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Economia Italiana, cittadinanza, stranieri e migranti di passaggio

 

Il tema dell’immigrazione in Italia può essere analizzato da varie angolature, in questo caso prendo in esame in particolare il versante economico, che però è immediatamente connessa ad aspetti più sociali e culturali, oltreché politici. Ancora una volta, quindi, dobbiamo confrontarci con la complessità

Su Repubblica del 25 Ottobre Rosaria Amato anticipa alcuni dati relativi al “Rapporto Annuale sull’economia dell’immigrazionecurato dalla Fondazione Leone Moressa, pubblicato il 14 Novembre.
I numeri indicano che gli stranieri (immigrati regolari) in Italia sono 5,2 milioni e contribuiscono per il 9% al Pil italiano, quasi 144 miliardi di euro in termini assoluti.  Si tratta di numeri in calo dal 9,5% rilevato prima della pandemia, con la contestuale discesa della loro incidenza tra gli occupati dal 10,3% del 2019 al 10% attuale.

Tutto questo ha conseguenze importanti (e preoccupanti) su diversi settori dell’economia italiana. In particolare  sulla agricoltura, l’edilizia e il turismo, dove il ritorno a pieno regime dell’economia dopo le chiusure imposte dal Covid ha evidenziato la difficoltà nel reperimento di manodopera.

Le misure adottate dai vari governi – ad esempio il Decreto Flussi che autorizzava l’arrivo di 70 mila lavoratori –  possono essere delle misure  congiunturali, ma richiedono una migliore implementazione a livello burocratico e gestionale e necessitano di un affinamento per rispondere in modo efficace alle richieste del mondo produttivo.

A questi dati è poi da aggiungere l’impatto positivo sui conti pubblici italiani dei lavoratori immigrati, che vede il saldo tra il gettito fiscale e contributivo (entrate, 28,2 miliardi) e la spesa pubblica per i servizi di welfare (uscite, 26,8 miliardi) rimanere in attivo per +1,4 miliardi di euro. E questo, nonostante la pandemia abbia determinato un calo nei redditi dichiarati da contribuenti immigrati (-4,3%).

Volgendo lo sguardo sull’aspetto sociale dell’immigrazione, possiamo rifarci all’analisi che il Deputato di Sinistra Italiana Aboubakar Soumahoro  – e il fatto che sia attualmente alla ribalta della cronaca per vicende legate ai suoi famigliari nulla toglie alla validità della sua analisi –  riporta nel suo libro “Umanità in rivolta – La nostra lotta per il lavoro e il diritto alla felicità” (Feltrinelli, 2020) relativo alla sua esperienza sindacale nei settori dell’agricoltura, della logistica e della cura alla persona.

Soumahoro sottolinea come l’approccio italiano al tema dell’immigrazione sia stato sviluppato dagli anni ’90 fino a oggi in un’ottica prevalentemente securitaria, presupponendo una diretta correlazione tra immigrazione e pubblica sicurezza, senza invece prevedere veri e regolari percorsi di inserimento per chi vorrebbe venire a lavorare in Italia.

Si applica quindi quella che lui chiama “categorizzazione” alla figura del migrante, il quale si vedrebbe a livello sociale, economico e culturale in una situazione di subalternità rispetto al resto della popolazione, contribuendo così alla generazione dei fenomeni del caporalato e dello sfruttamento lavorativo.

A queste due dimensioni, economica e sociale, si aggiunge quindi l’aspetto più propriamente politico culturale.

Il  concetto di “cittadinanza” che, paradossalmente, nasce nella penisola italiana 2000 anni fa, al tempo dell’Antica Roma.
Valerio Massimo Manfredi e Fabio Manfredi nel loro libro Come Roma insegna” (Libreria pieno giorno, 2021) ci ricordano come, proprio attraverso la cittadinanza “si cementasse all’interno della società romana quell’equilibrio tra diritti e doveri in grado di creare un circolo virtuoso tra i due poli del cittadino e dello Stato, ma quando questa veniva meno, l’equilibrio si rompeva e perdendo la consapevolezza che siamo legati gli uni agli altri da un “patto”, scompare la coscienza del proprio ruolo di cittadino, con i doveri non tanto solo legali ma anche e soprattutto morali che ciò comporta”.
A questo si può far riferimento quando si devono valutare le politiche da adottare in tema di cittadinanza per chi arriva in Italia e per i loro figli.

Occorre quindi approcciare il tema immigrazione, affrontando tre dimensioni, ovvero economica, sociale e culturale. tra loro strettamente legate, non limitandosi ad interventi che rispondono ad un unico aspetto, senza tener conto degli intrecci.
Ecco quindi che Rosaria Amato conclude il suo articolo rilevando come già dal 2011 le partenze degli immigrati dall’Italia siano diventate costanti, per tornare a casa oppure andare in Paesi più affini dal punto di vista linguistico come la Francia o il Regno Unito, contribuendo quindi all’acuirsi dei problemi economici, e della produzione di reddito del nosto paese.

La questione dell’immigrazione non è quindi  sempre più attuale,  ma è urgente affrontarla con interventi organici e strutturali e fuori da una logica emergenziale. Solo così è possibile dare risposte efficaci ad un fenomeno complesso, trasformalo cioè da problema insoluto in occasione di sviluppo economico e di integrazione sociale.

In copertina:  Manifestazione di migranti (foto tratta da SettimanaNews)

Uscire dalla dualità giusto-sbagliato:
lo scontro sul green pass e la lezione della complessità.

Ho riflettuto sull’assegnazione dei premi Nobel per la Fisica in associazione al tema della complessità. La commissione che assegna il Nobel, oltre a riconoscere la qualità scientifica, usa  questo premio anche per dare al mondo un’indicazione di ciò che in quel momento occorre all’umanità per lo sviluppo della cultura e della civiltà. Quest’anno, in particolare, ha indicato che occorre osservare la realtà con uno sguardo improntato alla complessità e non alla specializzazione, per non soccombere al rapporto di forze che spinge le nazioni a competere anziché a collaborare per la soluzione dei problemi che coinvolgono l’intero globo terrestre e tutta l’umanità.

I tre premi per la fisica, pur nella diversità delle loro ricerche, hanno in comune la consapevolezza del fatto che i problemi complessi si risolvono se si collabora per giungere alla loro soluzione. E’ un messaggio politicamente importante: l’umanità si salva soltanto se riesce ad individuare un obiettivo comune e non perde tempo, forze ed energie in battaglie localistiche e settoriali che hanno come finalità l’imporre la propria ragione.

Come afferma Giorgio Parisi nell’intervista pubblicata da La Stampa: “Occorre accettare che la soluzione di problemi complessi può richiedere approcci non semplici e azioni collettive e che l’umanità è più di un gruppo di individui dove ognuno fa per sé”.

Colgo l’occasione di sottolineare il messaggio del premio Nobel per offrire una strada che consenta agli schieramenti favorevoli e contrari al vaccino di uscire dalla dualità del giusto-sbagliato, del “ho ragione io”, di uscire da questa situazione divisiva e di incamminarsi su una strada che porti ad un’auspicabile soluzione. Perché la divisione dà al potere spazio per esistere ed esercitare la propria potenza. Il potere non è una persona o un gruppo, ma un modo di pensare ed è sempre ottuso perché anziché badare al bene comune, mira solo a perpetuare sé stesso e a riempire il vuoto di senso (che è la sua essenza) con l’esercizio del dominio e il possesso.

L’attuale situazione di spaccatura relativa alle posizioni sul vaccino e il green pass ha origine nel passato e riguarda principalmente tre ambiti: la qualità e il fine ultimo della ricerca di base, la dimensione economica-produttiva e la dimensione culturale-politica, dove l’informazione dovrebbe essere funzionale alla democrazia.

  • Per quanto riguarda la ricerca, vediamo due posizioni contrastanti: da una parte c’è la delega incondizionata alla scienza, dall’altra il presupposto stesso sulle finalità della ricerca. La scienza, proprio perché nasce dall’uomo, è un valore, però non deve diventare un assoluto; infatti, non basta a descrivere la complessità dell’umanità perché riguarda solo ciò che colpisce i sensi e l’umanità è molto più di questo. Il suo opposto, dall’altra parte, è l’antidoto all’onnipotenza della scienza che, se esasperato, toglie l’uso della ragione e riporta alla superstizione.
  • L’industria, il settore produttivo in genere, ha smarrito la finalità come espressione della creatività umana per il raggiungimento del benessere come obiettivo comune e ha privilegiato la scelta del profitto individuale, che è sì un elemento intrinseco al funzionamento dell’industria, ma posto come unica finalità ha portato al consumismo che è l’origine dello squilibrio in cui ci troviamo. Un esempio ne è l’industria farmaceutica.
  • La terza dimensione è la conquista della libertà da tutte le necessità (fame, malattie e potere), e si esprime nella dimensione della democrazia, ma quest’ultima è un processo graduale che deve sempre mediare tra il personale e il comune. Per realizzarsi necessita di strumenti di informazione che sappiano fornire conoscenze complesse e non specialistiche. Occorre altresì un’informazione che rispetti i tempi della comprensione: ora l’informazione viene pubblicata prima di essere verificata, prima di essere compresa nel suo valore, nelle sue implicazioni, quindi, invece di essere funzionale alla formazione della società, la disgrega.

E’ per questi motivi che la spaccatura della società oggi ha raggiunto il suo culmine nella contrapposizione tra favorevoli e contrari al vaccino e al green pass, perché individuando come elemento di scontro il vaccino, che è l’epilogo di questa situazione, pretendono di risolvere problemi dalla storia ampia e complessa e che con il vaccino hanno a che vedere solo marginalmente, come i monopoli delle case farmaceutiche, il dominio della finanza e la supremazia delle nazioni.

