrice della Chiesa ed i suoi Socci di corte tuonano contro la sua presunta eresia, l’ignoranza dottrinale, uno schiaffetto dato in diretta tv ad una fedele troppo invadente (scandaloso atto di violenza in una Chiesa squassata dagli abusi sessuali ai danni di minori); quando addirittura lo accusano di essere “comunista” e di voler aprire le frontiere agli infedeli straccioni o fanatici, quando lo accusano di considerare un valore il “meticciato”, cosa che in effetti afferma nella sua recentissima enciclica “Fratelli tutti”, più che un novello manifesto comunista una declinazione ramificata dei concetti ritrovabili in sintesi nel testo di “Imagine” di John Lennon (con la significativa eccezione della “imagine no religion too” che sarebbe stato eccessivo aspettarsi dal Papa); quando lo accusano di tutte queste nefandezze, dovete tradurre. Quando i nemici ti attaccano sui princìpi, sull’ortodossia, sulla morale, sui dogmi, devi tradurre simultaneamente: ti stanno attaccando sui soldi, sui vizi, sul potere. I loro soldi, i loro vizi, il loro potere, che vedono messi in pericolo.

Papa Bergoglio ci sta provando, con inevitabili errori (soprattutto di politica interna) ma con una premura ed una fretta inversamente proporzionali al tempo che gli resta da vivere: più si avvicina la sua fine (spero naturale), più fretta ci mette nel cercare di restituire un minimo di dignità ad una istituzione che perde progressivamente presa proprio perchè ha fatto strame della sua etica, della coerenza tra i princìpi e le azioni, della propria autorità morale. Pochissimi sono i leader che, una volta assurti ai vertici di uno Stato o di una organizzazione, manifestano quell’indipendenza rispetto alle cambiali da onorare, ai debiti da pagare, alle mani da baciare (quelle mani che li hanno sostenuti e appoggiati nella rincorsa alla vetta) necessaria per tagliare le corruttele, interrompere i ladrocinii, punire i violentatori. Tra quelli che hanno intrapreso questa gigantesca iniziativa dal secondo dopoguerra, a me veniva in mente Gorbaciov.  Adesso mi viene in mente anche Papa Francesco, e quindi, come lui spesso chiede, prego – agnosticamente – per lui.

in copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

NOTA A MARGINE
Prendersi cura del creato, tra preoccupazione e speranza

(Pubblicato il 26 giugno 2015)

