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I banchieri giocano a Risiko con la nostra pelle

Ve lo immaginate vostro nonno di 80 anni che sta in un paese collinare, in cui la filiale più vicina è a 30 chilometri e che per fare un bonifico o pagare una bolletta deve accedere con lo smartphone o il computer ad una app, in un posto dove non c’è il wifi e la fibra non arriverà mai? Questa è la mitologica “digitalizzazione” per molti cittadini italiani. Questo è il risultato della desertificazione dei servizi bancari (che erogano secondo la legge un “servizio pubblico essenziale”), accompagnata spesso dall’abbandono sugli stessi territori dei servizi di trasporto e sanitari. Questa è la “tutela del risparmio” garantita dalla Costituzione. Questo è il quadro degno di un film di Ken Loach, e diventerà sempre più frequente con il procedere impetuoso e inarrestabile del processo di aggregazione delle banche in tre o quattro grandi gruppi oligopolistici.

Non è una previsione, è quello che accade. Migliaia di sportelli vengono e verranno chiusi in nome della “filiale moderna”, un sogno popolato da umanoidi che ti aiutano a compiere le operazioni e ti assistono nella risoluzione dei problemi, la frontiera che prenderà il posto dell’assistenza telefonica, già disumana e inefficiente ma almeno un operatore umano che risponde dall’Albania puoi ancora trovarlo, se riesci a uscire indenne dal labirinto delle dieci opzioni commerciali che fanno da scudo al suo intervento. Come evidenzia Daniele Quiriconi, segretario regionale Fisac CGIL della Toscana in questo articolo:

Risiko delle banche: a rimetterci sono lavoratori e cittadini

Se l’algoritmo che sovrintende le scelte organizzative di oligopoli finanziari che macinano miliardi di utili invitando in automatico a chiudere le filiali di tre dipendenti, spostare migliaia di lavoratori e lasciare milioni di cittadini senza un servizio costituzionalmente garantito, procede inesorabile e la protesta di sindacati, sindaci, associazioni dei consumatori nulla ha potuto finora, forse la politica dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze dell’ampliamento di periferie sociali oltre che geografiche, che queste scelte alimentano. E che colpiscono i ceti più popolari e più fragili“. Questa corsa al puro abbattimento dei costi (lo chiamano “efficientamento”), alle aggregazioni favorite da robusti sconti fiscali, all’impiego ingente di denaro pubblico per salvare la capitalizzazione di istituti sistemici, dovrebbe avere come contropartita la richiesta di garanzie per i lavoratori e per i clienti. Questo dovrebbe essere il compito della politica: se ti erogo denaro dei cittadini, quegli stessi cittadini che sono anche lavoratori e clienti dovrebbero beneficiare di un servizio migliore, di tutele professionali e territoriali per il proprio lavoro. Invece succede che il ruolo dello Stato si ferma all’erogazione di denaro, e per il resto vige il laissez-faire: altro che dirigismo, qui siamo al liberismo economico(apoteosi della teoria del libero mercato come autoregolatore) alimentato però dal denaro pubblico. Peccato che il “libero mercato” , che dovrebbe essere garanzia di concorrenza, stia portando ad un oligopolio alla Kurgan del film Highlander, quando dice “ne rimarrà uno solo”. Peccato che questa direzione obbligata peggiori le condizioni dei lavoratori: quelli che vengono “spintaneamente”  accompagnati fuori dall’azienda, anticipandone la quiescenza, non sono infatti sostituiti in pari misura da forze fresche, con il risultato che chi resta in ufficio o allo sportello rimane sempre “sott’acqua”, affogato dai carichi di lavoro e dalle pressioni alla vendita. I clienti al contempo non vengono soddisfatti nei bisogni reali, ma vengono agganciati per creare loro dei bisogni immaginari. Così può capitare che un privato cui è appena stato negato un prestito venga agganciato dalla stessa banca che glielo ha negato per cedere il quinto dello stipendio in cambio di un prestito, perchè quella è la campagna in voga. Così può capitare che il capetto, più realista del re, imponga ai subalterni la concessione di un mutuo solo a condizione che il cliente sottoscriva anche una polizza vita, con buona pace di ogni regola nemmeno etica, ma di banale valutazione del merito creditizio.

Sotto i nostri occhi, le banche si stanno trasformando da infrastrutture di sostegno ai territori a negozi di pura vendita: sono disposto a darti soldi solo se con quei soldi compri un mio prodotto. Le cosiddette “operazioni baciate” rischiano di diventare il core business di aziende che sono disposte a stravolgere ogni regola della loro tradizione al fine di perpetuare l’unica regola che non può cambiare: quella del massimo profitto per il grande azionista.

La città: antropologia applicata ai territori

Nel corso del 2007, la popolazione urbana nel mondo ha superato la soglia simbolica
del 50%. Mobilità, eterogeneità socio-culturale e densità abitativa segnano sempre più
anche contesti tradizionalmente considerati folk societies: un dato particolarmente
significativo per un paese a urbanizzazione diffusa come l’Italia, composto per lo più
da città di piccole e medie dimensioni. La retorica della globalizzazione sottolinea
l’accresciuta, quanto asimmetrica tendenza alla mobilità, alla de-territorializzazione e
l’importanza assunta dalla compressione spazio-temporale. Al tempo stesso, le realtà
urbane continuano a rivestire un ruolo significativo per processi di riterritorializzazione
fortemente disomogenei, sia dal punto di vista materiale che socioculturale. Inoltre, le città
sono centri del potere economico, discorsivo e sociale e in
quanto tali si configurano come luoghi della contraddizione e dell’espressione del
conflitto. Eppure, in molti paesi — e in Italia in modo evidente — le amministrazioni
locali e centrali stentano a riconoscere il “sapere urbano” prodotto dalle scienze sociali,
privilegiando consulenze e interventi di natura più tecnica, in particolare di tipo
ingegneristico e architettonico.
L’intento principale di questo Convegno è stimolare un dibattito sui fondamenti teorici,
metodologici e applicativi di un’antropologia capace di confrontarsi in modo maturo
con la ricerca urbana, in considerazione del riconoscimento del nesso fondativo tra
città e democrazia: la qualità di una democrazia si distingue anche in funzione del
governo della città e del soddisfacimento dei bisogni dei suoi abitanti, di chi la vive, la
usa o la attraversa per attività produttive, di svago, di socializzazione e lavoro.
Come antropologi e antropologhe, cosa abbiamo da dire sulla città e in che modo lo
diciamo? Quali sono le strade applicative, tracciate o tracciabili, che si rivelano più utili
per indagare le conformazioni dell’urbanesimo contemporaneo? Come la nostra
disciplina può contribuire a leggere i processi di territorializzazione e deterritorializzazione oggi
in atto? E soprattutto in che modo può intervenire sulle
dinamiche di esclusione e riproduzione della sofferenza sociale che li accompagnano?
La pratica etnografica può aiutarci ad integrare sguardi disciplinari diversi sulla città
e, per questa via, a rinnovare in modo più inclusivo e democratico le strategie di
addomesticamento sociale e di governance della città?
Per rispondere a queste sfide, il Convegno incoraggia il dialogo transdisciplinare tra
antropologi e altri ricercatori: sociologi, geografi, politologi, semiologi, architetti,
storici urbani…. Non solo. Cerca anche di violare alcuni “paletti accademici” per
confrontarsi, ad esempio, con produzioni fotografiche e cinematografiche ma anche
opere letterarie che hanno saputo raccontare le trasformazioni avvenute nelle città,
incidendo sulla costruzione dei nostri “paesaggi urbani immaginari”; oppure per
entrare in relazione con gli esperti e operatori sociali che si spendono per un
miglioramento sostanziale della qualità della vita urbana: animatori di quartiere,
designer, comitati cittadini, urban planner, enti territoriali. Siamo convinti che,
partendo dalla specificità urbana, sia possibile costruire un campo transdisciplinare di
ricerca e azione in cui i saperi e le pratiche antropologiche possano trovare un’utile
applicazione, non solo in specifici settori occupazionali, ma anche nello spazio pubblico
e nella sfera della politica.

