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La mia cucina

La mia cucina ha i mobili di legno marrone, una frigorifero bianco e un divano verde. Due porte: una va in cortile e una in corridoio, una grande finestra con un serramento che è stato riverniciato da mio padre. Marrone anche lui. Il tavolo e la credenza sono antichi, provengono dalla vecchia casa di mia madre. Chissà di chi erano in origine. Mia madre si ricorda di averli sempre visti. Di qualche zia zitella, forse. Il lampadario è bianco e centrale, illumina il tavolo e la gente che intorno a quel tavolo si ritrova a mangiare. Molti sono gli ospiti di casa, spesso arrivano persone che si fermano a pranzo. Mia madre è una brava cuoca ed è anche simpatica. Ha 80 anni. Nel cuore della cucina ci sono i pranzi della mia famiglia a di tutti i suoi ospiti, ad eccezione di quelli di Natale e Pasqua che si fanno sul lungo tavolo del soggiorno, perché siamo in tanti e la ricorrenza è solenne. Il cuore della mia cucina è proprio questo pasteggiare accogliente. Gente che va e viene e si ricorda di noi perché ha pranzato qui.

Le stoviglie della credenza sono vecchie ma in buono stato. I piatti sono bianchi, i bicchieri tutti uguali, le posate d’acciaio appartengono a servizi diversi ma hanno una linea molto simile perché  sono stati prodotti nello stesso periodo. Circa 50 anni fa. Le stoviglie sono l’anima della cucina. Un esperimento che faccio sempre quando abbiamo ospiti è cercare di guardare le loro facce attraverso il riflesso deformato del bicchiere o delle bottiglie. Sono visi che prendono una strana forma cilindrica e svelano nella loro stranezza aspetti nascosti delle persone.

Anche da piccola avevo questa passione di guardare le cose alla rovescia. Allargavo le gambe, facevo una flessione in avanti in modo da mettere la testa tra le gambe e osservavo le persone dal basso verso l’alto. Mi piaceva particolarmente farlo con mio nonno. Mio nonno era un ex partigiano, alto due metri che portava il 50 di scarpe. Considerando che era nato nel 1905, erano misure davvero eccezionali. Visto alla rovescia sembrava un trampoliere. I centimetri  delle sue gambe si allungavano a dismisura e i piedi diventavano ancora più enormi perché erano vicini alla mia faccia. Su in alto c’era un tronco un po’ tozzo e più su ancora una testa con un grande mento e degli occhi lunghi e stretti, sempre per quella strana visione capovolta che mi piaceva tanto. Le braccia erano lunghissime e penzolavano come due possenti liane quasi fino alle ginocchia. Visto dal basso mio nonno sembrava un buffo gigante buono. Credo che buono e gigante lo fosse davvero. In quanto al buffo, devo essere l’unica persona che lo abbia mai considerato tale. Il gioco del sottosopra è durato per tutta la mia infanzia e mi piace tutt’ora, anche se per decenza e senso del limite non mi metto più capovolta a guardare le persone.

Ora faccio la stessa  cosa con i bicchieri della cucina. Guardo Tito che, riflesso nel bicchiere, ha il naso schiacciato e le guance che si dilatano in orizzontale fino a sembrare le ali una grande farfalla, gli occhi piccoli e quella macchia scura sopra la testa che sono i suoi capelli. Nel bicchiere gli brilla il naso, perché la luce si è concentrata per un attimo in un quel punto. Se giro un po’ il bicchiere vedo Tito sempre più deformato. Una guancia è diventata più lunga dell’altra, l’occhio destro è grande e tondo, mentre il sinistro non lo si vede quasi più. Quell’occhio singolo mi ricorda Polifemo, la storia dei ciclopi. Il ciclope è una figura nata nella mitologia greca. La sua caratteristica è proprio quella di avere un solo occhio, posizionato centralmente, sotto la fronte. Una dei primi a narrare la storia dei Ciclopi fu il poeta Esiodo che scriveva del ciclope Bronte il “tonate”, di Steropo il “lampo” e di Arge  lo “scintillante”. I tre erano figli di Urano e Gea, divinità primordiali, rispettivamente personificazione di cielo e terra.

