Tag: adulti e ragazzi

Diario di un parent for future (aka PFF).
24 settembre: in piazza per lo Sciopero Climatico Globale

 

In realtà i governanti europei sapevano e sanno benissimo che le loro politiche di austerità stanno generando recessioni di lunga durata. Ma il compito che è stato affidato loro dalla classe dominante, di cui sono una frazione rappresentativa, non è certo quello di risanare l’economia. E’ piuttosto quello di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto in corso da oltre trent’anni.”.
(Luciano Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, 2013)

Il 24 settembre si scende in piazza per lo sciopero climatico globale e ci sono ancora tantissime cose da fare!

Per fortuna i cartelloni sono pronti: ieri con alcuni compagni di classe di mia figlia siamo andati al parco a prepararli. Si sono molto divertiti e credo ne resterà un bel ricordo. Abbiamo parlato di come vorrebbero il loro futuro e i bimbi in gran parte chiedono meno auto: a 7 anni capiscono perfettamente che la mobilità a base di combustibili fossili costituisce uno dei problemi principali del riscaldamento globale.

Abbiamo cercato di coinvolgere le altre famiglie della classe e la scuola, ma molti genitori faticano a prendere ferie. Certo, se i sindacati avessero proclamato lo sciopero sarebbe stato tutto più facile, ma non credo che la gravità della situazione sia ancora correttamente compresa.

Dopo tutto ognuno vive nella propria bolla: la mia, da ormai anni, è quella legata alla conservazione degli ecosistemi; altri vivono la bolla del lavoro prima di tutto; sarebbe importante farle scoppiare tutte e iniziare a parlarci senza pregiudizio.

Comunque non ci diamo per vinti! Giorni fa, nel tentativo di creare la massima adesione allo sciopero di Ferrara, abbiamo pensato di contattare singole persone del sindacato, all’ultimo minuto e in modo sconclusionato, ma speriamo di vederli in piazza.

Serve poi che molto presto, al di là dei cortei, riusciamo a dialogare con le OO.SS. Sennò capiterà in continuazione di trovarli su posizioni opposte nelle singole vertenze: è stato così con il CCS a Ravenna. [Vedi qui]

L’iniziativa più bella comunque la stiamo organizzando come PFF Italia insieme ai Fridays for future (FFF) Italia: una staffetta ciclistica “Running for future [Qui] che parte da Roma il 24 settembre e termina a Milano il 2 ottobre – si tiene a Milano l’ultimo summit pre-COP26 [Vedi qui] – lungo la via Francigena, per ricordarci che abbiamo un paese meraviglioso, poco tempo per agire, e molti punti da connettere.

Ogni tappa (in diretta FB) focalizzerà un punto nodale della transizione ecologica necessaria, ovvero le emissioni di CO2: l’agricoltura, la salute, l’equità sociale, la biodiversità, la cementificazione, il patrimonio forestale, l’acqua.
Il 2 ottobre la staffetta confluirà nella manifestazione di Milano per mandare un messaggio inequivocabile ai negoziatori di tutti i Paesi che non si può più tergiversare rispetto agli obiettivi minimi dell’Accordo di Parigi.

Di nuovo, i ragazzi di FFF hanno una marcia in più, stanno raccontando da mesi ormai cosa gira intorno al vertice per l’ambiente in modo rigoroso e divertente [clicca Qui] .

Belli i PFF, li vedo lavorare nella mia città, a livello nazionale e anche nel globale. In quest’ultimo, do solo un minimo contributo nel gruppo traduzione, quando servono documenti da diffondere su scala mondiale: sta per uscire un video di genitori (adulti in realtà, perché essere PFF non significa avere figli) di tutte le nazionalità per ringraziare i ragazzi di FFF di essere una scintilla fondamentale nel movimento contro i cambiamenti climatici.

Cose analoghe abbiamo fatto anche a livello nazionale, dove va gran parte del mio impegno come facilitatrice, e sono convinta che solo un movimento fatto in gran parte di donne (mamme e non) potrebbe pensare a modi tanto accorati e delicati di mobilitarsi. Certo, un movimento femminile è un po’ caotico, però quei pochi ‘elementi maschili’ che ci abitano, portano la loro corteccia cerebrale per incanalare tutta l’energia creativa verso singoli obiettivi.
Mi vengono in mente esempi specifici, non faccio nomi, come il progetto Climate clock [Qui] (testimone della staffetta che parte venerdì da Roma) e i progetti mobilità a Ferrara [Qui] guidati da volenterosi papà.

