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21 marzo a Ferrara: istituzioni e cittadini per mantenere vivi memoria e impegno delle vittime innocenti delle mafie

“Non li avete uccisi. Le loro idee camminano sulle nostre gambe”: è la celeberrima frase sullo striscione della manifestazione all’indomani delle stragi del 1992. “Abbiamo un debito di riconoscenza”, ha detto don Luigi Ciotti nel discorso che ha concluso la manifestazione nazionale di Padova di questo 21 marzo 2019, XXIV Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. “Sono morti, ma in realtà per noi sono ancora vivi, perché i loro sogni, le loro speranze devono camminare sulle nostre gambe”. “Una memoria viva, che ci sfida ad assumerci sempre di più responsabilità e impegno”, “per costruire attorno a noi più vita, perché vinca la vita”, ha sottolineato il fondatore del Gruppo Abele e di Libera.

E anche a Ferrara il 21 marzo quest’anno ha collegato passato e presente, memoria e futuro, a partire dalla lettura dei nomi delle vittime, che si è tenuta giovedì mattina in Municipio in contemporanea con le altre piazze d’Italia.
“Siamo in un momento nel quale forse gli anticorpi etici sono venuti un po’ meno”, ha detto il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani e, ricordando le inchieste al Nord, in Emilia Romagna, Lombardia e le recentissime in Veneto, ha aggiunto: “siamo ormai consapevoli che nessun territorio si può dire al sicuro”. Anche per questo, ha concluso Tagliani, “E’ un piacere che questo evento si svolga qui nella casa comune, nella casa di tutti i cittadini”. Insieme a lui erano presenti il prefetto, Michele Campanaro, e il questore Giancarlo Pallini. “E’ importante per me essere qui oggi, occasioni come queste possono rinsaldare i legami nei territori e creare anticorpi”, ha affermato il prefetto. Campanaro ha ricordato come “un’esperienza importante, non solo dal punto di vista professionale”, gli anni da vice prefetto vicario a Caserta e l’omicidio di don Peppe Diana, di cui quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario. Pallini si è detto orgoglioso di provenire dalla stessa terra del sacerdote, quella Casal di Principe che ha reagito: don Peppe aveva detto “Per amore del mio popolo non tacerò” e il suo popolo si è ribellato al “clima di omertà e intimidazione”. Un clima che “nelle organizzazioni mafiose raggiunge l’apice, ma che tutti noi possiamo vivere nel nostro quotidiano”. Ecco perché, ha concluso il Questore, “non bisogna chiudersi in sé stessi”.
Magistratura, forze dell’ordine e amministrazioni non vanno lasciate sole: la battaglia contro le mafie “è una battaglia culturale e di civiltà”, ha ricordato il referente del Coordinamento provinciale di Libera di Ferrara, Donato La Muscatella. Per questo la lettura dei nomi è, non solo idealmente, “un passaggio di testimone” perché la memoria delle vittime e dei loro famigliari diventi “un valore condiviso che spinga all’impegno”. Un impegno anche e soprattutto alla ricerca della verità perché, come ha ricordato don Ciotti a Padova “l’80% dei famigliari non conoscono ancora la verità, o la conoscono solo in parte”.
E in questa staffetta, il testimone è passato da Sindaco, Prefetto e Questore, ai cittadini: in trentacinque, fra i quali aderenti ad associazioni e realtà cittadine – Emergency Ferrara, Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, Pro loco Casaglia, Movimento Nonviolento, Unicef, Cgil Ferrara – e giovani del Copresc di Ferrara, del gruppo scout di San Luca e della 5° F del Liceo Roiti, hanno letto l’elenco delle vittime, che parte dal 1879 e arriva al 2018, mentre i nomi risuonavano anche nella piazza municipale, ai piedi dello scalone. Un rito civile e democratico fatto di volti e di voci che si assumono la responsabilità del ricordo e dell’impegno.

La sala dell’Arengo prima dell’inizio della lettura
Alcuni momenti della lettura dei nomi
Alcuni momenti della lettura dei nomi
Alcuni momenti della lettura dei nomi
Alcuni momenti della lettura dei nomi
Inaugurazione della mostra

La mattinata è proseguita con l’inaugurazione della mostra ‘Vittime di mafia’, a cura della casa editrice Becco Giallo. Storie di nuova resistenza contro l’omertà imposta della criminalità organizzata raccontate attraverso un linguaggio vicino ai giovani, ma non solo: le graphic novel. Protagonisti della mostra sono eroi del nostro tempo, che hanno sfidato e combattuto la mafia: Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Lea Garofalo, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo e Mauro Rostagno, disegnati da Marco Rizzo, Lelio Bonaccorso, Giacomo Bendotti, Nico Blunda, Giuseppe Lo Bocchiaro, Ilaria Ferramosca, Chiara Abastanotti e Gian Marco De Francisco. La mostra è allestita nell’atrio adiacente la Sala Arengo della residenza municipale, visitabile gratuitamente dal 21 al 27 marzo negli orari di apertura degli uffici comunali.

Nel pomeriggio, invece, due incontri per presentare due testi che allargano lo sguardo, per parlare di legalità come valore fondante di una cultura democratica e di una società solidale. “Abbiamo bisogno di parole e di pensieri che sappiano interpretare i mutamenti, che sappiano orientarci”, ha detto don Ciotti a Padova.
Il primo appuntamento, al dipartimento di giurisprudenza di Unife, con il volume ‘Il diritto al viaggio. Abbecedario delle migrazioni’ (Giappichelli 2018), presentato dai curatori Luca Barbaro e Francesco de Vanna, insieme a Baldassare Pastore, professore di filosofia del diritto presso l’ateneo ferrarese, Emilio Santoro, professore di filosofia del diritto presso l’Università di Firenze e Direttore del Centro interdipartimentale l’Altro diritto, Alessandra Sciurba, coordinatrice delle Cliniche legali presso l’Università di Palermo, e Thomas Casadei, professore di filosofia del diritto presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e membro del CRID – Centro di ricerca interdipartimentale su Discriminazioni e vulnerabilità. “Non basta accogliere, bisogna riconoscere le persone, occorre ritrovare ciò che ci accomuna tutti a prescindere dalle culture, dalle religioni e dalle idee, dobbiamo ritrovare ciò che ci fa riconoscere, ciò che ci rende prossimi e fratelli”, ha detto con chiarezza don Ciotti a Padova, proclamando poi il suo “no alla gestione repressiva dei migranti e all’attacco ai diritti umani”. Le migrazioni sono un fenomeno strutturale e i migranti se ne vanno dai loro paesi non tanto perché “gli va”, come sostengono alcuni politici, ma spesso perché costretti dal “sistema economico dell’occidente, che ha depredato e derubato intere zone del pianeta senza alcun riguardo e pietà per chi le abitava”, ha affermato ancora il fondatore di Libera.
L’ultimo appuntamento di giovedì 21 marzo è stato alla Feltrinelli per la presentazione di ‘Vent’anni di lotta alle mafie e alla corruzione. L’esperienza di Avviso Pubblico’, con Giulia Migneco, coautrice e responsabile comunicazione di Avviso Pubblico, e Antonella Micele, vicesindaco di Casalecchio di Reno e coordinatrice regionale dell’associazione. Avviso Pubblico è la rete di enti locali che concretamente si impegnano per promuovere in Italia la cultura della legalità e della cittadinanza responsabile: fondata nel 1996, conta oggi più di 370 aderenti, fra Comuni, Unioni di Comuni, Provincie e Regioni. Tutti amministratori che ‘a viso pubblico’ – appunto – si impegnano per la formazione dei colleghi e non solo e per (ri)dare credibilità alle amministrazioni locali: le istituzioni più vicine ai cittadini, tra i “maggiori produttori di legami sociali, di solidarietà, di reciproca fiducia tra i cittadini e nei confronti dello Stato”, come scrive nel libro Agnese Moro – ex presidente dell’associazione e figlia dell’on. Aldo Moro.

La presentazione alla Feltrinelli
La serata Da cosa nostra a casa nostra

Nel nostro territorio sono quattro i comuni aderenti: Ferrara, Cento, Fiscaglia e Voghiera. E proprio Isabella Masina, vicesindaco di Voghiera, ha parlato di Avviso pubblico come di un “aiuto fondamentale per orientarsi”, “una spalla professionale per supportare gli amministratori”. Con Antonella Micele si è invece tornati a parlare di come traghettare le esperienze di questi venti anni fatte nel futuro: è necessario e fondamentale “lavorare con le nuove generazioni, perché i giovani di oggi saranno i dirigenti di domani”. Parallelamente bisogna superare la concezione della trasparenza come ‘adempimento formale’: “non è una questione di burocrazia, ma di passione civile”. “Il buon amministrare e l’erogazione di servizi come diritti, oltre la logica del compromesso e dei favoritismi – ha concluso Micele – sono la condizione per una buona vita democratica”. E per togliere alle mafie il proprio paludoso terreno di sviluppo fatto di clientelarismo e corruzione: la criminalità si infiltra e offre servizi laddove lo Stato lascia vuoti.