Ecco, anch’io ho la possibilità di vedere dei ciclopi, facendo girare il bicchiere, mentre nessuno mi vede, intercettando un punto di intersezione fra il fascio di luce che entra dalla finestra, il bicchiere e la faccia dei miei ospiti. Sembrano tutti dei grandi ciclopi. Sorrido e poi mi accorgo che Tito mi sta guardando. Sono costretta a rigirare il bicchiere. Direzionarlo sulla faccia di Linda. Si vedono solo i suoi capelli lunghi e biondissimi. Una specie di campo di grano pronto per la raccolta. Grano un po’ piegato dal vento, maturo e bellissimo nella sua vastità. Tutto il bicchiere è diventato di quel giallo. Un gioco stupefacente per la sua imprevedibilità. Anche da altre stoviglie si possono trovare riflessi delle persone: dalle pentole se sono ben lucidate, dalle bottiglie di acqua e vino, dalle zuppiere di maiolica. Se ben posizionate le suppellettili della cucina hanno un grande potere rivelatore. Sono la cartina di tornasole che ti permette di vedere le persone in maniera diversa. E’ molto divertente, un gioco che possono fare tutti, comunista. Se fatto con discrezione è strategico per passare il tempo e assolutamente innocuo. Dai bicchieri della cucina si possono vedere le persone in maniera nuova: facce più tonde o più allungate, nasi schiacciato o aguzzi, occhi tondi o al contrario lunghissimi, capelli che sembrano onde del mare, bisce, campi di grano, abissi degli oceani, biscotti. La cosa davvero sorprendente di tutto ciò è che insieme a queste visioni deformate sembra di intravedere dei tratti del carattere nascosti, degli aspetti nuovi di persone conosciute da sempre che non sono solo fisici ma anche psicologici e cognitivi. Quello che noi vediamo nel bicchiere è in parte una nostra proiezione, una nuova consapevolezza che nasce guardando le solite facce in modo diverso, con una prospettiva diversa. Queste nuove visioni sono una piccola verità svelata. Una nuova rappresentazione che insieme ad una nuova luce ci permette di staccarci da immagini consuete dal nostro vivere e di scoprire ciò che davvero pensiamo degli altri. Un nuovo granello di saggezza da raccogliere. L’immagine nel bicchiere è una percezione alterata, una modalità visionaria e paradossale, ma utile. Mio nonno era una persona buona, ne sono sicura perché lo era sia che io lo guardassi dall’alto verso il basso, oppure alla rovescia.

La mia cucina è un terreno di esplorazione straordinaria, i pasti consumati in quella stanza sono rivelatori del vero carattere delle persone, di ciò che dicono e di ciò che pensano. Di ciò che sono stati e di quello che diventeranno. Le idee, la gioia e la verità sono spesso una questione di prospettiva. La prospettiva definisce e alimenta il nostro modo di vedere e vivere. Nella mia cucina c’è il terreno per una nuova consapevolezza. Giro il bicchiere e guardo fuori dalla finestra. Un po’ di blu e il cortile interno sempre bellissimo.

Ma questa è un’altra storia e se ne parlerà.

