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Mio zio Abdullah Öcalan  

di Ayney Öcalan
(la testimonianza originale della nipote di Abdullah Öcalan è tratta dal sito autofinanziato Volere la luna)

Si è concluso a fine febbraio a Istanbul il Forum internazionale per i diritti umani in Turchia. Tra i temi, la sorte del leader kurdo Öcalan nel carcere/tortura di Imrali. Da anni familiari e avvocati non possono vederlo. Ultimo contatto: la telefonata di un fratello nel marzo 2021. Il CPT (Comitato Prevenzione Tortura) del Consiglio d’Europa dichiara che nel settembre 2022 il prigioniero ha rifiutato di incontrarlo. Ma si ignora se il diniego sia stato espresso di persona o riferito: la Turchia ha secretato il rapporto del CPT. Intanto il popolo kurdo sta preparando una forte mobilitazione per il 25° anno di detenzione. In questo contesto si colloca questa toccante testimonianza di Ayney Öcalan, giovane figlia di Mehemet, fratello del leader kurdo. (Laura Schrader)

Quando mia madre mi portava a scuola io mi vergognavo di lei perché non parlava bene il turco. Anni dopo ho capito che questo era sbagliato ma era troppo tardi perché lei non c’era più e ancora oggi questo ricordo è un dolore per me. Era un periodo e una società in cui la nostra lingua, la nostra cultura e i nostri valori storici erano completamente distrutti, ignorati, confiscati, colonizzati e quindi alcuni nascondevano la loro fede e la loro identità, altri fuggivano in altri paesi. Ma anche oggi in Turchia chi ha una cultura, una religione, una lingua diversa è discriminato e si vorrebbe costringerlo quasi a vergognarsi di se stesso.

Con Abdullah Öcalan il mio popolo è diventato consapevole e fiero della propria identità e ha cominciato a conoscere la propria lingua e i valori delle nostre tradizioni. Il mio è un popolo molto antico, fondatore di una tra le prime civiltà mesopotamiche. Mai ha distrutto altre civiltà, mai ha schiavizzato altri popoli.

Tutta la mia vita ho sentito parlare di mio zio Abdullah ma non avevo potuto conoscerlo di persona. Non ero ancora nata quando era andato in esilio in Siria. La mia famiglia ha sofferto molto. Più di tutti soffriva sua madre: i suoi problemi di salute si erano aggravati e molti conoscenti non le parlavano e neppure si avvicinavano a lei perché avevano paura. Anche un altro suo figlio, Osman, aveva seguito il fratello nell’esilio e la madre non aveva loro notizie. Lei aveva sognato un futuro diverso per i suoi figli, una vita normale: Osman studiava per diventare maestro e Abdullah studiava per lavorare nello Stato. I giornali e altri mezzi di comunicazione raccontavano cose false su di loro, dicevano che erano terroristi, e la loro madre soffriva per questo. Sembrava che lei non capisse quello che suo figlio stava facendo o che non lo accettasse, perché Abdullah la faceva soffrire. Ma prima di morire sorrise e disse: «Abdullah mi regala i fiori gialli, verdi e rossi». Queste sono state le sue ultime parole e questo significa che lei aveva capito il senso di quello che suo figlio stava facendo. Mio padre, che è un altro fratello di Ocalan, veniva spesso arrestato dalla polizia che veniva a casa nostra a cercare armi e documenti e distruggeva la casa. La polizia e i militari seminavano il terrore, tanto che alla fine mia madre e mia nonna restarono sole, nessuno lavorava la nostra terra, nessuno voleva lavorare per loro. Per sfuggire alla polizia dal villaggio ci siamo spostati nella provincia di Adana. Ma lasciare la propria terra era stato un grande dolore per mia madre e per mia nonna e comunque anche ad Adana siamo rimasti isolati, senza amici. La nonna è morta senza poter rivedere o sentire i suoi figli. Prima di morire ha chiesto di essere sepolta nella sua terra. Mia madre è rimasta da sola, isolata anche dalla sua famiglia che voleva che lei lasciasse il marito. Lei non ha mai voluto, e anche lei ci ha lasciato per sempre soltanto due mesi dopo la nonna.