TEMATICHE

Città e rappresentazioni
L’utilizzo della fotografia e dell’audiovisivo sono strumenti ormai consolidati all’interno
della pratica etnografica e della riflessione antropologica. Nell’epoca dell’ipermedialità,
dove il linguaggio delle immagini entra nel quotidiano, produce nuove forme espressive e
nuove modalità di rappresentazione, gli spazi urbani contemporanei, luoghi ricchi di una
morfologia sociale variabile, permeati di pratiche in continua trasformazione,
rappresentano un campo di sperimentazione fotografica e documentaria che ben si presta
all’uso di diverse tecniche narrative. Allo stesso tempo, le rappresentazioni mediatiche
delle città alimentano immaginari, discorsi politici e cambiamenti spesso contraddittori,
che necessitano di osservazioni approfondite e analisi consapevoli. In che modo i
linguaggi visivi possono contribuire a re-immaginare lo spazio pubblico? Come può
l’antropologia offrire nuove rappresentazioni dei contesti urbani?

Città e sostenibilità
A oggi più della metà della popolazione mondiale vive in contesti urbani, in spazi che
risultano in molti casi inospitali. Un numero crescente di politiche e pratiche di
pianificazione che intendono risolvere i problemi derivanti dal crescente inurbamento
globale rientrano nella promozione di uno sviluppo definito “sostenibile”. Sviluppo,
crescita, efficienza, attrattività sono solo alcune delle parole utilizzate per promuovere,
spesso in forma “brandizzata”, la sostenibilità dei territori urbani. Ma le città possono
essere o diventare sostenibili? In che modo? Quali sono le criticità che accompagnano gli
attuali processi di rilancio urbano e che ruolo può avere l’antropologia nella promozione
di queste azioni? In che modo l’antropologia può contribuire al miglioramento della
qualità della vita urbana e favorire il benessere della popolazione, nello specifico
nell’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile?

Città e forme della politica
Negli ultimi anni, il confronto politico in ambito urbano sembra esprimersi
principalmente nel contradditorio tra movimenti e partiti politici. Questa tendenza ha
generato dinamiche “localiste” che, da un lato, trovano nell’impiego delle nuove tecnologie
forme di mobilitazione “digitale” le cui implicazioni profonde (rispetto a quelle più
“tradizionali” dei circoli e delle sezioni di partito) non sono ancora state indagate
pienamente e, dall’altro lato, si coordinano sempre più spesso con piattaforme di
mobilitazione nazionale genericamente definite come “sovraniste”. In che modo, nel
tentativo di problematizzare e allargare il campo politico del possibile, l’antropologia può
porsi come sapere applicato capace di promuovere una riflessione sul tema e fornire
strumenti utili alla progettazione e attivazione di nuove forme di partecipazione politica?

Città, mobilità, decentramento
Per quanto i processi migratori non siano esclusivamente urbani, la presenza dei cittadini
stranieri nelle città è andata aumentando negli ultimi anni. Un fenomeno che modifica
inevitabilmente il tessuto socio-economico e culturale, ma anche materiale dei territori.
Nel gioco dialettico “inclusione/esclusione”, attraverso quali saperi e pratiche
l’antropologia può contribuire a rendere le città meno disuguali? In che modo può incidere
sui processi di mobilità che conformano le dinamiche di inurbamento? Le città
contemporanee sono sempre più coinvolte anche in esperienze di cooperazione
decentrata, sia incentrate sui temi dell’integrazione, sia basate su rapporti people-topeople.
Nel tentativo di contribuire al decentramento dell’asse di intervento urbano sulle
reti globali, in che modo l’antropologia applicata può concorrere all’attuazione di questo
indirizzo politico, a partire dalla centralità delle relazioni tra locale e globale?

Città, mutamenti climatici e disastri
In un contesto globale in cui gli equilibri pedoclimatici si stanno pericolosamente
rimodellando, la prevenzione e la gestione dei disastri si collocano al centro dell’agenda
scientifica internazionale (meno spesso di quella politica), soprattutto in un paese come
l’Italia, fortemente esposto al rischio sismico e alluvionale, e nelle aree densamente
abitate, industrializzate o di antica costruzione. Proprio in ambito urbano, l’antropologia
può assumere un ruolo centrale nei processi di prevenzione, mitigazione e intervento,
affiancando altri saperi che si occupano di disastri e pianificando strategie più attente ai
contesti sociali e culturali in cui si è chiamati a operare. Quali sono, in questo senso, i
margini e gli spazi a disposizione della disciplina per elaborare piani e programmi più
efficaci di prevenzione e gestione di rischi e disastri in direzione di una riduzione della
vulnerabilità sociale in ambito urbano?
§ Città e partecipazione pubblica alla salute
In una fase di radicali trasformazioni epidemiologiche, sociali e demografiche,
l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha evidenziato, a più riprese, la necessità di far
fronte a un cambiamento dei sistemi sanitari e assistenziali in un’ottica multidisciplinare e
integrata, capace di fare i conti con il progressivo invecchiamento della popolazione e con
l’aumento delle malattie croniche. A partire dalle dimensioni culturali dell’esperienza di
malattia, l’antropologia medica ha riflettuto a lungo sulle sue possibili forme di
applicabilità. Se la definizione di “promozione alla salute” riveste un ruolo di primo piano
all’interno delle politiche sanitarie, rimane da indagare quali siano le simbologie e gli
spazi collettivi in cui la salute “si crea”. Quale può essere la ricaduta di un’antropologia
della salute pubblica applicata ai nuovi contesti urbani? Quali pratiche e forme di
partecipazione assumono le attività di promozione e prevenzione nelle città
contemporanee?