Venerdì sera poi la parola è passata proprio a loro, ai giovani: al Punto 189 del Grattacielo gli scout del Gruppo Ferrara 4 di San Luca insieme ai giovani della parrocchia Immacolata hanno raccontato, anche in forma di spettacolo, la propria esperienza nelle terre tolte alla criminalità organizzata e gestite dalle cooperative, in un incontro significativamente intitolato ‘Da Cosa Nostra a casa nostra: viaggio di scoperta, conoscenza e responsabilità’.

Il programma delle iniziative ferraresi si concluderà il prossimo 29 marzo con un’altra presentazione alla Feltrinelli in via Garibaldi: ‘Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana’ di Sergio Nazzaro, giornalista e scrittore, un viaggio duro e crudele tra Caserta e Napoli, nel delta del Volturno, per il quale Sergio Nazzaro ha ricevuto il Premio Testimone di Pace 2013.

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21 marzo con Libera: Orizzonti di giustizia sociale. Passaggio a Nord Est

Come ogni anno dal 1996, il 21 marzo Libera e Avviso Pubblico insieme alle scuole, a realtà del terzo settore e a tanti cittadini, organizzano e celebrano la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, dal 2017 riconosciuta con legge del Parlamento: con le centinaia di familiari delle vittime, ci si ritrova ogni anno in tanti luoghi in Italia e non solo, per ricordare nome per nome tutti gli innocenti morti per mano delle mafie.

“La trasmissione della memoria – ha spiegato Daniela Marcone, vicepresidente nazionale di Libera e responsabile Libera Memoria, a margine della Assemblea Nazionale dei familiari delle vittime innocenti delle mafie – a partire dai ricordi personali, necessita di una condivisione fattiva da parte delle intere comunità in cui viviamo, solo in questo modo quei ricordi possono contribuire a ricostruire pezzi di storia non scritta nei libri di scuola, che in molti caso hanno letteralmente fatto luce sulle modalità con cui le mafie hanno aggredito il territorio. Non solo, per l’intera rete di familiari e attivisti della rete di Libera è fondamentale che la memoria da portare avanti sia una memoria viva”.

Il tema di questa XXIV edizione, alla manifestazione nazionale a Padova, è ‘Orizzonti di giustizia sociale. Passaggio a Nord Est‘. Un’occasione di riflessione e rilancio per questo territorio: si tratta di cogliere la strutturazione locale degli scambi commerciali, culturali e sociali esistenti, che hanno prodotto ricchezza e prosperità, ma che in parte hanno anche permesso a mafie e corruzione di diventare soggetti riconosciuti e strumenti riconoscibili in un così vasto territorio. Un territorio nel quale, come hanno dimostrato le recenti cronache, la criminalità organizzata ha attecchito e prosperato con lo spaccio di droga, con il più recente traffico di rifiuti, nelle finanze, nel riciclaggio di denaro sporco con l’acquisto di immobili, fino alle redditizie sale scommesse.
Nel Nordest le vittime innocenti non sono solo persone, ma interi luoghi, esseri viventi e territori, distrutti e calpestati dall’incontro tra clan italiani e stranieri nel tessuto imprenditoriale locale, dalle attività di intermediazione e di manodopera gestite dai clan nell’edilizia, nel turismo, nell’agricoltura, grazie anche ai rapporti tra gruppi di ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra con la politica corrotta e l’imprenditoria connivente. Secondo i dati presenti nella relazione del primo semestre 2018 della Direzione Investigativa Antimafia, nelle tre regioni del Nord Est le operazioni sospette, nei primi sei mesi del 2018, sono complessivamente 4.281 pari al 7,7% del totale nazionale. Il maggior numero di segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio sono nel Veneto: ogni giorno in questa regione presso banche ed enti creditizi si effettuano 19 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette di riciclaggio. Sono 161 beni immobili confiscati e destinati agli enti locali (Veneto 126, Friuli Venezia Giulia 19, Trentino Alto Adige 16) e 268 ancora in gestione presso l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Fonte: Relazione semestrale 2017, Direzione Investigativa Antimafia)
Secondo il Rapporto Ecomafie 2018 di Legambiente poi nelle tre regioni del Focus Nord-est complessivamente sono stati 1.706 le infrazioni ambientali: ciò significa che lo scorso anno sono stati verbalizzati più di 4,5 reati al giorno con 1.914 persone denunciate e arrestate e 552 sequestri effettuati (circa il 7% del totale nazionale). Il Veneto è la regione con il maggior numero di reati accertati con 872, 1.267 persone denunciate e arrestate e 318 sequestri, segue il Trentino con 542 infrazione accertate, 207 persone denunciate e arrestate e 9 sequestri mentre in Friuli Venezia Giulia sono 292 infrazioni, 440 persone denunciate e arrestate e 225 sequestri.

Ed è di pochi giorni fa una delle più grosse operazioni contro la criminalità organizzata in Veneto: 33 ordinanze di custodia cautelare contro appartenenti a ‘ndrine operanti in Veneto da parte dei Carabinieri del Comando provinciale di Padova e dei Finanzieri del Comando provinciale di Venezia a seguito delle indagini coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Venezia. Mentre tra fine febbraio e inizio marzo, a seguito di indagini sulle minacce rivolte a Monica Andolfatto, segretaria del Sindacato giornalisti del Veneto e giornalista del Gazzettino la Direzione distrettuale antimafia ha emesso 50 misure di custodia cautelare, tra cui quella al sindaco di Eraclea, che ora rischia di diventare il primo Comune in Veneto sciolto per infiltrazioni mafiose.

C’è ancora difficoltà ad assumere le mafie e i fenomeni corruttivi come una questione nazionale. Questa resistenza è preoccupante perché proviene dalle regioni che determinano l’andamento dell’economia nazionale. Se le mafie non uccidono non esistono. Falso. Questi rapporti di forza però possono essere ancora sovvertiti se mettiamo insieme la necessità di giustizia e l’urgenza della sostenibilità, senza lasciare nessuno indietro.

Una scena di Va pensiero © Silvia Lelli

Nella nostra Emilia Romagna, le cose non vanno molto meglio. Solo un esempio, che non riguarda la cronaca giudiziaria, ma quanto la cultura e i suoi strumenti possano far paura. Marco Martinelli ed Ermanna Montanari del Teatro delle Albe di Ravenna sono gli autori di ‘Saluti da Brescello’ e ‘Va pensiero’ (visto anche qui al Teatro Comunale Claudio Abbado nel marzo scorso), spettacoli ispirati alla vicenda di Donato Ungaro, giornalista e vigile urbano licenziato dopo aver pubblicato articoli sull’infiltrazione della mafia nel suo Comune. Ungaro successivamente ha contestato il licenziamento in Tribunale, vincendo in tutti i gradi di giudizio. L’amministrazione di Brescello poi nel 2016 è stata la prima sciolta per condizionamenti e infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna. In questi giorni l’allora sindaco, Ermes Coffrini, ha depositato una querela al Tribunale di Milano in cui si diffida di portare in scena lo spettacolo nei confronti di Marco Martinelli (autore), Marco Belpoliti (editore) e di Ermanna Montanari (attrice e non autrice) e anche all’ex vigile Donato Ungaro.
La manifestazione regionale si terrà a proprio Ravenna. La città romagnola era già stata scelta prima di questa vicenda, che tuttavia ha un innegabile valore simbolico. La scelta è derivata dal fatto che negli ultimi anni indagini della Magistratura e delle forze dell’ordine hanno dimostrato come soggetti affiliati alla camorra ed alla ‘ndrangheta abbiano operato nel capoluogo ed in numerosi comuni della Provincia. Da segnalare, in particolare, due settori: il gioco d’azzardo e il traffico di stupefacenti. Questi ultimi in arrivo a Ravenna attraverso un doppio canale: la cocaina dal Brasile all’Africa (Nigeria) o all’Europa (Spagna) con destinazione finale Italia; hashish e marijuana, dall’Albania alle coste ravennati e nelle riserve naturali del Delta del Po.

Il 21 marzo a Ferrara. Clicca QUI per leggere il programma delle iniziative

I nomi da ricordare

Guarda il video della piazza di Padova

Mafie al Nord tra Triveneto ed Emilia

È di inizio febbraio la vicenda del patrocinio e dell’uso gratuito del teatro comunale negati da Maria Scardellato, sindaco leghista di Oderzo, in provincia di Treviso, per una manifestazione con ospite don Luigi Ciotti, per timore che il sacerdote – fondatore del Gruppo Abele e di Libera Associazioni, nomi e numeri contro le mafie – potesse incentrare il suo intervento sul tema dell’immigrazione. Ed è cronaca di qualche giorno fa la notizia della ‘retata’ a Eraclea, comune del veneziano distante da Oderzo solo 32 chilometri: l’operazione della Magistratura veneziana, in raccordo con la Direzione Nazionale Antimafia, ha messo a segno “la più importante operazione contro la Camorra a Nord Est”, nelle parole del Procuratore capo Bruno Cherchi. Monica Andolfatto, cronista del Gazzettino e segretaria del Sindacato Giornalisti Veneto, sarebbe finita per ben due volte, si apprende dopo gli ultimi arresti, nel mirino della criminalità organizzata per aver parlato dei “casalesi di Eraclea”. Ora il prefetto di Venezia deve cercare di capire se la giunta di Eraclea può continuare a gestire il comune dopo gli arresti ordinati dal gip e il sospetto di infiltrazioni camorristiche nel territorio. Eraclea è a rischio commissariamento e potrebbe essere, come a suo tempo Brescello in Emilia Romagna, il primo Comune del Veneto sciolto per infiltrazioni mafiose.

