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Viaggio in Italia: Ro Ferrarese

Poche case, abbastanza da formare un Paese, seguendo tre direttrici da Piazza Umberto I. Un parco alberato e recintato da mura in stile Impero, così come la Villa Comunale, all’interno dello stesso, che ospita il Municipio. Una Chiesa Barocca dal campanile a cuspide bombata. Attorno la fitta rete dei canali di irrigazione, che separano i coltivi, sui quali sorgono le abitazioni di chi li possiede, in regime di piccola proprietà. Quattro magnifiche Ville, su cui spicca quella dei potenti conti Saracco-Riminaldi, che possedevano terra fino al mare. Ma soprattutto Lui, a poca distanza dal paese, il grande fiume padre della Pianura, il Po, capace con la sua presenza di influenzare l’ambiente e l’umore degli abitanti, tra secche e minacce di rotta.

Poi il bosco, artificiale, ovvero di piante da coltura, residuo di quello ceduo di pioppi e altri alberi che sorgeva un tempo, fitto e intricato. Questa è zona di Terre Vecchie, solo parzialmente bonificate, quel tanto che basta per garantire un eccellente scolo delle acque piovane, in punti segnalati dalla presenza delle stazioni idrovore di pompaggio.

A poca distanza dal Paese, sorge poi un meraviglioso ponte romano: al Pont di Tri Occ’ (il Ponte dai tre occhi), con riferimento alle tre arcate in pietra antica che lo compongono, a sfiorare la superficie dell’acqua.

Questo, in sintesi, il Paesaggio più caro al mio cuore, quello di Ro Ferrarese, dove sono cresciuto, sin dall’età di cinque anni. Il paese di Vittorio Sgarbi, il critico d’Arte più amato/odiato d’Italia per le sue posizioni estreme ed i suoi improvvisi scoppi d’Ira televisivi. Contrariamente a lui, che sin da giovanissimo ha frequentato un Collegio, ho potuto passare l’infanzia e l’adolescenza vagando, ogni pomeriggio che Dio manda in terra, per le campagne circostanti. Ho imparato a costruire una canna da pesca, usando come galleggiante un tappo di sughero forato e la parte finale d’una penna di gallina. Ancora oggi potrei, scegliendo il salice giusto e qualche camera d’aria rossa da bicicletta, oramai introvabile, ma indispensabile per realizzare i tiranti, fabbricarvi una fionda che non ha niente da invidiare a quelle da caccia moderne che si vendono nei negozi. Oppure se preferite, una cerbottana o un fucile a gommini, tutte armi con cui divisi per bande, si faceva letteralmente la guerra, affrontandoci in campo aperto, nei giardini del Municipio oppure al campo sportivo. Certo, non eravamo molto attenti alla non-violenza, al pacifismo, valori che ho conosciuto soltanto alle Superiori, poiché alle Scuole medie “Leonardo da Vinci”, rigorosamente in paese, quasi ogni giorno volava qualche pugno, nel cortile, terminate le lezioni. Ricordo la frase di rito: “Ti aspetto fuori” e dovevi difenderti, c’era poco da fare. Era una violenza ereditata dalle generazioni precedenti – mio padre a Codigoro, negli anni Cinquanta, faceva le stesse cose – affatto calmierata dai Docenti, che ne erano ahimè, complici involontari, poiché non assistevano che a qualche schermaglia iniziale nelle classi. Però era una violenza “bonaria” – sempre ammesso che esista il  termine – alla Peppone e don Camillo: due pugni, quattro sberle e il giorno dopo amici come prima, almeno nella maggior parte dei casi. Ora so che quelle dinamiche sono molto pericolose, ma allora, essendovi immerso, non me ne rendevo conto. Oggi, divenuto a mia volta Docente, presto la massima attenzione e smorzo sul nascere ogni episodio di sopraffazione, partendo da quella verbale, come è giusto che sia. Dopo questa doverosa precisazione, devo dire che sicuramente noi eravamo meno fragili dei miei alunni, certo non grazie alla violenza, ma in virtù delle maggiori relazioni sociali. Liberi di scorrazzare per il paese – poche automobili, zero criminalità o spaccio di droga verso gli adolescenti – ognuno di noi imparava ad essere autonomo in tutto. Se avevi fame, staccavi una mela, una pesca, qualche albicocca o molte ciliegie dagli alberi, nei campi, che non erano nemmeno recintati. I contadini sapevano e – chi più, chi meno – tolleravano, quando non ti sparavano a sale, ma lo facevano soltanto quelli più avari, e noi, una volta individuati, li evitavamo come la peste. Poi c’erano gli alberi di Rusticani, in dialetto, con parola veneta:  Amoli, una specie di pruno selvatico di cui si mangiavano i frutti ancora acerbi, verdi e dal sapore amarognolo, che cresceva spontaneo lungo i fossi; qualche albero di fichi o un grande noce solitario, sotto le cui fronde passavi il tempo a schiacciare i frutti con un sasso per mangiarne il delizioso gheriglio.