Città e spazi dell’abitare
La riflessione sull’abitare ha rappresentato un oggetto privilegiato d’analisi non solo nella
storia della disciplina, ma nell’intero campo delle scienze sociali. In dialogo con altri studiosi,
gli antropologi concentrano oggi le loro ricerche sul tema del diritto alla città, sulle
trasformazioni dei tessuti urbani, sulla governance, sulle comunità locali, sull’incontro
culturale e così via. Le città contemporanee rappresentano infatti spazi di convivenza e
coabitazione, anche conflittuale, in continua effervescenza e trasformazione, frutto
complesso di processi locali e globali che si sedimentano nei diversi territori. In che modo
l’antropologia può promuovere forme innovative dell’abitare? Come il sapere e la pratica
antropologica possono contribuire alla promozione di un diritto alla città? Può l’antropologia
porsi come sapere applicato capace di dialogare con attori istituzionali, privati e pubblici che
determinano le forme attuali di governance delle città?

Immaginari turistici e contesti urbani
Diversi contesti urbani sono oggi coinvolti in fenomeni di turisticizzazione di massa, che
sembrano, nella maggior parte dei casi, aderire a un immaginario turistico teso al consumo
dello spazio cittadino a partire dalla fruizione delle tradizioni locali, della diversità, del
patrimonio culturale “autentico”, in molti casi reificati ed essenzializzati. Il legame tra
turismo e città è un fenomeno complesso, ricco di potenzialità, ma anche di rischi che vanno
affrontati con consapevolezza e sensibilità a partire dal significato simbolico e politico dei
diversi immaginari che soggiacciono alle pratiche e politiche di promozione turistica. Come
l’antropologia può contribuire a pensare diversamente il turismo urbano, nello specifico
quando connesso a dinamiche di commercializzazione della diversità, dell’identità locale, del
patrimonio culturale?

Anche quest’anno si rinnova la collaborazione tra SIAA (Società Italiana di Antropologia
Applicata) e ANPIA (Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia) che
partecipa all’organizzazione del convegno.
Il giorno 14 dicembre, al termine del convegno, si terranno le assemblee dei soci delle due
associazioni.
Il convegno è organizzato con la collaborazione del Dipartimento di Studi Umanistici
dell’Università di Ferrara e del Laboratorio di Studi Urbani (LSU); si avvale inoltre della
collaborazione e del patrocinio del Comune di Ferrara.

ENTE PROMOTORE
Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA)

COORDINATORI
Luca Rimoldi, Giuseppe Scandurra, Sabrina Tosi Cambini
COMITATO SCIENTIFICO
Mara Benadusi, Roberta Bonetti, Massimo Bressan, Sebastiano Ceschi, Antonino
Colajanni, Cecilia Gallotti, Lia Giancristofaro, Leonardo Piasere, Bruno Riccio,
Massimo Tommasoli
COMITATO ORGANIZZATIVO
Martina Belluto, Elisabetta Capelli, Enrico Gallerani, Paolo Grassi, Laura Lepore,
Dario Nardini, Silvia Pitzalis, Giacomo Pozzi

rifiuti

ECOLOGICAMENTE
Autorità per i rifiuti, il vizio italiano di non decidere

“Tutti la vogliono, ma nessuno se la piglia” Come la bella di Torriglia; così sta succedendo per l’Autorità sui rifiuti. Ne stanno parlando tutti i più importanti referenti del settore, a partire dal ministro. Ma come finirà?
Partiamo da dove siamo tutti d’accordo. Serve un sistema di regolazione forte (ai vari livelli: Stato e Regioni) coerente in tutti i suoi diversi aspetti che sia in grado di valorizzare senza equivoci sia le prerogative imprenditoriali dei gestori sia i diritti degli utenti. In particolare serve una autorità “terza” per la regolazione che svolga un ruolo di analisi (l’esistente), di controllo (vigilanza e segnalazione), ma che abbia anche un ruolo attivo (proposizione e programmazione).

Fin qui tutto bene; però è ormai diffusa la consapevolezza che il sistema dei servizi pubblici locali evidenzi posizioni contrastanti, nonostante sia al centro dell’attenzione da molti anni sul piano delle riforme possibili e sul suo ruolo. Manca una condivisione di politica industriale, di sviluppo sociale ed economico dei territori.
Ripartiamo dai concetti di base. Deve crescere la condivisione del servizio pubblico locale in una logica di trasparenza e di sviluppo della qualità. L’evoluzione del sistema in questi anni è stato costruito grazie alla intensa attività delle imprese di servizi pubblici ambientali che hanno sviluppato strategie aziendali e innovativa politica industriale, ma è mancato un quadro di regolazione e di vigilanza che ne potesse guidare gli sviluppi. Crescono invece elementi di conflitto tra interessi contrapposti in cui a finalità sociali e di miglioramento della qualità della vita si intersecano e talvolta si contrappongono esigenze economiche di tipo societario. Molti territori e molte regioni si trovano in una situazione gravissima di gestione dei rifiuti.

Il bisogno di “governance” cresce. Il passaggio nei servizi pubblici dalla situazione talvolta monopolistica alla liberalizzazione e alla competizione implica dunque che fra il produttore di servizi e l’utente si inserisca la figura del Regolatore. Il percorso riformatore nei settori di pubblica utilità ha sviluppato processi innovativi attraverso l’introduzione delle Authorities come organismi regolatori Per l’acqua direi che la scommessa è stata vinta. L’Aeeg ha saputo realizzare e coordinare, dopo i primi anni di avvio, il settore con grande credibilità e autorevolezza.