Chapeau agli istituti Gramsci e di Storia contemporanea di Ferrara per l’incontro di martedì 23 giugno dedicato all’enciclica di papa Francesco “Laudato si’ sulla cura della casa comune”, che porta la data del 24 maggio scorso.
Intense e profonde le riflessioni di Piero Stefani e Massimo Faggioli, cui va il merito di essere andati dentro il testo con competenza chirurgica.
Sta diventando una piacevole consuetudine quella dei due istituti ferraresi diretti da Fiorenzo Baratelli e Anna Quarzi, che stanno regalando a Ferrara momenti d’inusuale intensità e libertà, per essere realtà laiche, su temi e aspetti di carattere ecclesiale. Singolare l’appello in chiusura lanciato dallo stesso Baratelli alle parrocchie con vero fare pastorale e interessante la presenza nella strapiena sala del convento del Corpus Domini in città, di sacerdoti diocesani che hanno assistito all’incontro senza perdersi una virgola.
Non pretendo di mettere in fila i numerosi temi messi in luce, tante sono state le tastiere culturali (biblica, filosofica, storica, letteraria, teologica), tutte giocate con alta abilità solistica dai due studiosi ferraresi. Solo qualche personale, del tutto parziale, sottolineatura. È stato posto in evidenza il carattere non propriamente organico del testo, evidentemente risultato di diverse mani, ma una prima cosa che colpisce, almeno me, è una sensazione di particolare allarme e preoccupazione che papa Francesco trasmette sulle condizioni del creato.
L’autorevole indice è puntato su un sistema di sviluppo più volte chiamato “tecnoscienza” o “tecno-economico” e pressoché costantemente definito “irresponsabile”. Il termine ricorre ben sette volte nell’enciclica e sempre accostato al modello di crescita partorito dal ventre occidentale. Avrebbe potuto chiamarlo “sistema capitalistico”, se l’espressione non risentisse troppo di echi marxiani, con tutti i rischi del caso. Un paradigma dal quale secondo il pontefice occorre fuoriuscire prima che sia troppo tardi, perché il pianeta non potrà reggere a lungo gli attuali ritmi di sfruttamento delle risorse, i livelli di spreco e consumo compulsivo che sta generando e le drammatiche conseguenze che scarica sull’ambiente e, soprattutto, sugli esclusi, i poveri, gli ultimi.
L’ancoraggio filosofico di tale risoluta analisi è al pensiero di Romano Guardini in “La fine dell’epoca moderna” (1950), cui spesso seguono citazioni di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, verificabili nell’apparato delle note. L’impressione, come spiegato bene dai due studiosi ferraresi, è che il post-ideologico papa argentino si collochi nel solco di un pensiero magisteriale sostanzialmente negativo, o comunque fortemente critico, verso la modernità. Non nel senso che Francesco non parli di cose attuali, o non sia sufficientemente sintonizzato con i nodi cruciali del tempo presente, come hanno puntualizzato alcuni interventi durante il dibattito, ma perché l’impostazione e il portato essenziale della sua analisi lo conducono alla stessa severità di analisi e giudizio, quasi senza appello, dei suoi due predecessori.
Ne deriva un elemento di forte preoccupazione, angoscia e monito, che, di fatto, fa da contrappunto allo slancio di gioia e speranza che pure è presente nella sua predicazione (Evangelii Gaudium) e nella stessa enciclica. Una ferma opposizione verso una modernità del cuore vuoto della persona (“Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini”, n. 203), che si spinge fino a contemplare esiti di “decrescita”, perché si possa crescere in modo sano in altre parti del mondo (n. 193).
Non è forse la riproposizione del modello della “decrescita” un rientrare nel campo dell’ideologia da parte di un papa che ne pretende la definitiva fuoriuscita? La cifra di questo dilemma l’ha resa in particolare Faggioli. Le reazioni statunitensi al documento non sono state delle migliori e il prossimo viaggio a settembre di Bergoglio negli Usa potrebbe rivelarsi un problema.
Contrariamente alle apparenze, le critiche non vengono solo dal versante repubblicano, dalla destra, da teocon e tea party, ma più trasversalmente da una società che considera il proprio modello di sviluppo come espressione della cultura del “self made man”. Un sistema in buona parte riconducibile in radice sul doppio significato del termine tedesco “beruf” (lavoro-vocazione) che, si potrebbe dire weberianamente, sorregge eticamente (l’ascesi intramondana protestante) lo spirito del capitalismo.
In questo senso si apre una forbice fra l’impostazione-soluzione radicale di papa Francesco (non c’è altra strada che la fuoriuscita, prima possibile, dal modello della tecnoscienza) e le (eventuali?) soluzioni economiche, scientifiche, tecniche e politiche, per uno sviluppo più equo e sostenibile, in ottica certamente disintossicata dalla fiducia nell’inarrestabile linea retta del progresso.
In sostanza la domanda è: c’è ancora spazio per la razionalità (ecco la modernità) in tutto questo, o c’è solo il postmoderno lavoro della religione e della spiritualità, per quanto francescana, verso un’inversione di 180 gradi degli stili di vita? Del resto lo stesso Jürgen Habermas, da sinistra, scrisse già anni fa che fra i sistemi economici nessuno come quello occidentale ha prodotto ricchezza e benessere su così vaste dimensioni e fra gli esperti non c’è unanimità sulle valutazioni effettivamente positive della decrescita. Vengono in mente anche le parole di Edmondo Berselli nel suo libro postumo “L’economia giusta” (2010), il quale ricordava che alle nostre spalle c’è un passato di redistribuzione e di correzione delle ingiustizie firmato dalle migliori tradizioni di pensiero delle democrazie cristiane e delle socialdemocrazie europee. Su quanto di quel pensiero sia rimasto sulla carta è lecito discutere, ma rimane che quella elaborazione è parte importante della cultura continentale.
Un ultimo cenno merita la riflessione sui poveri, retrocessi nella storia, almeno recente, del magistero papale, da potenziale soggetto storico di riscatto sociale a semplice termometro dei disastri prodotti dal sistema della tenoscienza. Un punto sul quale non da ora Stefani richiama l’attenzione sulla predicazione di Bergoglio, che si ripresenta puntuale anche nella sua enciclica. Segno che nel puntiforme mondo globale e nella baumaniana società liquida i soggetti storici di riferimento sono tramontati e che è oggettivamente difficile individuare nuove forme di interlocuzione e di rappresentanza?
Il tema c’è tutto ed è aperto alla discussione libera, senza pregiudizi e disinteressata, come stanno proponendo con merito gli istituti Gramsci e di Storia contemporanea di Ferrara.

“Laudato si’, sulla cura della casa comune”: l’audio della conferenza di Massimo Faggioli e Piero Stefani

L’audio integrale della conferenza “Laudato sì, sulla cura della casa comune” tenutasi martedì 23 giugno e organizzata dall’Istituto Gramsci presso il Monastero Corpus Domini, Via Campofranco, Ferrara

[Conferenza Parte 1]

[Conferenza Parte 2]

 

PER CONSULTARE TUTTI GLI ARTICOLI SUL TEMA VAI A QUESTO LINK

IMMAGINARIO
Elogio dello scarto.
La foto di oggi…

“Inquinamento, rifiuti e cultura dello scarto”. Roba da ambientalisti, economisti, politici? Macché. A questi temi così vicini, così reali e cruciali dedica una particolare attenzione la nuova enciclica di papa Francesco, con un titolo che riecheggia le laudi francescane: “Laudato si’, sulla cura della casa comune”. Jorge Mario Bergoglio lancia un appello, ecologico e umano. Milioni di tonnellate di rifiuti l’anno? “Questi problemi – scrive – sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani quanto le cose, che si trasformano velocemente in spazzatura”. E incita a “limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare”.

