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I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Specchio, specchio delle mie brame…

Con chi vi confidate? Amici o perfetti estranei. Nickname e Riccarda, nella puntata precedente di A due piazze, hanno ragionato su cosa sia meglio (e più autentico) fare. Una lettrice ci scrive.

Specchio, specchio delle mie brame…

Cara Riccarda e caro Nickname,
Lo sconosciuto a cui ci raccontiamo è il nostro specchio psicologico, il nostro saggio grillo parlante sulla spalla. Lo sconosciuto mostra la strada della coerenza, dell’equità, dell’onestà emotiva, dell’Eden dei sentimenti… Non so voi ma io ho dato ferie al mio animaletto ed ogni tanto scendo nel purgatorio di chi mi conosce e che è in grado di rimescolarmi nel profondo.
S

Cara S,
Quello sconosciuto di cui parli, così lucido e onnisciente, non mi piace per niente. Dalle ferie passerei direttamente alla quiescenza.
Riccarda

Cara S,
È proprio il fatto di non conoscermi che me lo fa scegliere come confidente. Il grillo di cui parli tu mi conosce fin troppo bene e fa il fenomeno: mi riempie di consigli non richiesti. Peccato che non abbiano mai a che fare con quello che io voglio, ma con quello che gli altri si aspettano da me. In questa speciale abilità non ho bisogno di consigli, quindi… aspettativa a tempo indeterminato per lui. Se mi riuscisse, sarei un signore.
Nickname

La rubrica ‘I Dialoghi della vagina’ va in vacanza, vi aspettiamo mercoledì 22 gennaio per riproporre nuove storie, domande e riflessioni. Buone feste a tutti!
Riccarda e Nickname

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Confidarsi con l’estraneo…

La confidenza e l’intimità, secondo Nickname, fanno rima con prevedibilità. Ma è sempre così? Dialogo A due piazze fra Riccarda e l’amico Nickname sull’affidarsi a chi non sa nulla di noi .

N: E’ curioso. Quando penso di conoscere del tutto una persona, quando so in anticipo cosa mi risponderà, quando vedo in anticipo la piega di tacita disapprovazione che le si disegnerà sulle labbra, quando la sua prevedibile reazione segnalerà anzitutto la mia, drammatica, prevedibilità, sarà allora che perderò ogni confidenza con lei. La confidenza e la conoscenza diventano allora in proporzione inversa: più conosco una persona, meno le parlo. Meno la conosco, più mi confido. Quest’ultimo rischio contiene un elemento di assurdità: per quale motivo confidarsi con una persona sconosciuta? Credo sia una forma vile di rischio: le persone sconosciute non ci giudicano.

R: E’ un paradosso che funziona. Con le persone conosciute, crediamo di avere già riempito la nostra sagoma e che non ci sia più spazio, con le nuove conoscenze, invece, abbiamo ancora tutto da dire. Non so in quale situazione siamo più autentici: con chi non sa nulla di noi e ce la possiamo giocare ogni volta ma col rischio di riproporre il nostro modello, oppure con chi sa molto, ma sicuramente non tutto? Ed è in quello spazio lì che, credo, dovremmo rimescolare i discorsi e ammettere che possiamo essere cambiati in qualcosa che all’altro potrebbe essere sfuggito. Non è sempre tutto così drammaticamente prevedibile dell’altra persona.

N: A me capita di mettere la mia intimità nelle mani di sconosciuti, incontrati per caso e scelti per intuito. Io, che sono noto per essere riservato fino all’ermetismo. Io, che sono quello che per intuito non sceglie nemmeno il colore del maglione. Ma forse è solo tirchieria: non mi va di raccontarla a uno che ti chiede 50 euro l’ora.

R: Ecco, vedi? Il tuo ermetismo, la tua tirchieria, il tuo pensarti così e non ritrovarti più. Per il colore del maglione, tranquillo, la scelta si limita a poche nuances: il tuo incarnato detta legge.