Sarebbe una risposta forte: insieme acqua e rifiuti. Sia nel caso dei rifiuti che in quello dell’acqua si tratta infatti di comparti in cui è prevalente l’esigenza di soddisfare bisogni individuali, ma su cui pesano importanti esigenze ambientali collettive; si tratta in particolare di esigenze connesse all’utilizzo sostenibile delle risorse naturali e dunque più in generale di una politica ambientale. Le forti implicazioni territoriali di questi due settori sono evidenti così come fondamentale è l’esigenza di ricercare soddisfacenti soluzioni locali. Si tratta di una importante scelta di fondo che faccia prevalere la componente ambientale rispetto a quella del mercato dei servizi pubblici.

Però ci sono molte preoccupazioni e ritardi che producono danni crescenti. Piuttosto che aspettare forse è meglio pensare a creare una Autorità sui rifiuti nuova e indipendente. Può sembrare una provocazione, ma è sentita la necessità di affrontare questo comparto con maggiore attenzione rispetto all’impatto sull’ambiente e con modalità di gestione più attente all’efficienza produttiva e all’organizzazione industriale. Da una parte è riconosciuta una reale arretratezza del settore e dall’altro lato però complessivamente si deve considerare come il settore sia economicamente interessante e soprattutto socialmente indispensabile.

La gravità del problema rifiuti cresce in modo estremamente pericoloso. Si raccontano grandi successi, mentre si contano pesanti criticità. Per la migliore efficacia del ruolo e delle funzioni occorre dunque assicurare una crescente capacità di vigilanza su questioni che incidono direttamente sui cittadini. Da troppo tempo ad esempio abbiamo perso la conoscenza dei costi e dei prezzi; le tariffe sono diventate uno strumento di tassazione e non di analisi economica dei servizi. Bisogna allora maturare con maggiore forza la consapevolezza collettiva che occorre potenziare le politiche per il consumatore e gli strumenti di regolazione che lo riguardano; il tema della qualità dei servizi di interesse generale è quindi di crescente importanza perché tocca le esigenze concrete dei cittadini/consumatori sulla loro qualità della vita.

Il ruolo ormai collettivamente riconosciuto fondamentale della cultura sostenibile ambientale assieme alla crescente rilevanza della percezione di qualità nei servizi pubblici richiedono un coinvolgimento di tutti i protagonisti del sistema intesi come parte di soluzione e soprattutto propone una forte interazione trasversale di società, economia e ambiente.
Nel quadro di economie aperte occorre avere una forte capacità di innovazione delle istituzioni e degli strumenti di governo del territori; definizione di progetti di sviluppo, ricerca di soluzioni ai problemi di coordinamento (di politiche, di strumenti e di risorse ) e di compartecipazione (di soggetti pubblici e privati ) a livello territoriale.
L’obiettivo è di migliorare l’efficienza economica e la qualità dei servizi ambientali, insieme.

La stessa evoluzione normativa e la definizione delle regole sono in palese ritardo, nonostante stia enormemente crescendo il livello di percezione dei cittadini della importanza dell’ambiente. Se tuttavia si supera questa posizione critica, anche se largamente diffusa, si può comunque rilevare che è in atto un processo di miglioramento o comunque di trasformazione.

Fate presto. La “non decisione” è sempre la peggiore decisione.

Rilancio di turismo e cultura nei territori e nelle aree vaste: occorre una legge

“Ti emozioni tra spazi lunghi e tempi lenti, odori e sapori, terre, acque e nebbie dorate, estensi, legati, ville e parchi, eventi e accoglienza”.
Questa la scritta impressa in ben sette manifesti di immagini e nella home page di un corposo dvd che quando lo vedi ti pare di stare immerso, come in un 3d, dentro una cornice di un mosaico variopinto, in uno dei tantissimi localismi che i segni di tanti tempi hanno lasciato alle generazioni.
Patrimonio dell’umanità, una geografia con pezzi a milieux, volti di comunità, borghi, piazze, angoli, che puoi ritrovare con percorsi incoming, messi però a rischio da politiche che debbono ancora sciegliere come procedere nel binomio inscindibile di cultura e turismo.
Che il nostro Paese sia, tra i pochi al mondo, ricco di mille culture e la culla della storia dei popoli, è un riconoscimento diffusissimo, ma, da almeno un decennio, ha comportamenti pigri e organizzazioni fragili per l’accoglienza e la diffusione di tante bellezze invidiabili da più parti.
Manca, quindi, qualcosa per un rilancio dell’Italia: dalle sue coste, dai suoi beni artistici alle biodiversità, dalle sue montagne ai suoi laghi; di quanto lo stivale rappresenta nei suoi molteplici saperi e conoscenze: dall’Impero romano, al Medioevo, al Rinascimento, fino all’ultimo secolo breve, il ‘900.
E su questi tantissimi lembi dei territori, la presenza costante di volti che ti accolgono e di accompagnano per stare, per un po’, nella storia delle comunità, una modalità includente a quei contesti d’ambiente.
Basterebbe citare alcuni luoghi conosciutissimi come: il Garda, le Dolomiti, Venezia e la sua laguna, la Maremma aretina, le Cinque terre, il Salento, la Costa amalfitana, il Gargano, il Cagliaritano, la Sicilia orientale, itinerari di bellezze dove ritrovi te stesso e ti danno senso.
Poi vai a ricercare i piccoli turismi, siti sconosciuti ma incantevoli, piccole storie piene di sentimenti e passioni, un muretto, una chiesetta, un piccolo castello, una portualità minuta, un prodotto tipico, un particolare presepe vivente, alcuni sbandieratori e figuranti del tardo Medioevo, una vallata, una piccola laguna ed alcune valli, tantissima flora e fauna.
Certamente questa è l’Italia tutta, con i suoi diecimila specchi, con non pochi mozzafiato ma, spesso, abbandonata e lasciata nell’incuria, fuori dai grandi circuiti internazionali ed anche dei fuori porta di fine settimana.
Cosa serve allora? Serve, subito, una legislazione nazionale quadro sul turismo e sulla cultura con un articolato che precisi, ruoli, funzioni, decentramento, soggetti attuatori e gestori: dal pubblico al privato al terzo settore ma con criteri a reti e a sistemi territoriali, là dove le bellezze di un paese affiorano con forza e possono, nell’organizzazione, accogliere.