 

 

 

 

ECOLOGICAMENTE
Il vetro: interamente riciclabile all’infinito

Il vetro in terminologia chimica diventa tante cose, ma per gli imballaggi si parla prevalentemente di ossido di silicio (vetri silicei) e di vetro cavo (il vetro piano lo lasciamo all’edilizia). Le tipologie di imballaggio sono soprattutto bottiglie, ma anche flaconi (per esempio di cosmesi), fiale e vasi.
Le preferenze dei consumatori sulle bottiglie in vetro (di acqua, birra e vino) sono in leggero aumento soprattutto per la fascia medio-alta di prodotti.
Il vetro è un materiale riciclabile al 100% e all’infinito. Inoltre, al contrario di molti altri materiali riciclabili, la materia prima che si ottiene, tecnicamente chiamata materia prima seconda e, nel nostro caso, “vetro pronto al forno”, ha le stesse caratteristiche e proprietà della materia prima vergine.
Qualche giorno fa è stato presentato il rapporto “Il riciclo del vetro e i nuovi obiettivi europei per la circular economy”, realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile per conto di Assovetro.
In sintesi:
– l’industria del riciclo del vetro dà lavoro a 20.200 occupati e produce 1,4 miliardi di Pil;
– il settore ha generato 125.000 posti di lavoro e ha ridotto del 48% l’utilizzo di materie prime;
– la raccolta differenziata di questo materiale è arrivata al 77% e il tasso di riciclo è al 70,3%;
Esiste anche un percorso di ricondizionamento dei contenitori vuoti e di riutilizzo industriale di difficile quantificazione (parliamo di birre e acque per una quota di circa 200 mila tonnellate).
Il sistema della ripresa dei vuoti prevede che il cittadino, una volta consumato il contenuto della bottiglia, possa restituire quest’ultima al distributore e scegliere se riprendere la cauzione eventualmente versata o ottenere uno sconto sul prossimo acquisto dello stesso prodotto. Scopo di questo metodo, generalmente conosciuto come “vuoto a rendere”, è riutilizzare gli stessi contenitori per essere riempiti e rivenduti più volte.

Dice il Conai che sono stati immessi 2,3 Kton di vetro nel 2014 e ne sono stati avviati al riciclo 1,6 Kton, quindi oltre il 70 %: un importante risultato. Si sostiene che così si è ridotta l’importazione; tuttavia il settore ha molte questioni ancora da risolvere, a partire dalla crisi dei trasformatori (basta guardare lungo la via Emilia), nonostante l’aumento delle raccolte differenziate.
Grazie al vetro riciclato, ogni anno vengono prodotti in Italia circa 10 miliardi di contenitori, che portano il proprio valore aggiunto di trasparenza, inalterabilità nel tempo, igiene, impermeabilità e sostenibilità ambientale in innumerevoli aspetti della vita quotidiana.
Ma c’è un problema: dal rottame di vetro di colore misto – il solo generato in Italia dalla raccolta differenziata – non è possibile creare contenitori di colore bianco-trasparente. Infatti, per quanto riguarda la raccolta del solo vetro bianco siamo ancora molto indietro rispetto a paesi come Germania e Francia, costringendo così le nostre aziende ad importarlo.
Il Comune di Ferrara e la società Hera, con il patrocinio di Coreve, hanno avviato nel febbraio 2007 un progetto pilota per la raccolta monocolore del vetro, prevedendo la separazione del vetro bianco o incolore, dalle altre tipologie di vetro colorato. Non credo che il progetto abbia avuto successo.
Alle vetrerie conviene utilizzare il vetro usato, perché consente di risparmiare il 25% circa di energia nel processo di produzione. Il vetro usato è certamente un materiale di qualità, ma non consente di avere ricavi elevati. Per poter avere delle opportunità di vendita sul mercato internazionale, è necessario operare una raccolta differenziata per colori. Esportare vetro frantumato ha senso solo se può essere riutilizzato per la produzione di bottiglie. A questo scopo, si utilizzano preferibilmente cocci di vetro separato per colori. Sul mercato del vetro usato sono particolarmente richiesti cocci di vetro marrone o bianco.

