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DEUTSCHE UBER ALLES
In margine all’ultimo Consiglio Europeo

Deutsche Uber Alles. Purtroppo, questa volontà dei tedeschi, di imporre i propri interessi e la propria forza, è un carattere che riaffiora ogni tanto e nei momenti cruciali. Inesorabilmente.
Va bene l’Europa. Certo. Va bene il principio di solidarietà europea. Ci mancherebbe. Come va bene la prospettiva geopolitica da disegnare…
Va tutto bene, ma due restano i principi cardine ancora più importanti delle politiche dei tedeschi: quello di far prevalere i propri interessi su quelli comunitari quando serve loro, e quello di fare atti di forza, tali da consentire di andare avanti da sé, quando reputato nel loro interesse.

Facciamo qualche esempio.
– La Grecia ha pagato duramente la famosa crisi, per la pretesa delle banche tedesche, complice la Troika, di rientrare subito, un attimo prima del default, dai crediti facili e speculativi, concessi ai greci.

– Sono anni, che la Germania ha un surplus di export, ben oltre quello consentito dalle norme comunitarie. Per questo sarebbe soggetta a sanzioni, che però la Commissione Europea non ha mai applicato.

– Finalmente, svegliati dalle gravi crisi in atto, si pensa di ripartire con una forza europea di difesa.
E la Germania che fa? Da il via, per conto suo, ad un primo investimento monstre” di 100 miliardi, per le proprie forze armate.
Qualcosa del genere lo ha fatto e lo sta facendo con il gas.
Da una parte destina risorse ingenti che alterano il mercato del gas, a danno di tutti.
Dall’altra impedisce di calmierarne il prezzo con politiche comuni, che sarebbero a vantaggio di tutti.
Non c’è molta differenza fra questi comportamenti e l’ ‘America first’ di nefasta memoria.
Si può obiettare che è il diritto del più forte che si impone. Vero. Salvo che questo mal si concilia, con la retorica dello sviluppo politico della unione europea. Altri cancellieri tedeschi avevano una ben altra visione strategica: da Brandt a Schmidt, a Kohl, o lo stesso Adenauer.
Come la ‘grande’… e celebrata Merkel aveva una visione europeista. Facendo prevalere, però, sempre e comunque, gli interessi tedeschi. Significativo il rapporto privilegiato con Putin. Politico certo, ma con annessi interessi commerciali reciproci.
Troppo forte allora, la Germania, per la piccola Europa, e per i rapporti paritari con gli altri Stati europei? Può darsi. Viene da ricordare Andreotti, che richiesto di un giudizio sulla riunificazione tedesca, con espressione malignamente furbesca, e male accolta dai tedeschi, disse “amo così tanto la Germania che mi piacerebbe averne due…”.
Forse, chissà, pensava proprio che una Germania unificata, sarebbe stato un peso mal sopportabile dalla fragile Europa.
Del resto però lo stesso Kohl ebbe a dire al nostro Ciampi, che solo la partecipazione alla Comunità Europea, era garanzia di controllo delle ricorrenti tentazioni della Germania per nuove avventure belliche. Tanto più concrete quanto più la Germania è forte.
Insomma stanno sullo stomaco, si sa, i wurstel con i crauti…..Una difficile digestione, che però dobbiamo riuscire a fare.
Ma tutto questo ci dice, anche, quanto sia ancora difficile il cammino verso una maggiore, forte ed equilibrata integrazione europea. Nello stesso tempo, però, ci dice pure quanto sia urgente e necessario che avvenga.
Soprattutto lo vediamo in chiave geopolitica. In una fase nella quale ci sono movimenti verso nuovi assi e nuove alleanze, soprattutto nello scacchiere eurasiatico ed in quello mediorientale. Ma aggiungo, anche alla luce di un riemergere delle ideologie, che rafforzano il carattere politico di questi movimenti.
Allora che fare? C’è un lavoro serio anche per l’Italia e il suo nuovo governo. A condizione però che vengano ricoverati in qualche hospice quei disturbatori malati di demenza senile, aggravata da immoralità politica e umana che è la storia di una vita. E con loro, mettere alla gogna anche quella schiera di miserevoli cortigiani che addirittura lo applaudono.
Senza dignità.

