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A voi la nuvola del G20, a noi il futuro

Contro il G20, in piazza a Roma molteplici percorsi: dal corteo studentesco di venerdì 29 alla manifestazione nazionale di sabato 30, dal Climate Camp all’assemblea nazionale di convergenza del 31 ottobre. Perché non vogliamo tornare a quella normalità che era il problema.
Quale miglior collocazione, dal punto di vista evocativo, della ‘Nuvola’ come sede del vertice del G20 di fine ottobre a Roma?

Nella nuvola è impossibile vedere l’oltre e lo sguardo si autoriflette, facendo credere a coloro che vi sono immersi che il mondo si esaurisca lì. E’ cosi che i governi dei paesi più ricchi del pianeta possono ritrovarsi e discutere di “persone, pianeta, prosperità”, fingendosi parte della soluzione, mentre è chiaro a tutti che fanno parte del problema.

Parlano di crescita, ma l’unica cosa che sono riusciti ad aumentare è la produzione di gas serra, di cui detengono il 75%, rendendo drammatica la conseguente crisi climatica. Non stanno cercando di capire come uscire da una crisi sistemica, bensì come continuare ad estrarre valore finanziario da persone, territori, natura e come difendere questa accumulazione di ricchezza. Attraverso armi, guerre, frontiere, muri, società disciplinare. Parlano di transizione ecologica, ma pensano al greenwashing; annunciano la rivoluzione digitale ma hanno in mente sfruttamento e precarietà.

Hanno tuttavia un pregio: aver finalmente chiarito che la preservazione del modello capitalistico non ha più bisogno di alcun consenso sociale, è obbligatoria e ineluttabile. “Ripresa” per l’economia del profitto, “resilienza” per le popolazioni che devono subirla.

La difesa di un diritto, di un posto di lavoro, di un bene comune, di un territorio sono sacrosante e necessarie, ma drammaticamente insufficienti se continuano a realizzarsi su un piano inclinato dall’alto verso il basso.Occorre rovesciare il piano, chiedendo ad ogni esperienza di collocarsi in una dimensione di interdipendenza con tutte le altre – nessuno si salva da solo – e dentro l’orizzonte della sfida per un’alternativa di società. Un piano che metta la cura di sé, degli altri e delle altre, del vivente e del pianeta al centro di una nuova organizzazione della società, oltre e contro la solitudine competitiva e l’ ‘uno su mille ce la fa” del modello capitalistico.

E’ questa la novità messa in campo da processi, percorsi ed esperienze che in questo anno e mezzo di pandemia hanno costruito il filo rosso della convergenza fra i movimenti e alimentato la mobilitazione sociale di chi rifiuta di tornare alla normalità perché era la normalità il problema. E che ha iniziato a dare frutti, producendo lotte radicali che smettono di percepirsi come solitarie e ‘disperate’ e interrogano persone, territori e società. Smettono di interpretare la parte di un copione prestabilito e rivoluzionano la scenografia.

Un’insieme di appuntamenti, che, per la prima volta, vedrà assieme la giovane generazione ecologista dei Fridays For Future e di Extinction Rebellion con importanti vertenze operaie e del lavoro come Gkn, Alitalia, Whirlpool; tutti i sindacati di base ma anche la Flc Cgil; tutti i movimenti sociali ma anche le esperienze del mondo contadino e dell’ agro-ecologia; le reti studentesche e gli spazi sociali; la rete Fuori dal Fossile e il movimento No tav; le esperienze femministe e il Consiglio Nazionale Indigeno dell’Ezln del Chiapas…e molto altro ancora.

Una tappa, non un punto di arrivo. Contro il G20, ma ben oltre loro e la loro insulsa vetrina. Per il diritto al conflitto sociale e alla libertà di manifestare, ma senza alcun interesse per il clima intimidatorio ancora una volta artificialmente costruito da governi e mass-media mainstream.

Ci aspetta una stagione dove molti nodi verranno al pettine, con un’oligarchia al governo che, per imporre un Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, ha ottenuto l’unanimismo parlamentare e pretende il silenziamento di ogni conflitto sociale. La attraverseremo con la lenta impazienza. L’impazienza di chi ogni giorno che nasce ha chiara la necessità di rivoluzionare lo stato di cose esistenti, la lentezza di chi sa che solo la fiducia delle radici nei fiori genera foreste rigogliose.

Vi aspettiamo in piazza in questo week end di fine di ottobre. Speriamo di ritrovarvi ogni giorno successivo.

Marco Bersani, Attac Italia
Questo articolo è apparso con altro titolo su Dinamopress il 28 ottobre 2021

GLI INSORTI GKN INDICANO A TUTTI UNA STRADA NUOVA:
gli obiettivi del movimento dopo la sentenza di Firenze.

 

Si può ben dire che “c’è un giudice a Berlino”, anzi a Firenze. Nella mattina di lunedì il Tribunale di Firenze ha sancito in modo forte l’antisindacalità del comportamento della GKN di Campi Bisenzio nei confronti della FIOM CGIL nella vicenda dell’avvio delle procedure di mobilità ( quella cioè che prelude al licenziamento) dei 422 lavoratori lì occupati e della cessazione della proprio attività produttiva.