Il prossimo 21 marzo, la XXIV edizione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promossa da Libera e Avviso Pubblico, avrà la sua piazza principale a Padova e coinvolgerà il Veneto, Friuli Venezia Giulia e le province autonome di Trento e Bolzano.
Libera – si legge sul sito del coordinamento di associazioni – ha scelto Padova “per stare vicino a chi, nel Nordest, non si rassegna alla violenza mafiosa, alla corruzione e agli abusi di potere, per valorizzare l’opera di tante realtà, laiche e cattoliche, istituzionali e associative, impegnate in quella terra difficile ma generosa per il bene comune, per la dignità e la libertà delle persone”.
“Nel Nordest – e le tante inchieste giudiziarie lo stanno a dimostrare – la criminalità organizzata ha attecchito e prosperato con lo spaccio di droga, ma pure nel più recente traffico di rifiuti, nelle finanze, nel riciclaggio di denaro sporco con l’acquisto di immobili, fino alle redditizie sale scommesse”, ricorda don Luigi Ciotti.
L’obiettivo è andare a Nord Est per parlare di giustizia sociale, ambientale ed ecologica, per rivendicare il diritto a democratizzare lo sviluppo, utilizzandolo per garantire lavoro, difesa dell’ambiente e partecipazione democratica alle scelte. “Le vittime innocenti del Triveneto infatti non sono solo persone”, si legge ancora su libera.it, “ma interi luoghi distrutti e calpestati, esseri viventi e territori, sui quali i rapporti di forza possono essere ancora sovvertiti se mettiamo insieme la necessità di giustizia e l’urgenza della sostenibilità, senza lasciare nessuno indietro”.
Dal rapporto LiberaIdee, una ricerca sociale svolta su un campione nazionale dal coordinamento di Associazioni fondato da don Ciotti, risulta che per quasi la metà dei rispondenti veneti (45,3%) la presenza della mafia nella propria zona è marginale, mentre in meno di un caso su cinque è ritenuta preoccupante e socialmente pericolosa. Quasi la metà dei rispondenti (44%) ritiene che la corruzione sia “abbastanza” presente nel territorio veneto, mentre soltanto uno su dieci la ritiene molto diffusa. “Per i cittadini veneti che hanno risposto alla ricerca – commenta Roberto Tommasi, referente Libera Veneto – la mafia è percepita come fenomeno globale ma sotto casa nessuno la vede”.”E’ fondamentale – prosegue Tommasi – prendere coscienza del contesto criminale, premessa indispensabile per il contrasto alle mafie e alla corruzione. Per quanto efficaci, le sole misure repressive non basteranno infatti mai a eliminare il crimine organizzato nelle sue molteplici forme. Mafie e corruzione, prese insieme e alleate, sono un male non eminentemente criminale ma culturale, sociale, economico, politico. Occorre allora una grande opera educativa e culturale perché è la cultura che sveglia le coscienze”.

“Insegnare i dettagli significa portare confusione. Stabilire i rapporti tra le cose significa dare conoscenza”, affermava Maria Montessori. Forse la sindaca di Oderzo dovrebbe rivedere le priorità della sua amministrazione.

E l’Emilia Romagna? Qual è la situazione nella regione dell’operazione Aemilia, che ha dato origine a uno dei più importanti processi sulla criminalità organizzata al Nord?
Per quanto riguarda l’iter giudiziario dell’inchiesta Aemilia, il 24 ottobre 2018 la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza del 12 settembre 2017 della Corte d’Appello di Bologna, per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, emettendo quaranta condanne definitive e comminando un totale di oltre 230 anni di reclusione.

Reati sintomatici di criminalità organizzata registrati in Emilia Romagna nel primo semestre del 2018. Fonte: Relazione Dia 1. semestre 2018

E proprio grazie ad Aemilia, è ormai acclarato che “in Emilia Romagna, l’elevata propensione imprenditoriale del tessuto economico regionale è uno dei fattori che catalizza gli interessi della criminalità organizzata, sia autoctona che straniera, anche ai fini del riciclaggio e del reinvestimento in attività economiche dei profitti illeciti”, come si legge anche nella relazione semestrale della Dia (Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, 1 semestre, gennaio-giugno 2018).
La ‘ndrangheta, si legge nella relazione, ha “messo in atto, con pervicacia, un grave processo di commistione con l’imprenditoria”, prediligendo “l’infiltrazione sia del tessuto economico produttivo sia delle amministrazioni locali”. Il territorio dunque, non viene aggredito attraverso il predominio militare, ma “orientandosi alla corruttela e alla ricerca delle connivenze, funzionali ad una rapida acquisizione di risorse e posizioni di privilegio”. A Ferrara la Dia segnala la consorteria criminale dei Pesce-Bellocco di Rosarno.
Per quanto riguarda Cosa Nostra “negli ultimi anni non sono emerse risultanze investigative che abbiano fatto emergere un’operatività strutturata sul territorio delle famiglie”, mentre anche “la presenza della camorra risulta connessa all’infiltrazione nell’economia legale e al riciclaggio di capitali”. In particolare, si legge nel rapporto della Dia, “i monitoraggi delle attività imprenditoriali, propedeutici all’emissione delle interdittive antimafia o dell’iscrizione nelle cosiddette white list, hanno evidenziato infiltrazioni della camorra nel settore degli appalti pubblici, attraverso l’adozione di metodologie orientate a dissimulare gli interessi mafiosi”. E ciò avviene grazie alla “mediazione di imprenditori compiacenti”, necessaria per avviare investimenti e aggiudicarsi le gare di appalto di opere pubbliche. È “un modus operandi ricorrente principalmente per il cartello dei Casalesi, come emerso in occasione di un’operazione nel modenese che ha svelato anche un connubio tra sodalizi campani e calabresi. Restando ai Casalesi, questi sono stati segnalati soprattutto nella provincia di Modena, con diramazioni nelle province di Ferrara, Ravenna, Reggio Emilia, Rimini e Parma”. E rimanendo nella nostra città: “oltre al cartello dei Casalesi, un’indagine recente dei Carabinieri ha svelato l’operatività di elementi collegati al cartello napoletano dell’Alleanza di Secondigliano, dediti al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti”. Che sia il caso di alzare lo sguardo oltre il Gad per chiedersi da dove viene la droga che viene spacciata?

Per quanto riguarda i gruppi criminali di matrice straniera, “le investigazioni degli ultimi anni hanno fatto rilevare dei modelli di cooperazione tra sodalizi stranieri di diversa nazionalità, talvolta partecipati da pregiudicati italiani”. Non c’è alcuna segnalazione specifica sul nostro territorio riguardo la criminalità nigeriana, che in Emilia Romagna “si conferma attiva nel traffico di stupefacenti e nello sfruttamento della prostituzione in danno di donne provenienti prevalentemente dalla Nigeria, nonché nella consumazione di reati a carattere predatorio e legati all’abusivismo commerciale, specie nelle zone del litorale adriatico”. La relazione della Dia segnala poi nella nostra provincia, oltre che a Reggio Emilia e a Rimini, “la presenza della criminalità di matrice cinese”, attiva soprattutto “nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e nello sfruttamento della prostituzione e della manodopera irregolare”.

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“Rimanendo invariato l’attuale trend ci porterà a mercati nei quali, progressivamente, i beni ed i servizi che acquisteremo ed il lavoro che avremo, ci saranno, in larga parte, forniti dalla emanazione di associazioni criminali. Dunque, il rischio è che la nostra democrazia liberale si trasformi in democrazia criminale, nella quale, le persone oneste che vogliono mettersi sul mercato ed iniziare una qualsiasi attività economica parteciperanno ad una gara truccata”.
Democrazia criminale: dovrebbe essere un ossimoro. Eppure è l’allarme lanciato nell’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia a inizio 2018. Basta riflettere solo un momento sulla capacità corruttiva che una liquidità “quasi illimitata” può garantire. Una liquidità assicurata dal narcotraffico, come sostiene l’ultima relazione della Commissione parlamentare antimafia (febbraio 2018): “l’economia illecita delle mafie si alimenta in primo luogo dei lucrosi proventi del narcotraffico”. Secondo i dati 2016 di Unodc – United Nations Office on Drugs and Crime – il giro di affari del narcotraffico supera i 560 miliardi di euro a livello globale e in Italia i 30 miliardi di euro, circa il 2% del Pil nazionale.