Il richiamo dei premi Nobel alla visione della complessità richiede una capacità di distinguere la scala su cui nasce il problema e quella su cui si sviluppa il dibattito. Non solo la scala deve essere la stessa (universale, mondiale, locale…), non si devono confondere neppure i piani: non ha senso rispondere a un problema culturale con una visione morale, scientifica o politica.
E’ anche un errore di prospettiva: non si dovrebbero fare denunce che non lascino una via d’uscita o che costringano all’emarginazione, all’incomunicabilità tra parti della società, perché questo è il preludio ad una guerra. La forza dell’umanità è la relazione, l’avere una prospettiva comune: dove c’è emarginazione c’è la sconfitta dell’umanità.

Proprio perché entrambe le posizioni sono legittime, ma parziali, ed hanno la propria ragione d’essere, è indispensabile che trovino come obiettivo comune la soluzione ai problemi che hanno creato la crisi. L’esercizio della propria personale libertà, ciò che ci consente di non essere pedine in mano altrui e non mettersi in una situazione di impotenza da cui si esce soltanto con la contrapposizione o addirittura la violenza, è il trovare una soluzione valida per tutti e ciò può essere fatto soltanto ascoltando le ragioni degli altri e usando la creatività.

L’UNICA CHE ABBIAMO
22 Aprile: Giornata Mondiale della Terra

 

Probabilmente il nostro pianeta, la Terra, la cui festa viene celebrata quest’anno il 22 aprile, sarà ben contenta dei tanti libri pubblicati in questi ultimi tempi che trattano i temi dell’ambientalismo e del cambiamento climatico. Meno contenta sarà invece dell’atteggiamento di politici e governanti che, nella maggior parte, continuano imperterriti e sordi agli innumerevoli appelli provenienti dal mondo della scienza e alle proteste di cittadini di tutto il mondo, specie giovani, portate avanti negli ultimi anni. Politici e governanti che continuano a permettere attività produttive e pratiche inquinanti e distruttive della biosfera terreste. Che giornata sarà allora per la Terra? Conosciuta nel mondo come Earth Day, è l‘evento green che riesce a coinvolgere il maggior numero di persone in tutto il pianeta, nel periodo dell’equinozio di primavera.

Come e quando è nata la Giornata della Terra

USEPA Photo by Eric Vance

Si deve a John McConnell, un attivista per la pace che si era interessato anche all’ecologia. Nell’ottobre del 1969, durante la Conferenza dell’UNESCO a San Francisco, McConnell propose una giornata per celebrare la vita e la bellezza della Terra e per promuovere la pace. Per lui la celebrazione della vita sulla Terra significava anche mettere in guardia tutti gli uomini sulla necessità di preservare e rinnovare gli equilibri ecologici minacciati, dai quali dipende tutta la vita. La prima celebrazione fu il 21 marzo 1970, mentre un mese dopo, il 22 aprile 1970, la definitiva Giornata della Terra – Earth Day veniva costituita dal senatore degli Stati Uniti Gaylord Nelson, come evento di carattere prettamente ecologista.
Fu invece Denis Hayes, in un contesto storico dove si era appena presa coscienza dei rischi dello sviluppo industriale legato al petrolio, a rendere la manifestazione una realtà internazionale: Hayes fondò l’Earth Day Network arrivando a coinvolgere più di 180 nazioni. La proclamazione della Giorno della Terra ufficializzava, con un elenco di principi e responsabilità precise, un impegno a prendersi cura del Pianeta. Questo documento venne firmato da 36 leader mondiali, tra cui il Segretario generale delle Nazioni Unite U Thant, con l’ultima firma, aggiunta nel 2000, di Mikhail Gorbachev.

Nel 1990 la Giornata della Terra mobilitò 200 milioni di persone in 141 paesi ponendo l’attenzione sulle questioni ambientali a livello mondiale, dando un impulso enorme alla cultura del riciclo, e contribuendo ad aprire la strada per il Summit della Terra organizzato dalle Nazioni Unite nel 1992 a Rio de Janeiro.
Nel 2000 la Giornata mondiale della Terra combinò lo spirito originale dei primi Earth Day con l’internazionalismo dell’evento del ’90. In quell’anno vennero coinvolti più di 5.000 gruppi ambientalisti, raggiungendo centinaia di milioni di persone in 183 paesi.

Il tema della Giornata della Terra 2019 è stato Proteggi le nostre specie. Gli scienziati paventano il pericolo di una sesta estinzione di massa, di un “annichilimento biologico” della fauna selvatica, che, a differenza delle precedenti, causate da catastrofi e disastri naturali, sarebbe il primo evento provocato dall’uomo. La distruzione e lo sfruttamento degli habitat unitamente agli effetti del cambiamento climatico stanno, infatti, determinando la perdita di metà della popolazione mondiale di animali selvatici.
Nel 2020 si è celebrato il 50 anniversario della Giornata della Terra in corrispondenza delle prime chiusure nazionali per la pandemia di COVID-19.

Ma quali sono oggi le condizioni dell’ambiente terrestre? 

Nel 2019, secondo ISPRA , in Italia le emissioni di gas serra sono diminuite del 19% rispetto al 1990, passando da 519 a 418 milioni di tonnellate di CO2 equivalente e del 2,4% rispetto al 2018 (- 0 milioni di ton), grazie a fonti rinnovabili ed efficienza energetica. Per il 2020 si stima un ulteriore -10% rispetto al 2019, ma principalmente a causa delle restrizioni dovute alla epidemia di Covid. Tale diminuzione, ribadisce ISPRA in un comunicato stampa, “anche se si è ancora in attesa di avere tutte le informazioni necessarie per una stima definitiva, è avvenuta a fronte di una riduzione prevista del PIL pari all’8.9%”. L’andamento stimato è dovuto alla riduzione delle emissioni per la produzione di energia elettrica (-12,6%), per la minore domanda di energia, e dalla riduzione dei consumi energetici anche in altri settori: industria (-9,9%), trasporti (-16,8%) a causa della riduzione del traffico privato in ambito urbano, e riscaldamento (-5,8%) per la chiusura parziale o totale degli edifici pubblici e delle attività commerciali”.
“Un taglio, afferma Luca Mercalli in un recente articolo, che si dovrebbe mantenere ogni anno per frenare la corsa verso un mondo rovente e invivibile, attraverso una strategia di decarbonizzazione a lungo termine che permetta di raggiungere la neutralità climatica nel 2050, come annunciato dall’Italia a Bruxelles nel quadro dell’accordo di Parigi”.

Quanto dichiarato dal climatologo viene confermato da Italy for Climate [vedi il sito]. Questa Fondazione promossa da un gruppo di imprese e di associazioni di imprese scrive che “il calo del 2019 è ancora molto lontano da quanto sarebbe necessario per raggiungere la neutralità climatica entro metà secolo”. Secondo la Roadmap climatica delineata dalla Fondazione “l’Italia nel 2019 avrebbe dovuto ridurre le emissioni di gas serra di 17 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, allineandosi così con l’obiettivo del -55% rispetto al 1990 indicato dal Green Deal europeo come tappa intermedia al 2030 per la neutralità climatica”.

A conferma di quanto detto da Mercalli, ci sono i dati, abbastanza impressionanti, dell’aumento del numero di eventi estremi in Italia (fonte European Severe Weather Database) tra il 2018 e il 2019, passati da circa 1000 a 1668, quando la media degli ultimi anni era stata di circa 600 eventi.

Vorrei suggerire la lettura di qualche libro, citandone, tra i tanti, alcuni che mi hanno particolarmente colpito per il messaggio proposto. Inizio con Ora – La più grande sfida della storia dell’umanità, dell’astrofisico Aurelien Barrau, un testo che nasce dall’appello di scienziati, artisti, filosofi, scrittori in occasione delle dimissioni di Nicolas Hulot, ministro francese della Transizione Ecologica e solidale fino a metà del 2018. “Non considerare l’ecologia la principale priorità del nostro tempo – scrive Barrau – si confìgura come un crimine contro il futuro. Non attuare una rivoluzione nel nostro modo di esistere si confìgura come un crimine contro la vita. È tempo di guardare in faccia l’agonia del mondo e impegnarsi seriamente”.

Un altro libro, uscito ad inizio 2021, è quello di Federico Butera, professore emerito ed ex docente di Fisica Tecnica Ambientale al Politecnico di Milano. Già dal titolo, Affrontare la complessità – Per governare la transizione ecologica, si comprende il percorso che l’autore intende trattare. “Affrontare la complessità – si legge nella presentazione – fa chiarezza sulle questioni ambientali – l’inquinamento, i cambiamenti climatici, l’acidificazione degli oceani, i consumi di acqua e di risorse, le trasformazioni dei suoli e la distruzione della biodiversità – da una prospettiva che evidenzia le interconnessioni tra le parti di quel sistema meravigliosamente complesso che è il nostro pianeta. Viviamo in un’epoca, l’Antropocene, in cui gli impatti delle attività umane sul pianeta hanno raggiunto livelli senza precedenti. Anche se la quantità di analisi e ricerche scientifiche su questi temi è ormai sconfinata, è sempre più difficile orientarsi tra fake news e fonti credibili. Per questo, servono strumenti per imparare a ragionare nel modo corretto su questi argomenti, centrali per il benessere, presente e futuro, delle nostre società”.

L’umanità in pericolo-Facciamo qualcosa subito, è un testo di un autrice, Fred Vargas, conosciuta come giallista, ma di professione ricercatrice in Archeozoologia presso il CNRS francese. Scrive Fred Vargas: “Per anni le élite politiche e finanziarie hanno nascosto la verità. Senza una drastica riduzione delle emissioni di CO2, entro il 2100, fino al 75% degli abitanti del pianeta potrebbe essere annientata da ondate di calore. Cambiare non è solo auspicabile ma necessario. Dobbiamo modificare la nostra dieta per incidere sempre meno sul cambiamento climatico; ridurre drasticamente la produzione di rifiuti e passare all’energia pulita. Lavorando insieme, riflettendo e immaginando soluzioni, l’umanità può ancora cambiare rotta e salvare sé stessa e il pianeta”.