Sono tantissimi i gruppi di lavoro qui e a tutti i livelli del movimento, serve pazienza per accompagnare il cambiamento verso una società di fatta di giustizia sociale, economica, climatica. Serve cambiare punto di vista (uscire dalle bolle!), non più solo compatibilità economica ma impronta di carbonio. Serve cambiare modo di prendere le decisioni. In PFF ci proviamo con la Sociocrazia 3.0 [leggi Qui] che davvero è uno strumento potente, perché fa venire a galla gli obiettivi e fiorisce nelle differenze di pensiero.

Il problema è il tempo: se anche l’IPCC ha anticipato il suo ultimo rapporto [Qui] date le novità non incoraggianti, le evidenze scientifiche rendono sempre più evidente che entro il 2030 il grosso della decarbonizzazione deve essere compiuta, pena il caos climatico.

Mentre scrivo sto guardando un film dello Studio Ghibli intitolato Nausicaä, è un’opera a tema ecologista come tanti lavori di Hayao Miyazaki. “Mamma, venerdì alla manifestazione diamo il messaggio di Nausicaä! Dobbiamo lasciare stare la Terra perché tutto vada a posto. La Terra sta bene e noi stiamo bene. Lasciamo spazio ai boschi, senza costruire troppo.”. Mi sembra una buona idea.

Sciopero Globale per il Clima 2021Venerdì ho preso ferie e sarà una bella giornata:
a Ferrara ci troveremo alla Porta degli Angeli alle ore 9,00.
Marcia fino a piazza Municipale e poi interventi,

Non si può mancare! …
non abbiamo un pianeta B
.

(spoiler) vado a fare una foto da mandare ai FFF, la solita genialata dell’ultimo minuto per convincere i lavoratori a partecipare, cercatela sui social!

 

Un nuovo patto educativo costruito sulla “premura”

Oltre oceano, l’editorialista del New York Times David Brooks ha recentemente scritto che virtù come gentilezza, correttezza, onestà e rispetto sono sottovalutate e che nessuno si batte più per esse. Il rischio è vivere un futuro in cui leader, media e influencer ci abbiano convinto che tutte le persone sono intrinsecamente manipolatrici, egoiste e meschine. Gli atti di compassione sono per i perdenti. E peggio di tutto, i concittadini non si fidano l’uno dell’altro perché ci è stato insegnato che tutti sono bugiardi, senza scrupoli o imbroglioni e che si preoccupano solo di se stessi.

Si capisce perché negli Stati Uniti si diffondano organizzazioni come Character con l’obiettivo di promuovere nelle scuole l’educazione della personalità e del carattere.
Il suo presidente, Arthur Schwartz, in un articolo, pubblicato da Education Week, lamenta che il tema dell’educazione del carattere e della personalità non appaia nei programmi dei contendenti alle elezioni presidenziali.
La piattaforma dei Democratici, a proposito di scuola, menziona le esigenze di salute mentale degli studenti e il supporto all’apprendimento sociale ed emotivo, mentre quella dei Repubblicani sostiene che le scuole dovrebbero insegnare “l’eccezionalismo americano”, ispirato dalla descrizione di Alexis de Tocqueville della società americana negli anni ’30 dell’Ottocento.

Il papa, nel messaggio inviato al convegno promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali su “Educazione: il Patto Globale”, denuncia che si è rotto il cosiddetto “patto educativo”. Ad essere gravemente malato è il tessuto sociale, quello che la storia ha confezionato finora e all’interno del quale sempre più ci stiamo trasformando in tanti analfabeti della convivenza civile.

Qualcosa non funziona più correttamente nel rapporto tra scuola e società e riunire gli sforzi, ricomporre una alleanza educativa ampia richiede innanzitutto di comprendere, dove il tessuto si è lacerato e perché. Abbiamo fallito nel raggiungere l’obiettivo che il nostro sistema educativo di istruzione e di formazione si era dato: “la crescita e la valorizzazione della persona umana”.