Dall’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani (novembre 2015) risulta che il costo medio di gestione per kg di materiale, valutato a livello nazionale, è di 11,15 eurocent, in corrispondenza di un conferimento pro capite di 31,3 kg/abitante per anno, mentre il costo annuo pro capite risulta di 3,49 euro/abitante per anno. Nella Rd del vetro di imballaggio (Cer 150107) i costi di raccolta e trasporto incidono per il 90,1% sui costi totali.
Un altro problema è dato dalla presenza indesiderata della ceramica. Ci sono, infatti, materiali che sembrano vetro, ma vetro non lo sono. Il caso più insidioso è forse quello dei materiali inerti che fondono a temperature più alte del vetro, come la vetroceramica. È però importante ricordarsi di tenere la vetroceramica (tipo il “pirex”) – così come i piatti, le tazzine in ceramica o porcellana – ‘alla larga’ dal vetro perché è sufficiente un solo frammento di questi materiali mescolato al rottame di vetro pronto al forno per vanificare il processo di riciclo, dando origine a contenitori destinati irrimediabilmente a infrangersi. Per questo tra Coreve e Anci è stato siglato un accordo per abbattere i quantitativi di ceramica nella raccolta del vetro, annunciando la temporanea modifica delle le specifiche tecniche previste dall’Accordo Quadro, relativamente alla quota di inerti presenti nella raccolta differenziata del vetro.
In Emilia Romagna nel 2014 sono state raccolte in maniera differenziata 153.912 tonnellate di vetro, che corrispondono a 35 kg per abitante. Di queste, 152.503 t sono state raccolte dai gestori del servizio pubblico (60.868 t monomateriale e 91.635 t nel multimateriale) e 1.409 t sono rifiuti vetrosi assimilati che il produttore ha avviato direttamente a recupero. Una prima analisi dei flussi evidenzia che, rispetto al totale raccolto, pari a 153.912 t, il 5% dei rifiuti vetrosi ha seguito la via del libero mercato, mentre il 95% è stato avviato a effettivo riciclo tramite il sistema consortile CoReVe (Consorzio Recupero Vetro).

Poi c’è l’alluminio. Il vetro e l’alluminio riciclati mantengono quasi del tutto inalterate le proprie qualità, consentendo di risparmiare sia le materie prime sia l’energia necessaria a produrli. Per questo in molti casi si raccolgono insieme. Per la raccolta e il riciclo dell’alluminio è stato costituito uno specifico consorzio, il Cial. L’alluminio – identificato con il simbolo Al – è un elemento comune che costituisce l’8% della crosta terrestre e si presenta in natura sotto forma di minerale: la bauxite. E’ un metallo fondamentale dell’era dello sviluppo tecnologico. Da molti anni ormai l’industria italiana del riciclo dell’alluminio detiene una posizione di rilievo nel panorama mondiale per quantità di materiale riciclato. Il nostro Paese è infatti terzo nel mondo, insieme alla Germania, dopo Stati Uniti e Giappone.

Leggi il rapporto Il riciclo del vetro e i nuovi obiettivi europei per la circolar economy: Dossier-Assovetro

CURIOSITA’
La via dei tappi: cosa si cela dietro la raccolta

Dove finiscono i tappi delle bottiglie di plastica che vengono raccolti nei negozi, durante le manifestazioni, nel corso di eventi pubblici? E’ una delle domande ricorrenti che in tanti si pongono, a Ferrara e non solo. Sfatiamo subito luoghi comuni e leggende metropolitane: questa pratica non è una bufala e non cela alcun torbido retroscena. I tappi delle bottiglie in plastica vengono raccolti per essere riciclati.
Costituiti di materiale particolarmente resistente si prestano ad essere recuperati. Hanno una vita doppia, tripla e potrebbero essere riutilizzati praticamente all’infinito. Sono infatti di polietilene ad alta densità, un materiale carissimo dal punto di vista ambientale ma riciclabile quasi al 100%. Per produrre un chilogrammo di tappi sono necessari 1,75 kg di petrolio, fra materia prima ed energia impiegata, e molta, troppa acqua; riciclarli è sicuramente più sostenibile.
Lo sanno bene le associazioni, in Italia come all’estero, che da anni si occupano della raccolta di questo materiale e che legano questa attività a iniziative socialmente rilevanti. Il Centro Mondialità Sviluppo Reciproco, probabilmente il più attivo in questo ambito nel nostro Paese, ha sede a Livorno ma opera su tutto il territorio nazionale; dal 2003 porta avanti un progetto per l’approvvigionamento idrico nella Regione di Dodoma in Tanzania. In Francia, la “Bouchons d’ Amour”, ha quasi 100 punti di raccolta in tutto il Paese, vanta sinergie e collaborazioni con società sportive e aziende importanti e ha portato a termine progetti di ampio respiro sia a livello nazionale che internazionale (dall’acquisto di ausili per disabili alla costruzione di scuole in Paesi svantaggiati).