Concludo con una citazione dal libro Ora di Barrau che mi sembra sintomatica del nostro tempo, dell’oggi che stiamo vivendo: “I «sognatori» oggi non sono gli ambientalisti, ma quanti pensano di poter sfidare le leggi fondamentali della natura. E il loro sogno diventa il nostro incubo”.

Cover: USEPA Photo by Eric Vance – su licenza Creative Commons

DAL VECCHIO AL NUOVO
La crisi della democrazia nell’era della complessità

E’ ora di incominciare a capire che siamo nell’era della complessità e che si è concluso il tempo della specializzazione esasperata. Questo non vuol dire che tutto l’accumulo di nozioni e della conoscenza enciclopedica sia inutile, anzi sarà il serbatoio da cui si potranno attingere le informazioni utili alla lettura e alla comprensione della realtà complessa, per poter rifondare la società, superando le insufficienze e gli erronei comportamenti, che hanno prodotto questa insostenibile realtà.

La novità governativa che sottolinea una nuova consapevolezza da parte della Presidentessa della Commissione europea Ursula Von der Leyen è l’aver intitolato Next Generation EU il progetto di finanziamento europeo in risposta a questa emergenza. Cioè non ha detto cosa, ma perché progettare e finanziare iniziative europee da parte dei singoli governi che ne sono i destinatari e quale dimensione queste debbano avere, cioè: almeno Europee.

Questa situazione ha accelerato la crisi della democrazia, che era già in atto nell’ormai consunta struttura democratica basata sullo scontro frontale fra forze dell’opposizione e forze di governo; in questi mesi il governo ha dovuto difendersi dai continui attacchi dell’opposizione, che hanno minato in questo modo l’autorevolezza delle scelte fatte e sottratto tempo e creatività al compito di costruire un progetto di fondazione di una nuova società, come richiede la crisi ecologica e la conseguente crisi sociale ed economica dovuta alla pandemia.

Non ha senso che, dal giorno dopo che si è eletto un governo, l’opposizione si senta legittimata ad affermare “da ora lavorerò perché questo governo cada”, come se i propri elettori vivessero in una realtà parallela, in una vita sospesa e non facessero invece parte dell’intera comunità del paese.

Queste due grandi crisi universali, ecologica e sociale, hanno sottolineato definitivamente che la terra è una per tutti e che l’umanità tende ad un’unica direzione. Da qualsiasi punto partano le società umane esse tendono a migliorare le proprie condizioni di vita e di sviluppo, espressione di una sempre maggiore libertà dalle necessità di pura sopravvivenza, fino all’espressione delle proprie caratteristiche individuali. Oggi è sempre più evidente che nessuno si salva da solo e che le scelte compiute dai singoli ricadono e coinvolgono, nel bene e nel male, l’umanità intera.

La pandemia ha messo in evidenza che i due ambiti che meno venivano considerati e che sono stati oggetto di tagli e impoverimento, perché considerati sacrificabili all’altare del PIL, sono i pilastri su cui si fonda la forza della società democratica: la cultura e il suo sviluppo e la salute e la cura della persona, per un continuo miglioramento della qualità della vita. Questi pilastri sono il fondamento della società democratica, perché riguardano il valore della persona umana e quindi la loro natura è complessa ed in continua evoluzione. Per questa ragione si tratta di argomenti che non possono essere affrontati per settori e ambiti separati, ma necessitano di una visione di pari complessità e lungimiranza.

Non si può quindi scindere la sfera dell’educazione della persona e del cittadino dalla sfera dell’espressione artistica e dei luoghi di fruizione di queste espressioni, come non si può separare il mondo della formazione dai luoghi della ricerca fino alla sua applicazione. Non si può sentir dire da Patrizia Asproni, Presidentessa di ConfCultura, che se non moriremo di Covid moriremo di “PEC”, per non essere in grado di accedere ai finanziamenti stanziati a sostegno di questo comparto.

La salute non si può separare dalla qualità della vita, in tutti i suoi momenti e in tutti i suoi aspetti, dalla nascita alla maturità, come pure dalla dimensione della singola persona, alla dimensione di comunità. Non si può accettare che il maresciallo Marco Diana – morto per le conseguenze del contatto con i proiettili all’uranio impoverito durante campagne militari all’estero e che ha dovuto lottare per far riconoscere la sua malattia come professionale – debba affermare in punto di morte: “Non so se è peggio il cancro o la burocrazia.” I funzionari statali dovrebbero, sentendo queste parole, essere i primi a vergognarsi profondamente e domandarsi il senso del loro impiego.

Una classe politica, che accomuna in un unico provvedimento e senza alcuna distinzione i cinema e i teatri alle sale bingo e da gioco, mostra quantomeno la sua incapacità di valutazione delle priorità, e l’appiattimento della lettura della realtà all’unico aspetto della produttività economicistica. Una classe politica che non si affretta a cancellare le complicazioni burocratiche che soffocano sia la democrazia che la capacità imprenditoriale dei cittadini, mostra per lo meno la sua impotenza rispetto al potere delle varie corporazioni, come quella dell’impiego statale, che sono state usate in modo clientelare in tempi di crescita del benessere e che adesso mostrano tutti i limiti di una struttura che si è moltiplicata per legittimarsi su una logica di controllo e di divieti.

Questo momento di crisi, la cui soluzione si basa su cittadini responsabili dei loro gesti e consapevoli del loro valore perché parte di una comunità più ampia, ha messo in evidenza il vero limite strutturale dell’organizzazione burocratica, che con la scusa dell’uguaglianza fonda le scelte sui protocolli dei loro deresponsabilizzando gli organi istituzionali e il singolo cittadino delle conseguenze dei loro comportamenti e delle loro scelte.

C’è bisogno di creare una cultura che dia valore alla persona, come fondamento concreto di una società che vuole dirsi umana. Bisognerebbe cogliere l’occasione per creare una nuova realtà politica come l’Europa Unita, riqualificando il concetto di democrazia in grado di governare il territorio e che abbia come scopo lo sviluppo di una società ecologica, che abbia come finalità la qualità della vita in ogni sua forma e non il Prodotto Interno Lordo.

Non sarebbe ora, quindi, di cogliere questo momento come occasione per darci gli strumenti per uscire dal disorientamento e dall’attuale senso di sconforto e di depressione, puntando sul nuovo anziché aggrapparsi al vecchio?

LA SOCIETA’ FERITA DALLA CULTURA CAPITALISTA:
e ora si raccoglie ciò che si è seminato.

E’ sconcertante constatare come la dimensione culturale sia presa se non con leggerezza, quanto meno non considerata nella sua reale valenza nel determinare i comportamenti individuali, ma soprattutto comuni, per non dire di massa.

Dalla caduta del muro di Berlino la proposta storica del socialismo reale è risultata perdente di fronte alla sfida della storia lasciando dilagare il pensiero capitalista che ha come unica finalità, come senso e valore della vita, il denaro e il suo accumulo e la competitività come suo strumento per raggiungere il successo. Il profitto come riconoscimento del merito.

A questa prospettiva si è ridotta tutta la complessità della realtà, dall’ambiente produttivo al commercio, dal mondo della ricerca al linguaggio fino al pensiero, arrivando alla qualità relazionale delle persone a partire dall’educazione. La competitività, quindi il successo personale, è diventata l’obiettivo da raggiungere, a cui dedicare ogni sforzo.

Da almeno venticinque anni i governi, soprattutto di destra, hanno costruito il loro successo elettorale inneggiando alle due parole d’ordine: produttività e competitività, smantellando lo stato sociale e privatizzando. Ora che la produttività ha portato al disastro ecologico e la pandemia virale ha fatto emergere l’errore di prospettiva della scelta capitalistica, dall’opposizione si critica la lentezza delle proposte del governo a rispondere all’urgenza della ricostruzione di una società più equilibrata e democratica.
Non si ricostruisce in un momento ciò che si è smantellato in vent’anni. Dopo aver impoverito, con l’istituzione del numero chiuso all’università, la disponibilità dei professionisti di vario genere dai medici agli insegnanti e non solo, non si può pretendere di rispondere con tempestività per quel che è necessario, alle carenze del servizio sul territorio oggi.

Oggi l’importante è capire qual è la strada da percorrere per costruire una organizzazione sul territorio adeguata alle necessità determinate da probabili ma imprevedibili nuove criticità, dovute proprio alla complessità della civiltà in cui ci siamo evoluti. Questo momento richiede la capacità di correggere scelte non adeguate, se non totalmente sbagliate, per limiti di lungimiranza rispetto alla qualità della vita umana.

La cultura inizia dalla scuola di cui noi per primi determiniamo la qualità. Non si può accusare i giovani di mancanza di rispetto e responsabilità civile, dopo che si è insegnato loro, attraverso la competitività, il successo personale come obiettivo principale.
La qualità civile di una democrazia è l’esercizio della libertà personale in un ambito di relazioni che definiscono la libertà comune come progetto di una società pacifica. L’esperienza della libertà personale nel riconoscimento della medesima qualità nell’altro è frutto di una consapevolezza che ha la profondità della storia, dalle origini dell’umanità ad oggi. Costruire questa consapevolezza è il compito della scuola in una democrazia matura, degna del suo passato. Avere cultura democratica e sapere comportarsi civilmente è frutto di una scelta e di una educazione acquisita e personale.

La civiltà è la consapevolezza di sé e del proprio valore, perché si sa da dove vieni e quante scelte e quanta fatica ci sono volute per raggiungerne la qualità attuale. Quindi, c’è da augurarsi che questa drammatica esperienza conduca a considerare la cultura come un valore da tenere in massima considerazione, irrinunciabile addirittura, su cui investire il massimo delle risorse. Il vero valore di una società è la persona consapevole di sé che sa perciò indirizzare le proprie scelte al bene comune.