Ora ci accorgiamo di individualismi e di solitudini esasperate, senza renderci conto di essere stati noi a coltivarle, spezzando il legame originale tra Io e Tu, con lo spersonalizzare e il reificare le persone a partire da quel tragitto che ci ostiniamo a chiamare educazione.
Il nostro rapporto con gli altri è un aspetto essenziale del nostro “essere”, ed è proprio questo rapporto ad essere sempre più minacciato. Il crescere esponenziale di una cultura della violenza tra i giovani, non solo nel nostro paese, è la conferma che qualcosa di molto importante si è spezzato.

L’epidemia in tutto il mondo ha riproposto la fragilità delle categorie su cui si fonda il rapporto tra la scuola e la società. Deciso il lockdown degli istituti scolastici, la preoccupazione prima non è stata per gli apprendimenti che bambine e bambini, ragazze e ragazzi avrebbero perduti, ma sul come poter gestire una vita che improvvisamente comprendeva a pieno tempo l’ingombro dei figli. L’incompatibilità tra il mondo quotidiano degli adulti, attivo e produttivo e il pianeta giovani, dall’infanzia all’adolescenza. È emerso con prepotenza lo spettro della scuola come luogo dell’isolamento, della distanza dalla vita degli adulti, della quarantena dei giovani dalla società. Non il luogo dello studio e dell’apprendimento, ma il contenitore della necessaria separazione tra generazioni distanti, dove altri adulti svolgono la funzione di mediare tra i due mondi differenti.

Nessuno ha avvertito che qualcosa di insensato prendeva corpo, come l’ostinarsi nel continuare a crescere i giovani lontani da sé, dagli altri e dal mondo. Divisi da se stessi e dalla loro identità, per assumere quella di scolari, alunni e allievi, in una sorta di schizofrenia istituzionalizzata. Perché è convinzione generale che sia normale procedere così, così si è sempre fatto. Si è sempre fatto di allevare una gioventù in conflitto con gli adulti, salvo poi scandalizzarsi se i conflitti degenerano nei comportamenti di devianza sociale.

Non abbiamo pensato mai che forse si potevano mescolare le vite, che la distanza tra mondo degli adulti e i ragazzi si sarebbe potuta accorciare, se non abbattere, con il vantaggio di farli sentire parte responsabile di quel mondo fin da piccoli, senza la stupida trafila dei riti di passaggio che ci siamo inventati. Non abbiamo bisogno di fare ritorno a lessici abbandonati da tempo come ‘carattere’ e ‘personalità’, forse la chiave per riscrivere quel patto educativo che si è rotto, sta in una parola sola: ‘premura’. Una società che non ha premura per i suoi giovani, finisce che poi li perde per strada, come sta sempre più avvenendo in modo allarmante.
‘Premura’ significa che i giovani devono crescere a fianco degli adulti, non distanti da loro, formarsi sentendo di condividere la medesima vita, ognuno con le proprie peculiarità, che non c’è una vita di serie A che seguirà a una vita di serie B.

Dall’esperienza del Covid dovremmo aver appreso che la premura per i nostri giovani, grandi e piccoli, è ben più complessa dei banchi di scuola da recuperare. Che dovremmo ripensare le nostre città, la loro organizzazione, il nostro modo di vivere tornando a farci carico dell’altro, che per crescere ha bisogno di tutti noi, non solo di insegnanti e scuole a cui delegare quello che non sappiamo più fare.

Non si può educare senza indurre alla bellezza” scrive il papa nel suo messaggio alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, e che “un’educazione non è efficace se non sa creare poeti”. Ma la bellezza o si vive od è puro estetismo, come non si possono formare poeti, se la vita non induce alla poesia. Sono apprendimenti sterili quelli che si ricevono sui banchi di scuola, se bellezza e poesia non scaturiscono dal viverle insieme, coinvolti dagli adulti, in un processo di formazione che non può che essere olistico, dalla cui responsabilità nessuno dei soggetti sociali può sottrarsi.

