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In occasione de “Il giorno della memoria” a Venezia è stata inaugurata ieri la mostra “Dalla Camera Oscura. Il Ghetto di Vilnius. Fotografie di John Batho” che sarà visitabile fino al 3 aprile 2016.

Quando nel 1941 Vilnius (Lituania) fu conquistata dai tedeschi, nella città vecchia vennero costruiti due ghetti per contenere la numerosa comunità ebraica residente. Gli abitanti del ghetto più piccolo furono uccisi o deportati già nell’inverno del 1941; il secondo ghetto – più grande – sopravvisse fino al 1943. Il primo settembre di quell’anno i residenti cercarono di ribellarsi all’oppressione nazista; il fallimento di questa ribellione portò alla distruzione dello stesso ghetto. La popolazione ebraica lituana prima della seconda guerra mondiale ammontava a circa 220.000 persone. Durante l’invasione tedesca del giugno 1941, 206.800 ebrei furono uccisi dai nazisti e dai loro collaboratori lituani.
Da questa gravità indicibile, ecco il lavoro in bianco e nero di John Batho (pioniere della fotografia a colori) da lui realizzato a Vilnius nel 1998 sul luogo del Ghetto. Le fotografie sono negativi stampati dove il Ghetto è deserto, in stato di reliquia. Si intravede una carrozzina, le cassette della posta, le tracce della vita come era. Il silenzio, la luce, la luce bianca ci fanno sentire il soffio della gente assente e la luce infinita brilla ancora sul luogo. Solo la fotografia, tornando alla matrice del negativo, ha potuto materializzare questa luce che John Batho ha visto nel Ghetto di Vilnius.

Con e nella stessa idea di luce, John Batho fotografa in Présents & Absents (1998) il passaggio delle persone di fronte ad una cabina della camera oscura. “Le persone sono posizionate di fronte ad una cabina della camera oscura, attrezzata di un vetro grande, coperto dal vapore. I modelli sono passanti, anonimi visitatori del Centro d’Arte Contemporanea della città. Questo dispositivo produce una silhouette, una sagoma, una forma fugace come appena abbozzata. […] La precisione della presa di vista, rende tangibile la presenza e la materia sullo schermo di vetro, e tutti i dettagli del velo di vapore.”
Come dice John Batho stesso: dietro un vetro annebbiato, le persone posano su un fondo bianco. Le loro sagome si sospendono nel passaggio fra opaco e trasparente. Loro compaiono come convocate dopo un tempo lontano. Le silhouettes, per la loro presenza tenuta, a meta cancellata, incarnano una identità alle volte individuale e universale. Con questo lavoro magistrale John Batho evoca dall’assenza, la presenza di un segno sempre indelebile nonostante i passaggi della vita.

Nel Campo del Ghetto Nuovo è presente dal 25 aprile 1980 “Il Monumento dell’Olocausto”, opera dell’artista lituano Arbit Blatas. Sempre dello stesso artista – nel Ghetto veneziano – è presente dal 19 settembre 1993 l’opera “L’ultimo treno”, a cura di Živa Kraus.

John Batho è nato in Normandia nel 1939. Dal 1961 si è dedicato alla fotografia ed ha esposto le sue opere in alcuni dei più importanti musei e gallerie del mondo.

Ikona Photo Gallery ha presentato John Batho con una prima mostra a Venezia nel 1983 (“La couleur et son lieu: Deauville, Venise, Burano”) e con una mostra antologica (“John Batho. Il colore e il suo luogo”) nel 1987 al Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari a Firenze. Presso i Magazzini del Sale, nel 1997, è stata proposta una personale intitolata “Venezia Vedute” e, nel 2006, la mostra: “Plages de couleurs”. Ikona Venezia nel 2007 ha presentato nuovamente “Venezia Vedute” nella sua sede in Campo del Ghetto Nuovo, e ancora ha dedicato spazio a quest’opera di Batho nell’ultima mostra “Venezia Immagine – fotografie di John Batho e Franco Fontana.

Luogo: Ikona Venezia
Curatori: Živa Kraus
Telefono per informazioni: +39 041 5289387
E-Mail info: ikonavenezia@ikonavenezia.com
Sito ufficiale: http://www.ikonavenezia.com

Dal comunicato stampa.

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Sara Cambioli

È tecnico d’editoria. Laureata in Storia contemporanea all’Università di Bologna, dal 2002 al 2010 ha lavorato presso i Servizi educativi del Comune di Ferrara come documentalista e supporto editoriale, ha ideato e implementato siti di varia natura, redige manuali tecnici.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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