LA PRESUNZIONE DEL SAPERE E L’ARROGANZA CHE UCCIDE IL DUBBIO

Un sottosegretario agli Affari esteri che scambia il Libano per la Libia, non dico che si debba dimettere, ma almeno cambiare incarico, questo sì, considerato che la confusione geografica di cui soffre potrebbe essere controproducente per la sicurezza e la stabilità del paese. È vero che la medesima patologia è condivisa da una collega senatrice della stessa fazione politica, ma sbagliare in due accresce solo il numero degli asini o delle capre a vostra scelta.

Considerata l’età degli interessati non si può neppure accusare le riforme della scuola che dal 2004, prima con la Moratti poi con la Gelmini, hanno defalcato le ore di insegnamento della geografia. Semmai non si studiava bene neppure prima e neanche ai tempi delle generazioni “diversamente adulte” come la mia, quando ti interrogavano alla cattedra con la cartina muta e dovevi mandare a memoria capitali, superficie, popolazione e densità, risorse naturali ed economia.

Non è necessario arrivare a tanto sadismo, ma in tempi di Wikipedia, Google Maps e Google Earth sarebbe  sufficiente ricorrere a questi strumenti, sempre che oltre a quelli materiali, si  disponga anche di quelli intellettuali, sostanzialmente si sappia orientarsi e si sia in grado di cercare.

Si ripropone il tema dell’ignorantocrazia, tornato abbondantemente alla ribalta in epoca di Coronavirus, con contestazioni dei comitati tecnico-scientifico e rivendicazioni populistiche della libertà di fare ammalare gli altri.

Mentre ci si preoccupa di riaprire le scuole e l’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia l’allarme sulle conseguenze dell’apprendimento perduto dai nostri giovani, si fa urgente anche la necessità di preoccuparsi dell’istruzione degli adulti, specie se poi ce li ritroviamo al governo del paese.
L’analfabetismo funzionale pare non risparmiare nessuno, né i bassi livelli di istruzione né quelli più alti, perché se non si continua a studiare, ad essere allenati ad apprendere, anche le competenze necessarie alla gestione della vita quotidiana col tempo si offuscano.

Veniamo dopo l’Indonesia, il Cile e la Turchia tra i 33 paesi che hanno partecipato all’ultima indagine internazionale sulle competenze degli adulti, svolta dal programma Piaac dell’Ocse. Il problema poi si aggrava, se consideriamo che in ogni Paese sono proprio le conoscenze delle persone più adulte che rischiano di diventare obsolete, perché sono quelle che meno accedono alla formazione.
Nando Pagnoncelli nel suo libro, La Penisola che non c’è: La realtà su misura degli italiani, ci mette in guardia, ricordandoci che, quando il bagaglio delle competenze è magro, questo produce pesanti ripercussioni sulla formazione delle opinioni e sull’agire quotidiano.

Del resto, l’assenza di attrezzi per districarsi nella complessità ha portato alla scorciatoia di negarla, accrescendo nelle persone la presunzione che sia possibile semplificare le soluzioni e le risposte, non con il rasoio di Occam, ma con il coltello dell’incompetenza. Anzi la competenza è sempre più oggetto di discredito mentre cresce invece la sicurezza di poter sapere tutto, a prescindere dalla formazione, dallo studio, dalla fatica necessaria a imparare. È l’effetto collaterale della democratizzazione del sapere attraverso la rete, che anziché produrre la crescita della conoscenza e del desiderio di apprendere ha finito per impigrire le menti, col diffondersi di un sapere superficiale e di bassa qualità. Un sapere fai da te, il sostituto i tech del Bignamino pronto per l’uso, che ciascuno si costruisce con mezzi sommari e sbrigativi.

Questa cura dell’ignoranza, coltivata come  sorta di difesa contro scienza e conoscenza asservite a poteri occulti che manipolano la realtà, ha portato al discredito di scuola e insegnanti che non detengono più il monopolio dell’istruzione e della formazione. È come sparare sulla Croce rossa in tempi in cui società della conoscenza e capitale umano costituiscono le chiavi sociali della cultura, dell’economia, dell’ambiente e di ogni sviluppo sostenibile, per dirla con l’Agenda 2030 dell’Onu, che pare sia tornato di moda citare.

Scrive il sociologo Stefano Allievi nel suo libro,  La spirale del sottosviluppo: “Ricchezza chiama ricchezza. Bellezza chiama bellezza. Cultura chiama cultura. Apertura mentale chiama apertura mentale. Cosmopolitismo chiama cosmopolitismo. Intelligenza chiama intelligenza. In Italia, spesso, si ha la sensazione che non rispondano…”

L’arroganza del Paese e delle fazioni politiche ha cancellato il ‘dubbio’ la sua funzione salvifica e pare che la certezza sia ormai al governo con forze populiste che presumono di possedere il verbo che predicano come la dottrina di una setta.
È quello di cui hanno bisogno le persone in cerca di una identificazione, di un riconoscimento che non sanno trovare altrove, nello studio e nelle pagine dei libri. Sono le persone che con un basso livello di competenza si ritroveranno con più probabilità a votare per un partito caratterizzato da un programma populista.

È legittimo pensare che la strategia dell’incompetenza, dell’ignoranza, della diffidenza nei confronti di chi ha studiato ed è esperto sia alimentata ad arte. Non sono la scienza e la cultura ad essere collise col potere, ma bensì l’ignoranza perché da sempre, storicamente, i popoli maggiormente manovrabili sono quelli meno istruiti. Oggi è più facile, perché mai come ora l’istruzione di ieri ha bisogno di essere ricostruita giorno per giorno nel sapere di domani.
Non dico che avremmo bisogno dei filosofi a capo della Repubblica di Platone, ma certamente la complessità che si vuole esorcizzare e che sarà sempre più complessa ha bisogno al governo del Paese di un capitale umano colto ed esperto, che non incespichi sui congiuntivi e prenda clamorosi scivoloni geografici.

DOVE GLI ANGELI ESITANO
La relazione viene per prima (G.Bateson)

Nel 1982 il sociologo francese Edgar Morin nel suo Science avec coscience  propone in tredici diverse proposizioni un nuovo approccio integrato, il paradigma della complessità, fondato su una causalità multifattoriale, e lo mette a confronto con quello della Scienza classica, il paradigma della semplificazione, che si fonda su una causalità lineare causa/effetto, inadeguato a comprendere lo sviluppo del sapere in una società avviata verso la terza fase della globalizzazione. Alle soglie del compimento dei suoi cento anni (è nato nel 1921) lo stesso Morin ha  interpretato, in una intervista rilasciata recentemente all’Avvenire, l’emergenza ecologica e la pandemia alla luce di una tripla crisi: biologica, economica e di civiltà [Qui].
Julia Kristeva, filosofa e psicoanalista di rilevo assoluto, riconosce tre elementi caratterizzanti la crisi dell’uomo globalizzato. Il primo è la solitudine, esaltata paradossalmente dall’iper connessione full time e dal presenzialismo sui social. Il secondo è la cancellazione dei limiti, in un delirio di onnipotenza consumistica seguita da una ricaduta depressionaria, a cui si risponde con l’invito ad ulteriore consumo. Il terzo è la rimozione del nostro essere mortali dalla programmazione inerente il personale progetto di vita. Su Internazionale[Qui] 
Dalla messa in discussione dei concetti assoluti di spazio e tempo ad opera di Albert Einstein, passando per l’introduzione da parte di Heisenberg del principio di indeterminazione, fino al premio Nobel De Broglie con la sua teoria ondulatoria della luce, i nuovi parametri della scienza e del pensiero nella società post moderna sono caratterizzati dalla dinamicità e interdipendenza, dalla complessità.
Le domande poste dalla complessità alla realtà sociale, dalla crisi sistemica e dalla crisi esistenziale all’uomo globalizzato, hanno bisogno urgente di risposte da cercare in regioni da cui trarre nuovi significati, in uno spazio dove possano riconciliarsi posizioni dualistiche non più sostenibili quali mente/corpo, cuore/ragione, spirito/materia , natura/progresso; dove sia possibile diventare “consapevoli del nostro esser parte in ogni istante, nel bene e nel male, di un invisibile e più vasto tessuto dinamico e relazionale tra umani e con altri viventi ”  (S.Manghi, in Dianoia, 23(2016).

La necessità del sacro.

Ebbene, questo spazio esiste, è sempre esistito, ed è quello del ‘sacro’, utilizzato però in questa sede assecondando il significato del suo etimo originario. Sacro è parola indoeuropea che significa ‘separato’. Scopo di queste note è chiarire da cosa. Lontano quindi dall’appiattimento, che abitualmente se ne fa, sulla dimensione religiosa tradizionalmente intesa, qui si intende accogliere la sfida della ‘necessità del sacro’, proposta da un esperto dell’arte della connessione e della flessibilità quale è stato Gregory Bateson (1904-1980). Nato in Inghilterra, figlio di un insigne genetista, sposato con la grande antropologa Margaret Mead, lui stesso antropologo e biologo, contribuì alla fondazione della cibernetica, fu ispiratore di parecchi modelli nel campo della psicoterapia, utilizzati anche dalla scuola di Palo Alto, fino ad arrivare in psichiatria alla scoperta della teoria del doppio legame.
Bateson reinterpreta in modo nuovo il rapporto tra sacro, religione e Fede:
“Due cose sono chiare: primo, che nel porre le domande non metteremo limite alla nostra hybris; secondo, che nell’accettare le risposte ci condurremo sempre con umiltà. Queste due caratteristiche ci metteranno in netto contrasto con la maggior parte delle religioni del mondo, le quali dimostrano scarsa umiltà nell’accettare le risposte, ma grande timore nel porre le domande” (G.Bateson – M.C.Bateson, Dove gli angeli esitano).
Come ricordavamo poco sopra, “accogliere la sfida della necessità del sacro non significa invitare ad una qualche fede religiosa in senso stretto, ma sapere che una qualche fede, che lo sappiamo o meno, alimenta sempre e comunque le nostre percezioni, le nostre parole, le nostre azioni, e apprendere a riconoscerla, ad assumerne la responsabilità verso noi stessi e verso gli altri” (S.Manghi, La conoscenza ecologica, Cortina).
La nostra capacità di comprendere la realtà è stata deformata dalla rappresentazione cartesiana di una separazione tra l’anima e il corpo. Il rigetto di tale posizione orienta Bateson verso un approccio monista alla realtà e lo conduce sempre più a rappresentarsi la mente e la natura come un tutto inseparabilmente unito. Tutto è unito e in relazione, e qualsiasi relazione funziona secondo criteri diversi della logica finalistica mezzi/fini con cui gli uomini vorrebbero governare i loro affari e il loro sapere. Mentre la logica finalistica governa l’agire razionale utilitaristico, determinando i mezzi più adeguati per raggiungere gli obiettivi, la logica relazionale ci svela i rapporti sottostanti (emozioni, sentimenti, dipendenza/dominanza…).
Riallacciandoci al significato di ‘separato’ del sacro, lo concepiamo quindi tale anche dalla Fede, anzi dalle fedi. Il nucleo essenziale è costituito dal valore della Vita nella sua unità. Quindi è un luogo non legato per forza alle coordinate contingenti dello spazio e del tempo, dove anche i linguaggi antichi, oasi di saggezza abbandonate dal pragmatismo dualistico, possono essere ritrovate (si pensi a quello simbolico, alla ricchezza delle immagini metaforiche offerte dal mito e dalla religione).