Per leggere tutti gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

QUELLO CHE NON CI DICONO SULLA CRISI DELLA SCUOLA

La odierna sovra esposizione mediatica della scuola, a cui stiamo assistendo dalla chiusura degli istituti scolastici  a causa della pandemia, mette in scena paradossalmente la sua marginalità. Le reale ragione del profondo malessere del nostro sistema di istruzione che oramai da decenni vede la scuola italiana in caduta libera verso gli ultimi posti di tutte le classificazioni che la riguardano, pare non essere nemmeno lontanamente al centro dell’informazione ma neppure delle preoccupazioni della politica, e anche delle famiglie e degli studenti .

Ma prima desidero sgombrare il campo da spiacevoli fraintendimenti.

Il problema delle modalità della riapertura delle scuole a settembre è, ovviamente e veramente una grande incognita, e tutti gli sforzi che ad ogni livello si stanno compiendo in questi mesi ,devono essere al centro della condivisione e collaborazione di tutti, al fine di poter inventare soluzioni in grado di coniugare il diritto allo studio con  la sicurezza di operatori e utenti. Ogni tentativo di sminuire il raggiungimento di  tale obiettivo è  colpevolmente deresponsabilizzante e qualifica in modo del tutto negativo chi lo promuove
L’operazione che a mio avviso però non è accettabile è quella di utilizzare l’emergenza per coprire o mascherare la progressiva perdita del senso profondo di cui è vittima la  Scuola nella nostra società.

Non è questa la sede per sviluppare una analisi seria di tutti i provvedimenti che hanno portato il nostro sistema di istruzione a essere quello che è. Desidererei invece partire dalla condivisione di una affermazione che metterei all’inizio di questo ragionamento: la Scuola è disinteresse allo stato puro o non è.
Questo non significa riproporre un nostalgico  richiamo agli otia studiorum dell’epoca antica, ma al fatto che la Scuola dovrebbe essere per tutti una sorta di grande laboratorio dove si sperimenta la possibilità di percorrere le strade della Vita. non solo con i piedi, ma soprattutto con la testa.

E’ a Scuola infatti che si apprende sostanzialmente una conoscenza esterna finalizzata alla crescita interiore, alla formazione dei ragazzi, dove il suo messaggio fondamentale possiamo sintetizzarlo nel fatto che per Fare bisogna Essere, e non il contrario!
Quello che conta nella Scuola è la soggettività umana, l’attenzione educativa dovuta ad ogni ragazzo, che certo dovrà produrre prestazioni, acquisendo competenze valutabili e quantificabili ma in relazione allo sviluppo dell’essere di ognuno.

Come giustamente ha più volte osservato Umberto Galimberti, il problema oggi invece è che l’attenzione del processo educativo si è spostato dal “fammi vedere chi sei” al “fammi vedere cosa sai fare”, con tutto quello che ne consegue. Il risultato sono i nostri giovani della cui condotta non c’è genitore o insegnante che non si lamenti. (U. Galimberti Che ne è della nostra cultura umanistica in D la Repubblica 1/12/2018)

Attenzione,  non facciamoci poi abbindolare da spiegazioni semplificatrici sul fallimento educativo della scuola di oggi, fallimento che da più parti sentiamo imputato alla mancanza della disciplina e del rigore o al rimpianto di una scuola selettiva o di ’quel professore così severo che però la matematica me l’ha fatta imparare!’.

La scuola un tempo era certamente più selettiva, ma perché era classista.
Vogliamo legare il futuro di nostro figlio alla fortuna della nascita in una famiglia con possibilità economiche o piuttosto alla possibilità per tutti di trovare a scuola il riconoscimento delle specifiche capacità?

E per ciò che riguarda il richiamo alla severità del passato, dobbiamo riconoscere che è vero, sotto la pressione della paura posso anche imparare delle nozioni, ma certamente non riceverò quella educazione che nel tempo può portare a far si che non cresciamo come dei legni storti, per dirla con Kant!
Senza contare poi tutti quelli che dalla paura sono stati per nulla stimolati ma schiacciati e annientati!

A Scuola non si produce addestramento ma educazione e formazione.
Questa Scuola allora è quella che vuole affiancare i ragazzi nello svolgimento della loro storia, perché la Scuola svolge una grande narrazione, quella della vita. Il linguaggio che utilizza e insegna  è quello esclusivamente umano della lingua parlata e di quella scritta, gli altri sono importanti supporti.