Pensate anche voi, come Nickname, che sia più facile raccontarsi a uno sconosciuto con cui nulla è prevedibile? E nel rapporto di coppia? L’intimità profonda finisce per limitare la voglia di confidarsi?

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
Due storie di baci…

Due uomini raccontano i loro baci rubati, improvvisi, forti e decisi. Baci di stupore, baci anonimi che durano il tempo di un concerto dei Pink Floyd, oppure scoppiano a fine estate.

Un concerto al bacio

Cara Riccarda,
concerto dei Pink Floyd a Modena, mille anni fa. Ai tempi di ‘The division bell’ il concerto era un insieme di tantissimi effetti speciali: il prato era metà terra e metà fango, il gruppo di amici con cui ero andato, era triste e io lo ero mille volte di più.
Li lascio per andare sotto il palco, inizio a infilarmi tra le gente e, a un certo punto, sento qualcosa aggrappato al braccio: una ragazza. La guardo e mi fa “ho visto che andavi avanti e mi sono attaccata”. “Ah, ok” dico io. La chiatarra di David Gilmour era ipnotica, guardiamo abbracciati Money, Wish you were here e Shine on you crazy diamond. Alla fine le chiedo se le è piaciuto, e lei “sì, bello, e poi c’eri tu”. Quel bacio rubato s’intrecciava in un momento talmente triste della mia vita sentimentale che ho lasciato che passasse così, come acqua tra le dita. E non ci siamo nemmeno chiesti il nome.
Fabio

Saluti e… bacio

Cara Riccarda,
avevo vent’anni, in vacanza al mare c’era la cugina di una mia amica. L’amica quell’anno era assente, così, frequentando lo stesso stabilimento e conoscendo tutti i genitori, stavamo insieme dalla mattina alla sera. Lei era fidanzata e ormai a fine storia. Verso la conclusione della vacanza, dovetti partire per un impegno sportivo di campionato, lei mi abbracciò e baciò. Rimasi esterrefatto e l’amore che già provavo per lei, ma che non mi confessavo, sbocciò con tutta la sua prepotenza.
Al ritorno dal campionato, mi venne a trovare a Ferrara e da lì iniziò una breve ma intensa storia d’amore.
Luca

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
I baci rubati

Perché non scrivi dei baci rubati?
Siamo in un posto sperduto, mangiamo baccalà e l’amalgama dei discorsi di tutti noi è denso, lavoro, figli, famiglia, persone che vanno e vengono nelle nostre vite senza chiedere permesso.
Non siamo d’accordo quasi su niente, ci provochiamo e io affronto il mio primo mezzo bicchiere di rosé.
Non afferro subito cosa intenda il mio amico per bacio rubato, penso al mio più recente, a un semaforo, mi era sembrato rubato perché di anticipo, non scontato, furtivo nel mezzo di un discorso lasciato a metà.
Il mio bacio al semaforo fu il primo di una lunga serie quella sera e nei mesi successivi, quindi non andava bene per quello che voleva dire il mio amico che intanto finiva il suo baccalà e ordinava un fritto misto.
Una notte in treno, un lungo viaggio tra due città d’Europa e nello scompartimento una ragazza. Erano giovani, entrare in confidenza non fu difficile, tra loro solo un bacio, un bacio rubato, preso e portato via per sempre, senza seguito e senza altre intenzioni. Il bacio rubato inizia e finisce senza replica poco dopo, è un unicum che non rinuncia a farsi avanti, anche se la fermata del treno sta per arrivare e uno dei due scenderà rivelando il suo nome ormai sulla porta.
Capisco meglio cosa intenda il mio amico, devo tornare indietro nel tempo, all’estate 1992, quella della canzone di Jovanotti e di un concerto allo stadio di Bologna. Fu una notte di un bacio rubato, sì. Sotto il palco, sul prato, il caso volle che io e la mia amica C. fossimo finite vicine a un gruppo di ragazzi che conoscevamo di vista.
Rivedo lo stupore complice della mia amica quando riaprii gli occhi: ora so che quello era il mio bacio rubato, imprevisto, illuminato dalle luci, avvolto dalla leggerezza di non chiedere niente, riprendere il treno di notte e ricordarlo ancora oggi.

