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La pace del signor G. di Luzzara che fermava la guerra con tre parole

 

“Il tema della pace riassume qualsiasi altro”
Cesare Zavattini

Valentina Fortichiari, profonda conoscitrice degli scritti di Cesare Zavattini, ha curato la “LA PACE Scritti di lotta contro la guerra”. La Festa dell’Unità di Bologna di domenica scorsa dedica un momento di dibattito al tema. Partecipo anch’io.

“Non è vero”: è il grido che, per Cesare Zavattini, ripudia la guerra. E ci riesce, secondo il realismo magico dei suoi racconti.
Così in Straparole: il 16 giugno 1940. In piazza Venezia. mentre il Duce annunciava la guerra. un certo G. lo interruppe gridando non è vero. Fu lui che impedì la guerra. Io gli ho parlato a lungo ed era un uomo di media cultura, sposato nel ’35, con un bambino di quattro anni; gli ruppero il setto nasale e strappato una manata di capelli che non gli sono più ricresciuti. Attualmente gestisce una fabbrichetta di sapone a Iseo”.

Il ripudio della guerra potrebbe aprire a una realtà migliore, come quella raccontata in  Totò il buono. Scritto per i figli e pubblicato nel ’43, ispira il film Miracolo a Milano.

Una realtà migliore appare possibile nel Dopoguerra. Sempre in Straparole: “La rivoluzione, 31 luglio 1945. Nel mio quartiere se passa un ricco i ragazzi scalzi gridano ri-vo-lu-zio-ne fingendosi col pestare i piedi pronti all’inseguimento”. Sempre non è vero è efficace nei confronti di una politica subito inadeguata: “Una volta contavo di fondare un’associazione di giovani che avrei allevato nel sospetto, anzi nell’incredulità; li avrei disseminati per i comizi, affinché interrompessero gli oratori gridando: non è vero”.

Buona idea, ma ci vuole altro. Lo sa Aldo Capitini che propone i Centri di Orientamento Sociale della nonmenzogna. Sono l’alternativa ai comizi. Ci si va per ascoltare e parlare. Non l’uno senza l’altro. E i temi vanno dalle patate agli ideali. Ci vogliono tutti. Zavattini è molto attento all’iniziativa.

Il tema della pace accomuna Aldo e Cesare. Questi, già nell’ottobre del ’51 pensa ai cinegiornali della pace e a un grande lavoro culturale profondo e diffuso. Nel 1955 a Helsinki ha il Premio del Consiglio mondiale della Pace con sede a Vienna.
Zavattini è già in contatto con Capitini. Interessante è il loro scambio epistolare e il reciproco dono, con dedica, delle loro pubblicazioni. Il 7 luglio 1950 Cesare scrive ad Aldo: “Ti appoggerò con tutte le mie forze”. Si intensificano i contatti nel ’61, anno della prima marcia Perugia-Assisi. Lo ritiene un messaggio da rendere permanente. Pensa a un Giornale della Pace, una rivista quindicinale, lito, di 64 pagine, da pubblicare con Mondadori, con direttore Aldo Capitini e qualificati collaboratori: De Benedetti, Vittorini, Quasimodo…
Capitini ne ha pronto il titolo: “Pace risponde”. Zavattini progetta pure un grande volume, “Problemi della pace”. Sono generosi propositi che non hanno attuazione.

Ne sentiamo l’eco sempre in Straparole: “Non bastano delle rondini come Bertrand Russell, il nostro Capitini e qualche altro per riscattare una generazione di intellettuali. Alcuni dei quali continuano a fare delle opere magari stupende e che contribuiscono ovviamente, in forme più o meno dirette, a prendere coscienza anche della pace come atto supremo e costante di responsabilità, però non affrontano il problema di petto. (…) Sarebbe un fatto importante e meraviglioso come il volo sulla Luna se per un anno intiero gli intellettuali non s’occupassero d’altro che di capire il problema della pace, di studiarlo, di farlo capire, di farlo studiare, di approntare delle specie di tavole sinottiche attraverso le quali si vedano le più segrete ramificazioni del problema, ramificazioni che raggiungono gli individui e la società nei momenti più impensati della loro esistenza”.

Aldo muore nel ’68. Il suo Attraverso due terzi del secolo può considerarsi il bilancio dei suoi esperimenti con la verità, secondo il detto di Gandhi.
Cesare muore nel 1989. Ha più tempo e fa più bilanci. Un bilancio non confortante è in La notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini. Nel “postscriptum più lungo dello scriptum” troviamo vari appunti. Il numero 6, ad esempio, comincia così: “Per tanti anni un intero popolo è stato stupido, salvo poche eccezioni di cui non facevo parte. La nostra tragedia è imperniata sulla stupidità, rivela la stupidità”. I trent’anni passati dalla Liberazione non ci hanno reso più consapevoli. Anzi! L’appunto 70 ribadisce in apertura “che il nostro paese è maturo non da oggi. Lo era dal 1945, per assumere una responsabilità politica di sinistra vera e propria. Le fasi e parentesi liriche, ‘repubblicane’, socialiste, socialdemocratiche, sono state bruciate da trent’anni di regime prevaricatore”.

“Stricarm’ in d’na parola” (Stringermi in una parola), è la miglior definizione di poesia che io conosca – raccoglie le sue poesie in dialetto. Ritroviamo il tema della pace e della guerra in vari punti.
È esorcizzata nell’attacco de “La guèra / La guèra l’an ghé mai stada! / Mé a l’o invantada! / Am suced quand a bev”.
Dire “abbasso” non basta e l’età lo rende difficile. “Cumplean / Abàs la guera abàs! / A siom d’acord da tanti an, abàs. / Ades ch’ié stanta, / s’al sbrai trop fort / am ve sö an po’ ad catar / e pensi a la me mort”.
C’è il ricordo delle manifestazioni: “Basta! / Invern e istà / a sa m’avdeva sempr’in di cortei / sota cartei cm’insema scret basta! / A intreciava i bras / cun om cun doni ad töt i età / sensa dmandarg’ al nom, / e andaum”.

Alla biennale di Venezia del 1982 presenta il suo unico film come attore, soggettista, sceneggiatore, regista La veritàaaa.
Consiglio di guardarlo fino ai titoli di coda. E anche quando i titoli di coda finiscono. Fino alla chiusa: Ma non ci sono dei manuali, dei libri per insegnare la Pace! C’è da…, c’è da scrivere meno… Anzi: da non scriverla! Scrivere meno e organizzare di più. E negli occhi! Imparando di generazione in generazione, con la pazienza della fede, proprio, i linguaggi, la logica!!, che è la vita stessa! Inventare la vita… E guardate che non c’entra la bontà. Guardate la bontà non c’entra! Bisogna cominciare dal feto, altrimenti la pace non ci sarà mai. In eterno!”

Lo stesso anno, l’ottantenne Cesare riceve l’Ordine dell’amicizia tra i popoli, conferito dal Soviet supremo dell’URSS. Due anni dopo, con apprezzamento bipartisan, Il premio Alcide de Gasperi.

Questo splendido articolo di Daniele Lugli è già apparso con altro titolo, ieri 12 settembre 2022, su Azione nonviolenta 

Una brutta campagna elettorale:
due tristezze e due proposte

 

Stiamo entrando in campagna elettorale, anzi, veramente ci siamo entrati almeno un anno fa. La tristezza di Beppe Sini, storico militante pacifista e nonviolento, è la nostra stessa tristezza. Dopo il tragicomico balletto per mettere insieme il patchwork delle liste, dopo la lotta al coltello per accaparrarsi  un collegio “sicuro”, ci aspettano 40 giorni di mirabolanti  promesse e schiaffi in faccia a destra e a manca. Tutti contro tutti, soprattutto in zona Centro e nella periferia di Sinistra. Tanto si sa, questa volta la Destra (quella vera) vincerà a mani basse. Si parlerà molto di rigassificatori. Non si dirà una parola sulla Ius soli e sui diritti civili degli stranieri in Italia. Berlusconi ha tirato fuori dal cassetto la flat tax. Giorgia Meloni si rivolge a noi, agli italiani, e ci chiama “patrioti”. La pace, tutti insieme, l’hanno sotterrata sotto il tappeto. Insomma, saranno elezioni molto brutte, e tutte da perdere. Un motivo in più per non starsene in silenzio.
La redazione di periscopio

di Beppe Sini
Responsabile del Centro di Ricerca per la Pace di Viterbo

Il 25 settembre si voterà per il rinnovo del Parlamento italiano. Ed ancora una volta saranno esclusi dal voto milioni di persone che in Italia vivono, lavorano, crescono i loro figli, fanno un gran bene al nostro paese.
Milioni di persone che continuano a subire nel nostro paese un regime di apartheid, una violenza razzista istituzionale che è strettamente connessa ed effettualmente complice della violenza razzista e schiavista e assassina dei poteri criminali e del regime dei predatori e della corruzione.

Cosa si attende ancora a riconoscere il diritto di voto a tutte le persone che in Italia vivono? Cosa si attende ancora a far cessare il regime della segregazione razzista nel nostro paese? Lo chiediamo dal secolo scorso: una persona, un voto.

Il 25 settembre si voterà per il rinnovo del Parlamento italiano. Ed anche i sassi sanno che la prima e più urgente iniziativa politica e legislativa è opporsi alla guerra, avviare il disarmo e la smilitarizzazione, passare dalla folle e sanguinaria “difesa” armata alla necessaria ed urgente ed unica ragionevole difesa popolare nonviolenta, iniziare una politica internazionale di pace con mezzi di pace che convochi l’umanità intera all’universale solidarietà per far cessare tutte le uccisioni e cooperare per la salvezza dell’intero mondo vivente.

Una politica internazionalista, una politica dell’umanità, una politica della salvezza comune di tutte e tutti. Il programma di Guenther Anders e di Ernesto Balducci [vedi su questo giornale un ricordo nel centenario della nascita], il programma di Rosa Luxemburg e di Simone Weil, il programma di Virginia Woolf e di Hannah Arendt, il programma di Primo Levi e di Aldo Capitini, il programma di Mohandas Gandhi e di Luce Fabbri.

Cosa si attende ancora a capire che il tempo è poco e la strage è in corso? Cosa si attende ancora a capire che è in pericolo l’esistenza dell’umanità intera? Solo la pace salva le vite, e salvare le vite è il primo dovere. Solo la nonviolenza costruisce la pace, libera tutte le oppresse e tutti gli oppressi, appronta gli strumenti e l’orizzonte di senso necessari alla salvezza comune di quest’unica umana famiglia e di quest’unico mondo vivente.

In questa grottesca, triste e trista campagna elettorale queste due indispensabili parole di verità, questi due prioritari impegni programmatici vorremmo sentire enunciati e sottoscritti da chi si candida a fare le leggi con l’impegno di contrastare il fascismo che torna, che in larga misura è già qui.

1. una persona, un voto
2. pace, disarmo, smilitarizzazione subito

Questo articolo  è uscito con altro titolo su pressenza del 10 agosto 2022.
In copertina: foto tratta da www.apiceuropa.com

L’ascolto come espressione della nonviolenza:
i diari di Tiziano Terzani

 

Un’idea di destino è una raccolta di scritti tratti dai diari degli ultimi vent’anni di Tiziano Terzani. È l’ultimo grande dono che la moglie, Angela Staude, ha voluto condividere. Invito a leggerlo e insieme a leggere e rileggere anche altro di Terzani.

Tiziano Terzani, Un’idea di destino : diari di una vita straordinaria, Longanesi, 2014

Qui abbiamo la possibilità di uno sguardo più intimo, che mette in moto pensiero e sentimento assieme. Siamo introdotti ai viaggi che Tiziano ha compiuto nei luoghi più pericolosi e sconosciuti del mondo e dell’anima. Un piccolo esercizio che Terzani ha proposto in un momento importante della vita sua e dei suoi cari: “Niente succede mai per caso. Se siamo qui deve esserci motivo. Vedere come ognuno di noi ha una ragione di esserci e rintracciare che cosa ci ha portato qui è un bellissimo esercizio di umiltà e d’ammirazione per quell’’Intelligenza’ che tiene assieme il mondo.” È un esercizio che si raccomanda anche a chi su quest’intelligenza mantiene forti dubbi.

Tiziano Terzani e Angela Staude
Tiziano Terzani e la moglie Angela Staude

 

“Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo”, ci ricorda Dietrich BonhoefferE ad ascoltare, vedere, sentire, interpretare, Terzani era bravissimo, dovendo poi riferire, secondo la prepotente vocazione che lo caratterizza. La sua è una straordinaria applicazione delle sette regole d’oro dell’arte di ascoltare (qui), ricordate da Marianella Sclavi:

1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.
2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.
3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.
4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi.
5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze.
6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.
7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé…

Monumento Aldo Capitini
Monumento Aldo Capitini

Aldo Capitinimi ha insegnato (è il motto dei suoi centri di orientamento sociale) che chi può parlare ascolta più profondamente e molto profondo è l’ascolto di Terzani che sente il dovere di riferire su quanto ha direttamente sperimentato.
Anche a noi è dovuto servizio di ascoltarci profondamente. Già ne L’ultimo giro di di giostra a questo particolare ascolto Terzani ci aveva introdotto. Il diario lo approfondisce ulteriormente. È un ascolto che accompagna nelle esplorazioni di paesi vasti e sconosciuti (a me totalmente Usa e India), in percorsi tra scienza e religione, salute e malattia, medicina e guarigione, tra mondo che sta fuori e mondo, non meno misterioso e decisivo, che sta dentro.

Ci passano davanti vent’anni, dai primi anni Ottanta ai primi del Duemila, nei quali molte speranze di una società migliore e più giusta sono ricomparse; magari in nuova veste, e assieme ricadute, dentro e fuori d’Italia. I diari si aprono con l’espulsione dalla Cina, un Paese molto amato da Terzani e ci accompagnano in Giappone, Thailandia, Birmania, Urss, Indocina, Asia centrale, India, Pakistan – e qualcosa ho di certo dimenticato – e anche negli Usa, per curarsi dal cancro, e passaggi in Italia, dove trascorrerà gli ultimi tempi. Gli stessi vent’anni terribili anche per chi non ha viaggiato. Già qui moriva la repubblica negli anni ‘70. Un poeta Mario Luzi se n’era accorto (in Al fuoco della controversia, Milano, Garzanti,1978).

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

È un’agonia che non sembra terminare mai, considerato anche la bassezza e volgarità che hanno caratterizzato la campagna elettorale appena conclusa. Nei diari si coglie proprio in un suo passaggio in Italia nel 2001 tutta l’indignazione e la tristezza per le condizioni in cui la democrazia e la convivenza sono precipitate nel nostro Paese e la tentazione di tornare ad occuparsi di politica; mentre è nel pieno di un suo percorso di ricerca spirituale sulle pendici dell’Himalaya, non più Tiziano Terzani, ma Anam, il Senza nome. Ancora una volta è completamente immerso nella sua esperienza come quando, “cinese”, si chiama Deng Tiannuo. È una tentazione alla quale fortunatamente non resiste regalandoci le Lettere contro la guerra, preziose nel momento in cui non solo Oriana Fallaci con La rabbia e l’orgoglio (titolo più appropriato sarebbe stato L’odio e il rancore) ma molti intellettuali sostengono e incoraggiano, dentro e fuori d’Italia, la vendetta americana nella disastrosa guerra afghana dopo l’11 settembre. Sono lettere ancora e sempre basate sulla presenza nei luoghi, nonostante il disagio, la malattia, i pericoli. Dello svilupparsi dell’estremismo islamico e delle responsabilità nell’alimentarlo in ogni modo da chi ora ne vuole l’annientamento, e invece lo rafforza, aveva da anni documentato l’ascesa.

