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“Sono contenta di avere conosciuto un costruttore di pace. Leggerò i suoi libri tenendo a mente questo”. Siamo alle battute finali dell’ultimo evento della edizione 2021 del Festival; sta finendo l’incontro in Piazza Castello con lo scrittore irlandese Colum McCann [Qui] e la parola è appena stata data al pubblico. La signora che prontamente ha chiesto di parlare è stata più brava di me e di molti altri, ci ha lasciati un minuto di più nel nostro torpore empatico e ha trovato le parole per dire come ci si sente a conoscere un autore così.

Rispondendo alle domande di Gabriele Romagnoli, McCann ha appena finito di spiegarci come ha scritto Apeirogon, il suo ultimo romanzo uscito nel febbraio 2020, come è stato spinto in quanto uomo a raccontare la storia che c’è dentro e quali caratteri ha assunto la sua scrittura nei 1001 cantos di cui è fatto il libro, seguendo la lezione delle Mille e una notte.

Chi è l’uomo Colum McCann ha voluto dirci, e ci spiegava come aveva avuto a che fare con se stesso prima di scrivere il libro: “Ho conosciuto a Gerusalemme questi due padri, uno israeliano e uno palestinese, che hanno visto le loro figlie uccise bambine dalla violenza del conflitto in quelle terre. Sono tornato a casa a New York e non ho potuto più smettere di pensarli, finché non ho cominciare a scrivere la loro storia”.
Una storia scritta con il cuore spezzato e l’inchiostro nero che serve quando ci sono in ballo dolori immensi.

Ci spiegava al tempo stesso chi è lo scrittore e come agisce dentro i suoi testi.
Lo scrittore è un funambolo. Ho preso le vite di questi due padri e le ho trasportate altrove sulla pagina camminando sul filo, attento alla loro fragilità, alla loro incolumità. Ho cercato di mettermi nei loro panni, di rendere conto di ciò che hanno saputo fare l’uno nei confronti dell’altro. Hanno saputo fare il balzo e uscire dal loro dolore, cercandosi nel dialogo. Si sono dati il perdono.

Quando Romagnoli [Qui] gli parla della sinfonia che in realtà ha composto attorno a queste due sole note e fa esempi su esempi per dare l’idea dei contenuti infiniti, apeirogonici di questo libro, dice che sì, lo scrittore è anche un direttore d’orchestra, a cui si aggiungono continuamente nuovi musicisti da inserire nell’organico.

Che il libro è come un poligono fatto da innumerevoli lati ed è pieno di riferimenti lontani nel tempo e nello spazio della Storia e anche di confusione, come la vita. Il lettore faticherà a orientarsi, ma è quello che gli tocca vivendo nella complessità. E dovrà darsi da fare per riuscire a cogliere ciò che nel libro è importante, cioè i due padri. “Bisogna occuparsi delle persone”.

Mentre risponde guarda i suoi interlocutori: Romagnoli alla sua destra, empatico come non mai, intenso e leggero, noi del pubblico e Marina Astrologo, che lo traduce benissimo per noi, con il tono che occorre.

Dirà, tra una risposta e l’altra, che bisogna essere umili e saper tirare fuori il meglio dalle altre persone. Dirà che il raccontare storie viene dal basso, dalle vite di tanti che operano nel bene senza clamori e senza visibilità e che nella scrittura spiccano il volo. Che ci sono anche storie felici, forse più difficili da scrivere perché vanno scritte con un inchiostro più chiaro. ”Possiamo cambiare il male del mondo con i nostri libri? Io so che devo crederlo”.

Il titolo di questo ultimo evento, il 163, era La rivoluzione è capire l’altro: mi pare tutta contenuta qui la lezione di Mantova. Se ripenso agli altri eventi a cui ho assistito e alla presentazione del libro di Giuseppe Culicchia Il tempo di vivere con te, su cui ha così intensamente riflettuto Nicola Cavallini [Qui] su questo giornale, comprendo sempre meglio che al fondo di tante sollecitazioni e idee arrivate da scrittori, giornalisti, archeologi, architetti ed economisti la lezione può diventare la stessa.

antonio scurati e marcello flores
Antonio Scurati dialoga con Marcello Flores

Evento 86: Antonio Scurati [Qui] è incalzato dalle domande di Marcello Flores [Qui] sulla saga di quattro romanzi dedicati al fascismo, in cui lo scrittore si è avventurato. Parla dell’ultimo M. L’uomo della provvidenza, secondo dopo M. Il figlio del secolo, che gli è valso il Premio Strega nel 2019, ma in realtà spazia in ambiti molto più ampi.
Tira in ballo la storia del periodo fascista e dice che noi italiani dobbiamo ancora fare i conti con quello che è stato, dice che nel suo racconto è entrato in un territorio vastissimo per la narrazione letteraria e lo ha esplorato da un punto di vista interno ai personaggi, introducendo la soggettività in una cornice storica ricostruita con rigore.