E’ una decisione importante, in primo luogo per le conseguenze rispetto ai lavoratori e allo svolgimento della vertenza, visto che la GKN viene condannata a rispettare l’obbligo informativo omesso nei confronti del sindacato e, soprattutto, a revocare la procedura di mobilità, che sarebbe scaduta il 22 settembre con la relativa esecutività dei licenziamenti, mentre ora essa, quasi certamente confermata da parte dell’azienda, riparte però da capo, con almeno altri 75 giorni di tempo per la discussione e l’iniziativa sindacale.

La sentenza del Tribunale di Firenze

La sentenza, poi, è molto significativa per le sue motivazioni. Infatti, esse fanno esplicito riferimento al fatto che la proprietà non ha rispettato quanto previsto dal contratto nazionale dei metalmeccanici e dall’accordo aziendale del 2020 firmato tra le parti in materia di diritti di informazione (non da un semplice avviso comune), e cioè il fatto di dover dare gli elementi di conoscenza al sindacato rispetto alle previsione sui rischi occupazionali,  prima di effettuare le proprie scelte in merito.

Si badi bene, la giudice interviene su un dato di sostanza (non sullo ‘scandalo’ della comunicazione via mail, tanto enfatizzato dalla stampa e dalla politica, quanto, appunto, non dirimente nella vicenda), rilevando testualmente che l’azienda non ha dato corso al fatto che “il senso dell’obbligo assunto è evidentemente quello di consentire al Sindacato di esercitare al meglio le proprie funzioni, ivi compresa quella di condizionare ( con le ordinarie e legittime modalità di confronto ed eventualmente di contrasto) le future determinazioni e scelte gestionali dell’azienda”.
La sentenza – e scusate se è poco, in tempi di sfrenato neoliberismo confindustriale e governativo-  dice chiaramente che i lavoratori e la loro rappresentanza sindacale possono intervenire sulle decisioni e sulle scelte aziendali e poggia quest’affermazione sugli accordi sindacali relative ai diritti di informazione, conquista decisiva, come lo Statuto dei diritti dei lavoratori, degli anni ‘70 del Novecento, quando il tema posto era esattamente quello dei poteri e dei diritti del lavoro e che, da allora, non a caso, si è provato più volte a mettere in discussione e a ridimensionare.

Sembra che ora anche i mass media e la politica  – dopo l’assordante silenzio dei giorni passati, che ha coinvolto anche la grande manifestazione di sabato 18 settembre a Firenze a sostegno appunto dei lavoratori di GKN – inizino ad occuparsi della vicenda, Mostrando, peraltro, ‘scarso senso del pudore’, visto che ora tutti si dichiarano al fianco dei lavoratori.
Se lo si vuole fare veramente – e questa sarà la cartina al tornasole del prosieguo di una vicenda ben lungi dall’essere risolta – non c’è che da intraprendere due strade.

Le strade da percorrere

La prima. Quella di costruire una soluzione che dia continuità produttiva ed occupazionale a tutta la realtà produttiva di Campi Bisenzio, attraverso un intervento pubblico (per esempio tramite Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa) o di soggetti privati, garantito in ogni caso da un Piano approvato dall’autorità pubblica e dalla maggioranza dei lavoratori.

E che si faccia questo anche in tutte le altre situazioni rilevanti di crisi aziendali, che non sono poche, dalla Whirpool alla Gianetti, solo per citarne alcune.

Un percorso che altro non sarebbe che l’anticipazione  di due punti fondamentali degli 8 contenuti nella proposta di legge di contrasto alle delocalizzazioni e alle crisi produttive ed occupazionali predisposta proprio dai lavoratori di GKN assieme a un gruppo di giuristi del lavoro [fai un click per ingrandire il documento] 

L’approvazione di questa proposta di legge, da realizzare, almeno per i suoi assi di fondo tramite, decreto legge – questa la seconda scelta da compiere – consentirebbe di affrontare in termini utili tali situazioni.
Ora invece Il governo, ispirandosi all’inefficace modello francese, pensa solamente a intervenire sulle procedure dei processi di delocalizzazione, senza impegni cogenti né da parte delle aziende che li praticano né da parte dello Stato, o al massimo a rendere più forti gli ammortizzatori sociali, con l’idea della ‘mitigazione’ (altra parola malata) dell’impatto sui lavoratori.

“Insorgiamo” non è solo una parola d’ordine

Dunque, come dicono gli stessi lavoratori di GKN, “si è vinta una battaglia, ma la guerra è tutt’altro che conclusa”. E il suo esito non è per nulla scontato. Da sottolineare come gli ingredienti fondamentali di questo primo importante risultato siano stati l’impostazione e l’approccio che i lavoratori GKN hanno voluto imprimere a questa vertenza e la forte mobilitazione che è stata messa in campo.