Ma cosa c’entra la ridente, benestante Emilia Romagna con questi loschi scenari del crimine internazionale? C’entra perché, come ha dimostrato il processo Aemilia conclusosi lo scorso ottobre, i nostri territori ormai sono ‘fortini’ conquistati alle organizzazioni mafiose e Bologna è “crocevia dei traffici di droga”.
‘Bologna crocevia dei traffici di droga’ è il titolo di un dossier, a cura di Libera Bologna e Libera Informazione, uscito nello scorso maggio, che evidenzia alcuni dei maggiori cambiamenti avvenuti negli ultimi anni. Il settore del narcotraffico, insieme a quello dei giochi e delle scommesse illegali, è una delle attività economico-criminali ad alta complessità organizzativa. Inoltre la portata degli interessi in gioco è tale da far prevalere, tra camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra, la convenienza di una spartizione concordata dei profitti illeciti piuttosto che puntare a posizioni monopolistiche che potrebbero determinare situazioni di contrasto” (fonte: relazione della Direzione investigativa antimafia al 1° semestre del 2016). Infine si è creata una sinergia tra diverse organizzazioni criminali con ramificazioni internazionali per la gestione delle fasi di approvvigionamento delle droghe che rende ancora più complesse le attività investigative. Per esempio, la ‘ndrangheta vive di rendita, non organizza neanche più i trasporti: è un broker. Le poche volte in cui sono direttamente gli ‘ndranghetisti a comprare, le condizioni sono di assoluto favore: possono pagare dopo oppure non pagare il carico se viene sequestrato, due privilegi enormi per il narcotraffico, perché si azzera il rischio d’impresa. È accertato poi che la ‘ndrangheta, per ridurre i rischi di sequestro della merce nei porti calabresi, sottoposti a pressanti controlli delle forze di polizia giudiziaria, si avvale sempre più di gruppi criminali stranieri che controllano le aree portuali di altre regioni italiane. Quali sono? Per esempio l’Emilia Romagna, dove c’è una nuova rotta marina tracciata dalla criminalità organizzata albanese: tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre 2017, in due distinte operazioni antidroga effettuate dai Carabinieri, sono state sequestrate complessivamente oltre 5 tonnellate di marijuana trasportate su gommoni e scaricate lungo il litorale di Ferrara e di Ravenna. Insomma, la costa adriatica romagnola, dopo quella pugliese e marchigiana, sta diventando di particolare interesse.

Premettendo che i sequestri operati dalle forze di polizia territoriali rappresentano, mediamente, una percentuale di circa il 15-20% del totale delle droghe immesse sul mercato nazionale, questi sono i dati dei sequestri di stupefacenti (sia pure provvisori) effettuati nella prospera Emilia Romagna nel 2017: 15.334,09 kg. Un dato decuplicato rispetto solo all’anno prima. E nel 2018, stando ai primi dati ‘in lavorazione’ alla Direzione Centrale per i servizi antidroga, “la situazione in regione sul narcotraffico è destinata a peggiorare e non si vede, allo stato attuale, nessuna ragionevole iniziativa per arginare un fenomeno criminale così devastante”. A scriverlo, nel dossier di Libera Bologna, è Piero Innocenti, ex dirigente della Polizia di Stato, direttore del Servizio Affari Internazionali e Servizio Operazioni Antidroga della Dcsa.
A Bologna nel 2017 alla data del 1 ottobre sono 1.281,835 i kg sequestrati, di cui circa 30 kg di cocaina, 12 kg di eroina e la parte restante di hashish (oltre 900 kg) e di marijuana. Sul dato del 2017 incidono però notevolmente i sequestri avvenuti sulle coste di Ravenna, di Ferrara e nel territorio di Parma: tre ingenti quantitativi di marijuana in buona parte di provenienza albanese per complessive 12,5 tonnellate circa destinate ai ‘rifornimenti’ di altre piazze.
E, infatti, se il primato 2017 spetta alla provincia di Parma con 8.323,390 kg di merce sequestrata, di cui 8.153 kg di marijuana, intercettati a febbraio, e la seconda posizione va a Ravenna con 2.561,541 kg – in prevalenza di marijuana (2,4 ton) ma anche 5,5 kg di eroina, 4,5 kg di cocaina e 236 piante di cannabis – la ‘nostra’ Ferrara si colloca al terzo posto con 2.243,621 kg di cui circa 1 kg di eroina, poco più di mezzo chilogrammo di cocaina, 912 piante e 147 persone denunciate all’autorità giudiziaria, di cui 71 stranieri (il 48%).

Cosa fare poi di questa enorma quantità di denaro a disposizione? Una volta soddisfatte le esigenze di finanziamento delle attività criminali tout court, le mafie hanno la necessità di ripulire i fondi illeciti per ricollocarli nell’economia legale, e parallelamente, quella di occultarne la provenienza delittuosa. L’ammontare delle segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio trasmesse alla Unità di Informazione Finanziaria (UIF) da parte di intermediari, professionisti ed altri soggetti obbligati nelle sole province dell’Emilia Romagna per l’anno 2017 è stato il seguente: Bologna 1.502; Modena 991; Reggio Emilia 830; Parma 804; Rimini 622; Ravenna 470; Forlì Cesena 482; Piacenza 382. Ferrara, questa volta, è fanalino di coda con 255 segnalazioni.
Le modalità di infiltrazione nell’economia legale sono diversificate. Accanto alle imprese mafiose, sorte ab origine da fondi illeciti, esistono e hanno ormai un ruolo di canale di riciclaggio privilegiato, soprattutto al Centro-nord, le imprese a partecipazione mafiosa, cioè quelle che pur essendo nate nel rispetto della legalità hanno visto in seguito una compartecipazione criminosa oppure hanno acconsentito all’entrata nella compagine sociale di ‘soci occulti’. C’è poi il settore degli appalti pubblici: l’organizzazione non si serve della forza intimidatoria di uomini armati, ma ricorre all’enorme quantità di denaro accumulato per foraggiare funzionari compiacenti e per pagare l’assistenza di soggetti che non appartengono direttamente al sodalizio criminale, ma che rivestono ruoli chiave nelle società, nella finanza e nel commercio. Aemilia docet.
Oggi inoltre la criminalità organizzata può giovarsi di opportunità e tecniche di riciclaggio mai sperimentate nel passato, favorite soprattutto dall’integrazione dei mercati, dalla liberalizzazione della circolazione dei capitali e dalle potenzialità offerte dal web: le valute virtuali, come per esempio bitcoin, forniscono un nuovo strumento di riciclaggio per i criminali, consentendo loro di far circolare e conservare fondi illeciti, nell’assoluto anonimato. Urge una regolamentazione legislativa del settore, possibilmente a livello internazionale, anche e soprattutto penale.

Ecco che dall’economia si passa alla democrazia. Dalla democrazia liberale alla democrazia criminale. E allora la domanda diventa: quanto il narcotraffico incide non solo a livello economico, ma anche a livello di democrazia?
E la risposta la si può leggere ancora nella relazione della Dna: “la partita del contrasto al narcotraffico rimane decisiva. Non solo perché è indispensabile frenare e contenere un fenomeno, quello della diffusione degli stupefacenti, che ha riflessi assai rilevanti su beni di primario rilievo costituzionale quali la salute e l’ordine pubblico”, ma perché “contrastando il narcotraffico, in modo adeguato, si prosciuga la principale risorsa finanziaria delle grandi organizzazioni criminali e, fra queste, di tutte le mafie e di vari sodalizi terroristici […] si diminuisce la forza, l’efficienza, la capacità criminale, la capacità corruttiva, in una parola, la ricchezza, di tali organizzazioni e di tutta la complessa filiera che vi gira intorno”.

Per leggere il dossier ‘Bologna crocevia dei traffici di droga’ clicca QUI

Di narcotraffico in Emilia Romagna si parlerà lunedì 26 novembre alle ore 21 a Factory Grisù nell’incontro “Droghe: tra narcotraffico e spaccio in Emilia-Romagna” organizzato da Libera Ferrara.
Clicca QUI per visualizzare la locandina dell’iniziativa e QUI per la pagina fb dell’evento

Federico Varese, il profe-detective che racconta la ‘Vita di mafia’

Grandi delitti e ordinari problemi, piccole debolezze, vezzi e regole. La mafia prende forme concrete ed esibisce riti, abiti, tatuaggi sulla pelle, persino gusti cinematografici precisi, nell’analisi che emerge dall’ultimo libro di Federico Varese, professore di Criminologia all’Università di Oxford, nato e cresciuto a Ferrara.
Criminalità protagonista, quindi, ma raccontata da un punto di vista diverso sia dalle cronache di nera sia dalla letteratura e cinematografia noir, quella che viene fuori dal libro ‘Vita di mafia’ che Varese ha appena pubblicato per Einaudi e presentato alla libreria Ibs-Libraccio di Ferrara in una sala stracolma di pubblico. Tante persone, amici, familiari, conoscenti venuti ad ascoltare l’ex ragazzo del liceo Ariosto, che è diventato professore nella prestigiosa università di Oxford, specializzandosi in una delle materie più intriganti che si possa immaginare di poter studiare davanti a una cattedra che si tende ad associare a un antico e paludato sapere.