La costruzione della realtà.

La Fede, il credere è una precondizione del conoscere; noi crediamo in un determinato sistema di conoscenze, in quella abbiamo fede. Da ciò consegue come afferma Heinz Von Foerster che: “non credo in quello che vedo, ma vedo ciò in cui credo” (in Oikos,1,1990). Dove ‘credo’ equivale a che ‘io vedo la realtà’, orientato da credenze e conoscenze che sono in me e che mi portano a ‘costruirla’ in modo soggettivo.
Riportare le diverse Fedi nell’alveo del sacro significa evitare di affidarne ad una sola la patente della Verità, ma  riconoscere ad ognuna che è in sintonia col sacro valore della Vita, una capacità interpretativa del mondo. Il sacro così definito richiede a ciascun soggetto il dovere di assumersi la responsabilità dei propri atti di fede, poiché la religione, come la concepisce Bateson, non postula uno schieramento giusto, né offre alcuna consolazione.

La stupidità non è necessaria.

Nell’epilogo di un suo testo fondamentale, Mente e Natura (1979) ,conversando con la figlia Mary Catherine sulle motivazioni che l’hanno spinto a scrivere e sulla necessità di comprendere la reale natura della fede e della religione, Bateson dice: “Dopo aver rimuginato queste idee per cinquant’anni, ho cominciato pian piano a vedere chiaramente che la stupidità non è necessaria. Ho sempre odiato la stupidità e ho sempre pensato che fosse una condizione necessaria alla religione. Ma sembra che non sia così” (Mente e natura, Adelphi).
Animato dal desiderio di evitare ogni pericoloso ritorno al riduzionismo, ad ogni sorta di fraintendimento semplificante e per dare ragione della complessità delle domande sull’esistenza umana, Bateson negli ultimi anni della sua vita arriva a voler ridefinire più accuratamente il dominio del sacro, di una religiosità che si discosta da ciò che comunemente con essa si intende.

Il coraggio di andare dove gli angeli esitano

Di conseguenza, sempre in Mente e natura, troviamo espressa la sua intenzione di dedicare l’oggetto di un suo prossimo libro all’analisi della questione del sacro, anticipandone il titolo con una descrizione immaginifica ed evocativa: un luogo misterioso, eppure ineludibile, dove gli stolti si precipitano e dove gli angeli invece esitano a posare il piede.
Scrive Bateson: “Penso che il mio prossimo libro mi piacerebbe chiamarlo Là dove gli angeli temono di posare il piede, perché è lì che tutti vogliono che io mi precipiti. E’ volgare, sacrilego, riduzionista, chiamalo come vuoi ,arrivare a precipizio con una domanda troppo semplificata (Mente e Natura). Che è come dire: non è possibile arrivare fin sul precipizio, cioè sostare sul vertiginoso, affacciarsi sull’infinito e lasciare la risposta alla causalità del determinismo scientifico e al rozzo materialismo fisicalista. Purtroppo la malattia, che aveva già da tempo attaccato il suo corpo, impedì che una serie di manoscritti preparatori prendessero la forma di un volume compiuto. Questa opera di ricomposizione fu fatta in seguito dalla figlia e uscì col titolo Dove gli angeli esitano, di Gregory e Mary Catherine Bateson. Il titolo del libro allude ad un famoso verso dell’Essay on criticism, Where angels fear to tread, di Alexandre Pope, grande poeta inglese del 1700. E’ un aforisma la cui traduzione può essere così riportata: “ché gli stolti si precipitano là dove gli angeli tremano di posare il piede”.
Il luogo del sacro quindi corrisponde a dove gli angeli esitano a posare il piede e dove invece gli stolti si precipitano vociferanti, poichè ritengono di sapere la risposta o si accontentano di semplificazioni e riduzioni sommarie.
Il sacro invece è identificato con il silenzio, la contemplazione, l’ascolto di sé e del bisogno dell’altro.
Caratterizza il sacro il ‘non-comunicare‘, proprio nel senso che qui non interessa comunicare la propria ideologia, l’aver ragione, ma rendersi conto di ciò che non esiste per noi. Dimensione contraria a quella riguardante i fatti sociali, dove esiste solo ciò che viene comunicato. Diceva Luhmann “nessun presunto fatto oggettivo, neanche una catastrofe ecologica, ha un effetto sociale finché su di questo non si comunica” (N. Luhmann, Comunicazione ecologica, Feltrinelli). Gli angeli – scelti nella metafora quale presenza che sperimenta la vicinanza con Dio –  sono incerti , perché sono prudenti, in quanto sanno che non c’è sicurezza di sorta in territori così misteriosi. La risposta riduzionistica al contrario si affretta a costruire dogmi, decretando così la fine della Fede. Se la Fede è domanda profonda e responsabile, ricerca continua, il dogma cristallizza la risposta in una Verità unica, trasformandola in ideologia, tanto certa quanto sicura anticamera dell’intolleranza, come afferma Paul Watzlawick (La realtà inventata, Feltrinelli).

Una spanna da terra.

Mary Catherine così, con estrema dolcezza, parla del progetto del padre nella introduzione del libro sopra richiamato:
“Gregory capì di essere prossimo a quella dimensione integrale dell’esperienza cui dava il nome di sacro. Era un terreno al quale si avvicinava con grande trepidazione, sia perché era cresciuto in un ambiente familiare rigorosamente ateo sia perché ravvisava nella religione un potenziale di manipolazione, oscurantismo e divisione. (Dove gli angeli esitano).
Bateson però nella sua ricerca precedente aveva già colto nella domanda religiosa una richiesta di liberazione, che gli scettici non vogliono sussumere, spinti dalla “tendenza, dal bisogno quasi di volgarizzazione della religione, di trasformarla in spettacolo, in politica, in magia, in potere” (Mente e Natura).
Le parole evocative della figlia di Bateson chiariscono non solo lo scopo della sua opera, ma rendono bene la trepidazione del padre che, giunto al termine della sua vita, è consapevole di trovarsi oramai al di là di un confine, il confine del sacro, tra lo spirito e la materia: “Il titolo del libroscrive Mary Catherine Bateson – esprime quindi, tra l’altro, la sua esitazione davanti ad interrogativi che egli sentiva essere nuovi, perché se da un lato derivano e dipendono da suo lavoro precedente, dall’altro richiedono una saggezza diversa e un diverso coraggio. Questo libro è un testamento, ma il compito che esso trasmette non riguarda soltanto me, bensì tutti coloro che sono disposti ad affrontare di petto queste domande” (Dove gli angeli esitano).
Raccogliere la raccomandazione di esitare piuttosto che affrettarsi a dedurre, etichettare, stigmatizzare, significa allegerirci di molte ‘zavorre’, “anche se ci dispiace perché questa zavorra è fatta di saperi, strumenti, piccoli e grandi apparati vantaggiosi per la nostra personale potenza”. Sospettosi verso chi non possiede la nostra verità o verso chi non garantisce una certa ortodossia, preferiamo non entrare in relazione col sacro. Ma per ascoltare il sacro ci deve essere silenzio, bisogna aspettare la pace della sera, dobbiamo accettare di cambiare grammatica e sintassi, dobbiamo ammettere che ciò che si trasforma è, a nostro rischio, il rapporto che abbiamo con noi stessi e con il mondo” (Pier Aldo Rovatti, in Aut aut, n.251,1992).
Dice un apologo zen cheprima dell’illuminazione le montagne e i fiumi sono fiumi; che praticando lo zen le montagne non sono più montagne e i fiumi non sono più fiumi, poi con l’illuminazione le montagne tornano a essere montagne e i fiumi a essere fiumi; ma a quel punto li si vede come da una spanna da terra” [Qui]
Sembra poco una spanna da terra, ma è sufficiente per poter vedere diversamente.

CRISI PANDEMIA: LA VERA SFIDA E’ LA COMPLESSITA’
Invece l’informazione e la scienza hanno prodotto confusione.

Di questi tempi di clausura che molti definiscono come ‘tempo sospeso’, faccio molta difficoltà ad ordinare le idee, che mi si accavallano in pensieri sovrapposti e a cui tento, con grande sforzo, di dare un ordine logico. Sarà dovuto alla mancanza di contatto con altre persone che, solitamente, con la loro fisicità, mi aiutavano a dare confini all’indefinito dello spazio. O forse al fatto che la realtà, pur restando sempre complessa, nella singolarità della condizione a cui questa pandemia costringe il mondo, mostra la mancanza di un pensiero complesso che di questa realtà sappia essere specchio e descrizione. Provo a trovare il bandolo delle mie riflessioni, per capire cosa stia succedendo e pensare ad una possibile via d’uscita.