La nostra esistenza è racchiusa tra due punti: quello della nascita e quello della morte. Tra questi due punti si sviluppa il percorso dell’ esistenza ed è in questo percorso che costruiamo la nostra identità.
La Scuola ci conduce in questa avventura attraverso molteplici strumenti, tra cui sicuramente la narrativa deve continuare ad avere un posto fondamentale. La possibilità di vivere diverse vite con la fantasia apre ai ragazzi il mistero della esistenza in tutte le sue variegate dimensioni, incarnate nelle storie dei personaggi narrati: l’amore, l’odio, la gelosia, l’astuzia…Ed ecco che nella possibilità di vivere più di una vita possiamo affrontare anche le nostre paure profonde, di cui quella della morte è la principale..

Studi recenti  dimostrano la forte correlazione tra il grado di empatia delle persone e la loro abitudine alla lettura e scrittura.
Non è una risposta formidabile questa ai nostri dubbi sui ragazzi di oggi, sulla  reale capacità di conoscere se stessi, sulla loro capacità di affrontare il dolore, sulle possibilità di amare l’altro da sé e il diverso, del prendersi cura? Insomma di vivere in modo disinteressato, cioè senza un interesse narcisistico da perseguire, ma di poter sperimentare una vita piena di interessi e, se vogliamo dirla con Lacan, di desideri.

Purtroppo da un lato l’interesse principale delle nostre comunità non sta andando in questa direzione e dall’altro la scuola sembra interessare sempre meno chi la frequenta, in questo caso a motivo dei grandi dissuasori comunicativi che la società degli adulti mette loro a disposizione sin dalla più tenera età.

Concludo con un richiamo al pensiero di Emmanuel Levinas tratto  da Etica e Infinito, che mi pare possa essere utilizzato per iniziare un ripensamento sulle reali motivazioni della crisi della nostra scuola. Scrive Levinas:
“Penso che nella grande paura del libresco manchi il riferimento ontologico dell’umano al libro, il quale viene spesso ridotto ad una fonte di informazioni o ad un utensile della conoscenza, ad un manuale, mentre è una modalità del nostro essere”.

FAMILY NOW
La vita sospesa di ragazzi e genitori: per esempio una chat…

Come stanno i nostri ragazzi? Come stanno vivendo queste settimane di vita sospesa?

Fino a prima dell’epidemia la condizione degli adolescenti e del loro rapporto con gli adulti l’ho trovata ben rappresentata all’interno di un breve apologo raccontato dal romanziere americano D. F. Wallace. scomparso tragicamente nel 2008.
Il 21 maggio 2005 David Foster Wallace tenne un discorso ai neolaureati del Kenyon College, dal titolo Questa è l’acqua. La tipologia usata è quella dei commecement speech, cioè discorsi tenuti da personalità di rilievo ai neolaureati delle più importanti università americane: libere considerazioni sulla vita , sul destino, sulla cultura.
Il titolo This is water deriva dal breve racconto con cui prende il via il discorso:
“Ci sono questi due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: «Salve ragazzi, com’è l’acqua?» e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: «Che diavolo è l’acqua?» (D. F. Wallace,Questa è l’acqua, Einaudi, 2008, p.140).
Il significato della storiella è che le realtà più usuali e quotidiane, spesso sono anche le più difficili da vedere, proprio perché ci siamo immersi fin dalla nostra nascita, come i pesci nell’acqua. Come la famiglia.
Come la famiglia nei giorni del coronavirus?

Insegno in un istituto di scuola superiore della città e, in questo periodo di lezioni sospese, continuo, facendo di necessità virtù, a mantenere i contatti con i genitori, pur a distanza, con uno strumento che in verità fino ad ora non avevo mai utilizzato: una chat sul cellulare.
Sono emerse considerazioni, suggestioni, riflessioni sui figli che fanno intravvedere ansie, paure, dubbi ma anche speranze, domande, attese di mamme e papà sulla vita dei loro ragazzi, per decreto affidati al caldo del nido famigliare in questi giorni di irreale relazionalità.
Eccone qui alcuna tra le più significative

AD ALCUNI MANCA…AD ALTRI MENO…
Papà di A.V. (classe quarta)
“I miei stanno bene…e nessuno dei due ha voglia di tornare a scuola”
Mamma di A.C. (classe seconda)
“Anche mia figlia sta bene, ma lei ha voglia di venire a scuola”
Mamma di N.B. (classe terza)
“I miei ragazzi hanno voglia di rivedere i loro amici e… alcuni insegnanti!”