Copie di ‘Vite di mafia’ presentati a Palazzo San Crispino di Ferrara, 17 novembre 2017 (foto Valerio Pazzi)

Federico, invece, esce dal suo studio e scende in campo andandosene in giro per i luoghi più malfamati del mondo per incontrare i boss della mafia russa, quelli delle Triadi di Hong Kong e in visita agli uffici della Yakuza giapponese, che non è fuorilegge e quindi compare con un indirizzo e una targa ufficiale sul portone. Nella sala all’ultimo piano di Palazzo San Crispino affacciata su piazza Trento Trieste a Ferrara, venerdì scorso il docente ha raccontato del suo incontro con un boss che viveva in una casetta di lamiera per potere portare avanti la sua attività in maniera indisturbata. In un’altra occasione, invece, si è trovato a solcare l’ingresso di una suite da favola in uno dei grand hotel storici e più prestigiosi di Roma. Un’altra volta è finito in una delle baracche sovraffollate di Dubai che nessun turista conosce, perché si trova in una zona senza strade né servizi igienici all’ombra della città dei grattacieli stratosferici. “Di Dubai – dice Federico – ce ne sono due: quella del lusso che supera ogni limite del buon senso, come la montagna di neve realizzata dentro un centro commerciale che di fatto si trova su un pezzo di deserto, e poi la Dubai dove vivono le persone che l’hanno costruita o lavorano per chi abita quei palazzi e super negozi, come era il caso del mio informatore, un autista di taxi di nazionalità bangladese, che lì continua a stare alternandosi a dormire nello stesso letto di un connazionale che fa turni in orari diversi per poter mandare più soldi possibile a casa, a una famiglia che non vede da dieci anni”.

Federico Varese con Benedetta Tobagi (foto Valerio Pazzi)
L’autore da Ibs-Libraccio di Ferrara (foto Valerio Pazzi)
Benedetta Tobagi intervista l’autore (foto Valerio Pazzi)
Varese e la Tobagi su Vite di mafia’ (foto Valerio Pazzi)

A dialogare con Varese era Benedetta Tobagi, che ha sottolineato anche la particolarità di una “scrittura che entra in prima persona nel racconto, ponendosi in contrasto con quello che è abbastanza un tabù nel mondo accademico”, dove di norma il testo è improntato a un’asettica oggettività: in ‘Vita di mafia’ invece prende la forma partecipata del racconto diretto, con immagini dell’autore stesso inserite nel repertorio fotografico del libro.
“Il volume – ha spiegato Varese – parte da un incontro con il boss della criminalità locale della città di Perm, nella Russia degli anni Novanta, dove sono rimasto per un anno a cercare di capire cosa spinge un criminale a fare questa scelta di vita. Lui aveva un ristorante e sedeva in fondo alla sala. Lo ascoltavo un po’ sorpreso mentre mi raccontava che in Russia, secondo lui, si era ormai persa la morale e che gli unici a continuare ad averla erano la Chiesa e loro, i criminali! In effetti anche i disegni che si fanno tatuare sulla pelle sono quasi tutte riproduzioni di immagini religiose. È importante capire queste cose; proprio la possibilità di indagare i motivi che sono alla base di scelte così radicali mi ha spinto a fare queste ricerche. Il mio obiettivo è riuscire a vedere i criminali come sono nell’intimità, nella loro normalità, fuori dall’enfasi di un film d’azione e da una visione che li relega in una sfera altra da noi. Per combatterli bisogna capirli e per capirli bisogna umanizzarli”.

Federico Varese (foto Valerio Pazzi)

Particolarmente interessante il capitolo ‘Immagini di sé’, dove Varese indaga su come i criminali si rappresentano, a partire prima di tutto dai riferimenti cinematografici. Secondo lo studioso il primo modello a cui i mafiosi americani si rifanno è quello di un cortometraggio (‘Musketeers of Pig Alley’, ndr) diretto da David Griffith nel 1912, dove c’è una gang che il regista fa vestire in modo elegante, che non corrisponde a quello della vita reale, ma finisce per influenzarla. “Al Capone – racconta l’autore – vede quel film e inizia a indossare abiti simili al boss protagonista sul grande schermo. Tra tutti i film, comunque, il più influente è stato ‘Il Padrino’ di Coppola. Completamente errato nella ricostruzione della realtà criminale, perché ad esempio non è mai avvenuto che lo scettro del comando venisse passato di padre in figlio. Però i mafiosi hanno amato in maniera stratosferica questo film, che rappresenta la mafia come violentissima e che non fallisce mai. Il mafioso italo-americano si impadronisce di questo marchio e imita la sua narrazione. C’è chi ha imparato l’italiano apposta, anche se prima non ne conosceva che poche parole”.
“Certe rappresentazioni – dice Varese – aiutano a consolidare l’identità, mentre altre, come quelle dei film di Scorsese, non trovano popolarità in quel mondo, per non dire di Ciprì e Maresco, i cui film non sono proprio sopportati perché mostrano un aspetto squallido. Il fatto è che ciò che scriviamo o mettiamo in scena ha un effetto immediato, nel bene e nel male”. E a cercare di scardinare il mito arriva lui, elencando vizi, ambizioni e punti deboli dei criminali con l’aria del giovane investigatore di una detective story.

Federico Varese firma il suo ‘Vite di mafia’ (foto Valerio Pazzi)
Autografi dopo la presentazione del libro (foto Valerio Pazzi)
L’autore da Ibs a Ferrara (foto Valerio Pazzi)

Clicca qui per leggere la scheda della presentazione di Ferrara e qui per la scheda del libro

Vita di mafia di Federico Varese, 268 pagine, 19 euro, Einaudi 2017

Un giornata per dire no alle mafie

di Lorenzo Bissi

Il primo di marzo, finalmente, la Repubblica ha riconosciuto il giorno 21 marzo quale “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.
Libera, associazione nomi e numeri contro le mafie ha iniziato a celebrare questa giornata nel 1996, ogni anno in una città diversa d’Italia, leggendo i nomi di tutte le vittime innocenti della criminalità organizzata.
Perché questo? Perché è giusto che ogni vittima delle mafie venga ricordata con la stessa dignità di tutte le altre.
Il 21 marzo è fare memoria di coloro che non ci sono più, caricarsi insieme del dolore che tutti i familiari di vittime si portano sulle spalle, ma è anche impegnarsi, svolgendo il proprio ruolo di cittadini responsabili e consapevoli.
È costruire una rete di solidarietà che impedisca alle organizzazioni criminali di penetrare ed instaurarsi nel proprio territorio, mobilitandosi nella propria regione.
Quest’anno, in Emilia Romagna la manifestazione si svolgerà a Rimini, mentre il punto di riferimento nazionale sarà a Locri, dove don Luigi Ciotti pronuncerà il suo discorso come da tradizione.
Partecipare a questo evento è un modo di schierarsi e prendere una posizione: urlare a gran voce “io non sto con loro”, poiché quando si parla di mafie, il silenzio è la loro arma più forte.
Aspettiamo dunque con ansia il 21 del mese e, lo ammetto, io ho già tirato fuori la bandiera di Libera dall’armadio!

La mancanza di riflessione e la fretta del giudizio

Infuria su Facebook la polemica suscitata dallo scontro tra il sindaco di Napoli de Magistris e lo scrittore Roberto Saviano. Fiorenzo Baratelli riflettendo sullo sciagurato commento del sindaco di Napoli scrive:
“Quando il confronto supera un certo limite, anzichè essere feconda dialettica democratica, diventa segnale di pericolo…Il limite è stato superato dal sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, nella polemica con lo scrittore Roberto Saviano. Il sindaco ha detto la cosa più odiosa e pericolosa per la salute dell’informazione e per la vita di Saviano: “Aspetti la ‘sparatina’ o l’ammazzatina per far crescere il tuo conto in banca!”. Sulla pelle di Napoli si arricchisce la camorra, il sottobosco intoccabile degli amministratori, politici e imprenditori che trafficano in tangenti e appalti, i ‘magnaccia’ della prostituzione, gli spacciatori, i riciclatori…Il sindaco di Napoli non gradisce più che si parli dei mali della sua città perchè adesso c’è lui? Prima Saviano poteva farlo, ma adesso non più? Lo sappiamo che ogni tipo di potere è allergico alla libera informazione…Ma dobbiamo anche sapere che chi viene sottoposto ad attacchi brutali come questo deve sentire attorno a sè la solidarietà e la vicinanza di quella parte dell’opinione pubblica che considera il bene della libertà di informazione prezioso come l’aria che si respira”.
La – per me – più che condivisibile opinione di Baratelli trova una dura replica e un coro di accuse da coloro che rinfacciano a Saviano l’opportunismo di arricchirsi sui mali di Napoli. Alla disgustosa polemica reagisce una lettrice: “Credo che, soprattutto oggi, ugualmente, siano compito degli intellettuali non omologati, l’approfondimento, il rifiuto della generalizzazione urlata, dell’utile qualunquismo anche se colto…. È il momento di assunzione di responsabilità da parte di tutti, di costruzione di fronti delle forze sane in grado di riconoscersi… Chi non lo fa è colpevole a prescindere dal ruolo che ricopre”.