SCHEI
(Punt e) MES, quel punto di amaro e mezzo di dolce

Chi si ricorda della pubblicità del Punt e Mes? “One point of sweetness and half a point of bitterness recita tuttora lo slogan sul sito, traduzione inglese dell’ espressione in dialetto di un agente di borsa amante del vermut che, nella bottega Carpano di Torino, alla domanda del cameriere su cosa volesse da bere, rispose soprappensiero “‘n punt e mes”. Lui in realtà stava pensando a quanto era salita la quotazione di un titolo che stava seguendo, ma il cameriere capì un’altra cosa e gli portò un vermut corretto con mezza china. Questo narra la leggenda sulla nascita del più celebre vermouth industriale italiano, con un bicchiere del quale Gianni Agnelli era solito accompagnare il pasto. Lo slogan in italiano me lo ricordo invertito, cioè un punto di amaro e mezzo di dolce, ma poco importa. Quel che importa è che i soldi c’entrano sempre.

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) è denaro pronta cassa. Sto forse esagerando? Beh, è certamente più pronta del Recovery Fund, che ci metterà del tempo a tradursi in schei – e già il proverbiale genio bizantin-italico sta provvedendo a complicare le cose con commissioni bicamerali e task force su come gestire questa massa di denaro. Quindi il MES è lo strumento che farebbe al caso nostro, se guardassimo solo all’urgenza di avere soldi. E questa urgenza è assoluta, come ho già scritto e riscritto (mentre scrivo cinquanta aziende stanno fallendo per cassa e non per competenza, perché si fallisce quando finiscono i soldi). Ciò premesso, il MES è la tentazione a portata di mano. Quando il discorso rischia di complicarsi passo dallo Stato alla persona, o alla famiglia. Il MES può essere per lo Stato italiano l’equivalente del possidente locale che presta soldi a strozzo ad una famiglia in difficoltà, che non ha più credito o ne avrebbe, ma in troppo tempo. Se avete bisogno di soldi adesso, la banca non è il posto che fa per voi. Uno strozzino invece potrebbe.

Ma è uno strozzino, appunto. Varoufakis, l’ex ministro delle finanze della Grecia ai tempi del mancato accordo con la cosiddetta Troika, credo la metterebbe giù così. Per lui il MES non è altro che quel meccanismo di strozzinaggio che ha strangolato i suoi concittadini, costretto al taglio dei servizi sociali, impedito per sempre una risalita dal debito che non fosse una dichiarazione di insolvenza. E non si fida nemmeno del MES attuale, che a suo parere è stato imbellettato per dargli l’aspetto di una sirena, ma sotto il trucco si nasconde la spietata Circe di sempre.
Varoufakis con certa gente ci ha trattato, quindi li ha conosciuti, a differenza di noi, che guardiamo i nudi fatti da fuori. E i nudi fatti osservati da fuori, forse ingenuamente, sembrano raccontare che il MES post Covid-19 non è più quel MES.

Uno strozzino, il giorno dopo che ti ha prestato i soldi, comincia a suonare al tuo campanello per sapere se stai lavorando per restituirglieli. Non solo quelli che lui ti ha prestato: quei soldi sono un favore costoso, proprio perché nessuno te li avrebbe procurati così in fretta. Quindi gli dovrai restituire anche degli interessi salati, che salgono per ogni giorno di ritardo nella restituzione. Non pensate al vostro mutuo trentennale, che vi fa sobbalzare quando leggete che, alla fine dell’ammortamento, avete ridato il doppio di quanto vi è stato imprestato. In trent’anni però. Con un usuraio questo può accadere in trenta giorni.

Questo MES post Covid (una linea di credito fino a 36 miliardi di euro), però, non ha tassi da usuraio. Anzi, ha tassi favorevolissimi, migliori di quelli che ti chiederebbe un tuo amico (tipo uno che compra i BTP) per prestarteli lui. Inoltre, questo MES non ha condizioni particolari di restituzione. I tempi sono lunghi (7 o 10 anni), e l’unica condizione posta per la concessione è che questi soldi vengano spesi per far fronte a costi sanitari da emergenza Covid, diretti o indiretti; il che potrebbe autorizzare a pensare che, visto quanto sta succedendo, molte spese non direttamente sanitarie possano essere finanziate perché correlate causalmente all’emergenza pandemica: ad esempio, tutti gli interventi di logistica del distanziamento. E, in ogni caso, se questi soldi potessero servire anche solo per migliorare l’impostazione della medicina territoriale, la disponibilità dei posti letto intensivi e la remunerazione (almeno) degli infermieri di area emergenza e urgenza, ci sarebbe da festeggiare.

