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LLORA ARTISTA

Con “Llora Artista” il giovane autore riflette sul rapporto tra dolore individuale e sofferenza collettiva, interrogandosi sulla responsabilità dell’artista: perché l’arte, oltre a dare forma alle nostre ferite, può diventare un invito a guardare quelle degli altri.

LLORA ARTISTA

Llora, llora artista, fai uscire quel pianto victimista, che tanto occulti alla vista, che tanto nascondi alla vita.
Piangi, artista, finché il tuo occhio sea mar
y tu pestaña la orilla donde el dolor pueda naufragar.
No temas al color que cae sobre la tela, no temas al dolor de una herida que aún te quema.
Deja que caiga, deja que manche el pasado, que cada lágrima derramada sea un cuadro jamás borrado.
Y las letras serán mis lágrimas, y las líneas, mis heridas, que llenarán las hojas de láminas y de brillo las páginas.
Y si la tinta se vuelve oscura, no temas, ha visto demasiado; si mi verso sangra y perdura, es que algo de mí no ha callado.
Pero dime, artista, ¿por qué lloras solamente por ti? ¿Acaso tu dolor es más digno que el del hombre que duerme en la calle sin saber qué comerá mañana?
¿Acaso tu lágrima pesa más que la de una madre cansada, que mira una mesa vacía y todavía sonríe a su hijo para que no vea que está asustada?
Llora por ti, pero también por ellos. Por los que no tienen lienzo, por los que no tienen voz, por los que aprendieron demasiado pronto que hasta el silencio tiene precio.
Llora por quien trabaja y nunca alcanza, por quien espera justicia y recibe otra esperanza, por quien levanta una casa con las manos llenas de heridas mientras otro levanta fortunas contando vidas desde una oficina.
Llora por las calles, artista, por el niño que aprende a odiar antes siquiera de aprender por qué debería amar.
Por el joven que mira una puerta cerrarse frente a su cara mientras alguien con apellido entra por ella sin llamar.
Y no me hables de mérito si nunca viste el hambre, ni me vendas libertad si hay quien no puede elegir entre pagar la luz o llenar la nevera de su madre.
No me hables de paz desde un despacho blindado, mientras otros ponen sus cuerpos donde tú pones soldados.
No me hables de patria como si fuera una bandera, si la patria no alimenta a quien la lleva.
Y no me hables de progreso si cada edificio que crece deja otra familia sin techo debajo de sus cimientos.
Porque también sangra la ciudad, aunque la pinten de colores, y debajo de cada anuncio brillante hay miles de rostros que aprendieron a esconder sus dolores.
Y mientras unos compran silencio, otros venden indignación; unos convierten el miedo en negocio, otros convierten la rabia en canción.
Y yo también soy culpable, porque escribo sobre el mundo desde la comodidad de mi cuarto y luego cierro los ojos cuando el mundo toca mi puerta.
Qué fácil es ser rebelde cuando nadie escucha, qué fácil es hablar de revolución cuando no cuesta ninguna lucha.
Por eso, artista, no te perdones tan pronto. Mírate las manos: también están manchadas de todo aquello que has ignorado.
La tinta no te hace inocente, la poesía no te hace bueno, y una canción contra el mundo no cambia que también formes parte de él.
Así que llora, artista, aunque te llamen victimista; que hasta la lágrima más triste puede hacerse obra a la vista.
Llora por tu herida, pero no olvides las ajenas. Pinta tu propia tristeza, pero deja un espacio en el cuadro para quien nunca pudo pintar la suya.
Porque una tela ya pintada no deja de ser blanca del todo: bajo cada capa olvidada vive un color de otro modo.
Y cuando no quede mar en tus ojos cansados, quizá puedas mirar tus cuadros sin odiar los colores que dejaste atrás.
Y quizá entonces entiendas que llorar no era el final, que el arte no sirve solamente para decir cuánto te duele, sino para preguntarte por qué a tantos les duele igual.
Llora, artista. Pero después escribe. Y cuando termines de escribir, mira afuera.
Porque si tu verso no toca la calle, si tu pintura no toca al hombre, si tu música no incomoda al poder ni siquiera un poco, quizá no estés haciendo arte.
Quizá solamente estés decorando tu propia jaula.
Pero una jaula abierta también da miedo al principio, porque fuera no hay barrotes que te digan el camino.
E allora cammina, anche se tremano i piedi; che senso ha avere ali se temi ciò che vedi?
No seas mártir de tu herida, ni esclavo de tu tristeza; haz de tu voz una salida, no otra forma de condena.
Que cada verso que escribas tenga barro bajo los zapatos, que cada palabra que grites recuerde a los olvidados.
E se il mondo non cambia, non dire che è stato invano: forse un uomo ha trovato coraggio solo perché gli hai dato una mano.
Llora, artista, pero escucha: la calle también tiene poesía; hay belleza entre la basura, y verdad donde nadie la mira.
Y cuando vuelvas al lienzo, no pintes solo tu reflejo: pinta el mundo que llevas dentro y el mundo que tienes enfrente.
Perché l’arte non è una corona, né un piedistallo, né un nome: è una ferita che si apre per lasciare entrare il sole.
Llora, artista. Después, despierta. Y convierte la lágrima en luz que no se queda muerta.