Questa miserrima polemica dunque si potrebbe riassumere solo in quell’orrida accusa di accrescere il conto in banca dello scrittore? E che se ne fa Saviano di un grosso conto in banca che sicuramente avrà e che comunque non gli permette di godere del primo dei diritti umani: la libertà? Ma come si fa a offendersi se viene misconosciuto – almeno dai fedeli sostenitori di de Magistris – l’aspetto positivo della reazione di Napoli al degrado? Chi è che per primo ha rivelato a livello mondiale le condizioni di Napoli? “Gomorra” è stato scritto solo per rendere famoso il suo autore o piuttosto per denunciare lo stato mafioso di una città che viveva e ancora vive di quelle pratiche?
E un sindaco per quanto onesto e responsabile, ma dalla lingua facile e dal commento vituperoso (sì proprio come la canizie di quel vecchio che nei “Promessi sposi” incitava all’assalto del forno delle grucce), può permettersi simili affermazioni?
Anche io posso commentare non sempre benevolmente l’agire di Saviano, come per esempio il suo silenzio alla proposta della giuria del Premio Bassani, poi concretizzata, di premiarlo per la sua difesa dell’ambiente e del paesaggio; ma tra definire questo un gesto di maleducazione e infamarlo pensando ad un suo ‘conto in banca’ la differenza è somma.

Come osserva Baratelli, la sciagurata ignoranza della lingue e del significato delle parole permette questa mortificante incomprensione del valore di ciò che si dice, che è la prima tra le funzioni della lingua. Un lettore ferrarese riporta un illuminante giudizio del grande psicanalista Gustav Jung: “Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica. “La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi” Jung”
Ed è proprio a proposito del ruolo della cultura come perdita di contatto con la realtà che questa premessa serve.
Leggo con interesse il servizio apparso sul “Venerdì di Repubblica” sui quarant’anni della costruzione del Centre Pompidou detto Beauburg e sulle dichiarazioni del suo autore Renzo Piano. Questo rivoluzionario progetto ha cambiato per sempre l’idea di museo e ne ha creata una nuova, nata dal Sessantotto come offerta, ‘fabbrica’ per svecchiare quella cultura di cui fino al secondo dopoguerra Parigi deteneva il primato poi trasferitosi a New York. Ora quel linguaggio è ormai divenuto accademico, ha perso la sua carica eversiva, ma ha di nuovo riportato l’interesse mondiale su Parigi. I parigini del quartiere su cui sorge il Beauburg scrissero a suo tempo una protesta firmata da trentamila persone contestando la costruzione e il senso dell’opera. Dunque un artista, sia scrittore sia architetto o pittore o urbanista, viene sempre contestato come è contestato ora il giudizio di Saviano sulla città di Napoli. Ma per fortuna l’innovazione spesso, ma non sempre, si affida al pensar grande o al pensar diverso.

Ferrara ha avuto molte occasioni per sperimentare la diversità, ma sembra che lo spirito conservatore prevalga. Si pensi alla trasformazione del Castello nella sistemazione voluta da Gae Aulenti di cui non si discute la qualità, ma il principio. E’ caduta nel vuoto. Che cosa hanno lasciato le testimonianze di opere fondamentali volute a Ferrara e per Ferrara: Ronconi – e non solo quello canonico dell’”Orlando Furioso” ma quello dell’”Amor nello specchio” – Abbado e il suo “Viaggio a Reims”; l’esperienza del Living Theater o di Carmelo Bene, il Visconti di “Ossessione” e perfino le primissime mostre a Palazzo dei Diamanti, dove si esponeva Vedova o Manzoni? Tanto per citare alcuni casi tra i maggiori. Sembra che la nebbia reale si trasformi in nebbia del ricordo. Così la sperimentazione parla più alla pancia dei turisti che alla reale esigenza di una cultura innovativa. S’incendia il Castello e nello stesso tempo si pensa di trasferire la Pinacoteca in quel luogo distruggendo in un certo senso il patrimonio storico di una sistemazione che era stata il risultato di un pensiero storico egregio. Si crea un Museo del Duomo le cui opere sono illeggibili nella sistemazione attuale.
Certamente mi si potrà rimproverare la mia severità, che in realtà tradisce l’amore mai sopito per questa città così spesso ingrata con i suoi cittadini, ma non è la malevolenza che mi spinge alla denuncia di ciò che ritengo una possibilità, l’unica che posso esercitare perché sia stimolo che la città delle cento meraviglie ci possa ancora stupire.

La terra: il nuovo affare delle mafie, più facile della droga

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La terra come nuovo business delle mafie, più facile e meno pericoloso rispetto alla droga: è il sistema dei “Fondi rubati all’agricoltura”, raccontato da Alessandro Di Nunzio e Diego Gandolfo nella loro inchiesta vincitrice del Premio Roberto Morrione 2015, dedicato alla memoria del grande giornalista Rai fondatore di LiberaInformazione e riservato ai giornalisti under 31.
Per anni la terra è stato un simbolo di potere della criminalità organizzata, che ora torna alle origini perché si è resa conto che è anche un affare da miliardi di euro.
Cinquanta miliardi di euro: sono i fondi europei destinati all’Italia dalla Pac, la Politica agricola comunitaria, cinque dei quali solo per la Sicilia. Attraverso l’Agea (agenzia per le erogazioni in agricoltura) l’Europa, per un terreno di proprietà o anche solo preso in affitto, arriva a elargire oltre 1.000 euro per ettaro, perciò più terreni uguale più soldi. Ed ecco che, scorrendo la lista dei beneficiari dei fondi, Diego e Alessandro hanno trovato il nome di Gaetano Riina, fratello del noto boss Totò. Leggendo la normativa hanno individuato falle che possono essere sfruttate dalle organizzazioni criminali, come per esempio “i meccanismi di autocertificazione del possesso dei terreni e la mancanza dei poteri dei Centri di assistenza agricola per poter effettuare controlli efficaci”, sottolinea Alessandro Di Nunzio. Noti esponenti della criminalità organizzata o i loro famigliari hanno incassato i fondi per anni, perché i controlli antimafia sono previsti solo per i contributi superiori a 150 mila euro, perciò basta fermarsi sotto quella soglia per evitare fastidiose verifiche. In cinque mesi e mezzo di lavoro in Sicilia, Alessandro e Diego hanno raccolto anche le storie di tanti proprietari che al momento della richiesta di contributi hanno scoperto inesistenti atti di compravendita a personaggi locali della criminalità organizzata o a loro prestanome. Oppure si possono dichiarare come agricoli terreni che non lo sono: quelli dell’aeroporto di Trapani hanno fruttato più di tre milioni di euro.
Fondi che vengono rubati due volte: la prima perché non vanno al sostegno dell’agricoltura, ma spesso vengono reinvestiti in tutt’altri settori, come per esempio il cemento; la seconda perché per la Corte dei conti ormai due terzi dei fondi sono diventati impossibili da recuperare, dato che il meccanismo va avanti da talmente tanto tempo che il reato è andato in prescrizione.

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Alessandro Di Nunzio

I giovani imprenditori agricoli del siracusano e del catanese come Emanuele e Sebastiano però non ci stanno, si rifiutano di abbandonare la loro terra e subiscono perciò minacce e intimidazioni. Accanto a loro lotta Giuseppe Antoci, il Presidente del Parco naturale dei Nebrodi, la più vasta area protetta della Sicilia, che ha bloccato le assegnazioni dei terreni e ha iniziato a richiedere il certificato antimafia agli affittuari e per questo pochi mesi fa ha subito un attentato, per fortuna senza conseguenze. E poi i sindaci dei comuni, come Fabio Venezia, primo cittadino di Troina, che ha deciso di alzare i canoni di affitto dei poderi demaniali, concessi da anni a prezzi stracciati e sempre alle stesse famiglie.
Abbiamo intervistato Alessandro Di Nunzio sabato mattina, mentre era a Ferrara per partecipare all’incontro “Legalità e Lavoro: Fondi rubati all’Agricoltura”, il primo appuntamento della Festa della Legalità e Responsabilità 2016.

Perché tu e Diego avete pensato a un’inchiesta sui fondi comunitari europei per il settore agricolo?
Perché l’agricoltura è il settore destinatario del maggior numero di fondi europei, intendo proprio come somme di denaro, ma nonostante questo è in ginocchio. Proprio lavorando alla nostra inchiesta in Sicilia abbiamo toccato le difficoltà degli agricoltori, che non ce la fanno. Quindi è ancora più disarmante che poi gli aiuti vadano a finire nelle mani sbagliate, quando si potrebbe utilizzarli al meglio per chi fa davvero agricoltura.

Come funziona il sistema di sottrazione dei fondi?
Quella dei Nebrodi è una nuova mafia rurale che attraverso contratti falsi oppure ottenuti con la violenza e l’intimidazione si accaparra i finanziamenti della Pac, la politica agricola comune europea: un affare che vale 50 miliardi di euro per l’Italia, 5 solo in Sicilia.
La Pac si articola in due tipi di interventi, uno sono i Piani di sviluppo rurale che vengono co-finanziati da Europa e Regioni e la cui gestione è affidata a queste ultime, l’altro sono i contributi diretti, finanziati interamente dall’Europa, che li distribuisce in Italia tramite Agea. Sono mirati a un generico sostegno al reddito dell’agricoltore, non devono essere giustificati, vengono calcolati in base all’estensione e al tipo di terreno che si possiede: ciò significa più terra più soldi. Ecco perché la criminalità cerca di accaparrarsi quanta più terra possibile: per ottenere più aiuti possibile. L’accaparramento avviene firmando contratti di affitto veri sotto minacce: noi abbiamo visto contratti firmati per veramente poche decine di euro per ettaro. Poi ci sono contratti di proprietà o usucapione falsi o gli accordi verbali, difficili da verificare perché per un agricoltore solo è difficile dire di no a un boss. Oppure ancora si dichiarano come agricoli terreni che in realtà non lo sono, come quelli dell’aeroporto di Trapani o dell’Arcidiocesi di Agrigento.

