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Genova – Sesso e genere non sono la stessa cosaÈ sul sesso delle donne che si è fondata la millenaria oppressione sui loro corpi. Le discriminazioni sugli omosessuali, sui transgender, sui disabili vanno condannate ma non al prezzo di cancellare il sesso di più della metà della popolazione mondiale.
Ancora oggi 140 milioni di bambine subiscono la cliterectomia e questo solo a causa di avere un certo sesso biologico e non certo per appartenenza a un genere. Qui non si tratta di non far passare il DDL Zan, ma semplicemente di emendarlo per non aprire a un confusionale “identità di genere e al self identification” (basta che mi sento donna per dirmi donna e viceversa) che sarebbe una mutilazione simbolica del nostro sesso con  conseguenze più che concrete, del tipo: uomini che si sentono donne che gareggiano nella categorie femminili – sta già avvenendo – o che chiedono di accedere alle prigioni femminili o nei centri antiviolenza delle donne (anche questo sta già avvenendo).

Una parlamentare norvegese è stata querelata perché ha affermato che “solo le donne partoriscono” (come se gli uomini potessero partorire?) e in Inghilterra le linee guida mediche impongono parole tipo “mestruatore” o persona che mestrua. Questo è il risultato di norme scritte in questi Paesi dove il genere precede il sesso e non il contrario.

L’articolo 3 della nostra Costituzione recita così: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questo articolo contiene già tutto e davvero non comprendo perché l’onorevole Zan e la compagine che sostiene il suo progetto di legge, non voglia parlare di transessualità al posto del generico identità di genere.

Un cieco o uno senza gambe o un trans o un omosessuale è una persona come tutti ma non gli si dice che ha le gambe, o che ci vede o che è etero, o che è uomo o donna a prescindere dalla sua transizione, per farlo sentire uguale ai ‘normali’.
Chi è normale? Non ci sono persone non normali, ci sono le persone e tutte sono degne di amore e di rispetto; questo il nodo centrale attorno al quale ogni comunità dovrebbe unirsi, ma amore e rispetto passano attraverso la riconoscibilità e la nominazione di tutte le differenze, a partire da quella più grande quella dimoformica. Chiamare le cose con il loro nome è amore e lo diciamo da madri, insegnanti politiche (etc.).
È la prima cosa che s’insegna ai figli, ai bambini a scuola, ai piccoli di una comunità. Se non si fa questo lavoro di nominazione non si può educare (da educere, tirare fuori) al discernimento.

Va aggiunto che nel DDL Zan vanno inclusi dei fermo restando:
il divieto di surrogazione di maternità, condannare l’utero in affitto non è omofobia,
e l’impossibilità vigente al cambio di documenti per semplice arbitrio individuale: opporsi alla self identification non è transfobia!

Il grande paradosso in cui ci troviamo invischiate noi donne oggi, è che “siamo costrette a batterci perché la parola ‘donna’, strettamente legata al nostro sesso biologico, non venga cancellata in nome del diritto di tutti e tutte a non sentirsi discriminati». Parole della stessa Rowling.
Dovrebbe infine far riflettere che questo disegno di legge è stato scritto da un uomo che rifiuta qualsiasi confronto con noi femministe che da mesi (ancora prima della discussione alla camera) chiediamo di essere audite, il che ci riporta al più becero patriarcato: le donne hanno diritto di parola solo e quando la loro parola è asservita al potere ma gli viene negata se è critica.
Insomma una legge che vuole essere a tutela dei e delle cittadine contro ogni discriminazione ne crea una più grande: quella verso le sue cittadine!

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Roberta Trucco

Classe 1966, genovese doc (nel senso di cittadina innamorata della sua città), femminista atipica, felicemente sposata e madre di quattro figli. Laureata in lettere e filosofia con una tesi in teatro e spettacolo. Da sempre ritengo che il lavoro di cura non si limiti all’ambito domestico, ma debba investire il discorso politico sulla città. Per questo sono impegnata in un percorso di ricerca personale e d’impegno civico, in particolare sui contributi delle donne e sui diritti di cittadinanza dei bambini. Amo l’arte, il cinema, il teatro e ogni tipo di lettura. Da alcuni anni dipingo con passione, totalmente autodidatta. Credente, definita dentro la comunità una simpatica eretica, e convinta “che niente succede per caso.” Nel 2015 Ho scritto la prefazione del libro “la teologia femminista nella storia “ di Teresa Forcades.. Ho scritto la prefazione del libro “L’uomo creatore” di Angela Volpini” (2016). Ho e curato e scritto la prefazione al libro “Siamo Tutti diversi “ di Teresa Forcades. (2016). Ho scritto la prefazione del libro “Nel Ventre di un’altra” di Laura Corradi, (2017). Nel 2019 è uscito per Marlin Editore il mio primo romanzo “ Il mio nome è Maria Maddalena”. un romanzo che tratta lo spinoso tema della maternità surrogata e dell’ambiente.

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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