A Ferrara abbiamo invece “I Tappi di K”, un progetto che dal 2007 vede impegnata l’associazione Viale K nella raccolta, gestione e vendita dei tappi colorati.
“Abbiamo punti di raccolti disseminati in città e in provincia ma raccogliamo anche sulla costiera romagnola e in province limitrofe – ci ha spiegato Francesca, che lavora con l’associazione. – Da qualche anno facciamo da snodo alla raccolta di questo materiale nella nostra regione, non credo ci sia un’altra associazione attiva quanto noi in Emilia Romagna. Tutto quello che facciamo è accogliere e sostenere progetti socialmente rilevanti in cambio di… tappi.”
L’associazione, infatti, non solo raccoglie il materiale proveniente da luoghi diversi ma lo lavora. “Laviamo i tappi, li facciamo asciugare e li maciniamo per rivendere poi i coriandoli di polietilene ottenuti ad un paio di aziende del Veneto che li utilizza per produrre altri tappi, arredi da giardino, giocattoli, oggettistica.” – ha aggiunto Francesca.

La provenienza dei tappi è tanto frammentata che non è facile quantificare un totale del materiale rimesso nel circolo virtuoso del riciclo, ma l’associazione ha spiegato per bene come funziona. “I tappi ricevuti vengono lavorati in due laboratori della comunità Rinascita, uno a Ferrara e l’altro a Sabbioncello, dagli ospiti delle nostre strutture di accoglienza. Il loro lavoro in questa attività fa parte del nostro modello educativo per il reinserimento sociale: cooperare e rendersi utile, mantenere un impegno, è un punto fermo per la rieducazione di un adulto. Il nostro primo “macinino da tappi” è stato acquistato nell’autunno del 2009 ma, in realtà, a livello economico il polietilene dei tappi non ha un valore esorbitante: le aziende che lo acquistano lo pagano a circa 40 centesimi al chilogrammo, l’equivalente di una grande sporta per la spesa. Di questi soldi, 14 centesimi vanno alle associazioni che ce lo hanno consegnato e che sono obbligate ad utilizzarlo per progetti benefici (perché è per la qualità di questi che le abbiamo arruolate), 15 centesimi se ne vanno in spese vive (macchinari ed energia) e quello che resta viene all’associazione come contributo per i nostri ospiti.”

Possiamo quindi dire che con i tappi di plastica si può lucrare, certo, ma in sostenibilità ambientale e sociale. E da oggi tutti a raccogliere tappi.

Hidden Spirits, lo spirito di Scozia si cela fra i vicoli di Ferrara

La sua bottega si chiama Hidden Spirits. In effetti anche lui è uno spirito nascosto tra le viuzze del centro storico di Ferrara, dove, quando meno te lo aspetti, spunta questa piccola vetrina che lascia intravedere uno scrigno di bottiglie.

Mentre siamo dentro, un ragazzo si affaccia sulla porta e chiede: “Vendete whisky irlandese?”. “No, solo scozzese”, è la risposta di Andrea Ferrari, che dal 2013 ha fondato in città una piccola azienda che seleziona, imbottiglia e commercializza single malt scotch whisky.

Originario del Lago di Garda, Ferrari è un dottore agronomo consulente della Regione Lombardia, arrivato qui nel 2005 per amore di una ferrarese.