Intanto, questa situazione, questa crisi in quanto tale, conferma, secondo me, che la definizione di complessità che mi sono data è quella che più mi permette di capire il momento attuale. Cioè che la complessità non è un insieme di giustapposti avvenimenti e circostanze, ma è un momento di sintesi che comporta un salto di qualità da cui solo si può comprendere ciò che è accaduto, a patto, però, di leggerlo da quel punto di novità.
Non si può pensare che una città sia la somma dei suoi edifici più la somma dei suoi abitanti più la somma delle sue strade, dei suoi ponti e parchi. La città è più complessa di una semplice somma e, per capirla e coglierla nella sua complessità, occorre salire sulle montagne e guardarla da un punto di vista nuovo, con l’orizzonte di fronte a sé.

Un fatto emerge, ed è anche, a mio avviso, in parte causa di questa crisi: siamo tutti inesperti circa la simultaneità (e perciò anche complessità) che sperimentiamo oggi tra la realtà dei fatti che avvengono nel mondo e l’informazione globale, e credo che dovremmo avere l’umiltà di ammetterlo.
Nessuno sa ancora con chiarezza cosa significhi vivere nel mondo in modo simultaneo. Un mondo in cui ciò che avviene in ogni suo punto, influenza direttamente e simultaneamente ogni altra parte del pianeta. Non solo come conoscenza scientifica o generica informazione, ma come esperienza diretta. Non c’è esperienza, non c’è linguaggio, non c’è pensiero su questa complessità.

Dovremmo fermarci a riflettere per sviluppare la cultura della complessità.
Questo implica un cambiamento radicale: a livello politico ogni paese come l’Italia dovrebbe, e anche urgentemente, elaborare progetti di governo che abbiano almeno la dimensione dell’Europa. L’Europa dovrebbe pensarsi almeno a livello intercontinentale e così via per arrivare in futuro a pensare a come poter governare l’intero globo.
Dobbiamo essere consapevoli che è un processo che richiede tempi di crescita insopprimibili. Un processo di apprendimento durante il quale è fondamentale mantenere i punti di riferimento della democrazia e dei diritti umani già conquistati. Abbiamo sufficiente creatività per poterlo fare.
Tutto ciò che c’era prima, è solo il punto di partenza, ed è insufficiente e inadatto alla nuova realtà che dobbiamo costruire. Tutto quello che manca è da reinventare.

Un ambito in cui gli operatori devono prendersi urgentemente un momento di riflessione è il mondo dell’informazione. Un mondo che utilizza gli strumenti tecnologici che sono il mezzo per cui si vive questa condizione di simultaneità ed è quindi direttamente coinvolto in questa trasformazione.
In questa contingenza, i giornalisti hanno dimostrato di non rendersi conto dell’effetto che la simultaneità dell’informazione produce sugli avvenimenti che accadono nel mondo. Hanno raccontato l’epidemia come se fosse uno scoop, un’indagine giornalistica da Premio Pulitzer. Avrebbero, invece, potuto e dovuto prepararci ad affrontare quello che sarebbe capitato a noi in tempi brevissimi. Non hanno potuto farlo perché, a loro come a noi, manca ancora l’esperienza della simultaneità. Il rapporto tra la notizia e la ricaduta sulla realtà complessa è responsabilità del professionista dell’informazione; poiché è questo che fa capire il valore trasformativo della notizia, nel bene e nel male.

L’altro elemento che mi ha fatto riflettere molto su ciò che è avvenuto è che l’informazione istantanea si sia fusa con i comunicati degli scienziati che volevano informare su cosa stesse succedendo. Solo che ciascuno raccontava la verità scientifica che la sua propria specializzazione gli faceva conoscere come verità assoluta, mentre era una verità solo parziale: col risultato che le informazioni sono entrate in contraddizione proprio perché comunicate simultaneamente. Questo ha prodotto sia confusione, nei più informati, ma soprattutto sfiducia o paura nelle persone comuni, finendo così per ridicolizzare la scienza: togliendo la percezione del pericolo o, al contrario, aumentando la psicosi. In questo particolare caso, l’ossessività dell’informazione ha amplificato l’informazione stessa, ma al contempo non ha lasciato lo spazio per riflettere sulle implicazioni del fatto. Ha provocato da una parte estraneità e dall’altra panico e questo ha avuto un effetto devastante sulla vita dei popoli dei vari paesi coinvolti.

Tutti noi dobbiamo imparare a non pensare alla scienza come se fosse magia; non dobbiamo pretendere che predica il futuro: anche la scienza è un processo di conoscenza che si sviluppa in un tempo. Il compito della scienza è conoscere la natura e la natura umana e come mettere in relazione, e non in conflitto, queste due complessità. Per fare questo, deve renderci consapevoli che la conoscenza fortemente specializzata della cultura scientifica ha bisogno di mettersi in relazione con tutte le altre specializzazioni per avvicinarsi alla descrizione della realtà. Questo traguardo è la responsabilità della scienza.

In ultimo, mi fa sempre meraviglia che, nonostante sia evidente che il mondo della scuola e  dell’educazione, della ricerca, della cultura e dell’arte abbiano permesso e continuino a permettere che la società non cada nel caos e nella violenza, i governanti non pensino di metterle al primo posto nel programma di investimenti e sembra non abbiano cura nel farne oggetto di un massiccio progetto di investimento e di sviluppo. Come non capire che scuola, ricerca e cultura, come ambito, hanno lo stesso valore prioritario per la sopravvivenza della civiltà e della qualità della vita, alla pari del primato della necessità delle produzioni alimentari?
Mi chiedo quando i politici capiranno che l’unico strumento di sviluppo per la società è investire in modo prioritario nel fornire strumenti di riflessione e di consapevolezza della vita, nel vasto mondo della cultura. E mi rispondo che ci vuole per prima cosa il coraggio. Il coraggio di considerare prioritaria l’educazione alla conoscenza di sé e del mondo come strumento per sapersi relazionare e vivere una vita degna di essere vissuta. Il coraggio di prendere coscienza del fatto che solo così, potranno esserci davvero pace e prosperità per tutti.

USCIRE DALLA GRANDE CRISI: QUANDO E COME

Non bisogna sottovalutare che, oltre all’emergenza sanitaria, c’è una lotta geopolitica in corso. Chi pagherà il prezzo più alto in termini di vite umane sono Spagna e Italia (l’indice dei morti per milione su abitanti è all’8 aprile 269 e 273 –in Spagna in forte ascesa-, rispetto a 30 di Usa –in forte crescita- e 2,5 di Cina –ormai ferma).
L’Italia ha avuto nell’ultima settimana (2-8 aprile) la minor crescita dei contagi (18%) dopo l’Austria (15%). Cina e Sud Corea hanno ormai bloccato il virus e stanno riaprendo tutto. L’Austria ha deciso una prima apertura parziale di scuole, asili e piccoli negozi dal 14 aprile. Anche Repubblica Ceca aprirà parzialmente (scuole e negozi) dall’8 aprile e Danimarca dal 15 aprile. La Germania dal 20 al 27 aprile. Sono Paesi con un tasso di letalità molto basso (1,3/3,8% rispetto a 12% dell’Italia), ma un tasso di crescita dei contagi molto più alto dell’Italia. L’Italia ha quindi l’opportunità di essere tra i primi a ‘riaprire’. Ciò comporta un vantaggio enorme se lo useremo bene e se fatto in sicurezza.

Avremo una probabile de-globalizzazione che costringerà a ridurre la lunghezza (fino a Cina e Asia) di alcune filiere manifatturiere. Aumenteranno quindi le lavorazioni in patria a basso costo che necessitano di politiche di buona programmazione degli immigrati. Su ciò sono attrezzati Paesi di antica immigrazione (Usa, UK, Germania, Nord Europa), mentre noi – con una scarsa esperienza e la recente teoria sovranista di prima gli italiani” – siamo molto impreparati.
Da sempre c’è una correlazione tra crescita economica ed uso intelligente e programmato degli immigrati (di cui c’è necessità). Un esempio è l’agricoltura dove oggi mancano in Italia 200mila lavoratori stagionali, che verranno solo in parte rimpiazzati dai nostri studenti universitari o dai nativi. Un settore che sarà molto colpito dalla crisi sarà il turismo. Saranno favorite le località che organizzeranno meglio il ‘distanziamento’ (le seconde case più degli hotel, quindi i lidi ferraresi più dei romagnoli) e chi parte da spazi ampi (Ferrara più di Venezia o Firenze), sempre che ci si organizzi a dovere (che è il nostro lato B, quello debole).

Gli USA, La CINA e L’EUROPA

L’impatto economico sarà imponente. In Usa le domande di disoccupazione sono salite su base mensile da 650mila del 2008, a 6,7 milioni e si avviano ad avere una disoccupazione di massa come nella Grande Crisi del 1929, poiché non esiste la cassa integrazione e si può licenziare senza pagare indennità. L’ enorme quantità di dollari dallo Stato non è detto che questa volta riesca a far ripartire il Paese così in fretta come è successo con l’ultima crisi, quella del 2008. Ma gli Usa hanno una capacità di reazione enormemente più rapida rispetto all’Europa (così come facilmente si licenzia, altrettanto si assume e si riparte). Gli Usa contano su un grande mercato interno di 320 milioni di consumatori e sul dollaro (moneta forte).
Il grande mercato interno è quello della Cina, già in gran spolvero di ripartenza, possiede metà del debito Usa ed ha una enorme liquidità con cui potrebbe comprare mezza Europa (da qui la Golden Share sulle nostre aziende strategiche).
L’altro grande mercato interno che può mitigare i danni nei singoli Paesi partecipanti è l’Europa. Questa è la ragione principale per cui mai come ora a nessuno conviene uscire dall’Europa. Non a caso che da quando è scoppiata la pandemia la sterlina ha perso il 6% sull’euro.
Nei prossimi giorni è probabile un primo passo dell’Europa verso un prestito e debito comune. In tal senso vanno i 100 miliardi per Sure, la nuova formula di “riassicurazione europea contro la disoccupazione”. Si potrebbe così avviare una discussione tra tutti gli Europei (imprese e sindacati) su come poi costruire una sorta di “cassa integrazione europea”, per tutelare chi perde il lavoro, ridurre gli orari, cercarne un altro lavoro, avere una formazione, etc.. Un unico strumento europeo di tutela sul lavoro. Le imprese e i sindacati tedeschi usano il KurzArbeit (lavoro corto), mentre noi usiamo di più la Cassa Integrazione (ma abbiamo anche i contratti di solidarietà). Una seria discussione tra italiani e tedeschi con tutti gli altri europei porterebbe a forme innovative, meno autoreferenziali e più utili per tutti, un modo di costruire una nuova Europa del lavoro.