Io non sarei tanto preoccupato, come lo è Varoufakis, che mi controllino come una Troika e che ad un certo punto ripristinino le norme draconiane di prima del Covid, in modo da “fregarmi” e sottopormi, a posteriori, a condizioni umilianti e insostenibili per rientrare. Non sarei nemmeno troppo preoccupato, alla Movimento 5 stelle, che prendere debito privilegiato (vuol dire che, in caso di fallimento dell’Italia, la massa attiva dovrebbe prima rimborsare il MES e poi, se ne rimane, pagare i creditori non privilegiati, tra cui i detentori di BOT, BTP eccetera) dia un messaggio negativo ai mercati, tale da far aumentare i tassi da pagare sul nostro debito.
Intanto la cifra attingibile dal MES è comunque una percentuale bassissima rispetto al debito pubblico. Poi, proprio il fatto di attingere al MES, a quanto si legge, consentirebbe alla BCE l’acquisto in quantità illimitata di titoli del debito della nazione prenditrice, tale da scongiurare a priori la speculazione. Se il mercato è sicuro che ci sarà sempre qualcuno a comprare il tuo debito (concetto esemplificato dalla famosa frase “whatever it takes” di Mario Draghi), e questo qualcuno è una Banca Centrale, la rischiosità relativa del debito di uno Stato rispetto ad un altro si annulla; quindi i tassi del debito non salgono.

Quello di cui sarei, piuttosto, preoccupato è il fatto che questi soldi finiscano nelle mani dell’inefficiente macchina statale italiana, capace di trasformare in sterco il cibo più gustoso, il tutto senza passare dallo stomaco e dall’intestino, per una sorta di miracolo al contrario.
Guardate, ma solo per dirne una, la storia dell’ospedale Covid di Milano: costato 21 milioni, attrezzato per 400 posti, ricoverati totali una decina, una cattedrale nel deserto, visto che, come ha scritto il prof. Bruschi, cardiochirurgo del Niguarda, il giorno dell’inaugurazione in pompa magna, “una terapia intensiva non può vivere separata da tutto il resto dell’ospedale. Una terapia intensiva funziona solo se integrata con tutte le altre strutture complesse che costituiscono la fitta ragnatela di un Ospedale perché i pazienti ricoverati in terapia intensiva necessitano della continua valutazione integrata di diverse figure professionali, non solo degli infermieri e dei rianimatori ma degli infettivologi, dei neurologici dei cardiologi, dei nefrologi e perfino dei chirurghi“.
E’ questa la desolata ragione per cui non saprei esprimere un’opinione certa sull’opportunità di assumere nuovo debito attingendo al MES. Le mie perplessità non si concentrano sulle possibili trappole nascoste nel meccanismo dell’ente creditore, ma sull’affidabilità e serietà del debitore. Per sollevarmi lo spirito, forse vale la pena di berci sopra un buon vermouth.

Cover: immagine da Wikipedia commons

L’OPINIONE
I falchi della Troika umiliano la Grecia

Alcune considerazioni del giorno dopo…
1) L’accordo è bruttissimo. Il punto politico più grave è il ritorno della Troika ad Atene riducendo la Grecia ad un Paese sotto amministrazione controllata.
2) Nel documento sono scritte condizioni durissime che la Grecia deve accettare per accedere ad un nuovo programma di ‘aiuti’. Non mancano cadute nel ridicolo, come la richiesta di approvare in tre giorni un nuovo codice di procedura civile e far fronte alla crisi con l’apertura dei negozi la domenica e la liberalizzazione di panetterie e latterie…
3) Sono previste alcune misure che dovrebbero permettere all’economia greca di evitare il collasso. 4) Sei mesi di trattative non vanno considerati passati invano. Alcune verità scomode devono essere guardate in faccia senza abbellimenti retorici o autoconsolatori. Innanzitutto, l’Unione europea non esiste come federazione di Stati guidati da una concertazione politica democratica. Essa è dominata in modo assoluto dalla classe dirigente tedesca che “…punisce con il ferro e il fuoco le province ribelli…”. Inoltre, è tutta da costruire un’altra Europa politica ed economica. Il compito è difficile e non garantito. Servono nuovi soggetti politici (Podemos, Syriza ecc.) e un cambiamento di quelli vecchi (innanzitutto il Pse se è ancora in tempo e se è in grado di realizzarlo…). Le ‘nuove’ forze devono mettere al bando demagogie, promesse velleitarie, populismi che ‘saltano’ i nodi da sciogliere (rapporti di forza, analisi delle condizioni reali del proprio paese ecc.). Se non lo fanno, i ‘nodi’ si aggiungono alla corda sempre pronta degli avversari per ‘impiccare’ la vittima…
5) Infine un auspicio. Se l’obbiettivo politico perseguito dai ‘falchi’ alla Schauble è stato fin dall’inizio quello di cacciare la Grecia dall’Ue, speriamo che gli inevitabili e fondati dissensi presenti dentro Syriza non scoppino al punto da far saltare il governo di Tsipras…Se ciò accadesse, allora sì che il piano tedesco sarebbe totalmente realizzato. A proposito della Germania. Ha voluto stravincere. Ma la sua immagine ne esce male. L’arroganza, la prepotenza, il sadismo con cui ha voluto umiliare un Paese scassatissimo e in ginocchio non è detto che sia stata una mossa di lungimirante saggezza politica. Vedremo..