Oriana Fallaci
Oriana Fallaci

Perché Terzani è uno straordinario giornalista, penetrante, documentato, sincero. Questo gli ha permesso di divenire un “permanentista”, secondo l’invito che l’orientalista Giuseppe Tucci gli aveva rivolto. I suoi primi articoli o rapporti mostrano le sue doti veramente straordinarie e precedono il mestiere di giornalista iniziato nel ’70 ne Il giorno di Italo Pietra e Giorgio Bocca (niente a che vedere con il giornale che di quell’esperienza ha mantenuto solo il titolo).
Ho ritrovato i suoi articoli su l’Astrolabio, la modesta, straordinaria pubblicazione, diretta da Ferruccio Parri, nata quindicinale il 25 marzo 1963, già settimanale quando Terzani comincia a scriverci nel ’66 e tornato quindicinale quando Terzani smette alla fine del ’70. Spesso i suoi pezzi ne ispirano le copertine, a partire dal primo Rapporto dal Sud Africa: Natale negro del 25 dicembre 1966. Ricordo bene l’attesa e il piacere della lettura dei suoi articoli, una lettura proseguita poi sul Giorno e quindi su Repubblica e l’Espresso, non ahimè sul Corriere. Ho ritrovato su Astrolabio anche due articoli di Alberto Angela del 1969 e mi rammarico di non avere mai letto suoi libri. Vedrò di colmare questa lacuna.

Se il periodo de l’Astrolabio è quello delle idee belle e chiare, che permettono di capire i problemi e di individuarne le soluzioni, gli anni dei diari sono quelli della disillusione a partire dalla Cina, che si rivela non il paradiso che lo studente Terzani aveva creduto (e con lui molti altri) ma l’inferno per i lavoratori e per la grande maggioranza dei cinesi, mentre lo slogan Servire il popolo si trasforma in Arricchirsi è glorioso. Così la tragedia della Cambogia e i deludenti esiti della guerra di liberazione del Vietnam, la situazione degli altri Paesi orientali molto amati e frequentati da Terzani non sono certo incoraggianti. Un Terzani che preferisce Mao a Gandhi al termine del suo percorso ha mutato pensiero, con la capacità di dirlo in modo netto e senza che questo tolga valore alle cose dette e scritte prima, che mantengono le positive caratteristiche di cui si è detto. Rilette ci dicono di possibilità diverse che non hanno avuto sviluppo, introducono a osservazioni più approfondite, sono esperimenti con la verità, secondo la bella espressione gandhiana, utili a spezzare pregiudizi, compito più difficile che spezzare l’atomo, ammonisce Einstein. Qualche disillusione avrebbe (avremmo) potuto risparmiarcela considerando che “Un fine che ha bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto”. Non è Gandhi, è Marx, citato da Camus.

Mahatma Gandhi
Mahatma Gandhi

Il giornalista Terzani si volge al saggio, al piacere del racconto, a una scrittura, che meglio renda l’incerto mondo intravvisto al di là delle apparenze, pur tra ciarlatani, truffe e pure superstizioni, come in Un indovino mi disse. Proprio a conclusione di quel libro sta l’incontro con John Coleman, il meditatore della Cia, maestro di vipassana che gli consegna qualcosa di più di una tecnica (posso confermare che al termine di una seduta ben condotta la lettura della Lettera ai Corinti è particolarmente bella). La meditazione, in varie forme, lo accompagnerà nell’incontro con la malattia implacabile, occasione di svolta radicale di cui riferisce ne L’ultimo giro di giostra. Con Lettere contro la guerra sono questi i libri che aggiungono a La porta proibita, In Asia e Buonanotte signor Lenin, tutti realizzati nel periodo coperto dai diari.

Dalla lettura a me sono giunte diverse suggestioni, anche molto personali, sulla malattia, la vecchiaia, nei rapporti, e nella loro difficoltà, con le persone più care. La sua ricerca spirituale, la sua visione mi ha ricordato Capitini e la compresenza, termine che ha sostituito il Dio senza nome di primi scritti: “Ho insistito per decenni ad imparare e a dire che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza.” Non mi pare di aver trovato traccia di contatti, come invece per Balducci, La Pira, Spini, Ceronetti, a vario titolo in rapporto con Capitini. Né so se abbia avuto contatti con un altro “viaggiatore leggero” Alex Langer, (leggi anche qui) con il quale pure riscontro affinità, stremato fino a morirne dallo scavalcare muri e fossati, che dividono i popoli, dal costruire ponti e rapporti, contatti rispettosi delle differenze. Così mi pare Tiziano Terzani, cinese e poi indiano, ma sempre e più profondamente “fiorentino, un po’ italiano, europeo”, di un’Europa che sappia accogliere culture diverse, nella convivenza pacifica, accogliendone anche i portatori.
L’esperienza profonda dell’Advaita, della Nonseparazione, non lo ha reso indifferente alle sorti dei suoi simili; se mai lo ha reso più sensibile alla “orribile meraviglia che è la nostra razza: l’umanità”.

Alex Langer
Alex Langer

L’esercizio che ho proposto all’inizio è l’avvio dei suoi appunti per il discorso del matrimonio della figlia (l’ultimo in pubblico, nel 17 gennaio del 2004). Più avanti leggiamo: “Mai il mondo si è trovato dinanzi a scelte più drammatiche. Noi, gli umani, siamo in mezzo a una fase di grande decivilizzazione. In nome della civiltà il mondo occidentale, guidato da una superpotenza che non ha ancor imparato la lezione della Storia – che tutte le superpotenze sono transitorie, impermanenti, effimere come ogni altra cosa -, sta distruggendo la pace raggiunta attraverso un incivilimento che era stato lungamente meditato e per il quale si era combattuto. Nel giro di un anno si è visto questo smantellamento, questo disfacimento delle Nazioni Unite con la crisi irachena, dell’Europa, della sua costituzione, del piano di pace per il Medio oriente, del Trattato di non proliferazione nucleare, nonché la rinuncia ai trattati che già erano stati firmati, come quello di Kyoto per la protezione dell’ambiente. In un mondo così instabile occorre che le sue componenti fondamentali siano salde.

L’umanità aveva lavorato con enormi difficoltà, dopo le due più catastrofiche guerre del secolo scorso, per rendere illegale la guerra, e trovare altri modi di risolvere i conflitti internazionali, al punto che molti Stati hanno incluso questo principio nelle loro costituzioni. Oggi la guerra è tornata ad essere un fatto accettato. La guerra non è più un tabù non soltanto per coloro che hanno deciso di romperlo, ma – fatto ancora più inquietante – per i tanti cosiddetti intellettuali, diventati lacchè dei potenti, che provano gusto a lodare la guerra; o per quelli che si servono della guerra e in nome del realismo godono della sconfitta di quelli che continuano a credere nella possibilità della pace. Per loro il pacifismo è una degenerazione dell’uomo, di cui dicono che è bellicoso per sua natura, che sempre è stato e sempre sarà violento. Ma vi prego, vi prego, riflettete su tutto ciò e rendetevi conto che non c’è futuro nella violenza. Vi esorto a educare i vostri figli alla nonviolenza, a educarli al rispetto alla vita, a tutta la vita…”

Sì la nonviolenza: apertura al vivente, alla sua esistenza, alla sua libertà, al suo sviluppo. La nonviolenza è il punto di applicazione più profondo per il sovvertimento di una realtà inadeguata. Così a Verona un mese fa nel giorno della Liberazione abbiamo detto che oggi Resistenza è Nonviolenza, Liberazione è Disarmo. Non saremmo dispiaciuti a Terzani, purché poi ci comportassimo coerentemente.

Questo articolo è già apparso su ferraraitalia con altro titolo il 28 maggio 2014

Rapporto sul Pianeta prima … durante… e dopo il Covid:
la decrescita della democrazia

 

Joe Biden ha tenuto il Summit delle Democrazie via web. 110 i paesi invitati [Vedi qui]. Secondo il Democracy Index di The Economist (Indicatore di Democrazia) i paesi con democrazia perfetta sono 22 (il 5,7% della popolazione mondiale); aggiungendo quelli che raggiungono la sufficienza sono una settantina.
Non è un indice troppo esigente: l’Italia ha 7,74, otto meno si sarebbe detto ai miei tempi. In anni scorsi ha sfiorato l’otto pieno: 7,98.

Secondo il rapporto di Freedom House 2021 [Qui] – qui l’Italia ha un punteggio di 90 su 100 – 77 Paesi invitati sono democratici, gli altri tra il poco e il per niente. Biden lo sa: “Le democrazie non sono tutte uguali. Non siamo d’accordo su tutto, noi tutti presenti a questo incontro di oggi. Ma le scelte che faremo insieme definiranno, a mio avviso, il corso del nostro futuro condiviso per le generazioni a venire”.
Si è ammessi al summit, a prescindere dal regime, per l’atteggiamento nei confronti dei Paesi nemici, Cina e Russia in primo luogo. Così sono ammessi Paesi lontanissimi dalla sufficienza e contrassegnati come autoritari. Così l’Ungheria non è invitata e la Polonia sì, pur essendo entrambi Paesi democratici, con licenza parlando.

Dice Biden: “Ho pensato a questo incontro per molto tempo per un motivo semplice: di fronte a sfide sostanziali e allarmanti alla democrazia e ai diritti umani universali, in tutto il mondo la democrazia ha bisogno di leader che la supportino”. La democrazia è un’azione, non uno stato, di fronte a sfide preoccupanti. Occorre rinnovare e rafforzare le istituzioni democratiche. Per farlo si combatte la corruzione, si difendono la libertà dei media e i diritti umani. Si agisce contro gli autoritarismi.

Restare fermi non è un’opzione. Freedom House riporta che il 2020 è stato il quindicesimo anno consecutivo di diminuzione della libertà a livello globale. È dovuto alle pressioni dei regimi autocratici, che espandono influenza in tutto il mondo, giustificando repressioni come efficienza. Alimentano nel mondo la diffidenza verso i governi democratici, incapaci di soddisfare i bisogni dei cittadini. Questo più o meno sostiene Biden.

Anche la Cina promuove un incontro virtuale: “International Democracy Forum” contro il “World Democracy Summit” americano.
I frutti sono un libro bianco, “Cina: la democrazia che funziona”, il pamphlet “Lo stato della democrazia negli Stati Uniti” e la congiunta dichiarazione russo cinese, che qualifica il summit di impostazione statunitense come antidemocratica espressione di una mentalità da guerra fredda. Dall’altra parte, l’informazione indipendente è fondamentale per la democrazia – sottolinea Biden – da ciò un piano di 424,4 milioni di dollari per la trasparenza e la responsabilità di chi governa.

Il nostro Presidente del Consiglio ha risposto per l’Italia, e un po’ pure per l’UE, sottolineando la buona prova nel fare fronte alla pandemia, una sfida alle democrazie. Si sono bilanciate libertà individuali e misure di sicurezza, si è garantita prosperità pur in un momento di forte recessione. La pandemia induce ad affrontare disuguaglianze di vecchia data, migliorare la sostenibilità, favorire l’innovazione. Si risponde ai bisogni dei cittadini, nella difesa dei valori universali. Occorre rafforzare e tutelare i diritti umani, soprattutto a favore dei più vulnerabili, favorendo ulteriormente l’uguaglianza di genere e l’inclusione sociale, combattendo tutte le forme di intolleranza e discriminazione, comprese quelle fondate sull’orientamento sessuale. Con le riforme in corso dimostriamo la capacità delle democrazie di pianificare in anticipo, di agire rapidamente, di apportare significativi cambiamenti.
La mia capacità di osservazione è scadente. Mi sembrano intenzioni più che realtà in atto. Di questo virtuoso processo non mi sono molto accorto.

Da dove vengono dunque le minacce alla democrazia?
Da fuori
, dai regimi autoritari e dal loro attacco prevalentemente. C’è il riconoscimento dei difetti delle democrazie, che vanno difese rinnovandole. Perché l’attacco viene anche dall’interno. Biden è presidente per un golpe sventato.

Tendenze autoritarie sono evidenti nei paesi europei.
Giuliano Pontara, amico della nonviolenza (e mio), che pure misura le parole per scelta e abito professionale, da anni scrive di tendenze naziste riassumibili in queste concezioni: Mondo, teatro di una spietata lotta per la supremazia; Diritto assoluto del più forte – Politica libera da ogni vincolo morale – Suprematismo – Disprezzo per il debole – Violenza glorificata – Obbedienza assoluta – Dogmatismo fanatico.

Ma le nostre democrazie costituzionali sono erose anche più dall’interno dall’affermarsi dell’ideologia e dalla forza del neoliberalismo. La prevalenza del privato sul pubblico, la centralità del mercato sono decisive.
Il mercato attribuisce il giusto valore e cose e persone, a principi e valori. Tutto è oggetto di negoziazione. L’Uguaglianza consiste nel fatto che al mercato tutti possono partecipare, La Libertà nella scelta che ciascuno esercita secondo le proprie possibilità. Diseguaglianze anche abissali fanno bene al mercato. Al più un occhio di riguardo può esserci per i più vulnerabili, secondo la sensibilità che ci è data. La Fraternità suppongo sia oggi questo. Il diritto, i diritti – umani, politici, civili, sociali – sono ridotti e riplasmati.

Faccio una sola osservazione.
Non si parla di guerra, come se la cosa non avesse a che fare con la democrazia. Come se la guerra non ne fosse la negazione e assieme la negazione del diritto e dei diritti.
“Meno spese militari, collaboriamo per evitare guerre” è l’appello rivolto ai Paesi, a partire dalle residue democrazie. Lo chiedono cinquanta premi Nobel: un grande «dividendo globale per la pace» per affrontare i gravi problemi dell’umanità: pandemie, riscaldamento globale, povertà estrema.

Biden cita due volte l’amico John Lewis, ispirato a Gandhi e Mandela, e il suo detto in punto di morte: “La democrazia non è uno stato, è un atto”. Un atto di pace avrebbe dovuto aggiungere, come l’intende Lewis, uno dei Big Six della Marcia su Washington, militante di War Resisters’ International. È persuaso perciò che “La guerra è il più grande crimine contro l’umanità. Sono quindi deciso a non supportare qualsiasi tipo di guerra, e ad adoperarmi per la rimozione di tutte le cause di guerra”.

Lo vedo a Roma, nell’aprile del ’66, per la triennale della WRI, allora per me è solo uno studente nero del comitato nonviolento americano. Aldo Capitini ci dice che “Il rifiuto della guerra è la condizione preliminare per un nuovo orientamento”. Dice pure: “Nella società di oggi c’è un continuo conflitto fra l’uguaglianza di diritto per tutti e le differenze di fatto; ma l’uguaglianza procede sempre”. Vorrei avere il suo ottimismo.

Joyce ed Emilio Lussu: storia di un’amore e di una passione civile

 

Sento a Radio 3 l’invito a leggere o rileggere “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu.
L’ho letto e riletto in passato. Lo farei anche ora, ma dispero di ritrovarne una copia tra i miei libri. C’è di sicuro, ma dove? Lo ricomprerò. Il consiglio è buono. Alla radio hanno letto questo.
Il libro lo ricordo abbastanza. Lussu testimonia, in pagine di felice scrittura, l’irresistibile avanzata del fascismo nel decennio 1919-1929. Irresistibile anche perché chi doveva e poteva non ha resistito. Una sinistra litigiosa e miope è incapace nel primo dopoguerra di difendere lo stato di diritto, come nel secondo di costruire una democrazia migliore. Neppure oggi direi.

