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di Salvatore Billardello

Il processo che ha portato alla condanna a un anno per falso ideologico del governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani e alle sue dimissioni comincia nel 2006, quando la cooperativa Terremerse, presieduta dal fratello Giovanni Errani, riceve dalla Regione un finanziamento di un milione di euro. Il caso politico-giudiziario scoppia però tre anni più tardi, quando è “Il Giornale” che accusa Errani di aver favorito la coop del congiunto: il finanziamento serve per costruire uno stabilimento vitivinicolo, che non verrà però ultimato entro la scadenza del bando. Il governatore allora affida ai funzionari Valtiero Mazzotti e Filomena Terzini la stesura di una relazione da mandare in procura, in cui si afferma che la procedura adottata è pienamente regolare. Una volta iniziate le indagini del pm Antonella Scandellari e della Finanza, si scoprono varie irregolarità commesse dalla coop di Giovanni Errani; alla fine del 2012 la Procura coinvolge nelle indagini anche il fratello Vasco. L’accusa è appunto falso ideologico: la relazione di Errani è per il procuratore Roberto Alfonso e per il pm Scandellari «un modo per occultare la falsità attestata da Giovanni Errani il 31 maggio 2006 circa il termine del lavori», che furono effettivamente conclusi un anno dopo: il finanziamento sarebbe dunque stato concesso illegalmente. Ma il legale Alessandro Gamberini parla di “sentenza sconcertante” e annuncia il ricorso in Cassazione, che non esaminerà il caso prima di ottobre-novembre, giusto i mesi delle nuove elezioni per il presidente dell’Emilia Romagna.

Dopo l’estate la Procura si occuperà anche dell’altra – più grave – inchiesta che coinvolge la Regione, quella sulle spese pazze; qui ad essere indagati sono tutti i nove capigruppo del Consiglio regionale. Finora le pm Morena Plazzi e Antonella Scandellari si sono concentrate sulle spese che vanno da maggio 2010 a dicembre 2011, ma da settembre l’inchiesta dovrebbe allargarsi anche al 2012. 1 milione e 852 mila euro il denaro pubblico di cui la Regione avrebbe indebitamente usufruito per cene, viaggi, gioielli, vestiti per bambini e tanto altro; le voci parlano ufficialmente di soldi per indagini e ricerche, consulenze, visite di rappresentanza o semplicemente rimborsi. Il Pd guida la speciale classifica delle irregolarità, con circa 673.000 euro spesi; seguirebbe il Pdl con 390 mila euro, la Lega Nord con 193 mila euro, Sel con 126 mila euro, Idv con 147 mila euro, Gruppo Misto con 97 mila euro, Federazione della Sinistra con 90 mila euro, infine 5 Stelle con 87 mila euro e Udc con 47 mila euro. Dopo l’estate arriveranno i primi verdetti, due finora sono state le condanne definitive: la prima per il capogruppo Idv Paolo Nanni, che ha patteggiato 23 mesi per aver speso 227 mila euro destinati al proprio gruppo per scopi personali; condannata con lui la figlia Olimpia, che lavorava come segretaria per il gruppo. Successivamente è stato condannato a due anni per truffa aggravata Alberto Vecchi, consigliere di Pdl e poi Fi, per aver usato circa 85 mila euro di rimborsi chilometrici ottenuti tra il 2006 e il 2010 per il percorso tra la una residenza fittizia stabilita a Castelluccio di Porretta Terme e la sede dell’Assemblea regionale in viale Aldo Moro.

Intanto il presidente della sezione giurisdizionale della Corte dei Conti dell’Emilia Romagna Luigi di Murro fa sapere che dopo l’estate arriverà anche il verdetto sulle interviste in tv a pagamento: i sette capogruppo regionali – Marco Monari del Pd, Luigi Villani del Pdl, Andrea Defranceschi del M5S, Silvia Noè dell’Udc, Gianguido Naldi di Sel-Verdi, Roberto Sconciaforni di Fds e Mauro Manfredini della Lega – coinvolti sono accusati di aver speso illegalmente 136.000 euro tra 2010 e 2012 per apparire in emittenti locali. Il procuratore generale della corte dei conti Salvatore Pilato ha parlato di “illiceità finanziaria” per questo tipo di interviste.

Ultima inchiesta che coinvolge la Regione Emilia Romagna e in prima persona il governatore dimissionario Vasco Errani è l’accusa per truffa aggravata formulata nei confronti di Zoia Veronesi, la segretaria storica dell’ex leader del Pd Pierluigi Bersani. Secondo le indagini condotte dal pm Giuseppe di Giorgio, Veronesi lavorò al fianco di Bersani a Roma tra 2008 e 2009, come curatrice dei rapporti tra le istituzioni centrali e il Parlamento, essendo in contemporanea sotto contratto con la Regione fino al 2010. La truffa ammonterebbe a circa 150 mila euro, cioè la retribuzione avuta dalla Regione per l’anno e mezzo circa in cui ha ricoperto un incarico per un lavoro non svolto. La decisione del gup Letizio Magliaro sul processo – che coinvolge anche Bruno Solaroli, allora capo di gabinetto della presidenza Errani – arriverà il 23 luglio. Sebbene Veronesi si sia poi dimessa, ha continuato ugualmente a lavorare per il Pd: “male non fare, paura non avere” ha dichiarato durante l’udienza preliminare dello scorso maggio, in cui è stata formulata l’accusa di quattro mesi e 20 giorni e 200 euro di multa.

[© www.lastefani.it]

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