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La mia scoperta di Ferrara

Iniziai ad occuparmi di Ferrara tardi ed in maniera discontinua. Mi resi conto che era una città storica particolare verso la fine del mio percorso universitario, quando conobbi un professore greco dell’Università della California ad un workshop all’IUAV di Venezia. Panos Koulermos nel corso di una chiacchierata, durante una pausa dei nostri lavori, mi chiese da quale parte d’Italia venivo e quando gli dissi che ero ferrarese, dopo una breve riflessione, mi disse: «Ferrara, l’unica città dove dal centro si vede la campagna». Non ci avevo mai pensato. Si riferiva al rettifilo che dal castello, posto nel centro della città, arriva alle mura, «catturando l’infinito» a nord, verso il fiume Po, come avrebbe detto Leonardo Benevolo.

Conoscevo il libro di Bruno Zevi dedicato alla città, mi aveva anche stupito che un intero saggio arancione della prestigiosa casa editrice Einaudi fosse dedicato alla città che identificava il mio territorio di nascita, ma essendo originario del «contado» non mi ero mai reso conto dell’importanza del suo ruolo nei processi di costruzione delle città storiche italiane. Fu l’affermazione di Koulermos che accese la mia curiosità, associata anche alla scelta compiuta verso la fine del mio percorso universitario di dedicarmi allo studio (e al progetto) delle città, più che dell’oggetto architettonico. Un po’ alla volta mi si aprì un mondo da approfondire, nel quale si intrecciavano arte e architettura, pensiero urbano e dimensione sociale, letteratura e cinema.

Ferrara, città patrimonio Unesco (foto Romeo Farinella)

Non impiegai molto tempo a rendermi conto che la città storica era ricca, articolata ma anche incompiuta. La città in passato aveva avuto l’ambizione di diventare grande, lo testimonia l’estensione delle mura che ancora oggi nascondono numerosi vuoti. Si tratta di pause nel costruito che lanciano molti messaggi. Dei vuoti parlanti di lefebreviana memoria, che mi hanno portato a pensare che in fondo la sua incompiutezza è anche la sua forza, ma questo carattere va colto, misurato e ricomposto. Michel Butor aveva colto il fascino di questo «non finito» parlando di ruines d’une cité future qui n’eut jamais lieu […] morceaux réel d’une ville rêvée. Queste sono le parole che usa per definire i frammenti incompiuti di quel nuovo cuore rinascimentale che a Charles Dickens, un secolo prima, era sembrato, mentre ne percorreva i grandi assi incompiuti, unreal and spectral. Anche Chateaubriand, in giro per Ferrara alla ricerca del fantasma del Tasso, la descrive quasi disabitata.

Un tempo, più di oggi, a Ferrara, come a Mantova o a Reggio Emilia, camminando in città respiravi l’odore della campagna. È una sensazione bella e suggestiva e il racconto di queste atmosfere suscita spesso ammirazione. Il racconto di via Salinguerra di Giorgio Bassani ci parla di un dentro mura che si intreccia con il fuori grazie ai suoi rumori e odori rurali. Ci ricorda che in fondo in Italia il limite tra queste due dimensioni continua ad essere labile. Peccato che in alcuni mesi dell’anno questo odore fosse di aldamar (letamaio) mentre oggi è di gas di scarico.

Corso isonzo, il boulevard ferrarese (foto Romeo Farinella)

Quando venne costruito il Quartiere giardino le teorie urbanistiche europee trovarono uno spazio in città. Gli angoli a 45° degli edifici negli incroci stradali ci rimandano a Ildefonso Cerdà e alla sua Ensanche di Barcellona, i cottages ci trasportano nella città borghese suburbana anglosassone e nordeuropea mentre il modello che ha guidato la costruzione del Corso Isonzo è stato certamente il boulevard parigino.
Vi sono però alcune differenze, se a Parigi questi sono caratterizzati da filari di alberi perfettamente allineati e dritti come un fuso mentre sui marciapiedi troviamo distese di bistrots, boutiques e una folla che li percorre, dove Yves Montand amava zigzager. A Ferrara nel “boulevard Isonzo” gli alberi sono tutti storti e attorniati da aiuole di terra secca, i marciapiedi quasi non esistono essendo dei parcheggi, tanto meno le botteghe e i bistrot. Zigzagano solamente le auto e le mote che di notte fanno le gare di velocità.

Del resto, sappiamo che le città sono fatte di spazi e di regole che ne stabiliscono la forma e la fruizione, nel rispetto del diritto di tutti di usufruirne. Ma le regole si possono trasgredire e le città italiane costituiscono un compendio di trasgressione spaziale. Chi le abita non si pone spesso il problema delle regole, chi le amministra è interessato solamente a stabilirle, nel rispetto delle leggi e delle ordinanze, ma poi sorvola sull’effettivo rispetto. E mentre il mondo si sta interrogando sempre più sull’idea di città car-free, mettendo in rilievo l’impatto negativo della motorizzazione privata sull’ambiente, il mio corso/boulevard si sta trasformando in una autostrada urbana che attraversa il centro storico e in una pista di accelerazione per motoristi notturni. Il viale è perennemente sporco, e i rifiuti si accumulano nei luoghi di raccolta.