L’avete mai vissuto un bacio rubato? Cosa ne è stato complice?

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Il valore dei nonni

Io non sono una persona invidiosa, non lo sono mai stata, non è nella mia natura. Ma come per tutte le regole, vi è l’eccezione a confermarla.
Per diversi motivi nella mia vita non ho potuto godere del rapporto con i nonni, alcuni non li ho nemmeno conosciuti, ed è proprio questo che affettuosamente invidio a chi ha avuto un destino diverso dal mio.
Figure fondamentali, che rappresentano le origini della propria famiglia, le radici profonde del proprio essere. Un vuoto incolmabile la loro assenza, che spesso mi porta a riflettere su cosa nella mia vita sarebbe andato diversamente se avessi avuto anche loro come guida, fonte inesauribile di saggezza e comprensione. Amano come genitori, giocano come bambini e ascoltano come amici.
Lo so, non potrei dirlo perché mi manca l’esperienza diretta, ma io ne sono convinta: se tutte le persone sono uniche, i nonni lo sono un po’ di più.

“Credo che Dio il settimo giorno non si sia riposato, ma abbia fatto i nonni. Accorgendosi che si trattava della più geniale delle sue creazioni, si sia preso una giornata libera per trascorrerla con loro.”
Fausto Brizzi

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Un amore maturo… due lettere

L’amore maturo. Esistono amori così, che resistono al tempo, si rinnovano quotidianamente e non si dissolvono negli egoismi? Ecco il pensiero di due lettori.

Uscire dal labirinto dell’effimero

Cara Riccarda,
una storia molto bella e sono certo sia possibile. Credo che l’amore maturo sia il più bello, il più nobile e indissolubile.
Sam

Caro Sam,
stiamo parlando di un amore di elezione, proprio nel senso etimologico di scelta. Pensa a come, nella vita, sia facile trovarsi dentro una storia e dire di non sapere nemmeno come è iniziata e andare avanti così, balzando anche in più storie senza capire come. Ma se non sai perché ti trovi lì, poi diventa facile migrare, fare comparsate in altre vite e uscire di nuovo perché nulla ti trattiene, né ti unisce e la collezione aumenta.
L’amore maturo, invece, credo sia l’opposto, abbia altri punti di partenza, una maggiore concretezza e autonomia perché scarta e seleziona, la smette con la bulimia di pensare che avere mille porte aperte su altrettante relazioni sia rassicurante. L’amore maturo interrompe il labirinto e non si perde.
Riccarda

Solo abitudine? No, un legame perpetuo che si rinnova

Buongiorno Riccarda,
forse la poesia di tutto questo è dovuta all’essersi conosciuti in un momento della vita nel quale dopo avere attraversato molteplici esperienze, lo spazio per i sogni è oramai esaurito. Invece, può capitare e sicuramente i protagonisti non vogliono più perdere nemmeno istante del loro stare insieme. Sono amori che restano inalterati nel tempo, senza mai deteriorarsi malgrado il quotidiano, anzi, si rinnovano sempre. Questo episodio mi ha fatto ripensare al passo di un libro, che racconta una storia della fine degli anni venti, quando ancora le cose si cercava di ripararle e non buttare via al primo problema come si fa oggi. Il passo è questo: “Il marito di Maria era rientrato in casa all’improvviso. Aveva fretta, voleva salutare la moglie e il nuovo nato prima di tornare al lavoro e non aveva pensato di sfilarsi gli stivali per non inzaccherare di terriccio l’immacolato pavimento della cucina. – Certo quegli stivali portano dentro un bel po’ di sporco -, aveva detto Ines ironica, pensando che la moglie avrebbe prontamente protestato nei confronti dell’uomo. – Si – aveva risposto Maria alzandosi per prendere la scopa, – ma portano dentro anche lui”. In queste poche parole, io ci vedo un amore che andrà avanti malgrado tutto.
Credo che alla fine nell’amore sia importante trarre sempre forza anche dall’abitudine, ma invece di sentirci sempre più distanti, annoiati e catatonici, dobbiamo cercare nuovi spunti rinnovandoci.
L.M.