Di questo e dei contenuti di tutta l’enciclica si parlerà oggi in un incontro a cura dell’Istituto Gramsci di Ferrara. Interventi di Massimo Faggioli, docente di Storia del cristianesimo alla University of St. Thomas, Minneapolis/ St. Paul, e Piero Stefani, biblista e redattore della rivista “Il Regno”. Coordina Roberto Cassoli dell’Istituto Gramsci. Alle 17,30 nel monastero Corpus Domini, via Campofranco,Ferrara.

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

gabbiano-scarti-spiaggia-luca-pasqualini
Gabbiano che vola alla ricerca di scarti in spiaggia (foto Luca Pasqualini)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

ECOLOGICAMENTE
I rifiuti e la cultura dello scarto. Domani l’incontro al Corpus Domini

Il rifiuto solido urbano viene prodotto principalmente nella fase del consumo finale dei prodotti e dei servizi. Complessivamente le famiglie producono direttamente circa la metà dei rifiuti urbani mentre l’altra metà viene prodotto dagli operatori dei servizi, del commercio, dei pubblici esercizi che gestiscono tutto il sistema del consumo.
E’ importante perciò sottolineare che la famiglia, come consumatore finale, controlla solo una parte dei rifiuti urbani e pertanto le strategie della raccolta differenziata dovranno considerare il peso che questo canale ha nella produzione dei rifiuti. Nello specifico le famiglie consumano il 50% dell’organico presente nei rifiuti (si stima una produzione media giornaliera pro-capite di organico di circa 200-250 grammi), il 40% degli imballaggi (per la maggior parte primari) e insieme al terziario e servizi (uffici) circa il 90% della carta da giornali e della carta non da imballo.
E’ però anche utile fare alcune valutazioni sulle diversità dei territori. Ogni territorio, infatti, avendo la sua specificità è in grado di raggiungere obiettivi di raccolta differenziata comunque diversi rispetto a zone territoriali con caratteristiche differenti; di questo è opportuno tenere presente nella individuazione degli obiettivi e soprattutto quanto si fanno i paragoni.
Da alcune analisi, ad esempio sulla distribuzione dei materiali nei rifiuti, la percentuale più significativa dell’organico è ottenuta nei comuni di medie dimensioni (tra i 20 e gli 80.000 abitanti), mentre un terzo arriva dai comuni con meno di 20.000 abitanti. Per le città o comunque i grossi comuni il tema è delicato sia per le difficoltà di raccolta sia per la qualità del conferito; un orientamento verso la raccolta di organico del non-domestico è assolutamente da privilegiare e consolidare in queste aree. Lo stesso ragionamento è opportuno svilupparlo su tutti i materiali; le aree metropolitane e urbane maggiori producono mediamente un terzo dei materiali recuperabili presenti sul territorio.
In generale, però, per allineare l’Italia nella gestione dei rifiuti alla linea di politica ambientale dettata dalla Ue, e peraltro già affermatasi in diversi Paesi comunitari, bisogna invertire il processo in corso, e occorre procedere tempestivamente ad un ribaltamento di una situazione da tempo critica e indecisa nelle sue scelte. Per fare questo occorrono non singoli provvedimenti, ma interventi organici non dettati dall’emergenza, in armonia con le direttive comunitarie. Si ritiene dunque che su alcuni principi e riferimenti debba essere sviluppato un maggior confronto tra i vari interlocutori del sistema per ricercare soluzioni nuove e condivise. Il passaggio fondamentale è superare la generica affermazione di principio (a cui purtroppo anche qui non ci sottraiamo) con una logica basata sulla programmazione e sul raggiungimento graduale di risultati.

Anche papa Francesco ne parla nella sua enciclica “Laudato si’” uscita qualche giorno fa e che vi invito a leggere con attenzione [leggi]; si trovano principi e concetti di altissimo valore e rappresenta un appello ecologico di grandissima rilevanza, sintetizzato nel sottotitolo “Sulla cura della casa comune”.

rifiuti-cultura-scarto

Dell’enciclica se ne parlerà domani martedì 23 giugno, alle ore 17,30, presso il monastero Corpus Domini di via Campofranco, Ferrara, all’incontro “Laudato si’, sulla cura della casa comune – La nuova enciclica di Papa Francesco“, con Massimo Faggioli, docente di Storia del cristianesimo (University of St. Thomas – Minneapolis / St. Paul) e Piero Stefani, biblista e redattore della Rivista “Il Regno”, coordina Roberto Cassoli [vedi].

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013