Nel dopoguerra Aldo Capitini, di fronte alle fratture e alle scissioni della sinistra, propone un piano sociale nel quale tutte le forze progressiste possano impegnarsi e ritrovare motivi di collaborazione. Ne scrive anche a Lussu.
Gli risponde la moglie Joyce: “28.2.47, Roma. Caro Capitini, Emilio è partito per la Sardegna e mi ha pregato di risponderti. Tutto quello che dici è giusto e sacrosanto ma le difficoltà cominciano dal primo accenno di tentativo di attuazione pratica. Come si fa a organizzare un comitato per il piano socialista, in cui entrino PSLI, PCI PSI e gli altri vari starnuti socialisti compreso il nostro, se tra nenniani e saragattiani esiste una così corrosiva acidità, che non è nemmeno possibile farli parlare tra loro? I blocchi che comprendano tutte le sinistre sono diventati un sogno ben difficile a realizzare dopo il congresso socialista. Vedi che in Sicilia ci siamo bloccati col PSI e il PCI, ma il PSLI e il PRI hanno recisamente rifiutato di aderire e si presentano per loro conto. Qui a Roma, per le prossime amministrative, situazione ancora peggiore: nessuno ci vuole e nessuno si mette d’accordo. In Calabria, dove sono andata a fare un giro per il partito, i comunisti mi hanno accolta in un paese al grido di <<Morte a Saragat venduto e fascista>>, chissà poi perché, dato che non ho mai nominato né Saragat né il PSLI. E purtroppo queste sono le direttive dal centro. Parrebbe più facile, ora, fare un blocco interno anarchico repubblicano che non un blocco delle sinistre. È una cosa spaventosamente triste, e certo noi continueremo a lavorare con tutte le nostre forze per l’unità socialista, ma con quali mezzi ci sarà dato incidere in questo senso non si vede ancora. Si cerca, si cerca, e si pensa con un senso di penosa ansietà alle prossime elezioni. Il 31 marzo c’è il congresso del PdA. Perché non vieni anche tu? Molto cordialmente, Joyce Lussu”.
Quel Congresso segna la fine del Partito d’Azione.

Qualcosa di Emilio Lussu ho scritto. Nulla dirò di Joyce Lussu, straordinaria per mille ragioni, non solo per il suo sostegno ai percorsi di liberazione degli oppressi, per il suo lavoro di scrittrice e traduttrice di fama mondiale, per il suo sapere coniugare bellezza e lotta concreta, efficace.
Emilio le dice di rispondere ad Aldo, sicuro che, anche in questo caso, lo farà come lo farebbe lui, se non meglio. Dirò dunque qualcosa solo del loro rapporto. Una biografia e bibliografia ragionata [Qui].

1932: Joyce, ventenne, è a Ponza dal fratello Max Salvadori, lì confinato. Molto, anche di lui, ci sarebbe da dire. Le consegna un piano per fuggire da consegnare a Emilio Lussu, già evaso da Lipari. Quasi una leggenda per Joyce. L’anno dopo a Ginevra lo incontra, ricercato dall’OVRA vive clandestino. Ha 22 anni più di lei.
È un colpo di fulmine senza seguito. Un rivoluzionario impegnato nella lotta non può permettersi impegni sentimentali. Sempre a Ginevra, 5 anni dopo, i due si ritrovano. Giunge pure Benedetto Croce, che curerà la stampa delle poesie della “signorina Salvadori”.

L’anno dopo Joyce ed Emilio sono a Parigi, clandestini, in un albergo per studenti. All’inizio del ’40 si considerano sposati, testimoni i compagni Emanuele Modigliani e Silvio Trentin. Già il 14 giugno, all’entrata dei tedeschi, lasciano Parigi. Sono ospitati a Tolosa da Silvio Trentin, A Marsiglia, con particolare impegno di Joyce, producono documenti falsi e organizzano partenze per i ricercati: Lisbona e poi Africa.

Nel giugno del ’41 vanno a Lisbona con documenti polacchi. Joyce, o meglio Anna Laskowska, aristocratica, conoscitrice di lingue, supera ogni difficoltà burocratica. A Lisbona sono francesi e organizzano una vasta rete con diversi fuorusciti.

Nel gennaio del ’42, con regolari passaporti inglesi, come coniugi Grienspan, sono a Londra per trattare di un piano insurrezionale che dovrebbe partire dalla Sardegna, propiziando la caduta del regime.
Sempre a tale scopo Emilio compie due viaggi, negli Stati Uniti e a Malta.
Intanto Joyce è addestrata all’uso della radiotrasmittente, dell’alfabeto Morse, di codici, cifrari, inchiostri simpatici, veleni e armi.
Il piano proposto non procede.
I due vengono riportati con un aereo militare a Gibilterra. Rientrano, ora coniugi Dupont, a Marsiglia, di nuovo falsari a favore dei profughi.

L’occupazione dell’intera Francia li induce a tentare il rientro in Italia attraverso la Svizzera. Sono intercettati. La perfetta conoscenza di Joyce, sia del tedesco che del francese, li salva. A Lione, ospiti di un giellista toscano detto Mostaccino, collaborano con la resistenza francese.
È Joyce, ora Marie Therese Chevalley a portare a buon fine, con documenti falsi da lei preparati, il passaggio in Svizzera del vecchio Emanuele Modigliani e della moglie Vera, ricercati dalla Gestapo.
Sempre a Lione, nella casa di Mostaccino, si incontrano, primavera ed estate del ’43, Amendola e Dozza per i Comunisti, Saragat per i Socialisti, Bedei per i Repubblicani, Lussu per Giustizia e Libertà; “Un comitato d’azione per la lotta unitaria del popolo italiano contro il nazifascismo e la guerra”.
Joyce rientra in Italia già a fine luglio, con passaporto regolare ottenuto dal consolato a Nizza. Emilio il 13 agosto. A Roma, occupata dai tedeschi, i due sono i coniugi Raimondi.

Da Emilio a Joyce

Il 5 e 6 settembre sono a Firenze, al primo Congresso del Partito d’Azione, nel quale confluisce Giustizia e Libertà.
Il 20 settembre Joyce oltrepassa a piedi il fronte, per conto del CLN. Le diffidenze nei suoi confronti sono vinte dall’arrivo del fratello Max, ufficiale della Special Force britannica,
Joyce manda per radio ai compagni del C.L.N. il primo messaggio dall’Italia liberata all’Italia occupata dai tedeschi. Incontra Benedetto Croce, ministro del Governo del Sud, per esporgli il punto di vista del CLN. Concorda, con l’aiuto del fratello, il primo lancio di armi ai partigiani. Ritorna a Roma, nonostante gli amici la sconsiglino, anche perché incinta.
Il 4 giugno 1944 gli alleati entrano in Roma. Due giorni dopo, Joyce ed Emilio si sposano civilmente per riconoscere il figlio in arrivo.

Emilio è nel ’45 Ministro nel breve Governo Parri ed eletto nel ’46 alla Costituente. Pure Joyce si è candidata sempre per il Partito d’Azione senza essere eletta. Nel 1947, allo scioglimento del partito, i Lussu entrano in quello socialista. Ne escono per fondare il Psiup nel 1964. Grande è l’impegno di Joyce in quegli anni, soprattutto in campo internazionale.
È il 1975 e Joyce annota: “Emilio morì ai primi di marzo, senza vedere l’inizio della primavera”. Muore il 4 novembre 1998. Le sue ceneri, con quelle di Emilio, sono al Cimitero degli Inglesi a Roma.

Qualche suo verso per finire con un auspicio.

Noi tutti così diversi,
noi tutti così uguali, possiamo forse aiutare a crescere
arbusti cespugli e boccioli
sparsi qua e là,
un giorno o l’altro ci daranno
fiori e frutti
per tutti
di mille forme e di mille colori.
Li raccoglieremo con grandi feste
In mazzi e ceste,
li appenderemo nei recinti
di etnie e di nazionalismi
artificiali
al posto delle armi micidiali
così care ai militari,
al posto di fasci di tratte e di cambiali,
così care agli usurai,
al posto di veleni globalizzati
che ci vendono ai supermercati
sostituendo alle chiusure
cancelli senza serrature. 

Nota: Questo articolo, con altro titolo, è uscito il 25 ottobre sull’edizione online di Azione nonviolenta

UN ALTRO ANTROPOCENE
“Non coglierai i fiori. Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo.”

Le epoche geologiche non durano più come una volta. Credevamo di stare nell’Olocene (ὅλος καινός: assolutamente recente), cominciata poco più di 11 mila anni. Un’inezia in geologia.
Invece negli ultimi secoli, decenni, anni, mesi giorni, ore abbiamo fatto il disastro e ci siamo intestati l’epoca: Antropocene.

Consumiamo tutto quanto, vivente e no, e produciamo oggetti a un ritmo crescente. Già ora la Terra è artificiale. La natura è residuale. Ci sono più manufatti artificiali che esseri viventi. Pesano già di più. Solo la plastica (8 miliardi di tonnellate) pesa il doppio di tutti gli animali presi assieme. A una diversa Epoca umana, a un’altra Antropocene pensava Aldo Capitini. Qualche citazione come puro invito alla lettura.

Fin dai suoi primi scritti Capitini si pone il tema della relazione uomo-natura e il compito di migliorarla. Elementi di un’esperienza religiosa, 1937: “La concezione per cui tutto si collega, il cadere di un fiume, un’officina elettrica, un treno che corre, una catasta di legname, e la natura unita alla tecnica è tutta una sola cosa, un perenne lavoro, si integra e si eleva nella concezione che ogni affermazione è lavoro, è esprimersi, è personalizzarsi: attraverso l’affermazione, attraverso l’espressione, l’atto nobilita tutti”.

Alla base è il rispetto nonviolentoAtti della presenza aperta, 1943: “E non coglierai i fiori. Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo. Mostrerai che tu non sei figlio del torrente che scava, usurpa e fugge”. Così pure l’umanizzazione, storicizzazione della natura. Prime idee di orientamento,1944: “Del resto guardate quello che avviene nel modo di concepire la natura. La natura noi la umanizziamo, la tiriamo dentro la storia. Nella più autentica tradizione europea il sentimento della natura non prende una forma tumultuosa e oltreumana: la giungla, il polo, il deserto ci sembrano meno armonici”.
Lo scrupolo nonviolento si può spingere oltre. Il problema religioso attuale, 1948; “Per il carbone fossile stare nell’interno della terra o muovere una locomotiva può essere indifferente, come per la pietra che sta nel monte, in un monumento o come polvere sulle strade. Può darsi che un giorno il nostro occhio scopra altro e diventi possibile ridurre il campo delle cose, stabilendo con alcune di esse un rapporto di collaborazione meno imperioso e meno antropocentrico…”.

Non che la natura sia in sé buonaColloquio corale, 1955: “Dilagarono le inondazioni, ed io ho portato nel mio intimo i bimbi travolti”. Va trasformata dunque, resa migliore. Religione aperta, 1955: “la realtà dei fatti, dove il pesce grande mangia il pesce piccolo, dove pare che la morte chiuda l’essere, e dove il peccato chiude la persona, non merita di crescere eterna, anzi mi apro a che si trasformi. Che ceda, e renda possibile quella prima e vera e autentica realtà di tutti”.

È compito delle donne e degli uomini persuasi della nonviolenza. Rivoluzione aperta,1956: “Trasformiamo i nostri animi usando mezzi nonviolenti verso tutti; e questo amore e sacrificio ci dà la garanzia che ciò che non potremo cambiare noi con le nostre forze umane, sarà cambiato dal futuro, dall’infinito, dalla natura dalla storia, da Dio (secondo le varie fedi: qui non importa; ciò che conta è questa apertura oltre le nostre forze attuali, in nome dell’amorevolezza per tutti, della rettitudine, della purezza nei valori di cui la coscienza si alimenta). Noi vogliamo, dunque, una trasformazione totale del potere, dell’economia, della natura…”.
L’aiuto invocato, necessario e decisivo viene dalla “compresenza”. La compresenza dei morti e dei viventi, 1966: “così possiamo tracciare qualche schema per l’aggiunta di una realtà liberata, e lo schema che tracciamo è quello di una realtà in cui ogni singolo essere sia un centro autoproduttore in eterno, un’unità che crea una sua realtà adeguata, al posto di una natura unitaria ed esterna, che uccide i singoli e impedisce ai vivi di vedere i morti nel loro far parte della compresenza. Questa natura se ne andrà come una nebbia al sole, anzi facendosi notare anche meno”.

In Omnicrazia: il potere di tutti, 1968, Capitini indica come la nonviolenza possa giungere a liberare dai condizionamenti nei quali viviamo. “L’individuo si trova in gruppi di condizionamenti, che per semplificazione abbiamo ridotto a tre: lo Stato, l’Impresa, la Natura. Egli si sente individuo che lotta là dentro, per migliorare la sua condizione: per esser cittadino con certi diritti garantiti; per essere lavoratore non sfruttato dai proprietari dell’impresa; per mantenere la propria vitalità: tre sforzi continui, che durano finché riescono… Secondo una mentalità, che si è formata nel passato, più difficile si presenta il piano di investire con un’aggiunta la terza ‘istituzione’, il mondo della Natura con i suoi condizionamenti. Qui il compito di agire è affidato al lavoro dell’uomo in generale che trasforma e adegua all’umanità la Natura, e, in particolare e in modo eminente, a persone che impediscono i mali che essa potrebbe produrre nell’individuo, con il suo funzionamento”

L’aggiunta di gran lunga più difficile è dunque quella nei confronti della Natura, non poi così labile come nebbia al sole. “Quella contrapposizione assoluta tra le due posizioni, della compresenza come salvezza degl’individui e della Natura come distruzione degl’individui (che essa produce, secondo il detto leopardiano: «madre in parto ed in voler matrigna»), si attenua se viene visto nella compresenza un dinamismo, alla cui punta estrema sta la trasformazione della Natura ‘secondo la compresenza’. Ciò che si può fare attualmente è anzitutto mantenere questa apertura, e riaffermare sempre la scelta della compresenza come superiore alla Natura, il valore dell’apertura agli esseri di contro al fatto che il pesce grande mangi il pesce piccolo. La persuasione della nonviolenza si rifiuta di accettare come insuperabile l’ordine della Natura, nel quale la vita dell’uno risulti dalla morte dell’altro, e sconnette quest’ordine imprimendo un moto verso un altro ordine, e cercando senza tregua nella Natura stessa esseri individui, da vedere collegati nel nesso della compresenza, allargando questa agli esseri detti ‘subumani’, portando l’amore e il rispetto della vita il più possibile nel profondo della stessa Natura, come esempio, orientamento e speranza che lo spazio e il tempo nulla tolgano al rapporto con ogni essere, che la malattia, la morte, la separazione, siano vinte dall’unità e interdipendenza di tutti”.

Anche a chi non condivide la “persuasione” di Aldo, quindi anche a me, propongo la lettura di Finitudine di Telmo Pievani. La debbo alla segnalazione di Marianella Sclavi. C’è un punto da ricordare, assieme a molti altri. “Anche se ognuno di noi finirà, anche se la vita finirà, anche se la Terra finirà, anche se le galassie si raffredderanno, anche se l’universo in un gran botto finirà, anche se tutto cadrà in una notte perpetua, nulla potrà cancellare il fatto che, in un angolo marginale del cosmo, è esistita una specie in grado di comprendere la propria finitudine e di sentirsi libera di sfidarla”. Io sono lieto di avere conosciuto la mite, peculiare, irriducibile sfida e aggiunta di Aldo Capitini.

Questo articolo è recentemente apparso sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

Dove soffia lo Spirito del mondo

Magari non lo chiameremmo così, ma di qualcosa che ci dica che la nostra vita, e quella di tutti, ha un senso sentiamo il bisognoNon vorremmo ripetere con Macbeth: “Life’s but a walking shadow, a poor player, that struts and frets his hour upon the stage, and then is heard no more. It is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing”La vita è solo un’ombra che cammina: un povero istrione, che si dimena, e va pavoneggiandosi sulla scena del mondo, un’ora sola: e poi non s’ode più. Favola raccontata da un’idiota, tutta piena di strepito e furore, che non vuol dir niente.