Infatti, per la prima volta da molti anni in qua – a partire dal collettivo di fabbrica GKN –  si è usciti da una logica puramente difensiva, di una lotta semplicemente finalizzata a salvare quei posti di lavoro, per dire che quello che è in gioco, invece, è proprio l’idea di lavoro e di società che si tratta di realizzare.

“Insorgiamo” non è stata solo una felice parola d’ordine, ma il rendere evidente che si tratta di rovesciare un intero paradigma per cui la finanza e la globalizzazione sono eventi immodificabili, quasi ‘naturali’ e che non c’è alternativa se non rassegnarsi ad essi e limitare le perdite.

E’ su questa base che si è messa in campo una vera mobilitazione di popolo, quella che ha attraversato Firenze il 18 settembre con più di 20.000 manifestanti, con la gran parte della città raccolta attorno ai lavoratori.
E’ un messaggio forte di speranza, in primo luogo per altre lavoratrici e lavoratori impegnati in difficili vertenze originate da crisi e ristrutturazioni.

Ho in mente la vicenda che origina da Alitalia, dove la nuova azienda ITA (di proprietà pubblica e le cui scelte sono quindi direttamente imputabili al Ministero dell’Economia e al governo) che sta procedendo con una ferocia non seconda a quella di GKN.
Quasi una provocazione: si apre la selezione di quelli che dovrebbero essere i 2800 occupati di ITA, senza guardare a quanti facevano parte dell’organico di Alitalia, ma esaminando i curricula degli oltre 20.000 che ne hanno fatto richiesta. Con l’intento, peraltro, di uscire dal contratto nazionale e dagli accordi aziendali, imponendo un ‘regolamento unilaterale, che prevede anche l’abbassamento del 40% dei salari previsti in Alitalia.

Siamo, insomma, di fronte ad un tema generale e che si tratta di affrontarlo con intelligenza e determinazione, sapendo che non sarà né un’impresa facile né di breve durata. Ma che, proprio per questo, chiede a tutte e tutti  di spendersi e di partecipare, non come spettatori inerti, bensì come protagonisti attivi.

Se i lavoratori rialzano la testa…
Una risposta popolare all’Italia disuguale di Bonomi e Draghi

 

Il dibattito pubblico, se si eccettuano le vicende afgane, continua ad essere dominato dalle questioni legate alla sindemia [Vedi qui] e ai vaccini. Si presta, così,  troppa poca attenzione a cosa sta avvenendo in sfere fondamentali della vita delle persone. L’adagio ripetuto a più riprese che “niente sarà più come prima” viene confermato, con il rischio concreto però che “il dopo sia peggio del prima”, che non si torni alla normalità precedente, ma ad una ancora più brutta.

Ci sono alcune vicende emblematiche che ci dicono come sul tema del lavoro e dei diritti dei lavoratori il peggio sia già arrivato. La prima è senz’altro quella della GKN di Campi Bisenzio , che riguarda circa 500 lavoratori investiti da uno spregiudicato processo di delocalizzazione con conseguente chiusura da parte della proprietà, il Fondo speculativo inglese Melrose, che non si ritiene soddisfatto dei risultati aziendali e che ha aperto via WhatsApp la procedura di licenziamento per tutti i lavoratori che scade il prossimo 22 settembre.
Ora, quello che lascia interdetti, a fronte di una forte mobilitazione dei lavoratori e della creazione di un ampio fronte di solidarietà attorno ad essi, è il silenzio assordante della politica, che oscilla tra pensare a blande misure di contrasto alle delocalizzazione selvagge sulla base del modello francese (un modello che non ha funzionato per niente) e offrire qualche limitato periodo di ricorso alla cassa integrazione. L’unico che fa sentire forte la propria voce è l’immancabile presidente di Confindustria Bonomi, che spiega che questa è la normale logica di mercato e che non ci si può opporre ad essa, pena la scarsa attrattività del nostro Paese nei confronti dei capitali stranieri.
Sulla vicenda GKN e sulla grande mobilitazione in atto rimando al reportage di Marina Carli recentemente apparso su questo quotidiano. [leggi qui]

Altrettanto emblematica è la vicenda della nascitura ITA, la nuova compagnia aerea di bandiera che sta prendendo il posto di Alitalia. Qui siamo in presenza non solo di un piano industriale molto debole e di una grave mancanza di volontà di affrontare il tema dei cosiddetti ‘esuberi’, visto che la nuova società assorbirà circa 2500 addetti, 8000 in meno rispetto agli attuali 10.500 dipendenti Alitalia (a cui si aggiungono gli oltre 600 del call center Almaviva, anch’esso soggetto ad un destino di delocalizzazione ), e a cui si prospetta semplicemente un periodo più o meno lungo di ammortizzatori sociali.
In più, ITA non intende applicare il contratto nazionale del settore aereo, preferendo avvalersi di un contratto aziendale (o regolamento?) che peggiora le condizioni in essere dei lavoratori.
Non paga di tutto ciò, ITA ha chiesto a chi fosse interessato ad essere occupato a quelle nuove condizioni di mandare appositi curricula, ricevendone più di 20.000. Una scelta inequivocabile, che esprime precisamente un modo per bypassare o, perlomeno, fortemente condizionare la trattativa sindacale e per mandare in soffitta il principio basilare del passaggio dei lavoratori dall’azienda cessata a quella subentrante. 