Le cause sono due: un sistema di raccolta inefficiente e lo scarso senso civico di molti “cittadini”. Le notti sono un incubo in particolare d’estate quando le finestre sono aperte perché nel cuore della notte mezzi meccanici rumorosissimi passano per ore a pulire una strada che al mattino appare sempre sporca. Il frastuono generato dallo sversamento del cassone del vetro è impressionante ma se questa operazione viene effettuata alle sei del mattino genera dei veri e propri traumi da risveglio improvviso come sanno bene Theo e Cleo, i miei gatti turbati dai rumori molesti. Quando esco in strada spesso saluto Peter, un giovane immigrato africano che pulisce con la ramazza la strada, come si faceva un tempo. «Sono un immigrato, e non voglio dare fastidio e pesare su di voi», mi dice, «e per questo pulisco, di mia iniziativa, le strade del quartiere, se vi va potete lasciarmi qualche spicciolo nella scatola sul marciapiede».

Siamo nel centro storico e perimetrare urbanisticamente un “centro storico” non è facile, in particolare se la città è racchiusa da una cinta muraria storica, ma con, all’interno, delle periferie novecentesche alternate ad aree inedificate.
Il caso di Ferrara da questo punto di vista è emblematico perché dentro le sue mura ritroviamo una serie di trasformazioni e adeguamenti legati alle esigenze poste dalla moderna crescita urbana, che in alcuni casi hanno compromesso spazi e luoghi di singolare fascino (come i giardini e gli orti retrostanti i palazzi e le cortine edilizie di corso Ercole d’Este), o come gli “sventramenti” che hanno riguardato l’area gravitante attorno alla strada medioevale di San Romano), mentre in altri settori urbani la realizzazione di progetti di grande modernità ha consentito l’innesto nel centro storico di interventi di architettura contemporanea di grande interesse.  Un esempio è La scuola Alda Costa, progettata dall’Ing. Carlo Savonuzzi, con i suoi evidenti rimandi stilistici alle architetture dell’olandese Willem Marinus Dudok.

La Ferrara del futuro (foto Romeo Farinella)

Non si tratta di un oggetto ma di un pezzo di città, uno spazio urbano d’angolo  che attraverso allineamenti e arretramenti, orizzontalità e verticalità determina la qualità della strada.  Su via Previati la scuola mostra il suo portale monumentale mentre entrando dal Corso Giovecca colpisce la verticalità della sua torre. Un settore urbano che con il cinema Boldini, il museo e il conservatorio dovrebbe essere valorizzato come piazza/giardino novecentesca, mentre ahimè è un parcheggio.

Le mura ferraresi delimitano quindi un ambito storico fortemente connotato, ma anche attraversato da contraddizioni che, del resto, costituiscono uno dei punti fondamentali di ogni esperienza urbana complessa e storicamente articolata. Bassani in suo intervento ad un convegno di Italia Nostra del 1972 esprime una posizione chiara a questo riguardo:

«Quale è, dopo tutto, il centro storico di Ferrara? […] Fin dove arriva? Non esistono, ancora, a Ferrara (pur se ridotte, a tratti, in uno stato abbastanza precario) le mura di Biagio Rossetti? Io riterrei che proprio a Ferrara, dunque, qualsiasi incertezza circa i limiti del centro storico non abbia senso. Il centro storico di Ferrara è da identificare in tutto ciò che sta al di qua delle mura, dentro le mura rossettiane. Tutto ciò che sta dentro di esse, è centro storico».

Bassani comprende anche quei «quartieri orrendi» che ormai «stanno dentro, fanno parte. Inutile tentare di estrapolarli, di considerarli tra parentesi. Per quanto deplorevoli, diventeranno tra brevi storici anch’essi. Anzi lo sono già».
Del resto, se potremmo convenire che tutto lo “storico” è patrimonio siamo certi che tutto lo storico è bello?

In Copertina: Ferrara, le mura tra città e campagna. Foto di Romeo Farinella.

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di Romeo Farinella, clicca sul nome dell’autore

 

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Romeo Farinella

Romeo Farinella, architetto-urbanista e professore ordinario di Progettazione urbanistica presso l’Università di Ferrara. Si occupa di problematiche urbane e paesaggistiche da almeno trent’anni. Prima di approdare a Ferrara ha vissuto in diverse città, tra cui Roma e Parigi e quest’ultima è diventata uno dei suoi temi principali di ricerca. Oltre a Ferrara ha tenuto corsi anche in Francia (Lille, Parigi), Cina (Chengdu), L’Avana e São Paulo e Saint Louis du Senegal. È stato direttore per alcuni anni del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale di UNIFE.

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Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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