Il Piano B ‘alla giapponese’

Su un prestito/debito comune di lungo periodo la soluzione europea è quella di serie A, ma ci sarebbe anche un piano B  italiano ‘alla giapponese’, fattibile solo da noi, ‘in casa nostra’ (come ad alcuni piace dire), che ci farebbe risparmiare moltissimo e che sarebbe una sorta di pre-verifica se ci sia davvero intenzione di uscire dall’Europa. Gli italiani hanno 1.200 miliardi di risparmi in conti correnti bancari più 3.448 di crediti tra titoli e obbligazioni (ma anche 926 miliardi di debiti e mutui); le aziende hanno risparmi complessivi per 1.840 miliardi. In complesso, a parte le proprietà di case e terreni e i debiti, c’è un risparmio italiano privatissimo di 5.288 miliardi.
Il Tesoro italiano ha bisogno ogni anno di circa 400 miliardi di euro per finanziare il debito pubblico (e pagare stipendi e pensioni, che da sole valgono 300 miliardi). Se gli italiani si comprassero tutte le emissioni, comprese quelle aggiuntive europee di cui si parla ora (l’hanno proposto vari in forme diverse, anche Tremonti e Monti), pagheremmo (come i Giapponesi) molto meno interessi per un debito molto più grande. Infatti, i giapponesi pagano il 12,6% delle loro entrate fiscali per un debito del 250% sul PIl, mentre noi italiani il 14% per un debito molto più piccolo (138% del Pil).
Bisogna però vedere se gli italiani siano davvero disposti a questa operazione in uno “Stato povero…abitato da gente ricca che ha dimostrato di non essere per nulla patriottica”. Non è un caso che, a fine 2019, le famiglie e le imprese italiane detengano solo il 5,8% del debito pubblico italiano e sono tutti siano ‘scappati’ dai Bot nazionali quando nel 2008  è iniziata la recessione (allora ne avevano il 22,4%). Non oso pensare quale sarebbe la svalutazione della lira italiana se uscissimo dall’Euro (30%?). Questa è la ragione per cui c’è una vasta area, proprio al Nord, di imprenditori, operai e, ancor più, pensionati contro la cosiddetta Italexit. Per i vantaggi che, con la de-globalizzazione, vengono da un grande mercato interno (Europa, Usa, Cina), penso che per un po’ di tempo nessuno parlerà più di Italexit.

Ripartire il prima possibile: da Ferrara per esempio

Ripartire in fretta è ora il tema urgente. Però in modo sicuro, se no è come fare uno scatto in salita sapendo che tra un km la ruota si buca. Una prima questione sarebbe evitare di partire tutti insieme, se c’è qualcuno che può partire prima in sicurezza. Dovrebbero essere le zone meno contagiate, spesso più periferiche, che sono spesso le più deboli economicamente e nelle quali, peraltro, potrebbe essere più facile (perché più piccole e sperimentali) arrivare ad individuare gli ‘immunizzati’ (coi test che arriveranno).
Tra queste, in Emilia-Romagna, c’è per esempio Ferrara. La Regione dovrebbe dunque essere coerente e ‘favorirci’, avendo detto che si devono aiutare le zone deboli. Si dovranno poi privilegiare le industrie manifatturiere e i servizi vendibili che sono quelli che producono quel valore aggiunto che regge l’intera economia (se chiude una fabbrica il danno per l’intera comunità è molto maggiore di quello della chiusura di un supermercato, che può riaprire se ritorna un reddito diffuso, mentre la cosa non vale per le fabbriche). E sono soprattutto quelle che esportano o che hanno commesse.
In ogni caso, dovrebbero riaprire anche tutti coloro che garantiscono condizioni di sicurezza (librerie, piccoli negozi,…che possono essere sicuri come le edicole, se ci si organizza, così le piccole e medie aziende artigiane che hanno un capannone enorme con pochi dipendenti che possono stare lontani anche 10 metri e non si capisce perché devono stare chiuse). Il problema è che l’Italia ha scarsa cultura organizzativa per cui prevale l’idea di vietare, perché è più semplice che organizzare la complessità e, soprattutto, non ci si prendono delle responsabilità (della serie “chi fa sbaglia, chi non fa non sbaglia”).
Tutti dicono che l’Europa è chiusa…ma in realtà le fabbriche tedesche, olandesi, francesi…sono molto più ‘aperte’ di quel che si dica. E’ certo più complicato e complesso controllare e verificare le condizioni di sicurezza e di distanziamento in fabbriche e negozi (un esempio clamoroso e negativo è stata la Val Seriana a Bergamo) ma, anche sulla base di questi gravissimi errori, si possono organizzare le riaperture in base a criteri solidi e complessi (non si è forse detto che oggi ritorna l’importanza della competenza pluridisciplinare?).
Ne va del nostro futuro economico e anche della vivibilità delle comunità, perché da un tracollo socio-economico saremmo tutti travolti. Non ci si può quindi affidare a decisioni semplici o solo centralistiche, o ai codici Ateco, per selezionare le imprese, e tanto meno ai Prefetti. Occorre mettere a punto la complessità del come fare, indicare criteri, coinvolgere esperti e parti sociali, innalzare la cultura organizzativa: oggi il lavoro sicuro interessa anche alle aziende.

 

Il segreto è divertirsi

Apriamo la settimana con una grande donna che ci sprona a divertirci a sfidare i nostri limiti per spostare un po’ più in là l’orizzonte.

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Margherita Hack

Il divertimento è anche trovare sempre frontiere da superare, costruire mezzi più potenti d’indagine, teorie più complesse, cercare sempre di progredire pur sapendo che probabilmente ci si avvicinerà a comprendere la realtà, senza arrivare mai a capirla completamente. (Margherita Hack)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

LA RIFLESSIONE
Dilemmi della complessità e scelte etiche

Viviamo in un mondo straordinariamente complesso fondato sull’incessante azione di influenzamento che agenzie e soggetti istituzionali svolgono per orientare atteggiamenti, opinioni, scelte e decisioni di altri soggetti verso scopi ritenuti per qualche motivo rilevanti. Per vivere consapevolmente in questo mondo, godendone i frutti migliori e senza esserne vittime, occorre conoscenza e capacità di discernimento; serve creatività, capacità di pensare fuori dagli schemi mantenendo un forte senso della propria responsabilità. Servono regole di pensiero e guide di comportamento che consentano un orientamento e permettano di valutare con indipendenza di giudizio gli eventi sociali, la finanza, l’economia, la politica, gli affari, l’informazione, la tecnologia.

Ogni giorno siamo impegnati in un costante processo cognitivo ed emotivo che ci porta a valutare e giudicare eventi e notizie, fatti ed accadimenti, che vengono portati all’attenzione da un sistema mediatico sempre più invasivo e diffuso. Su questi prendiamo spesso partito, discriminiamo tra ciò che riteniamo bene e male, giusto o sbagliato; siamo in altre parole impegnati nostro malgrado in un processo di tipo etico mirato a distinguere, dal nostro particolare punto di vista, fatti e comportamenti buoni, giusti, o moralmente leciti, da fatti e comportamenti cattivi o moralmente inappropriati.

L’esperienza insegna che, in quanto soggetti sociali, siamo sempre coinvolti in queste procedure quotidiane di valutazione che usiamo, in modo implicito o esplicito, per dirimere questioni, giudicare eventi, fare scelte; dietro queste procedure siamo costretti a riconoscere l’esistenza, spesse volte oscura, di alcuni principi, di alcuni valori ai quali ci affidiamo, a volte in modo intuitivo altre volte in modo ragionato, per sostenere ed argomentare la bontà delle nostre posizioni: conseguenza, dovere, diritti, giustizia sociale, cura, sono alcuni dei più noti. Questi principi forniscono una guida per l’azione e consentono di dare fondamento a ciò che si ritiene essere giusto e buono rispetto a ciò che si definisce male e sbagliato.

Secondo il principio di conseguenza caro all’utilitarismo, un’azione è ritenuta buona e giusta in base alle conseguenze che produce; ad esempio se permette di ottenere i migliori effetti positivi per il maggior numero di persone.
Se usare il criterio del dovere un’azione è giusta e buona se deriva dal rispetto di un obbligo derivante da ruoli, leggi, prescrizioni di tipo morale o religioso, ovvero da obbligazioni ed aspettative che altri soggetti hanno rispetto ai comportamenti propri di un ruolo o di una persona. L’imperativo morale che ne consegue può essere descritto dalla regola aurea “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso”.
Se ci si appella al criterio dei diritti, un’azione è ritenuta giusta e buona se tiene sempre in considerazione i diritti di ogni persona, li rispetta e li garantisce. La salvaguardia dei diritti delle persone comporta il suggerimento morale di trattare  le persone sempre con un fine in sé e mai come un mezzo.
Se si usa il criterio della giustizia sociale un’azione è giusta e buona se garantisce l’equità, ovvero se garantisce un comune accesso alle libertà fondamentali, se contrasta l’ineguaglianza sociale e la sperequazione economica.
Infine se si adotta il criterio della cura, già fondamento degli approcci femministi, un’azione è ritenuta giusta e buona se sviluppa e protegge le relazioni e tiene conto del contesto nel quale si manifestano i dilemmi etici di creature che prima di essere razionali sono sensibili.