Hegel vede lo Spirito del mondo e ne scrive all’amico Niethammer il 13 ottobre 1806. “Ho visto l’imperatore – quest’anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione; è davvero una sensazione meravigliosa vedere un uomo siffatto, che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… Da giovedì a lunedì progressi così grandi sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.
Non è un’infatuazione. Nell’opera che sta scrivendo, La fenomenologia dello Spirito, riappare chiaramente, per quanto il linguaggio del filosofo lo permetta. La Rivoluzione francese illumina e conclude il vecchio ordine. “Il graduale sgretolamento, che finora non alterava la fisionomia della totalità, viene infine interrotto dal sorgere del sole che, come un lampo improvviso, fa apparire in un colpo solo la struttura del nuovo mondo”. Termina così il confronto doloroso tra “il regno della cultura” e il “mondo della fede, il regno dell’essenza”. Questo processo dello Spirito prevede il passaggio dalla Francia alla Germania, “allora lo spirito, prima estraniato completamente entro sé, abbandona questo territorio della cultura e giunge in un’altra terra, nella terra della coscienza morale”.
La rivoluzione può degenerare nell’anarchia e nel terrore perseguendo un’utopia. “La libertà universale non può produrre nessuna opera e nessun atto positivi, e le resta soltanto l’attività negativa. La libertà universale è soltanto la furia del dileguare”. Fortunatamente c’è chi (Napoleone) rimuove la realtà “in modo universale – e quindi per tutti – riproducendo un altro mondo, un altro diritto, un’altra legge e altri costumi, al posto di quelli esistenti”. Le masse, passata l’ubriacatura giacobina, “ritornano a un‘opera particolare e limitata: proprio per questo, però, ritornano alla loro realtà sostanziale.”

Pure Adorno lo vede, in altra forma nel frattempo assunta, e ne scrive nel 1944 citando le V2, Vergeltungswaffe 2, precursore tedesco di tutti i missili balistici. “Come il fascismo, le V2 sono lanciate e senza soggetto nello stesso tempo. Come il fascismo, uniscono la massima perfezione tecnica alla cecità assoluta. Come il fascismo, suscitano il massimo terrore e sono perfettamente vane. Ho visto lo Spirito del mondo, non a cavallo, ma alato e senza testa: e questo confuta, nello stesso tempo, la filosofia della storia di Hegel”. Nessun progresso è assicurato. Adorno l’ha visto mutarsi in regressione proprio “nella terra della coscienza morale”, annuncio di catastrofe per l’intera umanità. La dialettica, il momento negativamente razionale, non apre ad alcuna positività futura. Di fronte al male, che appare invincibile, si pone l’esigenza di resistenza e opposizione, che il pessimismo sull’esito non ferma. A sorreggerla è la tensione verso una realtà altra e migliore, intravvista nei momenti più felici della storia.

Nel 1946 Napoleone ritorna in un’annotazione di Aldo Capitini a proposito delle vicende del Partito d’Azione. “Studi La Malfa la situazione italiana più sotto lo strato politico… vedrà che in Italia non può svilupparsi un Roosevelt o un Napoleone della politica. In Italia bisogna animare una sinistra, trasferire là tutti i fermenti e gli elementi del rinnovamento perché là sia la socialità e libertà e religiosità, perché là sia una capacità creativa pari a quella, immensa, del passato italiano”.

Nel 1947 un allievo di Capitini, Silvano Balboni, scrive sul settimanale socialista da lui diretto un pezzo del quale mi piace riportare qualcosa. “Pestalozzi e Napoleone. Una nuova educazione per un’umanità nuova. Quando Pestalozzi arrivò a Parigi con la Consulta Elvetica, si volle che Napoleone avesse l’occasione di parlare un momento con l’illustre educatore, ma Cesare aveva altro a cui pensare. ‘Non ho il tempo di occuparmi dell’abc’, disse spazientito. Raccontando con arguzia l’episodio, nel suo dialetto zurighese, Pestalozzi concludeva: ‘Ebbene, se io non ho visto Napoleone, neanche lui, dopo tutto, mi ha visto’. È un episodio eloquente sulla differenza dei due metodi, quello del dittatore che vuole organizzare l’ordine umano dall’esterno con la forza e quello del giardiniere spirituale che vuole svilupparlo dall’interno coltivando nell’uomo, ancora bambino, il senso dell’armonia con l’amore. Anche oggi usciamo da un periodo durante il quale Cesare ha cercato di foggiare l’Europa a colpi di bombe e con le torture… Pestalozzi non voleva più chiese che elevano le debolezze dei governati e le peggiori ingiustizie dei governanti al di sopra del vangelo, né scuole praticanti un’educazione meccanica e preoccupate solo della memoria, né stati basati su registri e rapporti senz’anima, redatti da funzionari di ghiaccio”.

A proposito dello spirito universale e della chiesa, nel 1957, in “Discuto la religione di Pio XII” (subito all’Indice) Capitini torna al tema. “Una delle cose prime è di non far fare una brutta figura a Dio; meglio, se no, non nominarlo. Quel tale che disse di aver visto, in Napoleone, lo Spirito universale a cavallo, non lo disse certamente con tutta la calma e il rispetto dovuti”. Forse Pio XII non fa di meglio. Nella “Sertum laetitiae” ai vescovi degli Stati Uniti del 1939 è scritto: “Dio, che a tutto provvede con consigli di suprema bontà, ha stabilito che per l’esercizio delle virtù e a saggio dei meriti vi siano nel mondo ricchi e poveri”. Come noto i vescovi d’America (non solo loro) sono convintissimi di ciò. Meno convinto è Capitini sull’esercizio delle virtù. “Nel pensiero di Pio XII credo che si tratti, per esempio, della carità da parte dei ricchi, e della non invidia da parte dei poveri”. E neppure condivide l’opinione che grazie alla differenza “si possano saggiare i meriti, il valore maggiore o minore delle persone”.

“Quel tale” disinvoltamente citato è stato oggetto di approfondito studio da parte di Capitini. La realtà come si presenta è da lui anche più nettamente avversata e criticata di quanto faccia Adorno. Nel suo pensiero è l’esigenza di una radicale tramutazione di una realtà inadeguata. Può venire solo dall’aggiunta nonviolenta “con spirito e metodo proprio, all’opposizione verso la presente società”. Il senso che cerchiamo, solo un pensiero e una pratica alla nonviolenza ispirati potrebbero, forse, farcelo intravvedere.

Questo articolo è recentemente apparso sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it] 

Per un A B C della Nonviolenza

Chiacchierando con Daniele Lugli mi era venuta l’idea di chiedergli per i lettori di Ferraraitalia un breviario dall’A alla Z della Nonviolenza, di cui lui è oggi un testimone prezioso e un cocciuto attivista. Daniele ha nicchiato, forse perché è proprio la nonviolenza  che non sopporta  di essere inscatolata dentro un sistema rigido. Si vede però che quell’idea gli ha continuato a frullare in testa e dopo qualche settimana ha pensato che il modo più giusto e più “nuovo” di raccontare la non violenza era raccogliere e ordinare alfabeticamente le parole da uno scritto di Aldo Capitini. Buona lettura.
(F.M)

Caro Checco tu mi chiedi un breviario della nonviolenza. Non ne sono capace. Non sono neppure nonviolento e non solo perché Capitini ci diffidava dal dirci tali. “Vi troveranno tutti i difetti! Al più ditevi amici della nonviolenza”.
Io sono, come riesco, un amico delle amiche e degli amici della nonviolenza. Tra loro Aldo Capitini. “Libero religioso e rivoluzionario nonviolento / pensò e attivamente promosse l’avvento / di una società senza oppressi / e l’apertura di una realtà liberata”, secondo l’iscrizione sulla sua tomba dettata da Walter Binni.

La definizione di nonviolenza, appresa da lui, è apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo degli esseri. Quindi converrà partire da apertura e, cominciato con la A, proseguire con la B e con la C. Ti propongo allora un ABC della nonviolenza, composto con piccole citazioni dal breve scritto autobiografico di Capitini diventato testamentario, Attraverso due terzi del secolo. Porta la data del 19 agosto 1968. Aldo è morto esattamente due mesi dopo. Quell’agosto, amici e famiglie con figli piccoli, eravamo al Centro Educativo Italo Svizzero, per un breve soggiorno comune a parlare di nonviolenza e a progettare iniziative. Piero Pinna telefonava per sentire se Capitini ci sarebbe venuto a trovare. Non venne. Non stava bene. Si preparava a un’operazione alla quale non sopravvisse. Ecco l’ABC che ricavo da quel breve scritto.

A come apertura

Nell’antifascismo: “ho sempre meglio chiarito per me e per gli altri che cosa significasse la piú profonda apertura a tutti (sono stato colui che piú ha usato nel periodo fascista il termine di ‘apertura’, anche nei libri allora pubblicati) … La mia provenienza era diversa, con un’apertura alle singole individualità e alla loro finitezza, con una severa considerazione dei mezzi rispetto ai fini, con la tendenza a vedere il rapporto intersoggettivo e la comunità di tutti anche oltre la realtà della vita e della morte… un’apertura, alla molteplicità del tu-tutti, della teogonia dell’atto gentiliano. Se i miei Elementi del ’37 potevano appartenere ad una letteratura esistenzialistica, per altro verso il richiamo al singolo era inquadrato, appunto in nome dell’’apertura’ e di una escatologia. Il libretto degli Atti della presenza aperta espresse, nella forma letteraria di salmi molto sintetici, questa posizione costruttiva di apertura. Dal 1931 al 1944 ha costituito il nucleo di una riforma, di limitata diffusione anche per le condizioni della dittatura, ispirata da una libera circolazione del gandhismo, in sintesi con elementi occidentali, da uno sviluppo dell’apertura anche nel campo di una nuova società.”

Dopo la Liberazione “indicai il lavoro religioso come consistente nella ripresa, nell’etica contemporanea, dei temi della mitezza, del perdono, della nonviolenza, e nell’apertura massima alla realtà di tutti, alla compresenza di tutti gli esseri… Le ragioni della critica storica neotestamentaria, l’utilizzazione di apertura anche nelle religioni istituzionali, il nesso della religione da un lato con la nonviolenza, dall’altro con la riforma della società, l’esigenza costante della libertà anche nella vita religiosa… Dal 1944 al 1968 ha fatto il piú che ha potuto per creare strumenti di collaborazione sulla base dell’interesse religioso (Movimento di religione, Movimento per una riforma religiosa in Italia, religione aperta, Centro di orientamento religioso); ha delineato meglio gli aspetti teorici, dal tema dell’apertura al tema della compresenza, in libri, articoli e lettere di religione; ha diffuso anche opere di polemica religiosa (con Pio XII, sul battesimo, sul Concordato)”.
Con gli Atti della presenza aperta ricorda pure gli scritti Religione aperta ed Educazione aperta.

B come basso (dal basso)

La mia spinta alla politica, viva fin dalla fanciullezza (e dico prima dei dieci anni), finalmente si veniva concretando, anche per opposizione alla dittatura, in una sintesi di libertà e di socialismo, criticando nel liberalismo la difesa dell’iniziativa privata capitalistica e nel socialismo vittorioso la trasformazione in statalismo non aperto al controllo dal basso e alla libertà di informazione e di critica per ogni cittadino, anche proletario”.

Dalla vittoria del fascismo una lezione per il futuro “La lezione era che bisogna preparare la strategia e i legami nonviolenti da prima, per metterla in atto quando occorre; e nessuno può negare che in Italia nel 1924, al tempo del delitto Matteotti, e in Germania nel 1933, una vasta e complessa azione dal basso di non collaborazione nonviolenta sarebbe stata occasione di inceppamento e di caduta per i governi”.

Negli anni sessanta “Quando vedo lo sviluppo che hanno preso oggi tre temi a me cari e congiunti in unità: il rifiuto di ogni guerra, la democrazia diretta con il controllo dal basso, la proprietà resa pubblica e aperta a tutti; e vedo le crescenti discussioni circa i temi cattolici, penso che avessi ragione ad aspettare da un periodo post-fascista la piena utilizzazione del mio contributo… la democrazia diretta (o omnicrazia, come la chiamo), il controllo dal basso in ogni località e in ogni ente, i consigli di quartiere e i centri sociali, i comitati e le assemblee, la libertà di informazione e di critica, permanente e per tutti.

La rivoluzione nonviolenta e l’esempio di Dolci “ho fatto conoscere a Danilo tutti i miei amici laici da Calamandrei a Bobbio, e tanti altri (egli era in partenza cattolico), l’articolazione dell’apertura religiosa e della non violenza, i miei articoli sul piano sociale e sul lavoro dal basso, mediante centri di educazione degli adulti e di sviluppo sociale… la cosa non era cosí semplice come pareva ad alcuni stalinisti nel primo decennio dopo la Liberazione; oggi, vista la rivoluzione violenta inattuabile e cresciuta l’esigenza di un’articolazione democratica in cui il ‘basso’ conti effettivamente, ferventi comunisti arrivano a scrivere la formula ‘socialismo e libertà’”.

C come centro

Sempre Capitini ci invitava a farci centro di proposta e di azione “Con gli Elementi era apparsa la fiducia nella costituzione di attivi ‘centri’ per una riforma religiosa, e ne era indicato, in fondo, già sorto uno, di una ricerca che da allora non si sarebbe interrotta, legato alla mia attività… Fino al 1944 io non avevo formato, per la mia riforma, nulla di veramente istituzionale, ed ero isolato, fors’anche piú di quanto alcuni pensassero. Se fossi morto, non ci sarebbe stato che ciò che avevo detto e scritto, e alcuni atti e decisioni; cioè il centro era stato una persona… Ricominciavo veramente da una posizione di centro individuale, e mai, forse, parola è stata piú adatta alle mie iniziative… la costituzione a Perugia, in Via dei Filosofi, di un Centro di orientamento religioso (C.O.R.) per periodiche conversazioni e di un Centro per la nonviolenza aveva a poco a poco sostituito la convocazione di convegni romani con la sollecitazione a costituire centri, come a Perugia, il che poi nessuno ha fatto in modo continuato e aperto come a Perugia”.

Non solo ci invitava a farci centro ma a costituirne, rinnovando l’esperienza dei Centri di Orientamento Sociale, i C.O.S. Dopo quello di Perugia il C.O.S. di Ferrara, animato da Silvano Balboni è stato il più rilevante. “Subito dopo la liberazione di Perugia, nel luglio 1944, costituii il Centro di orientamento sociale (C.O.S.) per periodiche discussioni aperte a tutti, su tutti i problemi amministrativi e sociali. Fu un’iniziativa felice che convocava molta gente e le autorità (tra cui il prefetto e il sindaco), molto desiderata da tutti per l’interesse ai temi e per la possibilità di «ascoltare e parlare»; e si diffuse nei rioni della città, in piccole città dell’Umbria, e in città come Firenze e Ferrara. Nessuna istituzione la diffuse e la moltiplicò, e il mio sogno che sorgesse un C.O.S. per ogni parrocchia era molto in contrasto con il disinteresse e l’avversione che, dopo pochi anni, sorse in molti contro un’istituzione cosí indipendente, aperta, critica; né si poteva dire che l’organizzazione ne fosse difficile; ci sarebbe voluta tuttavia una virtú: la costanza… Non lo Stato antifascista, ma molto meno quello che seguí al 1948, erano in grado di valersi dei C.O.S. ed inserirli nella struttura pubblica italiana, ad integrazione della limitata democrazia rappresentativa del parlamento e dei consigli comunali e provinciali”.