Una necessità legislativa sentita ovunque e che viene richiamata con forza anche nel ferrarese, a fronte di un contesto di modifiche costituzionali ed istituzionali ormai vicino ma che lascia però spazio ad una imprecisa transizione nelle funzioni, soprattutto sul turismo e la cultura nei territori e nelle aree vaste.
E sul futuro a breve c’è già chi si sta muovendo: dagli operatori del turismo all’associazionismo organizzato, dalle proloco ad alcuni sindaci, da Campagna amica al circuito delle sagre, dalle associazioni dei musei, al turismo religioso, alle feste rosa ai percorsi d’arte, a quelli rurali e delle vie d’acqua.
Quindi una nuova legislazione, che punti al fare reti, filiera e sistema nei territori, unico progetto vincente per le cento città, i tantissimi comuni, le moltissime comunità locali.
Una risorsa da rimuovere dalla sua lunga stagnazione e far correre verso una nuova economia dei distretti, dei territori, delle tante terre a milieux che aspettano un segnale politico forte.
Aspettiamo ed attendiamo che scendano i palazzi della politica da Roma fino alle più lontane periferie del nostro ben stivale, isole comprese.

I gettoni degli amministratori, un promemoria per il nuovo anno

Sui giornali, e anche nella rete, nelle settimane scorse si è parlato con insistenza dei gettoni degli amministratori pubblici, da Roma fino alle più remote periferie dello stivale, a volte a ragione, altre un po’ meno, a volte, ancora, a torto. Se n’è parlato con insistenza, ma il dato preoccupante è che si rimane alla superficie del problema e così, dopo un po’, tutto va nel dimenticatoio e la pubblica opinione lasciata a periodiche e cicliche arrabbiature. E la questioni restano insolute.
In pochi continuano a sottolineare e a richiamare la ruggine del modello organizzativo della pubblica amministrazione, le molteplicità delle sovrastrutture nei livelli istituzionali e gli eccessi degli enti e delle società di gestione della cosa pubblica.
Infatti ci troviamo di fronte ad una mastodontica macchina pubblica quasi impossibile da gestire nei diecimila meandri in cui si sviluppa, e anche ad una periferia dei territori pieni di incongruenze, di farraginose relazioni, di spezzettamenti, di ruoli e funzioni allocati in siti impensabili e, quindi, siamo di fronte ad un marasma difficilmente dipanabile.
Anche l’informatica più avanzata, i software e gli hardware di nuova generazioni e le più avanzate strumentazioni del web non riescono quasi più ad affrontare un caos da big bang.
Non è più possibile avere più di ottomila municipi, più di ventimila municipalizzate e partecipate, decine di migliaia di consulenze, autonomie e statuti speciali disseminati ovunque, pezzi di pratiche e di procedure dormienti nei corridoi degli uffici pubblici e quegli intrecci che fanno impazzire il cittadino, ormai sfinito dal ‘pellegrinare’ da un ufficio all’altro per un certificato e un’autorizzazione.
Nel riportare questi fatti ci si ferma solo a quanti soldi prendono, se troppo o troppo poco, i tantissimi mandarini incuneatisi nelle burocrazie pubbliche, oltre alle ricollocazioni dei fine mandati di amministratori e dirigenti.
Certo non è un bel vedere, anche per le storture e i privilegi di alcune nicchie di cui si sente di questi tempi, ma quello che serve è altro. Serve alleggerire e snellire la macchina e l’organizzazione. Serve trovare la giusta dimensione per le governance, servono vere competenze, individuare gli obiettivi, un linguaggio comune, dare struttura ai costi, riallocare le risorse, avere le certezze e quanto serve per l’efficienza e per l’economicità, oltre all’efficacia.
Da non dimenticare l’auditing, e chi non ci sta può restare a casa. Parole sante, direbbero i più, ma quante volte le abbiamo sentite e dopo tutto come prima, o quasi? Ferrara, Cuneo e Verona comprese.
E’ vero che il dire spesso non sta nel fare, che resistere ormai è il tema dominante per non intaccare ataviche incrostazioni e fortezze cristallizzate, ma dobbiamo sapere tutti che se rimaniamo ancora così non ci resterà che allargare le braccia e rassegnarci al peggio.
La sfida sta nel cambiare, nel cambiare verso una strada possibile. Ma quanta fatica, anche nel nostro domestico.

LA RIFLESSIONE
L’aiuto: cercare il giusto incastro fra bisogni e disponibilità

Proseguirei l’analisi dei bisogni salienti della nostra comunità proponendo qualche altra occasione di volontariato nel vasto tema dei servizi alla Comunità a livello sociale, informativo, culturale, oltre a altri progetti. Bisogna allora aumentare l’area della responsabilità e sviluppare progettualità.
Mi sembra possa aiutare nella comprensione questo schema pensato dal grande storico ed economista professor Carlo Maria Cipolla di cui è famosa la frase “lo stupido è più pericoloso del bandito” e da me implementato posizionando una area della responsabilità in cui mi pare si possa individuare quella grande quantità di persone che sentono il bisogno di aiutare il prossimo anche quando questo significa sacrificio per sé stessi; non tutti per fortuna infatti agiscono solo quando ne possono avere dei vantaggi personali.
Ecco allora qualche altra possibilità di contributi volontari. In particolare nei servizi culturali e in quelli ambientali, aree che in questi ultimi anni hanno prodotto un ampio processo di trasformazione e che richiedono crescente attenzione e sensibilità collettiva.

Qualche esempio:
Educazione ambientale
Percorsi didattici e di approfondimento di tematiche ambientali da proporre a supporto della programmazione scolastica (I e II livello) ma anche presso strutture varie di cultura e di apprendimento. Possibilità di riunioni ed incontri di coinvolgimento presso circoscrizioni e altre istituzioni territoriali (aree protette, parchi, etc) per sensibilizzazione nei diversi temi della sostenibilità (ambiente, salute, mobilità, partecipazione e alimentazione).

Raccolte differenziate
Informazione e coinvolgimento dei consumatori per adeguarne il comportamento e gli atteggiamenti alle esigenze di prevenzione della produzione di rifiuti da imballaggio e partecipazione alle iniziative di recupero e riciclaggio. Lo sviluppo delle raccolte differenziate è uno dei principali temi per dare una reale svolta al difficile tema dei rifiuti, ma è anche uno degli elementi di maggiore criticità. E’ sicuramente cresciuto il livello di sensibilizzazione e di informazione, ma non basta. Bisogna migliorare i criteri di trasparenza e di corretta informazione ai cittadini nello sviluppo del riciclo, rafforzando utili sistemi di raccolta porta a porta, magari sostenendo il controllo della qualità del materiale raccolto, legandolo a verifiche di impurità e scarto, effettuando analisi di andamento nel tempo e miglioramento in continuo, analisi variabilità dei risultati tra territori, etc. Si tratta di attività a supporto del sistema di gestione, ma anche di una collaborazione più stretta tra gestore e cittadini.