Negli anni Settanta il paese era popolato e florido, ricco di attività. L’annuale fiera di San Giacomo era attesa da tutti noi ragazzi, perchè arrivava l’autoscontro, e soprattutto quella giostra pazza che viene comunemente chiamata Calcinculo, nome triviale che però restituisce da subito il funzionamento. Infatti, per poter prendere la coda sintetica, appesa ad un filo penzolante da un pennone, mentre i seggiolini incatenati giravano vorticosi a pochi centimetri da terra, allargandosi per forza centrifuga, occorreva mettersi a coppie. Uno dei due, quello dietro, teneva stretto il seggiolino dell’altro e, al momento giusto, lo lanciava verso il pennone dandogli una forte spinta con le gambe (il calcio-in-culo, appunto), o – i più forti – con le braccia. Chi prendeva la coda, staccandola dal filo, vinceva un giro gratis.

Il momento più atteso era però l’Albero della Cuccagna, antica tradizione medioevale, che consisteva nel dare la scalata ad un lungo palo verticale, infisso nel terreno e cosparso di olio da motore e grasso, formando una piramide umana. Naturalmente chi stava sotto doveva avere una forza notevole, per reggere la fila verticale che si andava formando, così come chi saliva doveva essere, man mano che la piramide cresceva, sempre più leggero ed agile, per riuscire a “scalare” tutti quei corpi, ed arrivare alla ruota posta in cima da cui pendevano prosciutti e salami. Tutt’attorno al palo veniva gettata molta paglia, per attutire eventuali scivolate e crolli di fila, che puntualmente si verificavano, mentre i componenti delle piramidi umane si inzaccheravano d’olio scuro e di grasso giallognolo, nel tentativo di arrivare in cima, fra le risa del pubblico disposto a cerchio attorno al palo.

L’Estate era poi tempo grato. La scuola chiudeva per le vacanze tanto attese e noi ci riversavamo per i campi o, in età adolescenziale, nei bar e nella gelateria del paese. Nostri luoghi di ritrovo erano il bar della Mercedes, una buffa signora attempata dal camice azzurro, sempre sorridente, che partecipava ridendo ai gavettoni di Ferragosto, lanciandoci divertita bicchieroni di acqua gelida. Qui potevi trovare le fiamme, paste dolci al cioccolato, prodotte dalla pasticceria Gallerani del vicino paese di Copparo, dove mio padre ci portava in auto, la Domenica, per gustare i loro fantastici bignè alla panna. L’altro luogo di ritrovo era la gelateria Stoppa, dove la titolare faceva granatine al gusto di amarena, menta, limone o tamarindo, tritando il ghiaccio in pezzi grossi dentro bicchieri da birra con il manico, e versandovi sopra un concentrato di coloranti: lo sciroppo. Faceva anche gelati buonissimi, in pochi gusti: crema, dal sapore di limone, cioccolato, panna e panna ed amarena, ma soprattutto aveva un calcino, o calcio-balilla, attorno al quale passavamo le giornate sfidandoci in partite tiratissime, gioco in cui, modestamente, sono ancora oggi molto bravo.

Oggi il paese è ridotto ad un dormitorio, tanto per usare un eufemismo. Le bande di ragazzi in bicicletta, il nascondino notturno con quaranta persone all’aria aperta, i gelati, le trattorie e i bar, sono solo un lontano ricordo. Resta qualche buon Agriturismo, diversi ristoranti, la riproduzione di un vecchio mulino sul Po, qualche bar, pochi negozi. In cuor mio spero che il paese si riprenda, per non so quale miracolo, poiché mi addolora vederlo così ristretto, anche se ogni tanto il richiamo del passato è così forte che non posso non percorrere in macchina quel paesaggio che amo, poi, parcheggiare in Piazza Umberto I e camminare silente per il paese, nella speranza di incontrare qualcuno di amico, che allarghi nuovamente il mio cuore, rinnovando i ricordi di un tempo.

Questo testo è apparso recentemente su: Il giornale di Rodafà

In copertina: Al Pont di Tri Occ’ (il ponte dei tre occhi), via Ponte Tabarro, Ro Ferrarese (FE) – foto di Stefano Agnelli

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Stefano Agnelli

Stefano Agnelli è laureato in Storia Contemporanea, ed insegna materie letterarie negli Istituti di Istruzione Secondaria. Ha pubblicato due raccolte di poesie: “La stagione del sonno fecondo”, Corbo Editore, Ferrara, 2007 e “Turno di notte”, Albatros, Roma, 2011. Ha collaborato con il sito internet Spigolature. Spigoli & Culture, e collabora con la rivista online: Il giornale di Rodafà. Rivista di liturgia del quotidiano.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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