In questo breve excursus, di cui si potrebbe dire, seguendo Agata Christie, che se due coincidenze formano un indizio, tre diventano una prova, non si può non fare riferimento al tema della mancata copertura economica nel 2021 per i lavoratori del settore privato, nel caso in cui essi siano soggetti a quarantena perché colpiti dal Covid o essere stati in contatto con essi. Oltre alla forte perdita economica (parliamo di circa 500 euro per 10 giorni), colpisce la ‘dimenticanza’ in materia da parte del governo, visto che si ragiona di una necessità di alcune centinaia di milioni di euro.
Nel momento in cui si continua a legiferare velocemente con decreti o, addirittura, a costruire soluzioni con DPCM, è solo un pensiero malevole quello che suppone che, anche qui, si voglia dire all’insieme del modo del lavoro che si può dimenticare le ‘protezioni’ di cui finora aveva goduto?

Potrei continuare, citando altre vertenze in atto, come quella che vede impegnati i lavoratori della Whirpool di Napoli, della Gianetti di Brescia o quella scandalosa della Texprint di Prato, dove la polizia ha sgomberato con la forza gli operai (stranieri) e i sindacalisti che sono ricorsi allo sciopero della fame per rivendicare l’applicazione del contratto nazionale di lavoro (8 ore per 5 giorni la settimana anziché 12 ore sette giorni su sette) – come giustamente segnalato da Nicola Cavallini su questo quotidiano [Vedi qui] – oppure ragionando sulla discussione che si sta aprendo su reddito di cittadinanza, pensioni e riforma degli ammortizzatori sociali, ma tutto ciò a me pare sufficiente per affermare che non siamo in presenza di singoli episodi, ma ad un’impostazione complessiva che guarda alla riduzione dei diritti dei lavoratori e al fatto di considerare gli stessi come merce, come tante altre, soli di fronte al mercato e ai suoi idoli.

E infatti, se ce ne fosse bisogno, ulteriore conferma arriva da quanto sta succedendo nel mercato del lavoro e rispetto all’occupazione. Da una parte, assistiamo alla celebrazione di una forte crescita nel 2021: il ministro Franco ha annunciato che siamo al +5,8% rispetto al 2020, con la possibilità di arrivare al +6%, risultato salutato come indicatore di una sorta di nuovo boom economico, anche se, molto probabilmente, non siamo di fronte a nient’altro che ad un forte rimbalzo rispetto al calo di quasi il 9% nel 2020 rispetto al 2019.
Dall’altra, la situazione dell’ occupazione appena diffusa dall’ISTAT rende conto che da gennaio di quest’anno gli occupati sono sì cresciuti di 550mila unità, ma ne mancano ancora circa 265mila per tornare ai livelli pre Covid. Soprattutto, nel periodo luglio 2020 – luglio 2021, la gran parte dei nuovi occupati, pari a 440mila, sono il prodotto di un calo dei lavoratori indipendenti e di una crescita di quelli dipendenti (+ 502mila), ma di questi ultimi solo 125mila sono contratti a tempo indeterminato, mentre ben 377mila appartengono alla categoria dei contratti a termine.
Insomma, tutte le tendenze e le scelte concrete in atto disegnano un quadro per cui i tratti della precarietà e della concorrenza tra i lavoratori diventano sempre più la normalità del lavoro, che essi segnano le modalità con le quali si affrontano le situazioni di crisi e di ristrutturazione aziendale, che lo stesso contratto nazionale va considerato uno strumento che appartiene più al passato delle relazioni industriali, destinato ad essere superato da regolamenti aziendali e dalla contrattazione tra le aziende e i singoli lavoratori.

Del resto, lo stesso scontro sulla questione del blocco dei licenziamenti aveva come posta in gioco esattamente questo: non si trattava tanto di una questione legata alla possibile devastazione di un crollo occupazionale, quanto piuttosto alla determinazione delle forze che decidono sulle dinamiche dell’occupazione e sui vincoli che la regolano. Mano libera dell’impresa e primato del mercato: sembra questo il mantra che viene ripetuto ancora oggi, dopo che esso è all’opera da molti anni, e che viene agitato con un’intenzione di arrivare ad una sorta di resa dei conti finale, scommettendo tutto sulla ripresa della crescita e sulla quantità ragguardevole di risorse pubbliche che provengono dal PNRR.
Può sembrare un paradosso, ma la più grande mole di investimenti pubblici che viene messa a disposizione da molti anni in qua è finalizzata a ricostruire la centralità del mercato e delle sue logiche. Se ci pensiamo bene, questa è la cifra del governo Draghi e del suo ‘ordoliberismo’, e cioè di un intervento pubblico volto a ricostruire e rilanciare il mercato. Peccato che esso sia destinato a produrre disastri sociali, a costruire possibilità per alcuni a prezzo della competizione tra le persone, chiamando tutto ciò meritocrazia, ma, in realtà, lasciandole sole di fronte al mercato e, soprattutto, generando situazioni in cui molte saranno ‘lasciate indietro’, a dispetto di quanto recita la propaganda ufficiale.