Caro L. M.,
l’abitudine ha anche un’altra faccia oltre la ripetitività, che è l’essere, in certi casi, confortante. Poi sta a noi decidere come utilizzare questa sponda, se adagiarci, o solo ripararci al bisogno.
Riccarda

Scrivete a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Un amore maturo, indissolubile…

Hanno ottant’anni, ma non importa, si cercano come ne avessero venti, già a trenta non ci si esplora più così. Siamo seduti vicini a teatro, una mano, un gomito, un ginocchio, un contatto che non deve mancare in quei novanta minuti. Come a dirsi sono qui, ti penso e questa straordinaria Maria Paiato ci sta unendo ancora di più.
Si sussurrano qualcosa, si scambiano le emozioni che non possono aspettare di essere dette dopo lo spettacolo. Si voltano a guardarsi quando una battuta o il pathos li richiama a chissà quale pensiero comune, a un frammento di vita condiviso che si affaccia nello stesso momento, per entrambi.
Non riesco a non guardare quelle due mani che sanno che l’amore è lì, non è dimenticato dalla fatica degli anni, non è ombreggiato dalla consuetudine perché è ancora alla luce del sole, speculare, evidente, concreto.
Sul divano di casa loro, dove i posti sono ben definiti e personali, lei mi racconta che ha concluso un romanzo, la storia gliel’ha passata lui. “Abbiamo iniziato a scriverlo insieme – dice – poi io volevo metterci l’amore, lui la politica, abbiamo litigato e io ho fatto da sola”.
Poi ci pensa e chiede guardandolo: “Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo litigato?”, “Oggi – risponde pronto lui – perché esci sempre senza cellulare e io mi preoccupo”.
E si guardano, lei ha gli occhi verdi, lui tartarugati e le sorride bonario. Il loro è un amore nato a cinquant’anni, lei lo sentiva nell’aria ed era attratta dalle sue parole scritte ancora prima di conoscerlo. A cinquant’anni, quando troppo spesso si batte la ritirata di fronte al campo minato dei sentimenti, quando è comodo dire di avere già dato abbastanza, come fossimo una batteria non più ricaricabile, loro si sono trovati, trovati per sempre.
Ricordo che anni fa lui mi disse “lei mi ha salvato”, sarà per quello che dopo tanto tempo non smette di cercarla, neanche per novanta minuti.

Avete mai conosciuto o vissuto un amore così? Un amore che non disperde i dettagli negli anni?

Scrivete a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – l’amore è un gioco?

Una volta al mese ‘I dialoghi della vagina‘ si fanno “A due piazze“: scampoli di conversazione fra Riccarda e l’amico Nickname, grafomane e sincero, che le manda via whatsapp pensieri da afferrare, confidenze da custodire, consigli da non pensarci la notte.

N:“Pochi uomini capiscono le donne. Provano ad amarle nel loro modo spesso infantile.”