Mercato last minute
Promozione di servizi sociali (soprattutto per derrate alimentari) ed iniziative di Last minute market per solidarietà e “spreco utile”. Un tema molto importante è quello relativo agli alimenti non più commercializzabili ma ancora commestibili che possono essere recuperati. Es. i pasti non consumati nelle mense (scolastiche e aziendali), le derrate alimentari non più vendibili negli ipermercati, gli scarti derivanti dalla ristorazione, gli scarti di produzione dell’industria agroalimentare. Si tratta di valorizzare il “banco alimentare” che recupera da supermercati cibi prossimi alla scadenza o non commercializzabili per altre ragioni, ma ancora perfettamente utilizzabili perchè perfettamente commestibili e dunque utili ad una distribuzione per meno abbienti.

Vigilanza sui servizi ambientali
Organizzare una rete di rilevatori per controllo territoriale. Funzioni di prevenzione e di accertamento delle violazioni, ruolo ispettivo a supporto. Si tratta di dare risposte qualificate a richieste specifiche delle Istituzioni. Deve essere garantito un codice etico che risponda a criteri, vincoli e principi predefiniti e concordati.

Affido di territori e quartieri
Crescono le esigenze dei territori nelle città (quartieri, contrade, strade commerciali, centri, etc) e aumentano le giuste esigenze dei cittadini nei confronti delle aree e dei territori che frequentano. Serve dunque garantire un livello di qualità sistematica e di un costante e continuativo strumento di vigilanza per rilevare le carenze e supportare i programmi di salvaguardia delle aree. Si pensa in generale alla pulizia del suolo, alla igienicità dei cassonetti, ai cestini, alla fruibilità di parchi e giardini, alla illuminazione pubblica, alle perdite d’acqua, alle infrastrutture presenti, alla segnaletica, ai cartelloni pubblicitari. Tale servizio di vigilanza può essere attuato per mezzo di un “affido” convenzionato con uno specifico gruppo di persone selezionate che svolgono il presidio costante e comunicano, autorizzati, tutte le segnalazioni. Nella recente riforma dei decreti del governo sono anche previsti possibili sgravi sulla tassa dei servizi a corrispettivo di servizi ambientali erogati.

Manutenzioni di “cose”
La cura di un anziano, la sua esperienza nel riparare, il rispetto delle cose, etc sono valori che nella società dell’usa e getta si stanno purtroppo perdendo. Ritrovare il valore delle cose e dunque la filosofia del recuperare può trovare valide soluzioni in questo contesto. Quanti oggetti rotti vorremmo recuperare per ricordo, per utilità, per valore e non sappiamo a chi rivolgerci. Pensiamo ad un orologio, magari a pendolo, ad un vaso di ceramica rotto, ad un utensile, ad un attrezzo domestico, etc. L’idea è di creare una officina di aggiustaggio dove recuperare le “cose”.

Infine vorrei ricordare un servizio che viene con grande impegno svolto dalla Auser di Ferrara e che mi chiedo senza il suo contributo cosa ne sarebbe delle nostre tante e belle strutture culturali:

Custodia mostre e musei
Assistenza nella fruizione dei patrimoni museali, garantendo la vigilanza e la custodia delle opere all’interno degli spazi espositivi, gestendo i flussi di accesso, fornire informazioni e assistenza alla visita. Inoltre si potrebbe offrire un sistema integrato di servizi: dalla gestione della biglietteria e bookshop alla guardiania e custodia diurna, dalle visite guidate alla realizzazione di laboratori didattici, al supporto logistico per trasporti e allestimenti.

Gestione biblioteche
Supporto al Sistema Bibliotecario delle Istituzioni per favorire il coordinamento delle attività di gestione e di archiviazione in un sistema a rete d’offerta culturale. Tale servizio potrebbe anche essere ampliato per operare meglio nella organizzazione con competenze relative alla biblioteconomia, bibliografia, archivistica, documentazione e materie correlate. Chi lavora a supporto volontario in biblioteca, a mio avviso, potrebbe essere un prezioso supporto se ha competenze in materia di organizzazione e gestione dei servizi, catalogazione, utilizzo degli applicativi specifici, gestione dell’informazione cartacea ed elettronica. Sarebbe utile collaborare nel pianificare le diverse attività, conoscere le sezioni della biblioteca, conoscere i documenti ed i sistemi di catalogazione, saper inserire i dati e gestire i servizi attraverso il software, essere in grado di promuovere i servizi.

Sono certo che molte persone possono, meglio di me, offrire contributi e soluzioni di merito. Nel vastissimo tema della cultura in generale io penso si possa arricchire la voglia di apprendere, conoscere. Si tratta di una esigenza crescente di molte persone che non ne hanno avuto il tempo e che desiderano ora imparare. Si possono sviluppare infatti interessi al di fuori della scuola, per scelta personale e senza arrivare agli impegni della università della terza età. Tenere attiva la voglia di sapere è un importante stimolo intellettuale. Alcune aree di interesse possono essere le seguenti:
a. Lezioni Arte, letteratura, storia, filosofia, etc
b. Corsi Culinari, giardinaggio, faidate, fotografia, pittura, etc
c. Ai mestieri artigiani (salvaguardia dei vecchi mestirei)
d. Laboratori lingua italiana (agli stranieri, ai turisti)
e. Supporti informatici di base (per anziani)

E molto altro ancora.

LA RIFLESSIONE
Welfare, sognavamo
la Scandinavia

Che il welfare al quale eravamo abituati sia in drammatica crisi è un fatto riconosciuto. Decisamente meno chiaro è lo scenario che abbiamo davanti: che ruolo avranno alla fine gli attori istituzionali che sono stati o dovevano essere i pilastri del welfare? Che conseguenze ci saranno per tutte quelle professioni orientate alla cura, all’educazione e all’inclusione sociale che di queste istituzioni erano e sono la struttura portante? Quale ruolo ci sarà per il terzo settore, per il non profit nelle sue diverse articolazioni? In che modo si svilupperà la sussidiarietà e quali relazioni prenderanno forma tra i vecchi attori istituzionali e quelli nuovi che si affacciano sulla scena?

Per ora si deve prendere atto della fine della tenuta di un modello concettuale semplificato, caratterizzato dalle imprese che producono ricchezza, dallo Stato che si occupa delle questioni sociali attraverso i suoi servizi socio-sanitari, educativi e le sue politiche economiche, e, infine, delle organizzazioni politiche, partiti, sindacati, movimenti di pressione che segnalano i temi e gli spazi dove intervenire.