Fa decisamente tristezza, per non dire altro, sentire Enrico Letta dire che questo è il governo del PD.

Serve, invece, uno scatto di consapevolezza, che ad oggi manca anche anche al sindacalismo confederale, che non sembra comprendere le dinamiche che si stanno sviluppando e che non vede la necessità di unificare le varie vertenze che sono in corso.
Serve anche, un di più di ‘insorgenza’, come ci ricordano i lavoratori di GKN, che hanno ben chiaro che la loro non è una solo una lotta per la difesa dei posti di lavoro, ma una battaglia di valore nazionale – e per questo chiamano ad una giornata di mobilitazione il 18 settembre a Firenze, cui sarà bene partecipare in molti – , per la democrazia – e non a caso stanno scrivendo, con il supporto di numerosi giuristi, una legge per contrastare le delocalizzazioni -, per un altro modello sociale e produttivo.

In copertina: Campi Bisenzio (FI), 28 agosto, 2021: il palco della manifestazione davanti alla fabbrica GKN occupata (foto di Marina Carli)

SCUOLA FIRST: impressioni di settembre…
Anche Ferrara scende in piazza il 25 giugno

“Settembre poi verrà ma senza sole” sono le parole di una strofa di Settembre, una canzone di Peppino Gagliardi, famosa negli anni Settanta. Le stesse parole potrebbero essere adatte per definire la situazione che sta vivendo la nostra scuola pubblica; infatti, pur avendo la certezza che a settembre la scuola non ripartirà ‘normalmente’, gli amministratori nazionali e locali stanno lavorando con grande lentezza. assolutamente ‘al buio’ per preparare le condizioni per il rientro.
È evidente che a settembre la comunità scolastica ha un assoluto bisogno di ripartire in presenza: bambine, bambini, ragazze, ragazzi, insegnanti, lavoratori, lavoratrici e famiglie hanno resistito per tre mesi, materialmente e psicologicamente, per far fronte all’emergenza.

Dopo questo enorme sforzo collettivo, e quando ormai tutte le attività produttive del Paese sono già state riavviate, la scuola ha bisogno di ricominciare in presenza perché senza scuola non c’è politica, non c’è giustizia, non c’è uguaglianza, non c’è crescita umana e nemmeno economica.
Per quanto il problema della ripartenza sia complesso, io penso che non ci potrà mai essere una soluzione ‘lluminosa’ se non ci si avrà il tempo di lavorare seriamente, insieme, con tempi distesi, guidati dalla luce di un faro rappresentato dalla scuola in presenza.

È sotto gli occhi di tutti come il nostro non sia un Paese che investe sulla sua scuola per investire sul proprio futuro-. Io però speravo, ingenuamente, che in un momento così delicato si sarebbero unite le forze per reperire le idee e le risorse necessarie per mettere la scuola, intesa come ‘organo costituzionale’, in grado di poter esercitare la propria funzione. Invece, le priorità di questa classe politica sono altre: basta guardare alle risorse promesse ad Alitalia e FCA e confrontarle con quelle destinate alla scuola per accorgersi subito della sproporzione a sfavore del nostro sistema educativo.

Inoltre, dopo mesi di ‘scuola dell’assenza’, ancora oggi – nonostante la Commissione Tecnico Scientifica presieduta dal Professor Patrizio Bianchi abbia concluso i suoi lavori un mese fa – il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina non ha ancora emanato le linee guida indispensabili per far ripartire le scuole in presenza e in sicurezza.
Le anticipazioni relative a questo documento destano molta preoccupazione. Non sono infatti previste risorse straordinarie, né investimenti strutturali, né personale aggiuntivo. Non c’è nessun impegno per garantire una riapertura in sicurezza. Si parla di “riduzione del tempo scuola”, di didattica a distanza, di formazione sulle nuove tecnologie… e non è un caso che siano in uscita proprio le linee guida per la didattica digitale integrata e per la sua valutazione. Si rischia lo stravolgimento della scuola della Costituzione.

Non è quello che i genitori si aspettano.
Non è quello che gli insegnanti chiedono..
Non è quello che serve al mondo della scuola.
Non è quello di cui il Paese ha bisogno.

In un momento in cui occorreva unire gli sforzi per mettere la scuola al centro dell’agenda politica, in cabina di regia stanno lavorando al risparmio e in maniera raffazzonata per indirizzare la scuola verso un settembre di didattica a distanza, di spezzatini organizzativi senza logica e criterio, di tempi ridotti e di spazi democratici ristretti.