Esiste anche un problema sul versante dei controlli
Certo, i controlli sono veramente molto blandi perché sono demandati ad Agea, che non ha potere investigativo, sono controlli a campione e quelli effettuati in loco riguardano al massimo il 5% delle aziende.

I fondi sono rubati due volte perché, come voi spiegate nella vostra inchiesta, molte somme non si possono recuperare perché il reato riguarda annate cadute ormai in prescrizione e poi perché nella maggior parte dei casi questo denaro non viene usato per l’agricoltura, ma per altri scopi.
Esatto, questi terreni affittati per poche decine di ettaro ne fruttano centinaia, ma spesso non vengono nemmeno coltivati. Nella provincia di Caltanissetta un terreno di 300 ettari negli anni ha ottenuto quasi un milione di euro di fondi europei: soldi reinvestiti prevalentemente nel cemento. Ma c’è di più, in questo podere ha passato parte della propria latitanza Bernardo Provenzano. La Commissione Europea ha quindi finanziato un posto dove si è nascosto Bernardo Provenzano.
Questi sono soldi rubati all’agricoltura perché non vengono investiti nella terra e perché non arrivano nelle mani degli agricoltori.

Agricoltori come Emanuele e Sebastiano, intervistati durante il vostro lavoro in Sicilia, che subiscono oltre al danno la beffa di un sistema di finanziamenti che non va comunque alla radice dei problemi del settore agricolo italiano.
Il problema dell’agricoltura è la merce non piazzata al giusto prezzo, perché purtroppo la politica comunitaria per quanto riguarda l’agricoltura è fallimentare, soprattutto per i paesi mediterranei, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Ci sono pratiche aberranti che sono state portate avanti per anni, come la vendemmia bianca: per calmierare il prezzo dell’uva si incentivava l’agricoltore a potare il vigneto e a non fargli fare il raccolto, è un paradosso. Oppure è capitato che in Sicilia venissero dati contributi per sradicare e poi reimpiantare nuovi vigneti, impiantati secondo le mode: ciò significa che una volta passata la moda, quel vigneto varrà un terzo, ma soprattutto in questo modo si sono persi vitigni autoctoni, radicati in quei territori da secoli. Anche qui un doppio danno. La tragedia è che ormai gli agricoltori vogliono abbandonare la terra e per questo la svendono.

Voi nella docu-inchiesta avete parlato della Sicilia, tu però sei originario di Foggia. Credi che anche nella tua Puglia succeda qualcosa di simile?
So per certo che una cosa che accade anche in Puglia, qualcuno della provincia di Foggia mi ha anche fatto segnalazioni. Ma accade sicuramente anche in Calabria, in qualche paese del centro-nord e in altri paesi dell’Unione Europea. Il problema non sono la Sicilia o la Puglia, il problema è che è troppo facile farlo, è un sistema che non funziona: non può essere che dimostrando semplicemente la conduzione del terreno prendi i soldi come se fosse un’elemosina. Non essendoci controlli è chiaro che si creino distorsioni, in più in territori dove ci sono organizzazioni criminali forti è ovvio che ne sappiano approfittare. Bisogna togliere le condizioni per la creazione di queste truffe.

Dal vostro lavoro non emerge un’immagine lusinghiera delle istituzioni, c’è però chi il suo lavoro lo fa: il Presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, vittima prima di minacce e pochi mesi fa di un violento attentato, per fortuna senza conseguenze.
Giuseppe Antoci ha iniziato a occuparsi del problema, ha rotto il meccanismo e per questo hanno sparato alla sua auto mentre tornava a casa. Antoci ha capito che la normativa è blanda e ha detto “Ci organizziamo da noi”, creando un protocollo di legalità firmato con il Prefetto di Messina e i sindaci dei comuni del Parco e chiedendo la certificazione antimafia a tutti coloro che partecipano alle assegnazioni dei terreni e dei fondi. Ora sembra che questo protocollo si stia allargando a tutta la Sicilia: ha centrato il punto, è chiaro che tentino di ammazzarlo. Possibile che a muoversi sia il Presidente del Parco dei Nebrodi, oppure noi che denunciamo il fenomeno con la nostra inchiesta, e non il viceministro delle politiche agricole Andrea Oliviero? Quando lo abbiamo intervistato la sua risposta è stata “sono certo che c’è un ufficio che se ne sta occupando”. Se non lo affronta lui problema delle agromafie, chi lo deve fare? Non si può dire che se abbassi la soglia di contributi per richiedere la certificazione antimafia da 150 mila a 80 mila euro, poi la criminalità si organizza. Possiamo iniziare a complicargli un po’ la vita o no? L’Istituzione è connivente perché non sta facendo ciò che ha fatto Antoci, che ha dimostrato che una soluzione c’è.

Il vostro lavoro è stato ripreso prima da Presa Diretta di Iacona e pochi giorni fa dalla Iene. Come è stato vedere che chi è già professionista dell’informazione occuparsi di un tema che voi per primi, giovani under 30, avevate affrontato?
È stata una grande soddisfazione professionale per aver centrato un tema di cui evidentemente c’era la necessità e l’urgenza di parlare. Ma soprattutto è stata una grande soddisfazione perché abbiamo potuto dare ancora più visibilità alle storie degli agricoltori che si vedono nel documentario.

Siete rimasti in contatto con questi agricoltori? Com’è la situazione ora lì per loro?
Sì, siamo rimasti in contatto con loro: hanno un coraggio da leoni e venderanno cara la pelle. Soprattutto perché cominciano a intravedere qualche effetto della visibilità: due settimane dopo la nostra inchiesta, alcuni dei soggetti di cui parliamo sono stati messi ai domiciliari. Si sono messi in contatto fra di loro e forse creeranno un’associazione per difendere le loro terre: noi abbiamo innescato una scintilla, ma loro si sanno difendere da soli. E poi ci sono gli uomini delle Istituzioni come Giuseppe Antoci che stanno cercando di dare la batosta finale a questa situazione.

Guarda il trailer dell’inchiesta

L’EVENTO
Il ‘kit’ anti-mafia? Responsabilità, legalità e piccole scelte quotidiane

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“Il problema più grande non è chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare. L’omertà uccide la speranza delle persone, noi dobbiamo uccidere l’omertà avendo il coraggio di avere più coraggio. Il coraggio dell’impegno quotidiano”.
Sono parole di don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera-Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Le ha pronunciate ieri a Crotone durante la manifestazione organizzata per festeggiare il compleanno di Domenico Gabriele: Dodò, come lo chiamavano tutti, ieri avrebbe compiuto 18 anni, se non fosse stato ucciso quando ne aveva 11 su un campo di calcetto dai colpi di fucile esplosi nel corso di un regolamento di conti tra bande mafiose.
Sono le parole che ha ripetuto il referente del Coordinamento Provinciale di Libera di Ferrara, Donato La Muscatella, durante la conferenza stampa di presentazione della settima edizione della Festa della Legalità e della Responsabilità, che si terrà a Ferrara dal 22 ottobre al 7 novembre, dedicata quest’anno al tema “Crescere la legalità”.
È ancora don Ciotti a ricordare che la legalità non è solo un valore in quanto tale: è l’anello che salda la responsabilità individuale alla giustizia sociale, l’io e il noi. “Le regole funzionano se incontrano coscienze critiche, responsabili, capaci di distinguere, di scegliere, di essere coerenti con quelle scelte. La regola parla a ciascuno di noi, ma non possiamo circoscrivere il suo messaggio alla sola esistenza individuale: in ballo c’è il bene comune, la vita di tutti, la società”. Legalità, responsabilità e comunità: senza l’una non si danno le altre. Insomma, ha concluso La Muscatella, “la legalità e il valore, il fine cui tendere, ma il mezzo per perseguirlo e la strada da percorrere è l’educazione alla responsabilità”.

Ecco perché nel programma 2016 tanti sono gli appuntamenti dedicati all’approfondimento e alla formazione, non solo per addetti ai lavori, ma anche e soprattutto per i cittadini di oggi e di domani. Due seminari per giornalisti aperti alla cittadinanza: sabato 22 alle 9.30 in Sala della musica “Legalità e Lavoro: Fondi rubati all’Agricoltura” e martedì 25 ottobre alla Sala Arengo alle 20.30 “La criminalità in Italia: tendenze, evoluzione e caratteristiche dei fenomeni criminosi”. E poi due incontri formativi per i docenti nelle aule dell’Istituto di Istruzione Superiore Carducci: “Non era un gioco – riflessioni e strumenti per educare gli adolescenti alla legalità. A cosa serve punire in educazione?” e “Non era un gioco: kit per l’educazione alla legalità”.