L’OPINIONE
Perché la Grecia fa paura

Ma esistono ancora i “socialisti europei”? Man mano che i nodi vengono al pettine l’insipienza e la marginalità di quella che ancora si chiama pomposamente Internazionale Socialista ha del clamoroso. Emigrazione, terrorismo, economia, vedono i vari Renzi, Hollande, Schulze divisi (vedi questione immigrati) o subalterni alla tetragona Merkel e alla finanza internazionale. Si invoca pateticamente “un’altra Europa” dello sviluppo e della crescita ma il panzer tedesco e la famigerata troika hanno a cuore riforme che ancora una volta comprimano salari, pensioni, diritti dei ceti più deboli.
L’Europa che comanda non conosce parole come solidarietà, eguaglianza sociale, protezione dei ceti più deboli. Si programma “una disoccupazione fisiologica”, una crescita – questa sì – di nuove povertà, un indebolimento della democrazia. E’ quello che sta succedendo anche in Italia con il governo Renzi da cui ormai il silente e sofferente popolo della sinistra – ma non solo – ha preso le distanze.
Sono lontani i tempi dei veri socialisti riformatori. I Brandt, gli Olaf Palme, i Bruno Kreiski, i Mitterand avevano dato un senso alto e nobile alla parola socialdemocratico. Fu un periodo felice che vide Berlinguer e il Pci stabilire ampi e proficui rapporti con le idee e programmi che affondavano in un comune terreno di valori ed idealità. Purtroppo quella stagione si chiuse presto e ai creatori della nuova Internazionale socialista succedettero i vari Craxi, Blair, Schroeder (questi ultimi due felicemente accasatisi presso quel capitalismo rampante che dovevano contrastare).
La crisi viene da lontano e i leader (!) degli attuali schieramenti di “sinistra” la stanno accentuando sbiadendo prima e contraddicendo poi ruoli e funzioni che la storia e la politica vorrebbero alternativi ai conservatori lanciati alla rincorsa di un liberismo ottocentesco. Il caso greco è emblematico. Un nuovo gruppo dirigente che non porta nessuna responsabilità dei disastri combinati quasi sempre da governi conservatori politicamente e ideologicamente vicini a ‘frau’ Merkel viene lasciato vergognosamente solo nella speranza che l’accentuazione della crisi di quel paese lo travolga. Un obiettivo politico che va bene a tutta la consorteria politica europea che vede come il fumo negli occhi il nascere – e crescere – di movimenti come Syriza, Podemos, 5 Stelle, e perché no? qualcosa di nuovo anche in Italia che sgombri il campo dall’equivoco Renzi, ridando valore e senso alle parole riforme -che non sono solo quelle volute dalla Confindustria e Marchionne – democrazia, diritti, partecipazione oggi sviliti da leggi su cui la destra italiana ha battuto la testa ma che ora sono fatte proprie da un sedicente uomo della sinistra.
Il popolo greco con la nuova ‘governance’ ha segnato una svolta storica: gli uomini e le donne con i loro bisogni, necessità, propositi vengono prima delle banche, della troika, dello spread eccetera. La politica viene prima della economia. Il voto greco ci trasmette un po’ più di fiducia che rinnovamento – vero – e cambiamento possano trovare anche in chi era sfiduciato perché deluso dalla politica italiana ed europea, nuove ragioni di impegno e di lotta sapendo che gli avversari sono agguerriti e disposti sino in fondo a difendere il loro mondo ed i loro interessi.

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