Wake me up when september ends (“Svegliami quando settembre finirà”) dei Green Day, una canzone di tutt’altro genere musicale rispetto a quella citata nell’incipit, interpreta bene il modo di vivere dei molti che si aspettano che una soluzione, prima o poi, cadrà dal cielo. Mi spiace ma credo che la scuola di tutti debba essere progettata insieme. E credo che nessuno meglio di chi vive la scuola quotidianamente, possa occuparsene con cognizione di causa portando avanti i sogni e i bisogni collettivi.

Un’altra scuola è possibile rispetto a quella che sembra uscire dalle linee guida del Ministro ma, ora come mai, è necessario che i genitori, gli insegnanti, gli educatori, il personale amministrativo, i dirigenti, i cittadini uniscano le proprie forze per chiedere che i Comuni e le Province trovino spazi per tutte le scuole di ogni ordine e grado, per reclamare risorse straordinarie, per avere personale docente e Ata adeguato alle esigenze della scuola, per assumere i docenti precari, per ottenere degli investimenti strutturali per l’edilizia scolastica, per avere una corretta prevenzione sanitaria, per pretendere di essere informati, per poter partecipare al progetto di ripartenza e per scrivere insieme le pagine di questo nuovo patto di corresponsabilità educativa.

Per questo, anche a Ferrara si è costituito il Coordinamento  “Priorità alla scuola”: un movimento formato da cittadini, genitori, insegnanti, educatori, operatori della scuola, professionisti che, come in altre 70 città italiane, porterà in piazza queste rivendicazioni. Per Ferrara la manifestazione, quindi l’appuntamento per tutti coloro che vogliono la scuola al primo posto (#scuolafirst), è il 25 giugno, in piazza Savonarola, alle ore 18,00.
Dopo avergliele “cantate”scendendo in piazza, avremo più forza e forse dovranno ascoltarci. Anche a Ferrara chiederemo impegni precisi ad amministratori pubblici e dirigenti scolastici. C’è in ballo la nostra scuola pubblica, un Bene Comune, un bene prezioso che oggi è in pericolo. Siamo in tanti, e siamo disposti a rimboccarci le maniche: settembre è vicinissimo e non c’è un minuto da perdere.

Comunque la pensiate, buona partecipazione alla manifestazione e alle iniziative successive.
Qui la pagina facebook di Ferrara: https://www.facebook.com/PasFerrara/ 
Qui la pagina nazionale: https://www.facebook.com/prioritaallascuola/
Qui la mail per segnalare il proprio interesse alle iniziative future: prioritaallascuolaferrara@gmail.com

CARLO BONOMI, NUOVO BOSS DI CONFINDUSTRIA:
la vecchia, inutile ricetta neoliberista ai tempi del Coronavirus

Mentre è iniziata la cosiddetta fase 2 e il governo continua a prendere provvedimenti in una logica sostanzialmente emergenziale (prima il decreto marzo, ora il decreto maggio), vale la pena alzare un po’ lo sguardo e ragionare su come affrontare la crisi sanitaria, economica e sociale, che si preannuncia la più pesante dal secondo Dopoguerra, con un’ottica di medio termine. E’ necessario farlo, perché gran parte della politica continua a muoversi in una logica di breve periodo, quasi che avesse introiettato dall’economia il fatto di considerare i risultati entro quell’ambito ristretto.
Ancor più perché, se lasciata a stessa, la crisi è destinata a produrre disuguaglianze ancora più forti di quelle già inaccettabili presenti oggi e a peggiorare le condizioni della parte più debole e povera della società. Già ora se ne intravedono le avvisaglie e, purtroppo, anche le volontà: mi riferisco in particolare a Confindustria che, per bocca del suo presidente in pectore Carlo Bonomi, senza grande clamore, ma con una forte azione di lobbing, ha già stilato una “piattaforma” di interventi che vanno in quella direzione. Dal momento della sua designazione, che sarà definitivamente ufficializzata il 20 maggio, il capo degli industriali ha inanellato una serie di richieste che non solo sono corporative – la gran parte delle risorse vanno date alle imprese – ma che delineano un quadro decisamente regressivo e pericoloso.

PRIMA RICHIESTA: superamento, cioè eliminazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Attaccandosi al fatto che la ripresa produttiva necessita di forte flessibilità nel lavoro e nelle turnazioni, Bonomi rilancia un vecchio cavallo di battaglia padronale, chiede cioè che la contrattazione avvenga solo a livello delle singole aziende, dove si pensa che i rapporti di forza siano più favorevoli e che, comunque, pesino di più la differenza delle varie situazioni, sia per far accettare i ‘necessari sacrifici’ nelle situazioni di crisi, sia per premiare e costruire consenso e fedeltà alle filosofie aziendali, laddove l’andamento dell’impresa è positivo.
Siamo di fronte ad un attacco senza precedenti a quel che rimane del tessuto solidaristico del lavoro, già ampiamente slabbrato negli anni passati attraverso l’abrogazione di fatto della tutela dei licenziamenti individuali operata dai governi Monti e Renzi e l’estensione abnorme delle tipologie di lavoro precario, che diventerebbe così la forma ‘normale’ del lavoro.

