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E dopo Natale arriva puntualmente il Capodanno, con l’inevitabile fardello di avvenimenti e fatti che hanno coinvolto ciascuno di noi e che riguardano 365 giorni di soddisfazioni, delusioni, gioie e sofferenze, progetti realizzati o congelati, rimpianti, aspettative e propositi, successi e insuccessi, pentimenti, azzardi, gratificazioni, inadempienze. Ma, come sosteneva lo scrittore e giornalista Giuseppe Prezzolini, “Queste divisioni di anni non contano, perché il tempo non si spezza e le persone restano le stesse. Ma servono alle volte come di sosta per guardare indietro e orientarsi”. Ciascuno, comunque, farà i conti col proprio vissuto e comporrà il bilancio di ciò che è stato, illudendosi che il giorno dopo sia improvvisamente possibile il cambiamento, un nuovo corso, una provvidenziale pagina bianca su cui scrivere un futuro migliore. Gli indifferenti ignoreranno questa scadenza, i furbi la utilizzeranno per i propri scopi, i dubbiosi tenteranno eccezionalmente un timido pensiero all’anno nuovo, gli scaramantici si affanneranno ad attivare ogni sorta di rito propiziatorio, dall’indossare rigorosamente gli slip rossi a veri e propri cerimoniali di buon auspicio.

D’altro canto, è così da sempre e me lo ricordava nonna Angelina, quando raccontava delle pratiche di fine anno fino a metà diciannovesimo secolo, nella nostra valle di montagna, ai piedi delle Dolomiti. Le anziane ricavavano una proiezione del futuro, la notte di San Silvestro, versando piombo fuso nell’acqua e interpretando l’avvenire a seconda delle forme che l’elemento assumeva. Non sono poi cambiati di molto i tempi! Uno sguardo speranzoso, fiducioso, fresco, scaramantico al futuro e uno al passato più profondo, riflessivo, a volte nostalgico, altre volte sollevato e finalmente libero dalle negatività e dei coinvolgimenti. In qualche caso ci si scopre affezionati all’anno che si sta per chiudere, con tutte le sue implicazioni, anche quelle più sofferte. Lo scrive anche Dino Buzzati in un’insolita intervista a se stesso del 1960.
“Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”
“No”
“Ti ha dato più pene che gioie?”
“Sì”
“Dunque una schifezza d’anno, nel complesso?”
“Esatto.”
“Sarai contento che se ne vada, immagino.”
“No”
“Tu sei un uomo assurdo, signore. Chi ti ha fatto del male se ne va, e tu non gioisci!”
“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, in questo preciso posto, e mi nutre.”
“Ti nutre?”
“Sì. E poi, per brutto che sia stato, per dispiaceri che mi abbia portato, il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno mai più, con rigorosa e categorica matematica, più non si ripeteranno; erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità – che al momento mi sfuggiva – . Capisci?”
“Mica tanto, a dir la verità.”
“Sì, il 1960, con tutti i suoi guai, è stato bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore.”

Atteggiamento ben diverso quello dei personaggi del romanzo di Alejandro Palomas, ‘Capodanno da mia madre‘, del 2014, ambientato a Barcellona. Un ricongiungimento familiare a casa di Amalia, nervosa e tesa per la cena canonica di fine anno. Ci saranno Fer che è appena stato lasciato dal compagno Max, la figlia maggiore Silvia che ha appena perso la bambina che stava aspettando e mastica nicotina con rabbia, una pentola a pressione pronta a scoppiare; sarà presente anche la figlia minore Emma, che ha sempre qualcosa che non va e arriverà Olga, la sua compagna, tutta arroganza, perle, tacchi alti e borsa Vuitton; li raggiungerà zio Edoardo, completamente ubriaco nel suo costume da Babbo Natale. Tutti sperano che non si ripetano gli orripilanti momenti dell’anno precedente e il cenone si rivelerà una memorabile festa di Capodanno in cui ciascuno vuole cacciare la propria pesantezza e trascorrere una serata all’insegna della leggerezza. Un appuntamento che mette in evidenza le relazioni familiari, fatte di fili che si annodano, a volte si allentano o si separano, per poi ripresentarsi in nuovi legami.
E ancora diverso è il Capodanno 2014 dell’ispettore greco Charitos nel romanzo di Petros Markaris ‘La resa dei conti‘ (2013), in cui l’autore ipotizza l’uscita dall’euro di Grecia, Spagna e Italia. Il commissario sta festeggiando la fine dell’anno e il ritorno alla dracma con l’anno nuovo, ma dovrà abbandonare ben presto i festeggiamenti perché la situazione esterna è difficile. In quella notte di disordini sociali in una Grecia con stipendi bloccati, banche in fallimento, un governo tecnico fasullo, la preoccupante disoccupazione e gli anziani affamati che frugano nei cassonetti, avvengono tre omicidi: un imprenditore, un professore universitario, un sindacalista, che hanno in comune un passato di ribellione al regime dei colonnelli. Sui loro corpi l’assassino lascia la scritta “Pane, Istruzione, Libertà”, lo stesso slogan che imperversa in un canale radiofonico del momento. Un Capodanno elettrizzante che deve fare i conti con la dura realtà, il caos sociale e un futuro che non si riesce a immaginare.

Come sarà il nostro Capodanno? Comunque si presenti, ci saranno gli auguri per tutti e per una notte metteremo da parte le negatività, le bassezze, le tensioni, le miserie, le pendenze scomode, per dedicarci con un sorriso a noi stessi e a coloro con cui trascorreremo l’attesa del nuovo anno. Una buona occasione per ricominciare al meglio.

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Liliana Cerqueni

Autrice, giornalista pubblicista, laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano. E’ nata nel cuore delle Dolomiti, a Primiero San Martino di Castrozza (Trento), dove vive e dove ha insegnato tedesco e inglese. Ha una figlia, Daniela, il suo “tutto”. Ha pubblicato “Storie di vita e di carcere” (2014) e “Istantanee di fuga” (2015) con Sensibili alle Foglie e collabora con diverse testate. Appassionata di cinema, lettura, fotografia e … Coldplay, pratica nordic walking, una discreta arte culinaria e la scrittura a un nuovo romanzo che uscirà nel… (?).

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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