R: “Ci sono uomini che riescono a capire la donna, purché non sia la propria. So che stai annuendo. Ti è mai successo di capire la tua compagna? Di sicuro, un’amica sì. Se anche sbagli, in amicizia, non succede nulla, se invece metti male un piede in coppia, è facile che venga giù tutto, se non oggi, domani o fra un anno perché lei non se lo dimentica che tu quella volta hai messo un piede in fallo. C’è meno margine di errore in coppia che in amicizia ed è per questo che ci si muove con più circospezione e meno spontaneità pur di mandare avanti la storia. Prendi me e te, beviamo un caffè perché vogliamo, non perché dobbiamo e in quell’ora ce le diciamo tutte. Non c’è paura di compromissione né di fallimento, è uno scambio alla pari, io ti dico le cose come stanno (più a te di quanto farei con lui) e tu anche. Su un punto siamo d’accordo: le strategie vincenti che abbiamo pensato a tavolino, difficilmente riusciamo poi a tradurle di fronte all’altro/a, perché le riadattiamo, prendiamo scorciatoie e un po’ sorridiamo dell’intransigenza perduta. Ma veniamo a quelli che, come dici, provano ad amare le donne. Provano ti è scappato o volevi proprio scrivere così? Fanno tentativi e non ci riescono? Non sanno che stanno già amando qualcuno e quando se ne accorgono si ritirano come farebbe un bambino di fronte a qualcosa di spaventoso o troppo difficile?”

N: “Cosa ho detto? Che l’uomo ama in modo infantile? Il bambino ride e piange, tocca tutto, lecca, bacia, si impiastriccia. Magari un uomo amasse così. Già la biologia lo penalizza: non mette al mondo nessuno, quindi non potrà mai frequentare l’abisso di sangue carne e merda dove la vita e la morte si toccano. L’istinto gli viene ben presto soffocato da un qualche coglione che gli insegna a non piangere, a non mostrarsi fragile, a comportarsi ‘da uomo’. Poi comincia a frequentare i suoi simili di sesso, e iniziano i passatempi. Soldatini, motorini, sport, figa. Playstation, tecnologia, calcio, figa. Più ce l’hanno in bocca più se ne allontanano, in senso letterale ed escatologico. Se si accultura a volte va persino peggio, è come mettere un fiocco sopra un pacco regalo con dentro delle pietre. Non è un male e non è un bene, è così. No, ho letto quello che dici e sì, mi sono sbagliato, l’uomo non ama in modo infantile, ama in modo basico, bidimensionale, come fosse uno dei suoi passatempi. A volte nemmeno il più interessante, di sicuro il più frangipalle. Nonostante tutto sappiamo essere affascinanti, finché è poco impegnativo.”

R: “Infatti dura un attimo.”

N: “Sai perché? Capiamo un’amica fino a che non diventa la nostra compagna, e prima o poi noi vogliamo che lo diventi, o comunque vogliamo portarla a letto. Ma da quell’istante per noi diventa tutto terribilmente complicato.”

R: “Mi sembra che amare faccia meno paura da giovani che da adulti quando questo verbo all’infinito, che detesta il finito, viene accostato a impegno, legame, condivisione. Noi donne ci aspettiamo (ed è qui l’errore: aspettarsi e quindi aspettare) che un uomo adulto, strutturato, solido affronti l’amore con la stessa padronanza con cui affronta il lavoro e la vita di tutti i giorni. E invece riscontriamo un afasico, se va bene un balbuziente che incespica mentre si perde. Un’altra persona, insomma, rispetto al ruolo pubblico che di lui ci aveva attratto. Sperimentiamo così un uomo che si ritira ammettendo di non essere capace e, come un bambino, abbandona il gioco. Arrivati a questo punto, ci sono donne che lo prendono per mano e dicono giochiamo un altro po’ finché il gioco non si rompe del tutto e donne che lasciano andare perché non si sentono un luna park.”

Cari lettori, che ne pensate? Esiste un amore adulto? O è sempre un eterno gioco di ruoli senza età?