SECONDA RICHIESTA: semplificazione delle procedure amministrative, contro la  ‘burocrazia imperante’. Il che tradotto, in termini concreti, significa di fatto annullare le certificazioni, rendere labili i controlli e lasciare mano libera alle imprese: pensiamo, ad esempio, a cosa vuol dire, in termini di appalti, sicurezza del lavoro e svolgimento delle grandi opere.

TERZA RICHIESTA, proprio fresca di questi ultimi giorni, che ha quasi dell’incredibile: abolizione dell’IRAP ( Imposta Regionale Attività Produttive) sulle imprese, la tassa che finanzia il sistema sanitario. Sì, avete capito bene, togliere risorse alla sanità, ma – non preoccupatevi – ci può essere una soluzione, quella suggerita dal presidente dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana) Giovanni Sabatini, che propone di utilizzare i fondi del MES, il Fondo europeo istituito da ultimo per le spese sanitarie, uno strumento peraltro troppo rischioso e ambiguo, anche dopo l’ultimo accordo in sede di Eurogruppo. Togliere dunque l’IRAP alle imprese e lasciare alla fine inalterato il finanziamento alla sanità. Proprio un bel capolavoro: una bella partita di giro tra utilizzo del MES e sgravi fiscali indiscriminati alle aziende, tra nuovo debito pubblico e risorse agli imprenditori.

Infine, ci sono i NO, pesanti come macigni: No alle nazionalizzazioni, però con la solita variante furbetta. Siccome si sa che lo Stato dovrà intervenire per sostenere aziende e settori in crisi (pensiamo solo al trasporto aereo, dove non solo non si sfugge all’intervento pubblico per Alitalia, e dove persino il rigido governo tedesco pensa ad un’iniezione di denaro pubblico in Lufthansa).  Per Bonomi deve essere ben chiaro che l’intervento di capitali pubblici è solo temporaneo, serve per risanare le situazioni compromesse, per poi ridare spazio agli investitori privati: un’ idea peraltro già sperimentata in passato, che si riassume nella socializzazione delle perdite e nella privatizzazione dei profitti.
L’altro NO è quello alla riduzione dell’orario di lavoro, anche se fosse interamente finanziato dallo Stato senza oneri per le imprese, una proposta timidamente suggerita da alcuni settori del governo (sollecitati in questo dal sindacato), per essere poi prontamente ritirata. La riduzione dell’orario di lavoro sarebbe stata una misura seria e sensata, soprattutto in previsione delle difficoltà occupazionali che già si vedono e che diventeranno ancora più robuste, ma che agli occhi di Confindustria appare come il famoso drappo rosso davanti al toro: parlare di riduzione d’orario è tabù, non si sa mai che poi qualcuno possa immaginare che un nuovo modello sociale e produttivo possa poggiare anche su una redistribuzione dell’orario di lavoro e magari anche sulla piena e buona occupazione.

Insomma, quello di Carlo Bonomi è un vero e proprio manifesto-proclama del neoliberismo ai tempi del Coronavirus. Non paghi dei disastri prodotti negli anni passati, quella della crisi iniziata con il 2008 ed esplosa nel nostro Paese nel 2011, di fronte alla quale gli alfieri del neoliberismo hanno ispirato pesanti politiche di austerità, con la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici, compresa la sanità, lo smantellamento dell’art. 18 e del diritto del lavoro, la controriforma della previdenza, ora ripropongono la stessa filosofia nelle nuova grande crisi. Facendo finta di non vedere che non può funzionare, perchè la centralità dell’impresa e l’autoregolazione del mercato non possono comprimere più di tanto le condizioni di vita e lavoro e la stessa rappresentanza imprenditoriale non può sottrarsi alle responsabilità di aver contribuito a portarci fin qui. Anche per quanto riguarda la pandemia, che non è semplicemente un fatto ‘naturale’, un tema epidemiologico e di salute, ma è anche un dato sociale a tutti gli effetti, che ha a che fare con le politiche di sfruttamento ambientale, di rottura degli equilibri nelle relazioni tra uomo, animali e natura, di organizzazione sociale e sanitaria in senso lato, tutte permeate da una logica di appropriazione privata e ricerca del profitto.