TRADUZIONE

Piangi, piangi artista, fai uscire quel pianto vittimista, che tanto occulti alla vista, che tanto nascondi alla vita.
Piangi, artista, finché il tuo occhio sia il ​​mare
e le tue ciglia la riva dove il dolore possa naufragare.
Non temere il colore che cade sulla tela, non temere il dolore di una ferita che ancora ti brucia.
Lascialo cadere, lascialo macchiare il passato, lascia che ogni lacrima versata sia un dipinto mai cancellato.
E le lettere saranno le mie lacrime, e le linee, le mie ferite, che riempiranno le foglie di lamine e le pagine di splendore.
E se l’inchiostro si scurisce, non temere, ha visto troppo; se i miei versi sanguinano e perdurano, è perché qualcosa in me non è stato messo a tacere.
Ma dimmi, artista, perché piangi solo per te stesso? Il tuo dolore è forse più degno di quello dell’uomo che dorme per strada senza sapere cosa mangerà domani? La tua lacrima pesa più di quella di una madre stanca, che fissa un tavolo vuoto e continua a sorridere al figlio per non fargli vedere la sua paura?
Piangi per te stesso, ma anche per loro. Per chi non ha una tela, per chi non ha voce, per chi ha imparato troppo presto che anche il silenzio ha un prezzo.
Piangi per chi lavora e non riesce a farcela, per chi aspetta giustizia e riceve solo un’altra speranza, per chi costruisce una casa con le mani piene di ferite mentre altri accumulano fortune contando vite da un ufficio.
Piangi per le strade, artista, per il bambino che impara a odiare prima ancora di imparare perché dovrebbe amare.
Per il giovane che vede una porta chiudersi davanti al suo viso mentre qualcuno dal nome prestigioso entra senza bussare.
E non parlarmi di merito se non hai mai visto la fame, e non vendermi la libertà quando c’è chi non può scegliere tra pagare la bolletta della luce o riempire il frigorifero della madre.
Non parlarmi di pace da un ufficio fortificato, mentre altri mettono a repentaglio la propria vita dove tu schieri i soldati. Non parlarmi di patria come se fosse una bandiera, se la patria non nutre chi la porta.
E non parlarmi di progresso se ogni edificio che sorge lascia un’altra famiglia senza casa sotto le sue fondamenta.
Perché anche la città sanguina, anche se la dipingono con colori sgargianti, e sotto ogni pubblicità scintillante si nascondono migliaia di volti che hanno imparato a celare il proprio dolore.
E mentre alcuni comprano il silenzio, altri vendono l’indignazione; alcuni trasformano la paura in un business, altri trasformano la rabbia in musica.
E anch’io sono colpevole, perché scrivo del mondo dalla comodità della mia stanza e poi chiudo gli occhi quando il mondo bussa alla mia porta.
Com’è facile essere ribelli quando nessuno ascolta, com’è facile parlare di rivoluzione quando non costa fatica.
Ecco perché, artista, non perdonarti così in fretta. Guarda le tue mani: anche loro sono macchiate di tutto ciò che hai ignorato.
L’inchiostro non ti rende innocente, la poesia non ti rende buono, e una canzone contro il mondo non cambia il fatto che anche tu ne fai parte.
Quindi piangi, artista, anche se ti chiamano vittima; perché anche la lacrima più triste può trasformarsi in un’opera d’arte davanti ai nostri occhi.
Piangi per la tua ferita, ma non dimenticare le ferite degli altri. Dipingi la tua tristezza, ma lascia uno spazio sulla tela per coloro che non hanno mai potuto dipingere la propria.
Perché una tela dipinta non smette mai di essere completamente bianca: sotto ogni strato dimenticato, un colore vive in una forma diversa.
E quando il mare si sarà allontanato dai tuoi occhi stanchi, forse potrai guardare i tuoi quadri senza odiare i colori che hai lasciato.
E forse allora capirai che piangere non era la fine, che l’arte non consiste solo nell’esprimere quanto si soffre, ma nel chiedersi perché tanti altri provano lo stesso dolore.
Piangi, artista. Ma poi scrivi. E quando avrai finito di scrivere, guarda fuori.
Perché se i tuoi versi non toccano la strada, se il tuo dipinto non tocca l’umanità, se la tua musica non turba minimamente chi detiene il potere, forse non stai facendo arte.
Forse stai solo decorando la tua gabbia.
Ma anche una gabbia aperta fa paura all’inizio, perché fuori non ci sono sbarre a indicarti la via.
E poi cammina, anche se i tuoi piedi tremano; che senso ha avere ali se temi ciò che vedi?
Non essere un martire della tua ferita, né uno schiavo della tua tristezza; fai della tua voce una via d’uscita, non un’altra forma di condanna.
Che ogni verso che scrivi abbia fango sotto le tue scarpe, che ogni parola che gridi ricordi i dimenticati.
E se il mondo non cambia, non dire che è stato invano: forse un uomo ha trovato il coraggio solo perché gli hai dato una mano.
Piangi, artista, ma ascolta: anche la strada ha la sua poesia; C’è bellezza tra i rifiuti, e verità dove nessuno guarda.
E quando tornerai alla tela, non dipingere solo il tuo riflesso: dipingi il mondo che porti dentro e il mondo che ti sta davanti.
Perché l’arte non è una corona, né un piedistallo, né un nome: è una ferita aperta per far entrare il sole.
Piangi, artista. Poi, risvegliati. E trasforma la lacrima in una luce che non resta morta.
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Francisco Yago Perez Vicandi

Sono uno studente che vede nella scrittura uno spazio di ricerca personale e di confronto con la realtà. Tra italiano e spagnolo, due lingue che attraversano la mia identità e il mio modo di esprimermi, cerco una voce capace di unire introspezione, inquietudine e critica sociale.

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