GIORNATE PIENE DI…SOLITE COSE E DI PICCOLE GRANDI NOVITA’…
Mamma di E.T. (classe seconda)
“…se fuori fa freddo giocano a ping pong in casa, spostano il divano. aprono il tavolo in soggiorno, cosa che in altri tempi non sarebbe mai stata concessa…”
Mamma di F.L. (classe terza)
“F. se la passa abbastanza bene tra lezioni, play station e addirittura ha letto anche un libro! Alcune sere giochiamo a briscola come ai vecchi tempi…”
Mamma di A.G. (classe prima)
“A. mi dice che non si annoia e sta bene in casa…non è da lei…visto che voleva sempre uscire…mah!”

IL VECCHIO E IL NUOVO SI SOVRAPPONGONO…
Mamma di M.E.P. ( classe prima)
“Questa esperienza mi sta mettendo alla prova…la prima settimana a casa è stata tutta una discussione…adesso devo dire che sono stupita di M.E….mi sembra diventata più responsabile!”
Mamma di J.S. (classe seconda)
“…la cosa diversa è che ogni tanto mi chiede consigli sui compiti cosa che di solito non fa.”
Mamma di T.B. (classe terza)
“Mio figlio ormai non ci sopporta più perché gli stiamo sempre addosso…ma abbiamo riscoperto cose da fare insieme …qualche volta guardiamo anche un film! mai successo!”

TRA OTTIMISMO E PESSIMISMO
Mamma di E.S. (classe terza)
“…sarebbe comunque impossibile dire che va tutto bene…cerchiamo di volta in volta nuove strategie per farcela…”
Mamma di R.S. (classe quinta)
“aiutateci a sconfiggere questo virus… in ospedale abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti!”
Mamma di G.N. (classe quinta)
“I nostri ragazzi hanno una prova difficile da superare…hanno tanta fantasia, sono la nostra forza!”
Mamma di S.B. (classe seconda)
“Arrivo a sera con gli occhi e mente stanchi…comunque prof. se trova qualche appiglio interessante in quello che ho scritto lo usi pure!”
Mamma di C.L. (classe terza)
“Credevo potessero subentrare crisi di pianto: no cinema, no pizza, no amici, no moroso.. e invece devo ammettere che questi ragazzi hanno dimostrato carattere!”

Mentre scorro tutti i messaggi mi tornano nella mente i visi dei genitori che nei nostri incontri mensili avevano espresso la loro incredulità nello sperimentare l’indifferenza dei figli nei loro confronti tra pasti consumati frettolosamente e il silenzio impenetrabile su un mondo a loro precluso.
Adesso pare quasi che quel silenzio sia scappato fuori dalla casa, lungo le vie deserte, a riempire le piazze troppo grandi per quei due o tre passanti frettolosi che le attraversano, ignorando i superbi monumenti oggetto poco tempo prima di tanto ammirato interesse.
Non riesco a condividere l’affresco degli adulti dipinti nella Lettera agli adolescenti nei giorni del coronavirus di Matteo Lancini [puoi leggerla qui], psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Il Minotauro di Milano, profondo conoscitore del mondo degli adolescenti. Secondo Lancini, questi adulti non si sono assunti le responsabilità necessarie a garantire ai figli ”un presente stabile e un futuro non troppo fosco”. O per lo meno, diciamo così, a livello di caratterizzazione generale del rapporto adulti/adolescenti, molte delle sue osservazioni sono chiaramente condivisibili; l’analisi dell’inadeguatezza del mondo degli adulti è corretta anche se spietata.