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“Per il mio lavoro di consulente che porto ancora avanti, mi sono spesso occupato di aziende vitivinicole. Quel che mi interessava era in particolare la distillazione. E’ così che ho conosciuto il settore del whisky e mi sono innamorato della sua magia, al punto che ho iniziato a scrivere un blog: www.whiskynews.it. Poi sono cominciati i viaggi in Scozia per conoscere aromi, sapori e persone”.

Quando Andrea ha capito cosa gli piaceva, ha deciso di voler imbottigliare le qualità che pian piano scovava. Per questo però, era necessario avere una propria azienda: è così che è nata la Hidden Spirits.
Quello del whisky è un mondo tanto affascinante, quanto complesso. In Scozia, dove il distillato è una risorsa preziosa, i disciplinari sono molto severi: l’imbottigliamento deve avvenire su suolo scozzese.
Inoltre non bisogna entrare in concorrenza con la distilleria da cui si prende il whisky, che normalmente ha una sua linea. Per questo ogni etichetta, deve essere sottoposta all’approvazione della Single Malt Whisky Association.

“Quello che faccio io, è un independent bottling, cioè un imbottigliamento indipendente, mentre quello delle distillerie si definisce original bottling. Concretamente mi reco nella distilleria e il master distiller mi fa fare un assaggio direttamente dalla botte. Se mi piace, la acquisto. Solitamente acquisto hogshead, botti da cui si possono ricavare dalle 160 alle 250 bottiglie, per questo le mie sono tutte serie limitate e ciò ne aumenta il valore. Io acquisto prevalentemente whisky stagionati in botti ex bourbon, (che precedentemente contenevano il distillato americano), in quanto esaltano la qualità del distillato whisky. Fino ad oggi tutti i miei imbottigliamenti sono stati “single cask”, cioè provenienti da singola botte.

Qual è il valore aggiunto che un imbottigliatore può mettere nel whisky?
“Una volta acquistata la botte, faccio diverse prove di diluizione con acqua distillata, per capire qual è il grado alcolico che esalta maggiormente le caratteristiche di quel whisky. A volte l’alcol nasconde i profumi come il bouquet fiorito o la freschezza del gelsomino, e la diluizione può farli riaffiorare. Inoltre a me spetta la scelta dell’etichetta. Finora mi sono mantenuto sul classico, elaborando vedute dei luoghi di origine del whisky, ma il mio progetto è quello di coinvolgere pittori ferraresi per fare etichette artistiche. Ora sto lavorando con Alessio Bolognesi, in arte Sfiggy per la prima della serie. Ho anche rivoluzionato il packaging: invece del classico tubo di cartone, ho ideato una scatola in Mdf, un derivato del legno. L’obiettivo è modernizzare la bottega e raggiungere un pubblico giovane. Sono un selezionatore italiano, e questo ha un valore. Non solo perché quando porto un pezzo di parmigiano mi aprono le stanze segrete delle distillerie, ma anche perché ci posso mettere stile, design e imprevedibilità”.

Essere italiano, all’estero, ha anche risvolti negativi?
“Si, per esempio mi obbligano al pagamento anticipato e senza sconti. La nostra fama nazionale è quella di pagare in ritardo, al ribasso e peggio ancora di falsificare il prodotto. Ora che alcuni hanno iniziato a conoscermi, mi concedono capacità di credito, ma è raro, non si fidano di noi italiani, dispiace dirlo, ma per colpa di pochi ci siamo fatti una cattiva reputazione”.

