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Capita a volta di ascoltare grandi studiosi che sono anche grandi comunicatori, in grado di trasmettere in pochi minuti e in poche parole concetti e temi su cui i colleghi hanno speso fiumi di inchiostro. Con queste persone la divulgazione non è più, o non è solo, semplificazione per i non addetti alla materia, ma è come una sorta di contagio: trasmettono curiosità e passione, voglia di apprendere e di approfondire.
A me è successo assistendo anni fa allo spettacolo “Variazioni sul cielo”, sul palco del Teatro Comunale Margherita Hack narrava le difficoltà e lo stupore di fronte ai misteri del cosmo e sfiorava con delicata semplicità teorie complesse come quella del multiuniverso, senza alcuna banalizzazione. È accaduto di nuovo giovedì pomeriggio ascoltando nel Salone dei Mesi di Schifanoia Massimo Cacciari interpretare l’incisione “Melencolia” di Albrecht Dürer.
L’occasione è stata l’apertura del Convegno “La “Melencolia” di Albrecht Dürer 500 anni dopo (1514-2014)”, che è appena terminato: un modo per “festeggiare il compleanno di questa figura alata, enigmatica, sofisticata e complessa”, come l’ha definita Andrea Pinotti – docente di Estetica presso l’Università degli studi di Milano – che dopo 500 anni conserva ancora intatta la sua potenza espressiva e simbolica.
A precedere l’intervento di Cacciari sono state le parole di Aby Warburg – citato dal direttore dell’Istituto Studi Rinascimentali Marco Bertozzi – che con il suo saggio “Arte italiana e astrologia internazionale nel Palazzo Schifanoia di Ferrara” ha reso celebri gli affreschi astrologici del Salone: “un foglio di conforto umanistico contro il timore di Saturno”, la “melancolia sprofondata in sé stessa”, così il celebre intellettuale tedesco descriveva l’incisione raffigurante lo spirito dell’artista nel momento creativo, un “genio pensieroso all’opera”.
Cacciari ne ha dato invece un’interpretazione “epocale” perché “immagini di questo tipo non sono indovinelli di cui bisogna trovare la soluzione”, non per niente “è una delle opere che più mi inquietano al mondo”, ha confessato. Il filosofo ha passato in rassegna gli elementi dell’incisione partendo dalla cometa, quella stessa cometa che in quegli anni appare nei cieli del Nord Europa e da sempre è ritenuta un segno, che nello stesso tempo “annuncia e pone fine”. La figura in primo piano non è solo l’artista, ma “un genio alato, che ha in sé qualcosa di demiurgico”, come dimostra la combinazione numerica del quadrato magico che la sovrasta, che è la stessa del Timeo platonico. Ai suoi piedi e nelle sue mani un libro e strumenti che giacciono inerti, inutili e disordinati: “un ‘mucchio’ di buoni strumenti, utilizzabili, ma inutilizzati”, come le chiavi che porta alla cintura. Secondo Cacciari questa figura è “un grande ordinatore, costruttore che non costruisce più, non disigilla più, è inoperoso”. Tuttavia “è ben desto, attende, guarda e anela” verso la luce della cometa, “pre-sente il cambiamento che quella cometa annuncia”. Il suo tempo dunque è passato, ma questa figura alata rimane “monumentale perché finita, nel senso di compiuta non fallita”. La drammaticità di quest’opera starebbe proprio qui: la cometa non è un segno apocalittico, non porta la fine dei tempi, ma una renovatio, un cambiamento d’epoca: “crisi e rinnovamento stanno insieme”, ecco il significato dell’arcobaleno che quasi la incornicia. Di questa renovatio è emblema anche il putto che incide la tavoletta: anche lui è un essere alato, ma per poter compiere questo rinnovamento deve crescere e diventare “tanto forte da poter compiere la scalata” di quella scala di legno che gli sta a fianco.
In questa incisione dunque non si può leggere solo “un programma definito che bisogna scoprire come un indovinello”, come per tutte le immagini segno – nel senso di semata – dei propri tempi esistono più piani di lettura: qui sono raffigurati “un ordine che si va compiendo, che è già compiuto, ma anche i segni della rinascita”. “Non dimentichiamoci – aveva premesso Cacciari – che di lì a 3 anni avrebbe avuto inizio la Riforma” e Lutero avrebbe affisso le sue 95 tesi alle porte della cattedrale di Wittemberg.

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Federica Pezzoli


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

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