C come compresenza

C’è un nocciolo religioso che sfocia nella compresenza, nel tutti che è plurale di tu e che neppure la morte può annullare “nella prigione e durante l’esplicazione della rivolta partigiana (a cui non partecipai) mi si concretò l’idea dello stretto rapporto intersoggettivo che si esprimeva nella nonviolenza, e, nascosto in campagna mentre si sentivano i tedeschi passare nella notte lungo le strade, scrissi quel libretto La realtà di tutti (nella primavera del 1944), che completa la mia tetralogia antifascista, con un supremo appello alla compresenza di tutti… la religione, per me, è piú della compresenza che di Dio; e perciò la compresenza di tutti (religiosamente dei viventi e dei morti) deve continuamente realizzarsi, come ho già detto, nell’omnicrazia, e chi è centro della compresenza è centro anche di omnicrazia… in quanto pone il tema della ‘discesa’ degli elementi ideali nell’umanità e in una tensione escatologica, il marxismo può essere un passo verso una concezione religiosa della compresenza… È da rilevare anche come si presenta l’apertura religiosa alla compresenza: fuori di ogni pretesa ontologica di tipo vecchio, autoritario e sistematico, che ‘costringa’ gli altri, ma come libera aggiunta alla base di ogni realtà, vedendo ogni essere nascere nella compresenza per sempre, oltreché nella natura che lo consuma…Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro ‘puro dopo’ la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza”.

come comunità aperta

Se la compresenza esprime il massimo dell’apertura, perché accanto ai vivi pensa i morti collaboranti nascostamente al valore, la rivoluzione nonviolenta dal basso mira alla Comunità aperta “ Ci vorrà una profonda concezione religiosa che abbia arricchito l’uomo, e fors’anche una grande semplificazione nella vita, che non impedirà ai piú alti valori di avere il primato, perché diventi conseguente un modo di trattare tutti, nel modo piú aperto, con crescenti uguaglianze, con la gioia di portare gli ultimi tra i primi. Questa comunità nella società sarà la premessa di una vittoria sulla stessa natura, diventata al servizio di tutti come singoli”.

A me piace ricordare che la parola d’ordine della Comunità aperta è uscita dal miglior convegno capitiniano, nel maggio del ’48, organizzato a Ferrara da Silvano Balboni. Quel convegno fu decisivo nella scelta di obiezione di coscienza di Piero Pinna.

Nostalgia di Ferrara. Nostalgia di Silvano e di quella Ferrara…

Quando si potrà farò, con chi vorrà, un giro per la mia città, in visita ai luoghi dove, nell’immediato dopoguerra, si è lavorato alla costruzione della partecipazione e della democrazia.

boldini-de pisis

C’era chi pensava, in quelle difficile condizioni, a una convivenza migliore di quella sperimentata, di quella avuta poi e anche di quella che abbiamo ora. Sarà un Itinerario ai luoghi del Centro di Orientamento Sociale in Ferrara (1946-1948). Una visita esterna, salvo Casa Romei. Gli altri luoghi – da me amati e frequentati – sono chiusi o li sento estranei, quando non ostili.

Il promotore
Silvano Balboni è appena tornato dalla Svizzera a Ferrara, agosto del ’45, prende la bici e va a trovare Aldo Capitini a Perugia. La novità sono i COS. Il Centro di Orientamento Sociale inizia a Perugia il 17 luglio 1944, con una rassegna delle posizioni dei partiti ricostituiti, o di nuova costituzione. Si tengono periodiche discussioni aperte a tutti, su tutti i problemi amministrativi e sociali. “Un’iniziativa felice che convocava molta gente e le autorità (il prefetto e il sindaco…), molto desiderata da tutti per l’interesse ai temi e per la possibilità di ascoltare e parlare”. Mai più uno senza l’altro, diceva Capitini. Balboni ha fretta di cominciare Sul “Corriere del Po”, 31 ottobre 1945, illustra l’esperienza del Cos di Perugia. Il 9 dicembre scrive a Pio Baldelli, che con Capitini collabora, annunciando la prossima apertura del Cos a Ferrara, con modalità analoghe. Ai programmi dei partiti esposti nell’incontro perugino Balboni aggiungerebbe quelli federalisti e degli anarchici. Ci vorrà più tempo del previsto.

1946 Auditorium comunale lunedì 4 marzo 1946 alle ore 18,15.
Prima riunione: i temi trattati sono diversi da quelli previsti. Ormai i partiti si sono visti. Lo spazio è alle domande. Nelle scatole di latte evaporato UNRRA si nota un foro stagnato, c’è manomissione? L’autolettiga della Cri funziona male. C’è responsabilità? Il mangime per i polli è troppo caro e così la crusca venduta ai Consorzi agrari. L’assistenza sanitaria è troppo frazionata (Eca, Onmi, assistenza bellica, antitubercolare, reduci) e i furbi ne approfittano. Perché idraulici, fumisti e stagnini non vengono a casa quando li chiami e costano così caro? Il problema delle strisce spartitraffico nel centro. Quali sono le prospettive dello stabilimento della Gomma sintetica?”.

Balboni spiega senso e finalità del COS: strumento di orientamento per le autorità, sulle esigenze del popolo, e per il popolo, per conoscere le possibilità di intervento, luogo di coagulo per importanti attività di cooperazione. C’è l’esempio del COS di Arezzo: ha promosso un prestito cittadino (90 milioni). Il successo del primo incontro è notevole. La gente è venuta ad una riunione non più solo per ascoltare ma ha parlato. Ha posto all’ordine del giorno una serie di temi, prendendo l’impegno di affrontarli. Balboni si preoccupa di dare immediata continuità ed una sede stabile all’iniziativa. La sede viene messa a disposizione.

Castello Estense, Sala del Consiglio, CLN provinciale, dal 12 marzo al 16 luglio alle 18.45
A tutte le domande poste viene data risposta convocando esperti e responsabili in incontri settimanali, sui quali i giornali riferiscono. Agli incontri Balboni, divenuto assessore comunale, porta il questionario che la Costituente invia ai Comuni e diffonde l’esperienza del Cos nelle delegazioni. Di rilievo la questione della ricostruzione di Pontelagoscuro. Il COS cambia sede e orario, con un recapito anche telefonico presso l’Assessorato.

Salone del Municipio 30 luglio 21.30 fino a dicembre
Si affrontano temi di grande interesse, come la riapertura del Teatro comunale, il Piano regolatore, il divorzio… Balboni, in costante contatto con Capitini, si appassiona a alla riforma religiosa. È stato al primo convegno perugino nell’ottobre, collabora all’organizzazione del secondo a Bologna e dedica gli incontri del Cos al Convegno Ferrarese sul problema religioso moderno.

Salone sopra il Teatro Nuovo: 17 dicembre 1946 – 11 marzo 1947
Allora, il Salone del Teatro Nuovo era sede dell’Università popolare, ma anche baladùr dei repubblicani. Vengono presentate 16 relazioni. Segue la discussione una media di 200 persone (molti i giovani e le donne). Il convegno desta attenzione e curiosità. Ne vengono date notizie sulla stampa. Del convegno Balboni cura e stampa un resoconto, diffuso in vari ambienti. Silvano, poiché Capitini non può intervenire nella data prevista, ne illustra il pensiero. Conclusa questa fase particolare riprendono i “normali” incontri nella sede istituzionale.

Salone del Municipio per tutto il ’47
In una lettera a Capitini del 3 maggio ´47 Silvano annota: “Il COS raggiunge la 50° seduta per la città e conta di affermarsi per essere ineliminabile anche dopo le prossime elezioni amministrative”.Vari temi di interesse cittadino e no vengono affrontati: burocrazia, toponomastica, riforma dell’esame di maturità, democratizzazione del Touring. Si segnala in particolare il tema dell’obiezione di coscienza, trattato da Andrè Trocmé, portato pure in diverse fabbriche cittadine e al Comune di Cento. Bisognerà attendere il 1972 per avere una legge la riguardo. Nonostante gli sforzi congiunti di Capitini e Balboni, che ha sostituito nel compito Baldelli, i Cos stentano a reggere e a diffondersi.

Teatro Comunale per le riunioni del ’48
Nel 1948 gli incontri, di preferenza al Teatro Comunale (ora intitolato al grande maestro Claudio Abbado, ndr.) si faranno più radi. Rilevanti il 6 febbraio la commemorazione di Gandhi tenuta da Silvano, il 23 maggio Giorgio Spini su Savonarola, il 23 settembre la quacchera Leta Cromwell sulla pace nel mondo. Siamo ormai in pieno clima elettorale. Nota Capitini nel suo scritto testamentario “Attraverso due terzi del secolo: “Non lo Stato antifascista, ma molto meno quello che seguì al 1948, erano in grado di valersi dei C.O.S. ed inserirli nella struttura pubblica italiana, ad integrazione della limitata democrazia rappresentativa del parlamento e dei consigli comunali e provinciali. Né le forze dell’opposizione di sinistra, tese nella speranza di una presa del potere, si curarono di apprestare uno strumento così elementare per la convocazione della popolazione e dell’opinione pubblica.”.

Il Convegno Nazionale a Casa Romei nel maggio del 1948

Nostalgia di Silvano

Dal 6 all’ 8 maggio del ’48, nella splendida Casa Romei, si svolge a cura del COS di Ferrara, Il più riuscito convegno nazionale di rinnovamento religioso.
Silvano Balboni muore a 26 anni il 7 novembre del 1948. Il COS, con la miglior democrazia prefigurata, non gli sopravvive.

Questo articolo è apparso anche sull’edizione online della storica rivista del Movimento Nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

 

DOPOELEZIONI Oggi come nel 1946: “Ascoltare e parlare”.
Serve una politica capace di riparare i guasti del mondo e della nostra città

Con un bell’intervento di Francesco Monini [leggi qui] si è aperto sul “dopo elezioni” con
contributi interessanti. Consapevole del rischio di ripetere cose già – e meglio – dette, provo a scrivere qualcosa. A me pare – nel mondo, in Europa, in Italia, in Emilia Romagna evidente e conclamata – la crisi della democrazia rappresentativa e dei suoi istituti. Mi sembrano sempre più chiare tendenze naziste delle quali ha scritto l’amico Giuliano Pontara nel suo L’antibarbarie, pubblicato nel 2006, e riproposto, aggiornato ed ampliato lo scorso anno. Sia della prima che della seconda edizione ho curato la presentazione, con Pontara, a Ferrara. Ne consiglio la lettura.
La mia esperienza è limitatissima, la mia riflessione modesta. Praticamente non mi muovo da questa piccola città, alla periferia dell’Impero. I problemi però ci vengono però a trovare. Impossibile non vederli anche per un vecchio. Quello che accade perciò non mi meraviglia. Ci avevano avvertiti, negli anni Settanta, un poeta e un socialista. Un ultimo avviso nei primi anni Novanta ce lo aveva dato un nonviolento, amico del vivente. Mario Luzi era stato dettagliato:
“Muore ignominiosamente la repubblica. / Ignominiosamente la spiano / i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti. / Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto. / Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani, / si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli./ Tutto accade ignominiosamente, tutto / meno la morte medesima – cerco di farmi intendere / dinanzi a non so che tribunale / di che sognata equità. E l’udienza è tolta.”.

I guardoni bastardi, i corvi dal becco tagliente, gli orfani rissosi, gli sciacalli voraci da oltre quaranta anni continuano, affaccendati, le loro occupazioni, come prima e peggio. Già Lelio Basso aveva avvertito: “Nonostante Marx avesse lanciato il famoso appello ‘proletari di tutti i paesi unitevi’, i proletari se ne sono dimenticati, e i capitalisti se ne sono ricordati. […] La democrazia appare sotto assedio. Un pugno di manager di immense multinazionali fanno e disfano quello che vogliono. Gli altri miliardi di uomini sono complici o schiavi. Se si rifiutano, nella migliore delle ipotesi, sono emarginati e non contano niente.

Infine Alex Langer, poco prima del suo brusco congedo, aveva scritto:
“Dopo tre anni tutti noi, umili o potenti, assistiamo al quotidiano ormai banalizzato di una guerra i cui bersagli sono donne, bambini, vecchi, deliberatamente presi di mira da cecchini irraggiungibili o colpiti da obici mortali che sparano dal nulla […] Oggi più che mai in passato dobbiamo armarci di dignità e di valori […] E soprattutto ripetere quel “mai più” che risuona in tutta Europa dalla fine della seconda guerra mondiale […] Bisogna che l’Europa testimoni e agisca! L’Europa può farlo, l’Europa deve farlo. L’Europa, infatti, muore o rinasce a Sarajevo”.
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Così la nostra Repubblica fondata sul lavoro è morta, così l’economia mondiale è controllata da un pugno di extra ricchi, così l’Europa prosegue nella sua agonia e non presenta alcuna alternativa rispetto a grandi potenze guidate da leader autoritari, razzisti, promotori di guerre. Se il quadro è questo, e le tendenze sono quelle indicate da Pontara, perché mai Ferrara non potrebbe tornare ad essere fascista? Rimpiangerà magari di non avere un capo a livello di Italo Balbo, che raccomandava che le bastonate fossero “di stile”. Sembrano ripetersi gli anni Venti del secolo passato, volti in tragedia farsesca o in farsa tragica, con in scena i personaggi che il tempo ci offre e con i quali, incredibilmente, molti amano farsi selfie, oltre a votarli. Come questo sia avvenuto e stia avvenendo lo sappiamo benissimo. William Davies in “Stati nervosi” chiama a supporto della sua analisi la ricerca storica, economica, politica, sociologica, psicologica, filosofica per dirci che siamo in preda a nevrosi contagiose.

La sua lettura ci riporta anche più indietro del secolo, a Gustave le Bon, La psicologia delle folle è del 1895: “Ogni sentimento, ogni atto è contagioso in una folla […] Il contagio è abbastanza potente per imporre agli uomini non soltanto certe opinioni, ma anche certe impressioni dei sensi […] Esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con il ragionamento sono espedienti familiari agli oratori nelle riunioni popolari.”.

Nulla di nuovo quindi: la folla diventa una grande rete neurale attraverso la quale le emozioni viaggiano da un corpo all’altro ad altissima velocità. L’uso dei social la estende e la potenzia. Efficienti untori, sovranisti e populisti, sono all’opera. Un vaccino non si trova. Già lo psicoanalista Luigi Zoja ci aveva spiegato come, morti i partiti e le ideologie, alla politica non restasse che la paranoia, un delirio cronico con convinzioni persecutorie, non corrispondenti alla realtà. Paranoici siamo un po’ tutti, ma qui si esagera, avrebbe detto Totò. Gli immigrati sono il nemico da abbattere, loro e i loro complici. È un messaggio semplice, comprensibile, di successo. Le sole cose che in politica contano.

Incapace di mutare la situazione socioeconomica, di portare libertà e giustizia tra i cittadini, il potere politico alla dimensione nazionale e locale non può che sfogarsi in potere diretto sulle persone, sulle più deboli naturalmente, ricercando tra loro consenso e complicità. Sappiamo bene dunque cosa è successo alla nostra democrazia, accidentale, in Italia e in Europa. Sappiamo anche come è successo. È successo come succede sempre.

Emily Dickinson lo ha scritto più di 150 anni fa:
Crumbling is not an instant’s Act / A fundamental pause  / Dilapidation’s processes  / Are organized Decays -‘Tis first a Cobweb on the Soul / A Cuticle of Dust / A Borer in the Axis / An Elemental Rust -Ruin is formal – Devils work  / consecutive and slow –  / Fail in an instant, no man did  / Slipping – is Crashe’s law.
Sgretolarsi non è Atto di un istante / Una pausa fondamentale / I processi di Disgregazione / Sono Decadimenti organizzati – È prima una Ragnatela nell’Anima / Una Cuticola di Polvere / Un Tarlo nell’Asse / Una Ruggine Primordiale – La Rovina è metodica – i Diavoli lavorano / Costanti e lenti – / Nessuno, si perde in un istante / Scivolare – è la legge del Crollo.