Potete mandare le vostre lettere scrivendo a parliamone.rddv@gmail.com

La solitudine del figlio unico

di Francesca Ambrosecchia

Cosa cambia tra l’essere figli unici e crescere in una famiglia con fratelli e/o sorelle? Condiziona lo sviluppo del nostro carattere e della nostra personalità il doversi relazionare con fratelli e con loro condividere dai giochi quando si è più piccoli fino alle esperienze, anche di carattere negativo che viviamo?
Di recente ho letto un libro dello scrittore giapponese Murakami, “A sud del confine, a ovest del sole” che sembra interrogarsi, almeno nelle prime pagine, proprio su questo tema. Essere figli unici è quasi sinonimo di solitudine: porta ad essere soggetti taciturni e a non cercare compagnia. Sì, il protagonista di questo romanzo è un personaggio un po’ particolare ma sicuramente è partendo da questa considerazione che ho iniziato le mie riflessioni al riguardo.
Esistono fratelli maggiori, minori, femmine, maschi ed è normale che a seconda della differenza di età e del sesso si creino rapporti e sinergie differenti. Credo che la condivisione, il confronto, l’adattamento, i litigi ma anche i momenti che si trascorrono in compagnia siano tutte parti integranti del rapporto fraterno.
Si va d’accordo, si litiga e dopo un po’ si fa la pace: è un processo semplice e circolare.

“Ha nevicato anche l’anno scorso: ho fatto un pupazzo di neve e mio fratello l’ha buttato giù e io ho buttato giù mio fratello e poi abbiamo preso il the insieme”
Dylan Thomas

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Dove lo metto? La posta dei nostri lettori…

Dove lo metto? Abbiamo chiesto ai nostri lettori in quale posto, nella coppia, preferirebbero trovare l’altra persona, a quale distanza sarebbe meglio stare o lasciare perchè le cose funzionino.
Di lato, di fronte, vicino ma non troppo, una geometria variabile in cui ciascuno ha le proprie misure e dove sembra vitale potersi spostare.
Ecco le lettere arrivate in redazione:

Tra i piedi

Cara Riccarda,
Noi possiamo stare solo di fianco. Non al mio fianco, di fianco. A volte tra i piedi.
Possiamo stare solo così, non siamo neanche allineati, qualche volta lui capisce e lo trovo al mio fianco, a volte tra i piedi.
E’ un equilibrio precario, di due persone diverse, senza interessi in comune, idee diverse, obiettivi differenti. Entrambi ambiziosi. L’unica cosa che ci unisce è la consapevolezza che l’altro ha rinunciato a parecchie cose pur di stare “di fianco”.
V.

Cara V.,
essere tra i piedi non lo trovo così negativo perchè può fare inciampare nell’altro e, per me, è sempre meglio che un cammino in solitudine. E’ l’unione in nome di una rinuncia che mi lascia perplessa, soprattutto perché tu la senti come ‘l’unica cosa’ che vi connette. La vita in due richiede di lasciare da parte qualcosa, però poi c’è sempre una compensazione, a volte si tratta solo di averne coscienza, o se preferisci, ‘consapevolezza’.
Riccarda

L’amore vero trova da sé il proprio posto

Cara Riccarda,
dopo essere stata io, per molto tempo, a cercare un posto adatto intorno ai miei uomini, prima con un padre despota e poi con un marito egoista e narciso, ho sentito la necessità di collocarmi al centro!
Poi è arrivato l’amore… quello vero, quello in cui la coppia trova da sè il proprio posto, interscambiandosi.
Il mio uomo lo voglio lì, dove posso trovarlo quando mi giro e che sa stare un passo indietro quando necessito di fare “da sola”!
Ho imparato che lo spazio vitale è molto importante e necessario, è bello condividere spalla a spalla, confrontarsi, uno di fronte all’altro…esserci ma non opprimerci!
So che alle volte è complicato e siparietti come quelli descritti da te credo siano frequenti. Trovo stancante e imbarazzante cercare di collocare il proprio uomo in situazioni dove già si sa non troverà il giusto posto! E parlo per esperienza.
Il posto giusto, secondo me, è quando non ti chiedi….Dove lo metto?
Nadia