Da questa disgregazione sono emersi e stanno emergendo in Italia tentativi di soluzione, modelli, ipotesi di lavoro, pratiche e processi che variano da regione e regione, da territorio a territorio: alcuni falliscono, altri restano circoscritti al caso di successo, pochi si affermano, molti stentano ad affermarsi. Tutti però mettono radici e crescono all’interno di un sentire collettivo fin troppo spesso caratterizzato da un sentimento collettivo molto diffuso di timore e paura che non di rado sfocia nel rancore e nell’intolleranza; in un ambiente dove si contrappongono e si giustappongono argomenti ed opinioni che variamente oscillano tra l’ottimismo cieco nel progresso e nelle virtù del mercato, la fede nella tecnologia e l’aspettativa di leggi adeguate, l’impegno e il disinteresse sociale e l’indifferenza.

In mezzo a questo ribollimento sociale si colgono ancora, ora forti ora flebili, le voci delle due grandi narrazioni collettive del novecento italiano, quella del solidarismo cattolico e quello del mutualismo della sinistra, il modello cooperativo bianco e rosso con le imprese sociali, le centrali e il più vasto mondo del volontariato e dell’associazionismo. Sotto a tutto questo, per chi sa guardare, si rivela infine il tessuto delle reti di solidarietà familiare, una prospera economia informale che sfugge alla contabilità ufficiale, la rete ancora sperimentale delle sempre più numerose comunità intenzionali. Questi i veri elementi portanti di quella galassia sociale e culturale composta dai piccoli comuni (a rischio di sopravvivenza) e dalle piccole città che tra mille contraddizioni rappresentano ancora una peculiarità del territorio italiano. Un intero sistema relazionale che troppo frettolosamente si riteneva fosse stato superato e reso obsoleto dalla modernità industriale imperante.

In questo terreno composito cresce buona parte dell’associazionismo, si afferma quella ideologia del prendersi cura (I care, come recitava lo slogan ampiamente frainteso di una passata campagna elettorale) che alimenta i valori di molte persone che hanno scelto – più per passione che per calcolo – o che si sono trovate loro malgrado a far parte di quel vasto spazio imprenditoriale e lavorativo che si denomina solitamente con l’etichetta non profit. Almeno in parte queste persone condividono un comune impegno, una focalizzazione alla cura di altre persone, una centratura sui bisogni che è propria di molte professioni come quella degli educatori, dei medici, degli insegnati, degli assistenti sociali, dei terapeuti.

Di fronte a questo mondo – seppure lungo un confine sfumato, una terra di nessuno in cui si scorgono manipoli isolati in movimento – sta la comunità dei produttori, la comunità operosa, il profit, il mondo degli affari, quello che viene celebrato ogni giorno nelle pagine economiche dei media. Un mondo altrettanto composito e diversificato, fatto da pochi grandi gruppi, forse una decina, 4.000 medie imprese e milioni di piccole imprese e micro imprese; un tessuto produttivo che malgrado le spinte alla delocalizzazione e alla dematerializzazione del capitalismo finanziario, malgrado le chiusure e le dismissioni, proprio per la sua frammentazione mantiene ancora un forte riferimento al territorio. In Italia, terra dei comuni e dei distretti industriali, del capitalismo familiare, delle imprese di famiglia e del diffuso artigianato, malgrado la crisi, malgrado lo scempio ambientale causato anche dagli insediamenti produttivi è proprio alla scala del territorio che gli attori sociali possono giocare nuove sfide assumendosi nuove responsabilità.

Che relazioni si possono costruire su un territorio tra questi attori per rispondere allo stato di crisi del welfare, per sviluppare inclusione sociale, per costruire pezzi di welfare comunitario? Che ruolo dovrebbero giocare in tal senso le amministrazioni se riuscissero ad interpretare al meglio il loro ruolo di enti regolatori? La peculiarità italiana, la specificità del capitalismo italiano, suggerisce a mio parere di prendere spunto da altre esperienze nazionali, ma obbliga allo stesso tempo a costruire una via innovativa che sappia valorizzare le diversità territoriali. Modelli di capitalismo differenti, affermatisi in culture diverse, che hanno generato welfare diversi e che hanno dato luogo a pratiche molto differenti di non profit. Ed è a questi modelli che molti guardano per affrontare la crisi in Italia:

• si guarda molto, anzi decisamente troppo, al modello liberale anglosassone, finanziario, dove l’impresa conta solo per i suoi rapporti con la borsa, con la finanza. Nel processo di accumulazione (predatoria?) si formano le grandi fondazioni (Bill e Melinda Gates ad esempio o George Soros che dopo aver speculato e guadagnato sulla crisi argentina combatte la fame nel mondo con la sua rete di fondazioni o ancora la famosa e chiacchierata fondazione dei Rockefeller) che consentono di finanziare interventi sociali: il massimo di profitto per le imprese per garantire il massimo di fondazioni (non profit) per la società (soprattutto un grande vantaggio per le imprese che trasferiscono nelle fondazioni quote esentasse e attraverso esse promuovono la propria immagine e le proprie strategie);
• si guarda al modello corporativo del welfare tedesco basato su un imponente volume di risorse fiscali e sulla cogestione ai vertici delle grandi imprese dove è la presenza del sindacato diretta e non conflittuale che esprime il mondo dei lavoro e dei meno ambienti se non proprio dei più deboli (quello che forse aveva cercato di fare senza successo l’IRI in Italia?), un modello che pur garantendo sostegni e sussidi pubblici anche ai disoccupati spinge le persone ad avere un ruolo attivo nella ricerca di soluzioni per i propri problemi;
• si guarda poco a quello corporativo francese con uno stato forte dove il rapporto tra profit e non profit sta in mano a prefetti e prefetture che si occupano anche di sociale oltre che di ordine pubblico;
• si guarda infine all’inarrivabile modello delle socialdemocrazie scandinave, caratterizzato da un welfare pervasivo ed in grado di garantire quasi tutto ai suoi cittadini, al punto di rendere quasi inutile il terzo settore.