La strada per uscirne – posto che si voglia, a molti piace così – è come per il passato lunga e faticosa, come lungo è stato il processo che ci ha portato a questo punto. Quando le cose crollano occorre ricostruire. Qualche buona pietra, nella Costituzione, c’è. Si può recuperare. Occorre “Una buona politica per riparare il mondo”, come si intitola una antologia di scritti commentati di Langer, alla quale ho contribuito. Non sembra alle viste.

Alla liberazione di Perugia nel 1944, Aldo Capitini, che aveva visto la fragilità delle istituzioni liberali davanti al fascismo, si era inventato i Centri di Orientamento Sociale. “Il C.O.S. è la comunità aperta. La caratteristica della comunità aperta, di contro alle società esistenti, tutte più o meno chiuse, è di essere in movimento, di non ripetere se stessa, il proprio passato, la propria tradizione, le proprie abitudini, ma di aprire continuamente se stessa […] Nella comunità aperta del C.O.S. tutti debbono avere pane e lavoro, e per questo si attua uno scambio di servizi e di aiuti, di pane e di lavoro […] Se ci si impegna a non collaborare e a lottare contro l’oppressione delle libertà di espressione, di stampa, di associazione, di religione; contro la tortura per qualsiasi ragione; contro il nazionalismo; contro lo sfruttamento capitalistico; si ha un impegno interiore che si consolida per il fatto di non subire eccezioni, di non essere sottoposto a criteri di tattica. Pur agendo nel cosìdetto mondo politico, lo si apre continuamente ad altro”.

Così Capitini scriveva agli amici intenti alla Costituzione, ma questi erano già rassegnati o consapevoli della piega presa dalla Repubblica. Su Carta intestata dell’Assemblea Costituente, 23 settembre ́46: “Caro Capitini, in un paese come il nostro, dove i CLN, i consigli di gestione, i circoli, le sezioni, se ancora esistono, somigliano già a uffici del dazio, istituire i COS obbligatori, come tu chiedi, significherebbe agli occhi dei più aumentare il numero delle istanze larvali.” Tuo, Ignazio Silone.
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Lo stato della nostra democrazia, dei partiti, era questo nel 1946. Non è granché migliorato poi. Né hanno giovato comportamenti del ceto politico, visto con qualche ragione come ‘casta’ separata. Perfino Presidenti di Regione hanno amato chiamarsi Governatore, i Consigli regionali Assemblea legislativa, sembrando troppo modesta la dizione di legge. E un acclamato Capitano ha chiesto pieni poteri. Importante anche è non illudersi che sia passata la nottata, che l’alba sia vicina. C’è chi l’ha creduto, nel 1984, elezioni europee, quando il Pci, sulla scorta dell’emozione per la morte di Berlinguer superò la Dc, raggiungendo il 33,33%. O nel 2014, sempre alle elezioni europee, quando il Partito Democratico attinse il 40,8%. In quelle occasioni l’emotività favorì un campo che ora appare sfavorito.

Ascoltare e parlare era il motto dei Centri di Orientamento Sociale. Una politica capace di riparare i guasti del mondo e della nostra città è fatta da persone che ascoltano le paure, le ansie, i dolori, le paranoie proprie e di chi è vicino e cercano di affrontarle assieme, senza confermarle in rancore e risentimento, senza indirizzarle verso capri espiatori. Non fanno come i violenti che si dicono vittime per giustificare come autodifesa la loro violenza. Così facendo danno però una prova del peso che ha l’argomento morale nell’azione politica. Tenere conto di questo peso è della nonviolenza: apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo degli esseri. Può confortare che accurate analisi abbiano mostrato il successo delle lotte condotte con metodi nonviolenti rispetto a quelle condotte in modo violento (Ne ha scritto Antonino Drago in Le rivoluzioni nonviolente dell’ultimo secolo,2010).

Continua a occuparsi dei questi aspetti Erica Chenoweth, che con Maria Stephan ha scritto Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict. La ricerca – 323 campagne violente e non violente – mostrerebbe che i movimenti nonviolenti hanno il doppio delle possibilità di creare cambiamenti sociali duraturi. Se poi il 3,5% della popolazione partecipa, il successo è garantito. Ha scritto recentemente Civil Resistance: What Everyone Needs to Know.
Mentre aspettiamo la traduzione italiana converrà darsi da fare.

Elezioni, da Trump a Ferrara. Daniele Lugli: “Spero che la città si salvi da pericolose derive”

Daniele Lugli, figura di spicco del panorama culturale ferrarese, confida le sue preoccupazioni sul futuro politico di questa città e della nazione intera. Per i pochi che non lo conoscessero, basti sapere che sin da giovanissimo aderì alle idee di Aldo Capitini e partecipó alla creazione, nel 1962, del Movimento Nonviolento, del quale è stato presidente tra il 1996 al 2010. È stato anche funzionario pubblico, assessore alla pubblica istruzione a Codigoro e Ferrara, docente universitario, sindacalista e difensore civico della Regione Emilia Romagna tra il 2008 e il 2013. In poche parole un uomo impegnato nel sociale ed esperto di cambiamenti nella società.

Come vedi la situazione politica generale in Italia?
È difficile marcare i confini della situazione italiana attuale, perché è fortemente collegata a una situazione internazionale. La svolta che si è manifestata nelle ultime elezioni, che in qualche modo covava da tempo, ha radici piuttosto profonde e in modi diversi, ma non contrastanti, si è verificata in America con l’elezione di Trump: esponente della destra reazionaria sostenuto dal ceto popolare, da una classe impoverita e da persone emarginate che si sentono minacciate dalla presenza dell’immigrato. Questo è un trend che abbiamo visto, non solo in Italia, in modo evidente, ma in paesi che ne sembravano esenti, per esempio la Svezia con l’affermarsi di un partito filo-nazista. A me sembra che si tratti di un processo che ha radici lontane e che non è destinato a fermarsi subito. È un trend a mio avviso preoccupante, perché riesce a far confluire le preoccupazioni e le difficoltà di ceti popolari e di una media classe impoverita e a trovare un bersaglio semplice e comodo che sostanzialmente è costituito dall’immigrazione o addirittura da una frazione di questa, cioè i richiedenti asilo. Quasi ci si è dimenticati del resto degli immigrati che ci sono, che lavorano, che trovano una collocazione, con una spiccata tendenza a concentrare l’attenzione per quello che riguarda la migrazione africana, quella subsahariana o, diciamo meglio, i ‘negri’, perché è questo l’elemento che viene portato con molta forza.

Ci sono motivi diversi dal razzismo o è solo questo il problema?
Che i motivi siano diversi dal razzismo lo penso anch’io, ci sono degli aspetti che sono stati anche colpevolmente trascurati da chi ha governato fino a ora. C’è stata un’alternanza dei governi di centro-destra e centro-sinistra, ma il tema dell’immigrazione non è stato affrontato seriamente né a livello nazionale né a livello europeo. Questa penso sia una grossa colpa dei nostri governi di non essersi imposti nelle sedi dove poteva essere affrontato tale problema.
La gente che arriva qui, viene in Italia perché è qui che sbarca, oppure in Spagna o in Grecia. In realtà, però, sta cercando di andare in centro-nord Europa, tant’è che non vuole fermarsi e imparare l’italiano perché gli interessa più tenersi ‘sveglio’ l’inglese per andarsene, quindi in realtà il nostro Stivale è un punto d’approdo. Se l’Europa è la meta, è lei che deve porsi il problema ed è lei che ha gli strumenti per affrontarlo. L’Ue non sta facendo niente di quello sta scritto nei suoi documenti, quindi oltre a contraddire la carta dei diritti europei, ha dei comportamenti che vanno contro all’Atto Unico, che parla in tutti altri termini di come ci si comporta con l’immigrato. È vero che questo ha avuto un andamento più forte e meno regolare di quello che era previsto, però ciò ha fatto saltare ogni idea e ogni modello di immigrazione.

C’è anche una sorta di ipocrisia da parte della Ue? Penso a Macron che da una parte bacchetta l’Italia e dall’altra non fa approdare l’Aquarius.
Non c’è nessun dubbio anche su questo. Anche chi fa un discorso apparentemente di apertura, in realtà poi, dato che i voti li prendi nel tuo Paese, rassicura sempre sul fatto che lui non è in grado di accogliere altri migranti.
Da questo punto di vista credo che anche l’Italia abbia le sue colpe, ha avuto il tempo per affrontare questo tema e non trovarsi a improvvisare, anche perché aveva l’esperienza degli altri Paesi, non ha saputo tirare fuori il meglio delle pratiche degli altri e non ha saputo tracciare una linea propria. Non voglio dire con ciò che sia facile, perché abbiamo visto Paesi che hanno a che fare con questo tema da più tempo, come l’Inghilterra o la Francia, non essere grandissimi esempi. Oppure l’America, un paese che è costituito tutto sull’immigrazione, che pensa di fare un muro con il Messico, e il consiglio geniale che ha dato Trump alla Spagna è di ”fare un bel muro nel Sahara cosi avrete risolto il problema”.

Come giudichi l’operato del governo italiano?
Devo dire che il livello è bassissimo. Trovo che sia bassissimo il livello del nostro governo, come bassissima è l’opposizione, che teoricamente dovrebbe esserci. Si è riusciti a mettere insieme il peggio, cioè un improvvisazione e un indignazione populista incarnata dai 5Stelle con un riflesso, non dico neanche fascista, forse un po’ peggio. Siamo a un livello per il quale è possibile il razzismo più bieco vestito da sicurezza per gli italiani, mentre viene seriamente messa in pericolo proprio da queste politiche. Quindi da questo punto di vista non ho una grande fiducia nel quadro generale. Credo che sia stata sottovalutata questa situazione, e questo vale anche per Ferrara, la cui condizione è una conseguenza del quadro nazionale secondo me.

A proposito di Ferrara, questa situazione potrebbe avere colpevoli a livello amministrativo, magari anche solo mancanze da parte del Comune?
Onestamente non mi sento di dire che sono state commesse delle omissioni così gravi che spieghino l’andamento ferrarese, sennò avremmo Ferrara messa così e altri posti messi diversamente, invece credo che ci sia un trend generale e alcuni aspetti che forse hanno colpito di più Ferrara. Penso alla crisi della Carife, che era un simbolo della città. Quindi c’è una sfiducia che ha colpito a vari livelli e una sottovalutazione di processi che andavano avanti.

Questa ‘sottovalutazione’ ha creato il ‘fenomeno Gad’?
Una volta non si diceva ‘Gad’ ma ‘grattacielo’, perché fisicamente si intendeva una parte ristretta della città. Gad indica addirittura tre quartieri, è esagerato, poiché sono tre quartieri che non hanno né gli stessi problemi né lo stesso modo di vivere la quotidianità. C’è comunque stata una sottovalutazione di sofferenze della popolazione residente di classe media, come per esempio una persona che ha comprato un appartamento in quella zona e che sa che se lo rivendesse prenderebbe la metà dei soldi che ha investito. Se gli si dice che la colpa di questo degrado è di chi arriva qui in Italia come immigrato, è naturale che sia contento se gli propongono di toglierli tutti. Senza pensare al perché siano venuti, a chi ci ha guadagnato, come mai siano concentrati lì, quali speculazioni ci siano. Poi c’è, invece, la fascia di quelle persone che magari sono lì che aspettano un appartamento da anni e gli passa davanti nelle graduatorie una signora tunisina con quattro figli, quindi concorre con loro per un bene scarso, è una guerra tra poveri. Tutto questo investe anche fasce della popolazione che non erano abituate a ritenersi povere e che quindi sono alla ricerca di un colpevole. Naturalmente è più faticoso cercarlo nella finanza senza alcuna regola, in un’economia che detta i compiti alla politica, per cui la politica deve essere la migliore esecutrice di compiti dettati da altri. In fondo il torto del centro-sinistra è stato dire ”io sono più bravo del centro-destra a fare quello che mi dicono i mercati”. È passata l’idea di un neo-liberismo, così lo chiamano, in cui è il mercato che deve avere l’ultima parola.

Il mercato regola oramai la vita di tutti i giorni.
Questo vuol dire buttare via tutto quello che si è fatto come Democrazia: la Costituzione, la Carta dell’Onu, la Carta dei Diritti dell’Uomo, la Carta dei Diritti dell’Unione Europea. E’ il diritto che dovrebbe regolare la nostra vita. È difficile prendersela con i fondi finanziari che decidono gli spostamenti del capitale che si muove con un click, oppure con quelli che in questa crisi si sono arricchiti in modo smodato. Le disuguaglianze sono assolutamente cresciute e le persone invece di guardare alla disuguaglianza, guardano a chi si insidia nel posto che gli è più vicino. Non si pongono il problema dell’uguaglianza, che prima era un progetto, come per esempio la scuola che è libera per tutti, la sanità, l’assistenza. Quando il pubblico diventa un’estensione del privato, perdi la dimensione di comunità. In questo senso è la sinistra che ci perde, e per sinistra si intende quella alla quale si ascrive l’idea che l’uguaglianza è importante, anche se non dovrebbe essere un problema solo della sinistra. Noi abbiamo una Costituzione che dice delle cose, e questa gente che giura fedeltà alla Costituzione fa l’esatto contrario. Non fa una cosa ‘leggermente diversa’ ma marcia decisamente contro e quindi in questo senso la situazione è preoccupante.

E a livello locale?
A livello locale, invece, secondo me non c’è stata abbastanza attenzione nel perseguire delle cose sulle quali si costituisce il nostro orgoglio, come la scuola. Vedo che a partire dai nidi, dalle materne e le elementari, è una delle istituzioni che bene o male sta accogliendo meglio i ‘nuovi’ cittadini. Con tanta fatica, perché i progetti non si improvvisano, però è un luogo dove esiste una convivenza, dove semmai c’è da ‘intrecciare’ meglio i genitori, che sono normalmente più restii dei loro bambini, per non parlare dei nonni, che evidentemente fanno molta fatica a vedere un mutamento. Diverso è per i ragazzi che stanno assieme, che hanno uno scambio: trovano punti in comune. Quindi la scuola sta facendo abbastanza il suo dovere nella nostra realtà, e so che il Comune la sostiene aldilà di quelli che sono i suoi compiti specifici, però fa molta fatica a farlo. E in questa fatica che fa, a volte, l’aspetto dell’uguaglianza viene meno di fronte al fatto che comunque deve funzionare.

L’anno prossimo, però, le elezioni, più che sulla scuola, si giocheranno sulla questione Gad.
Più che sul Gad si giocheranno sull’emergenza immigrati, e chi dimostra di avere la voce più dura per risolvere il problema vincerà. Il comune di Ferrara è molto ampio, per cui ci sono posti che non hanno avuto presenze di immigrazione, però il problema viene sentito come se fosse lì. Questo vuol dire che è riuscita a passare un’immagine, e un immaginario, che ha il suo peso. Sono sicuro che questo è un tema vero e io non ho ricette, se non dire che per troppo tempo si è trascurata una vicenda quando questa era ancora gestibile.