Allora, è evidente che bisogna prendere tutt’altra strada e bloccare queste intenzioni negative. Per farlo, però, serve un progetto alternativo e la consapevolezza che sarà necessario uno scontro forte, anche di carattere culturale,  nei confronti delle posizioni di Confindustria.
Sul progetto alternativo ho già avuto modo di scrivere anche su FerraraItalia [Qui]. Mi interessa solo richiamare i suoi assi di fondo: un grande Piano di Intervento e Investimento Pubblico diretto in settori fondamentali, a partire dalla sanità e dei beni comuni sociali e naturali per arrivare alla riconversione ecologica dell’economia e ad un intervento strategico sul riassetto e la messa in  sicurezza del territorio.Il tutto supportato dal reperimento di risorse in una logica di riduzione delle disuguaglianze e di equità fiscale e accompagnato da una significativa riduzione dell’orario di lavoro e dall’istituzione di un reddito minimo garantito.
Accanto a questo, anche alla luce delle posizioni assunte da Confindustria, occorre naturalmente una vasta mobilitazione, prima di tutto sociale, per affermare questa prospettiva. Anche perché continuiamo a vedere all’opera un governo fragile, diviso al suo interno, incapace di mettere in campo una visione strategica e prigioniero di una logica emergenziale, esposto agli stessi diktat di Confindustria.

Ho ben presente che quello della costruzione di una mobilitazione e di un’alternativa è un tema complicato, che molti si sentono scoraggiati e non vedono il bandolo della matassa da cui poter ripartire. Né mi sento di avere già la risposta confezionata in proposito, anche perché potrebbe non essere utile senza passare per una discussione collettiva.
Nello stesso tempo, penso che ci siano tante energie e realtà, sia a livello nazionale che territoriale, a partire dai movimenti e dalle organizzazioni sociali, che già si muovono in un’ottica di alternativa al Pensiero Unico e alle ricette neoliberiste. Forse  allora varrebbe la pena costruire un dibattito e una riflessione a più voci anche su questo punto decisivo. E perché non partire proprio dalla realtà di Ferrara e i suoi problemi?

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

LA RIFLESSIONE
Il razzismo che verrà

Il razzismo oggi si fonda essenzialmente sulla paura. Ad alimentarlo è, letteralmente, l’ignoranza. Perché ciò che non si conosce in genere spaventa. Lo straniero ci allarma, le sue convinzioni mettono in crisi le nostre certezze, la sua sola presenza genera insicurezza poiché l’alterità dell’universo di senso di cui egli è espressione viva, sovverte i nostri punti fermi. L’immigrato è rifiutato prima di tutto (anche se inconsapevolmente) in quanto portatore di valori e abitudini differenti dalle nostre, in senso generale di una cultura verso la quale tendenzialmente non si nutre curiosità ma solo diffidenza. Ed è considerato da molti esclusivamente come portatore di miseria e disperazione.
Nel razzismo attuale, lo squilibrio fra gli attori del conflitto vede noi occidentali come soggetto forte e l’immigrato-intruso come anello debole.

Il razzismo prossimo venturo verosimilmente non cancellerà la dinamica presente ma si sommerà ad esso su un binario parallelo e sarà generato dall’invidia. Resisterà la nostra intolleranza verso coloro che consideriamo ‘derelitti’, ma al contempo svilupperemo verso gli i ricchi stranieri la sindrome delle vittime.
Il mondo che a noi appare in crisi, come spiegano gli osservatori più attenti, in realtà è solo quello occidentale, non l’intero globo terrestre. Paesi come Cina, India, Brasile, Arabia Saudita, Sudafrica, un tempo considerati ‘terzo mondo’ e poi bonariamente elevati al rango di ‘emergenti’ sono ora le nuove locomotive dello sviluppo. Lì il Pil segna un trend costantemente positivo, spesso a doppia cifra.
Il gap un tempo a loro svantaggio si sta via via colmando e i piatti della bilancia si stanno ribaltando. Lo storico rapporto fra dominanti e dominati si capovolge. E i ricchi di ieri stanno precipitando in un ruolo subalterno. In un futuro prossimo, i nuovi ricchi avranno gli occhi a mandorla o la pelle olivastra.
Segnali significativi sono, ad esempio, le nostre aziende che via via cambiano padrone, come è di recente accaduto con Pirelli comperata dai cinesi o Alitalia acquistata dagli arabi. Persino le nostre più gloriose squadre di calcio cedono lo scettro a signori di altri continenti: hanno fatto clamore i casi di Inter e Milan, con i nuovi magnati che arrivano dall’Indonesia e dalla Cina.
In particolare i cinesi, un tempo derisi perché dediti nelle nostre città a commerci residuali, stanno oggi espandendo la loro influenza su molti segmenti dell’economia. E nelle città vediamo che il loro prodigarsi, anche a livello commerciale, si amplia progressivamente dalla ristorazione ai bar, a punti-vendita sempre più forniti di una gamma merceologica vasta e competitiva. Non sono più i poveri bottegai che l’immaginario collettivo ha per molti anni tratteggiato. E sono presenti nella finanza, come nell’edilizia.
Già ora in città simbolo quali Roma e Milano ci si imbatte sempre più di frequente in uomini d’affari che arrivano dal lontano oriente. Nel ribaltamento delle parti  il futuro ci riserverà una nuova modulazione del razzismo, originata dalla frustrazione: effetto di quella che molti fra noi vivranno come insostenibile sudditanza al cospetto dei nuovi padroni del mondo.

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