Ho visto mio zio Abdullah per la prima volta soltanto dopo il suo arresto nell’aula blindata dove si svolgeva il suo processo.

La data del 15 febbraio 1999, giorno dell’arresto, è stata tragica sia per il popolo Kurdo che per la mia famiglia. Non so se ci sia mai stato un momento e un tempo simili nella nostra storia. Soprattutto le donne vedevano in Öcalan una speranza per la loro vita e il loro futuro e per la loro libertà. Tanti Kurdi in molti luoghi del mondo si sono dati fuoco gridando «Non si può oscurare il nostro sole» e hanno perso la vita rifiutando un mondo che non gli apparteneva.

Qualche giorno dopo l’arresto, un vecchio Kurdo ha fatto visita a un amico in prigione e ha cominciato a piangere, alzando le mani, pregando e implorando Dio. Ha detto al suo amico: «Una sola cosa chiedo a Dio: che io muoia prima dell’esecuzione di Öcalan». I sentimenti e lo stato d’animo di questo vecchio sono come un riassunto dei sentimenti e dello stato d’animo dell’intero popolo Kurdo. Al contrario, i nazionalisti turchi facevano festa, chiedevano la condanna a morte. L’atmosfera era caotica.

Il 16 febbraio 1999 la radio e la TV hanno dato la notizia dell’arresto di Öcalan e della sua consegna allo Stato turco. A mezzanotte mio padre e mia zia sono partiti per Istanbul, era molto pericoloso per loro, le strade non erano sicure, c’erano tumulti, ma era necessario dare l’incarico all’avvocato per difendere mio zio. Io avevo 16 anni ed ero rimasta a casa con mio fratello e le mie sorelle più piccoli, tutti impauriti. Molti giornalisti volevano intervistare mio padre e quando io ho risposto che lui non c’era hanno scritto che era “scomparso”. Öcalan era venuto in Europa per trovare una soluzione democratica per la questione kurda. Tuttavia, l’Europa lo ha rifiutato, ha chiuso tutte le sue porte e lo spazio aereo, lo ha dichiarato persona non grata e lo ha abbandonato alla cospirazione internazionale.

Dopo la sua cattura, Öcalan fu portato nella prigione di Imrali, un’isola nel mar di Marmara. Il motivo per cui fu scelta questa isola disabitata e deserta, dove ci sono solo alberi, è chiaro: il totale isolamento del prigioniero. Soltanto il 25 febbraio, Öcalan è stato autorizzato a incontrare due dei suoi avvocati. Gli avvocati di Öcalan sono stati attaccati da una folla inferocita di nazionalisti turchi. Dopo un mese e mezzo il prigioniero ha iniziato a incontrare la sua famiglia, che non lo aveva più visto da 20 anni. Il fratello e le sorelle erano tristi ma era lui a far loro coraggio, dicendo che dovevano essere forti. Per questo, al loro ritorno a casa erano tranquilli perché Öcalan aveva dato loro una speranza.

Lo Stato turco ha deciso di processare Öcalan a Imrali e ha dato il permesso di essere presenti a 12 persone della sua famiglia e agli avvocati. Senza limitare il loro numero, erano presenti i famigliari dei soldati caduti o feriti nelle azioni contro i Kurdi, che ci attaccavano e ci insultavano.

Le udienza sull’isola di Imrali si sono tenute tra il 31 maggio 1999 e il 29 giugno 1999. Per il processo sono state prese rigide misure di sicurezza. Una nuova aula è stata costruita per essere utilizzata solo in questo processo, e Öcalan vi ha assistito chiuso in una gabbia di vetro antiproiettile. Sull’isola è stata creata una zona di sicurezza militare. Elicotteri e navi da guerra hanno iniziato a girare intorno all’isola e le persone che volevano andare a Mudanya a Bursa, dove si trovano i porti per le barche per l’isola di Imrali, sono state severamente controllate. Il 29 giugno mio zio è stato condannato a morte per attività separatista armata (pena poi commutata in “ergastolo aggravato” data la sospensione, in Turchia, della pena di morte nel quadro del percorso per l’ingresso nell’Unione europea, ndr).