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Tanta passione e tanta creatività, ma c’è anche un guadagno?
“Quello del whisky è un mercato di nicchia. Il mio lo è ancora di più. E’ un prodotto caro, le bottiglie vanno dai 50 ai 600 euro. Gli acquirenti sono estimatori che cercano la qualità, o collezionisti che cercano la bottiglia unica. Ora sta andando molto bene il mercato asiatico, sto allacciando rapporti commerciali in Olanda e Francia. In Italia la cultura del single malt whisky è limitata, si preferiscono altri distillati come la grappa. Inoltre la capacità media di un italiano per l’acquisto di una bottiglia di whisky è di 70 euro, quella di un austriaco 250, di uno svedese 700, ovvio quindi che uno degli obiettivi principali sia quello di rivolgermi al mercato straniero. Mi piace però fare anche delle cose qui, per esempio sto organizzando una degustazione con una trattoria del centro per far conoscere i diversi tipi di whisky. L’italiano predilige quello torbato”.

Nonostante le tante difficoltà, cosa ti spinge ad andare avanti?
“Questa è una passione trasformata in lavoro. Andare a ricercare le botti, scovare tesori nelle warehouse, è questo quello che mi motiva. Alla fine il whisky non è altro che acqua, orzo e lieviti, quello che fa la differenza sono la magia della distillazione, il dolce invecchiare delle botti nelle warehouse e le storie. Dietro ad ogni whisky ce n’è una, come quella della distilleria Caol Ila, la prima dove sono stato, che affaccia sulla costa e quando ci sono le mareggiate, gli spruzzi e gli aromi del mare invadono le cantine e si sposano con le botti, conferendo un sapore tutto particolare al distillato. Ogni botte all’interno della warehouse ha una propria storia. Così ogni bottiglia ha il suo racconto”.

(foto di Stefania Andreotti)

L’IDEA
La memo bottle, bottiglia minimalista ecologica che riduce gli sprechi

Quante volte abbiamo incrociato ragazze con sgargianti borse griffate appesantite dalle bottiglie piene d’acqua o di improbabili e alla moda bibite energetiche. La salute prima di tutto, vari litri d’acqua al giorno, quantità variabile a seconda delle indicazioni dei vari nutrizionisti e dietologi. Ma tutta quest’acqua, oltre ad avere un peso sulle spalle delle aitanti giovincelle, ha un peso per l’ambiente: la sua temuta bottiglia di plastica che, per quanto compressa, potrà richiedere millenni (si scrive cinque) prima di essere smaltita. Se, dunque, restare ben idratati è importante, è altrettanto importante salvaguardare l’ambiente (e, perché no, le nostre spalle).
Ecco allora l’invenzione ultra design e di tendenza che fa tanto discutere, Memo Bottle, una sottile bottiglia di acqua riutilizzabile, disponibile nel formato A5, A4 e busta da lettera.

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La memo bottle è disponibile in differenti misure

Un oggetto nato nel tentativo di ridurre la quantità di bottiglie di plastica monouso che vengono fabbricate e usate ogni giorno, realizzata con materiale senza Bisfenolo A (BpA, sostanza organica nociva rilasciata da molte plastiche), lavabile in lavastoviglie. Un’iniziativa nata con passione (e buon fiuto per il marketing…), per creare un equilibrio tra sostenibilità ambientale e maggiore efficienza e convenienza. La bottiglia unisce la praticità al design, e, grazie alle sue linee ben studiate, è facilmente trasportabile in una qualsiasi borsa da notebook o zaino per i libri. Elegante, leggera e simpatica, persa magari fra qualche carta da lettere pergamenata o qualche merendina o barretta di cioccolato, può fare la sua bella figura.
L’hanno inventata e lanciata il designer di Melbourne Jesse Leeworthy e il suo partner commerciale Jonathan Byrth, di San Diego. Si tratta di un oggetto rettangolare, trasparente, che trova paziente e facile posto di fianco a un computer portatile, a un bloc notes o a una bella ed elegante agenda, Moleskine o altra che sia. La sua chiusura ermetica garantisce che tutto, all’interno della borsa, resti completamente asciutto. Il prodotto, sottile e originale, è stato creato dai due giovani creativi e nemmeno a dirlo… un grande successo! Per avere la vostra Memo Bottle, visitate Kickstarter, a noi piace…

[Vedi la presentazione]

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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