Fino a qualche anno fa, quindi, non c’era un problema legato ai migranti?
Ricordo che dei rifugiati a Ferrara non si parlava se non una volta all’anno perché c’era il giorno del rifugiato. Il problema era piccolo, ma le caratteristiche c’erano già. Mi ricordo che chiedevo come fare con queste persone, le quali non potevano lavorare e non avevano una risposta sull’accettazione di asilo in breve tempo; non è pensabile che la gente resti a ‘mezza cottura’ in questo modo. Si avevano risposte del tutto inconcludenti, mentre era evidente che le prime azioni da fare erano chiedere ai giovani che arrivavano: “vuoi stare qui? Allora impari la nostra lingua, ti diamo un lavoro anche se non è quello che volevi, altrimenti vai da un altra parte”. Non posso pensare che se sono in pochi si può mantenere una situazione che quando diviene troppo grande, diventa ingestibile. Poi si amministrano i rifugiati in modi diversi e del tutto casuali, per esempio se sei nel Cas ci pensa il Prefetto, se sei nello Sprar vuol dire che sono i Comuni che ci pensano. Quindi c’è una difficoltà di lettura, sia per chi gestisce il problema sia per chi arriva. C’è da dire che preferisco questo invece che la gente presa e bastonata come in Libia, però mi rendo conto che non può essere una cosa che andrà avanti in questo modo. Quindi quello che penso è che andrebbero valorizzate tutte quelle occasioni nelle quali i giovani che arrivano si trovano con i giovani che son già qui a fare progetti insieme.

Come il ‘FEsta In Pace’?
Si, anche se è troppo superficiale. Ci sono stato, mi fa piacere e sono contento che si faccia. Penso che dovrebbero esserci delle cooperative fatte assieme dai giovani immigrati e dai giovani ferraresi, perché sono entrambi senza lavoro. Per esempio il servizio civile, che si è proclamato ‘universale’ anche se con meno fondi, è il modo in cui i giovani fanno un’esperienza assieme di un anno di lavoro serio.

Molti vorrebbero risolvere questa situazione, ma sembra non ci sia soluzione.
Qui si tratta di azioni che si promettono ma non si fanno, e non è nemmeno colpa del comune di Ferrara, che al massimo può darti la Costituzione quando compi 18 anni, perché deve passare lo Ius Soli, altrimenti non diventi cittadino neanche se sei nato e hai studiato qui. Questa è una cosa semplicemente infame. È un modo di legiferare di carattere razzista, si stabiliscono delle gerarchie per cui ci sono dei ‘cittadini’ e dei ‘non cittadini’ che stanno sullo stesso territorio. È una cosa che noi italiani non eravamo abituati ad avere dai tempi del fascismo; ottanta anni dopo le leggi razziali siamo a questo punto. È un aspetto gravissimo, perché entra poi nel senso comune delle persone. Per cui una persona dice “rimpatrio 100 persone”, poi non rimpatria per niente, ma fa lo stesso perché intanto l’ha detto, e anche se i ‘cattivi’ e i ‘buonisti’ non li hanno fatti rimpatriare, ‘lui’ quello ‘buono’ li voleva portare via. Oppure quando si dice “portali a casa tua” a me viene voglia di rispondere “continui a dire prima gli italiani? Dici che un quarto degli italiani è tra povertà assoluta e povertà relativa e sono in seria difficoltà? Perché, allora, non te li porti a casa tua?” Perché devo portarmi a casa mia gli immigrati? Porta a casa tua gli italiani prima. Queste modalità hanno il torto di degradare il livello dei discorsi e questo è avvenuto anche nella nostra città.

Chi sono i colpevoli di questo degrado del confronto?
A livello locale non mi sento di dare colpe, abbiamo un sindaco che è una persona perbene, competente, che fa il sindaco perché crede che sia bene fare il sindaco. Certo, ci sono una serie di scelte politiche con cui non sono d’accordo.
Noi abbiamo le elezioni, e secondo me è importante per chi andrà a votare avere in mente che sta votando per il suo Comune, ma che negli stessi giorni voterà anche per l’Europa. E lì si tratta di capire se di fronte ai problemi complessi che ci sono, la risposta scelta sarà avere un Europa più forte e più unita o invece andare verso la disgregazione. Io non ho dubbi sulla prima scelta, poi possono farmi tutte le critiche del mondo nei confronti dell’Europa. L’Unione europea, con tutti i suoi difetti, è stata la ‘causa’ che ha tenuto lontana la guerra dal nostro continente. Questo vuol dire che con tutti i suoi limiti, rappresenta un luogo dove i diritti, seppur risicati, ancora ci sono, sono riconosciuti. Ecco perché, per me, bisognerebbe capire che cosa è in ballo in queste elezioni. A Ferrara, secondo me, è il fatto di non essere governati da incompetenti con tendenze criminali, è il rischio che c’è. Bisogna capire che a Ferrara va preservata una condizione di convivenza e di decenza che, tutto sommato, è invidiabile nel complesso, poiché se uno guarda non mi sembra sia una città invivibile. E bisogna capire che in Europa, quando i problemi sono complessi, bisogna dare delle risposte complesse. Certo, possono soddisfare la gente dicendo “ci penso io”, ma non c’è niente di facile. C’è stata l’arroganza da parte del centro-sinistra di pensare che ci fossero colpi che risolvessero i problemi, per esempio il 40% alle europee o il cambiare la Costituzione. Non si fa così se si vuole cambiare davvero. Nella semplificazione non possono che vincere delle tesi reazionarie.

In tutto questo il ‘Movimento Nonviolento’ come si colloca? Se dovessi fare un raffronto politico penserei al Partito Radicale.
Io non sono radicale, e sono stato contrario a ogni tipo di identificazione e avvicinamento al Partito Radicale. Gli riconosco alcuni meriti, come quello dei diritti civili, la battaglia sull’obiezione di coscienza, ma non ho nessun tipo di affiliazione né di vicinanza. Non mi ci sono mai riconosciuto.
Il Movimento l’ha costituito Capitini dopo la ‘Marcia della pace’ nel 1961. Io ero lì con lui nel 1962, poi Capitini è morto, nel 1968, e io sono stato per molti anni presidente, mentre adesso c’è Mauro Valpiana che è anche il direttore di ‘Azione Nonviolenta‘. È un movimento, quindi, che si tiene lontano dall’affiliazione di partiti, poi le persone fanno le scelte che fanno, come me, ma sempre da indipendente, proprio perché il Movimento è convinto che occorra qualcosa di diverso dai partiti e che ci siano delle priorità: la prima è quella di opporsi alla guerra in tutti i modi, e nessuno dei partiti ha mantenuto questa posizione, anche perché siamo molto legati all’articolo 11 della Costituzione che dice “l’Italia ripudia la guerra”. Il Movimento non violento viene da Ghandi, da Luter King, è un piccolo movimento, ma collegato a delle correnti profonde di pacifismo radicale. C’è un movimento di giustizia e di eguaglianza che nei radicali manca. Ho molta stima per Emma Bonino, Marco Pannella lo conoscevo da quando ero ragazzo, però questa sensibilità, ai problemi sociali, nei Radicali è carente, non a caso è una formazione che è nella sinistra liberale. Invece penso che oggi il dato dell’essere o non essere povero, del fatto che si va indietro invece che avanti e la diseguaglianza sociale sono i problemi assoluti. E la diseguaglianza è un problema che se non viene visto e affrontato, produrrà il risultato che si darà un calcio a chi è sotto di te per paura che prenda quello che tu hai. Mors tua, vita mea.
Il Movimento Nonviolento è preoccupato di questo. Capitini dava questa definizione: “La non-violenza è apertura, ed è apertura all’esistenza dell’altro”, anzi addirittura diceva “del vivente”, difatti non mangiava neanche la carne. Quindi l’apertura all’esistenza dell’uomo in primo luogo, ma più in generale all’esistenza, alla libertà; quindi c’è anche l’idea che l’altro ha diritto di esistere e di essere libero, e già oggi noi, di fronte a una serie di figure, diciamo che non esiste il diritto di esistere. Se dico che sei clandestino, dico che sei illegale, che sei una non-persona, quindi non hai il diritto di esistere o di esistere qui perlomeno.

Sarebbe in pericolo la libertà quindi?
La libertà c’è solo se c’è libertà per tutti, sennò vuol dire che ci sono dei servi e dei padroni. Quindi chi non pensa alla libertà dell’altro, vuole un mondo di servi e padroni. Noi siamo contrari a questa idea. Oltre alla libertà e al diritto di esistere, c’è anche il diritto allo sviluppo dell’altro, cioè il diritto di tirare fuori tutte le risorse che una persona ha. Non pensiamo allo sviluppo economico del diventare più forti e più potenti, ma ad uno sviluppo umano in cui i bisogni fondamentali vengano affrontati e forse c’è bisogno di una vita più sobria. Da questo viene l’attenzione alla natura e ai temi dell’ambiente.
Il Movimento NonViolento, per me, quindi, è fonte d’ispirazione anche nella realtà locale, cioè dire che vanno fatti quei gesti che permettono di costruire solidarietà tra le persone, non solo con delle predicazioni. Ecco perché è importante che a Ferrara ci siano delle persone che si prendono la briga di fare il tutore di minori stranieri non accompagnati, che accanto a chi di mestiere li accoglie ci sia gente che volontariamente si prenda o ragazzi in casa oppure fare l’adulto di riferimento, che per il minore straniero vuol dire avere una figura di riferimento con la quale confrontarsi, invece di essere un numero la cui tutela dipende dalle istituzioni.

Si può essere ‘pacifisti a oltranza’?
Nei casi concreti è sempre difficile capire, si dice “quando c’era Hitler si doveva pregare o bisognava combattere”, e via dicendo. La risposta è: la stragrande maggioranza degli italiani erano diventati fascisti, quindi potevano fare a meno di esserlo. Non è che venuto un marziano a far diventare fascisti gli italiani, c’è stata una conversione. Oggi la gente che il giorno prima votava Pd, ora vota Lega. Ti faccio un esempio: quando è morto Federico Aldrovandi è stato fatto un corso di formazione dove c’erano la polizia, i carabinieri, gli assistenti sociali, i volontariato che vanno in giro. Perché si è fatto? Per dire che c’è un bisogno da parte degli operatori di conoscere come opera quello a fianco, perché c’è bisogno di collaborazione. Se penso che un giovane è fuori di testa, non penso di curarlo a colpi di manganello, ma chiamo il pronto soccorso psichiatrico. Ho la consapevolezza di quello che posso fare io e di quello che posso fare in più sapendo che sono collegato ad altri. Questo modo vuol dire avere degli operatori che hanno questa responsabilità, non come quelli che battono le mani a chi ha massacrato Aldrovandi, o chi ha l’idea che la polizia possa agire attraverso la tortura.
Dentro a un atteggiamento di destra c’è anche una svalutazione completa del ruolo delle persone, delle loro qualità.

Cos’è, per te, la ‘Marcia della Pace’?
La prima marcia della pace c’è stata nel 1961 e l’ha fatta Capitini ed è stata la marcia per la fratellanza tra i popoli. Penso che la Perugia-Assisi sia particolarmente importante nella situazione attuale perché spero che rappresenti in qualche modo la risposta non solamente individuale, ma corale alle parole che vengono dette, come l’idea che bisogna costituire muri tra noi e gli altri e se possibile buttarli fuori. I bisogna capire che, con tanta difficoltà, la strada è un’altra. Se uno pensa di fermare le immigrazioni e le emigrazioni attraverso la violenza, vuol dire che sta programmando filo spinato e campi, e non ce la farà, però in compenso farà patire molto, perché nessuno può fermare questa onda. Vanno via più giovani italiani di quanti ne entrino. Abbiamo visto in passato con quanta facilità siano state accolte le leggi razziali a Ferrara, che aveva un podestà ebreo. Non hanno fatto nessuna impressione. Pochissimi si sono dati da fare, perché ciascuno ci ha visto un pezzo di interesse. .

La legge sull’immigrazione del governo Lega-5Stelle rischia di peggiorare la situazione?
Si, ci sarà un sistema con meno controlli.
Quando ho fatto per 5 anni il difensore civico della Regione, cioè quello che tutela i cittadini nei confronti delle amministrazioni, sono stato al centro di identificazione e di espulsione a Bologna, ed è una cosa assolutamente demenziale. Persone messe là dentro con l’esercito fuori, con i centri sociali che ogni tanto andavano a fare confusione. Ognuno ‘recitava’ la sua parte. Quelli facevano gli ‘sbirri’, noi facevamo i ‘rivoluzionari’, e quelli là dentro si arrangiavano. A volte dicevano “dobbiamo metterne dentro altri 30, mettine fuori 30”, ma quali? Li mettevano fuori punto e basta. Questo è il modo di funzionare di un centro. Avremo sempre più situazioni fatte così, e sappiamo cosa vuol dire, cioè avere pezzi di territorio e di persone che sono fuori dalla legge comune.

Si rischia la ghettizzazione e una conseguente radicalizzazione?
Un ragazzo che fa la trafila qua e vede che è respinto in ogni modo, il minimo che può fare è dire “io sono capace, ve la faccio pagare”. Noi stiamo allevando tutto questo in questa mancanza di integrazione. Poi ci sarà chi è contento, chi venderà più armi ecc.. Noi abbiamo questa vergogna, ne scrissi anche che in Italia ci sono troppe poche sparatorie, in America sì che sono avanti! Ci sono “solo” 400 morti all’anno, rispetto all’800 dove i morti erano quattromila, eppure si sente dire sempre “adesso non c’è più sicurezza”, non è vero niente. Però non serve a niente dirlo, come per esempio chi dice del Gad, ma non c’è stato neanche cinque minuti.

Però un problema di delinquenza in Gad, soprattutto in zona ‘Giardino’ esiste.
Certo. Se io sono lì vedo. Se si fosse fatto un ragionamento per tempo si sarebbe potuto intervenire.
Il Comune si è inventato il ‘Centro di mediazione‘ che alcune attività le ha anche fatte, però secondo me sono arrivati tardi. Ogni volta non si è attenti a dove stanno i problemi e chi è che ha in mano le chiavi per risolverli. E dove stanno i problemi ci si è messo tanto tempo per capirlo. Per esempio: Grattacielo, qui ci sono tutte le nazionalità, ma non ci sono cinesi. Dodici anni fa, invece, nella prima statistica risultavano primi i cinesi. Il problema è cosa vedi e cosa non vedi. Poi anche questa storia della percezione, in molti casi è vera, perché se ti porto i dati sul tema sicurezza vedi che non è come sembra.

Molti dicono che a essere calate siano le denunce più che i reati.
È vero, ma questo riguarda lo scippo, i piccoli furti. Ormai chi denuncia più una bicicletta? Io ho perso il conto di quante me ne hanno portate via, ormai giro a piedi.
Quindi bisogna guardare dentro le cose, ma prendere per buone le percezioni. Io faccio sempre questo esempio quando dicono ‘percepito’ e ‘realtà’: è come col terremoto, c’è la Scala Richter, che ti dice la magnitudo, e poi c’è la Scala Mercalli che è basata sui danni subiti. Tu ‘percepisci’ solo la seconda.
Se io ho paura, quindi, è un fatto reale, non è percezione. I nostri amici del Centro di mediazione hanno provato a lavorare su questa situazione al Grattacielo, hanno fatto un’inchiesta sulle paure della gente che abita lì, sia rivolta agli immigrati che ai cittadini.
Hanno avuto difficoltà perché quel po’ di organizzazione che c’era nel quartiere ha detto “no, noi non siamo interessati a diffondere, perché tanto lo sappiamo che lo usate per altri fini”, c’era cioè l’idea che non fosse una ricerca scientifica. Invece era una cosa intelligente e seria perché partiva dall’idea: “viviamo nella stessa condizione, confrontiamoci su questo: di cosa abbiamo paura?” Era un’occasione di scambio e invece hanno toccato una percentuale di intervistati molto bassa perché molti dei residenti hanno detto “no a quelli lì non rispondiamo perché dopo loro danno quelle interviste alla Sapigni, a Tagliani ecc..”