Molti media si sono stabiliti a Mudanya per riferire sulle udienze dall’inizio del processo, ma le uniche organizzazioni mediatiche autorizzate ad accedere sono state quelle dello Stato turco, l’agenzia di stampa Anadolu e la televisione TRT. Ad altri media, sia turchi che internazionali, presenti sulla scena, è stato permesso di riferire sugli sviluppi solo dopo la fine di ogni sessione. Mentre i pubblici ministeri sono rimasti sull’isola per tutto il processo, gli avvocati e i familiari di Öcalan sono stati portati sull’isola, in barca da Gemlik ogni giorno. Alle famiglie dei soldati turchi uccisi nella guerra contro il PKK e ad altre vittime della rivolta è stato permesso di diventare querelanti e partecipare alle udienze.

Il primo giorno quando Öcalan è entrato in aula tutti si sono alzati in piedi per vederlo. Lui ha detto: «Se ho fatto del male a qualcuno mi dispiace, voglio che questo conflitto abbia fine, che si ritrovi la pace, io capisco il vostro dolore». Nessuno si aspettava queste parole, anche i più aggressivi sono rimasti in silenzio. Anche nel resto del paese queste parole hanno avuto un grande effetto, i disordini sono finiti, tutto si è calmato.

II primo giorno alcuni degli avvocati di Öcalan si sono ritirati dal caso, affermando che il diritto del loro cliente a un processo equo era stato violato e che non volevano essere ritenuti responsabili della sua morte. Durante il processo io guardavo la gabbia di vetro cercando di incontrare lo sguardo di Öcalan: a un certo punto, lui si è voltato verso di me e io mi sono alzata in piedi e l’ho salutato con la mano da lontano. Anche lui si è alzato e ha risposto al mio saluto con la mano. Subito sono arrivati i soldati che hanno interrotto l’udienza e l’hanno portato via. A me hanno detto che se lo facevo un’altra volta non mi avrebbero più fatto entrare.

Un giorno gli avvocati mi hanno detto che forse a me e a mia sorella avrebbero dato il permesso di incontrarlo. Io non ero sicura che fosse vero, ma verso la fine dell’udienza sono venuti a chiamarci. Io guardavo il mare ed ero confusa e emozionata. Gli avvocati mi davano tanti messaggi da ripetere a Öcalan: auguri di affetto da parte del popolo, loro parlavano ma io non riuscivo ad ascoltarli. Ho chiesto a mio padre come dovevo chiamare Öcalan, se presidente o zio e mio padre ha risposto: «Lui è tuo zio, meglio dire zio». Un guardiano è venuto a chiamarmi, abbiamo attraversato molte porte, arrivati all’ultima porta hanno chiesto il mio nome e poi mi hanno detto che non lo potevo incontrare, potevano farlo solo i parenti più stretti. Stavo malissimo, tutto mi era crollato intorno, ma non volevo piangere davanti alle guardie. Quando sono uscita e ho visto mio padre, ho cominciato a piangere. Durante il viaggio di ritorno ho continuato a piangere, non ho voluto mangiare. Tutti cercavano di consolarmi ma era inutile.

Quando mio padre finalmente è riuscito a vedere suo fratello in prigione e gli ha raccontato tutto, mio zio mi ha mandato i suoi saluti e ha chiesto a mio padre di comprare un piccolo regalo per me da parte sua. Non so se riuscirò mai a parlare con mio zio. Non so se riuscirò mai almeno a vederlo.

Ayney Öcalan, nipote di Abdullah Öcalan, figlia di suo fratello Mehemet

 

Su Öcalan, la lotta del popolo curdo, il confederalismo democratico:

Abdullah Öcalan, Confederalismo democfratico (pdf scaricabile)
Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia UIKI ONLUS
Zerocalcare, Kobane Calling, 2016
Zerocalcare, No sleep till Shengal, 2022

In Copertina: Abdullah Ocalan durante il processo nell’isola di di Imrali, un’isola deserta nel mar di Marmara,  maggio-giugno 1999 (foto expatguideturkey.com)

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di Piermaria Romani

 

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