Ma poi ci sono le storie.Le storie personali di tantissimi genitori che non rientrano nelle statistiche dei vari osservatori, libri bianchi, ricerche a tema.
Ed ecco a tal proposito tornare alla mente una immagine dello straordinario film Jojo Rabbit di Taika Waititi, quella in cui il protagonista del film, un bambino di dieci anni appartenente alla Hitlerjugend, alla vista di quattro impiccati penzolanti sulla piazza della città, chiede: “Che cosa hanno fatto?”
“Quello che potevano”, risponde la madre.
Bene, questo verbo all’imperfetto detto dalla madre mi è rimasto dentro, anche se sul momento non ne ho ben capito il motivo. Certo, nel contesto della vicenda narrata era riferito a martiri che avevano fatto quello che era stato umanamente in loro potere per contrastare la follia del nazismo. Ma quell’imperfetto non poteva invece essere riferito anche a se stessa, a lei, come madre intendo? Non è sempre ‘imperfetta’ l’azione di ogni genitore?

Ricordiamo tutti il titolo del lavoro di Bruno Betthelheim, Un genitore quasi perfetto (Feltrinelli,1987), un libro che come pochi altri ha accompagnato generazioni di genitori nella riflessione sull‘importanza della realizzazione di una profonda comunicazione emotiva con i propri figli.
Insomma, leggendo e rileggendo i messaggi della chat dei genitori di questi giorni di forzato isolamento è come se la porta di casa che dà sulla strada di San Giovanni fosse per un po’ rimasta chiusa. La strada di San Giovanni (Italo Calvino, La strada di san Giovanni, Mondadori) è un racconto autobiografico di Italo Calvino, dove si narra delle visioni opposte della vita tra Italo e suo Padre, metaforicamente espresse dalla strada che, partendo dalla loro abitazione, portava, se presa verso l’alto, in campagna, luogo preferito dal padre, e invece verso il basso conduceva verso la città e la marina dove Italo cercava il suo mondo.

Cosa è successo? Cosa ha fatto chiudere la porta delle case?
E’ successo qualcosa che non era mai capitato prima d’ora e che ci fa vivere in una atmosfera irreale.
Come in un lugubre racconto, come in una favola antica, abbiamo visto con angoscia arrivare da molto lontano un essere misterioso e maligno, che ruba il respiro alla gente, seminando morte e paura nelle città. Le storie di tante persone vengono interrotte e anche i ragazzi non possono più continuare a incontrarsi liberamente, ma devono trovar rifugio proprio da dove simbolicamente erano appena partiti, per vedere di metter alla prova la loro vita.
Così, in attesa dell’arrivo del cavaliere che ucciderà la mortifera creatura, passano i giorni dei ragazzi, tutti dentro quella casa, fino a poche settimane sentita un poco stretta rispetto ai ricordi di quando erano bambini.
Certo, sono giorni con momenti di insofferenza e di fastidio, ma inaspettatamente anche di possibilità di ascolto e di ritrovo.

I problemi tra genitori e figli, se ci sono, rimangono, e dovranno essere affrontati prima o poi, se no si ripresenteranno sotto altre spoglie e in modo sempre più contorto. Ma come capita ai figli che si ricordano spesso di cose a cui noi lì per lì non abbiamo dato nessuna importanza, lo stesso succede adesso ai genitori rispetto ai figli: un sorriso, una partita a carte, un film guardato insieme… corrono veloci fin dentro l’anima, fanno bene dentro e cacciano la paura del buio. Quella paura di cui Freud ha detto:
“Il chiarimento sull’origine dell’angoscia lo devo ad un maschietto di tre anni che una volta sentii dire alla zia in una camera al buio: “Zia, parli con me, ho paura del buio”. La zia allora gli rispose: “ Ma a che serve? Così non mi vedi lo stesso”. “Non fa nulla – ribattè il bambino – se qualcuno parla… c’è più luce” (Sigmund Freud, Tre saggi sulla sessualità infantile (1905), in Italia: Boringhieri editore)