Quale principio tendiamo ad adottare per giudicare quanto avviene nel mondo? E quale principio orienta maggiormente le nostre azioni? Quali principi siamo in grado di riconoscere alla base di particolari decisioni politiche o amministrative? Oppure non usiamo nessuno di questi principi ed accettiamo per buone, acriticamente, le idee e le decisioni del nostro clan di appartenenza, del nostro gruppo o della parte sociale o politica alla quale riteniamo di appartenere?
Nessuno di noi è tenuto ad essere un filosofo ma un minimo di consapevolezza circa questi assunti taciti può aiutare la comprensione reciproca e può aiutare a comprendere un po’ meglio la complessità quotidiana in cui viviamo, evitando quegli scontri frontali che sempre più spesso avvelenano il clima e sostituiscono quel processo di costruzione di senso basato sulle differenze che sta alla base della democrazia.

Tra fascinazione e paura: cartoline dal futuro

Ad alcuni il futuro appare denso di promesse, pieno di fascino, il regno della libertà e dell’emancipazione dai vincoli della scarsità; ad altri esso appare oscuro e pericoloso, lo spazio del dominio di forze ignote ed imprevedibili; altri ancora pensano e vivono come se il futuro non fosse altro che la grigia e banale prosecuzione del presente. La storia insegna a non disgiungere mai dal sogno utopico (positivo), l’incubo distopico (negativo), gli scenari positivi da quelli negativi, le opportunità dalle minacce, i ricavi dalle perdite, i beneficiari dalle vittime.
Questa attenzione è necessaria in particolare oggi che, forse per la prima volta nella storia dell’uomo, le tecnologie sembrano consentire la potenziale liberazione dal vincolo del bisogno e la fine del lavoro come attualmente concepito, consentendo dunque il superamento di un modello sociale dove la maggior parte delle persone scambia tempo di vita (dedicato ad un lavoro poco gratificante, svolto per gran parte della vita) con denaro (necessario per acquistare e consumare beni e servizi sempre nuovi). Potenziale liberazione che affascina ed impaurisce: può aprire straordinarie possibilità e grandi spazi di innovazione sociale, diventare la base per lo sviluppo dei talenti, della creatività, di nuovi saperi e capacità; liberare risorse per la ricerca interiore e l’esplorazione del possibile. Ma può anche scatenare la paura, spaventare i molti incapaci di pensare la propria vita senza l’obbligo economico e morale del lavoro, preoccupare i più conservatori preoccupati dai rischi sociali che pensano di vedere dietro a questi possibili sviluppi rivoluzionari.

Fascinazione e paura sono i principi ispiratori di due grandi narrazioni collettiveutopia e distopia, appunto – che hanno accompagnato la riflessione sulla scienza e la tecnologia. Di macchine intelligenti, di robotica e di automazione si parla da molto tempo: l’espressione “fabbrica automatica”, riferita alla tessitura, si trova già nel Capitale e lo stesso termine “robot” (dal ceco ‘robota’ ossia lavoro), inteso come macchinario in grado di svolgere lavoro al posto dell’uomo, è stato introdotto dallo scrittore di fantascienza Karel Capek quasi un secolo fa; il Golem di Praga (un robot per la funzione che svolge anche se non per la tecnologia che lo rende possibile), al quale probabilmente si ispira, è fin dal 1500 metafora inquietante della società della tecnica e dei rischi derivanti dalle azioni irresponsabili degli apprendisti stregoni. L’oscillazione tra ottimismo e pessimismo rispetto agli esiti generabili dalla diffusione delle tecniche e al crescente potere delle tecnologie accompagna la stessa evoluzione storica delle società occidentali per le quali il lavoro è e resta un pilastro fondamentale.

Questa contrapposizione si regge, almeno in parte, sull’ambiguità percepita del termine tecnologia: essa può essere intesa come l’applicazione sistematica del sapere scientifico (costruito con procedure riconosciute come valide) a tecniche e processi che possono rappresentare qualsiasi segmento di ciò che cade sotto il dominio della soggettività, della cultura e della conoscenza. In questa prospettiva dobbiamo dunque parlare di una pluralità di tecnologie, riconoscendo che esse ormai informano ogni campo della vita ben oltre la semplice trasformazione e produzione di oggetti tangibili. Dobbiamo ad esempio riconoscere l’esistenza di raffinate tecnologie centrate sull’arte di influenzare i comportamenti, sul controllo sociale, sull’educazione e la formazione accanto alle più note tecnologie energetiche, biologiche, metallurgiche, etc.

Ogni tecnologia così intesa, cambia il rapporto dell’uomo con il mondo, conferendo maggiore capacità di azione (fisica o simbolica), ma privando al tempo stesso di capacità prima necessarie, che diventano obsolete e vanno perdute. La vecchia capacità di fare viene sostituita dalla nuova capacità di usare un oggetto che incorpora, per così dire, le vecchie capacità; l’estrema conseguenza negativa di questo processo spinto all’estremo è (per i pessimisti) la realizzazione del mito del consumatore perfetto: incapace di tutto se non di scegliere tra un’infinita serie di prodotti e servizi.
D’altro canto il sistema tecnologico nel suo complesso costituisce sempre più un nuovo ambiente di vita che le tecnologie digitali rendono rapidamente intelligente. I robot imparano a muoversi bene negli ambienti non strutturati (quelli della nostra vita quotidiana), mentre gli umani vivono sempre più spesso in ambienti più strutturati, caratterizzati da una sensoristica diffusa che vediamo già applicata nelle case intelligenti (domotica), nelle auto (smart car), nelle città (smart city), nei territori, nelle reti intelligenti (smart grid); il corpo stesso è ambiente per lo studio e l’implementazione di bio e nanotecnologie sempre più raffinate.

Dall’interazione tra tecnologie, persone, culture e società nascono nuove e variegate identità singolari e collettive che si fondano su usi e pratiche che tendono a sfuggire ad ogni forma di controllo: nascono consumi virali, comunità, entusiasmi, mode non meno di reazioni violente, rifiuti, fughe e chiusure. La vera sfida del prossimo futuro non sta dunque nello sviluppo dei processi tecnologici (tecno scienze) che diamo ormai per scontato: risiede piuttosto nel governo dell’interazione di queste con la complessità ambientale, demografica, sociale, economica ed antropologica che riguarda l’intero mondo di cui le tecnologie sono parte e che contribuiscono a modificare profondamente. Il sistema tecnico sempre più integrato che sta diventando la base del nostro modello di vita interagisce con società fatte di persone, di istituzioni, di strutture, di organizzazioni, di poteri, di culture, di ideologie, di economie, di finanza, di conflitti, di movimenti e cambiamenti che contribuisce a generare e ai quali è indissolubilmente connesso. Dove esistono queste relazioni sono in gioco significati, passioni, emozioni, storie ed è in azione anche il potere e, con esso, la certezza della manipolazione. Non stupisce allora che il sogno utopico di alcuni possa essere l’incubo di altri, che la speranza di pochi visionari sia la paura di molti e che l’ambizione modesta e conservatrice della maggioranza risulti intollerabile ai pochi animati da genuino spirito “rivoluzionario”.

Per questo, l’irresistibile sviluppo dell’automazione e della robotica, che di questa rivoluzione sono forse gli aspetti più immediatamente visibili, l’ascesa delle tecnologie genetiche e delle nanotecnologie, la diffusione delle tecnologie dell’educazione e del controllo del comportamento (etc.), lasciano ipotizzare per futuro prossimo più scenari possibili, drammaticamente opposti: inferno o paradiso, trascendenza o involuzione. Malgrado ci sia chi pensa ancora di gestire o dominare il tecno-ambiente con i vecchi strumenti della società industriale, con categorie stantie, con il populismo che si fonda sulla paura, con il fanatismo tecnocratico o religioso, ognuno dovrà presto decidere se accettare la sfida, subirla o rifiutarla.

Un impegno socialmente difficile in tempi nei quali la politica, che dovrebbe esprimere i fini, è diventata un mezzo e l’economia, che dovrebbe essere il mezzo, è diventata il fine; dove l’economia reale è stata messa in completa balia della finanza e la politica anziché lavorare per l’uomo e le generazioni future, produce leggi per aumentare il potere e tutelare gli interessi della finanza globale piuttosto che quelli dei cittadini e delle imprese. Si tratta forse del più chiaro esempio del dominio di una tecnocrazia sulla società o, meglio, sul mondo. La stessa finanza attuale ha preso questa forma (anche) per effetto di discipline dure quali la fisica e la matematica (studio degli algoritmi di calcolo) applicate alle tecnologie digitali che consentono di elaborare enormi quantità di informazioni in frazioni di secondo, connettendo miliardi di grandi e piccoli decisori.

Come sarà la vita nel tecno-ambiente che si sta sviluppando e che si alimenta dell’informazione che forniamo più o meno consciamente (ogni clic un’informazione preziosa)? Cosa potrà fare l’intelligenza artificiale applicata ai giganteschi database che raccolgono ogni tipo di informazione digitale? Come interfacceranno i corpi con questo nuovo ambiente, che protesi tecnologiche useremo tra qualche anno? In questo ambiente diventeremo forse più stupidi ed impotenti o troveremo risorse per evolvere? Come risponderanno persone diverse alle sfide del prossimo futuro?
L’imperativo categorico per affrontare questi dilemmi è quello di non subire passivamente come consumatori ignavi; criticare, opporsi, fuggire, rappresentano soggettivamente opzioni possibili quanto accettare, costruire, sostenere. Sono tutte possibilità che potenzialmente aprono lo spazio all’esplorazione creativa del possibile. Questa compresenza di atteggiamenti e comportamenti differenti e conflittuali, purché in grado di alimentare un sano dibattito, rappresenta una speranza affinché il sistema evolva in termini qualitativi evitando pericolose derive totalitarie. Di certo per vivere umanamente nel nuovo tecno-ambiente servono nuovi saperi e nuove virtù, nuovi comportamenti, nuove responsabilità e nuove consapevolezze.

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