I personaggi, le persone. Qui sta la chiave della sua scelta di romanziere. Da qui nasce la domanda che egli pone ai lettori, scegliete dove collocarvi davanti a questo momento della nostra storia. C’è tanto da esaminare e considerare: cosa sono stati il colonialismo italiano, poi il fascismo e dopo la lotta per la democrazia.

Noi italiani abbiamo la tendenza a ritenerci più vittime che carnefici nelle nostre faccende storiche; ancora oggi di fronte alle migrazioni transnazionali e agli sbarchi di profughi sulle nostre coste ci consideriamo le loro vittime. Invece dobbiamo recuperare il sentimento della Storia, sentire la Storia che ci dice “tu non sei il primo e non sei l’ultimo” e le risonanze con le generazioni che sono venute e con quelle che verranno. La storia è la lotta per la storia, come la democrazia è la lotta per la democrazia.

Nessuno meglio di un archeologo quale Eric H. Cline [Qui] ha saputo entrare in risonanza con un passato assai remoto e restituirci il senso di quella sapienza esistenziale di cui parlava Scurati. Evento 152: Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, lo interroga sugli scavi di Tell Megiddo, a cui sta lavorando in Bassa Galilea e poi su tutta la sua esperienza di ricercatore e divulgatore di scoperte archeologiche straordinarie avvenute in Egitto e nel Vicino Oriente.

Dalle risposte viene fuori il volto della archeologia classica e di quella nuova che si è modificata grazie al progresso tecnologico e che vuole porre domande nuove agli scavi. Sono domande non solo sui sovrani, i condottieri, i potenti, ma sulla vita quotidiana delle persone comuni, sul cibo, l’abbigliamento.

Le persone. Quelle che combatterono a Kadesh nel 1278 a.C., all’epoca della prima fake news, perché tanto gli Egizi quanto gli Hittiti rivendicarono una vittoria che in realtà non c’era stata, nessuno dei due popoli portò a casa il successo, semmai un dannoso pareggio per la storia di entrambi.

Quale declino è subentrato per loro alla fine dell’età del bronzo, quale crollo per altre civiltà, la minoica, la cipriota, quando calarono nel Mediterraneo i bellicosi “popoli del mare” di origine indoeuropea: Achei, Lici, Tirreni, Siculi e con molta probabilità il popolo Shardana che si stabilì in Sardegna. Fu un’epoca di sconvolgimenti e di migrazioni, esattamente come sta avvenendo oggi. Per le quali occorre senso di umanità, sostiene Cline, per evitare una catastrofe come quella che si verificò attorno al XIII secolo a.C.

Evento 145: tra gli interventi degli Spazionauti chiamati a riflettere sul nostro rapporto con lo spazio inteso in tutte le sue estensioni, la scrittrice Donatella Di Pietrantonio, [Qui] la restauratrice Emanuela D’Abbraccio e l’architetto Carlo Ratti, riporto ciò che ha detto quest’ultimo sul rapporto che dovremmo avere con gli spazi della nostra vita.

Mi ha colpita la parola che ha usato per esprimere l’attaccamento ai luoghi diversi che abbiamo abitato, lui che ha studiato a Parigi e a Cambridge e ora vive e insegna a Boston. La parola è pluriamorosità. Non avrà tutti gli infiniti lati dell’apeirogon di McCann, tuttavia apre la nostra esperienza e la consapevolezza che ne traiamo a più città e a più ambienti.

Anche ai piccoli paesi della nostra Italia che, come hanno vivacemente sostenuto le altre due ospiti intervistate da Neri Marcorè, sono i luoghi delle radici e della nostra identità. Di essi andrebbero meglio valorizzate le vocazioni culturali ed economiche.

Finisco così. Il Festival è stato anch’esso uno spazio grande, in cui tante voci e tante persone si sono ritrovate fisicamente dopo il 2020 terribilis della pandemia, tutti a chiedersi come procederà il guado e con una sola grande certezza, di cultura c’è bisogno.

Furgone poetico al Festivaletteratura 2021
Il “Furgone Poetico” con Roberta Durante al Festivaletteratura 2021

La cover (Antonio Scurati dialoga con Marcello Flores, Mantova, 10 sett. 2021 ) e le altre foto del servizio sono di Roberta Barbieri

Per leggere gli articoli e gli indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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