Come vedi il futuro di Ferrara e dell’Italia intera?
Onestamente confido che non ci sia un risultato disastroso alle elezioni europee. Nel senso che ho in mente un quadro globale in cui quello che avviene qui è legato al resto, come dire che viene freddo perché arriva il vento dal Nord, quindi posso anche cercare di accendere il riscaldamento, ma il freddo arriva lo stesso. A Ferrara io sarei molto contento se si tirasse fuori l’energia per darsi una risposta decente a una situazione davvero pericolosa, che avesse una capacità di non settarismo, ho l’impressione che ci siano proposte di aggregazione.

La destra quando è alle strette dice che il ricambio è simbolo di democrazia…
Io sono favorevole al ricambio, preferirei che ci fossero partiti che assomigliassero al disegno istituzionale, dove uno è più socialista e l’altro liberale. Un’alternanza tra chi ha cercato di arroccarsi su posizioni di potere anche in modo arrogante, legato alla peggiore tradizione democristiana e comunista, e chi ha forme che ricordano lo squadrismo, mi sembra non sia un gran ricambio.

Il dono di Silvano Balboni (e di Daniele Lugli) a Ferrara

Sono stati in tanti venerdì pomeriggio a riempire la Sala dell’Oratorio Crispino San della libreria Ibs+Libraccio per festeggiare con Daniele Lugli l’uscita del libro di una vita. Anzi di due: quella dello stesso Daniele e quella del giovane Silvano Balboni.
“L’ho scoperto in quarta elementare – ha scherzato Lugli – quando il mio maestro ha chiesto a un compagno con quel cognome se fosse un parente di Silvano Balboni. Sono tornato a casa e ho chiesto a mio papà chi fosse Silvano Balboni. Lui mi ha risposto: “Era una persona per bene”. Poi l’ho riscoperto nel 1962, con l’impegno nel Movimento Nonviolento di Aldo Capitini”. I due, secondo Daniele, condividevano una “tensione religiosa fortissima” e la visione della “religione come opposizione radicale a tutto ciò che rappresentava il Fascismo”.

E così, pagina dopo pagina, ‘Silvano Balboni era un dono. Ferrara, 1922-1948: un giovane per la nonviolenza. Dall’antifascismo alla costruzione della democrazia’, racconta come un album di ricordi la figura di questo giovane politico ferrarese purtroppo dimenticato da molti e molto presto. Nello stesso tempo il libro è un prezioso saggio storico perché, come hanno sottolineato Anna Quarzi dell’Istituto di storia contemporanea di Ferrara – che ha curato l’edizione – e il professor Paolo Veronesi di Unife, raccoglie in un unico volume fonti e documentazioni inedite, a lungo disperse, forse perdute se non fosse “per l’archivio di personale di Daniele Lugli”.
Un lavoro di raccolta lungo appunto una vita, per ricostruire la trama di un’altra esistenza, quella di Silvano Balboni, e restituire attraverso un pullulare di storie il fermento politico, culturale, sociale della Ferrara degli anni Trenta e dell’immediato dopoguerra, oggi difficilmente immaginabile. Silvano Balboni, nato nel 1922 e morto in poche ore nel novembre 1948, in soli 26 anni è riuscito a incrociare moltissime altre storie: Giorgio e Matilde Bassani, Teglio e la famiglia Pesaro, Savonuzzi e la maestra Alda Costa, Aldo Capitini, Carlo Bassi, Ada Rossi e il gruppo dei sardi ferraresi, Dessì, Pinna, Varese.
Antifascista, nonostante nella sua vita avesse conosciuto solo il Fascismo, partigiano eppure non violento e obiettore di coscienza, vegetariano al tempo della fame, quella vera, Balboni è “libero da ogni incasellamento”, un “anacronismo atipico”, ha detto Veronesi. Secondo il sindaco Tiziano Tagliani, anch’egli intervenuto alla presentazione in rappresentanza di quell’amministrazione di cui Balboni ha fatto parte come assessore, la storia e la vita di Silvano Balboni sono “una provocazione continua”, ma le sue tesi eterodosse – per le quali è stato attaccato diverse volte – hanno convinto le persone per la “credibilità” con la quale le incarnava e le diffondeva in sella alla sua bicicletta. Il primo cittadino ha ringraziato Lugli per il suo lavoro di “ricomposizione di un puzzle con pezzi che stanno in diverse scatole: la storia del movimento antifascista, dell’amministrazione e dell’educazione della nostra città, la storia del Movimento Nonviolento”.

ministero-pace
Daniele Lugli

Molteplicità contro banalità, autonomia di giudizio e di azione, sempre con lo scopo di unire e non di dividere, queste sono solo alcune delle parole per descrivere la sfuggente e affascinante parabola esistenziale e politica di Balboni.
Nel maggio 1943, chiamato alle armi, diserta e fa la propria scelta di Resistenza: comincia ad attraversare la Romagna per convincere altri ragazzi suoi coetanei a non indossare la divisa e non prendere le armi. Nel 1946 fonda a Ferrara il Centro di orientamento sociale come strumento di una politica del basso. La regola era “ascoltare e parlare, non l’uno senza l’altro: qui sta l’elemento di rottura”, sia rispetto ai partiti di allora sia rispetto alla “democrazia da tastiera odierna”, con la quale la democrazia dal basso di Balboni e Capitini “non ha niente a che vedere”, ha sottolineato Lugli: “oggi abbiamo il problema contrario, sembra che la parola possa essere agita in maniera irresponsabile”. Il Cos è inoltre lo strumento di un progetto culturale ed educativo che Balboni porta avanti anche da giovanissimo assessore di Ferrara, con l’idea di aprire la testa delle persone, in quei mesi difficilissimi quando l’Italia è appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale e da vent’anni di dittatura e quindi ci si deve riabituare al regime democratico. Non solo, da assessore Balboni fonda anche “una scuola del lavoratore” e “una scuola materna ispirata al metodo Montessori”.
“Questo libro – ha concluso Daniele Lugli – non è una rievocazione, ma la riproposta di valori ideali e pratici” che hanno guidato la brevissima e intensa esistenza di Silvano Balboni: “Spero che possa essere uno stimolo per approfondirne diversi aspetti e che questo ragazzo possa parlare ai suoi coetanei di oggi”.

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LA STORIA
Il Cos padre di tutti i Forum

di Daniele Lugli

Torna il tema della partecipazione, da ultimo con il bell’intervento di Giovanni Fioravanti su Ferraraitalia, nel quale si parla di Forum, di partecipazione civica, di vita di quartiere.
Forse può essere di qualche interesse ricordare al riguardo un’importante esperienza ferrarese dell’immediato dopoguerra, promossa e sostenuta principalmente da Silvano Balboni (Ferrara 1922-1948), la cui opera di antifascista, amministratore, educatore sociale non è molto conosciuta. Si tratta dell’attività del Centro di Orientamento Sociale (COS).

Il COS nasce a Perugia su iniziativa di Aldo Capitini alla liberazione della città: la sua prima riunione è del 17 luglio 1944. Suo motto è “Ascoltare e parlare: non l’uno senza l’altro”. Diceva Capitini “chi può parlare ascolta più profondamente”. E’ luogo di libero e costante approfondimento dei temi più sentiti dalla comunità. A Perugia, accanto al COS centrale sorgono COS rionali ed altri nella provincia. Anche fuori dall’Umbria l’iniziativa prende piede. Tornato a Ferrara, nell’estate dal ’45 dalla Svizzera, dove si era rifugiato sul finire del ’43 per sfuggire a stringenti ricerche, Balboni si impegna subito per l’avvio del COS e la prepara con gli amici più vicini. Ci vorrà più tempo del previsto e la prima riunione del Centro di Orientamento Sociale di Ferrara si tiene lunedì 4 marzo1946 alle ore 18.15 all’Auditorium comunale.

Grande è il successo del primo incontro. La gente è venuta ad una riunione non più solo per ascoltare ma ha parlato. Ha posto all’ordine del giorno una serie di temi, a partire da quelli minuti e quotidiani – Nelle scatole di latte evaporato Unrra si nota un foro stagnato, c’è manomissione? L’autolettiga della Cri funziona male; c’è responsabilità? Il mangime per i polli è troppo caro e così la crusca venduta dai Consorzi agrari. L’assistenza sanitaria è troppo frazionata (Eca, Onmi, assistenza bellica, antitubercolare, reduci) e i furbi ne approfittano. Perché idraulici ed elettricisti non vengono a casa quando li chiami e costano così caro? Il problema delle strisce spartitraffico nel centro. Quali sono le prospettive dello stabilimento della Gomma sintetica? –  prendendo l’impegno di affrontarli. Viene messa a disposizione la sala del Consiglio in Castello Estense, sede della Amministrazione provinciale. Non si salta una settimana. Nel maggio del ’47 in una lettera a Capitini conta 50 incontri nel COS di città. Ci sono infatti anche COS, se pure meno assidui, nelle delegazioni, promossi sempre da Balboni. Notevole ad esempio l’attività di partecipazione alla base dell’istituzione della Delegazione di Gaibanella e la posizione del COS di Pontelagoscuro, contraria alla collocazione della ricostruzione decisa dal Comune, dopo la distruzione bellica, non più nel vecchio centro: sarà confermato l’orientamento dell’Amministrazione, con il voto contrario di Silvano Balboni, e nascerà Ponte nuovo.

Il tenersi del Cos in una sede istituzionale (in Castello fino a luglio, nel Salone del Plebiscito, Palazzo comunale, dopo cena) e l’essere divenuto Balboni assessore comunale agevolano certo il contatto con istituzioni, autorità, responsabili in genere. Ciò pone però anche il problema dell’autonomia e dell’indipendenza del COS garantita da impegno, indipendenza personale e rigore morale di Balboni. Il COS di Ferrara diventa un fatto di interesse cittadino, riconosciuto come uno strumento utile di conoscenza e controllo. La stampa cittadina ne annuncia gli incontri, ne riporta i resoconti, dibatte i temi affrontati dal Cos. È considerevole il contributo alla razionale e civile discussione dei problemi che il Cos dà in un momento nel quale la provocazione ed il sospetto sono strumenti usuali della lotta politica e si diffondono allarmi e voci incontrollate.

Nel tempo si nota uno spostarsi dai temi più minuti ad argomenti di più ampio respiro, anche sciolti da uno stretto legame locale. Un esempio è il Convegno Ferrarese sul problema religioso moderno che prende l’avvio il 17 dicembre del 1946 e poiché non è tema da concludersi in una serata prosegue un martedì dopo l’altro per dodici martedì, concludendosi l’11 marzo 1947.

Si svolge nella grande sala, allora sede dell’Università Popolare, sopra il Teatro Nuovo. Sono presentate e discusse 16 relazioni. Segue la discussione una media di 200 persone (molti i giovani e le donne). Il convegno, al quale con vari ospiti partecipano buona parte degli intellettuali ferraresi, alcuni tra i quali allora giovanissimi, desta attenzione e curiosità: ne vengono date notizie sulla stampa e ne conseguono polemiche. Le relazioni del sacerdote don Mario Mori, del pastore evangelico Zeno Tonarelli, del rabbino Leone Leoni, dell’ex prete, scomunicato vitando,  Ferdinando Tartaglia possono dare un’idea del ventaglio delle posizioni e dell’ampiezza del confronto..

Dimostrato che i temi più difficili possono essere portati a un contatto più largo che non si creda e affermato nei fatti che non vi sono limiti al discutibile si ritorna nella vecchia sede Consiglio comunale e a temi più consueti. Diceva Capitini che era bene discutere di patate e di ideali, non le une senza gli altri.

I problemi di funzionamento dei servizi pubblici e dell’istituzione di nuovi, del funzionamento più corretto dell’attività amministrativa, dell’assetto complessivo della città restano al centro dell’interesse del COS. In questo senso il COS viene a configurarsi in alcuni momenti quasi come un autorevole organo consultivo dell’Amministrazione per le più importanti decisioni da assumere. Il COS di Ferrara svolge un lavoro importante di vaglio, di preparazione e di critica rispetto alle decisioni amministrative. Il buon funzionamento delle assemblee, dove si va per ascoltare e parlare, ha creato uno spazio di confronto e di incontro di competenze tecniche, responsabilità politiche e amministrative e consenso popolare.

“Il COS lavora per la democratica trasparenza delle Amministrazioni. Controllate attraverso di esso coloro che avete eletto nelle elezioni amministrative”, recita un invito del COS, che non sembra aver perso di freschezza ed attualità. Ma il COS è anche altro: accanto ai problemi più schiettamente politici e amministrativi vengono in evidenza questioni di grande respiro. Le questioni del divorzio, della libertà e della ricerca religiosa, dell’obiezione di coscienza sono al centro di un confronto appassionato. Le conclusioni del COS ferrarese anticipano così di un quarto di secolo le faticose conquiste nel nostro Paese di diritti civili, quali appunto divorzio e obiezione di coscienza,  Sono temi centrali per la nuova socialità, alla quale lavorano Capitini e i suoi amici e che si vorrebbe caratterizzassero la Costituzione in via di elaborazione. Le posizioni del COS di Ferrara sono inviate al Ministero per la Costituente, che aveva promosso una consultazione degli Enti Locali. Il COS di Ferrara ha carattere esemplare: Nelle circolari che intendono promuovere la diffusione dell’esperienza è scritto: Chi vuole precise indicazioni su che cosa sono i COS (Centri di Orientamento Sociale), sul loro funzionamento, sul modo di istituirli, può rivolgersi a Silvano Balboni (Ferrara, Corso di Porta Romana 62 ) o a Aldo Capitini.

Non è qui il luogo per analizzare le cause della crisi dei COS sostanzialmente affidati al difficile volontariato di pochi cossisti. Già alla fine del ’47 delle decine di COS costituiti in tutta Italia risultano in costante attività solo quelli di Perugia, Ferrara, Firenze e Teramo.

I partiti si preparano allo scontro elettorale del ’48, si dividono in fronti contrapposti, contano le forze, radunano le truppe: è il momento dello schieramento, senza tentennamenti e discussioni. Non è tempo di COS.

A Ferrara il COS prosegue però anche nel 1948, con attività importanti. Il Cos resta fino all’ultimo al centro dell’esperienza e dell’impegno di Sivano Balboni, che ne tenta il rilancio e l’estensione sul territorio nazionale e provinciale. Balboni muore a 26 anni di fulminea malattia il 7 novembre 1948. Il Cos, anche se la sigla proseguirà per qualche tempo, non gli sopravvive, né a Ferrara, né altrove.

“Ci mancò poi quell’orizzonte sereno nel quale si inscrivevano i nostri incontri e scontri” come ebbe occasione di dirmi Pasquale Modestino. Resta solo Capitini a firmare la circolare n.5 dicembre 1948 Sviluppo del lavoro dei C.O.S., nella quale si concentra la riflessione sull’esperienza e la speranza  una ripresa “dal basso” dell’iniziativa per la quale gli è venuto meno il decisivo contributo di Silvano. Lo scritto si apre così Silvano Balboni, iniziatore del COS di Ferrara, è morto il 7 novembre 1948. La sua presenza e il suo servizio continuano.

 

Istruzioni di Aldo Capitini per costituire i Centri di orientamento sociale

  1. Un Cos è una riunione aperta a tutti per discutere tutti i problemi
  2. Molto importante è la periodicità, cioè stabilire un giorno e ora fissi per ogni settimana
  3. Il promotore del Cos forma un gruppo o comitato per eseguire tutto ciò che occorre al funzionamento di un Cos
  4. E’ bene che i componenti del Comitato siano indipendenti o di diversi partiti
  5. L’impegno del Comitato è di tenere il Cos aperto a tutti e di ammettere la discussione anche su temi proposti dal pubblico
  6. Uno del Comitato presiede la riunione
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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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