Febbraio, tempo di migrazioni… Scolastiche

Febbraio, andiamo, è tempo di migrare. Sarebbe settembre per il Vate e per i suoi pastori, ma
ogni anno a febbraio, a seconda della data di scadenza delle iscrizioni scolastiche, si
danno i numeri delle migrazioni dalle medie alle superiori. È un rito a cui il Ministero
dell’Istruzione non si sottrae: tanti iscritti ai licei, tanti agli istituti tecnici, tanti agli
istituti professionali.
Una contabilità distributiva priva di pensiero. Si segnalano percentuali impercettibili di
crescita, rispetto agli anni precedenti, di questo liceo a scapito dell’altro, dell’istruzione
tecnica a scapito di quella professionale.
Cosa significhi tutto questo per il sistema formativo del Paese viene il dubbio che al
Ministero dell’Istruzione non abbiano mai sentito l’esigenza di domandarselo, quasi che a
contare sia la gara tra istituti scolastici ad accaparrarsi il maggior numero di iscritti.
Se i licei, nell’immaginario collettivo, o comunque nella gerarchia dei saperi su cui si fonda
l’istruzione nel nostro paese, costituiscono il top dell’offerta formativa, dovrebbe allarmare
che solo il 56 per cento, anziché il cento per cento degli studenti, in uscita dalla terza
media, li scelgano, ed essere preoccupati per quanto è destinato a perdere il 44 per cento
che ha optato per l’istruzione tecnica e professionale.
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di scelte che comportano vantaggi differenti.
Forse, se non fosse però, che nel sistema scolastico che ci teniamo dai tempi di Gentile, al di là
della loro qualità intrinseca, istruzione tecnica e istruzione professionale sono considerate
di serie B e di serie C. Diversamente, tutto sarebbe ‘luce’, vale a dire liceo, ma
oggettivamente non è proprio così.

Cosa spinge un giovane di tredici anni a scegliere un percorso scolastico piuttosto che un
altro? A quella età è difficile avere davanti a sé un chiaro progetto di vita: se il futuro è vago per gli
adulti, figuriamoci per un adolescente. E gli adulti che gli stanno accanto, dai
genitori agli insegnanti, con i piedi ben radicati nel presente, spesso disillusi, non sono i
migliori consiglieri di un giovane che deve decidere la propria strada.
Non si può fingere di ignorare che a condizionare le opzioni di un tredicenne e della sua
famiglia sia il peso che il sistema scolastico stesso ha esercitato nella sua esperienza di
studente. E non c’è consiglio di orientamento e prospettiva di occupazione qualificata che
possano contare.

Ciò che vale è la storia di successi e di insuccessi che ognuno si porta dietro. Se la scuola
che ha frequentato gli ha cresciuto la fiducia in sé e l’amore per lo studio o se, invece, di
entrambe l’ha deprivato sempre più.
Una storia che spesso è il prodotto non solo dei propri errori ma anche degli sbagli di una scuola
incapace di cambiare, imbrigliata nei propri schemi, nei propri stereotipi, nel manicheismo
per cui ai licei va chi ha voglia di studiare, chi riesce bene in tutte le materie, mentre per gli
altri ci sono gli istituti tecnici e la formazione professionale. Come se la voglia di studiare e
la riuscita in tutte le materie fossero una responsabilità individuale di ogni singolo studente
e non dell’intero sistema scuola e famiglia.

I numeri delle iscrizioni non ci dicono tutto questo, sono statistiche afone e soprattutto non
dicono del fallimento del nostro sistema scolastico spesso incapace di colmare carenze e
lacune, che costringe a scegliere come proseguire gli studi con troppo anticipo rispetto a
quanto avviene in altri paesi del mondo. Quando ancora non hai potuto misurare i tuoi
interessi e i tuoi talenti, costringendo a scelte in base ai talenti che hai dimostrato di non
possedere anziché di avere, e semmai la colpa non è neppure tua.
È dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso che da noi si parla, senza mai
concludere niente, di riforme della scuola. Riforme che in realtà non si sono mai volute
fare, perché sul significato dell’istruzione, sul diritto a realizzare se stessi nello studio e a
non essere umiliati da un sistema che ancora seleziona per censo e per storie.
Sulla fondamentale opportunità che l’istruzione costituisce per ogni persona per tutto l’arco della vita, non si è mai voluto ragionare seriamente.
Ora si sente balbettare di ‘istruzione gratuita per tutti’, ma non si sa con quali mezzi e con quale
convinzione. E prima ancora della gratuità economica occorrerebbe interrogarsi sul significato
della gratuità e della passione umana che dovrebbero pervadere di sé tutto il sistema
formativo del paese.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013