Parlare di responsabilità di ciascuno significa però anche puntare i riflettori sulle possibili connessioni che la criminalità crea con diversi soggetti della società civile. Se ne parla soprattutto grazie alla collaborazione con il Laboratorio MaCrO del dipartimento di giurisprudenza, presso il quale si terranno due incontri: giovedì 27 ottobre alle 15 “Misure patrimoniali e contrasto alla criminalità organizzata”, con Antonio Balsamo (Procura generale della Corte di Cassazione), Roberto Chenal (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), Alberto Ziroldi (Tribunale di Bologna) e l’incontro conclusivo del 7 novembre, “La criminalità economica e le sue connessioni con i network politico-mafiosi”, che avrà come ospite d’onore il procuratore generale della corte d’appello di Palermo, Roberto Scarpinato.

Infine, terzo filo conduttore sarà la terra: forse niente più della terra esprime il legame fra singolo e comunità e diventa nello stesso tempo “luogo di lavoro e simbolo di riscatto”, in particolare quando si tratta di terre sottratte alla criminalità. Due appuntamenti la vedranno protagonista: la docu-inchiesta “Fondi rubati all’agricoltura”, che indaga come la criminalità si infiltra nel sistema delle sovvenzioni europee di sostegno al reddito degli agricoltori, presentata il 22 ottobre dall’autore Alessandro Di Nunzio (insieme a Diego Gandolfo vincitore del Premio Roberto Morrione 2015 proprio per questo lavoro); la presentazione del progetto “The Harvest” il 2 novembre al cinema Boldini, un documentario sulla vita delle comunità Sikh stanziate stabilmente nella zona dell’Agro Pontino, dove episodi di sfruttamento (caporalato, cottimo, basso salario, violenza fisica e verbale) sono stati rilevati in numerosi casi, quasi sempre da associazioni che operano sul territorio locale.

Non mancheranno gli Aperitivi della Legalità organizzati il 22 e il 23 ottobre in piazza municipale dal Coordinamento Provinciale di Libera, dal Presidio Studentesco “Giuseppe Francese” e da Pro Loco Voghiera. E poi un concerto, uno spettacolo teatrale e una rassegna cinematografica, perché ogni linguaggio è utile per parlare di legalità e responsabilità: venerdì 28 ottobre alle 9 presso la Sala Boldini “F(ilm)a la cosa giusta – Il rapporto tra comunicazione audiovisiva e legalità”; sabato 29 ottobre dalle 21 alla Sala Estense “Musica Libera – una canzone per la legalità”; venerdì 4 novembre in Sala Estense alle 10 lo spettacolo “Keep calm and follow the law”, ideato dall’IIS N. Copernico A. Carpeggiani nell’ambito del progetto: “Educazione alla legalità e alla cittadinanza attiva”.

Leggi il programma della Festa della Legalità e della Responsabilità 2016

IL DOSSIER
Le mafie in Emilia: cronaca di un insediamento

La lista “L’altra Emilia Romagna” ha presentato al ristorante 381 di piazzetta Corelli il dossier 2012-2014 “Emilia Romagna: cose nostre. Cronaca di un biennio di mafie in E.R.”. Il documento non è un’esauriente indagine scientifica, ma “una cassetta per gli attrezzi” dal carattere e dalla passione militanti per aiutare chiunque sia interessato a capire “come sono arrivate e come si muovono le mafia in Emilia Romagna”, ha spiegato uno degli autori, Gaetano Alessi di AdEst, che insieme all’Associazione Pio La Torre e al Gruppo dello Zuccherificio ha curato la realizzazione del documento.
“Nelle scuole spesso diciamo che la mafia è una montagna di merda, è vero, ma bisogna fare i conti anche con il fatto che la mafia è una montagna di soldi, di interessi, di affari”, continua Gaetano, animato da quell’indignazione che spinge all’impegno: nel suo caso, prima per realizzare tre dossier e ora per parlarne, spostandosi da una parte all’altra della regione dopo il lavoro.
In Emilia Romagna le mafie hanno mostrato entrambe queste facce, per questo ormai non si può più parlare di un’infiltrazione serpeggiante e di colletti bianchi: 9 attentati, 221 danneggiamenti seguiti da incendio, 301 incendi e 1.149 rapine, questi nel 2011 i cosiddetti ‘reati spia’, cioè commessi con metodi chiaramente mafiosi (Fonte: Mosaico di Mafie e Antimafia-Dossier 2012, curato da Fondazione Libera Informazione e Osservatorio Nazionale sull’informazione per la legalità e contro le mafie).
Gaetano ha elencato le attività della criminalità organizzata, che vanno dal “traffico d’armi e uomini nel porto di Ravenna” all’usura al gioco d’azzardo, fino ad arrivare al loro ‘core business’, del quale fanno persino “fatica a riciclare i proventi”: il traffico di droga, con Bologna trasformata in un “centro internazionale del narcotraffico”, dove si tenevano veri e propri summit fra i capi delle organizzazioni criminali italiane e straniere. Una regione che, nel 2012, era “prima in Italia per lavoro nero, seconda per l’impiego di irregolari e al quarto posto per il riciclaggio di denaro sporco”, in cui “il 70% delle opere pubbliche viene dato in subappalto con il sistema del massimo ribasso”, non può stupire più di tanto che gli stessi mafiosi affermino che “il modello emiliano va esportato perché funziona”, come rivela Alessi. Forse a sorprendere è il fatto che, secondo quanto riportato su “Emilia Romagna: cose nostre”, delle 5.192 operazioni sospette segnalate nel 2012 la quasi totalità proviene da sportelli bancari e uffici postali, mentre meno di 15 sono segnalate da avvocati, commercialisti, notai, revisori ecc. Oppure, per quanto riguarda l’usura, il fatto che secondo il Magistrato Lucia Musti “le intimidazioni denunciate sono state pochissime, quello che abbiamo trovato l’abbiamo trovato grazie alle operazioni di ascolto, alle intercettazioni”. Per SoS impresa l’8,6% degli esercizi commerciali o paga il pizzo o è vittima di usura, ma la “gente con il naso spaccato dice di essere caduta per le scale”, afferma Gaetano. E dovrebbero quantomeno sorprendere anche le affermazioni di Marcello Coffrini, sindaco Pd di Brescello, che parlando di Francesco Grande Aracri – fratello del boss Nicolino Grande Aracri, condannato in via definitiva per associazione di stampo mafioso e sorvegliato speciale del tribunale di Reggio Emilia – lo definisce “uno molto composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello”.
La concretezza si fa stringente arrivando all’affare della ricostruzione post-sisma: nel complesso gli uffici antimafia delle Prefetture della regione hanno ricevuto oltre 32.000 istanze nel 2013 adottando 28 interdittive, mentre secondo i dati forniti dalla Prefettura di Bologna nel giugno 2014 sono 31 le aziende non ammesse alle ‘white list’: 11 a Modena (1.360 le iscrizioni su 4.200 richieste), tre a Ferrara (677 su 1.228) e 7 a Bologna (453 su 788). Il pericolo più concreto è che chi deve verificare che le aziende che si aggiudicano appalti e cantieri per la ricostruzione dell’Emilia terremotata siano ‘in regola’ non abbia le risorse per farlo. Come spesso accade in Italia, dice Gaetano “si fa una buona norma, ma poi non la si mette in grado di funzionare. Il rischio è che con la scusa delle pastoie burocratiche si tolgano i controlli e si bypassino le white list”, lasciando che la ricostruzione venga gestita da una mano invisibile: a questo punto c’è da sperare che sia ancora solo quella del mercato.

mafiaemilia

Intesa per combattere la mafia. Nasce sportello per le vittime

di Sirio Tesori

Assistenza alle vittime di mafia e controllo delle aziende sequestrate. Sono gli obiettivi principali dell’intesa firmata nei giorni scorsi da Camere di commercio regionali e associazione antimafia Libera. La collaborazione permetterà a entrambe le realtà di promuovere la cultura delle legalità nelle piccole e medie imprese dell’Emilia-Romagna.

Tra i progetti più rilevanti c’è ‘Sos giustizia’, uno sportello che assiste chi è vittima di mafia. Il servizio è gestito dall’associazione di don Luigi Ciotti, ed entrerà nel menu dei servizi offerti dalle Camere di commercio ai propri iscritti. Unioncamere invece darà una mano a Libera nel mappare e tenere aggionate le informazioni economiche delle aziende e dei beni sequestrati alla criminalità organizzata. Sarà insomma più semplice, da parte dei piccoli e medi imprenditori, ottenere i dati di gestione delle realtà produttive strappate al circuito mafioso. Per conto suo, Unioncamere ha anche elaborato un progetto per mettere a rete il lavoro degli sportelli legalità delle Camere provinciali. «Il rispetto della legalità costituisce un fattore fondamentale per lo sviluppo economico” commenta Alberto Roncarati presidente Unioncamere. «Il sistema camerale -prosegue- crede nella legalità come strumento per contrastare la concorrenza sleale, l’abusivismo, l’irregolarità, i fenomeni mafiosi».

Sebbene non sia considerata ‘terra di mafia’ l’Emilia-Romagna conosce il fenomeno dell’infiltrazione, che passa dal riciclaggio agli stupefacenti, all’estorsione. Secondo gli ultimi rapporti antimafia redatti dalle istituzioni regionali, sono stati oltre cento i beni confiscati in regione.

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