Cara Nadia,
che bella la tua centralità che è diventata la premessa di tutto il testo. Immagino la liberazione di non dovere più cercare un posto adatto a te, di non chiederti dove sia meglio stare e con quale ruolo. Quante energie a volte buttiamo in questo affanno che non soddisfa mai nessuno.
Il non pensare a dove mi metto, secondo me, ti ha permesso di non chiederti dove lo metto, e di trovare sempre chi vuoi vicino.
Riccarda

L’amore allo specchio

Cara Riccarda,
idealmente o razionalmente vorrei che tra me e il mio uomo i posti fossero continuamente intercambiabili a seconda dei momenti e delle situazioni.
Vorrei che lui stesse un passo indietro quando mi dedico a mio figlio o quando ho bisogno di ritirarmi in me stessa per sentirmi e ascoltarmi. Vorrei stesse due passi in avanti quando ho bisogno di lui per allargare il campo della mia visuale, perché mi possa offrire prospettive diverse dalle mie e mi indichi orizzonti più lontani.
Vorrei sentirlo spalla a spalla nella condivisione della quotidianità, della vita sociale e dell’intimità, nel supporto e sostegno reciproci.
Vorrei fosse il mio specchio ogni volta che discutiamo o ci arrabbiamo, perché so che ciò che in quel momento non sopporto di lui non sono altro che parti di me che non voglio vedere o accettare.
Mi chiedo però se tutto ciò si possa realmente scegliere…al cuor non si comanda ed proprio il cuore l’unico posto dove vorrei fosse il mio uomo.
Un abbraccio
Simona

Cara Simona,
ho la sensazione che tu stia scrivendo, o meglio, descrivendo, ciò che vivi e conosci. E se è così, non è solo fortuna, è impegno, scelta, tempo per guardare verso tutti i possibili posti. Una danza continua che però ha bisogno anche di qualche pausa in cui, come giustamente dici, occorre ritirarsi un po’ per poi riprendere, magari con un altro passo e un altro ritmo. C’è una cosa su cui concordo più di tutte: la distanza che può esserci fra due persone, se non scivola nell’abisso, può diventare un’opportunità per uno sguardo più ampio.
Riccarda

Maschi dispettosi e infantili?

Cara Riccarda,
siccome spesso sono insopportabili, gli uomini è meglio lasciarli fuori dalle amicizie fra donne, a meno che non ci si trovino per caso. Credo anche che siano dispettosi come quando avevano otto anni.
Daniela

Cara Daniela,
ti rispondo con un messaggio speculare che mi ha scritto un amico, ferraresissimo, commentando il tema: l’oman l’ha da star luntan da il vostar ciacar.
Riccarda

Dove stare?

Cara Riccarda,
no, il posto fisso non c’è. Ma com’è dura capire dove stare. Spesso le intenzioni migliori vengono male interpretate, specie se vuoi lasciare quella libertà che lei chiede. O fai la figura dell’appartato o quella di chi si vergogna di lei. E quando uno ha una vita propria e deve essere anche in grado di gestire il rapporto a due, dove può collocarsi? Le invasioni di campo sono sanzionate? Tollerate? Gradite? A seconda delle circostanze?
Filippo

Caro Filippo,
un posto cristallizzato è sempre pericoloso, rischia di non essere coincidente con la persona che si assume o è confinata in quella parte. Credo che la partita vada giocata, per entrambi, con la capacità di spostarsi al bisogno, accettando anche un posto diverso, panni nuovi e perchè no invasioni di campo. Il rischio maggiore, mi pare, sia obbligare e obbligarci alla stessa immutabile posizione.
Riccarda

Un posto mobile condiviso

Cara Riccarda,
dove lo vorrei… La premessa è avere lo sguardo nella stessa direzione, ma il posto fisso no, impossibile. Se saremo capaci di guardare sempre verso la stessa meta, quando io sarò in difficoltà, lui più forte e (spero) davanti, mi tenderà la mano per portarmi al suo fianco, così farò io quando sarà lui ad avere bisogno, facendo in modo che comunque ognuno di noi percorra la strada, con le proprie gambe. Il posto fisso no e forse pretenderlo porterebbe alla fine di tutto.
Ecco, accettare il posto non fisso, penso porti a rendere più forte il legame.
S.