Le culture e le tradizioni che hanno generato questi modelli di welfare ai quali si guarda per trovare ispirazione non sono le culture e le tradizioni (il plurale è d’obbligo) dell’Italia delle differenze regionali, dei distretti industriali, delle piccole (e grandi) città, della presenza diffusa della chiesa e del Vaticano, delle contrapposizioni ideologiche perduranti e del divario tra nord e sud. L’Italia dei piatti e dei prodotti tipici, che non ha una propria cucina ma molte cucine che resistono all’omologazione, dei dialetti e dei campanili, di Internet e della Ferrari. Dunque, se il vecchio modello di welfare familiare caratteristico del nostro paese e dell’Europa mediterranea non sta più in piedi è ancora alla cultura e ai territori, a nuove possibilità di collaborazione tra i diversi attori istituzionali, che bisogna guardare per trovare buone soluzioni innovative.

In questa Italia molto operosa che rapporto dunque ci può essere tra profit e non profit? Che rapporto può avere l’imprenditoria morale con i grandi gruppi (in primis le banche)? Che rapporto con le medie imprese che spesso investono in welfare aziendale o di comunità contribuendo a garantire la tenuta della coesione sociale (si pensi agli asili aziendali o ai progetti di conciliazione dei tempi familiari con quelli di lavoro). Che rapporto può avere il non profit con le micro-imprese, con il capitalismo molecolare e diffuso spesso aggregato in quella specificità italiana che sono i distretti industriali? E infine, che ruolo possono e devono giocare le Pubbliche amministrazioni (a livello regionale, provinciale, comunale) in questo scenario?

Le risposte a queste domande possono essere molteplici e, dunque, un ruolo fondamentale tocca alla innovazione sociale, alla capacità di escogitare soluzioni innovative di fronte ai nuovi problemi emergenti, anche trovando nuove forme di collaborazione tra costellazioni produttive (profit) e costellazioni di cura (non profit). Se la via maestra dell’innovazione attende sempre nuove soluzioni alcune appaiono già chiare e percorribili:

• la rendicontazione sociale da parte delle imprese profit che possono così mostrare la loro responsabilità sociale (ed ambientale) a fronte del loro investimento per il non profit;
• la ricerca di finanziamenti alternativi rispetto a quelli pubblici da parte delle agenzie di cura del non profit e di certi settori del settore pubblico, in primis attraverso le fondazioni e la valorizzazione delle donazioni;
• l’inserimento degli attori e delle istituzioni profit nelle procedure di pianificazione e programmazione sociale e territoriale;
• la valutazione costante e condivisa del valore sociale prodotto dal sistema degli attori istituzionali impegnati.

E’ anche nella gestione strategica di questa complessità che quel che resta del pubblico, decimato dai tagli, può valorizzare il suo ruolo ed ottenere nuova legittimazione. Molto del presente va però disegnato e ridisegnato, partendo dal positivo ed inventando nuovi modelli che partano sempre dal riconoscimento reciproco dei diversi attori pubblici e privati, profit e non profit che agiscono sul territorio; tenendo conto che in Italia l’economia informale (non parliamo naturalmente dell’economia nera) e familiare, le reti informali e familiari, sono ancora un fattore rilevante, seppure con grandissime differenze tra città metropolitane (a loro volta diversissime tra di loro) e campagne, tra paesi e cittadine, tra nord e sud. Qualcosa di diverso da quello che viene dipinto dal sistema omologante dei media ma che può rappresentare, e forse in qualche luogo già rappresenta, il tessuto relazionale a partire dal quale pensare nuove soluzioni realmente percorribili.

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Terre di mezzo: territori e tipicità del Copparese

Territori e tipicità: il gusto autentico dell’accoglienza delle Terre di mezzo è un progetto che mi è stato postato nel settembre del 2012 dall’Unione dei Comuni del Copparese e che ho riletto oggi, dopo una scrematura dei tanti file che riempiono il mio computer.
Un progetto che parla delle Terre di mezzo, un vasto territorio incastonato tra la città e la costa, che comprende i Comuni di Copparo, Berra, Ro, Jolanda, Formignana e Tresigallo, e che simula il soggiorno di un visitatore, un escursionista, un turista attento a muoversi in un ambiente naturale ricco ed interessante, ma ancora in molti tratti inesplorato e non adeguatamente conosciuto ed apprezzato.
Il testo recita, tra l’altro: “….è adatto a quel turista che vuole stare all’aria aperta a contatto
con la natura. Il paesaggio è fatto di terra ed acque, scolpito e forgiato dall’uomo nell’immensa pianura, tanto che vi sono disseminati nelle campagne capolavorid’arte inestimabili (riconosciuti dall’Unesco). Negli itinerari si incontrano antichi e sinuosi percorsi fluviali, argini delle bonifiche, monumenti, chiaviche e manufatti idraulici, palazzi e ville, chiese e pievi e, se ti fermi un po’ puoi assaporare il gusto e il profumo della natura e dell’enogastronomia e non solo. Il tutto in uno “Scrigno delle Sensazioni”, una sorta di cofanetto che il visitatore, potrà riempire viaggiando nel territorio.”

Fa piacere, leggendo, scoprire una grande attenzione agli aspetti più alti della nostra cultura contadina, che bene si coniuga con i tempi nuovi di questo inizio secolo. Allo stesso tempo non si può sottacere lo sforzo profuso, da molti anni, in tante altre lodevoli iniziative proposte allo scopo per valorizzare e promuovere angoli, rioni e borghi di pezzi del nostro localismo.
Ci piace citare, tra l’altro: i manifesti d’immagini di foto di ville, palazzi, chiese; i dvd di una geografia di territori d’ambiente; i percorsi ciclabili, l’incoming turistico e di accoglienza, le narrazioni web, e, per concludere, le parole invitanti che descrivono le bellezze delle Terre di mezzo: “Ti emozioni tra spazi lunghi e tempi lenti; odori e sapori, terre, acque e nebbie dorate; estensi e legati, ville e parchi, eventi e accoglienza”.

Progetti generosi da parte di chi è vocato al turismo e alla sua accoglienza che, però, sono sempre stati sostanzialmente cassati dalle istituzioni locali, anche per un conflitto di competenze e recepimento di funzioni, messe insieme da una burocrazia ancora borbonica che stenta a sciogliersi per dare corso ad azioni concrete.
Ora, proviamo a fare un’operazione di realtà, e a chiedere a chi di dovere se questo progetto dell’Unione dei Comuni è dormiente nei tanti cassetti nei noti palazzi, oppure se sta avanzando e se
lo potremo vedere realizzato a breve.
In una precedente nota ho illustrato i caratteri di un distretto rurale, qui ne abbiamo un esempio; ora aspettiamo che qualcuno non ricada nel sonno.

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