Cara S.,
posso dire, in questo caso, viva il precariato? Ma è più efficace come l’hai definito tu “posto non fisso” come spazio necessario alla solidità fra due persone.
Riccarda

Accanto ma non troppo

Cara Riccarda,
credo che l’importante poi in fondo non sia dove metterlo, ma come, quando e in che modo.
Mi piace pensare che la persona con cui si ha deciso di condividere questa vita ti stia vicino, non troppo, ma vicino.
Sia vicina quanto basta per camminare magari affiancati ma senza urtarsi, uno di fronte all’altro anche, ma avendo sempre un punto di vista sgombero e libero. Lo metterei accanto, ma non troppo. L’impegno è quello di mantenere quella stessa distanza, nel tempo, senza allontanarsi troppo, senza avvicinarsi troppo.
Quanto basta.
Quanto basta per essere felici indipendenti, quanto basta per stendere il braccio e afferrarlo con la mano.
Buone feste
C.

Cara C.,
il tuo quanto basta è come quello delle ricette: bravo chi lo azzecca. Ma a forza di provare poi ci si prende la mano, giusto?
Riccarda

Un cambio in meglio

Cara Riccarda,
avevo un uomo al mio fianco che, nel momento del bisogno, si metteva dietro di me. Ora ho un uomo che sta dietro di me, ma che, nel momento del bisogno, mi sta davanti.
Debora

Cara Debora,
niente male come staffetta, ma non credo sia casuale.
Riccarda

Utopie? Direi di no

Cara Riccarda,
io vorrei un uomo laterale spalla alla spalla per essere protetta, supportata, sopportata e viceversa. Di fronte per potermi specchiare e confrontarmi. Ma questa è solo utopia.
A.

Cara sfiduciata A.,
ho volutamente lasciato la tua e-mail per ultima perchè le lettere pubblicate sopra possano parlarti meglio di quanto sappia fare io.
Riccarda

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
Dove lo metto?

Avevo compiuto gli anni da pochi giorni. F., un’amica, era in arrivo a casa mia per portarmi il regalo e fare due chiacchiere davanti a un caffè. Dalla finestra, la vidi parcheggiare e scendere dalla macchina, in auto rimase M., il compagno, solo e imbronciato.
“E’ timido e non vuole venire”, mi disse F. un po’ imbarazzata sulla porta. Non commentai, ma la mia faccia evidentemente tradiva ciò che pensavo. F. capì e tornò in macchina per convincerlo. Li vidi discutere, forse litigare. M. finalmente entrò in casa, ci presentammo con una stretta di mano rapida e un mezzo sorriso di circostanza. La moka era pronta, ma M. non volle accomodarsi e non disse una parola costringendo F. alla fretta.
Non ricordo di cosa parlammo in quei pochi minuti, una leggera tensione dominava la nostra conversazione e fui presa da un altro pensiero, capire dov’era finito M.
Mi sembrò, a un certo punto, di non vederlo più, spostai lo sguardo e lo trovai già tra la soglia e l’uscita, posizionato due passi dietro di lei. Se ne andarono quasi subito, niente caffè.
Mi chiesi allora quale posto, nella coppia, vorremmo che un uomo occupasse: dietro seminascosto con il rischio di dimenticarlo? Due passi avanti che poi ci tocca correre? Laterale spalla a spalla? Di fronte in cui possiamo specchiarci? Voi dove lo vorreste? Ma poi, deve essere per forza un posto fisso?

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L’occhio di periscopio

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Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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